Erodoto108 n°17

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storie di donne fotografe

I DEMONI DI DIANE con diane arbus

nel mondo dei freak

‘Ci sono cose che nessuno vedrebbe se io non le fotografassi?’ i veri mostri sono la gente normale e ipocrita. Una macchina fotografica per stringere un patto con chi è irriso, condannato, insultato. E regala la libertà testo di daniela silvestri

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na conversazione di molti anni fa con un vecchio amico fotografo mi torna sempre in mente. Mi stava facendo vedere delle foto per avere un parere sull’editing. Erano buone, intense, molto diverse dal suo solito stile. Rimasi sorpresa e gli dissi: ‘Cavolo, eri davvero in forma!’ ‘Tutt’altro, stavo molto male in quel periodo’. Ho sempre creduto nel potere terapeutico della fotografia che può aiutarti ad affrontare contrasti e idiosincrasie e al tempo stesso offrirti biglietti di sola andata verso i tuoi demoni. Con questa convinzione e con la memoria a quella conversazione ho sempre guardato le foto di Diane Arbus. Nata a New York in una famiglia borghese e benestante, proprietaria di uno dei più grandi magazzini di moda dell’epoca, Diane cresce in un mondo ovattato e anaffettivo: tate, servitù e le migliori scuole. Da subito manifesta attitudine verso l’arte, ha un carattere molto sensibile, introverso, ma al contempo curioso, che la porta a indagare luoghi fisici e mentali vietati o nascosti dalla rigida educazione ricevuta. Non è un caso che si innamori perdutamente di quello che sarà il suo mentore – Allan Arbus – a soli 14 anni, riuscendo a spuntare di potersi sposare non 54

appena compiuti i 18. Nei primi anni si dedica a diventare moglie, madre, donna di casa e assistente silenziosa, cercando di rispondere alle aspettative dei tempi e di un padre scostante, al contempo temuto e idolatrato. Con il marito scopre la fotografia, fondando nel 1946 lo studio Diane e Allan Arbus che li terrà artisticamente insieme fino al 1957. Sono anni cruciali: da una parte il pieno sviluppo del fotogiornalismo e di una fotografia impegnata nel raccontare gli anni del dopoguerra, della crisi e della successiva ripresa, con un forte taglio antropologico e documentario, dall’altro la moda, i magazine di stile e il bisogno di celebrare la ricchezza, il trionfo dell’american way of life. Di riflesso a questa opulenza ostentata e di maniera inizia ad affermarsi un’altra generazione di fotografi che, da Robert Frank a Louis Faurer, si fa portavoce di una critica alla compiacente morale americana sia nel messaggio sia nello stile: immagini sgranate, sporche, imperfette. è a questi autori che Diane si avvicina e si sente più affine. La perfezione e la noia delle pose la rendono sempre più insofferente e nel 1957, con la conoscenza di Lisette Model, Diane inizia a fare davvero le ‘sue’ foto. La Model la sprona a girovagare per la città alla ricerca di ciò che più la spaventa,