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numero tre


invasionecreativa.it

Advertising, below the line, marketing non convenzionale, new media. Qualsiasi siano le tue esigenze di comunicazione, Invasione Creativa risponde con un approccio totalmente nuovo rispetto allo stile canonico delle classiche agenzie. Lasciati conquistare da un nuovo modo di fare comunicazione.


erodotozerotre 10 · lo specchio di madiba // Laura Mezzanotte 12 · Volevo costruire aquiloni // Umberto Cecchi 18 · chador passepartout // intervista a felicetta ferraro Valentina Cabiale e Roberto Ruta 28 · taccuino giapponese // Gabriele Genini e Cristina Taverna 46 · estoniaN biological farm // Isabella Mancini 62 · l'ombra dei lakota // Federico Borella 82 · due luglio fra siena e matera // Paolo Barni e Antonio Sansone 94 · Bum bum bum gli ottoni e il kalashnikov // Yuri Materassi 110 · Nemmeno un caffe con Kusturica // Mario Boccia 130 · gli avvoltoi di yazd // Valentina Cabiale 134 · a lalibela si dovrebbe andare a piedi // Carla Reschia e Andrea Semplici 146 · venti anni dopo // Andrea Semplici 148 · firenze, la biblioteca sulla luna // Massimo D'Amato

Fondatore: Marco Turini. Direttore responsabile: Andrea Semplici Redazione: Fabio Belafatti, Valentina Cabiale, Elena Cerretelli, Lorenzo Bernini, Sara Lozzi, Sergio Leone, Yuri Materassi, Isabella Mancini Web designer: Allegra Adani. Copertina di Federico Borella, controcopertina di Massimo d’Amato. Progetto grafico: Invasione Creativa © Erodoto108.it Registrata al Tribunale di Firenze Stampa Periodica al n.°5738 il 28/09/2009


Editoriale di Andrea Semplici

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Malinconici, sì. E testardi Numero tre di Erodoto108. Troppi numeri in poche parole. A mezza primavera avevamo euforie: la costruzione del terzo numero di una rivista senza nemmeno un centesimo in tasca stava andando bene, vi era un certo entusiasmo, nuovi collaboratori bussavano alle nostre porte. Abbiamo davvero creduto che una piccola impossibile impresa fosse realizzabile: far galleggiare questa minuscola barca con addosso solo la ‘voglia di farlo’. Capitano i momenti delle illusioni, no? Poi qualcosa si è inceppato. Tutto si è fermato. E l’estate, oramai, è già spossata. Attenzione questo è un editoriale che mischia malinconie e testardaggine, impazienze e un ingiustificato desiderio di non rassegnazione. Troppe negazioni, direbbe, un mio amico caporedattore: ‘Prova a evitarle – mi ha sempre detto - prova a cancellare da quello che scrivi i forse, i se, i non….’. Hai ragione, amico mio. Ma come si fa? In più, rischio anche di non farmi capire dai lettori di Erodoto108. Che, in fondo, non sono pochissimi. E molti sono quelli che cliccano

sulla pagina facebook o sul blog. Che cosa vogliono dire questi click? Io, scrivitore analogico, non riesco a capirlo. E poi, in fondo, il terzo numero, ammaccato, ‘non come lo avremmo voluto’, e in ritardo, è pur sempre dietro a questa pagina. Come vorrei che davvero si potesse sfogliare, ma questa è nostalgia e, a volte, è bene che non ci sia posto per la nostalgia. Insomma, il numero tre di una rivista, che vuole parlare, fotografare, girare video, divertirsi e arrabbiarsi attorno al tema del viaggio, non ha rispettato un patto. Il patto che avevamo sottoscritto fra noi ‘redattori’ per costringerci a uscire alla fine di giugno. Che mese è oggi? Era un patto che, senza dirlo, avevamo stretto anche con i nostri lettori. Non abbiamo rispettato il nostro impegno. Ma io (questa volta tolgo il noi, sono io che firmo questo editoriale) ho anche sempre detto che non c’è niente di male nel perdere aerei, nell’arrivare in ritardo agli appuntamenti, nel mettere granelli di sabbia nella falsa efficienza di un sistema e, allora, di cosa mi lamento? A me sono sempre pia-


ciuti i comunardi di Parigi che sparavano sugli orologi per contestare il tempo di coloro che volevano (e vogliono) contabilizzarlo. Ed è anche vero che invidio gli indigeni che mi spiegano, senza che io lo capisca, che il tempo è circolare? Ok, però, credo che sia giusto chiedere scusa ai lettori perché, per nostra impossibilità, non siamo riusciti a essere sul web qualche settimana fa. C’era sempre qualcos’altro di urgente da fare. E allora, questa volta, non faccio accordi. E dico: non so se riusciremo a fare il quarto numero di questa rivista. Sono malinconico e quindi: credo di no, che non ce la faremo. Sono testardo e dall’umore che sale e scende come su un ottovolante: ci proveremo, sì, questo sì, ci proveremo. Ma so bene che non possiamo contare sempre su un lavoro volontario. Fare una rivista è adrenalina, ma è anche, e soprattutto, lavoro complesso, incastri di sapere, competenze, fatica. Una fatica che fa rinunciare al sonno, ad altri lavori, al tempo libero (libero da cosa?). E poi abbiamo sempre sostenuto che il lavoro va pagato. Mi vergogno a chiedere ad amici di lavorare gratis per questa rivista. Non lo posso pretendere, eppure lo pretendo. Non solo: vogliamo, anche

e soprattutto, che sia fatto un buon lavoro. Siamo matti e commettiamo anche noi ingiustizie. Il mondo delle parole, delle immagini, del web, dei video è pura follia: un free-lance che se ne va a morire in Siria viene pagato settanta euro a pezzo e solo se la sua foto gronda sangue. Se semplicemente racconta una storia, i direttori-editori scartano subito quanto hanno appena ricevuto. Non è il mercato, questo. È un sistema di iniquità. Che ci ha trasformato nel profondo. Ci ha cambiato nell’anima. Deve pur esserci un altro modo, un’altra storia da raccontare e da vivere, un'altra maniera di fare una rivista, di fare racconto, di fare giornalismo. Noi non abbiamo alcuna idea al riguardo, ma somos en camino e allora camminiamo. Camminiamo, per Dio. Facendo domande. Sappiamo che dopo di noi ci sarà qualcun altro che cercherà di fare una rivista che vuole raccontare il viaggio per narrare il mondo. E poi un altro. E altri ancora. Alla fine, a furia di porre domande (come si fa? Com’è possibile un altro sistema?), qualche risposta arriverà… Questo è un anno strano. Se n’è andata un sacco di gente che ci era cara: ha cominciato Rita-Levi

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Montalcini proprio quando l’anno stava nascendo, poi Enzo Jannacci, Don Gallo, Franca Rame, Margherita Hack… tutti avevano un età in cui si può davvero salutare con un inchino, felici di una vita pienamente vissuta, ma questi uomini e donne hanno lasciato dietro a loro un vuoto e una insopportabile malinconia. Cosa c’entra questa con una rivista di viaggio? Ho la sensazione che c’entri. Ci sono cammini da riprendere, le strade di questi grandi amici da proseguire, ci sono ancora domande da porre… e allora vale la pena la fatica, le arrabbiature, a volte persino il fastidio o, peggio, la rassegnazione, pur di fare una rivista come Erodoto108. Abbiamo semplicemente bisogno di voi, di chi ci legge, abbiamo bisogno delle vostre storie, abbiamo bisogno della vostra capacità di raccontare, abbiamo bisogno di sapere che se un giorno ci metteremo a sedere e non avremo più voglia di muoverci, ci saranno altri che si prenderanno questo spazio virtuale e sapranno riempirlo di racconti. E racconto dopo racconto, sapranno inventarsi nuovi sguardi e, insh’allah, nuove vite.

Il mio vecchio direttore, che mi legge, mi avrebbe già licenziato dopo quattromila battute di questi spro-

loqui. Qui nessuno può licenziarmi. Ma so anch’io che devo pur dirvi che, in questo benedetto terzo numero, un giornalista di esperienza, Umberto Cecchi, ci ha regalato il suo incontro con Nelson Mandela, uno dei grandi della storia che è ostaggio di chi non può permettersi di lasciarlo morire in pace anche quando è già morto (povero, Madiba: a te il nostro saluto e un pugno levato). Carla Reschia, invece, ci accompagna sugli altopiani dell’Etiopia fin nella città sacra di Lalibela. Isabella Mancini è andata a scoprire cibi biologici in Estonia. Felicetta Ferraro, eccellente iranista, ha raccontato alla nostra Valentina Cabiale la bellezza e la resistenza del suo Iran. Mario Boccia e Yuri Materassi non andranno mai d’accordo sui Balcani e sulle trombe che suonano a Guca: Erodoto108 vuole fare anche questo, offrire ‘punti di vista’ diversi (radicalmente diversi) sui luoghi e le storie. Questo vorremmo fare: osservare con occhi diversi il mondo e, soprattutto, mettersi nei panni degli ‘altri’. Mario e Yuri ci raccontano due versioni contrapposte di Guca. Proviamo in questo numero a cominciare ‘rubriche’: vorremmo avere storie di cibo, di fotografia, di musica, di libri, di archeologie, di arte, di calcio, di (non sorprendete-


vi) cimiteri. Vorremmo che fossero un’abitudine per chi scrive e per chi ci legge. In questo terzo numero mi piace soprattutto ricordare Anna. Anna Cardini. È la donna che, nell’altra copertina (quella che non abbiamo scelto), sta dormendo con la testa poggiata sull’ultimo

libro di Roberto Saviano. È lei ad aprire ogni giorno, a Firenze, una Biblioteca sulla Luna. Questa storia ce la racconta Massimo D’Amato. Ed è bellissima. Al solito, brindate alla nostra (e vostra) salute.

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Editoriale di Marco Turini

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Erodoto108 n°3. Due anni di lavoro alle spalle. Una redazione di "volontari" che ha realizzato un piccolo miracolo. Essere arrivati fin qua mi stupisce se penso che la rivista è nata dall’entusiasmo e l’amicizia di un pugno di appassionati e si è allargata ad un team di giornalisti e altri (seri) professionisti. Adesso la redazione è composta da fotografi, scrittori, grafici, web designer, blogger, disegnatori e video makers. Senza contare i contributors free-lance che rappresentano forse la vera linfa e la ragione del nostro piccolissimo e modesto successo. Erodoto108 è una pubblicazione interamente digitale. Il web è la nostra “croce” e allo stesso tempo un’ancora di salvezza, una “prigione” da cui vorremmo uscire (ebbene il nostro sogno rimane quelli di pubblicare su carta) eppure il nostro unico spazio di (r)esistenza . Il web rappresenta tuttavia un volano per raggiungere una comunità sempre più estesa. In termini squisitamente virtuali il nostro piccolo mondo è stato visitato da circa 15000 visitatori unici nel solo ultimo anno, contiamo poco più di un

migliaio di fans sui social networks come Facebook e poche centinaia su Twitter. Il nostro sito non rappresenta infatti che un minuscolo granello nella tempesta mediatica che infuria nel web. Quanti blog, voci, immagini e opinioni si confondono e convivono nell’etere. Si combatte a forza di clicks di condivisioni, di “mi piace”. Ma in mezzo a questa confusione in cui tutti hanno qualcosa da dire, da raccontare e da condividere chi davvero ha un messaggio che vale la pena trasmettere? Dove risiede la notizia? E chi decide quali sono le priorità? Assistiamo ogni giorno ad una tendenza quasi pornografica nella rappresentazione della realtà e della più immediata quotidianità. Si pubblicano foto di se e degli altri ritratti in qualsiasi momento della giornata, si condividono i propri viaggi e si racconta dei propri punti di vista e si danno opinioni su qualsiasi cosa accada nel mondo. In questo selvaggio Web i giornalisti diventano opinionisti ed i bloggers vengono assunti per due lire dalle grandi testate per raccontare le storie di paesi lontani. Chi racconta cosa e perché?


