Erodoto108 n°24

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erodoto108 24 •primavera-estate 2019

dossier: polonia


SOMMARIO 3 editoriale 12 Reportage fotografico Rwanda, gli altRi cento gioRni testo e foto di Giovanni Mereghetti

Polonia

26 nella teRRa dei duemila laghi testo e foto di Paolo Ciampi 34 Jozef wybicki a Reggio emilia: inni, libeRtà ed eRbazzone testo di Silvia La Ferrara, foto di Giuseppe Boiardi 36 bea ama la PaRola ‘StRega’ non racconto di Andrea Semplici, foto di Annalisa Marchionna 48 Kapuściński è stato il più grande reporter del ‘900 QueSto meStieRe non è adatto ai cinici testo di Andrea Semplici, foto di Angelo Ferraculti 52 Il mistero di Monika Bulaj ho Raccolto Schegge di uno SPecchio Rotto foto e testo di Hermes Mereghetti 56 il PaRco nazionale dello SlowinSki, nel deSeRto Polacco testo e foto di Paolo Volponi 64 Storie di poesia willawa c’è testo e foto di Paolo Ciampi 66 la movida di cRacovia testo di Pietro Tarallo, foto di Massimo Bisceglie 70 blu di PRuSSia: viaggio nel catalogo della not two RecoRdS testo di Nazim Comunale, foto Not Two Records

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74 Quaderni a quadretti mi chiedo Se la città Sia un buon PoSto PeR un albeRo? di Marzia Alati 82 iRRefRenabili iStinti testo di Claudia Fofi, foto di Andrea Cancellotti 90 Storie di libri e librai acciaioli la libReRia del PoRto: ci vediamo a giugno testo e foto di Andrea Semplici 94 Anniversari: crollava il muro a Berlino, ci si batteva contro il cemento a Firenze non So dove Sono testo di Giuseppe Pandolfi e Simone Siliani, foto di Cesare Dagliana 102 Oroscopo di Letizia Sgalambro In copertina: Il Parco Nazionale dello Alowinski di Paolo Volponi

erodoto108 • Fondatore Marco Turini • Direttore responsabile Andrea Semplici • Redazione Giovanni Breschi, Vittore Buzzi, Paolo Ciampi, Silvia La Ferrara, Isabella Mancini, Giovanni Mereghetti, Lucia Perrotta, Collettivo WSP, Andrea Semplici, Luana Salvarani, Letizia Sgalambro, Marco Turini • Editor Silvia La Ferrara • Designer Giovanni Breschi • Web designer Allegra Adani


eDITORIALe

Una sera, fine di un duro inverno, primi segni di una primavera, un gruppo di uomini e donne scende dai piani di Castelluccio, uno dei cuori dell’Appennino, e arriva nella piazza di Norcia, devastata dal terremoto. Non tutto era stato distrutto, un uomo ostinato era ancora in piedi. E si guardava attorno, e indicava una strada possibile…

SAN BeNeDeTTO AL CeNTRO DeLLA PIAzzA

…Fu lì che vidi la statua, illuminata a giorno al centro della piazza. Mostrava un uomo dalla barba venerabile e dalla larga tunica, sollevava il braccio destro come per indicare qualcosa fra cielo e Terra. era intatta in mezzo alla distruzione, e portava la scritta San Benedetto, patrono d’europa. Fu un tuffo al cuore. Fino a quel momento non avevo minimamente pensato al Santo e al suo rapporto con Norcia, con il terremoto, con la terra madre del Continente cui appartenevo. Cosa diceva quel santo benedicente, in mezzo ai detriti di un mondo? Diceva che l’europa andava alla malora? eravamo di fronte alle macerie di una grandiosa idea politica? Lo spirito di Ventotene era finito? Il messaggio sembrava trasparente. Il ritorno degli egoismi nazionali diceva di una balcanizzazione in atto su scala continentale. Ma l’incolumità della statua in mezzo alla distruzione poteva mandare anche un messaggio diametralmente opposto. Ricordava forse che alla caduta dell’Impero romano era stato proprio il monachesimo benedettino a salvare l’europa. Ci diceva che i semi della ricostruzione erano stati piantati nel peggior momento possibile per il nostro mondo, in un Occidente segnato da violenza, immigrazioni di massa, guerre, anarchia, degrado urbano, bancarotta. Qualcosa di pallidamente simile all’oggi. La statua faceva passare anche un altro messaggio. Il germe della rinascita di un Continente era partito dal forte cuore appenninico del mio Paese. Benedetto era nato lì, sulla lunga dorsale inquieta che è il centro non solo dell’Italia ma dell’intero Mediterraneo. era figlio di un mondo di Sibille, transumanze e lunghi inverni, che per millenni, dopo ogni distruzione venuta dal profondo, era stato capace di rinascere e che ora, per la prima volta, rischiava di vivere un esodo senza ritorno. Abbandonati dalla politica, i pronipoti di Benedetto diventavano rifugiati, scendevano a valle per arenarsi e morire sulle stesse spiagge dei migranti. Solo che l’equilibrio non l’aveva rotto il terremoto, ma la perdita della memoria. L’oblio di un’intera nazione sulle sue nobilissime radici claustrali. La perdita della fierezza appenninica. Sì. Il messaggio del Santo poteva anche essere che l’europa era ripiombata nel Medioevo e che, per tornare alle sue radici spirituali, avrebbe dovuto passare nuovamente per una stagione di macerie.

Gli uomini di Benedetto erano riusciti a salvare l’europa senz’armi, con la sola forza della fede. Con l’efficacia di una formula: ora et labora. Quei giganti in tonaca nera avevano salvato dall’annichilimento la cultura del mondo antico, rimesso in ordine un territorio in preda all’abbandono, costruito abbazie come formidabili bastioni di resistenza alla dissoluzione…. Paolo Rumiz

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era possibile una lettura positiva del messaggio. Forse il senso era che Benedetto era capace di costruire l’europa nonostante le macerie, perché era più forte di loro. La vita sarebbe ricominciata comunque, perché era ricominciata tante volte nei secoli.



Erano crollate le case, era crollata la facciata della chiesa meravigliosa, niente era rimasto in piedi a Norcia. Ma al cento della piazza c’è una statua. Un uomo ‘dalla barba venerabile e dalla larga tunica’. Ha il braccio destro alzato. San Benedetto, nello sfacelo di un continente che affrontava il più buio medioevo, creò comunità di uomini capaci di aver cura dei germogli di una nuova Europa. San Benedetto è il patrono dell’Europa foto di Andrea Semplici



A Cabo Fisterra, come dicono in Galizia, non finisce la terra (come il mondo non finisce a Ushuaia), ma comincia. Qui comincia l’Europa. Sul marciapiede di rua San Pedro, a Santiago, città sacra della Galizia spagnola, vi è una scritta scolpita con lettere di bronzo: “L’Europa è nata in pellegrinaggio a Compostela”. Credo che sia vero: l’Europa si costruisce anche camminando. Passo dopo passo. Questa non è finis terrae, ma hic incipit terra. Qui, a Santiago, comincia… foto di Andrea Semplici


Come avrà votato, due anni fa, questo ragazzo con il costume da bagno-bandiera britannica al referendum sul destino dell’Inghilterra? Quel mare è Europa o è altro? Abbiamo fatto l’abitudine anche alla Brexit, all’uscita di Londra dall’Unione Europea. Torneranno frontiere e visti? Sting sarà costretto a fare un permesso di soggiorno per continuare a produrre vino in Toscana? Non potremo più andare, con facilità, a Londra con RyanAir? foto di Lawrence Underhill

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E poi l’Europa, verso Oriente, finisce a Chios. C’è un campo per uomini e donne, in fuga. Duemila persone, attraversano il breve tratto di mare che divide l’ultima isola greca dalla Turchia. Sono gommoni malmessi. Volontari di organizzazioni non governative accorrono, cercano di portarli a riva. Filo spinato attorno al campo, polizia armata, tende e ripari malridotti,


tensioni e attesa, divampano risse. Si può aspettare due, tre anni per un permesso di soggiorno. Questa è Europa? Grandi parole, democrazia, giustizia, libertà, scambi di cultura, e poi ti avvicini a questo campo e vedi un inferno. Gli abitanti d Chios si lamentano per il turismo.

foto di Valeria Carnovali

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REPORTAGEFOTOGRAFICO

foto e testo di Giovanni mereGhetti

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rwanda,


Gli altri cento Giorni


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oco meno di un quarto di secolo fa, in questo meraviglioso angolo di Africa che chiamano la terra delle mille colline, tra parchi nazionali ricchi di animali e gente dalla pelle colore dell’ebano, dove le nubi si toccano con le mani, fu compiuto uno dei genocidi più sanguinosi della storia dell’Africa del XX secolo. Dal 6 aprile 1994 fino alla metà di luglio, per circa cento giorni, il Rwanda fu un lago di sangue. Un milione di persone vennero massacrate a colpi di machete, armi da fuoco e bastoni chiodati. Le vittime furono a maggioranza ruandesi di etnia tutsi, ma neanche la minoranza hutu moderata venne risparmiata. Nonostante la comune fede cristiana tra hutu e tusti, l’odio tra le due etnie è sempre stato diffuso fin dal periodo del colonialismo. Furono i belgi ad accentuare e a creare una differenza, non solamente sociale ma legata anche all’aspetto fisico: gli hutu sono medio bassi, mentre i tutsi sono snelli con lineamenti del viso più sottili. Durante la permanenza dei belgi a Kigali, ai tutsi furono dati incarichi di potere, mentre gli hutu erano reclutati nelle mansioni più umili e al lavoro nei campi. La popolazione era ben divisa, non solo nella società, ma anche sulla carta d’identità. Un timbro blu stampigliato 14 sopra la fotografia di riconoscimento posta nella prima pagina del documento, distingueva gli hutu dai tutsi facendo la differenza. Da dopo il genocidio naturalmente, questa distinzione fra le etnie è stata abolita. Nel 1990 il gruppo politico-militare dell’RPF (Fronte Patriottico Rwandese), nato nella comunità tutsi rifugiatasi in Uganda, tentò un colpo di stato alimentando una guerra civile a cui seguì il genocidio, con successiva presa di potere dell’RPF. Il 6 aprile del 1994 l’aereo presidenziale dell’allora dittatore Juvenal Habyarimana, al potere dal 1973, fu abbattuto da un missile di origini ignote nei cieli di Kigali mentre era di ritorno da un colloquio di

pace. è da questo pretesto di vendetta che la Guardia Presidenziale, appoggiata dai gruppi paramilitari hutu Interahamwe, diede inizio al massacro dei tutsi. In poche ore furono interrotte tutte le comunicazioni del paese; l’unica radio attiva in tutto il Rwanda era sotto il controllo degli hutu e veniva utilizzata all’incitamento dello sterminio degli “scarafaggi”, così venivano chiamati i tutsi dall’etnia rivale. Seicentomila macheti importati dalla Cina erano pronti per essere usati, la meticolosa organizzazione del genocidio curata dal colonnello Thèodeste Bagosora e dal generale Augustin Bizimungu stava per prendere forma in tutta la sua ferocia. Nell’indifferenza dell’occidente che aveva percepito il problema ruandese come lontano dai propri interessi, un milione di persone stava fuggendo in Congo, in Uganda, in Burundi e in Tanzania per mettersi in salvo dall’epurazione etnica in atto da parte degli hutu e dal governo stesso. Fiumane di persone in un biblico cammino, si dirigevano in cerca di un luogo dove stare al sicuro lontano dalla ferocia avversaria. Un altro milione di persone purtroppo furono brutalmente massacrate dalle squadre della morte, interi villaggi furono setacciati in cerca degli “scarafaggi” tutsi da sterminare. Neppure le chiese, dove spesso si rifugiava la gente per scampare alla morte, furono risparmiate. Nelle sole chiese di Nyamata e Ntarama, oggi adibite a memoriale in ricordo del genocidio, sono state massacrate centinaia di persone rifugiatesi per scampare alla morte sicura. Anche le Nazioni Unite si disinteressarono del problema, nonostante le tempestive richieste d’aiuto inviate dal generale canadese Romeo Dallaire, allora comandante delle forze armate di stanza nella capitale ruandese. Le duemilacinquecento unità militari dei caschi blu presenti in Rwanda furono ridotte a sole cinquecento dopo un mese dall’inizio del genocidio che né l’Onu né tantomeno l’occidente avevano riconosciuto. Forse per mancanza di interessi


che oggi lo porta ad avere, seppur la sua economia sia piccola e prevalentemente fondata sull’attività agricola, un PIL che sfiora il dieci per cento e un’inflazione che si è stabilizzata al tre per cento annuo. Oggi il Rwanda vanta primati inimmaginabili: le donne ricoprono la maggior parte dei ruoli amministrativi, il novanta per cento degli abitanti ha l’assicurazione medica, un milione di poveri è stato sollevato dalla povertà, ma soprattutto è un Paese in pace. Nonostante ciò, c’è chi denuncia l’autorità del presidente Paul Kagame in quanto i diritti, sia civili sia politici, pare siano stati ridotti. A oggi però, circa un milione di rifugiati fuggiti nei paesi limitrofi, è rientrato nei propri villaggi e il Rwanda è un paese resuscitato e sicuro. è in atto il progetto “Visione 2020” per la lotta contro la povertà, che comprende anche privatizzazione e liberalizzazione delle attività imprenditoriali, allo scopo di raggiungere una crescita economica duratura. Le maggiori esportazioni sono il caffè e il tè, considerato uno dei migliori al mondoi. Negli ultimi anni si stanno facendo importanti investimenti nel turismo, nell’industria dei fiori e nel pesce di allevamento. è recente la notizia che il RIPA (Rwanda Investment Promotion Agency) ha aperto le porte agli investitori stranieri con l’obiettivo di condurre l’economia del piccolo stato africano verso un av- 15 venire migliore. Nel Rwanda di oggi nessuno parla più di quei cento interminabili giorni quando furono seminate paura e morte senza tregua. Kigali è una città moderna, le nuove generazioni guardano avanti. La tecnologia è arrivata anche qui e i giovani passeggiano nei quartieri del centro con lo sguardo incollato al monitor dello smartphone, mentre i pollici si muovono veloci sul vetro della tastiera touch. Sono alla ricerca di qualcosa di nuovo, senza però dimenticare la storia passata. Quella che si nasconde tra le mille colline.

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diretti nella zona, o forse per non intraprendere una nuova missione in un’Africa dove il ricordo della battaglia di Mogadiscio, denominata Restore Hope, di pochi mesi prima era ancora viva. In quell’occasione in Somalia persero la vita ben diciannove marines americani. L’allora presidente Bill Clinton non voleva altri morti americani nel Continente Nero. Da non sottovalutare la posizione di Mitterrand e della Francia, che in un primo momento si schierò dalla parte dei tutsi, per poi affiancare successivamente gli hutu e spingerli alla rivolta. Un altro ruolo dei francesi in terra ruandese fu l’addestramento dei clan del “presidente” Habyarimana, preparato alla carneficina più violenta. Il mondo voltò le spalle al Rwanda e quello che successe oramai lo sappiamo tutti, è nei libri della triste storia dell’Africa. Se il genocidio ebbe fine, fu solo grazie a un esercito di tutsi esuli facenti parte del “Rwanda Patriotici Front” che penetrò nel Paese, ormai martoriato e allo stremo, dalla vicina Uganda. Sotto il controllo e la guida del generale Paul Kagame, dopo qualche anno di inevitabile instabilità, si ristabilì l’ordine in tutto il Paese. Oggi in molti si chiedono come mai l’atavico odio perpetrato per quasi un secolo e rinfocolato dai colonizzatori europei, esplose solo il 6 aprile del 1994 dopo l’abbattimento dell’aereo presidenziale. Il genocidio non fu improvvisato quella mattina, era in preparazione da tempo. C’è la teoria che ad abbattere l’aereo furono addirittura gli hutu, per avere un appiglio di accusa nei confronti dei tutsi e dare inizio allo sterminio di massa. Il 18 dicembre 2008 il tribunale internazionale speciale istituito ad Arusha, nella confinante Tanzania, ha condannato all’ergastolo alcuni membri dell’ex governo di Kigali, tra cui anche il generale Bagosora, allora capo del Ministero della Difesa ruandese, ritenuto il principale ideatore del genocidio. L’inizio di una stabilità sociale nel Rwanda ha favorito già dal 1995, una notevole crescita economica


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Masuria, la terra dei duemila laghi Jozef Wybicki Bea ama la parola strega Ryszard Kapuściński Monika Bulaj Il Parco Nazionale dello Slowinski Wislawa Szymborska La movida di Cracovia


polonia


Era tanto che la Masuria mi ronzava per la testa…

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nella terra

Ai confini orientali vi è una terra sconosciuta dai colori azzurri, verdi e gialli. è la sorpresa della Polonia. Occorrono parole guida: alberi, nuvole, lago, sabbia, radici, bellezza. Un quarto delle cicogne del mondo hanno scelto questa terra per danzare. Un luogo così nascosto che perfino il Male cercò di svanire nelle sue foreste…è stato scacciato… testo e foto di Paolo Ciampi

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Grandi Laghi non ci sono solo in America o in Africa. Sono anche qui. Grandi come lo possono essere in un lembo di Polonia, al confine con la Lituania, la Bielorussia e quella parte di Russia, con capitale Kalinigrad, che sembra un oggetto dimenticato sul treno, separato com'è da tutto il resto della Russia. Grandi comunque, questi laghi: e tanti, incredibilmente tanti.

