Page 111

la mostra permanente delle fotografie di g. breschi nel parco di san silvestro. in alto la rocca di san silvestro.

LETTERA DA UNA MINIERA LA VERSIONE DI SILVIA

Silvia Guideri era una delle giovani archeologhe che trent’anni fa ha riacceso quell’interruttore spento. Cosa vedono i suoi occhi quando passeggia fra i ‘segni’…

N

Torno a guardare queste immagini, immagini nelle quali si fondono astrattismo e memoria, sembra impossibile, ma è la magia di questi luoghi, luoghi abbandonati, luoghi tornati a vivere grazie a quei giorni belli, luoghi che devi saper abbandonare come figli ormai cresciuti Quei segni non sono fantasmi, sono compagni di viaggio, un viaggio bellissimo, che ha lasciato un altro segno. Silvia Guideri

111 ERODOTO108 • 13

on riesco a scrivere di abbandoni. È difficile, perché doloroso. Le foto trasformano e reinterpretano una storia di abbandono, lamiere arrugginite diventano geometrie, bellissimi fiori, folletti curiosi, segni nei quali ciascuno può vedere ciò che vuole, come quando guardi le nuvole. Questo paesaggio è interamente fatto di segni, tracce di una discenderia su cui vedi passare carrelli carichi di minerale, castelli di ferro che tirano su argani, castelli di pietra che osservano severi dall’alto della loro antichità, crudeli gradoni che spezzano la montagna. Non più e non soltanto fiori fatti di sangue, folletti tenuti al guinzaglio, riflessi argentei di luce, ma segni, segni del lavoro, segni di vita, segni di storia. Per un archeologo i segni sono vita, lavoro, memoria e se questi segni diventano gran parte della loro vita, del loro lavoro, della loro storia, se quei segni rivivono con gli studi, con gli scavi, con la memoria, ecco che diventa difficile parlarne a proposito di abbandoni e ancor più difficile scriverne. Non è facile, per chi come me non è abbastanza social, condividere l’intimità di certi sentimenti, perché quei segni sono anche sentimenti. Ogni giorno attraverso quei segni che non sono più soltanto segni e non sono più storie di abbandoni. Chi ha spento quell’interruttore è una figura viva e vibrante, che ha un nome Dumas, che ancora oggi ci racconta con pazienza e passione la sua storia. Ma la sua storia si intreccia con quella di un ragazzo che ripete le sue parole nel buio di una galleria, si fonde con la storia di tanti ragazzi che hanno riacceso insieme quell'interruttore, con curiosità, con allegria, con tenacia. E con quella di tanti visitatori, trentamila ogni anno, che vengono attratti da quei segni e da quella storia. Andrea, il mio amico scrittore di viaggi, in uno dei suoi messaggi vibranti e pieni di memorie mi ha chiesto se il passato serve a qualcosa, Giovanni, il fotografo, cercando con delicatezza di convincermi mi ha scritto: ‘Erano giorni belli dove nascevano molte cose, dai che ce la fai’. Certo che il passato serve a qualcosa, senza passato non c’è futuro. Erano giorni belli, dove l’abbandono tornava alla vita.

Profile for Erodoto108

Erodoto108 n°13  

ERODOTO È UNA FRONTIERA, salta di qua e di là. Ma dove siamo arrivati camminando per capannoni vuoti o varcando soglie di case disabitate?...

Erodoto108 n°13  

ERODOTO È UNA FRONTIERA, salta di qua e di là. Ma dove siamo arrivati camminando per capannoni vuoti o varcando soglie di case disabitate?...

Advertisement