Si può ancora informare (nel senso più ampio del termine) senza tuttavia piegarsi a questi ritmi frenetici imposti da una mediaticità portata all’estremo? La nostra “lentezza” (non tutti fra noi sono “nativi digitali”) è forse la nostra più grande fortuna ed il nostro tratto più distintivo. Raccontare le storie semplici, quelle che rappresentando la quotidianità di culture lontane e vicine che non hanno spazio nei grandi giornali. Raccontare la storia di un agricoltore “bio”, di una bibliotecaria ostinata, di una comunità Lakota ai limiti dell’indigenza, di un grande statista con il cuore troppo grande o di un festival musicale ai confini con l’Europa (e la democrazia). Ci siamo innamorati degli “ultimi”, vogliamo raccontare l’altra faccia della medaglia, quello che ufficialmente “si sa” o che si crede di sapere. Pensiamo ad un pubblico esigente che è stufo di leggere le stesse notizie rimbalzate più o meno identiche di giornale in telegiornale. Ci rivolgiamo ad un lettore che vuole conoscere davvero il mondo, a partire da quello più familiare e “scontato” fino a quella più sconosciuto e difficilmente accessibile. Una realtà che non finisce mai di stupirci. A tratti “vicina”, eppure sorpren-

dentemente diversa. Tre minuti e mezzo. Questo è il tempo medio di permanenza sul nostro sito di un lettore occasionale. Nei ritmi incessanti del web dove le informazioni si sovrappongono all’infinito, credetemi, è un’eternità. Qualcosa su cui riflettere e gioire allo stesso tempo. Non posso e non voglio, tuttavia, ingannarvi. Ha ragione il nostro direttore Andrea Semplici. Questo potrebbe essere la nostra ultima uscita o forse no. Quello che so è che anche questa volta sono stati raccolti in un unico “numero” storie di un mondo davvero diverso, appassionate, triste, magico, ottimista, malinconico, sognatore e anche dannatamente “reale”. Un mondo che “resiste” nonostante tutto. Ancora una volta l’ennesima “pubblicazione” di Erodoto108 è stata realizzata da persone che hanno fatto del giornalismo di “viaggio” il loro mestiere, affiancate da altre che avrebbero potuto farlo o che ne avrebbero avuto il desiderio. Un “numero” impaginato “come se” fosse di carta. “Come se” fosse vero. Sulla falsa riga del “come se” anche questa volta abbiamo provato a fare sul “serio”. Vorremmo solo continuare a provarci. E senza tenere il conto. “Come se” avessimo un futuro.

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Sono ormai tre anni che Nelson Mandela, 95 anni, non appare in pubblico. Il mondo intero lo ha visto per l'ultima volta nell'estate 2010 all'apertura dei Campionati del Mondo di calcio. Da allora tutte le notizie su Madiba riguardano, purtroppo, solo il suo stato di salute. Da quando è stato ricoverato in ospedale a giugno scorso e le sue condizioni erano parse ad un certo punto irreversibili, il Sudafrica è andato in tilt, come è sempre accaduto negli ultimi anni: media impazziti, gente in ansia, preghiere collettive. Da vari anni l'ex presidente non interviene nella vita politica del suo paese e ultimamente non ne avrebbe più nemmeno le forze. Ciononostante l'intera popolazione vive [ 10 ] con terrore il fatto che Mandela, un

giorno o l'altro, se ne andrà. Perché Mandela ormai è un'icona santificata, un'idea. Tutti, ancora oggi, si sentono rassicurati nel sapere che Madiba esiste. Lo sono i bianchi, che hanno sempre visto in Mandela il loro imprevisto protettore, ma lo è anche l’African National Congress, il suo partito. Anzi, l’Anc teme più di tutti la scomparsa di Mandela. Perché la figura di Mandela é stata usata, soprattutto negli ultimi tempi, per rinfrescare l'immagine del partito al potere, ormai infestato di casi di malgoverno e corruzione. Madiba è ormai per molti una specie di specchio di Dorian Gray, nel quale il Sudafrica continua a vedersi giovane, bello e invitto. Quando morirà tutti dovranno guardarsi per quello che sono.

Laura Mezzanotte segue per lavoro la politica africana e tutto quel che accade sotto il Sahara da vent'anni. Ama il Sudafrica da altrettanto.


Lo specchio di Madiba di Laura Mezzanotte

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volevo costrui aquilon Il ricordo di una colazione con Mandela

Testo di Umberto Cecchi


ire ni


a sera, a cena, mi aveva detto: vieni domani mattina a casa, per colazione. Alle sette, poi devo partire. Sii puntuale. Al tavolo con noi c’era anche il suo successore ma tutti nella sala venivano ad onorare lui, Nelson Rolihlahla Mandela, chiamandolo ‘Madiba’, antico titolo delle tribù Thembu del Transkei. Sembrava un re nero fra i suoi sudditi. Parve capire quello che pensavo e mi disse a bassa voce, ironico: niente corse in avanti con la fantasia politica, sono solo uno come tutti gli altri. Solo che sono più vecchio e ho sulle spalle decenni di galera. Il presidente Mbeki, seduto accanto a me ci guardava curioso. Per capire che rapporto ci fosse fra noi due. Glielo spiegai: quando lo liberarono da Robben Island, gli dissi, io c’ero. Parlai a lungo con lui.

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E lui mi raccontò una cosa che mi rimase nella mente: avrebbe desiderato costruire un aquilone, one kite, da far volare su quello sputo di roccia affiorante dal mare. Ma non glielo permisero mai. Avevano paura che trasmettesse messaggi cifrati ai suoi ‘complici’. Mbeki, basso, elegante, un po’ affettato, annuì incerto, ma che sapeva di aquiloni, lui, coi suoi gemelli d’oro?

Alle sette ero nel cortile di casa Mandela, guardato a vista dalla sicurezza, alle sette e due minuti ero seduto a tavola, a colazione con il Grande Vecchio d’Africa. Avevo incontrato un presidente accorto come Nyerere della Tanzania, un pazzo come Idi Amin Dada dell’Uganda, un poeta come Sedar Senghor, senegalese, ma questo era diverso da tutti. Mi sorrideva vagamente triste,


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e come un bravo lihlahla, che vuol dire padrone di casa, mi ‘quello che crea proAvevo me stesso presentò la sua ‘niblemi’. Credo proprio con il quale potina adottiva’, che che sia un nome davdiscutere era stata miss Sudavero azzeccato. frica e si vedeva. Era Obiettai che di e litigare una ragazza dalla problemi ne aveva ripelle di un nocciola solti anche tanti. E lui: chiaro con occhi e capelli d’un può darsi, mi disse con quel suo nero assoluto, gli stava porgen- sorrido buono e malinconico, può do alcune pastiglie su un piattino darsi. Poi inseguendo i ricordi: La che lui guardava con disgusto, le cosa più difficile non fu evitare lo inghiottì poi si alzò lentamente, scontro fra bianchi e neri, ma fra faticosamente: alto, incerto sul- Zulu e Bantu. Ma di problemi ne le gambe, i capelli bianchi come restano. E l’Aids è uno dei princiuna sorta di aureola, mi prese per pali. Qui si vergognano a dirlo che mano e mi accompagnò nel suo i ragazzi muoiono per Aids: a me studio, in fondo alla casa piena di son morti tre nipoti e mi batto senattestati e ricordi, dove mi mostrò za vergogna. la foto della sua cella: un buglioMi prese ancora per mano e lo, uno sgabello, un minitavolo e tornammo a tavola dove riprese a un armadietto smaltato appeso al mangiare con appetito. Ho spesmuro. ‘Qui, mi disse, sopravvive- so l’impressione d’essere solo, vo senza medicine, ora non fan- mi disse a un tratto senza guarno che avvelenarmi. Mi trattano darmi. E quando gli dissi che non come un pollo d’allevamento. lo era affatto, perché il mondo inC’era una carta del Sudafrica, tero era con lui, annuì: sì anche a mise il dito su un ampio tratto ver- Robben Island il mondo era con de e: ‘Sono nato qui, in una grande me. Ma ero solo ugualmente: la capanna. Non ho fatto molta stra- sera, quando il sole spariva nel da: tutto sommato non è poi così mare, era come morire ogni vollontano da Jo’burg, non ti pare? ta. Ma la sai una cosa? Avevo me Poi come parlando a se stesso: In stesso con il quale discutere, e a realtà è infinitamente lontano, ma volte litigare con forza. solo nella mente. Nei ricordi. Lo Cose passate, dissi banalsai come mi chiamavo allora? Ro- mente. Ma lui. No, affatto: resta


il dolore degli emarginati. In tutto il mondo resta per molti, troppi, la pena di vivere. Dobbiamo fare qualcosa. L’ho detto anche ad Elisabetta, un paio di giorni fa ed è d’accordo con me. Mi dicono sempre di chiamarla maestà, ma lei mi chiama Nelson e allora… Si alza e: devo partire per il Mozambico ed è già tardi. Vuoi venire? Lo sai? Una volta da Maputo mandavano schiavi neri venduti al Sudafrica e spediti su treni merci piombati che impiegavano

anche una settimana ad arrivare. Molti morivano in viaggio, e venivano rispediti al mittente come merce avariata. Mi abbraccia triste, gli dico addio Madiba, scuote la testa ed esce. Fuori la scorta aspetta, l’autista lo aiuta a salire sulla macchina, lui mi guarda sorridendo e alza una mano a salutare. Triste. Poi sparisce nell’infinità dell’Africa dove, come diceva Senghor, non esistono confini, neppure fra la vita e la morte.

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Umberto Cecchi, giornalista, giramondo, attratto in maniera compulsiva dall'altrove e dal capire cosa ci sia oltre l'orizzonte. È stato direttore de La Nazione e deputato al Parlamento italiano, ha scritto numerosi libri di viaggi e di politica, scrive per riviste internazionali fra le quali 'Monsieur'.


Chador Passeparto La passione di scrivere a Tehran.

Intervista a Felicetta Ferraro A cura di Valentina Cabiale

Foto di Roberto Ruta


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Felicetta Ferraro è specializzata in studi storico-sociali sull’Iran. Ha insegnato storia dell’Iran presso IUO di Napoli ed è stata addetto culturale in Iran. Dirige la casa editrice “Ponte 33”, specializzata in letteratura contemporanea in Iran e Afghanistan. Ha vissuto in Iran a lungo in diversi periodi tra cui 6 mesi nel 1982, durante la guerra. È tra gli organizzatori del “Middle East Festival”.


