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IL RACCONTO DI IRENE RUSSO foto di ALESSANDRA CALò

ACQUABONA: IL MIRACOLO DELL’ACQUA PUBBLICA

Ad Acquabona arrivano dalla pianura carichi di damigiane, oppure scen-

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dono dai monti e si fermano al passaggio. C’è chi accosta con l’auto per riempire dalla fontana una bottiglietta di mezzo litro, non avendo altri contenitori nel fondo del bagagliaio. Ma vale sempre la pena. La panchina è riservata a chi preleva l’acqua e non sono infrequenti i brontolii perché la fila è intoppata da un forestiero fornito di recipienti di quaranta litri. Per fortuna il borbottare se lo porta il costante scoscio del ruscello adiacente, che nella fragorosa discesa urta i manufatti costruiti nel tempo anche per evitare che questa potenza idrica si infiltri nel sottosuolo incentivando i terreni a cedere alle frane. La più comune bottiglia d’acqua si nobilita all’istante quando accoglie quest’acqua purissima, che appanna subito la plastica facendo condensare la differenza tra l’ambiente esterno e la freschezza dei suoi sette gradi di temperatura. Inodore, incolore, insapore. Ma non come tutte le altre acque: di più. Per spiegare, la tentazione è di citare le marche di acqua in bottiglia, e dire che l’acqua di Acquabona somiglia un po’ a questa, ma è un po’ meno dolce di questa e più salata di quest’altra. Tuttavia, a giudicare il primitivo con le coordinate del presente lo si appesantisce di parole dense, e invece quest’acqua è buona proprio perché, dopo averla bevuta, è leggera. Inodore, incolore, insapore, ineffabile. Il merito dicono sia anche della sua freddezza, che la rende immune a diversi batteri e anche alle balneazioni, se si escludono i tedeschi che durante l’occupazione nazista facevano il bagno nei canali prima di deportare i partigiani. Per evitare che l’acqua sgorgata si contamini, alcune prese la catturano quasi subito secondo un’abitudine che ha smagrito le acque superficiali in tutta la provincia per il vantaggio degli acquedotti. Ai pescatori, però, s’impiglia l’amo nei sassi dei torrenti secchi. Negli anni ’50, le acque delle sorgenti del Secchia, del Riarbero e del Caorsella sono state convogliate in un unico acquedotto, detto La Gabellina, che conduce l’acqua in buona parte dei comuni montani di Reggio Emilia. Un’altra caratteristica dell’acqua di Acquabona è l’assenza di miracoli: l’uomo che mi ha raccontato parte di questa storia, dopo averla bevuta continuava a riportare una ferita sul gomito e un bubbone sul sopracciglio. Anche nella piccola chiesetta del borgo, dove sono andata per cercare tracce di santità, a prima vista non c’era aria di celebrazione se non una comune fonte battesimale. Venite pure a verificare: in qualsiasi momento del giorno, per entrare nella chiesetta basta premere il pulsante per trovarsi da soli con la divinità, libera di rispondere alle domande. Il miracolo è che i cittadini di Acquabona sono i proprietari di quest’acqua, e per questo non la pagano a metro cubo ma con la bolletta sostengono il servizio di distribuzione e manutenzione. È come se quest’acqua fosse privata, ma privata dei cittadini che non vorrebbero mai privare gli altri del gusto di berla. Una versione diversa del concetto di acqua pubblica. L’abbondanza permette di lavare i tappeti