Erodoto108 n°21

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Yemen, anni Settanta: un mondo arcaico e puro, libero dalle convenzioni di una modernità consumata

PASOLINI NON SI È FERMATO A SANA’A

Qui non c’è molto di diverso rispetto al passato, se non fosse per quel vuoto da meteorite lasciato dal bombardamento del giugno 2015, o per quei check point posizionati ai bordi con la circumvallazione saila. testo di Laura Silvia Battaglia foto di Elena Dak

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asseggiare tra le vie di sana’a, di notte, non ha molto di diverso rispetto al passato, a questi fotogrammi di magia bloccati nel tempo dallo sguardo di Elena dak: un’architettura sporgente, la torre da cui canta il muezzin che incombe verticale sul passante, la donna in abaya nera che fluida e sfuggente si muove verso casa nel dedalo delle viuzze della città vecchia.

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Passeggiare tra le vie di sana’a, nel 2017, non ha molto di diverso rispetto al passato, se non fosse per quel vuoto da meteorite lasciato dal 40 bombardamento del giugno 2015, per quel palazzo sventrato che mostra impudico le sue intimità: un bagno alla turca, la cucina al pian terreno, un letto matrimoniale che penzola, appena trattenuto da una trave. Passeggiare tra le vie di sana’a non ha molto di diverso oggi eccetto per quei check point posizionati ai bordi con la circumvallazione saila, presidiati da una serie di ragazzi strafatti di qat, ruminanti e annoiati, difensori della strategia politica di ansarullah, se non quando si tratta di

bloccare un cittadino che non si sia sottomesso al loro diktat. Non sarebbe diverso, se non fosse che quella diversità è cresciuta a poco a poco, nel ventre molle di questa città, trattenuta solo dalla dittatura e da un sistema che elargiva a pochi mentre gli altri null’altro desideravano, se non mantenere stabile e puro il loro passato. da questi dedali, strade, orti, piccole piazze fu stregato Pasolini che scovava fiori da mille e una notte ovunque, ma che nel 1970 aveva già capito che questi fiori erano pronti a trasformarsi in piante carnivore, se solo avessero compreso il loro potenziale nel mondo che cambia, che cede al progresso, all’odore del denaro e alla sirena degli idrocarburi e della politica. Nel suo cinema e in quei film, girati tra Etiopia, Yemen, Iraq e Iran, c’era sì la comprensione di un mondo intatto, innocente e, perché no, bello e sensuale, in modo naturale e ferino, ma c’era anche la visione pre-orientalista di chi vede l’altro da sé, senza vedere ciò che disturberebbe l’altro e le ragioni da cui egli stesso sarebbe rifiutato, ripudiato, escluso. Infatti, quasi a rendere discreta e segreta questa