La chiamano Terra dei Mille Laghi. Solo che detta così mi viene in mente la Finlandia: e sarà che anche questo è un problema della Polonia, che finisce sempre per richiamare qualcos’altro. Nel caso la Finlandia e tutto il suo immaginario: il Rally dei Mille Laghi, appunto, le casette di legno sulle sponde, le saune che si concludono con un tuffo nell’acqua gelata e i ramoscelli di betulla, i giorni di estate che non finiscono più, la luce che la notte non riesce a soggiogare... eppure Terra dei Mille Laghi è anche questa in Polonia, anzi, a chiamarla così si pecca di modestia. Perché di laghi ce ne sono almeno duemila. Chiamiamolo col suo vero nome, questo posto:


dei duemila laGhi

Saranno state due o tre paginette, corredate da alcune foto. Però con quelle parole iniziò a prendere forma un altrove capace di tentarmi. Ma guarda, aggiunsi. Pensavo la Polonia un paese grigio, terribilmente grigio, fumo delle ciminiere e luci abbassate sulle speranze. e invece ecco l’azzurro dei laghi, ecco il giallo dei campi di grano e il verde delle foreste. Un altrove antico, ma rimasto uguale a se stesso. Come se la Storia, almeno da quelle

parti, non fosse passata col rullo compressore. Nell’articolo si diceva che i contadini si muovevano ancora con i carri del fieno, tirati da cavalli. Davvero un altro mondo, prima dei piani quinquennali e delle acciaierie che avrebbero dovuto edificare il socialismo. Solo che quel mondo, sorprendentemente, non era stato spazzato via. Non era solo un album di ricordi. Beh, da allora è trascorso un quarto di secolo e più e per tutto questo tempo la Masuria è stato un sottosuolo di pensieri che di tanto in tanto balzavano fuori, un altrove in attesa. Grazie a quell’articolo. Anzi, a quell’idea dei contadini che ancora si muovono sui carri del fieno. Ma guarda, continuavo a dirmi. I carri del fieno. Poi, dopo tutto questo tempo ci sono arrivato, in Masuria. Quattro ore di pullman da Varsavia e quindi la bicicletta. I primi colpi di pedale, il primo cartello: Jezioro Mokre. Jezioro, la parola polacca per lago. Una pista di sabbia e solo il rumore del vento che agitava i canneti. Gli alberi che sovrastavano e piegavano dolcemente le loro fronde. Posti da entrare in punta di piedi. Immensa natura, soverchiante natura, buona per rinunciare a ogni presunzione. Il primo giorno in bicicletta: sabbia, radici, bel-

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Masuria. In polacco Mazury, che per inciso è al plurale: le Masurie. Se non ne avete mai sentito parlare è facile farsene una ragione. A me succede anche con diverse terre di Italia, a poche ore di treno o di macchina dalla mia città: in genere quelle che meritano di più e che si conoscono di meno. Però per quanto mi riguarda era tanto che la Masuria mi ronzava per la testa. Il muro di Berlino era venuto giù da poco, seppellendo ciò che rimaneva dei regimi socialisti, Polonia inclusa. Sull’inserto che un quotidiano nazionale dedicava ogni settimana ai viaggi mi imbattei in un articolo che suggeriva la Masuria. Ma guarda, mi dissi. era la prima volta che ne sentivo parlare. Sembrava una meta più remota della Thailandia.


lezza. Parole messe in fila sulla mia lavagna interiore. e anche altre da aggiungere: alberi, nuvole, lago. Però queste sono state le prime: sabbia, radici, bellezza. Da tenersi strette.

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Trecento chilometri a est della Vistola, grande via d’acqua che sembra la spina dorsale - una spina dorsale curiosamente liquida - della Polonia. La Masuria, insieme alla Varmia, è uno dei sedici voivodati in cui si divide la Polonia. e già detto così - volete mettere con le nostre disgraziate province - ha il suo fascino. Rammenta signorie medievali, eserciti slavi alle prese con gli ottomani, città fortificate e orde che potevano irrom28 pere da steppe oltre l’orizzonte. Profumo di letture che non saprei ricondurre né a un autore né a un titolo preciso. La minore densità di popolazione del paese, meno della metà della media nazionale. Più del 7 per cento della superficie occupata dai laghi, un altro 30 per cento dai boschi: e il resto che non è cemento, ma semmai distese di frumento. Masuria, ovvero i luoghi più incontaminati di tutta la Polonia. In un concorso indetto da una fondazione svizzera per individuare le Sette Nuove Meraviglie della Natura - chissà perché nuove e

Il centro di riabilitazione per le cicogne ferite e malate a Krutyn, nel cuore della foresta Piska. La cicogna è il simbolo stesso della Masuria.

chissà perché sette – è entrata tra le cinque nomination europee. Per quanto questo possa contare. In ogni caso brividi da alta classifica. Quando si ritirarono i ghiacci dell’ultima glaciazione dietro rimase un territorio disseminato di depressioni. Come se una mano gigantesca lo avesse plasmato a lungo per poi tentare una eccentrica decorazione. In seguito l’acqua andò a riempire ciò che il ghiaccio aveva lasciato libero. e tutt’intorno è cresciuta rigogliosa, incontaminata, la grande foresta Altri giorni in bicicletta, senza vere città da raggiungere. Tappe in un oceano di alberi: la Foresta Piska. Ciò che rimane - molto - di una foresta un tempo ancora più grande, tanto che il nome bastava a provocare rispetto e soggezione: più o meno come Sherwood ai tempi dello sceriffo di Nottingham. e se questo faceva il nome, figurarsi la prospettiva di doverla percorrere: così profonda e scura, buona solo per predoni e bestie feroci, se non per lo stesso demonio. Oggi invece un


In questa terra di infinite laghi, acque e foreste si mescolano: un paradiso per chi ama la bicicletta, la canoa, il birdwatching, il viaggio comunque lento Sotto, discesa del fiume Krutynia, che attraverso le foreste tocca ben 17 laghi, direzione Baltico. PiÚ della metà del suo corso è di acque definite stagnanti: un serpente addormentato, da discendere spira dopo spira.


paradiso, che si spalanca con l’azzurro dei laghi e il verde dei pini, degli abeti, delle betulle. Due semplici colori, niente di più. Sufficienti, per il mio Canada europeo. Per la perfezione, un sole al tramonto che incendi il cielo. L’ultimo ingrediente per svegliarsi dentro una fiaba slava.

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Non molto lontano, al confine con la Bielorussia, si distende un’altra foresta, quella di Bialowieska, 30 famosa in tutto in mondo perché vi resiste l’ultimo branco in libertà di bisonti europei: uno dei parchi nazionali più vecchi d’europa, istituito già nel 1932. Mica c’è solo Yellowstone, dall’altro lato dell’oceano. In polacco, è chiaro, si smarriscono anche i fiumi di cui fin da ragazzino seguivo il corso, con l’indice allungato su una cartina. L'Oder diventa Odra, la Vistola è la Wisla. Di quelli della Masuria non mi sono dato pena di apprendere i nomi. Però ci sono, completano e complicano questa geografia d’acqua. Sono nastri quieti, non

Il verde del bosco, l’azzurro del cielo, una strada dritta attraverso la foresta: un viaggio in Masuria riporta all’essenziale, in un tempo dilatato.

troppo lunghi. Puntano generalmente verso il nord, come ipnotizzati dal Baltico. Sapranno raggiungerlo? In ogni caso c’è gente che viene in Masuria da tutto il mondo, per avventure che possono durare anche settimane, a forza di pagaiare di fiume in fiume, di lago in lago. Alternare bici e kayak, in pochi altri posti del pianeta è possibile in questo modo. Ci ho provato anch’io, che in canoa finora avevo sperimentato solo le acque sicure di Castigliocello. Ma il Krutinia, fiume che tocca ben 17 laghi, è alla portata di tutti. Più della metà del suo corso è di acque definite stagnanti: un serpente addormentato, da discendere spira dopo spira. e ovunque profumo di magia e vecchie leggende, riflessi di eventi che si perdono nella notte dei tempi. Paure profonde e sogni confusi. Allo


A lato, una casa con una statua in legno die Galindi, popolo leggendario di giganti che un tempo abitava questa terra, prima di essere inghiottito nel buco nero della storia. Sotto, Ketrzyn, con le sue memorie dei Cavalieri Teutonicim, padroni di queste terre e crociati del Nord.

stesso modo delle terre di Re Artù e di Mago Merlino anche la Masuria ha castelli inghiottiti dalle acque, prigioni misteriose, animali che custodiscono tesori.

Terra di magia, terra di miracoli, la Masuria. Però il vero miracolo è la danza delle cicogne. Anche a voi capiterà, perché le cicogne sono ovunque. Sopra i comignoli, i fienili, i pali del telefono. Ai bordi della strada, le lunghe zampe piantate in

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Storie che comunque affondano le radici in qualcosa, tutto sommato più convincenti di altre dei nostri tempi. Come le visite degli Ufo, che sarebbero state piuttosto frequenti negli ultimi anni. O come le acque di quei laghi che un secolo fa si trasformarono in una sorta di gelatina rossa: pensare che era solo la natura che si divertiva a produrre effetti speciali, con i pigmenti di un’alga.


Fiori ovunque nella breve estate di Masuria.

un acquitrino. In movimento attraverso prati falciati o al limitare dei campi coltivati, con l’andatura rallentata ed elegante dei trampolieri. Vi osservano filare via in bicicletta.

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Qui ci sono le colonie più numerose di tutta europa. Qui viene a trascorrere l’estate un quarto dell’intera popolazione mondiale. La cicogna è il simbolo del parco nazionale, il simbolo della Masuria, nonché un formidabile marchio di qualità. La cicogna, si sa, ha bisogno di ambienti incon32 taminati. Non consente alibi o dichiarazioni di comodo: quello che non hai fatto, peggio ancora quello che hai fatto, lei lo testimonia. Masuria, terra delle cicogne più che dei carri del fieno, che per la verità ho incontrato solo di rado. L’immaginario che coltiviamo dei luoghi a volte non regge il passo del cambiamento. Anche in Masuria, che io carezzavo come terra senza Storia - intendo proprio la Storia con la esse maiuscola - tranne poi trovarmi di fronte, solo per dire, alla Wolfsshanze, la Tana del Lupo. Non starò a parlarvene, ci sono film come Ope-


Sotto, uno dei bunker della Wolfshanze, la tana del lupo, il quartier generale di Hitler durante la seconda guerra mondiale. .

razione Valchiria e anche libri come Le assaggiatrici di Rosella Postorino, Il quartier generale di Hitler, proprio nel folto di questi boschi. L’immaginario a volte va per conto suo. Però anche questo è un modo di coltivare la sorpresa. Masuria, cioè la Prussia dei nostri manuali sco-

lastici: geografia complicata dalla storia, storia complicata dalla geografia. e per il resto pace, oblio, fruscio di ruote.

PAOLO CIAMPI, 50 anni, giornalista e scrittore, si divide tra la passione per la letteratura di viaggio e la curiosità per i personaggi dimenticati nelle pieghe della storia. Ha all'attivo una ventina di libri, con diversi riconoscimenti nazionali. Nel suo blog Ilibrisonoviaggi racconta ogni giorno letture e viaggi.

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Non vere e proprio ciclabili, ma strade forestali che si affacciano sui laghi.


È una notte padana di messidoro, rischiarata dalla luna piena: ci sono tutti gli ingredienti per la buona riuscita di una serenata.

Jozef wybicki a reGGio emilia: inni, libertà ed erbazzone Un viaggio storico, musicale e gastronomico tra polacchitudine reggiana e reggianità polacca. testo di Silvia La Ferrara foto di Giuseppe Boiardi

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la notte tra il 22 e il 23 messidoro dell'anno V del calendario rivoluzionario e a Reggio emilia si comincia appena a tirare il fiato dopo una classica giornata di afa estiva. Sarebbe il 10 luglio 1797, ma da quasi un anno ercole d’este è scappato a Venezia con il tesoro ducale ed è stato innalzato in Piazza Grande l’albero della libertà: è nata la Repubblica Reggiana, poi Cispadana, poi Cisalpina. Napoleone ha già visitato due volte la città e nel gennaio 1797 il Congresso ha deciso di rendere “universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di tre colori verde, bianco e rosso”. è un mondo nuovo e c’è 34 bisogno di un nuovo tempo. La nostra notte di messidoro è rischiarata dalla luna piena (così assicura il calendario perpetuo): ci sono tutti gli ingredienti per la buona riuscita di una serenata, che infatti ha luogo, sotto il palazzo vescovile requisito dalle truppe rivoluzionarie. Nella sua cronaca il reggiano Luigi Silvetti riporta che “i Nostri professori e diletanti della musica con tutti li istrumenti. e con la Banda”, accompagnano i polacchi, guidati dal tenente di cavalleria Jozef Wybicki che, ispirato dal clima eroico del momento, ha composto una mazurka che esalta i valori della patria lontana. La musica è

trascinante e gli animi traboccano, tanto che la serenata dura da “verso mezza ora di Sera fino alle ore Due di Note” e alla finestra si affaccia, con grande gioia di Wybicki, il destinatario generale Jan Dąbrowski, che pochi mesi prima ha radunato a Parigi un’armata di 8000 profughi polacchi con cui si è unito a Napoleone nella Campagna d’Italia. “Tutti gli uomini liberi sono fratelli” hanno ricamato sulle spalline gli uomini delle legioni napoleoniche: la promessa di Bonaparte è l’indipendenza della Polonia, da qualche anno spartita tra Russia, Austria e Prussia. “Jeszcze Polska nie zginęła” – la Polonia non è ancora scomparsa – cantano i polacchi accompagnati dall’orchestrina reggiana, e incitano il loro generale a guidarli dalla terra italiana verso


si diffonde nel mondo slavo in varie traduzioni e varianti; dal 1943 al 2006 è inno nazionale jugoslavo. e poi c’è la faccenda di Mameli. Che cinquantanni dopo la serenata di messidoro scrive Fratelli d’Italia dove nell’ultima strofa fa esplicito riferimento ai caduti polacchi: “già l’Aquila d’Austria le penne ha perdute,/già il sangue d’Italia e il sangue polacco bevé col cosacco/ma il cor le bruciò”: l’inno polacco e quello italiano sono gli unici due al mondo dove i popoli si citano a vicenda. Una volta passate l’epoca rivoluzionaria e quella risorgimentale, la polacchitudine di Reggio emilia rimane, sottile ma persistente. Tracce wybickiane sono ovunque: una targa in piazza, una bella strada dedicata al nostro tenente nel quartiere Rosta progettato da Albini a inizio degli anni Sessanta, una biblioteca, anniversari con personalità in visita e bande militari, delegazioni alla scoperta del welfare emiliano e una popolazione attuale di circa 500 polacchi in versione soprattutto femminile: infermiere, colf e badanti che convergono nella chiesa del vicino paese di Viano dove il parroco Krankowski Bogumil dice messa in lingua in diverse circostanze. Anche la reggianità dei polacchi è ben documentata, se diversi blog di cucina riportano accuratamente la ricetta dell’erbazzone nelle due varianti di erbette (szpinakiem, botwiną i lardo) e di zucca (dynią). e qui, finalmente in assenza di sicure fonti storiche, possiamo lasciarci andare all’imprescindibile certezza del fatto che a portare l’erbazzone in Polonia siano stati i nostri Wybicki e Dąbrowski e i loro 8000 prodi, dopo averlo gustato in tutte le sue varianti e averne apprezzato le qualità, ispiratrici ieri come ora dei più disinibiti sogni di libertà.

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la madrepatria per liberarla dagli occupanti: “Marsz, marsz, Dąbrowski, z ziemi włoskiej do Polski”. è il ritornello della mazurka dove, come si può vedere anche senza conoscere una sillaba di polacco, non compare nessun termine che evochi la parola “italiano”o “Italia”. Ma dove sta allora il riferimento al nostro paese? I polacchi chiamano gli italiani "Wloski": a causa di Jan Włoch, fondatore di un villaggio in terra italica secondo una vecchia leggenda, dal nome del popolo dei Volsci, che ai tempi dell’Impero Romano fu costretto a emigrare nel Nord europa secondo i linguisti. La versione più interessante però – anche se poco ortodossa – è quella secondo la quale gli italiani sono chiamati in modo così strano a causa dei capelli, in polacco appunto włosy. e quindi saremmo i “capelloni”. Due le spiegazioni avanzate dagli storici. Nel XVI secolo, il re di Polonia Sigismondo sposò l’italiana Bona Sforza che arrivò alla corte di Cracovia con i suoi servi dai capelli “alla cortigiana”, lunghi sulle spalle e arricciati con i ferri caldi come negli affreschi del Trionfo di Venere di Palazzo Schifanoia a Ferrara. Oppure l’appellativo nacque quando, nel XVIII secolo, Maria Casimira di Polonia si trasferì a Roma e diede vita a Palazzo zuccari a un salotto culturale molto in voga, frequentato da artisti italiani con capelli lunghi e cotonati secondo la moda dell’epoca. Qualunque sia la versione accreditata, in Polonia gli italiani sono chiamati "popolo dai capelli lunghi", e l'Italia è "Włochy", "paese dei capelloni". La giostra delle versioni coinvolge anche l’inno polacco: alcune fonti suggeriscono che Wybicki scrive solo il testo mentre la musica è del suo collega Ogiński, altre (per lo più polacche) non danno notizia della serenata e sostengono che la mazurka viene eseguita per la prima volta al Caffè dei Luterani che non risulta esistere né essere mai esistito a Reggio, anche se dal sito della scuola polacca di Milano si apprende che una delegazione di bambini lo ha visitato recentemente. Certo è che Wybicki ha un successone: prima dell’adozione ufficiale in Polonia nel 1926, l’inno


in bassa slesia, c’è una foresta…

bea ama la parola ‘streGa’ “Non ho portato con me, né il computer, né la macchina fotografica”. Per la prima volta, ‘partecipo’…per la prima volta, vado in Polonia con la sola ragione di passare dei giorni con una sciamana. Una fotografa (lei ha la sua macchina in mano) ci ha guidato in un luogo in cui ‘accadono cose’. Come in qualunque altro luogo? Questa è una storia casualmente polacca. e c’è un taccuino perduto non-racconto di Andrea Semplici foto di Annalisa Marchionna

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una grande spirale di sassi fra l’erba alta. bea è in meditazione. ferma al centro del disegno. nel punto dove convogliano le forze del cielo e della terra. è il luogo del vuoto assoluto. vi sono regole da rispettare per entrare nella spirale: si muove il piede sinistro, bea aspira e soffia verso occidente. allontana da sé le vecchie cose. a occidente c’è il rinnovamento, la trasformazione, la madre terra che tutto trasforma. verso oriente bea respira. nasce il sole a oriente, è un nuovo inizio. chi entra nella spirale, vuole rinnovarsi, buttare via tutto il vecchio. aprirsi al nuovo.



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il tepee è un luogo sacro, qui avvengono i riti di purificazione. Quando è sola bea si rifugia spesso nel tepee per meditare. Qui si trovano risposte a domande difficili.


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o smarrito il mio taccuino. Deve essermi caduto dalla tasca dei pantaloni una settimana dopo il mio rientro dalla Polonia. Per quanto lo abbia cercato (con ansia crescente), non è più riapparso. Nelle sue pagine vi era la mia breve storia con Bea. Ho perduto i giorni passati con lei? Là, in una casa di legno, ai confini di un bosco, non avevo con me né il computer, né la macchina fotografica. Mi avevano chiesto di non portarli con me. Il taccuino era la mia unica memoria.

Si sposa giovane, Bea. Assieme a Victor, ha cercato un luogo dove vivere. Non so come apparve questo bosco, questa collina, questi campi, questi stradelli, queste radure con i confini disegnati da siepi. Victor e Bea, venti anni fa, hanno trovato la loro terra. Ti potrebbero dire: qui si incrociano linee di energie e di sacralità invisibili. Bea è grata alla natura. Lo è sempre: noi siamo un dono della Terra. Bea passò settimane a ringraziare divinità e animali della foresta per questo luogo.

Sono venuto in Bassa Slesia, quasi alla frontiera con la Repubblica Ceca, per….