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Nell’ultima cerimonia degli oscar il premio di miglior film è andato ad Argo, il film di Ben Affleck incentrato sull’assalto all’ambasciata americana a Teheran del 1980 e in particolare sui 6 ostaggi americani che si nascosero nella casa del console canadese e furono riportati rocambolescamente in patria pochi mesi dopo. Cosa ne pensa del film? Non mi è piaciuto. Non è tanto la ricostruzione dei fatti a non avermi convinto. A non piacermi sono stati il modo di rappresentare l’Iran, le atmosfere di cui è pervaso il film. Gli iraniani sono presentati come fanatici, con le facce distorte dall’odio antiamericano e dal furore rivoluzionario: è lo stesso approccio che l’occidente ha avuto nei confronti della rivoluzione islamica del 1979, vista come un prodotto dell’agire di masse di fanatici retrogradi ed ignoranti. È questo genere di approccio che ha impedito ed impedisce una comprensione reale e completa dei fatti, e mi sembra incredibile che ancora nel 2012 venga riproposto lo stesso modello stereotipato. Dal modo in cui l’Iran è stato ed è rappresentato dai media occidentali si possono comprendere molte cose. Confrontiamo ad esempio l’immagine di Iran proposto prima

e dopo la rivoluzione. Durante il governo dell’ultimo scià l’Iran in Europa e negli Stati Uniti era visto come un paese da favola, era la Persia favolosa, una terra di arte, tappeti, poeti, petrolio e favolose ricchezze. In realtà in quegli anni il paese era in condizioni difficili, politicamente e socialmente, con un’ampia parte della popolazione in condizioni di povertà; lo scià cercava di imporre una modernizzazione superficiale, per la quale tra l’altro l’Iran non era ancora pronto, e di conseguenza priva di effettivi benefici per la maggior parte della popolazione. Ma di tutto questo, della corruzione, delle spese folli, dei vaneggiamenti di un sovrano che aspirava ad entrare nella Storia schiacciando il suo popolo e ignorando i tempi necessari di uno sviluppo economico duraturo, non si parlava. La rivoluzione ha comportato un brusco risveglio. In occidente è stata vista come un pericolo, una minaccia per l’ordine esistente. Per assecondare questa interpretazione distorta si è arrivati persino a ritoccare le immagini della rivoluzione; basti pensare alle fotografie di Khomeini che giravano in occidente, diverse da quelle presenti in Iran, ritoccate (la curva delle sopracciglia, i peli del naso, le rughe a ghigno) per rendere l’aspetto


“satanico” del personaggio. Oggi le rappresentazioni più diffuse dell’Iran sono le turbine della centrale nucleare di Natanz, Ahmadinejad che gira con il camice bianco per la centrale e ancora le immagini della folla, soprattutto composta da donne ricoperte di nero, con il pugno alzato, che reclamano non si sa cosa; folle che di fatto non esistono più, tanto che spesso vengono riproposte immagini e fotografie risalenti al primo periodo della rivoluzione Come valuta le proteste del 2009 (movimento c.d. «Onda Verde») seguite alla rielezione di Ahmadinejad, secondo molti favorita da brogli elettorali? Sono state gonfiate dai media occidentali per mostrare che esisteva un’opposizione al governo “nemico” di Ahmadinejad? Sicuramente le proteste sono state enfatizzate, non erano numericamente così rilevanti da poter cambiare il destino del paese, ma ci sono state e il dato politico è importante. Fino a qualche anno fa una protesta simile sarebbe stata impensabile. Scendendo per strada per chiedere “dov’è il mio voto?” gli iraniano hanno dimostrato di conoscere l’importanza, il valore e il peso del voto. La

consapevolezza del potere come elettori e l’affermarsi del valore della partecipazione sono stati una conseguenza indiretta ma importante della rivoluzione. La mobilitazione che essa ha comportato ha creato nuove forme di partecipazione politica che hanno coinvolto fasce della popolazione emarginate da sempre ed escluse da qualsiasi processo decisionale. Trent’anni dopo, nel 2009, una parte di queste stesse persone, e soprattutto i loro figli, nel momento in cui hanno avuto il sospetto che la vittoria di Moussavi (il leader riformista oggi ancora agli arresti domiciliari, ndr) fosse stata cancellata con la frode non hanno esitato a scendere per strada. È un grosso passo avanti, anche se nessuno può negare che Ahmadinejad abbia ricevuto realmente moltissimi voti. Pensa che anche in Iran potrà esserci, in tempi brevi, una “rivoluzione” come in altri paesi medio-orientali e nordafricani, una “primavera iraniana”? Non vedo né i sintomi né i presupposti di un’altra rivoluzione. È però evidente e inarrestabile la richiesta di un sistema politico più aperto e questo processo non sarà privo di tensioni. Dal ’79 la società iraniana

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è mutata profondamente, paradossalmente secondo dinamiche innestate dalla rivoluzione stessa. Sintetizzando questo paradosso si può dire che la rivoluzione ha attuato, non sempre coscientemente, quella modernizzazione che lo scià aveva cercato inutilmente di imporre dall’alto. L’islamizzazione della società ha permesso ad esempio alle donne di uscire all’esterno senza più limiti, un fenomeno racchiuso tra le militanti islamiche nell’espressione “chador passepartout”; l’educazione scolastica è stata estesa a tutte le classi sociali e in tutte le aree del vasto territorio iraniano; sono stati portati alla ribalta ceti sociali prima esclusi, creati cittadini, consolidati spazi politici, fatto emergere una società civile. Messo di fronte alla dura realtà del governo, si è modernizzato anche il clero ed è addirittura da alcune sue componenti che si sono levate le voci di riforma del sistema, fatte immediatamente proprie dai due raggruppamenti oggi più attivi nella ricerca di cambiamento: i giovani e le donne. Questi due gruppi sono stati anche i protagonisti di una rinascita artistico-culturale che ha preso il via alla fine degli anni ’90 e che censura, repressione e restrizioni fi-

nanziarie non sono servite ad arrestare. La gioventù iraniana ha una buona cultura, è dinamica, curiosa, aperta al mondo e disponibile al dialogo. Come altrove, questi giovani, la cui vitalità è un dato di fatto riconosciuto da chiunque abbia un minimo di familiarità con l’Iran, vogliono partecipare alla società dei consumi e vogliono avere accesso alla cultura internazionale. Di pari passo, però, si sono affermate le élites sorte dal clero, dalla rivoluzione, dalla guerra che chiedono in cambio dei sacrifici fatti il controllo dei centri politici ed economici ed il potere per salvare l’Iran da quello che viene percepito come un nuovo tentativo di “colonizzazione” occidentale. Se i giovani considerano spesso semplice retorica gli slogan rivoluzionari e aspirano all’ingresso nel mondo globalizzato, i loro padri, che la rivoluzione l’hanno fatta, non sono disposti a rimettere tutto in gioco per il timore di perdere privilegi, posizione sociale, interessi economici anche molto importanti; e per non rischiare che il paese si frantumi sotto il peso delle bombe occidentali, come è successo intorno a loro. La frattura tra la società reale ed un potere politico sempre più arroccato e dilaniato da una evidente lotta interna è sicuramente


molto profonda, ma oggi più che mai l’Iran va letto al di là degli stereotipi se non si vuole incappare in errori che possono avere conseguenze tragiche. Lei è tra i fondatori di una casa editrice, “Ponte 33”, che pubblica (unica in Italia) letteratura contemporanea tradotta dal persiano. La letteratura iraniana famosa in Europa e negli Stati Uniti è scritta in prevalenza da autori che non vivono più in Iran da anni; è così anche per quella che pubblicate? La nostra scelta è stata quella di tradurre e pubblicare scrittori contemporanei di lingua persiana, iraniani e afghani, dal momento che si tratta di una letteratura in Italia decisamente poco conosciuta. La nostra attenzione, quindi, è per chi scrive in persiano, con un occhio privilegiato per chi vive in Iran. Tra l’altro, gli scrittori “iraniani” che vivono da tempo fuori dall’Iran scrivono spesso in lingue diverse dal persiano. E raccontano spesso la loro storia di fuga ed esilio dall’Iran, l’opposizione (in particolare se donne) contro le convenienze sociali e famigliari, oppure lo straniamento che na-

sce dal vivere come profughi in un altro paese. Cosa pensa di questo genere di letteratura, il più diffuso sul mercato editoriale occidentale? L’esempio più famoso è Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi. Leggere Lolita a Teheran è un caso emblematico. È un libro interessante ma che descrive una particolare situazione del periodo immediatamente postrivoluzionario. È la riflessione di una donna, che viveva ormai da anni negli Stati Uniti e che racconta, esasperandone i tratti negativi, la propria personale esperienza, che non è stata quella di tanti altri iraniani. Fattori fondamentali per il successo del libro sono stati sicuramente il titolo, decisamente indovinato, e la macchina promozionale che è stata montata intorno, ma esso non rispecchia la realtà attuale del paese piuttosto rimanda ad un’immagine che il lettore occidentale si è già precostituito ed ama ritrovare: quella di un paese retrogrado, culturalmente represso e politicamente “irrazionale”. In Iran, il dibattito intellettuale è vivace e la scena culturale variegata, ma la potenza di quel titolo nel mistificare questa realtà è stata terribile.

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Com’è cambiata la letteratura iraniana del corso dell’ultimo secolo e cosa si scrive oggi in Iran? Per tradizione la forma letteraria privilegiata nella letteratura iraniana è sempre stata la poesia. Nel XX secolo ha iniziato a diffondersi una prosa narrativa a imitazione dei modelli occidentali e, dagli anni ’40/’50, una letteratura di impegno, volta soprattutto all’educazione delle masse. Sotto la pressione della censura e della Savak, la terribile polizia segreta dello scià, quest’ultima produzione ha assunto un carattere via via più criptico, con una scrittura sempre più ammantata di simbolismo, difficile da comprendere per molti potenziali lettori. Dopo la rivoluzione la situazione è molto cambiata. Il tasso di scolarizzazione si è alzato di molto, la letteratura di è aperta verso un pubblico più vasto. Molte più persone hanno sentito l’esigenza e hanno avuto la possibilità di scrivere, senza avere come scopo l’imitazione di un modello o fini educativi. Oggi lo scrittore non proviene esclusivamente dalla fila degli intellettuali ma può essere chiunque. Il primo romanzo che abbiamo pubblicato, “Come un uccello in volo”, è stato scritto da una donna, Fariba Vafi, proveniente da una famiglia

modesta di Tabriz, una città a nord dell’Iran, diventata scrittrice affermata dopo un’esistenza normale, trascorsa facendo i lavori più disparati prima che un suo racconto venisse notato da un critico. Il suo romanzo, che ha vinto il premio Golshiri (che può essere considerato l’equivalente del Premio Strega), racconta il viaggio interiore di una giovane donna alle prese con le normali difficoltà come madre, moglie e figlia; non è la storia di una donna che combatte contro la società, contro la famiglia e contro il marito come nel tipico modello femminile iraniano / mussulmano proposto continuamente sul nostro mercato editoriale. E poi sono cambiati anche i lettori, diffusi tra tutte le classi sociali e tra tutti i raggruppamenti di età. In Iran ci sono molte case editrici? Esiste una forte censura sulla produzione letteraria? In Iran c’è sempre stata una qualche forma di censura. Nonostante ciò, forme artistiche di grande valore si sono sviluppate all’interno dei paletti imposti. Basti pensare al cinema di Kiarostami. La stessa cosa, un po’ meno, è avvenuta nella letteratura. Negli ultimi decenni le maglie della censura si sono fatte


