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tale e della memoria che però oggi stentiamo a trovare. Sopravvivono dei ruderi di case contadine, ancora un po’ di vuoto e… qualche discarica a cielo aperto. ecco il tipico “spazio in attesa”: aree disposte a sequestro, un campo rom improvvisato, una piccola discarica abusiva, una viabilità di risulta che non porta da nessuna parte. Così, finisce che ci perdiamo, obbligati a seguire alcune strade che ci espellono dalla Piana e con difficoltà di accesso alle aree inedificate. Parcheggi autorizzati ma inutilizzati, zone di rimessa di non si sa cosa al servizio della stazione ferroviaria di Castello, prima inesistente ma che oggi sembra deserta, senza alcun disegno complessivo. Il paradosso è che oggi, a noi ambientalisti di allora, ci accusano di aver fatto saltare il Piano, “quel” Piano, come se fosse l’unico possibile, e aver favorito questo spezzatino. Quel Piano avrebbe cementificato la Piana, ma con delle regole. Invece la cosa pazzesca è che, in questa situazione, le piccole occupazioni di suolo che si som-

mano (il parcheggio dei Carabinieri, quello della stazione, ecc.) sorgono, vengono via via legittimate sulla base di singole istanze, ma il risultato finale è che non essendoci alcun riferimento programmatorio, nessuno si pone il problema di come si collegano queste funzioni, di cosa si fa delle aree di risulta: una serie di spazi disintegrati per i quali anche pensare a una riqualificazione diventa assai complicato. Quanto meno però un po’ di spazio vuoto è rimasto. ed eccoci arrivati al Polo Scientifico di Sesto, messo lì, nel mezzo della Piana: una cittadella chiusa. Appoggiato al Polo qualche casermone a funzione abitativa (al 5° piano campeggia alla finestra una bella bandiera di Casa Pound) con il suo parcheggio (vuoto) e il giardinetto (con gli incongrui pini toscani): periferia degradata e degradante. Siamo al bordo dell’urbano, il “fronte” dove si è fermata la città, composto da pezzi di terreno non edificato, che magari si rinaturalizzano da soli, interstiziali fra un parcheggio pubblico, una rete che delimita un’area di proprietà, una strada che porta al campus del Polo Scientifico. Qui un primo problema sarebbe quello di riconnettere tutti questi pezzetti, per le persone, per farle arrivare da un luogo all’altro, per consentire di utilizzare questi spazi per funzioni sociali e ambientali. Un territorio senza identità 97 o senza diverse identità. Christian Norberg-Schulz, il famoso architetto norvegese, dice che non si ha spaesamento quando possiamo dire “io sono qui e questo è il posto”. Invece qui ci si può perdere, senza aver la possibilità di dire in quale luogo si è per poter essere recuperati, (senza cartelli stradali, persone cui chiedere indicazioni), senza riferimenti dello skyline: siamo nell’anomia più totale, senza sapere dove sono io, né quale luogo sia. La Piana, invece, quando era libera da interventi assurdi e senza disegno, ti consentiva di avere dei punti di riferimento identificativi del luogo e delle persone. Oggi, invece, tutti gli interventi realizzati al di fuori di un disegno coerente si sono portati dietro

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Erodoto108 n°24  

La Polonia è il tema del dossier centrale, con i suoi 2000 laghi e il parco nazionale dello Slowinski, insieme alla casa di Kapuściński alla...

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