Ho vissuto sette giorni a Trzy zródle. Ho camminato nel bosco alla ricerca dei miei antenati, ho giocato come fossi uno scout, ho preso a pugni un sacco (un grande esercizio, mi manca) da pugile, ho urlato nel bosco, ho costruito un vestito bianco ben sapendo quello che stavo facendo (l’ho intessuto di una disperazione priva di colori), ho gridato nella notte nomi a me cari e impronunciabili, mi sono gettato nell’acqua gelida in una vasca di pietra, ho frustato il mio corpo con rami di betulle, ho ripetuto parole cercando una trance, sono stato nudo accanto a un albero, ho distolto lo sguardo dai corpi di donne nude, ho mangiato molto bene, ho dormito a lungo, ho letto un noir islandese, ho mosso i miei passi nelle spirali, ho raccolto pietre ed erbe, ho fatto tintinnare conchiglie appese agli alberi. Ho ringraziato, con convinzione, la natura. Ho costruito pupazzi di foglie, ho raccolto pietre. Ho portato via con me, in un sacchetto, frammenti della natura. Adesso sono vicino al tavolo dove lavoro. Assieme a candele e acque sacre riportate dall’etiopia. Ogni tanto le guardo. Ho affidato qualche speranza a questi oggetti.

…per cosa?....non so come scriverlo, non so come raccontarvelo… …per una settimana di ‘lavoro’ con una sciamana polacca. Non sapevo (e non so) niente di sciamanesimo. Ne sono sempre stato alla larga. Diffidavo (e diffido) di ogni messaggio spirituale. Non fa per me. Per mestiere - ho fatto il giornalista - ho assistito a riti magici in Africa, a cerimonie vudù ai confini di Haiti, a trance mistiche in Medioriente a divinazioni in valli appenniniche. Non credo di aver mai partecipato veramente, ero protetto dalla macchina fotografica, da una penna stilografica, da un taccuino. Ma qui, a Trzy zródle, le Tre Sorgenti’, fattoria alle porte di Dlugopole Górne, mi è stato chiesto di dimenticare la mia professione. Ho ubbidito. Ho solo tenuto una sorta di diario, ma ho perdute quelle parole. Ora ne scrivo, a distanza di mesi e mesi. e non so scriverne. ero nudo, me ne rendo conto solo ora, in quella foresta.

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Posso raccontarla come un cronista: Bea ha poco meno di cinquant’anni, è cresciuta in un piccolo paese del Sud della Polonia. Terra cattolica. Tradizionalista. Arroccata, chiusa. Ostile a qualunque ricerca religiosa. Immagino la pesantezza del mondo di Bea. Che, fin da giovane, ha cercato una sua personale strada spirituale. La trovò lontano da casa. In Siberia. Terra di sciamane. Donne della forza. So che ha passato tempo laggiù. Nel freddo artico. Pensò di rimane in quelle lontananze.

Sono entrato nel cerchio attorno al fuoco. Non mi era mai accaduto. Ho ascoltato un bagno di gong. e non mi sono addormentato. Ho guardato la bellezza della suonatrice, ho immaginato la sua pelle. Ho desiderato la sua pelle. Ho ascoltato, credo. Bea ama definirsi ‘strega’. In polacco, mi spiegano, significa ‘lei che sa’. Ho controllato, come se fossi un giornalista, Bea usa la parola


wiedzma, un amico mi spiega che è meglio tradurla con ‘veggente’. Colei che vede e che sa. Ho fatto una vita ‘normale’ nel bosco di Bea. Lei non compie magie, non usa trucchi. Non inganna. Si mostra come è. Una donna normale, di cui sarebbe facile innamorarsi. Non ha ricette. Ha consigli di coraggio. Io sono stato impacciato, il mio corpo non si è slegato (ci ha provato), il mio cuore non si è liberato, i pensieri neri non si sono colorati. Non è accaduto il miracolo del cambiamento, non ho visto una strada davanti a me. Bea non giudica. Indica il suo cammino e avverte che ve ne sono altri. Bea ti dà strumenti. e, credo, lo faccia per generosità. Sa che non arriverà alla fine della sua ricerca, lo sanno tutti, ma lei sa che l’andare è già un senso, una vitalità. Ho cercato la storia della mia famiglia attraverso le costellazioni. Non mi sono ritrovato.

ecco, questo sì, ho dato altro significato alla parola ‘strega’. ecco, alle ‘Tre sorgenti’, mi sono divertito. Annalisa ha scattato le foto di questo non-racconto. Scritto molti mesi dopo. Un’altra primavera è alle porte. e ne ho paura. Non sono andato a ululare nel bosco. Non ho acceso fuochi nella notte. Non ho gridato. Non so usare il mio corpo. Annalisa mi costringe a ripensare. Questo accadeva in Polonia. Forse poteva accadere solo in questa terra: un paese di una religione appesantita e intollerante, un paese che non ama la diversità. Non è terra di sciamani nessun giornalista andrebbe a cercarli in Bassa Slesia. Bea, nella sua foresta, ha saputo costruire una pace.

Nel mio taccuino c’era il nome di una ragazza, morta molto giovane. Sono stato sulla sua tomba al cimitero del paese. Mi avevano colpito i cento fiori rossi e la sua foto. Annalisa è venuta alle ‘Tre Sorgenti’ per fotografare. Le ho chiesto di scrivere. Lo ha fatto dopo avermi detto di no, ha mandato le storie delle sue foto come se fossero pagine di un libro. Mi ha detto: ‘Bea mi ha guarito’. Credo che voglia dire: mi ha aiutato a guardare dentro di me. Credo che la sciamana ci sia riuscita, perché ho voluto io, a farlo anche con me. Solo che io non 41 sono guarito. Forse ho distolto lo sguardo. Ma il desiderio di altri passi lungo il cammino notturno nel bosco è un piccolo tocco di fuoco. Che brucia, con dolore e dolcezza, nella punta dello stomaco. Ringrazio gli alberi del bosco per i giorni passati in una terra di confine.

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Bea ci portato anche alla sagra di paese e la sciamana, vestita da cow-girl, ha danzato con altre ragazze. Divertendosi molto. Attorno la gente delle campagne della Polonia rurale. Mi sono chiesto se sapessero di avere a che fare con una ‘strega’.


bea sta preparando un’antica cerimonia di purificazione maya. costruisce, accanto al fuoco, con la mano sinistra, un mandala sacro: rappresenta le cinque dimensioni, quattro sono legate agli elementi naturali, la terra, il fuoco, l’aria e l’acqua. la quinta è l’etere, il nuovo ciclo del mondo e della spiritualità. i piccoli cerchi gialli sono gli occhi dei giaguari: gli esseri che, nella cosmogonia maya, hanno costruito il mondo. al centro vi è la terra, il sacro. il fuoco verrà acceso senza carta o altri materiali.

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Rito slavo notturno di purificazione con l'acqua. le donne, dopo aver pregato davanti all’acqua, si bagnano e poi si battono il corpo con i rametti di betulla. lo fanno fino a quando sentono che tutte le emozioni negative sono andate via. Quando avvertono il senso di liberazione, urlano per tre volte tenendosi per mano. è un grido dal profondo che sorge dalla pancia. la notte è l’utero femminile: le donne si sentono nel luogo ideale.



bea costruisce bambole con le ossa. mentre lo fa pensa a una persona in particolare, a cui dedica le sue emozioni che prova. così ogni bambola ha una sua personalità. bea non sa perché costruisce bambole: è un istinto.

bea sotto il ‘nonno’, l'albero dove nel 2004 ha trascorso quattro giorni e tre notti in meditazione, occupandosi soltanto di tenere acceso il fuoco. e’ stato un momento fondamentale nella sua vita spirituale: è certa di essere morta e rinata in questo luogo. bea adorna il nonno con ossa, che trova in giro nel bosco. bea è attratta dalle ossa: è come se contenessero lo spirito dell’animale cui appartenevano.


bea entra nel tepee. l’ingresso è a oriente. Qui nascono le idee, le visioni. Questo è il luogo delle meditazioni. in bea accende il fuoco e suona il tamburo all’interno del tepee.


è fine giornata, incontro nella vecchia casa nel bosco. il racconto della giornata. bea ospita spesso uomini e donne che vogliono approfondire il proprio percorso spirituale. a volte si fermano un giorno, a volte restano anche per più settimane. avvertono l’esigenza di staccarsi dalla vita di tutti i giorni, cercano una vita spirituale.

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bea indossa il copricapo di ossa costruito da suo figlio kasper. la maschera è uno strumento utilizzato in molte religioni e spiritualità antiche. chi indossa una maschera si può liberare del peso della propria immagine, e assumere un ruolo completamente diverso. bea usa molto le maschere. nei suoi incontri con le donne fa costruire loro una maschera e le fa abbigliare in modo diverso dal solito. in questo modo quelle persone sono libere di urlare, gridare, danzare…

cerimonia sacra. bea brucia sul fuoco gli scarti della pelle che ha usato per costruire un tamburo. bea invoca le energie delle quattro direzioni, ringrazia l'animale da cui proviene la pelle, lo ringrazia per essersi donato e trasformato in una nuova forma, quella del tamburo. i suoi resti non vanno buttati nella spazzatura ma bruciati con una cerimonia sacra, affinché torni in circolo come energia dell'universo.

andRea SemPlici, 66 anni, fiorentino, da qualche anno vive a Matera. Giornalista e fotografo. Ha in corso di pubblicazione: ‘La Rivoluzione perduta dei poeti’. Da un po’ di tempo, ogni volta che è possibile, visita piccole librerie indipendenti. Per scoprire che in Italia c’è una storia di giovani (e vecchi) librai che credono fortemente nel libro. e hanno belle storie da raccontare


kapuściński è stato il più grande reporter del ‘900

Questo mestiere non è adatto ai cinici è nato a Pinsk. era terra polacca, allora. Non ha mai scritto un solo rigo di narrativa, ma Salman Rushdie disse di lui: “Ha tutte le qualità del grande scrittore di immaginazione”.è una leggenda per chi voleva raccontare il mondo. Dieci anni fa, scrissi un libriccino attorno a Kapu, trenta pagine. Per saldare un debito di gratitudine. I polacchi hanno sempre avuto l’istinto dell’andare. testo di Andrea Semplici foto di Angelo Ferracuti Uno dei taccuini dove prendeva appunti.

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ice Kapuściński che erodoto, il grande storico greco ‘camminò per seimila chilometri pur di vedere con i suoi occhi quanto voleva raccontare’. Già, vedere con i propri occhi. essere parte. essere partecipe. Occhi e piedi come strumento del viaggiare e del raccontare. e, indispensabile, è il talento dell’ascolto. In viaggio, a volte, come quando di notte cammini in un bosco ed è il chiacchiericcio degli uccelli a sorprenderti, sono gli orecchi ad essere l’organo più importante del tuo corpo. Kapuscinski era un uomo gentile. Molti anni fa passammo tre giorni as48 sieme in una piccola città di mare. Lui era stato invitato a un incontro con i giovani. Ci regalammo un pomeriggio fra le bancarelle di un mercato (cercava un cappello) e la spiaggia. Mi accorsi subito della sua immensa gentilezza. Salutava le donne dietro ai banchi, ringraziava più volte un cameriere, si scusò della sua curiosità con una giovane commessa di un negozio. La gentilezza, per Kapu, era un istinto. ‘Il nostro lavoro – aveva già spiegato – dipende dagli altri. Senza gli altri non avrei mai saputo raccontare nessuna storia. Gli altri meritano rispetto’. ero abituato all’arroganza e alla superbia degli inviati superuomini e mi trovavo accanto ad un uomo timido, curioso, fragile, inquieto e, allo stesso tempo, sereno. Aveva una ma-

(Angelo Ferracuti è uno scrittore marchigiano: poche settimane fa è stato nella soffitta di Ryszard Kapuscinski in ulica Prokuratorska a Varsavia. Ci ha mandato le foto del suo viaggio e del suo incontro. Il testo è tratto da In viaggio con Kapuściński di Andrea Semplici, edito da Terre di Mezzo).

niera di camminare un po’ sbilenca. Come se volesse sempre rallentare. Come se aspettasse che i suoi pensieri, rimasti indietro, lo raggiungessero. Annotava spesso qualcosa nel suo taccuino. A volte una sola parola, non di più. era come se fosse sempre in dubbio, come se fosse preso dal timore di aver tralasciato un dettaglio, un particolare, come se si sentisse in colpa di non aver salutato quel passante che avevamo appena lasciato alle nostre spalle. Ripenso alla sua storia: nel 1957, a venticinque anni, il suo desiderio di varcare le frontiere viene assecondato. Più che assecondato: veniva invitato a farne un mestiere. Non aveva soldi, Kapu. Viaggiare doveva di-


La scrivania è rimasta come l’ha lasciata lui. Sopra i libri di Seneca, oggetti d’artigianato africani. A destra: Nello studio oltre ai libri ci sono molti oggetti. La palla di Natale acquistata a New York, la tessera da fotogiornalista, oggetti d’artigianato africano.

Doveva essere testardo, Ryszard (ecco: contiamo le doti necessarie ad un viaggiatore: il rispetto, la curiosità, la pazienza, una sensibilità particolare per capire che direzione prendere e quando fermarsi. Adesso la determinazione….). Venne assunto dall’agenzia di stampa nazionale polacca. La Pap. e gli venne affidato il compito immane di ‘coprire’ l’Africa. Tutte le Afriche. Vi sarebbe rimasto, cambiando più volte paese e con intermittenze, più dieci anni. Corrispondente di un’agenzia squattrinata. Anni senza computer, senza internet, senza cellulari. Con i telefoni che non funzio-

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ventare il suo lavoro. era la sola possibilità. Il continente che più lo attraeva era l’Africa. Che, in quegli anni, era un tumulto: stava per cominciare la stagione delle indipendenze, era la fine degli imperi coloniali. Si chiudeva un’epoca. e quel giovane redattore voleva esserci.


La mansarda dove Kapuściński lavorava è un covo pieno di libri. Potrà sembrare strano, ma molti sono volumi di poesie.

navano. Alla perenne ricerca di un telex dal quale poter inviare il proprio pezzo. Capire dove fosse un telex era il rebus da risolvere ogni volta che arrivava in un paese. Kapu aveva un istinto: sapeva, meglio di colleghi, al sicuro in una redazione in europa, che avevano più informazioni di lui, dove sarebbe accaduto qualcosa. Dove bisognava andare. Al punto che gli altri corrispondenti impararono in fretta che ogni volta che questo sconosciuto giornalista polacco prenotava un biglietto aereo era bene che anche loro si mettessero in movimento.

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Kapuscinski ha raccontato 27 rivoluzioni. Non so chi le abbia contate. Ci credo e basta. Lo ha fatto per un quarto di secolo, in almeno tre continenti, come anonimo redattore di un’agenzia di stampa polacca. Chi ha letto i suoi dispacci di quegli anni? Chi, davvero, conosce il lavoro che Ryszard ha fatto, ogni giorno, per venticinque anni? Quanti taccuini avrà riempito con storie che non sapeva se un giorno avrebbe mai scritto? Scriveva stringati lanci di agenzia e, allo stesso tempo, cercava di non perdersi alcun dettaglio della vita quotidiana dell’etiopia mentre veniva detronizzato il ‘re dei re’ o dell’Iran mentre cadeva nella polvere un imperatore. Chi sei, Kapu? Ho provato a sostituire la parola repor-

ter con la parola viaggiatore. Ho scoperto che sono interscambiabili. Ho capito che il racconto (compresa la cronaca giornalistica) e il viaggio sono fratelli. Forse sono sorelle, perché vi intravedo un’anima femminile. Dice Kapuscinsky (ed è una delle sue frasi più famose e ripetute: ‘Un giornalista non può essere un cinico, non può dimenticare la sua umanità e quella delle persone che incontra’). Provate a cambiare la parola ‘giornalista’ con la parola ‘viaggiatore’: non cambia il senso, il viaggiatore deve avere le stesse qualità di chi si mette in movimento per scrivere. Non può essere cinico o sbruffone. Deve essere ‘buono’. Deve provare ‘benevolenza’ verso l’umanità.

ANGELO FERRACUTI, 59 anni, marchigiano di Fermo. Ha pubblicato romanzi, racconti, reportage narrativi, tra i quali "Le risorse umane" (Feltrinelli, 2006), "Il costo della vita" (Einaudi, 2013), "Andare, camminare, lavorare" (Feltrinelli, 2015), "Addio" (Chiarelettere, 2016). Scrive per il Manifesto, e collabora con Lettura del Corriere della Sera, Venerdì di Repubblica, Left e Radio3.


La moglie Alicja è una donna molto dolce e ospitale. Dice che per scaramanzia ogni volta che partiva, Riszard portava con sé, in giro per il mondo, le chiavi di casa. In basso: Al Parco Mokotóv, dove lui andava a passeggiare tutte le mattine, c’è il Percorso Kapuściński che ricorda la vita del più grande reporter del ‘900.

Una cartina dell’Africa dove aveva tracciato tutti i percorsi dei voli aerei effettuati nel corso dei suoi viaggi. Sotto: al Parco Mokotóv, dove lui andava a passeggiare tutte le mattine, c’è il Percorso Kapuściński che ricorda la vita del più grande reporter del ‘900.