più strette, e i tempi per ricevere il permesso alla pubblicazione si sono allungati; molti libri rimangono accatastati per mesi negli uffici preposti al controllo. Si censura soprattutto il sesso e quello che appare come una critica contro il governo. La censura tuttavia è ondivaga, non è un sistema rigidamente organizzato; a volte passano libri che non ci si aspetterebbe che vengano pubblicati. Le case editrici sono tante; si produce molta letteratura e tantissima traduzione di testi stranieri, anche di intrattenimento, cucina, ecc. E da parecchio ormai sono sorte catene di grandi librerie (tipo le nostre Feltrinelli per intenderci) che stanno prendendo il posto delle librerie tradizionali situate in genere lungo le vie vicino alle università. Molti degli autori che pubblicate sono donne e i protagonisti dei romanzi sono spesso femminili. Sulle copertine dei vostri libri, però, non compare la solita donna velata: è una scelta grafica deliberata? Sì. La copertina tipo dei romanzi noti in occidente presenta delle donne, solitamente bellissime, velate. A volte è addirittura capitato che una stessa copertina sia sta-

ta utilizzata per più di un romanzo, magari in un diverso paese. Noi invece non scegliamo le copertine da un catalogo di immagini già pronte ma le facciamo disegnare singolarmente da un artista iraniano, un giovane grafico molto noto. È una scelta che ha molti vantaggi e ha riscosso critiche positive (il nostro ultimo libro, I fichi rossi di Mazar-e Sharif, ha addirittura avuto una recensione dedicata solo alla copertina!), ma non sempre è facile da gestire, anche solo per le tempistiche di realizzazione, che non possono essere rapidissime. Quali sono le contraddizioni e la contemporaneità vissuta da una donna oggi in Iran, al di là degli stereotipi? La vita delle donne in Iran è sicuramente migliore che in altri paesi mussulmani, come Pakistan e Afghanistan. Le donne sono sempre state protagoniste della società iraniana, non sono mai state messe sotto il tappeto come in altri paesi. Negli ultimi anni hanno acquisito molti diritti e oggi possono fare qualsiasi cosa, tranne i giudici e il presidente della repubblica, gli unici lavori ancora preclusi. L’inserimento nella società è massiccio e accettato. Diversa è invece la situazione a

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livello normativo, dove sussistono limitazioni e una seria discriminazione. In questo ambito le leggi emesse al tempo dello Scià erano decisamente più avanzate. La contraddizione principale è proprio questa: mentre la realtà sociale è più progressista oggi, e le donne sono forse gli elementi più attivi nella società, il quadro normativo-giuridico non le mette sullo stesso piano degli uomini. La lotta delle donne iraniane si è quindi focalizzata contro alcune leggi ingiuste e discriminanti e sul riconoscimento di sempre maggiori diritti; in questo senso le loro battaglie non sono molto diverse

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da quelle che abbiamo sostenuto noi per l’aborto, il divorzio ecc. Anche la questione del velo è mal posta? È assolutamente mal posta. In occidente il velo è interpretato come elemento cardine della condizione sociale di sottomissione della donna. Il velo o il chador non sono però oggi elementi che limitano la presenza delle donne nella società, e non è con o senza il velo che cambia il destino delle donne, ma grazie a quelle leggi che dicevo prima. Certamente, in nome della libertà dell’individuo, un governo non


dovrebbe imporre di indossare il velo e molti iraniani, donne e uomini, sono assolutamente contrari. Di recente, si è diffuso su Facebook un movimento che chiede l’abolizione dell’obbligatorietà del velo, ed è sostenuto sia da donne che non vorrebbero andare in giro coperte, sia da donne che lo indossano per scelta. Il tema è molto caro alle donne occidentali ma spesso è un problema esasperato dalla nostra sensibilità, dalla nostra visione del corpo femminile e non è detto che sia una priorità per le donne mussulmane che hanno ben altri problemi da affrontare.

Quali sono i progetti futuri della casa editrice? Il progetto più immediato è quello di cercare di aumentare, in tempi brevi, il nostro catalogo. Un proposito che avevamo inizialmente, quello di far uscire una collana saggistica di testi sull’Iran, forse è di difficile realizzazione; pensiamo invece di poter iniziare a pubblicare una collana di poesia contemporanea. Vorremmo cercare di raggiungere una maggiore solidità come casa editrice, all’interno di un mercato che è pur sempre di nicchia e nel quale la sopravvivenza materiale non è semplice.

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taccuin giappon

Taccuino di Gabriele Genini Presentazione di Cristina Taverna (Nuages)


no nese


ome Gabriele Genini, anch’io ho fatto un viaggio in Giappone lo scorso aprile, proprio nel periodo della fioritura dei ciliegi, come lui ho ancora gli occhi pieni del colore dei fiori e di molto altro, per questa ragione mi sento di affermare che questo quaderno di viaggio riporta subito chi ha vissuto il Giappone alle sue atmosfere, ai suoi profumi, alla sua storia e alla sua arte. Per chi non c’è stato i disegni di Genini rappresentano un immediato modo di assaporarne l’essenza. Il modo di disegnare veloce, tipico degli autori di carnet di viaggio, non troppo dettagliato, conduce il lettore attraverso poche parole e pochi segni nel cuore del Paese. Si può intuire molto attraverso qualche cenno di colore che suggerisce toni e sfumature, il suo è un modo di rappresentare un mondo senza togliere spazio alla fantasia e, in seguito, alla scoperta fatta in prima persona. Gabriele Genini deve avere un forte amore per il viaggio, per la scoperta, per lo stupore che si prova guardando cose nuove, lo si capisce proprio da questo.

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Non riempie gli occhi del lettore di troppi dettagli, di troppe informazioni. Il sue segno veloce mi fa pensare a quello di Delacroix, i suoi tocchi di colore appena accennato a certi lavori di Hugo Pratt. Anche lui, come tutti gli artisti, appartiene ad una famiglia e direi che questa è la sua, ma dalla quale si sa staccare con una propria personalità. Sfogliando le pagine del libro si intuisce, dalle diverse tecniche usa-

te, matita, inchiostro e acquerello, che molti appunti sono stati presi in diretta, dal vivo e, mi pare di capire, completati più tardi, probabilmente a fine gior- nata. Questo alternarsi della matita dal segno leggero e dell’acquerello molto diluito che fa restare le immagini sullo sfondo e dall’inchiostro che porta immediatamente i soggetti in primo piano crea un effetto molto interessante di volumi, di profondità.


In una stessa pagina si può cogliere la profondità non solo dello spazio ma anche del tempo. L’interessante caratteristica del lavoro di Gabriele Genini sul Giappone è, a mio parere, proprio quella di raccontare attraver-

so il disegno un paese dove il silenzio del passato ed il rumore del presente convivono avendo come sfondo uno scenario comune, quello della natura, arricchita in aprile dal profumo dei ciliegi in fiore.

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Gabriele Genini, 32 anni, vive fra il Ticino, Firenze e gli Appennini toscani di Pracchia. Disegnatore, incisore. Raccoglie storie di viaggio in preziosi taccuini (Giappone, isola d’Elba, Dublino). Vince premi e continua a viaggiare e disegnare. Ha fondato a Firenze l’associazione culturale 47 rosso.


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estonia biologic farm

Testo e foto di Isabella Mancini


an cal


lev è un uomo alto e magro, la voce calma e bassa. Marju ha gli occhi chiarissimi e un grande sorriso. Hanno poco più di quaranta anni e da 17 anni si dedicano alla loro fattoria. Prima vivevano sulla terra ferma, al di là dello stretto che divide il “continente”, l'Estonia, dalla grande isola, Saaremaa. Lui fino ad allora aveva fatto molti lavori, autista di ambulanze e pompiere. Lei lavorava in ospedale come infermiera. Era il 1996 e l'Estonia stava attraversando un profondo processo di rinnovamento e trasformazione dopo i lunghi anni sotto l'ombrello, politico e militare, dell'Urss: le prime elezioni indipendenti sono del settembre del 1992. Olev e Marju avevano meno di trent'anni e voglia di costruirsi un futuro sia professionale che personale, stabile e prospero. Da qui la decisione di trasferirsi in questa parte dell'Estonia completamente agricola per aprire una fattoria biologica.

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In Estonia la produzione agricola è votata al biologico e in modo particolare sull'isola di Saaremaa. Dal 2000 ad oggi il terreno organico dedicato a queste culture e all'allevamento biologico, si è ampliato di dieci volte. Una delle ragioni di questa crescita è il sostegno finanziario del governo centrale estone e dell'Unione Europea. Rimane un po' indietro, per il momento, lo sviluppo dell'industria di

trasformazione di questi prodotti: la vendita rimane per lo più diretta o tramite piccoli negozi specializzati anche se il settore si sta conquistando uno spazio sempre maggiore anche nei negozi tradizionali. Il Piano estone per l'Agricoltura Biologica e il Piano di Sviluppo Rurale 2007-2013 hanno come obiettivo l'ampliamento di colture e allevamenti biologici. “Quando l'Estonia è tornata indi-


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pendente e il mercato si è privatizzato – ci ha detto Olev di fronte a un infuso di primule e a una torta di rabarbaro - la grande distribuzione si è impossessata del settore alimentare trasformando pesantemente il modo di mangiare degli estoni e anche il modo di produrre. Fortunatamente l'attenzione alle produzioni biologiche in questo paese è sempre stato forte e già le prime associazioni di settore si sono sviluppate nei primi anni Novanta”. La fattoria di Olev e Marju è piccola, producono in scala ridotta con attenzione alle sementa locali: nel loro mulino, nuovo e di legno profumato, si macina grano e farro, di loro produzione o di fattorie vicine. Si produce anche la farina di Kama ovvero una miscela di frumento, segale, orzo e piselli che viene poi mischiata a latte cagliato o yogurt: la vera prima colazione estone. Da un paio di anni hanno aperto un caffè con negozio annesso, dove vendono dolci e biscotti prodotti con la loro farina e con i prodotti della terra: adesso è stagione di rabarbaro. Dalle bellissima finestra a vetri si può osservare il cortile mentre in una tazza l'acqua calda sulle primule secche sprigiona gli aromi di una tisana rilassante. Di primule ce ne sono 500 specie diverse: le più diffuse la vulgaris e la veriis con cui si preparano infusi e tè. Se il rabarbaro è lassativo, e se ne sconsiglia un uso smodato, di primule si può fare incetta e vengono usate per guarnire dolci e decorare panetti di burro con cui ingentilire colazioni rustiche e nutrienti.

