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In questo quartiere di Reggio Emilia si fa comunità fra chi legge il manifesto e chi compra il Giornale, fra chi mangia vegano e chi adora la carne. Gli stereotipi di identità politica o culturale qui non funzionano tanto.

C’È SOLO LA STRADA SU CUI PUOI CONTARE Una comunità esiste quando riesce a “trovare posto”.

testo di Letizia Sgalambro

I

l senso di comunità che ho sentito in via Roma mi ha fatto ricordare Gaber: questo posto mi è parso la realizzazione della sua canzone La strada. Solo la voglia di fare le cose insieme permette di realizzare 60 mostre e installazioni in 500 metri di strada. Solo la voglia di condividere permette di ospitare sconosciuti in casa, sia per più giorni nel caso delle residenze d’artista, sia per le performance del progetto Memorie del suolo che conduce gruppi di 18-20 persone in giro per le abitazioni private dove delicate signore, fan dei Led Zeppelin, insospettabili dancer domestiche mostrano se stessi e la loro intimità. Cosa significa fare comunità? È essenziale condividere valori e ideali? Si deve essere uguali? Avere le stesse idee politiche? Condividere passati comuni? La risposta di via Roma sembra essere no. Qui, dove da ottobre a maggio un centinaio di persone si ritrova per organizzare dal basso il circuito off di via Roma di Fotografia Europea, dove alcuni residenti coltivano nel parco un orto collettivo insieme ad alcuni richiedenti asilo, pare abbastanza evidente che si fa comunità più facilmente quando si è poco omogenei, quando si arriva da fuori, quando, dopo aver lasciato le proprie radici, si ha bisogno di trovare nuovi punti di riferimento. Si fa comunità partendo dalla propria fragilità, quando sei consapevole di avere bisogno, ma non vuoi solo prendere, hai voglia anche di dare, di essere riconosciuto per ciò che sei e di diventare qualcos’altro da quello che eri. E allora si fa comunità anche fra chi legge il manifesto e chi compra il Giornale, fra chi mangia vegano e chi adora la carne, perché gli stereotipi di identità politica o culturale qui non funzionano tanto. Fare comunità permette di creare, di sperimentare e sperimentarsi, abbandonando la paura del giudizio, andando oltre ai luoghi comuni. Ci si sente liberi di stare dentro a qualcosa, di appartenere, e di uscirne quando c’è invece bisogno di privato. La mancanza di istituzionalità in questo aiuta: ogni giorno è una scelta, mai un obbligo. Immagino che non sia sempre tutto rose e fiori, che gli scontri ci siano, che alcuni progetti non vadano in porto, ma ciò che lega non è andare sempre d’accordo o non litigare. Ciò che unisce sono la volontà e la capacità di esprimersi nonostante le differenze, di capirsi o anche di non capirsi a volte, ma in ogni caso accogliersi. Per tornare a parlare con le parole di Gaber, trovare posto per verifica e confronto, sulla strada e fuori.

foto Davide Palmisano

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Erodoto108 Numero Speciale  

Durante le giornate inaugurali di Fotografia Europea a Reggio Emilia, dal 5 al 7 maggio, Erodoto108 ha installato la sua redazione in via Ro...

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