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il mistero di monika bulaj

ho raccolto scheGGe di uno specchio rotto La fotografa polacca insegue progetti che mai hanno fine. è sempre stupita di fronte alla vita e al mondo. Quando scatta entra in contatto con sé stessa non pensa, agisce di istinto, esce dalla quotidianità. testo e foto di Hermes Mereghetti

fotografia si erge a mezzo, a strumento di narrazione, perdendo la sua intenzione di essere fine a sé stessa. e' sulla sorta di queste parole che decade l'importanza della tecnica e della composizione, e quel rettangolo di luce, fatto di amore e dedizione, diventa un'immagine utile. Il suo obiettivo è quello di far conoscere. Donare voce a chi, nel mondo, gli è stata sottratta. Si emoziona ancora, Monika, si percepisce nella cadenza delle sue parole e nelle pause che si prende durante la chiacchierata. Cerca di scavare nel suo passato, nella sua coscienza. Racconta di cercare, attraverso la fotografia, di congelare e diffondere musica, ritmo e profumi. Dopotutto è la caratteristica che distingue una fotografia da 53 un'opera. Non solo la semplice e dura realtà, ma la vita filtrata dai suoi occhi, dalla sua educazione. L'infinità di immagini che il reale dona, a chi le sa cogliere, sono oggi fatte di luce che viene riaccordata a distanza di tempo dallo scatto. Con un occhio più esperto. Con la consapevolezza di chi ha vissuto e palpato una storia. Sporcandosi le mani. Racconta di entrare in contatto con sé stessa quando scatta, di non pensare, di agire d'istinto, di uscire dalla quotidianità. è una fotografa onnivora, Monika. Si nutre

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a nella voce la consapevolezza di una donna che affronta la vita, e le storie che essa regala, in punta di piedi, approcciando alla curiosità con istinto elegante. Monika Bulaj, fotografa e giornalista polacca, ha sempre rincorso il suo sogno e dovere: raccontare attraverso la fotografia. Mezzo e passione che l'ha portata a toccare con mano situazioni ed emozioni che hanno scolpito il suo carattere. In lei non è mai cambiata la forma di stupore nei confronti della vita e del mondo. Oggi molto più attenta ai dettagli, Monika delinea traiettorie di pensiero che riesce ad esprimere con maestria nei suoi scatti. La passione per la fotografia nasce quando Monika è ancora ragazza, dal bisogno di raccontare. Raccontare la Polonia e i territori non scoperti. Raccogliendo le testimonianze e i dettagli di ciò che la circondava ha saputo dar voce alle storie di gente comune del proprio paese. esercizio che la accompagna ancora oggi nei reportage che realizza in tutto il mondo. In memoria del suo paese, il desiderio di raccontare il silenzio e l'orrore diventa parte integrante del suo linguaggio, una missione che diviene filosofia di vita cercando di dare voce agli esclusi, agli ultimi. ecco un altro esempio di come la


Una fotografia di Monika Bulaj Afghanistan, Kabul, Hazara, il quartiere degli Chindawol

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di tutto ciò che riguarda il suo progetto di vita, che sfocia nella mania e nel desiderio di dar voce agli esclusi, alla gente di serie b. Non ha un progetto preciso, dunque non vi è mai un inizio né una fine. Si tratta del continuo flusso di pensieri e bisogni che la spingono a partire cercando di vivere e incontrare delle realtà che la sappiano nutrire e dare una risposta alla domanda che si pone da ormai trent'anni. 54 Attualmente sta lavorando su un progetto, sostenuto dall'associazione Pulitzer, che riguarda un viaggio in Asia centrale attraverso la riscoperta di scritti antichi. Questo progetto le permette di lavorare ancora una volta sulla memoria e sulla riscoperta di dettagli che fino ad oggi sono stati invisibili. Ma come ogni suo progetto, non avrà mai fine. Neppure quando diventerà un libro. Guardandosi alle spalle ricorda il vissuto, la gente che vive nelle istantanee e nelle storie contenute nel suo archivio e nel suo cuore. A volte è bene non pensare. I racconti sono

diventati parte delle sue ossa e spesso donano qualche scossa di assestamento all'anima. Forse è meglio continuare il racconto al fine diffondere e far conoscere. Perdersi nel fascino del nostro io e farsi guidare dai bisogni che trasciniamo fin da quando siamo ragazzi. Pensa spesso alla Polonia, al luogo della sua infanzia, al porto o eremo da cui è partita per questo grande cammino. In tutta la vita ha cercato di raccogliere schegge di un grande specchio rotto. Un'immagine che oggi, ricostruendo il mosaico, dona un senso di unicità tra i dettagli del mondo. Il visibile e concreto, in contrapposizione al mistico, sembrano fondersi in un'immagine onirica. Una fotografia che scopre nell'ombra il filo conduttore che lega l'esistenza. Una visione olistica del mondo attraverso la diversità in un'essenza armonica.


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il parco nazionale dello slowinski, nel deserto polacco testo e foto di Paolo Volponi



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i sono luoghi che conquistano per la loro grandiosità. Altri per la loro unicità. Altri ancora perchè, con l’atmosfera magica di un momento, riescono a trasmettere un’emozione che si fissa indelebile nell’animo. Il parco nazionale dello Slowinski, sorprende. Chi se l’aspette58 rebbe, infatti, di trovare un piccolo deserto sulle sponde del mar Baltico? Siamo nell’estremo nord della Polonia eppure chi volge lo sguardo verso ovest, dalla sommità della duna Lacka, proverà molto forte l’impressione di aver sbagliato continente e di essere finito nei pressi di una qualche oasi nel deserto sahariano. Cinque chilometri di dune di sabbia, più o meno alte (la più alta di oltre 45 metri è proprio la Lacka, l’unica aperta alla visita dei turisti), si susseguono una dietro l’altra, a formare la cosiddetta “Collina Bianca”, ovvero la parte centrale del parco nazionale. Ma, e le sorprese continuano, quello che rende queste dune

tanto particolari è il fatto che si muovono. Sì, le montagne (di sabbia) si muovono! Il vento dominante di questa regione, che soffia da ovest verso est, riesce a spostare queste impressionanti dune di sabbia fino a dieci metri l’anno. Alcune ricerche hanno evidenziato che l’intensità del trasporto di sabbia da parte del vento è proporzionale, come c’era da aspettarsi, alla sua velocità e persistenza. La sabbia trasportata da un vento di 20 m/s per 24 ore è paragonabile solo a quella di un vento di 5 m/s per 660 ore! Anche la temperatura dell’aria, l’umidità del suolo e la struttura superficiale sono elementi che ne influenzano l’avanzata. Così è soprattutto nei mesi invernali di gennaio e febbraio, quando la sabbia è pesante di umidità e il vento dominante soffia forte e costante, che le dune avanzano più speditamente. Quello dello Slowinski è, quindi, un paesaggio in continua trasformazione. Quando una



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duna larga mezzo chilometro e alta quaranta metri avanza non ha certo nessun riguardo di qualsiasi cosa che si trova sul suo percorso. Foreste intere, laghi, torbiere e anche villaggi (nel XVII secolo il villaggio di pescatori di Leba fu costretto a spostarsi in direzione est di dieci chilometri, nell’attuale posizione, perchè minacciato dall’avanzata delle dune) sono continuamente sotto la minaccia attiva delle dune.

Le dune mobili dello Slowinski sono un fenomeno naturale recente. Secondo le indagini degli studiosi, si sono formate e mosse per la prima volta “solo” duemilacinquecento anni fa (una granello di sabbia nella clessidra del tempo geologico) in conseguenza all’incontro concomitante di altri due potenti fenomeni naturali: il fuoco e il vento. A quel tempo una rigogliosa foresta di querce e faggi ricopriva l’intera regione che era caratteriz-


zata, inoltre, da due grandi lagune costiere. Vivevano nella zona poche tribù sparse di slavi cascubi. Fu forse con l’intenzione di disboscare una parte di foresta che i cascubi appiccarono il fuoco che, con il favore del forte vento, si propagò in maniera colossale distruggendo l’intera copertura forestale per chilometri e chilometri. O, forse, fu un incendio naturale? I ricercatori non sono concordi in merito. Senza l’azione frenante

degli alberi, comunque, andarono a formarsi e ad accumularsi grandi quantità di sabbia, trasportate dal mare e dal forte vento. Fu così che le prime dune, alte circa venti-venticinque metri, si formarono e cominciarono a muoversi in direzione della costa. Ben presto le due lagune vennero separate dal mare, dalle dune in movimento, fino ad andare a formare gli attuali laghi di Gardno e Lebsko.


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Sabbia: c’è tanta sabbia nel parco nazionale dello Slowinski, ma non solo. I vari habitat del parco ospitano infatti duecento specie di uccelli (tra le quali l’aquila di mare, il gufo reale, il falco pescatore, il piovanello pancianera, le gru, i cigni reali) e poi tanti caprioli, cervi, cinghiali, lontre e, nelle torbiere nei pressi delle dune, il marasso (Vipera berus) e il rospo delle dune (Bufo calamita). Ma, senza dubbio, sono le dune mobili le protagoniste indiscusse dello Slowinski. Superata la prima sensazione di stupore e sorpresa, il parco conquista definitivamente con i suoi contrasti di ambienti e colori, che vanno trasformandosi sotto gli occhi in atmosfere irreali e magiche. La duna 62 di Czolpino, ad esempio, ci offre, da questo punto di vista, uno spettacolo crudo e violento, ma al contempo affascinante. Se la vista della Collina Bianca, infatti, ci ammalia e sorprende per la sua inaspettata vastità e grandezza e per la dolcezza delle curve delle creste dunali (meglio se evidenziate dalla luce obliqua di un tramonto estivo), la duna di Czolpino è meno prosaica e più reale (o brutale, se si preferisce), e si fa per questo amare o odiare senza lasciare possibilità di indecisione. Magnifica, immensa, potente: rappresenta in sè l’essenza selvaggia di questo parco. e’ alta più di quaranta metri, sorge improv-

visa nel bel mezzo della foresta e domina il paesaggio circostante. L’estesa foresta di Kluki, il grande lago Lebsko, il mar Baltico sono laggiù, sotto di lei. Travolge tutto ciò che le si oppone con potente sicurezza. Ci sono bellissimi pini e betulle di duecento anni, alti oltre trenta metri, che scompaiono anno dopo anno sotto la sua avanzata inarrestabile. Un piccolo lago, ingentilito dalla fioritura delle bianche ninfee e circondato da una bellissima e ricchissima torbiera (dove fioriscono, tra l’altro, l’erioforo, la drosera e il mirtillo di palude), si trova proprio davanti al suo fronte di avanzata ed è destinato ad essere inghiottito nel giro di pochi anni. L’ineluttabilità della natura ci appare qui più evidente che mai.

Paolo Volponi, 50 anni, nato a Modena, vive a Varsavia. Fotografo e film-maker, ha cominciato a fotografare farfalle a dodici anni. Fra film di natura e ricerche entomologiche gestisce, assieme a sua moglie Marta, la ClearWing Foundation for Biodiversity.


ispirati da farfalle dalle ali trasparenti la fondazione clearwinG per la biodiversità

le autorità e al mondo intero sia il modo migliore per cercare di proteggere e conservare quel poco di naturale del nostro mondo che ancora rimane. L’ho fatto per oltre vent’anni come fotografo (il mio primo reportage di denuncia dei pericoli incombenti sulla magnifica e delicata “Foresta primordiale di Frakto” pubblicato su Oasis nel 1993 diede spunto all’allora ministro dell’ambiente Greco per ampliare a tutta la valle lo stato di protezione) e per altri dieci come regista di documentari (nel 2011, quando ancora c’era chi non ci credeva, ho completato un film sull’influsso dei cambiamenti climatici sugli stambecchi delle alpi, “Le divinita’ della montagna”, mandato in onda Da Geo&Geo su Rai3). e lo continuo a fare oggi come direttore della Fondazione ClearWing per la Biodiversità (www.clearwingfound.com), che gestisco insieme a mia moglie Marta (che all’eta’ di quattro anni dichiaro’ alla sua maestra che da grande avrebbe fatto l’entomologo… pochi mesi fa Marta ha completato il suo dottorato di ricerca in biologia scoprendo tre nove specie di farfalle nel sud-est asiatico e dimostrando, per la prima volta al mondo, che ci sono farfalle (i sesidi) che non solo sono simili di aspetto alle api e alle vespe ma che sanno anche volare, ovvero comportarsi, come api e vespe). Consapevoli delle sfide ambientali dei nostri tempi, con la nostra fondazione non a scopo di lucro, vogliamo sostenere talenti emergenti, progetti di ricerca e campagne educative volte ad aumentare la conoscenza del mondo naturale e a diffondere la consapevolezza dell'importanza della sua conservazione sia su scala locale che globale. Il tutto prendendo ispirazione da farfalle dalle ali trasparenti. PS: la “mia” zerynthia oggi e’ una farfalla inserite nella lista di specie di importanza europea.

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Quando avevo tredici anni l’unico ambiente naturale a tiro di bicicletta da casa mia era un canale di scolo alla periferia della mia città, lo scolo Lama. Dai primi giorni di primavera fino all’arrivo dell’estate ci andavo tutti i pomeriggi di bel tempo. L’acqua del canale puzzava di fogna, ma sulle sue sponde c’era una ricca vegetazione spontanea che attirava dai campi e frutteti vicini un numero cospicuo di insetti e soprattutto di farfalle. La mia preferita era la zerynthia (Zerynthia polyxena), una delle prime a farsi vedere dopo l’inverno. Dal volo delicato, la vedevo solo quando non c’era vento e solo ad aprile, intorno ai giorni del mio compleanno. Cercala il 15 aprile era come realizzare un sogno, vederla un regalo che facevo a me stesso. Non ce n’erano molte, 10-15 magari una ventina. Modesta di dimensioni ma esotica nei colori, con lo sfondo giallo delle ali incorniciato da tessere (scaglie) colorate di blu e di rosso, sembrava uscita da un mosaico bizantino. Ravenna, che di mosaici se ne intende, allora si stava espandendo e anche a me che ero un ragazzino arrivavano voci che quel canale sarebbe stato presto cementato, ingoiato dalla inevitabile, mi dicevano, crescita urbana. Così, a quattordici anni, me ne andavo lungo le sponde della Lama a contare le uova che le zerynthie avevano depositato sulla loro piante nutrici, l’aristolochia. Nutrivo il sogno segreto di salvare le farfalle che amavo. Volevo mappare la loro presenza lungo il canale e di far sapere alle autorità cittadine che quello scolo doveva essere lasciato com’era! Almeno le sue sponde, con la sua vegetazione e l'aristolochia. Spontaneamente avevo ideato un ingenuo mini-progetto di conservazione, Per me era una cosa che andava fatta per cercare di aiutare quella farfalla che mi affascinava. Da allora in poi non ho mai smesso di credere con tutte le mie forze che mostrare la bellezza della natura e diffondere il messaggio dell’importanza della sua conservazione tra i giovani, la gente


storie di poesia

V

ai a capire perché la Polonia di poeti ne ha avuti così tanti. Celebri e tradotti all’estero oppure a noi del tutto ignoti, complici nomi impossibili. Vai a capire. Sarà che in polacco i termini ‘parola’ e ‘slavo’ – slowo e slowian – possiedono la stessa radice. Sarà che quando non hai più terra ti rimane solo la poesia. E che se invece ti hanno rubato la

Szymborska tutte le volte che viene meno il rispetto per le cose, il senza dell’attenzione e la sua necessità.

wislawa c’è Trafigge con la forza della verità. Racconta gli enigmi di ogni giorno, degli incanti del sentimento, degli incroci del caso e della possibilità. Cracovia era l’aria che respirava, la linfa che la nutriva.

testo e foto di Paolo Ciampi

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voce, ancora, ti rimane solo la poesia. 64 Allora capisci che possa saltare fuori un poeta come Adam Mickiewicz, a cui si deve il ‘Pan Tadeusz’, poema epico che gli studenti polacchi imparano a scuola come da noi ‘I Promessi Sposi’: dodici libri sugli eventi di cinque giorni del 1811 e di un giorno del 1812, quando la Polonia si era ridotta a una congettura, senza uno spazio nella mappa dell’Europa. Oppure Czesław Miłosz, cui gli accademici di Svezia conferirono il

Nobel per aver esposto – questa la motivazione – ‘la condizione dell’uomo in un mondo di duri conflitti, senza compromessi’. Era il 1980 e lo stesso anno Solidarność depose i suoi versi ai piedi del monumento per i lavoratori uccisi dalla polizia durante gli scioperi. Però la poesia che arriva dalla Polonia per abitare il mio cuore è soprattutto quella di Wislawa Szymborska, anzi, di Wislawa, come più semplicemente la chiamo. Anche perché ho fatto fatica a capire come si pronuncia davvero il suo cognome. Per anni ho ignorato anche lei, prova provata di come ti fregano i pregiudizi. ‘Ma chi sarà mai’, mi ero detto prima di leggerla, ‘bene che vada sarà una di quelle intellettuali gelide e astruse’. Poi i primi due o tre versi mi trafissero con la forza della verità. Raccontavano degli enigmi di ogni giorno, degli incanti del sentimento, degli incroci del caso e della possibilità: ‘Su un tavolo più giovane da una mano d’un/giorno più giovane/il pane di ieri era tagliato diversamente’. Verso la fine della vita Wislawa forzò il suo temperamento schivo e si concesse a due giornaliste polacche – Anna Bikont e Joanna Szczesna – che si erano messe in testa di raccontare la sua vita. Ne venne fuori un libro ponderoso che si legge tutto di un fiato, a partire dal titolo: ‘Cianfrusaglie del passato’. Dentro non ci sono rivelazioni e pettegolezzi. Solo la vita di una donna che, malgrado il Nobel e la fortuna procurata ai suoi editori, era riuscita a


conferenza – alla grande Wislaswa. Lui era stato il suo vicino di pianerottolo e in quei pochi metri tra le due porte, tra un tinello e una cucina, si erano dipanati anni di buona amicizia. L’indomani mi regalò diverse ore del suo tempo per mostrarmi disegni e foto, raccontarmi piccole storie, accompagnarmi al museo che Cracovia ha dedicato alla sua poetessa, discreto e raccolto come lo è stata Wislawa. È passato diverso tempo, eppure trattengo l’emozione di una giornata meravigliosa. Wislawa, vita ordinaria di una persona straordinaria. Da anni non ho più messo via ‘La gioia

di scrivere’, il volume che raccoglie le sue poesie. Mai fatta una cosa del genere per un altro bestseller. Lo tengo sempre sul comodino. Tutte le volte che mi viene meno il rispetto per le cose, il senza dell’attenzione e la sua necessità, Wislawa 65 c’è.

La poesia – ma cos’è mai la poesia? Più d’una risposta incerta è stata già data in proposito. Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo Come alla salvezza di un corrimano.

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rimanere se stessa. Confidarsi in pubblico – diceva – è come perdere l’anima. Qualcosa bisogna pur tenere per sé. Così diceva, però poi sapeva riannodare i fili della sua vita come una vecchia zia in vena di confidenza. Wislawa aveva una predilezione per i ninnoli – mi vengono in mente le buone cose di cattivo gusto di Guido Gozzano – per le cartoline postali, per le lotterie e i telequiz: ‘Preferisco i cassetti’. Non sopportava il Monopoli, ma si lasciava accompagnare dai film di Woody Allen e dalla voce di Ella Fitzgerald. Fino all'ultimo non ha rinunciato alle chiacchiere con gli amici e ai bicchierini di vodka. Era di Cracovia e Cracovia non era per lei solo un dato anagrafico, una circostanza della vita. Cracovia era l’aria che respirava, la linfa che la nutriva: ‘Preferisco le querce sul fiume Warta’. Impossibile immaginarla altrove, lei che pure era cittadina del mondo e ci insegnava che solo ciò che è umano può essere davvero straniero. A Cracovia, l’ultima volta che ci sono stato, ebbi modo di conoscere un musicista di una certa età innamorato dell’Italia. Non a caso c’eravamo incontrati a una conferenza all’Istituto italiano di cultura, un posto magnifico per capire quanto Italia e Polonia avrebbero da raccontarsi, se solo volessero. Parlava la mia lingua così bene da farmi arrossire per la mia incapacità di pronunciare in polacco anche solo la parola ‘grazie’. Il discorso scivolò alla svelta dalla Via Francigena – il tema della


una passeggiata nella città più giovane della polonia

la movida di cracovia Nella piazza del Mercato suona ancora la tromba per chiamare a raccolta la popolazione. Le vecchia fabbrica di Oskar Schindler è oggi museo in memoria della resistenza al male assoluto. I canti nella chiesa Santa Cunegonda, nel sottosuolo di sale di Wieliczka.