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Alla fattoria Koplimae ultimi anni portando erano appena arrivaalla costituzione di I maialini ti due nuovi acquisti: piattaforme nazionali di Koplimae maialini di un mese. di politiche specifiSaranno un utile aiuche, consentendo to per mantenere la formazione deviva e vitale la terra prima di pro- gli agricoltori stessi, la nascita di cedere alla nuova semina. Con i punti vendita e di momenti di inloro musetti rosa dissotterreranno formazione e sensibilizzazione sul radici e rizomi e permetteranno territorio. Se consultate il sito web al terriccio di prendere aria e ri- di tutte le produzioni biologiche vitalizzarsi dopo un inverno lun- mondiali (http://www.organicghissimo: quest'anno la neve ha europe.net/estonia.html) potrete coperto l'isola da fine ottobre fino scoprire molto altro ancora sulle ad aprile. La rotazione delle col- produzioni della zona grazie al lature necessarie alla fertilizzazione voro della Fondazione delle azienper le produzioni quest'anno sarà de biologiche dell'Estonia con dunque un po' piÚ breve e fatta sede a Tartu. Qui troverete anche con leguminose, che consento- la versione in pdf di una mappa no la fissazione biologica dell'a- utilissima: la Open Organic farmzoto. Poi si procede a seminare Saare County, ovvero una cartina il grano: il seme è autoprodotto nella quale trovate segnalate le e questo permette di poter usare fattorie biologiche di Saaremaa sementa autoctone e non gene- che hanno deciso di aprire le proticamente modificate che, come prie porte al turismo responsabile quelle usate nell'agricoltura di e sostenibile per far conoscere massa, sono sterili. Un marchio come si produce e si lavora. estone e uno europeo brillano sul- Anche Olev e Marju, assieme ai le confezioni dei prodotti di agri- loro tre figli, ospitano qualche viagcoltura biologica per garantire al giatore nella loro fattoria, preparaconsumatore che il prodotto ab- no assieme biscotti di frumento, bia seguito l'iter di riconoscimen- marmellata di fragole o gelato alla to che prevede una lunga super- frutta (Koplimaetalu@gmail.com). visione. Anche l'associazionismo Tra le aziende agricole del gruppo di imprese e aziende del settore si fanno parte anche la GoodKarè particolarmente sviluppato negli maa soap farm, che organizza

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laboratori per imparare a prodursi da soli saponi biologici come facevano le nostre nonne, o la Kuru Farm di Riivo e Eha Kurgpoid, una fattoria che vanta ben 300 anni di attività e nella quale ci si può ciQuando da un mentare nella racmuretto a secco colta dei mirtilli, la fattoria Laasi, dove sbuca fuori il collo si può vedere da di uno struzzo vicino pecore e caprette e imparare a mungerle. Per chi ama i cavalli non c'è posto migliore della Tihuse Horse Farm. La Tihuse è una fattoria come quelle di una volta: tetto in paglia, basamento in pietra e costruzione in legno. Davanti alle finestre adornate di tendine bianchissime si apre una grande corte dove vengono portati i cavalli per le escursioni: quasi 300 sono i quadrupedi in possesso della fattoria in compagnia di 150 capi di bestiame. In questo posto sperduto si può pernottare fino [ 58 ] a 40 persone all'interno di alcuni cottage che portano scolpito nel legno delle porte la data di nascita: 1879. “Nessuna casa della contea ha un lago artificiale come quello di questa fattoria – mi dice Martiin Kivisoo, il proprietario, fiero rappresentante della sua impresa familiare- La sfido a costru-

irne uno altrettanto grande”. Non posso raccogliere il guanto della sfida visto che nella zona non sembrano esserci ne cottage ne tanto meno fattorie in vendita: gli acquisti passano sempre all'interno della stessa famiglia, i forestieri sono ben visti come viaggiatori ma si diffida di chi vuol venire fin qua a speculare sulle terre. Martiin mi accoglie nella caffetteria, anche ristorante, della fattoria e mi serve un bicchiere di succo di acero: “È il succo che si raccoglie dalle cortecce degli alberi, direttamente, con una cannucciami dice- è energetico, corroborante e dissetante se servito con l'aggiunta di acqua ghiacciata.” La caffetteria è un luogo magico: al centro della sala campeggia un albero, un vero albero di quercia, di fronte a un caminetto acceso. “Questa quercia simboleggia il nostro legame con la madre terra. I rami guardano al cielo e sul soffitto abbiamo voluto ridisegnare le costellazioni con le quali ci orientiamo dalla notte dei tempi per la navigazione in mare.” Con Martiin è possibile organizzare escursioni nei boschi della zona: è un esperto di antiche tradizioni. L'Isola di Mahu, a nord di Saaremaa, ha ben 82 siti sacri legati a tradizioni ancestrali. Attraverso il percorso


delle sette strade sarà così possibile sentire gli effluvi maligni della “Ghost Rock” ( si raccomanda di andarci con la coscienza pulita altrimenti si rischia di perdere il senno), chiedere aiuto alla natura per schiarire la mente dai dubbi presso la roccia Lehtmetsa, domandare benedizione se si inizia una nuova attività alla Roccia del Padre, Lalli Rock, l'unica in Muhu del genere. In quest'isola c'è un altro posto unico: la fattoria degli struzzi e dei canguri o meglio Jaanalind Farm. Questo posto è tutto quello che non ti aspetteresti di vedere in Estonia. Quando da un muretto a secco sbuca fuori il collo lungo di uno struzzo pensi di aver proprio sbagliato tutto. A rimettere in ordine le cose ci pensa Helena Erik che, assieme al marito Elmet, e alla figlia Ingrem, gestisce l'azienda a conduzione familiare e biologica. In questo caso gli animali bio non sono delle pecore o delle capre ma gli struzzi. “ Io e mio marito lavoravamo entrambi nel settore pubblico quando l'Estonia è tornata ad essere indipendenteracconta Helena di fronte a una tisana di primule nel giardino del suo caffè estivo- e ci siamo chiesti che cosa avremo potuto fare nel nostro futuro che sembrava davvero incerto. Per prima cosa ab-

biamo fatto un viaggio in Finlandia ed è lì che abbiamo visto un allevamento di struzzi e ci siamo innamorati di questi animali dagli occhi con grandi ciglia lunghe. Ecco che siamo tornati qui dove avevamo un pezzo di terra di proprietà ed abbiamo iniziato questa attività. Poi sono arrivati anche i canguri, ma solo per compagnia e per i laboratori di pet terapy”. Ebbene sì perché questa fattoria non solo produce carne di struzzo, uova, e tutto quello che da questo bipede pennuto si può ricavare, ma ci potrete trovare anche quattro canguri, due rossi, uno albino e un wallaby, alpaca, pappagalli, fagiani variopinti, conigli sproporzionatamente grassi e una zebra. “Apriamo la fattoria da metà maggio a fine settembre – dice Helena – in questo periodo apriamo a chiunque voglia venire a conoscere da vicino questi animali che sono incredibilmente dolci e affettuosi. I canguri sono stati un regalo di compleanno: adesso ne sono innamorata. E la zebra! Testarda come poche è però l'attrazione principale della fattoria. Durante l'inverno ha la sua stalla riscaldata ma da ora rimane nel suo recinto all'aperto.” Si esce da Janaalind con un sorriso ebete stampato in faccia per lo stupore

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di aver trovato un posto del genere quassù. Ecco che può essere un'idea fermarsi a mangiare qualche prodotto locale nel bellissimo ristorante della fattoria Vanatoa, l'unico della zona abbastanza grande da ospitare matrimoni e feste familiari. Il cuoco è un ragazzo giovane, di meno di trenta anni, alto e padre di un bambino di pochi anni. “Sono rientrato a Mahu da poco tempo, prima ho viaggiato soprattutto nel nord, Finlandia e Norvegia, ho lavorato in moltissimi ristoranti. Qui ho riscoperto i profumi della mia tradizione cercando anche di rivisitarli. In cucina usiamo ortaggi della zona, il pesce è sempre fresco e la carne è di aziende locali. L'unica cosa per cui ho un po' di difficoltà nel reperirla è la carne di bovino: le fattorie della zona hanno tutte pochi capi che preferiscono vendere ai grossi rivenditori e noi riusciamo ad averne sempre pochi chili.” Sul tavolo del grande ristorante campeggia un piatto di aringhe e pomodorini: “È una ricetta che ho rivisitato: la

parte più difficile è pulire il pesce da crudo. Una volta aperti due pesciolini, tolte le lische e la spina, si spalma al centro un formaggio cremoso e si aggiungono un po' di erbette di stagione. Si impana tutto e poi si frigge. Servite caldissime, accompagnate da verdure fresche sono insuperabili. Da un po' di tempo stiamo sperimentando anche modi nuovi per servire la classica farina di kama come dessert realizzando una mousse di frutta e yogurt.” La campagna che circonda il villaggio di pescatori di Koguva è un posto fuori dal tempo. Alcuni mulini a vento, usati per produrre la farina, rimangono abbandonati a interrompere la linea dell'orizzonte, altri sono stati recuperati e fanno parte di un percorso storico. Seguire le tracce delle produzioni biologiche in questa parte d'Europa sembra non essere difficile: i prodotti sono contraddistinti dal marchio ÖKO e molte indicazioni sulle fattorie le trovate anche sul sito www.saaremahe.ee.

Isabella Mancini. Fiorentina di nascita e blogger di vocazione. Inizia a collaborare con testate giornalistiche locali a 18 anni e diventa giornalista professionista nel 2006. Curiosa, appassionata, auto-ironica, ama gli esseri viventi e l'arte, la fotografia e l'etnobotanica.


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L’ombra dei Lakota

Testo e foto di Federico Borella


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l popolo Lakota mi è apparso lacerato. Nella riserva convivono coloro che hanno scelto di vivere dimenticando le loro tradizioni e chi, invece, crede ancora nella Sacra Aquila e nella Danza del Sole. Questi ultimi rifiutano tutto quanto arriva da quello che considerano il mondo occidentale. Sono una minoranza. Svaniranno. Scompariranno. Temo che l’anima più profonda dei Lakota sia destinata a sparire per sempre. (Federico Borella)

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Nella riserva Sioux di pine ridge in south dakota la maggior parte della popolazione è senza lavoro e la percentuale di suicidi è la più alta di tutto l'emisfero occidentale e riguarda in particolare i giovani. Alcol e diabete sono considerate le maggiori cause di morte e spesso queste malattie vengono curate in strutture fatiscenti. Il reddito pro capite è di circa 7000 dollari all'anno, meno di un sesto della media nazionale e l'aspettativa di vita è di 50 anni. Quest'anno, una speciale commissione delle nazioni unite ha decretato che gli stati uniti dovrebbero restituire ai Sioux le black hills e il monte rushmore, perché altrimenti, senza la loro terra sacra, i nativi rischiano di scomparire. Washington si è offerta di pagare un risarcimento al posto della restituzione delle terre, ma i sioux hanno sempre rifiutato, reclamando ciò che gli appartiene di diritto come garantito da un trattato con gli usa di fine 1800. In questa riserva ci sono luoghi come wounded knee, teatro del brutale massacro, hanno vissuto capi leggendari come nuvola rossa, toro seduto e cavallo pazzo, e anche se Barak Obama si è impegnato molto per questo popolo, la vera difficoltà è rappresentata dalla parte repubblicana che non vuole cedere parte del patrimonio nazionale. Come ultima beffa, la popolazione lakota rischia di vedere all'asta il loro territorio più simbolico, quella wounded knee teatro del massacro perpetrato dall'esercito statunitense, durante le sanguinose lotte di conquista. Un appello a Barak Obama perchè non succeda è già stato inoltrato.


Federico Borella ha passato buona parte dell’infanzia in Africa dove eredita dai genitori la passione del viaggio e della fotografia. Dopo il trasferimento in Italia, una laurea in lettere classiche ed un master in fotogiornalismo alla John Kaverdash di Milano questo giovane fotoreporter (classe 1983) collabora adesso con il quotidiano laRepubblica e con i maggiori settimanali del gruppo Espresso. Ha pubblicato per Time Magazine, Corriere della Sera, QN, Panorama, Espresso, National Geographic USA. Specializzato nel reportage sociale e geografico, ha come intento primario quello di mostrare ciò che vede, sente e vive per far appassionare lo spettatore alle diverse storie che racconta. [ federicoborella.photoshelter.com ]

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Un padre di famiglia posa nella sua abitazione, la predominanza delle diverse chiese cattoliche e non anche nelle riserve è fortissima.


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Una fiera indiana, chiamata pow wow, è uno degli ultimi segni di tradizione sioux, i giovani si vestono con i costumi tradizionali e si lanciano in danze e giochi vecchi di secoli.

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Un giovane sundancer brucia salvia bianca per allontanare gli spiriti malvagi. Sul suo petto i segni della sacra cerimonia della danza del sole, a cui pochissimi bianchi possono partecipare (ma non fare foto)e solo su invito. I giovani si appendono ad alcune corde infilandosi pezzi di legno nella carne del petto.

