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È da questa lacerazione interiore – mia e della coscienza occidentale – che con fatica mi avventuro in queste immagini. Queste case, queste periferie, questi paesi, rappresentano una nostra storia. Ma è una storia ora consacrata all’abbandono, tanto da far nascere anche figure di esperti, di narratori, chiamati per l’appunto ‘abbandonologi’. Fermiamoci un attimo nella desolazione dei paesi: da tempo gli insediamenti sotto i cinquemila abitanti (che, sparsi su tutto l’arco appenninico e alpino, ospitano il 15% della popolazione nazionale) soffrono di un inesorabile depopolamento. Quella forma del vivere che aveva marcato la penisola italiana sin dal Medioevo, l’Italia dei borghi, sta venendo a mancare. Potrebbe essere parte di un processo naturale, così come è avvenuto nell’età antica con comunità che si spostavano su e giù dai picchi verso le valli e viceversa. Potrebbe essere, perché la globalizzazione, a volte travestita da glocalizzazione (termini sempre parte di un vocabolario e quindi di un’aspirazione occidentale ancora un po’ coloniale), mira alla concentrazione nelle ‘smartcities’ delle metropoli, lasciando dietro di sé non solo vuoti insediamenti, ma anche memorie stanche, in un processo ineluttabile che l’economia dell’oggi richiede. Qui risiede lo stridore della parola ‘abbandono’: seppur di non evidente etimologia, quella parola si porta appresso un atto di imposizione politica. Il termine medievale ‘abandonner', potrebbe derivare dall’espressione ‘être à bandon’, ovvero essere sottomessi a un atto di potere che ti ‘ordina’ di lasciare. Non una scelta naturale, quindi, un’imposizione. Paesi abbandonati perché le persone sono state costrette a farlo. Archeologie industriali, luoghi del lavoro, ora vuoti perché l’economia del potere lo impone. Case, periferie desolate, perché immerse in un processo che da lì ci vuole fuori. I borghi d’Italia, i bei paesi del Bel Paese (quale ironia…) che più non servono, che all’economia delle nuove dinamiche politiche si devono forse rassegnare.

Coscienti di queste dicotomie, dovremmo allora decidere di scegliere, di non essere vittime di un abbandono che è imposizione di un potere. Dichiariamo di andare via, o decidiamo di creare un’economia che dalla marginalità, da un senso altro di presenza, ci renda cittadini di quei luoghi. Non per farci incantare dal silenzio, ma per nutrire, con rinnovato senso di un ‘noi’, i luoghi di queste immagini. emmanuele curti, 52 anni, archeologo, è nato a perugia e vive a matera dove insegna all’università della basilicata. ha insegnato a londra. si è occupato per anni di processi di acculturazione portando avanti progetti di ricerca a pompei e in giordania. negli ultimi anni si è dedicato al necessario cambiamento dei paradigmi nelle discipline umanistiche, alla ricerca di nuove forme di sviluppo socio/economico, legate a una nuova idea di cultura.

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Ma quei paesi in via di depopolamento sono comuni che controllano il 50 % del nostro territorio nazionale: la loro scomparsa spiega forse anche un abbandono mai immortalato, quello della terra, di un paesaggio sempre meno curato, sempre più vittima di alluvioni, di catastrofi ‘naturali’. Così come quei paesi, insediamenti ricchi di storia e memoria, anche i paesaggi sono (o no?) beni culturali: diventeranno moderne Pompei, vuoti ma da conservare per la nostra identità? E con quale economia?

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Erodoto108 n°13  

ERODOTO È UNA FRONTIERA, salta di qua e di là. Ma dove siamo arrivati camminando per capannoni vuoti o varcando soglie di case disabitate?...

Erodoto108 n°13  

ERODOTO È UNA FRONTIERA, salta di qua e di là. Ma dove siamo arrivati camminando per capannoni vuoti o varcando soglie di case disabitate?...

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