A Cracovia, che si visita agevolmente a piedi, tutto ruota attorno all’imponente Castello Reale del Wawel e alla stupefacente Rynek Główny, la piazza medievale più grande d’europa, circondata da palazzi e chiese, ma anche da caffè, ristoranti dove gustare le specialità locali, jazz club, discoteche e teatri dove passare piacevolmente la sera. la movida

testo di Pietro Tarallo foto di Massimo Bisceglie

Hard Rock Cafe

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Danzica, Centro europeo di Solidarność. Il bacio fra Breznev e Grierek

Cracovia dunque non è solo la città fra le più belle e suggestive della Polonia, è anche quella dove la movida è più animata e travolgente. Grazie anche alla presenza dei numerosi giovani che frequentano la sua antica università. Turisti e studenti affollano soprattutto la spettacolare Piazza del Mercato (Rynek Główny). Che è anche il posto giusto per assistere allo struscio e ammirare la Basilica di Santa Maria. Quando le sue campane battono le ore, tutti si fermano e rivolgono lo sguardo alle finestre della torre più alta, dove compare un musicista che con


lacchi e internazionali. Le più “in” sono il Frantic Club, Lokal. Atmosfere più soft al Lindo Bar. Molto alla moda, è frequentato soprattutto da giovani gay. Il The Piano Rouge, molto romantico, dove si esibisce un’ottima cantante accompagnata da un chitarrista provetto, tutto con arredi rossi e luci soffuse, è anche un buon ristorante.

The Piano Rouge

Il ristorante Kawiarnia

la memoRia La città fortunatamente non ha subito molte distruzioni durante l’ultimo conflitto mondiale, ma è stata purtroppo teatro di deportazioni e violenze perpetrate dai nazisti nei confronti degli ebrei che vivevano nel ghetto di Kazimierz, oggi ritornato ai fasti del passato grazie al restauro delle sue sinagoghe e all’apertura di ristoranti kosher e musei dedicati alla cultura ebraica. Momenti di raccoglimento per non dimenticare nel Cimitero di Remuh, accanto all’omonima sinagoga, dove le vecchie lapidi delle tombe affollano il breve spazio fra le case. Nella piazzetta centrale del quartiere si spec-

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la tromba intona per quattro volte l’hejnat (chiamata a raccolta), segnale di allarme che risale al Medio evo. Qui il raffinato ristorante Szara Gęś propone piatti a base di oca e dolci golosissimi, come il cocco dal guscio di cioccolato ripieno di gelato alla crema. Ottime birre si bevono al Pijalnia Wódki i Piwa con le pareti tappezzate di giornali d’epoca. Mentre il ristorante Pierogarnia Krakowiacy è specializzato in piatti tradizionali polacchi serviti da due sorridenti ragazze in costume. Un must è il ristorante Pod Aniolami, sensazionale museo con oggetti in rame, ceramiche, dipinti e statue lignee d’epoca raccolti con passione da Jacek Lodzinski, chef molto noto per i suoi piatti creativi e l’uso delle foglie d’oro su dolci e biscotti allo zenzero. Il Bull Pub è il regno dei giovani inglesi che l’affollano per assistere alle partite di calcio sui grandi schermi tv oppure per esibirsi in chiassosi karaoke. Sempre molto affollato è l’Hard Rock Cafe in un palazzo di tre piani dai decori liberty, a fianco della Basilica di Santa Maria. Si scendono ripide scale in pietra per raggiungere U Muniaka, il jazz Club più noto di Cracovia. Molte le discoteche. Tutte con musiche house e tekno proposte da dj po-


Cracovia Plac Bohaterów Getta Memoriale ai morti del ghetto

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chia la palazzina, a due piani, di colore verdino, dove è nata e cresciuta Helena Rubinstein, creatrice dell’omonima casa di cosmetici. Il ristorante Kawiarnia, arredato come una casa alto borghese del quartiere, prepara i piatti tipici della cucina kosher che si gustano al suono di gruppi klezmer che si esibiscono tutte le sere alle 20. Anche il ristorante Ariel, con ritratti di rabbini e arcigni esponenti della comunità ebraica alle pareti, è specializzato in piatti kosher. Da provare la sua specialità: berdytchov, zuppa di manzo alla cannella e miele. enormi sono i zapiekanki preparati da Alchemia, super pizze rettangolari con di tutto e di più. Molto cool, nelle sue sale interne si fa musica dal vivo tutte le sere, jazz compreso. Non potevano mancare le boutique fashion vintage e avantgarde, come Nuumi Boutique e Vintage Classic. Di là dalla Vistola si estende il quartiere operaio di Podgórze, dove i nazisti internarono

nel ghetto oltre 16.000 ebrei prima di deportarli nei vari campi di sterminio. Subito dopo il ponte si apre Plac Bohaterów Getta, grande piazza con il Memoriale ai Morti del Ghetto: settanta grandi sedie metalliche distanziate fra loro simboleggiano la partenza dei deportati verso i campi di sterminio. Più avanti la fabbrica di stoviglie smaltate di Oskar Schindler, che il film di Spielberg ha reso famosa, è un museo interattivo dove si rivive l’orrore della Shoah. Ma anche l’impegno di questo simpatico e scaltro antieroe che salvò con generosità e astuzia la vita di oltre mille dei suoi operai. Nella stanza finale, circolare, si rivede la luce: tutta bianca, è tempestata di scritte che inneggiano alla pace. i dintoRni. Quasi alle porte di Cracovia, dopo circa quaranta chilometri, l’idillio di Oświęcim, cittadina con villette dai giardini ben curati e pieni di


Cracovia, Fabbrica di Schindler, l’ufficio di Oscar Schindler

lometri a oriente di Cracovia. Dismessa da tempo, è oggi un singolare museo. Nelle grandi gallerie, che formano un labirinto misterioso, sostenute da robusti tronchi di pino, si affacciano statue di sale e si apre la grandiosa Cappella di Santa Cunegonda, un’immensa chiesa dove risuonano i canti e le preghiere dei fedeli. Il microclima della miniera e le proprietà terapeutiche del salgemma curano chi è affetto da malattie respiratorie e allergie croniche nel Sanatorio, luogo di cura posto a 135 metri di profondità.

Birkenau, una delle baracche con il carro per il trasporto cadaveri

Cracovia, Kazimiers Alchemia, uno dei locali più alla moda del ghetto

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fiori, e l’orrore del “male assoluto” nei vicini campi di sterminio di Auschwitz e Birkenaudove sono stati gasati oltre due milioni di ebrei, sinti, rom, omosessuali, polacchi e prigionieri di guerra. Questi luoghi di morte sono visitati ogni anno da oltre sei milioni di persone che sfilano in raccolto silenzio e commozione dinanzi ai forni crematori, dentro le baracche dove erano stipati su rudimentali letti di tavolaccio fino a trecento persone. è quasi un pellegrinaggio. Per non dimenticare. In un percorso quasi catartico e purificatore si scende nelle viscere della terra nella Miniera di sale di Wieliczka, solo quattordici chi-

info ente Nazionale Polacco per il Turismo, via G. B. Martini 5, 00198 Roma, tel. 06.4827060, www.polonia.travel/it Bozena Cipollone (bozena.gas57@gmail.com), dopo molti anni passati in Italia, è tornata nella sua città: oggi è una delle migliori guide turistiche.


a cracovia alla larga dalle secche del prevedibile e dell’accomodante.

blu di prussia: viaGGio nel cataloGo della not two records

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ell’aprile 2007 andai in Polonia a trovare enrico, un amico la cui voce sa di greto di fiume e di camicie stirate. Viveva a Lodz, era andato lì a insegnare ai polacchi a diventare turbocapitalisti: ne ho approfittato per fare un viaggio in questo paese del quale fino a quel momento conoscevo solo Woytila, Wibicki, Walesa, Boniek, Jaruzelski, Penderecki. Lodz, la Manchester polacca, città di Krzystof Kiesloski: un posto poco interessante, grigio, cupo, che aveva affascinato e non poco David Lynch; c’era in effetti un che di vagamente sinistro nel contrasto tra il nuovo progresso che avanzava a grandi falcate e i casermoni socialisti che ancora resistevano, ma soprattutto nell’aria, a tratti ruvida e non così accogliente. I casi della vita mi portarono poi a scoprire un locale semplicemente favoloso, Jazzga, dove capitò di vedere dal vivo Triosk, una band australiana a cui poi organizzai un concerto a Padova. Nel mentre avevo anche scoperto che in Polonia c’era un forte interesse per le musiche non ortodosse, e così scoprii gruppi coraggiosi e fuori dagli 70 schemi come Robotobibok, Puch, Don’t Shelest. Avevo avuto un paio di anni prima la fortuna di poter assistere ad un’opera totale e magnifica di Christian Boltanski, “tant que nous sommes vivants”. Un’opera imprendibile e commovente, diversa da qualsiasi cosa avessi mai visto in vita mia. Come diverse, desuete erano le musiche di quelle band polacche. Finchè siamo vivi, già: intanto musica. In Polonia allora, non solo Wibicki (che bello il suo inno, scritto a Reggio emilia!), Gorecki, Penderecki, Krzystof Komeda (sua la soundtrack di Rosemary’s Baby di Polanski) oppure Leszek

Mozder se cercate più rassicuranti vibrazioni jarrettiane, ma anche, e soprattutto, una delle etichette più coraggiose del panorama jazz mondiale, che esplora senza bussola e senza timore i meandri dell’improvvisazione: Not Two Records, da Krakow. “La Polonia è lontana dai centri nevralgici del jazz come New York o Chicago, così come la musica di Chopin lo è dall’improvvisazione”, recita il sito dell’etichetta creata oramai 21 anni fa da Marek Winiarski, appassionato di jazz con una laurea in ingegneria metallurgica e una travolgente passione per la musica di avanguardia. Interessata a coprire tutto il processo della creazione musicale, la Not Two, attraverso i suoi programmi di residenza, ha prodotto box completi come i 12 (!) cd di Alchemia di Ken Vandermark con il suo quintetto. Le registrazioni live sono più la interessante e creativa forma della musica – sostiene Winiarski – : “tutto quello che faccio, contribuire a creare nuovi contesti per diversi ensemble, grandi o ridotti, non funziona sempre, ma vale comunque la pena provarci”. Il mio primo contatto con l’etichetta è stato attraverso un disco che vede coinvolto un musicista romano, il clarinettista Marco Colonna: Agrakal, in trio con il pianista spagnolo Agustì Fernandez e il percussionista di Lubjana zlatklo Kaucic (del quale è recentemente uscito un magnifico box di 5 cd, Diversity, proprio per Not Two); in dialetto berbero Agrakal significa Mediterraneo e si sentono le onde e il viaggio, nelle improvvisazioni liriche e spericolate di questi musicisti. era allora necessario approfondire. ecco dunque una panoramica delle ultime uscite di questa eti-


Una delle etichette più coraggiose del panorama jazz mondiale, che esplora senza bussola e senza timore i meandri dell’improvvisazione come gesto politico. testo di Nazim Comunale foto Not Two Records

eScalatoR, no-exit coRneR Un classico trio di free sanguigno e grondante veemenza black, questo di Ken Vandermark (sax tenore e clarinetto), con Klaus Kugel alla batteria e Mark Tokar al basso. Le regioni interstellari del Coltrane decollato verso altre galassie, l’urgenza della protesta contro il reale, i pugni chiusi alle olimpiadi di Monaco del 1972, le urla della storia. Un disco che non inventa nulla ma è perfetto da sbattere in faccia a chi ha scambiato il jazz per musica di sottofondo che deve accompagnare cene sofisticate e chiacchiere arrampicate sul nulla. Vandermark è un musicista completamente immerso nella grande tradizione dell’improvvisazione afroamericana, con ascolti vasti, una personalità poliedrica ed una voce nitida e forte: non c’è uscita da questo angolo, ci si arrende ad un’energia che sì porta sulle spalle il peso di un alfabeto ampiamente codificato, ma sa comunque travolgere.

akiRa Sakata, nicolaS field, fiRSt thiRSt, live at cave12 L’albero sembra/Un cane intento a/ringhiare verso i Cieli (Jack Kerouac, Il libro degli haiku). Il venerabile Sakata San è una leggenda vivente del free jazz: nato nel 1945 a Hiroshima, biologo marino, attore, scrittore, suona dal 1972 e ha collaborato con una valanga di musicisti. Nella prima sete siamo investiti da un magnifico rotolare di massi (Nicolas Filed alle percussioni) che esplodono da un vulcano, non ci si graffia ma si sente letteralmente il cervello creare nuove connessioni neurali, musica indicibile, nuova ogni volta che la ascolti, alla quale è sciocco cercare di imporre la museruola del nostro misero linguaggio: va semplicemente ascoltata ad alto, altissimo volume, senza spiegazioni. Del resto, ancora con Kerouac, “il cielo è blu perché tu vuoi sapere perché il cielo è blu”. the diagonal, no filteR Due sessioni, un quintetto con Jeff Parker (chitarrista anche con Tortoise), il trombonista Jeb Bishop, il basso elettrico di Nate McBride, Pandelis Karayorgis al fender rhodes e al piano e Luther Gray alla batteria. In questo disco la ricognizione della Not Two Records esplora un versante diverso del grande cosmo del jazz

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chetta che porta avanti un’idea di musica libera e senza compromessi: l’improvvisazione come gesto politico, innanzitutto, per restare alla larga dalle secche del prevedibile e dell’accomodante. Perché, come diceva Hikmet, il miracolo del rinnovamento è il non ripetersi del ripetersi.


improvvisato: spigoli, swing, fumo, nebbia, fratellanza,notte. Senza alcuna didascalia. Qui ci sono strutture, anche se dalle maglie larghe, ci sono ruggini rock, il suono di un inizio che smuove i continenti, veniamo tutti da un altrove, Pangea, musica, fumana, madre di Dio, chi altro c’è qui con noi? Il suono di una febbre lievissima e cruciale, che non passerà. Ramon loPez, PeRcy PuRSglove, Rafal mazuR, thReefold Questo trio vede protagonista al basso acustico un musicista di Krakow, Rafal Mazur, in un classico trio con batteria (Ramon Lopez) e tromba (Percy Pursglove). Un lirismo raccolto, elegie per un mondo che ha dimenticato il silenzio: epifanie, ombre, radure, foreste, un vento che taglia la faccia, ossigeno, mare del Nord, preghiere. Titoli di coda.

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PeR-ake holmalndeR, caRliot it’S neveR late too late oRcheStRa 72 L’orchestra dove non è mai troppo tardi: un ensemble di undici musicisti di ogni dove (Svezia, Polonia, Stati Uniti, Portogallo) a cospirare silenziosamente contro il galateo acustico in vari assetti. Un triplo cd dove si mette in scena l’affondamento di un metaforico e realissimo Titanic: balene, Pinocchi, agguati, iceberg, telegrammi dal nulla, ironia, nostalgia, mitologia, ed un uso lievissimo e sempre puntuale del silenzio come elemento fondativo dell’ordito musicale. Probabilmente non avevate mai sentito nominare Holmlander, ma sappiate che il leader, alla tuba, ha suonato con London Jazz Composers Orchestra, Fire Orchestra e con la mefistofelica

Large Unit del batterista schiacciasassi Paal Nilssen-Love (con Akira Sakata nel trio Arashi,che in giapponese vuol dire tempesta). Sghembe partiture da big band sbronza, New Orleans, Cracovia, la madonna nera di Czestochowa, il dio nero dei sobborghi dove si cuoce soul food, un mood ironico e vagamente surreale, come un Nino Rota free o una bagatella dei monellacci olandesi (Misha Mengelberg, un monumento) dell’ICP Orchestra; del resto,il suono ha un’anima che travalica ogni confine. Una porta aperta sull’uiverso in espansione di un musicista che saprà dare gioia alle orecchie assetate. Del resto, come ci ricorda Saramago, la vita è un’orchestra che suona sempre, intonata, stonata. blue ShRoud band, odeS and meditationS foR cecil tayloR, by baRRy guy Sale a quattordici il numero degli interpreti e improvvisatori coinvolti per questo fluviale box da cinque cd dedicato alla figura del grandissimo Cecil Taylor, pianista afroamericano, colosso del free jazz, scomparso nell’aprile del 2018. Dirige le operazioni Barry Guy, settantaduenne compositore e contrabbassista che spazia da una vita tra musica antica, composizione contemporanea ed improvvisazioni. Per tre giorni, All’Alchemia Club di Krakow, nell’ottobre del 2016 si è letteralmente scoperchiato un vaso di Pandora: sabbie e venti desertici per tromba solista (di nuovo Percy Pursglove), passacaglie per violino, sonate del XVII secolo (viene in mente Demetrio Stratos, l’indimenticabile voce degli Area, probabilmente la più grande band italiana di sempre, che in evaporazione giocava con la frase “Abbiamo perso


Progetto un mondo, nuova edizione, nuova edizione, riveduta, per gli idioti, ché ridano […] Quell’improvvisazione di foresta, da tanto presentita, d’un tratto nelle parole manifesta! […] E sognerai che non occorre affatto respirare, che il silenzio senza respiro è una musica passabile, sei piccolo come una scintilla e ti spegni al ritmo di quella. […] Un mondo solo così. Solo così vivere. E morire solo quel tanto. E tutto il resto eccolo qui È come Bach suonato sul bicchiere Per un istante. (Wislawa Szymborska, Progetto un mondo)

NAzIM COMUNALE, nato in riva al Po sette settimane dopo l'assassinio di Pasolini, è maestro elementare, giornalista musicale per Il Manifesto e altre testate, poeta, comunista e maradoniano.

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la memoria del XV secolo”), esercizi di acrobazia e vertigine per baritono (Julius Gabriel), Babilonie che tendono al silenzio: entra in gioco anche la voce di Savina Yannatou, poi la tuba di Michel Godard. A seguire, nel caleidoscopico programma che vede i musicisti articolarsi in sempre differenti assetti , strappi e rimbrotti, selve, graffi, lirismi malmostosi, oasi di devozione, ritmo, febbre, un pianoforte come un antro in cui inventare la filosofia, una ciaccona di Bach (Maya Homburger al violino), il mistero del suono che nasce, cresce, sparisce. Chiudono in gloria i settantasette minuti dedicati a Taylor dove vengono messe in musica tre poesie della pianista Marylin Crispell per Taylor.Meditazioni, rivelazioni, contraddizioni, un clima arcaico e sacro, il suono che nasce nella comunicazione istantanea tra quattordici musicisti in stato di grazia. Un esercizio di ascolto profondo, di democrazia reale, di condivisione, di creazione nel momento che fugge. Scritture nitide che vengono da un posto del quale riconosciamo come familiare ogni suono eppure ad ogni passo sanno suscitare meraviglia: perfetto dispositivo per il teletrasporto, questo disco; se vi ci abbandonerete a occhi chiusi, aprendoli verso dentro, vi porterà in mondi che neppure avevate pensato.


QUADERNI A QUADRETTI

milano, uscire di casa, passeGGiare, prendere tempo, domandarsi…

mi chiedo se la città sia un buon posto per un albero? testo di marzia alati

Dieci artisti (disegnatori, scrittori, poeti musicisti), a Milano, hanno dato vita, un anno fa, al Collettivo Artistico sugli Alberi. Hanno calzato buone scarpe e sono usciti di casa. Non hanno preso la metropolitana, nemmeno la bicicletta. Sono andati a piedi. e hanno ascoltato. Ascoltato storie. Di alberi. e di uomini. Hanno scoperto, con meraviglia, di vivere in una ‘città foresta’. Hanno incontrato uomini che vivono la città come se fossero alberi. e alberi che sognano e si emozionano come umani. Uno scambio imprevisto, bellissimo.