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L'interno di un ranch indiano, questo popolo è particolarmente attaccato al cavallo, animale sacro.

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Una signora anziana compie gesti propizi all'interno della sua abitazione

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Il sopralluogo della proprietaria di casa, che si aggira tra i resti della sua abitazione oramai utilizzata dai giovani del posto come luogo per bere e fumare.

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Una coppia di giovani siede in macchina e fuma sigarette.

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una fot [o] una storia

Due luglio, Fra Siena e

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Due luglio. Due città che vogliono impazzire di gioia e adrenalina. Due città lontane: Siena e Matera. Lo dico subito: ce ne sarebbe una terza. In Sicilia. Enna. Che quel giorno celebra, con follie e secondo un confuso calendario religioso, la festa patronale della Madonna della Visitazione. Ma in Toscana e in Lucania due città perdono veramente la testa regalandosi il due luglio come un dono che vale un intero anno. A Siena, nella conca a forma di conchiglia di piazza del Campo, si corre il Palio. È l’esplosione di un vulcano. I senesi non ammettono dubbi: la corsa dei cavalli, nel poligono irregolare di quella piazza, è ansia vitale. I fantini sono eroi, la bellezza è una frenesia, le lacrime sono pianti di gioia e disperazione. A Matera, nello stesso giorno, nelle stesse ore, si sussegue un tumulto di processioni mentre cavalli murgesi fendono una folla in festa e alla fine un carro di cartapesta trasporta la Madonna della Bruna

verso la Cattedrale che domina i Sassi. Il Palio e la Bruna sono l’Italia più bella. Sono tradizione, modernità, identità, creolizzazione, rito pagano e religioso. Guardate i giovani che tifano per i fantini o che sentono crescere l’adrenalina di quel carro che risale le pietre bianche, le chianche, fino alla sua distruzione. Sì, questo accade nel Piano di Matera: il carro, ricondotta la Madonna nella chiesa, cammina verso la folla che lo aspetta per farlo a pezzi. È un violentissimo e pacifico rito sacrificale. Nello stesso tempo i ragazzi di piazza del Campo gridano i loro incoraggiamenti ai cavalli che, a briglia sciolta, galoppano verso il traguardo. Le due città, nella notte del due luglio, si godono la stanchezza dell’ebbrezza. Si addormentano sulle pietre, nelle braccia dei monumenti, sui gradini delle chiese. Il due luglio, in questa Italia così strana, in queste due città così lontane, Siena e Matera, è felicità.


Paolo Barni. Fotografo pigramente e con alterne vicende da oltre trent'anni, per lavoro e per passione. I miei soggetti preferiti sono le persone. Vivo in Provincia di Firenze, a San Casciano in Val di Pesa. Terra del Chianti.

, e Matera FOTO PP. 84-87

Due fotografi, il toscano Paolo Barni, e il materano Antonio Sansone, da anni seguono con passione e attenzione il Palio e la Festa della Bruna. In realtà, non conoscendosi e ignorando tutto uno dell’altro, fanno lo stesso lavoro.

Fotografano una stessa Italia. Antonio a colori, Paolo in bianco e nero. A noi verrebbe voglia di confondere le immagini della gente che si accalca attorno alle due feste e lasciarvi solo a capire in quale delle due città ci si trovi.

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Antonio Sansone, 45 anni, da sempre incantato dalla fotografia. Il reportage è il mio modo di intenderla, raccontando l'attimo senza interferire per renderlo per quello che realmente è. Difficile, ma ci provo.


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perché yuri e m di Andrea Semplici Succede questo: un nostro redattore, Yuri Materassi, un giovane fotografo fiorentino, va a Guca, il più celebre e famigerato fra i festival musicali dei Balcani, un’orgia di ottoni e birra nella Serbia profonda. Vi passa una settimana con il cuore squassato dai barriti delle trombe. Torna con le sue foto. Dalle sue parole esce ancora l’eccitazione di giorni e giorni d’ebbrezza. Facciamo leggere quello che ha scritto a Mario Boccia, un fotografo romano che ha conosciuto i Balcani negli anni della sua tragedia e non è stato più capace di staccarsene. Troppo l’orrore che ha visto, troppo l’amore per la gente di quelle terre. Mario si

scandalizza per Guca. Per lui è questo il mondo del più feroce e ottuso nazionalismo serbo. Qui sta una delle radici su cui appiccare i fuochi dell’odio. Mario e Yuri discutono. Animatamente. E noi di Erodoto108 decidiamo di far raccontare, da due punti di vista opposti, il suono che esce dalle trombe di Guca. Sono parole e immagini contrapposte. Le foto di Mario sono celebri. La sua mostra gira l’Italia e i Balcani. Ci dicono dei nazionalismi che hanno insanguinato quelle terre. Le foto di Yuri dicono dei suoi giorni di festa a Guca. Ci piacerebbe continuare, nei prossimi numeri, ad avere sguardi contrapposti sul mondo e sui mondi.


ĂŠ mario


Bum bum gli otto kalashn

Testo e foto di Yuri Materassi


m bum oni e il nikov


igani! Juris…!!!, Tutte le volte che attaccano a suonare la canzone kalashnikov, mi volto all’improvviso. Mi illudo che mi stiano chiamando. Gli ottoni cominciano a inseguire i tamburi: ‘Bum bum bum bum bum’. La strada si riempie nuovamente di gente che balla e canta. Ogni tanto, un urlo. È quello del prescelto. Il suono della tromba entra amplificato a pochi centimetri dal suo orecchio, gli attraversa il cervello e riesce sottoforma di grido dalla sua bocca. E la stessa scena si ripete cento metri dopo. Un’altra volta. E poi un’altra ancora. Ininterrottamente. Per tutta la settimana. Questo è il Festival degli Ottoni dei Balcani. Guca, paese della Serbia profonda, si trasforma in un caos sonoro perfetto, festa di musica frenetica. Giorno e notte, le trombe non smettono mai di suonare. In pieno giorno, uomini e donne dormono distesi nei giardini pubblici, qualcuno si rinfresca nel torrente, trasformato in fogna a cielo aperto, tanto è pieno di immondizia. Altri ballano, cantano, mangiano, bevono birra

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Jelen. Non a caso, la birra più celebre dei Balcani è uno degli sponsor di questa immensa festa di popolo e trombe. I tempi cambiano: il festival della musica dei serbi sta diventando un evento internazionale. Ma Guca sa ancora difendersi. Gli spiedi dei maialini continuano a girare sulle braci roventi. La birra non finisce mai. L’orgoglio serbo è una sferzata elettrica e guerriera. Sulla bancarelle sono distese magliette

con le facce dei criminali di guerra. Giovani dai muscoli forti vanno in giro con bandiere della ‘Grande Serbia’. Ma la musica è signora incontrastata di questo mondo. Ecco i suoni celebri di Kusturica e Goran Bregovic. Le trombe sono un’orchestra, si rincorrono, si intrecciano. Il suono diventa aria, vento, soffio, fracasso. I musicisti si inseguono l’un con l’altro. Allungano


mani, cappelli e strumenti verso i turisti: vogliono denaro, ricompensa per la loro musica. Le bande si disperdono per le strade di Guca. Si formano e si sciolgono capannelli di gente, cerchi di musica, balli e urla, fino a quando la banda non cede alla fatica. Bisogna riprendere fiato prima di incamminarsi verso lo stadio del calcio. Là vi è l’appuntamento del tramonto. Sul prato è stato montato il grande palco dove avverranno le sfide e le competizio-

ni fra le bande. È una gara a barriti destinata a durare una settimana. Ogni notte le ore non bastano mai. Gli ubriachi reggono al sonno fino a quando non crollano a terra. È un miracolo che, alle prime luci dell’alba, appaia un uomo con una scopa in mano. Solitario, lui prova a ripulire gli scarti della notte. Poi anche quest’uomo si ferma. Il sole fa appena in tempo a sistemarsi nel cielo che una musica zingara pretende il suo palcoscenico.

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Yuri Materassi ha ricevuto riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale per le sue fotografie. Nella vita fa l’assicuratore, ma la fotografia ed il viaggio sono la sua vera passione. A lui dobbiamo già una copertina e numerosi reportage. www.yurimaterassi.it


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Nemmen un caffe con Kust

Testo e foto di Mario Boccia


no e turica


ra esagero: Guca mi fa orrore. Pensate in quanti modi diversi si può vedere la stessa cosa. Dal 1991 in poi, non posso più amare quel festival di ottoni. E come se la musica fosse scivolata in secondo piano. Non riesco ad ascoltare il rincorrersi delle note, se vedo bandiere cetniche e facce di criminali di guerra sulle magliette. È parte del folklore? No. È un imbroglio che merita un boicottaggio (personale): non vado a Guca, perché ci si radunano troppi fanatici nazionalisti serbi. Negli anni di guerra, cercavo di vedere le cose con gli occhi di un sarajevese a Belgrado e di un belgradese a Sarajevo. Non per mantenere le distanze, ma come buona pratica per proteggere lo spirito critico. Camminando, mi sono accorto che le persone ragionevoli erano in sintonia tra loro, sia che fossero di Belgrado, Zagabria o Sarajevo. Erano i miei occhiali ad essere appannati. Mantenere le distanze è impossibile.

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Se andassi a Guca oggi, ci andrei da vegetariano, astemio, gay, ateo, comunista, bosniaco, kosovaro e con la pelle nera. Sarebbe un soggiorno difficile. Incontrerei molti turisti. Entusiasti a prescindere. Sanno di trovarsi in Serbia e si sentono immersi nello “spirito serbo”. Hanno in testa un paio di film di Kusturica (colonna sonora inclusa) e si compiacciono di riconoscerne le tracce in giro. Ku-

sturica è un grande regista, ma per com’è oggi, non lo inviterei a casa nemmeno per un caffè. Vent’anni fa sarebbe stato diverso, ma le persone cambiano e la guerra lascia macerie. Emir è un calcinaccio di una bella casa distrutta di Sarajevo. Il successo ha trasformato Guca. Me lo spiegava anni fa Boban Markovic, tromba magica che quel festival ha vinto più di tutti. Ma il bu-


siness è business e lo Se infatti non si dimenticassero, come spettacolo va avanti. Il successo potrebbero ripetersi? Solo non ditegli che ha trasformato è musica serba, perPer fortuna, i Balcani ché potrebbe avere Guca. sono una meravigliouno scatto d’orgoglio sa terra di mescolanrom. Ospite d’onore è spesso Goran Bregovic, straor- ze e la rivendicazione della purezza dinario collezionista e arrangiatore etnica è sempre un bluff evidente. di musiche balcaniche, che riesce Anche a Guca, di serbo-puro c’è a rendere fruibili per il grande pub- poco. La maggior parte dei musicisti, sono rom (come Markovic) e blico d’oriente e d’occidente. orgogliosi di esserlo; e zigana e miC’è ancora buona musica a Guca? sta è la loro musica. Goran BregoCerto che si. Non è questo in di- vic è bosniaco (nato a Sarajevo, da scussione, ma il contesto e lo stato padre croato e madre serba). And’animo di chi ascolta. È possibile che Emir Kusturica è nato a Sarajecommuoversi a Srebrenica, e non vo, da famiglie di origini musulmaprovare imbarazzo a scherzare con ne. Nel 2005 si è battezzato con chi indossa una maglietta con la fac- il nome di Nemanja, quindi oggi è cia di Mladic? Non ci riesco. Mi bloc- un bosniaco che ha scelto di esseco su quei simboli di morte, gli stes- re serbo. Forse scegliere il nome di si ostentati da assassini ai quali, in un santo, principe e guerriero (Steguerra, ho dovuto stringere la mano. fano Nemanja 1117-1199) padre Forse bisognerebbe dimenticare, fondatore della nazione serba è un per vivere tranquilli. Ma questo non po’ eccessivo, ma sono affari suoi. ci salverebbe dal rischio del ricorso Ognuno è libero di scegliersi un’istorico. Ivo Andric* da “il ponte sul- dentità (e io di non offrirgli il caffè). la Drina”: E la birra? La Jelen di Apatin, che Ciò non potrà mai essere detto, sponsorizza il festival, è stata acquiperché chi contempla simili eventi sita dalla AB-InBev (multinazionale e ad essi sopravvive, ammutolisce, belga-brasiliana, leader mondiale e i morti, dal canto loro, non posso- della birra), e la sua concorrente no parlare. Queste sono cose che ”Lav” di Celarevo, è proprietà del non si dicono ma si dimenticano. gruppo Carlsberg (danese).