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Le storie di cinque anni di vagabondaggi per Milano sono state raccolte nel libro Foresta in città. Alberi e uomini che la abitano, edito dal Collettivo Artistico sugli Alberi.


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Mi chiedo se la città sia un buon posto per un Albero. Mi chiedo cosa succederebbe se attraversassi la città...camminando. Mi chiedo cosa succederebbe se lasciassi l’automobile a casa, se non prendessi né l’autobus e neanche la metropolitana, se abolissi anche la bicicletta e usassi solo le mie gambe, i miei piedi, il mio corpo e gli facessi attraversare la città, Milano!

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Ascolto la Città. Alberi fermi, alti e in silenzio. Un albero non dice nulla, non lo senti e quasi non ti accorgi di lui. Un Albero non vuole dare fastidio, non ti contraddice mai e accoglie tutti i cambiamenti che avvengono in una città. Così sento un albero bisbigliare, che vuole raccontare la sua storia, ma che nel caos della città diventa quasi un mormorio, un fruscio, un sibilare di suoni. Camminare lentamente per la città. Fermarsi. Ascoltare. Anche la Città ha storie nascoste, segrete e senza tempo e gli alberi lo sanno … loro c’erano. Poi mi chiedo: “Che pensano di noi gli alberi? Che pensa della città un albero? e la città è un buon posto per un albero?” Qualcuno dice che gli alberi tolgono spazio ai parcheggi, per le automobili. Che quando perdono le foglie, gli alberi sporcano i giardini e le strade. Le loro radici rompono i marciapiedi e persino le tombe dei morti. Per non parlare poi dei fiori, che quando sbocciano, esplodono anche le allergie, e le persone cominciano a starnutire e a maledire quegli alberi che sono fermi in silenzio, non dicono nulla e quasi non ti accorgi di loro. e mi chiedo se la città sia un posto per un Albero.


Incontro la Città, Alberi e Uomini grandi e secolari, che tanto hanno conosciuto. Di una saggezza antica che poco dicono e tanto raccontano. Mi fermo, non corro. Il tempo non lo guardo, non lo penso…non esiste. Cammino lentamente. Così vivo. Un caffè e dei biscotti: una storia. Una panchina, mi siedo, una risata: una storia. Una telefonata, senza tempo che abbraccia metà del pomeriggio: un altra storia. Per strada, mi fermo, mi presento, ascolto: ecco un altra storia. In metropolitana, faccio passare il mio treno, prendo il prossimo, mi siedo, ascolto: una storia. Lungo i corsi d’acqua, cammino lentamente, mi fermo, lo guardo, ascolto: una storia. Alberi e Uomini che vivono la città e rendono la città una Città. Cosa sarebbe una città senza Alberi e né Uomini? Una città vuota. Città Fantasma. Senza vita. In decadenza. Sarebbe un museo dove solo i turisti, pagando, possono attraversarla e magari non tutta, perché è pericoloso, tutto può crollare, tutto può venir giù. Cosa sarebbe la città senza Uomini, senza Alberi? e la città è un buon posto per un albero?

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Osservo la Città, con uno sguardo lento, uno sguardo esplorativo, di meraviglia. Così vedo. Vedo parchi, giardini, fiumi e canali. Vedo alberi secolari, grandi piazze con bambini che corrono e qualcuno seduto atterra, a giocare con la terra. Vedo donne su una panchina a chiacchierare fino al crepuscolo. Vedo ragazzi in bicicletta che vince chi arriva primo. Vedo Il bar dove incontri sempre un amico. Vedo il panettiere che mette via per te il pane fresco e lo conserva fino a mezzogiorno, poi se non passi lo rivende. Vedo un’amica che ti viene a far visita per bere un caffè, senza programmarlo. Vedo il pic-nic nel parchetto pubblico. Vedo le montagne che si vedono solo se deve piovere. Il cambio di programma per un incontro imprevisto. Il concerto, il film al cinema e il teatro. Vedo una festa a casa di amici. Vedo la grigliata la domenica pomeriggio. I pranzi domenicali in famiglia. Il silenzio in Agosto. Un canale con le papere in cerca di cibo. Vedo i gabbiani sul canale della Martesa. Le strade che prendono vita alla fine di una giornata. Una madre che prende per mano suo figlio per attraversare la strada. Un uomo che vende una rosa al semaforo. Un ragazzo che gioca con le clave ad un incrocio. Vedo Milano, meravigliata! e mi chiedo se la città sia un buon posto per un albero.


la libeRtà degli albeRi

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erri De Luca ha scritto che un albero “è un’alleanza fra il vicino e il perfetto lontano”. Adesso so perché i ragazzi di piazza Taksim, a Istanbul, hanno dato battaglia per seicento alberi. Alberi di città. era una storia di libertà. Marzia davvero mi riconduce alle parole di erri (gli alberi fanno questo: intrecciano i loro rami, si cercano, anche e soprattutto a Milano) che a sua volta mi passa un foglietto con su un verso di Marina Cvetaeva: “Oltre l’attrazione terrestre esiste l’attrazione celeste”. Gli alberi, come le maree e il vento, contrastano la legge della gravità. Vanno verso l’alto, in ‘direzione ostinata e contraria’, scalano il cielo, riscrivono leggi della geometria e anche se guardano i grattacieli di Milano dal basso, lo fanno con orgoglio. e con una certezza, un seme alleato del vento e di Marzia, alla fine si ritroverà sul tetto quel palazzo alto trecento piani e dopo un po’ ci sarà un germoglio. Sopra agli alberi, solo il cielo.


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irrefrenabili istinti Vi piacerĂ farvi stritolare dalla massa di esseri umani grondanti sudore, vi piacerĂ farvi avvolgere. testo di Claudia Fofi foto di Andrea Cancellotti


A Gubbio il 15 maggio per la Festa dei Ceri, mai una pausa dal 1160.


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n articolo per erodoto, una vera, bella rivista di viaggi letteratura e umanità che propone una forma di resistenza (chiamiamola così, una certa visione del mondo) che sento molto affine. Vengo subito presa da entusiasmo, è da tanto che voglio scrivere un pezzo su una festa resistente. Un pezzo in sintonia con la primavera, qualcosa che odori di ginestre, di pietra che si riscalda al primo sole, di vino e di ciambelotto. Non è una festa qualsiasi, sempre ammesso che ne esistano. Io sono di Gubbio e voglio raccontare la Festa dei Ceri, che si svolge ogni anno il 15 maggio. Una delle feste più singolari che vi possa capitare di vivere in europa e forse in tutto l'occidente evoluto nel terzo millennio. Gli esseri umani sono animali, e come insegna l'antropologia in primavera festeggiano, da sempre, in preda a irrefrenabili istinti. Ma che cos'è una festa? Le feste tradizionali in ogni parte del mondo, pur affondando le loro robuste radici nell'alba della storia, hanno dovuto adattarsi a continui cambi di pelle: riti pagani che diventano cristiani, moltitudine di dei che diventano un unico Dio, orge e carnevali trasformati in tifo calcistico, per arrivare alle feste senza festa, private di ogni accenno al sacro, dai rave alle feste di laurea, dai matrimoni all'apericena, è tutto un fingere la festa, è tutto un apparire for84 zato, consumistico e per niente gioioso. Invece la festa che voglio raccontare è per prima cosa piena di gioia. Immaginate un'esplosione, ma senza feriti. Se ci andate con lo spirito giusto verrete travolti, ipnotizzati, non ci capirete niente, vi faranno bere e intingere il ciambelotto nel vino, e voi sarete felici senza alcun motivo di stare in mezzo a quella folla che grida in direzione di tre strani, misteriosi totem di legno massiccio che corrono portati a spalla per le vie della città e poi su fino al monte. e scoprirete che “è una festa di paese ma non è paesana, è festa religiosa ma non più di tanto, è laica quanto basta, è fatta in onore di San-

t'Ubaldo (il patrono di Gubbio) ma tre sono i santi in cima ai Ceri; è una corsa ma non c'è sorpasso, un Cero vince ma gli altri non perdono, i ceraioli sono divisi in tre gruppi antagonisti eppure sono tutti fratelli. La festa ha dietro di sé enti e associazioni ma sfugge all'organizzazione; ha un costo economico ma non costa nulla. è tra le


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attrazioni turistiche della città ma non è fatta per i turisti. Scoprirete che nella nostra età asettica e piena di paure vi piacerà farvi stritolare dalla massa di esseri umani grondanti sudore, vi piacerà farvi avvolgere dalla follia pura che anima questa occasione straordinaria di resistenza.

Gubbio è un posto isolato, posto ai piedi di un monte, lontano dalle grandi vie di comunicazione, e questo l'ha protetta un poco dallo stordito globalismo. Forse per questo la Festa dei Ceri è riuscita a salvarsi. è rimasta autentica, non è una roba in costume per turisti. Rarissimo esempio di vera festa di popolo, perché tutti par-


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tecipano, non solo i ceraioli che portano i ceri in spalla. Certo, parlare di popolo pare un po' azzardato. Come possono esistere i popoli, oggi? 88 Più che altro esiste gente che se ne va in giro smarrita a comprare roba nei supermercati. Per questo un fatto così anomalo mi appare ogni anno più prezioso. Per questo invito chi legge a venire a vederla. Non da turista, ma da poeta. La Festa dei Ceri non si può comprare, non c'è un biglietto da staccare, non c'è una staccionata dalla quale assistere. Si sta dentro, in mezzo, insieme. Forte di una storia lunga, mai arresa, neanche durante le due grandi guerre, quando i ceri furono portati dalle donne, mai una pausa dal 1160, anno in cui la convenzione fa risalire la prima salita al monte di una processione in onore della morte dell'amato vescovo Ubaldo. Proces-

sione che, innestandosi su precedenti rituali umbri e romani (a Gubbio sono state ritrovate le famose Tavole eugubine, il più lungo e importante testo rituale dell'Italia antica) si trasforma presto in corsa. C'è una sorta di continua propiziazione in ogni aspetto della festa, basti pensare che la corsa ha inizio con l'Alzata, in cui i tre ceri di legno vengono eretti dai ceraioli per immergersi nella folla in delirio, tra palesi mitologie falliche e culti di fertilità. Per finire sul monte, dopo una giornata così piena che passa in un baleno, nel momento culminante del canto al santo patrono, quando anche lo scettico più incallito non può che commuoversi fino alle lacrime, sempre senza capire il perché. La bellezza è così, ti leva il fiato, ti scuote nel pro-


la feSta dei ceRi si volge nella città di gubbio il 15 maggio di ogni anno. i ceri sono tre macchine di legno a forma di prismi ottagonali sovrapposti e decorati, pesanti circa 4 quintali, portati a spalla dai ceraioli in onore di S. ubaldo, patrono della città. Sulla cima dei ceri sono saldamente fissate le statue dei santi ubaldo, patrono della città e della corporazione dei muratori e Scalpellini; giorgio, patrono della corporazione dei merciari; antonio abate, patrono dei contadini e degli Studenti. le origini di questa festa sono antichissime: taluni studiosi la fanno risalire alle cerimonie pagane in onore delle divinità umbre (cerfus) o romane (cerere). altri studiosi la riferiscono ai festeggiamenti dopo la vittoria di gubbio nella guerra contro 11 città alleate (1154). l'ipotesi più plausibile rimane comunque quella legata alla figura di S. ubaldo: il 16 maggio del 1160 l'amato vescovo di gubbio morì; tutti i cittadini allora iniziarono un pellegrinaggio con candele accese, rito che si ripeterà sempre la sera della vigilia, il 15 maggio. (da wikipedia)

CLAUDIA FOFI, è cantautrice, poetessa, formatrice vocale e musicoterapista. È autrice compulsiva di post su facebook, al punto che sta per pubblicare un libro intitolato Post-Post. Vive a Gubbio e a Perugia, lavora in giro. Fa cantare le persone, anche e soprattutto quelle stonate. In questo periodo è felice perché sta per pubblicare, dopo quindici anni dall'ultimo, un album di canzoni registrato con Ares Tavolazzi, realizzando uno dei sogni della sua vita. ANDREA CANCELLOTTI, è un uomo grande e grosso che quando fotografa diventa invisibile. Vive e lavora a Gubbio. Di mestiere si occupa di logistica, cioè risolve problemi di qualunque tipo. Ha un magazzino enorme con dentro di tutto, colleziona macchine da cucito in miniatura, strumenti musicali. Ha un archivio di migliaia di scatti sulla Festa dei Ceri che finalmente si è deciso a mettere in un libro, intitolato Ho visto una festa.

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fondo e la Festa dei Ceri è bella, bellissima. Non è facile rievocare con la scrittura quell'attimo in cui tutto il popolo trattiene il fiato, il boato delle voci, la generosità di questa gente normalmente schiva, timida, umbra proprio nel senso dell'ombra, che si offre totalmente nel rito. La religione c'entra, ma più ancora c'entra il bisogno di appartenenza, il bisogno di identità, il bisogno di immaterialità. e forse il bisogno di infinito, di eterno. Quel giorno nessuno è avvocato muratore commerciante insegnante o prete. Quel giorno ognuno è un ceraiolo o una ceraiola, e basta. Avere un giorno, in un anno, di una tale potenza, basta quasi a sentirsi vivi, da queste parti.


storie di libri e librerie acciaroli, libreria del porto nei mesi del freddo, paolo baron ha pensato: ‘no, non apro più’. poi ci ha ripensato Attenzione, questo è un articolo a puntate. Scritto a intermittenza lungo un arco di nove mesi. è una storia a sbalzi. Una storia di libri e di mare. Di mare e di libri. Una bella, piccola storia. Io faccio (sono?) un giornalista e la notizia va messa in testa: a giugno, la Libreria del Porto riaprirà sulla banchina di Acciaroli, paese del mare del Cilento. Un bel paese. Quindi, prendere nota: fra giugno e settembre andate a comprare/leggere un libro in questo Sud. Con un avvertimento: al calar del sole, per un quarto d’ora, la libreria chiude. Il libraio va a godersi (e a fotografare) il tramonto.

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Il mio ultimo articolo sulla libreria del Porto (ne ho scritte tre versioni), lo scorso gennaio cominciava cosi: Questo è un articolo incerto. Scritto in pieno inverno dopo essere stato, a settembre, a fare il bagno nella Spiaggia Grande di Acciaroli, terre del Cilento. è una storia che potrebbe essere riscritta (la sto riscrivendo). Ma non voglio cancellare nessuna riga. è un piccolo racconto che ora sta vivendo di un nuovo episodio. è una storia di libri e di mare. L’ho già scritto poco sopra, ma lascio queste parole, perché le parole e le onde sono sempre uguali. E sono sempre diverse.

Alla fine della scorsa estate ero andato ad Acciaroli per scrivere della Libreria del Porto. Era al primo posto fra le librerie che volevo raccontare in questo mio strano giro fra chi vende libri in Italia: come potevo perdermi una libreria stagionale, aperta in fondo alla banchina di un molo? Una libreria di fronte all’attracco delle barche, esposta ai venti e alle onde. E poi c’era un cartello che mi aveva appassionato, un cartello-esca per gente curiosa: eppure era un semplice avviso che avvertiva dell’assenza del libraio. Diceva: “Chiuso per tra-

ci vediamo a GiuGno Ad Acciaioli la Libreria del Porto per i tre mesi estivi offrirà libri sulla banchine del Tirreno. Andate a comprarli in barca.’. testo e foto di Andrea Semplici

monto”. Già, il privilegio di chiudere la porta del negozio per salire in fretta una scala e ritrovarsi, sugli spalti del molo, di fronte all’orizzonte del mare acceso dal sole che se ne va. Una ragione buona per inventarsi il mestiere di libraio sulla frontiera fra mare e terra. E poi Acciaroli è il paese di Angelo Vassallo, il sindaco ucciso in un agguato nove anni fa. Il sindaco ambientalista. Il sindaco pescatore. L’assassino non è stato ancora catturato. Bisogna venire qui per onorare una storia, un coraggio, una resistenza. Acciaroli era un paese di pescatori. Cinquecento abitanti in inverno. Oggi vive del breve e arruffato turismo d’estate. Oggi i pescatori del paese si contano sulle dita di una mano. Comincio dalla fine questa strana cronaca: pochi giorni dopo il mio viaggio ad Acciaroli, un messaggio lampeggia sullo schermo del mio computer. Proprio quando stavo cominciando a scrivere il mio racconto. Mi costringe a cambiare le prime parole dell’articolo. Scrivo di getto: “Sono stato l’ultimo cliente. è mio l’ultimo libro acquistato alla Libreria del Porto. Sono arrivato all’ultimo metro della banchina, a metà settembre, proprio quando Paolo e Virginia stavano inscatolando i libri per chiudere, per i mesi invernali, la loro libreria sul mare. C’era un avviso: ‘Ci rivediamo a giugno 2019. Fate i bravi’. Io già pensavo al mio ritorno in Cilento all’inizio di questa estate. Pensavo di venire per la riapertura alla Libreria del Porto. Il libro che ho comprato è una storia di Acciaroli. Edito dal libraio, da Paolo Baron. Un libro piccolo, strano, coraggioso. Dalla copertina bianca. Un libro del mare e della pietra. Un libro di salsedine o, a seconda del vento, dell’odore di terra umida e ginestre”. Poi non sono andato avanti, non ho continuato a scrivere.


marina “Ma insistere ancora sarebbe un suicidio”. Infine Paolo dà un consiglio: “La prossima estate portatevi appresso qualche libro in più”. Per non lasciare dubbi, precisa: “La libreria chiude definitivamente”. Si scrive un articolo su una libreria che chiude? Che chiude definitivamente. E della quale io sono stato l’ultimo cliente? Sì, cinque mesi dopo, in pieno inverno, provo a scriverlo. Quando ho conosciuto Paolo e Virginia mi era venuta un’idea. Sempre la solita. Volevo chiedergli se potevo affittare la sua libreria per i mesi dell’inverno. Non ci credo più neppure io, quando mi passano per la testa questi pensieri. Paolo mi avrebbe guardato con compassione: “Sei matto, qui si soffre di solitudine.

Il mare scavalca la banchina, ti viene addosso. C’è il freddo, l’umidità”. L’Acciaroli del turismo si ingolfa in agosto. Venti giorni affollati come una metropolitana nell’ora di punta. A fine mese ti distrai un attimo, vai a dare un’occhiata la tramonto e “puff, non c’è più nessuno, è un deserto. E io, allora, comincio a imballare i libri”. Mentre parlava, io pensavo: “la Libreria del Porto non è una semplice libreria estiva”. E ora cerco di spiegarvi perché ho avuto questa sensazione. Primo, guardate dove si trova (dove si trovava: non è che ora si sia spostata di molto, si è solo avvicinata al paese, ma sta sempre sulla banchina). Ma, lo scorso anno era davvero sull’ultimo me-

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Niente, quando me ne ero andato da Acciaroli, avrebbe fatto presagire… Paolo e Virginia mi erano apparsi entusiasti della loro piccola impresa. Era una bella storia di libri e nostalgie. E invece, pochi giorni dopo, arriva, quel lampeggìo sullo schermo, arriva un messaggio abbandonato su facebook. Scrive Paolo: “Ci siamo divertiti, questa estate. Abbiamo consigliato e venduto un sacco di libri. Duemila in tre mesi”. Si sopravvivere vendendo duemila libri? No, a quanto pare. “Ci siamo resi conto di non incassare abbastanza per coprire l’affitto, le spese e portarci via un minimo di stipendio”, dice Paolo. Per tre anni, la Libreria del Porto è stata una meraviglia


tro della banchina del porto. In fondo al molo, sotto le braccia benedicenti della Madonna che sorveglia l’arrivo delle barche. Paolo e Virginia avevano aperto la loro libreria proprio qui, dove non arriva quasi nessuno, alle spalle della grande statua della Madonna, protettrice dei pescatori. Dovevi decidere di venirci

alla Libreria del Porto, non potevi passarci per caso da questo confine con il mare. La gente del paese mi ha sempre detto: “stai distante, non ci viene voglia di venire fin laggiù”. Certo, puoi ormeggiare la barca di fronte alla vetrata della libreria (c’è una bellissima panchina celeste), e scendere a terra per comprarti un libro di Elena Ferrante (nell’estate del 2017, il libro più venduto da Paolo).

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Devo dirvi di Paolo. Paolo Baron. Meglio, prima vi dico di Acciaroli e di Hemingway. C’è chi giura che Santiago, il vecchio pescatore di una delle più belle storie del ‘900, non fosse cubano. Hemingway è passato di qui nel dopoguerra e ha conosciuto Zi’ntonio. Un pescatore vecchissimo, rugoso, dai capelli color argento. Zi’ntonio ha sempre raccontato di lunghe sere passate assieme a quell’americano un po’ strano e spesso ubriaco:

‘Scriveva sempre’, ricordava. Fernanda Pivano ha sempre negato che Hemingway sia mai passato da Acciaroli. Ma a noi piace crederlo. Paolo è nato a Secondigliano. A Napoli. In estate, la sua famiglia si regalava il mare qui in Cilento. Questa era la terra della libertà di Paolo. Qui ha imparato a camminare e a nuotare. Qui ha gli amici della sua adolescenza. Dovete sapere: Paolo è uno che prende le sue passioni sul serio. Le trasforma in lavoro. “Non faccio niente per passatempo”. Si dà una disciplina. Ha viaggiato per mezzo mondo, ma alla fine ha scelto Acciaroli. è stato un musicista (lo è ancora, ma non vuole dirlo, non si smette di esserlo solo perché non si suona). Un chitarrista. Stava in un gruppo con la sua celebrità: si chiamavano i ‘Fuori Strada’. Andarono a San Remo nel 1994. Erano bravi, se ne accorsero quelli del ‘Premio Ciampi’ e nel 1997 chiamarono Fabrizio De Andrè per premiarli. Paolo ha scritto canzoni per Syria. Ha cantato con Edda dell’Orso, storica mezzo soprano di Ennio Morricone. I Fuori Strada ebbero una metamorfosi sorprendente ed esilarante (giuro che li vedo sorridere): con i suoi amici Paolo fu ingaggiato da un produttore di film porno. Se li ho ben capiti, si divertirono molto. Amavano quel ritmo da battito cardiaco che accompagna le acrobazie del sesso. Paolo ha raccontato questa storia in un libro: La mia banda suona il porno. Non l’ho letto, che peccato. Mi mancano dei passaggi, immagino una vita sui confini. Non so perché smetta di suonare come mestiere e si inventi il lavoro di editore e di sceneggiatore di graphic novel (Suburbans e Punk is Undead, una versione horror dei Vangeli e, quest’anno, la storia dei Beatles). Nel 2004 fonda una piccola casa editrice, la 80144… .che è il codice postale di Secondigliano, anche se Paolo e Virgi-

nia abitano da tempo a Roma. E date un occhio al suo primo catalogo: ci trovate Antonio Pennacchi prima che diventi una celebrità. Ci sono le prove di Nadia Terranova e Patrizia Rinaldi. Sulle frontiere, Paolo, ci sta bene. In maniera irriverente. La 80144 va al Salone del Libro di Torino. Con un cesso. Paolo ha appena inventato la collana Toilet. “Libri da leggere in bagno”, mi spiega, cercando di capire le mie reazioni. Sicuramente Piero Dorfles e Piero Chiambretti non furono indifferenti a quel water sistemato in mezzi ai libri. E gli dedicarono attenzione. La collana oggi raccoglie oltre venti libri. “Di qualità”, ci tiene Paolo. Ho la sensazione che Paolo debba trasformare in lavoro anche le vacanze ad Acciaroli. Non se ne va più in giro per il mondo, ha comprato casa al paese. E non può semplicemente passare il suo tempo d’estate guardando il mare. Può farlo, può stare ore a guardare le barche, i confini con la terra, il giro del sole, e, allo stesso tempo, vuole avere a che fare con i libri. E così, quattro anni fa, nell’ultimo rifugio della banchina, là dove “si va a farsi le canne o ad amoreggiare”, Paolo apre la sua libreria. Ha la fortuna di avere un grande maestro: si chiama Vittorio Graziani ed è un libraio celebre a Milano. “Uno dei migliori – mi dice Paolo – Sta alla Feltrinelli di piazza del Duomo. Lui mi ha insegnato a muovermi nel labirinto dei libri. Mi suggerisce, fa la selezione, poi ascolto Virginia e do retta ai consigli delle due editor della 80144”. C’è un altro cartello che Paolo mette più volte al giorno alla porta della libreria: vi sono i tempi di attesa nel caso vada a prendersi un caffè. Dipende dai bar. Bisogna andare fino al paese. Fare due passi. Più di due passi. Le chiusure per caffè vanno dai dieci minuti alla mezz’ora. Tempi del Sud. Mi guarda: “Io amo la


meraviglia. Un libraio di fronte al mare. “L’editore di Nutrimenti arriva in barca e viene a trovarmi”. In molti scendono dalle barche e sono sorpresi di ritrovarsi in una libreria. Nel 2017, i libri più venduti sono stati quelli di Elena Ferrante. “Entravano lettori in astinenza e non potevano credere di trovare qui il libro che ancora non avevano letto”. Vendite estive: De Giovanni, Camilleri. Ma poi i libri sono un’algebra, da stupore, il mare fa begli scherzi. L’estate è un buon tempo per comprare il Simposio di Platone (e illudersi di leggerlo sulla spiaggia. Ma sì, è possibile) e la biografia di Thelonious Monk o per ritrovarsi in mano Diego Da Silva. Paolo suggerisce i libri che ama. Ma poi confessa: ‘Sono bravo anche a parlare di libri che non ho letto, ma che so che mi piaceranno’. Musicista e attore. E sceneggiatore di fumetti. Sa improvvisare. E convincere. Non

ama, saggiamente, le autopubblicazioni. Ha attenzione alle copertine.

La Libreria del Porto ha gli arredi del mare. Il colore celeste. Una testata di un letto come sostegno. Cassette. Intrecci di reti. Da tempo sospeso nella bellezza, la

panchina a fianco dell’ingresso. Mi siedo e chiedo a Virginia cosa sta leggendo (accadeva molti mesi fa): Fiori a rovescio di Stefano Tofani e In viaggio contromano di Michale Zandoorian. Fingo di averli letti. Scopro, fra i libri editi dal 80144, storie di mare e di motocicletta. Sì, Paolo trasforma in mestiere le proprie passioni. Sono molti duemila libri venduti in tre mesi? Quando è un bestseller un libro approdato sugli scaffali del porto di Acciaroli? ‘Trenta copie’, risponde Paolo. Guardo arrivare il camion che riporterà i libri invenduti dai distributori. Mi rassicura l’ultimo cartello di Paolo e Virginia: “Ci rivedremo a giugno”. E li guardo mentre ancora una volta vanno a godersi il tramonto. A notte, la banchina è vuota, nessuno viene fino a qua, c’è solo il rumore del buio, del mare, qualche soffio di vento. Ho visto fotografie con le

onde che scavalcano la banchina… Poi arriva l’annuncio di ottobre: la libreria chiude definitivamente.

A metà febbraio (davvero non avevo scritto la storia di questa libreria quando avrei dovuto), di fronte a un altro mare, vado a sbirciare nel facebook di Paolo. Ci sono sempre i tramonti. Il sole di gennaio. E c’è la luce di un piccolo faro…”Ciao a tutti, si è diffusa la notizia che riapriremo la libreria…”. Come se non aspettassi altro. Avevo voglia di scrivere questa storia.

E ora, una primavera stordita dal freddo qui a Matera, Paolo mi scrive di nuovo: “Te l’ho già detto? Riapriamo…”. Mi allungo sulla sedia, mi sfrego le mani e guardo il video del computer. Piccola, trascurabile felicità. Nemmeno fossi Francesco Piccolo. Vado in cucina e mi verso un bicchiere di vino alle dieci del mattino. Brindisi per la Libreria del Porto. Che rimane sulla banchina, il mare è appena dietro il braccio protettivo delle barriere di difesa, quando il mare si ingrosserà, le sue onde salteranno la muraglia e il loro fragore si attenuerà non appena vedranno i libri. E c’è sempre un luogo per tramonti a pochi passi…

A me viene subito un’altra idea che non renderò realtà: in fondo alla banchina, potremmo aprire (se ci non ci fanno pagare l’af- 93 fitto) un negozio che non vende niente. E Paolo, seduto sulla panchina celeste, potrà suonare la sua musica ai pesci e noi leggere i libri che ci ha appena venduto duecento metri prima. A proposito: mi piacerebbe essere il primo cliente della nuova stagione della Libreria del Porto.

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lentezza, ma devo fare le cose in fretta, ma sono un napoletano atipico e so avere pazienza”. Contraddizioni degli uomini del Sud. Già sapete che sono arrivato alla Libreria del Porto a metà settembre. Scatoloni, pancali, scaffali che stanno svuotandosi. Il rito della chiusura autunnale. Luce da


anniversari: crollava il muro a berlino, ci si batteva contro il cemento a firenze

non so dove sono

Trent’anni fa, alcuni giovani comunisti campeggiarono nella Piana fiorentina: contestavano un immenso progetto urbanistico voluto dalla giunta di sinistra della città. A sorpresa, vinsero quella battaglia. e la persero. Due uomini oggi tornano in cerca del luogo di quel loro campeggio di coraggio: è un viaggio in una terra ancora in attesa. Di un’altra possibilità.

testo di Giuseppe Pandolfi e Simone Siliani foto di Cesare Dagliana


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iamo stati protagonisti nel 1989 del confrontoscontro sulla famosa Variante Fiat-Fondiaria, il grande progetto di sviluppo urbanistico a nordovest di Firenze; sei milioni di metri cubi di cemento. Fu l'ultima occasione nella quale la città nel suo complesso si è interrogata seriamente sul suo futuro: due idee alternative di città, in una prospettiva organica, programmatoria, strutturale dell'uso del territorio. Partiamo, nel nostro viaggio, da quella parte della Piana dove nel febbraio 1989 l'organizzazione giovanile del Pci (la Federazione Giovanile Comunista italiana) che allora guidavamo, organizzò un campeggio di tre giorni per mostrare alla cittadinanza la nostra idea di città, opposta a quella del gruppo dirigente del Pci che nella Giunta comunale (alleanza Pci e Psi con assessore all’urbanistica comunista) aveva la responsabilità della proposta di Variante urbanistica. Come è noto, la diatriba si risolse con la sconfessione del gruppo dirigente locale da parte del segretario del Pci Achille Occhetto e con il ritiro della Variante urbanistica. Oggi quest'area nella quale trent'anni fa si poteva liberamente distendere lo sguardo almeno fino all'aeroporto, si presenta interdetta dalla “mostruosa” edificazione della Scuola dei Marescialli dei Carabinieri, architettonicamente orrenda, urbanisticamente del tutto avulsa da qualsiasi programmazione del territo-


rio, contributo significativo all'ulteriore impermeabilizzazione del suolo e quindi all’incremento del rischio idraulico.

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i viene in mente il film I cento passi e la dissertazione sul “brutto”, per cui ogni giorno si vede spuntare un terrazzino, un piccolo abuso, un piano lasciato a metà, a cui piano piano ti abitui, e quel “brutto” riempie il tuo orizzonte: ecco, un po’ quel che è successo nella Piana, dove fuori da ogni programmazione l’orizzonte si è colmato di piccoli-grandi interventi più o meno banali o brutti a cui ormai non si fa più caso. All'epoca noi proponevamo di mantenere questo terreno naturalizzato, realizzando un grande parco urbano con porzioni significative destinate a boschivo. Oggi possiamo chiederci a cosa serviva un bosco qui. Se guardiamo al complesso della regione, abbiamo una buona superficie forestata, attorno al 40%, e quindi non era certo un obiettivo prioritario riforestare proprio questa area. Gli alberi qui servivano a noi di Firenze, non certo alla regione. Ma se ci pensiamo bene, anche noi acquisivamo a un continuum di città quest’area. In varie declinazioni questa funzione ecosistemica ambientale di un parco al servizio della città 96 era la nostra cifra: il miglioramento della vita dei cittadini di Firenze, il polmone verde, ovviamente con un’ottica pubblicistica. Ma in realtà ci sfuggiva che quest’area era e in parte è altro rispetto alla città, è campagna. All'epoca opponevamo all’idea della colata di cemento privato e della rendita fondiaria, la funzione pubblica del parco. Ma non c’era una riflessione sulla campagna. Mentre oggi nella piana metropolitana abbiamo alcuni significativi ritorni a seminativo di quelle zone che noi chiamavamo le “zone d’attesa”, quelle aree periurbane soggette all’abbandono in attesa di edificazione. e questa è una parte della resistenza all’avanzamento della città. Ma talune funzioni

private, come quelle agricole possono avere un ruolo agro-ecosistemico importante. Ci stiamo muovendo verso il luogo della memoria, dove organizzammo il campeggio di protesta e dove, fra le altre cose (lezioni sull’urbanistica, incontri con esperti, ecc.), piantammo una serie di alberi sia come simbolo, sia come dimostrazione che qui potevano tornare delle essenze coerenti con il paesaggio che preconizzassero il parco. Fino a un po’ di anni fa ne erano sopravvissuti alcuni. La ricerca diventa affannosa e difficile perché il paesaggio è completamente sconvolto e ritrovare quell’area, con il solo ausilio di alcune foto del febbraio 1989, è davvero difficile: a sinistra la Scuola dei Marescialli ha chiuso il riferimento allo skyline della città, mentre sulla destra c’è ancora un po’ di pascolo ma sullo sfondo, davanti alla collina, gli interventi urbanistici e infrastrutturali hanno reso irriconoscibile il territorio. Gli alberelli che avevamo piantato fino a pochi anni fa, erano cresciuti e potevano costituire un riferimento, una sorta di bussola ambien-


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tale e della memoria che però oggi stentiamo a trovare. Sopravvivono dei ruderi di case contadine, ancora un po’ di vuoto e… qualche discarica a cielo aperto. ecco il tipico “spazio in attesa”: aree disposte a sequestro, un campo rom improvvisato, una piccola discarica abusiva, una viabilità di risulta che non porta da nessuna parte. Così, finisce che ci perdiamo, obbligati a seguire alcune strade che ci espellono dalla Piana e con difficoltà di accesso alle aree inedificate. Parcheggi autorizzati ma inutilizzati, zone di rimessa di non si sa cosa al servizio della stazione ferroviaria di Castello, prima inesistente ma che oggi sembra deserta, senza alcun disegno complessivo. Il paradosso è che oggi, a noi ambientalisti di allora, ci accusano di aver fatto saltare il Piano, “quel” Piano, come se fosse l’unico possibile, e aver favorito questo spezzatino. Quel Piano avrebbe cementificato la Piana, ma con delle regole. Invece la cosa pazzesca è che, in questa situazione, le piccole occupazioni di suolo che si som-

mano (il parcheggio dei Carabinieri, quello della stazione, ecc.) sorgono, vengono via via legittimate sulla base di singole istanze, ma il risultato finale è che non essendoci alcun riferimento programmatorio, nessuno si pone il problema di come si collegano queste funzioni, di cosa si fa delle aree di risulta: una serie di spazi disintegrati per i quali anche pensare a una riqualificazione diventa assai complicato. Quanto meno però un po’ di spazio vuoto è rimasto. ed eccoci arrivati al Polo Scientifico di Sesto, messo lì, nel mezzo della Piana: una cittadella chiusa. Appoggiato al Polo qualche casermone a funzione abitativa (al 5° piano campeggia alla finestra una bella bandiera di Casa Pound) con il suo parcheggio (vuoto) e il giardinetto (con gli incongrui pini toscani): periferia degradata e degradante. Siamo al bordo dell’urbano, il “fronte” dove si è fermata la città, composto da pezzi di terreno non edificato, che magari si rinaturalizzano da soli, interstiziali fra un parcheggio pubblico, una rete che delimita un’area di proprietà, una strada che porta al campus del Polo Scientifico. Qui un primo problema sarebbe quello di riconnettere tutti questi pezzetti, per le persone, per farle arrivare da un luogo all’altro, per consentire di utilizzare questi spazi per funzioni sociali e ambientali. Un territorio senza identità 97 o senza diverse identità. Christian Norberg-Schulz, il famoso architetto norvegese, dice che non si ha spaesamento quando possiamo dire “io sono qui e questo è il posto”. Invece qui ci si può perdere, senza aver la possibilità di dire in quale luogo si è per poter essere recuperati, (senza cartelli stradali, persone cui chiedere indicazioni), senza riferimenti dello skyline: siamo nell’anomia più totale, senza sapere dove sono io, né quale luogo sia. La Piana, invece, quando era libera da interventi assurdi e senza disegno, ti consentiva di avere dei punti di riferimento identificativi del luogo e delle persone. Oggi, invece, tutti gli interventi realizzati al di fuori di un disegno coerente si sono portati dietro


funzioni incongrue nel complesso (sebbene funzionali a quel singolo intervento), non collegate fra loro, consumatrici di suolo, caotiche. Salvo poi piantarci qua e là… i cipressi toscani. Ma nella Piana questa era un’essenza ben poco presente, mentre invece c’erano pioppi, querce, i coltivi; il cipresso vuole il terreno collinare, non la palude. è buffo che chi ha realizzato questi interventi di risulta, abbia sentito il bisogno di imbellettarli con la piantagione dei cipressi (su dossi creati ad arte, tra l’altro) per creare l’effetto “Toscana”, ma in questo aumentando lo spaesamento.