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Rimangono le facce dei criminali di guerra sulle magliette e i gadget per turisti. Ma per i miei amici serbi quelli sono assassini, non patrioti. Non è giusto pensare che questi personaggi siano “più serbi” dei membri del Circolo di Belgrado. La rozzezza non identifica la nazionalità, la banalizza. E poi neanche Karadzic è serbo, perché è nato a Petnjica, in Montenegro. È un bugiardo (anche se non è il suo difetto peggiore). La purezza etnica è un imbroglio e il nazionalismo una malattia mentale. Tornerò a Guca, quando sarà passata. Per ora preferisco ascoltare cd.

* E Ivo Andric, cos’è? Nasce a Travnik nel 1892, da padre Antun e madre Katarina, residenti a Sarajevo; studia e lavora a Zagabria, Cracovia e Belgrado; vince il Nobel per la letteratura, scrivendo un roman-

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zo in una lingua che non si può più nominare (il “serbo-croato”). Siamo sicuri che la Jugoslavia fosse un’invenzione di Tito? Post scriptum: se c’è uno strumento considerato serbo per antonomasia, è la gusla, suonata con un archetto, che accompagnava le nenie delle tradizioni epiche balcaniche. Privi di senso del ridicolo, nuovi cantori nazionalisti hanno composto nenie dedicate a Karadzic e Mladic. Cito la gusla perché nemmeno questo strumento a una (o due o più) corde può essere definito “etnicamente puro”. Storici e musicologi croati della Lika ne rivendicano la primogenitura, come del resto anche gli albanesi del nord. Che sia suonata da un serbo, da un croato o da un albanese, serviva per cantare gesta di eroi guerrieri. L’effetto micidiale per l’orecchio è lo stesso.

Mario Boccia è fotografo e giornalista. Ha realizzato preziose mostre sui Balcani: Slavi del Sud, Souvenir from Jugoslavija, Kosovo la pace oscura. Nel 2002 ha esposto a Sarajevo, Roma e Salerno «che ci perdoni l'erba...» (dedicata al poeta Izet Sarajlic). Dal 2008 al 2010 ha esposto a Belgrado e in 18 città in Serbia Storie straordinarie di vite invisibili (disabilità e diritti umani). Dal 2012 espone L'imbroglio etnico (foto dal 1991 al 2008 a sostegno della Cooperativa INSIEME di Bratunac). Con Andrea Semplici ha pubblicato nel 2011: Viaggio in Erzegovina - storie di cibi e contadini (BuyBook-Oxfam)


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gli avvo di yaZD di Valentina Cabiale

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I cimiteri non sono scontati né necessari. Sono una scelta. In Iran, a Yazd, città del deserto, sopravvive la principale comunità di zoroastriani. Sono circa sessantamila, in un paese a larga maggioranza mussulmano sciita. Gli zoroastriani credono che la terra, il fuoco e l’acqua siano sacri e non possano essere contaminati da un cadavere. Non si poteva, quindi, seppellire né cremare. I cadaveri venivano lasciati in cima a delle torri alla mercé di avvoltoi e intemperie, finché non si riducevano ad ossa. Nel 1934 Robert Byron incontrò nelle vicinanze di Yazd un corteo funebre: vide i portatori, con turbanti e lunghe giacche bianche, che trasportavano su una lettiga, verso una “torre del silenzio” (dakhmeh), un defunto coperto da un lenzuolo bianco. Una trentina di anni dopo

la moglie dell’ultimo shah, Farah Diba, sorvolando con l’elicottero Yazd rimase scioccata alla vista dei cadaveri semi-decomposti e divorati dagli avvoltoi. La pratica funeraria venne impedita e gli zoroastriani furono obbligati a costruirsi un cimitero: a Yazd si trova ai piedi delle rupi, con file ordinate di lapidi bianche. Oggi chi vi arriva al tramonto vede ergersi colline rocciose rossastre e spigolose e non capisce dove finisca la roccia e cominci la torre. Tutta l’area è recintata, come congelata dopo l’ultimo funerale. Distribuiti nella piana deserta, rimangono gli edifici che svolgevano funzioni correlate ai riti funebri: templi del fuoco cruciformi, cisterne, cucine, foresterie. Alcuni sono stati restaurati di recente e hanno quell’aspetto ambiguo tra il rudere e l’edificio in


oltoi corso di costruzione, abbandonato a metà opera, con i graffiti sulle pareti di chi va in gita domenicale e incide il proprio nome con la data. Dei ragazzini in moto fanno a gara sui sentieri pietrosi, fino alle torri e poi giù a capocollo, e rendono difficile immaginare un corteo di necrofori imbiancati su per la salita.

Nessun parente poteva accompagnare il morto. Le ossa erano gettate nel pozzo circolare al centro della torre, oggi interrato. Nessuna conservazione dei resti. Il corpo è come una scatola, come una casa che viene abbandonata e lentamente crolla. Rimane solo, dopo un po’, da spazzar via le macerie.

Valentina Cabiale, archeologa, 31 anni. Laureata in Lettere all’ombra dei murazzi del Po torinese, specializzata in archeologia medievale sulle spallette dell’Arno fiorentino: ha bisogno di fiumi nelle città in cui studia, ma non ha mai fatto un buco nell’acqua. Ha scavato se non dal Manzanarre al Reno, da Chieri a Samarcanda, senza perdere la grazia che la contraddistingue. Nella sua valigia, sempre pronta per nuovi viaggi, trovano posto vestiti comodi, reflex e libri in parti variabili.


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A Lalibe si dovre andare a piedi… Come i pellegrini che, ogni anno, camminano per mesi per raggiungere, nel cuore d’Etiopia, la Gerusalemme d’Africa

Testo di Carla Reschia Foto di Andrea Semplici


ela ebbe e ‌


Lalibela si dovrebbe arrivare all'alba. A piedi. Dopo mesi di cammino. Come i pellegrini vestiti di bianco che abbiamo superato a frotte lungo la strada, sporcando i loro shamma candidi con le nuvole di polvere rossastra sollevate dalla nostra jeep. Ma non abbiamo abbastanza tempo, nè abbastanza fede per un simile viaggio. Undici ore e 642 chilometri di sterrati, polvere e scossoni da Addis Abeba sembrano già tanto ai noi curiosi della Gerusalemme d'Africa. Oggi noi siamo fortunati: fino al 1997, ricordano, la strada era praticabile solo nella stagione secca. Era, ed è ancor oggi, un viaggio iniziatico verso il luogo remoto, perso sull'altopiano etiope a quasi tremila metri d'altezza. Qui, nel XII secolo, un re leggendario, Gebre Mesqel Lalibela, diede vita al suo sogno: una cittadella della fede, testimonianza della volontà dei più antichi cristiani del mondo di resistere all'incalzare dell'Islam.

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Lalibela fu scavata interamente nella roccia, a somiglianza non della Gerusalemme terrena, lontana, irraggiungibile, appena sottratta alla cristianità dal Saladino, ma di quella celeste, ammirata da Gebre in Paradiso mentre giaceva tra la vita e morte dopo che il fratello maggiore, Harbay, erede al trono, aveva tentato di avvelenarlo. Geloso, comprensibilmente, di un neonato che le api, sacre agli

etiopi, alla nascita avevano avvolto amorevolmente in uno sciame. Da lì quel suo nome musicale, dolce e vischioso come il miele che in ge’ez, l'antica lingua sacerdotale del più vasto altopiano d’Africa che risuona ancora nelle liturgie. Lalibela vuol dire "le api riconoscono la sua sovranità". Arriviamo nella città più sacra dell’Etiopia che è notte, guidati dalle luci artificiali e moleste


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che sormontano gli il luogo, in questa orribili tetti bianchi vigilia di Natale, apFra i fianchi di plexiglass eretti partiene ancora intedelle colline di dall'Unesco a proteramente ai pellegrini ginepri e ulivi. zione delle chiese. È che, laceri, sfiniti e il prezzo da pagare radiosi, si stipano per esser patrimonio nelle chiese, memondiale dell'umanità: le undici scolandosi quieti, senza spinte e chiese scavate nel friabile gress senza liti, accucciandosi tranquilli vulcanico, prive di pietre, legna- sui gelidi pavimenti di pietra come o muratura a sostenerle, sono perti qua e là da stuoie lacere. corpi fragili, soggetti all'usura del Veglieranno pazienti fino all'alba e tempo. Richiedono protezione oltre fra canti e preghiere, digiuni perché da quando sono state ed esposti al freddo intenso della promosse a monumenti non pos- notte come al caldo da ovile gesono più assecondare la loro na- nerato dalla folla assiepata, semitura e dissolversi in pace. soffocati dalle esalazioni acri del I fedeli sembrano non bada- sudore e dell'incenso, storditi dal re a questi tendoni da fiera che fumo delle candele e dal salmopaiono astronavi e aggirano con diare ipnotico dei sacerdoti. Poi, disinvoltura i pesanti pali in ac- dopo i giorni della festa, riprenciaio che li sostengono; posso deranno pazienti la via di casa. È solo fantasticare su come potes- una fede senza fretta la loro, già se essere suggestivo arrivare qui avviata all’eternità. quando le chiese, come un miraA Bet Medhane Alem, ‘Il Salcolo, si aprivano davanti all'im- vatore del mondo’, la chiesa più provviso fra i fianchi delle colline grande del gruppo principale, coperte di ginepri e ulivi. forse la più bella con il suo increEppure nemmeno il turismo, dibile colonnato, i devoti aspettanemmeno gli aggressivi tour tut- no, nella penombra, ore e ore in to compreso che ormai sbarcano fila per inginocchiarsi almeno per gruppi su gruppi di turisti, grazie qualche minuto nelle tombe dei all'aereo che da una quindicina patriarchi, simbolici sepolcri vuod'anni ha resa questa meta ac- ti, scavati nella roccia, dedicati ad cessibile a tutti, potranno mai ro- Abramo, Isacco e Giacobbe. Ci vinare del tutto Lalibela. Perché passerebbero volentieri la notte


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così, genuflessi, il viso contro la pietra polverosa e fredda, se gli altri non incalzassero. Tutti si accalcano per baciare con devozione la croce offerta quasi con negligenza da un prete sgargiante di ori e di tessuti preziosi. Sacro e ricchezza sono appaiati così come povertà e fede in questo angolo di Medioevo dove nemmeno il calendario obbedisce alle regole che conosciamo in Europa. QueLe chiese, nella sta notte, vigilia dellingua amarica, la Natività, avviene due settimane dopo si chiamano tutte il Natale dei cattolici. BET, casa. Qui, in Etiopia, siamo già al 6 gennaio. La chiesa ortodossa d’Etiopia segue un antico calendario lunare che fa slittare in avanti tutta la teoria di feste natalizie: Timkat, l'epifania, cade il 19 di gennaio. Genna, Natale, è due settimane prima. Il 7 di gennaio. Noi siamo arrivati alla vigilia, la grande notte [ 138 ] della nascita di Gesù. E, in Etiopia, nemmeno gli anni sono simili ai nostri: qui si ‘ringiovanisce’ di sette anni e centotredici giorni. Nemmeno l'ora corrisponde, perché il giorno non comincia dopo la mezzanotte, ma al sorgere del sole. E questo è giusto, alla fine.

Il Natale vero, quello di Palestina, mi dico vagabondando per le strade fiancheggiate da capanne di paglia, dev'essere simile a quanto i miei occhi stanno vedendo a Lalibela: uno scenario popolato di pastori e di mendicanti orgogliosi che chiedono la carità senza prepotenza e senza timidezza, perché dividere i doni del Signore con chi ha meno è normale e doveroso. E qui sulle colline affollate di mantelli bianchi siamo tutti pellegrini, autorizzati a dividere la focaccia acida e le verdure speziate distribuite nelle rudimentali cucine da campo, avviati a dormire nei campi, avvolti nel mantello, come duemila anni fa. Vietato soffrire di claustrofobia se ci si vuole addentrare nel dedalo di gallerie, passaggi e cunicoli che collegano tra loro gli edifici. Formano una geografia insieme aliena e ricca di reminiscenze familiari, un percorso straniante dove il paesaggio e i nomi non si assomigliano. Il fiume, un rigagnolo che scorre a malapena visibile in uno scavo titanico che taglia in due la montagna, è il Giordano, le chiese che nella lingua amarica, parente stretta dell'ebraico e dell'arabo, si chiamano tutte Bet, casa, sono


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dedicate a Mariam, Maria, alla parola, il custode si fida, alza una Selassiè, la Trinità, ai santi locali. tenda lercia, ti dà il benvenuto e Il loro nomi formano una cantilena ti aiuta versandoti generose secdevota, incomprensibile e musi- chiate d'acqua gelida sul capo. cale: Medhame Alèm, Bèt Mari- Non dappertutto è così: alla tomàm, Bèt Danaghèl, Bet Golgotà, ba di re Lalibela, nella cappella Bet Debrè Sina, Bet Ghiorghis, dedicata a Hailè Selassié e cioè Bet Emanuel, Bet Markorios, Bet alla Santissima Trinità, dove sono Abba Libanos, Gaammessi soltanto briè Rafael. Tutte gli uomini, la sorveIl prodigio, fondate da Lalibela glianza è attenta. Da e tutte costruite di un misterioso edifiqui, è merce giorno dagli uomini cio circolare, Beta quotidiana. e di notte dagli anLehem, ‘la Casa di geli. Gli storici che Bethlehem’, parte pedantemente cercano di indi- uno stretto corridoio che sparisce viduarvi stili ed epoche diversi sottoterra. Mi ci addentro insiee citano relazioni su maestran- me a una folla di uomini e donne. ze fatte arrivare dall'Egitto non Pessima scelta: è uno dei tunnel godono di grande popolarità né più lunghi e tortuosi del complescredito a Lalibela. Le guide sorri- so e, appena perso di vista l'indono incredule, mostrando con la gresso, svanisce ogni riferimento mano gli spazi scavati alla mon- sensoriale. Lo spazio perde la tagna: quante decine di migliaia sua dimensione, potrebbe essedi uomini ci sarebbero voluti per re immenso come minuscolo, nel fare questo? E quanto tempo ci buio assoluto echeggia un canto avrebbero impiegato? sommesso, arcano, frammisto a Il prodigio, qui, è merce quo- mormorii. Si procede così, mano tidiana. Nei cortili ci sono vasche nella mano, in fila indiana, come di acqua miracolosa, lungo le ciechi, tastando ogni tanto le papareti sono scavate nicchie per reti umide. È un tempo sospeso, attirare le api e convincerle a pro- che ritrova il suo ritmo solo quandurre il loro miele curativo, piccoli do all’improvviso il cunicolo, con antri nascondono fonti purificatri- una breve scalinata verticale, rici a cui ci si può bagnare, pur- affiora nella chiesa di Bet Merkoché si sia a digiuno. Ma basta la rios. Tornando all'aperto il sollievo

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è tangibile: la folla ride, le donne lanciano lo zagharid, l'acutissimo urlo di esultanza e di festa di tutti i Paesi arabi e maghrebini, un lalala velocissimo e impossibile da imitare. Dalle tenebre alla luce, dall'oscurità all'illuminazione: questo è più di un cunicolo, è un percorso iniziatico. L'alba, annunciata da una lama di luce improvvisa tra i

monti e da un soffio di vento, è salutata da altre preghiere e da nuovi canti. Segna l'inizio della cerimonia solenne del mattino di Natale. I sacerdoti raccolti a gruppi sotto i grandi e fastosi ombrelli cerimoniali invitano i fedeli a gioire perché Gesù è nato. Come dubitarne, nella terra che custodisce la perduta Arca dell'Alleanza?

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Carla Reschia. Giornalista della Stampa. Si occupa di esteri, cultura e diritti umani. Viaggia ogni volta che può. Legge molto. Adora dormire, le 'relazioni complicate', i bassotti, il cibo indiano e il sushi. Con Stefanella Campana, ha scritto 'Quando l'orrore è donna. Torturatrici e kamikaze. Vittime o nuove emancipate?' (Editori Riuniti).


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Venti anni dopo di Andrea Semplici

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Sono arrivato a Lalibela venti anni fa. Allora erano necessari tre giorni di viaggio da Addis Abeba. Chi sceglieva l’aereo provava il brivido di una malmessa air-strip in terra battuta, impraticabile durante la stagione delle piogge. Il check-in avveniva all’ombra di una grande acacia. L’albero è ancora lì. Non è stato tagliato, quasi un omaggio alla sua generosità, durante i lavori di costruzione del nuovo aeroporto della città sacra. Ma oggi l’asfalto raggiunge le basiliche rupestri di Lalibela. Questo viaggio non è più un’avventura. I pellegrini continuano a camminare. E non sono soli: vivaddio, ci sono agenzie che offrono trekking in loro compagnia. Modernità dell’andare a piedi. Lalibela è un frammento del potere economico della chiesa ortodossa

d’Etiopia. Possiede alberghi, detta le regole delle visite, impone prezzi altissimi per l’ingresso, obbliga a servirsi di guide organizzate su turni a rotazione. La modernità di Lalibela è nei nuovi alberghi (investimenti della diaspora etiopica negli Stati Uniti), ma è anche nelle parole di inglese farfugliate dai preti-guardiani. Si è lavorato alla formazione dei preti. Conosco Tesfa, custode da sempre e figlio di custodi, di Bet Maryam, una delle chiese più sacre della Gerusalemme d’Africa. Oggi, quando i turisti tirano fuori le loro macchine fotografiche, Tesfa inforca scurissimi occhiali da sole (lo fanno tutti i preti). Non vuole essere accecato dai flash mentre esibisce, con qualche noia, le grandi croci conservate nella chiesa. Nelle pieghe della


sua tunica, ingrigita dagli anni, si nasconde un cellulare made in China che, al solito, suona nei momenti più importuni. I turisti degli anni dopo il 2000 non noteranno un’assenza. Venti anni fa, le grotte che si aprivano nelle trincee delle grandi chiese rupestri erano il rifugio di eremiti laceri e ossuti. Sporgevano verso lo strano popolo dei turisti mani rinsecchite come se fossero rami morti dall’inverno. Era un’umanità rannicchiata:

avevano occhi che non vedevano, carni piagate e maleodoranti, ossa da marionette spezzate. Aspettavano di morire, gli eremiti di Lalibela. La modernità del turismo li ha cacciati. Le grotte, oggi, sono vuote. Non so dove siano andati, ma qualcuno ha deciso che non erano uno spettacolo da guardare. E poi: che senso poteva avere fare gli eremiti fra centinaia di persone che invadevano, ogni giorno, quei luoghi un tempo solitari.

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Avrei dormito lì, ci stavo così

Firenze, la sulla Luna

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Firenze, via della Luna. Dalle parti di piazza Beccaria, appena fuori i viali. Nel cortile un grande affresco murale, una maestosa paulonia, vasi di fiori. La porta è aperta e tre signore discutono animatamente. Di politica! Non è la sede di un partito e nemmeno un circolo culturale, siamo nella biblioteca di centroanziani. Anna Cardini è seduta alla sua scrivania e almeno una volta a settimana, da Bellariva e dal Campo di Marte, Luisa e Ornella vengono a trovarla. Per parlare. Ora stanno discutendo animatamente del governo “di larghe intese”, della sinistra ‘a pezzetti’. Altre volte sono stato ore ad ascoltarle mentre parlavano di teatro e di musica. Attorno alle tre donne, ci sono gli scaffali di metallo con i libri ordinati e catalogati. Due grandi tavoli sono destinati alla lettura e agli incontri. Ma è la scrivania di Anna il centro della biblioteca: qui si riunisce la cellula anarchica di letteratura politica e teatro. Così la chiama la bibliotecaria. Anna ha ottanta anni,

è cresciuta a ribollita, politica e cultura nella trattoria del padre. Il celebre “Cesarino” di via de’ Pepi, là nel quartiere di Santa Croce. Renaioli e avvocati (i veri comunisti e i veri democristiani) pranzavano con il fornaio e il calzolaio. E se c’erano Mutolino, Omerone e Pallucce si riuniva il parlamento di Cesarino. Per discutere di Firenze e dell’Italia intera. Di pomeriggio si giocava a carte, e la sera era dedicata ‘al culturale’. Pratolini incontrava Romano Bilenchi e Alfonso Gatto. E le discussioni finivano a notte inoltrata, come quelle fra i pucciniani e i verdiani del tavolo accanto. Quando il padre abbassò il bandone della trattoria, Anna si trovò a fare la sarta e poi la mamma. Rischiò la depressione per solitudine: Mi salvò Mennonna:* seguita così e fai una brutta fine. Si iscrisse alle scuole serali e così entrò in comune, alla biblioteca del Quartiere 2, in piazza Alberti. Anna inizia la sua vita in mezzo ai libri, e legge tanto. Legge e parla, trasmette cultura e


ì bene

a biblioteca a calore, e in biblioteca tutti cercano lei (“Avrei dormito li’, ci stavo così bene..”); assiste ai primi amori degli studenti e consiglia agli anziani il romanzo da leggere. Passano gli anni, e arriva l’ora della pensione. Ma non finisce qui: vista e presa! Il presidente del centro anziani più vicino a piazza Alberti le affida una grande stanza vuota, e in pochi

mesi Anna la trasforma in biblioteca, la biblioteca sulla Luna. E qui la troviamo ancora, a discutere di letteratura politica e teatro.

*ndr. Il neurologo Pasquale Mennonna che nel 1981 operò alla testa Giancarlo Antognoni dopo un grave incidente di gioco.

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Massimo D'Amato. Fotografo professionista, 58 anni e giornalista pubblicista, si occupa di progetti sociali. Con operatori di altri settori ha costituito Azzerokm, per utilizzare metodologie alternative di confronto pubblico e relazioni interpersonali.


Erodoto108 n° 3  

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