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omba sopra di noi un aereo che atterra nel vicino aeroporto di Peretola, su cui si sta consumando un ultimo scontro sullo sviluppo con una nuova pista per poter aumentare il numero di voli giornalieri. All’epoca della Fiat-Fondiaria noi ambientalisti lo combattevamo con l’idea di una maggiore integrazione con Pisa, migliorando i collegamenti fra lo scalo pisano e il centro di Firenze via ferrovia. Questo avrebbe recuperato un grande spazio alla Piana. Oggi ci sono movimenti importanti nella Piana contro l’ae98 roporto e contro l’inceneritore; sono certamente radicati nel territorio e coinvolgono migliaia di persone direttamente toccate dall’intervento: questa è la loro forza, ma al contempo rischia di essere il loro limite, perché pur fondandosi su temi importanti come il diritto alla salute ci sembra che manchi loro un’idea alternativa di città, un progetto complessivo di sviluppo. Questo pensiamo vedendo un grande striscione firmato dai comitati e appeso a una rete con il motto “no inceneritore sì polo universitario”. Parcheggiamo, scendiamo dall’auto e saliamo su un piccolo terrapieno (demarcato da una linea di cipressi) che dal parcheggio ci rivela un altro orizzonte: in basso un fosso, le cui rive sono state ben cementate. Oltre

qualche capannone produttivo, un maneggio e, dopo la curva del canale, un’altra piccola area industriale, pronta a essere alluvionata quando la velocità che assume l’acqua nel fosso durante qualche pioggia un po’ più intensa del normale, non troverà più una sponda capace di trattenerla. Ma tutto è “impreziosito” dalla fila di cipressi che ornano alcuni edifici vernacolari: siamo a Fiesole? ecco un inserto sbagliato di cui è stata riempita la piana: un rettangolo contenente qualche costruzione, appoggiato al canale ben cementato nelle scarpate così da evitare rischi proprio qui, a queste costruzioni; salvo poi spostare il problema più avanti, dopo la curva. Il reticolo idraulico, che in parte era stato realizzato dai Romani e serviva a drenare l’acqua, ha perso parte della sua funzionalità grazie a una miriade di piccoli interventi con rinterri che, rialzando qui la quota, scaricano a valle il rischio alluvionale. Il parco che invece noi avevamo in mente trent’anni fa aveva quest’altra, fondamentale, funzione di ridurre il rischio idraulico mantenendo e rinaturalizzando questo reticolo di canali e fossi. Mentre la grande cementificazione dell’area avrebbe innalzato il rischio in casi di picco, con masse d’acqua che si sarebbe riversata a valle in pochi minuti, creando danni enormi. Le paratie, le sponde in calcestruzzo, secondo la filosofia idraulica imperante, servono a velocizzare l’acqua, risolvendo un problema puntuale qui, ma spostandolo e amplificandolo a valle. Se invece qui si fossero tenute basse le quote dei terreni, rotto alcuni argini artificiali e fatto in modo che quando l’acqua sale potesse laminare – anche attraverso piccoli canali – impantanando alcune zone agricole o naturali (che possono anche tollerare alluvionamenti parziali e temporanei), non si sarebbe fatto danno alcuno, anzi si sarebbe portato nutriente per la terra, senza mettere a rischio le aree a valle. Ma non si è fatto perché si è pensato all’immediato (cioè alla possibilità di poter edi-


ficare qui e ora, in sicurezza) e non in una logica di programmazione di un’area un po’ più vasta; così la sicurezza puntuale perseguita da micro interventi che venivano proposti alle Amministrazioni ha incrementato l’insicurezza complessiva del territorio, con getti d’acqua improvvisi ingestibili.

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ipartiamo e usciamo sul vialone che costeggia la IperCoop di Sesto Fiorentino: da un lato e dall’altro abitazioni e ancora il Polo Scientifico: altri blocchi che entrano nella Piana mangiandosela e al contempo la circoscrivono. Infiliamo in una stradella, senza alcuna indicazione, che attraversa un’area dove si stanno facendo lavori di sbancamento notevoli (senza alcun cartello che indichi chi sta facendo questi lavori, per fare cosa e quanto dureranno, come la legge vorrebbe). Ci viene il dubbio che quella fosse effettivamente la zona del nostro campeggio ambienta-

lista e le ruspe stiano facendo strame dei nostri alberi. Ma poi sbattiamo nella rete dell’aeroporto… di nuovo spaesamento e perdita di ogni riferimento. Un piccolo insediamento spontaneo di rom, un quadrato recintato di campo, qualche arbusto spontaneo. Siamo nell’informale completo, ma fatti 500 metri ecco il complesso incubatore “A. Meucci” Dipartimento di Biologia, Centro di Competenze Rise: sono anche biologi! è stato fatto il centro sfasciando la Piana, e neppure è stato progettato con una qualche attenzione all’inserimento in un biotopo particolare! Questi biologi, invece di lavorare soltanto dentro il loro Centro, avrebbero anche potuto uscire e lavorare sul ciclo della vita attorno a loro. Magari progettando zone umide o boschetti planiziali invece di quel giardino abbastanza banale (la tipica “piantagione d’alberelli”) che vediamo attorno agli edifici del centro. Ancora un’area di parcheggio o rimessa; alcune piante spontanee che


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nascondono alla vista l’aeroporto… ma ancora vaghiamo persi nel nulla, infilando strade senza sfondo che ci obbligano a una retromarcia. Un maneggio – Associazione Ippica “la Fornace” - che, in questa desolazione di cemento, almeno sfalcia l’erba, svolge un’attività in area naturale, resiste – potremmo dire – all’incipiente asfaltatura. Ma è difficile sfuggire anche per loro alla massificazione globalizzante: un bel car100 tello indica che ci troviamo all’Outlet del Cavallo! Poi una vasta area a seminato, grano; canali ai bordi, funzionali alla coltivazione agricola, per sgrondo dei campi e dunque mantenuti; grandi pioppi, ogni tanto qualche quercia, salici: siamo fra l’aeroporto e l’Ikea (che è il Landmark che ci orienta: è pazzesco, ma è così). ecco quest’area, che assomiglia quasi a un paesaggio maremmano, è quello che dovrebbe prevalere. Poi i terrapieni che delimitano l’aeroporto e in fondo, sull’orizzonte, il Palazzo di Giustizia, un altro Landmark.

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acciamoci una domanda sincera: tutto è perduto o, volendo, si può ancora recuperare e realizzare una visione dell’area incentrata attorno al parco produttivo agricolo della Piana? Beh, almeno ora non ci sono distese di edifici multipiano, come invece aveva previsto la Variante Fiat-Fondiaria e questa è una minima precondizione necessaria e non sufficiente, per chi volesse riprendere seriamente questo discorso. Ma che tipo di proposta di potrebbe avanzare oggi, allo stato attuale della Piana? Intanto, bisogna dire che l'indirizzo a non aumentare il consumo di suolo (a meno di esigenze irrinunciabili e dimostrate) è entrato nelle leggi urbanistiche regionali. Purtroppo, però, l'esigenza è stata “dimostrata” proprio con la Scuola dei Carabinieri, che si poteva forse realizzare abbattendo volumi preesistenti e inutilizzati; ma usare terreno agricolo, ovviamente, costa meno che abbattere e ricostruire. Banalmente, l'interesse di chi realizza queste volumetrie è questo, ma la funzione programmatoria e di tutela dell'interesse complessivo dovrebbe essere propria di chi governa il territorio.


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a esiste un'altra Piana? Se andiamo nella zona di Pistoia troviamo la vivaistica, dove la terra si vende a prezzi stratosferici con immani problemi ambientali per l'attingimento dell'acqua dalla falda al servizio di un comparto produttivo “verde” composto da migliaia di piccoli vivaisti. Forse, se questo comparto si convertisse un po' al biologico, potrebbe rappresentare un modello interessante. Poi il resto della Piana è continuamente oggetto di interventi infrastrutturali puntuali con un consumo e una impermeabilizzazione di suolo crescente, senza un disegno urbanistico complessivo che consideri il valore ambientale delle aree libere. La stessa cosa per la realizzazione di capannoni per la logistica. Qui ci vorrebbe una squadra di architetti, territorialisti, paesaggisti, ambientalisti che con un approccio nuovo, multidisciplinare e volto a ricucire il territorio con interventi leggeri, di tutela dei pochi spazi naturali interstiziali rimasti, cominci a ripensare una connessione a sistema di quel che resta non asfaltato della Piana. Pensando a valorizzare la funzione agricola, ambientale, idrogeologica, idraulica, faunistica e naturalistica delle aree: un lavoro di cerniera, con una prospettiva di durata. Certo, non siamo più nella condizione di disporre di un grande spazio aperto da destinare complessivamente a Parco, su cui far esercitare le competenze programmatorie ambientali. Ma c'è ancora un grande lavoro di fino, di ricucitura degli spazi ancora liberi, da fare. Con un approccio partecipativo che coinvolga chi ancora nella Piana resiste svolgendo attività agricole sostenibili, ambientali.

Utilizzando competenze innovative, di bioarchitettura, di biologia, di zoologia. è ancora possibile. e questa possibilità esiste perché allora bloccammo la Variante Fiat-Fondiaria che, altrimenti, avrebbe completamente cementificato questo spazio, rendendo irreversibile quello stato di fatto. era il 1989: cadeva il Muro a Berlino e qui c'era un movimento di resistenza al fatalismo del cemento. è stata una grande stagione di dibattito sul futuro della città, di cambiamento della cultura politica della sinistra sui temi dell'ambiente. Qualcuno dirà che la nostra è stata una vittoria di Pirro: bloccammo il cemento, ma non fu realizzato il Parco. Ma, forse, mantenere aperta una possibilità è stata la vera vittoria.

Simone Siliani era all'epoca dei fatti segretario regionale della Federazione Giovanile Comunisti Italiani. e' stato poi Presidente del Consiglio Regionale della Toscana, assessore regionale toscano alle riforme istituzionali, politiche sociali e cooperazione internazionale e, infine assessore alla cultura del Comune di Firenze. Attualmente è direttore della Fondazione Finanza etica, fondazione culturale di Banca etica.

giuSePPe Pandolfi Nato a Firenze nel 1961 dopo aver 101 conseguito la maturità scientifica si è laureato in filosofia a Pisa ed ha poi conseguito il titolo di tecnico progettista di parchi e giardini alla scuola di Architettura del giardino e del paesaggio di villa Montalve. Militante e poi dirigente della FGCI fiorentina e regionale, successivamente funzionario di partito del PCI, è stato attivista pacifista e ambientalista a partire dalle prima battaglie antinucleari. Dopo aver lavorato nel campo della ingegneria naturalistica e della progettazione del verde, è oggi un felice coltivatore diretto biologico, impegnato nel movimento per una agricoltura contadina e naturale.

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uga dal campus atterrato da Marte e di nuovo alla ricerca di quel poco che resta della Piana naturale, cercando inutilmente di ritrovare i riferimenti immortalati nelle foto del tempo, oggi spazzati via dall'utilizzo disordinato di questo spazio considerato privo di valore perché privo di edificazione. Qualche casolare o qualche rudere resiste, ma le superfetazioni sorte negli ultimi trent'anni di nuovo ci disorientano e ci perdiamo. Forse ricostruiamo la posizione del campeggio ecologista che doveva essere la testata del Parco della Piana, oggi fronteggiato dall'enorme costruzione dell'IperCoop di Sesto Fiorentino, con il suo parcheggio, la rotonde per rallentare le macchine sfreccianti sulla nuova viabilità, i distributori della benzina, i tralicci della linea dismessa dell'alta tensione e, dietro, qualche palazzone, il Polo Tecnologico-Scientifico e, più verso Firenze, il sedime aeroportuale e la Scuola dei Carabinieri. Qualche falco volteggia, in ampi cerchi, sopra questo abominio urbanistico... e qualcuno dirà che non va poi così male se questi pennuti ancora resistono. Ma lo spazio è irriconoscibile, per noi e forsanche per i falchi. Questo era il luogo in cui si giocava il futuro della città trent'anni fa.

ceSaRe dagliana,Reporter agli inizi degli anni ottanta diviene in seguito ritrattista pubblicitario e commerciale. Dai primi anni duemila si occupa di reportage sociale e progetti di comunicazione. Recentemente realizza progetti fotografici autonomi protratti nel tempo inerenti al paesaggio sociale e alla documentazione di aree critiche.


OROSCOPO di Letizia Sgalambro

I CONSIGLI DeLLe STeLLe

Questa volta erodoto si è soffermato a lungo in Polonia e le stelle hanno voluto prendere spunto da Polacchi famosi per disegnare il destino di noi umani. La scelta non è stata facile, la Polonia è una terra di grandi personaggi, maschili e femminili. L’indicazione che vale per tutti i segni è quella di guardare sempre avanti e non usare il passato come scusa per non muoversi. Ogni segno poi, come sempre, ha suggerimenti personalizzati.

Ariete 21 Marzo -19 Aprile)

Giovanni Paolo II è diventato il primo papa straniero dopo la reggenza dei pontefici italiani durata 455 anni. La sua influenza sui prossimi tre mesi sarà per te molto forte, per la prima volta potresti realizzare qualcuno dei tuoi sogni più nascosti, oppure aprirti al dialogo con il diverso da te decidendo anche di muoverti dalla tua città. Sicuramente non saranno mesi statici.

Toro

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20 aprile -20 maggio Wislawa Szymborska è stata una delle poche donne premiate con il Nobel per la letteratura. Era il 1996 e il suo primo volume negli anni ‘40 era stato rifiutato perché non possedeva i requisiti socialisti. Il suo messaggio per te nei prossimi mesi è quello di non mollare, anche se stai andando contro corrente e non trovi l’appoggio che vorresti. Sei più vicino al Nobel che al rifiuto, concentrati sullo sforzo finale.

Gemelli (21 Maggio -20 Giugno)

Ryszard Kapuscinski è ricordato come maestro di tolleranza e di grande curiosità e rispetto verso l’altro. La voglia di conoscere, di muoversi e di scoprire cose nuove sarà la caratteristica dei prossimi mesi per voi Gemelli. Il cielo vi offrirà diverse occasioni per accontentarvi, do-

vrete solo guardare al di là del vostro naso e uscire dalla zona comfort per acchiapparle. Non resterete delusi.

Cancro 21 Giugno - 22 Luglio

Rosa Luxemburg è stata una famosa rivoluzionaria che ha pagato con la vita la difesa delle proprie idee. Due sono le caratteristiche per cui ancora viene ricordata: coraggio e altruismo. Il coraggio sarà proprio l’elemento guida nei prossimi mesi: ti permetterà di mettere in discussione alcune tue scelte che non ti soddisfano più e di riallinearti al tuo vero essere. Senza dimenticare chi ti sta accanto, che assumerà un ruolo sempre più importante nella tua vita. . 23 Luglio - 22 Agosto Niccolò Copernico è conosciuto come il fondatore dell’astronomia moderna. In realtà è stato anche ecclesiastico, giurista, governatore e medico, matematico. Quindi una mente eclettica, capace di spaziare in più ambiti con la stessa genialità. Quali sono gli ambiti in cui non hai ancora avuto il coraggio di avventurarti? Ci sono passioni e curiosità dentro di te che non chiedono altro di venire fuori. E’arrivato quel tempo, le stelle sono dalla tua parte.

Leone

Vergine 23 Agosto - 22 Settembre

Irena Szewinska è stata una velocista con una lunghissima carriera sportiva. Primatista mondiale sulle distanze dei 100 m, 200 m e 400 m, ha partecipato a cinque olimpiadi vincendo sette medaglie, fra cui tre d’oro, superando anche sei primati internazionali. Tempo di vittorie anche per te, cara Vergine. Decidi quale aspetto della tua vita vorresti glorificare, e ti consiglio di dare una mano alle stelle, che pur favorevoli, si aspettano il tuo impegno per arrivare al successo.


Bilancia

Capricorno

Scorpione

20 gennaio - 18 febbraio Shimon Peres nel 1994 riceve il Premio Nobel per la Pace, insieme a Rabin e Arafat, per aver contribuito a ricercare di attivare un processo di pace in Medio Oriente. La mediazione sarà la strategia vincente per voi Acquario nei prossimi mesi: evitando di andare allo scontro anche con chi pensate abbia totalmente torto, riuscirete a risolvere diverse incomprensioni e sciogliere altrettanti nodi che vi portavate dietro da tempo, soprattutto in ambito familiare.

23 ottobre - 21 novembre Fra i tanti libri scritti da Christa Wolf, uno dei più noti è Cassandra. All’interno di un mondo tutto al maschile, in cui le donne sono relegate accanto al focolare, Cassandra, vivace e ricca di interessi, si ribella e insiste per «imparare a fare qualcosa». Quindi va contro corrente e, punita, non sarà mai creduta. Andare contro è una tua caratteristica, caro Scorpione, e la buona notizia per te è che nei prossimi mesi questo movimento ostinato e contrario darà finalmente i suoi frutti.

Sagittario

22 novembre - 21 dicembre Zygmunt Bauman è conosciuto ai più per il suo concetto di società liquida. Secondo la sua visione nella società odierna tutto si trasforma in merce, incluso l'essere umano con relazioni usa e getta. Nei prossimi mesi però le stelle sono favorevoli al tuo segno, e ti offriranno la possibilità di ribaltare questa idea: le tue relazioni acquisteranno sempre più un valore stabile e, per chi è in cerca dell’amore, ci sarà la possibilità di gettare le basi per rapporti duraturi basati sull’affetto e il rispetto reciproci.

22 Dicembre - 19 Gennaio Caterina II Alekseevna di Russia, passata alla storia anche con l'appellativo di Caterina "la Grande", è nota per essere stata un esempio di dispotismo illuminato. Questa sorta di ossimoro guiderà i tuoi prossimi mesi: la tua capacità di vedere oltre le cose e avere una visione più allargata di altri ti potrebbe portare e voler prendere le redini anche in situazione in cui è meglio restare di lato, e lasciare gli altri prendersi le loro responsabilità. Se saprai contenerti, vedrai riconosciuto il tuo potere senza dover sgomitare per ottenerlo, soprattutto in campo lavorativo.

Acquario

Pesci 19 febbraio - 20 marzo

Maria Curie-Skłodowska all’inizio della sua carriera scolastica si trovò davanti al primo ostacolo: nella Polonia russa, dove viveva, le donne non potevano essere ammesse agli studi superiori. Decise quindi di trasferirsi a Parigi dove si laureò alla Sorbona e dove, anni dopo fu la prima donna ad insegnarci. Nel frattempo aveva anche vinto il Nobel per la Fisica. L’insegnamento che questa storia ti porta per i prossimi mesi è: non demordere, anche gli ostacoli peggiori possono diventare occasioni di successo. LETIzIA SGALAMBRO 57 anni, sagittario, counselor ed esperta di processi formativi. Crede che per ognuno sia già scritto il punto più alto dove possiamo arrivare in questa vita, e che il nostro libero arbitrio ci fa scegliere se raggiungere quel traguardo o meno. L'oroscopo? Uno strumento come altri per illuminare la strada.

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23 settembre - 22 ottobre Gunter Grass, all’età di settanta anni ha ammesso che durante la guerra aveva militato nelle SS come volontario e non come coscritto, come fino a quel momento aveva fatto credere. Ha quindi tirato fuori un segreto scomodo scatenando le reazioni più disparate. Riuscire a accogliere le critiche senza farsene condizionare è una grande vittoria, soprattutto quando questo significa aver fatto pace con la parte più oscura di se stessi. Nei prossimi mesi avrai anche te l’occasione per fare un simile passo in avanti, dipenderà da te trovare il coraggio di farlo, ricorda che le stelle sono dalla tua parte.