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MEDIORIENTE/IRAN Un giardino nel piatto Testo di Felicetta Ferraro

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aghestan, il ‘luogo del giardino’, un nome improbabile per un villaggio ai bordi del Dasht-e Kavir, il deserto di sabbia e sterminate distese di cristalli di sale che occupa il centro dell'altopiano iranico. La Via della Seta un tempo passava non molto lontano da qui, oggi a Baghestan si fermano le carovane di turisti dirette a Gonabad, centro spirituale dei dervishi nematollahi, o verso Mashad, la città santa che ospita le spoglie dell'Imam Reza. Ad accoglierli, un ruscello di acqua freschissima e una vallata punteggiata di mandorli e melograni racchiusi in piccoli recinti di mattoni cotti al sole. A Baghestan, un'amica, che come molti iraniani ha studiato architettura in Italia, ha deciso di costruire alcuni anni fa una casa nel rispetto delle tecniche e dei materiali del luogo: paglia, fango, legno, mattoni crudi, per la costruzione; lana per le tende alle finestre, per i tappeti, per le coloratissime trapunte imbottite; argilla impastata con il bianco d'uovo per i piatti e le tazze decorate con l'ovale tondo e gli occhi allungati di Khorshid Khanom, la 'signora Sole' e rami fioriti carichi di melograni vermigli. L'intenzione era quella di accogliere i turisti che decidevano di fermarsi un po' di più di una breve sosta per il tè, incantati dal fascino di una Persia sognata e amata attraverso versi immortali e miniature delicate come trine.

Una storia breve – il flusso del turismo in Iran avanza e si ritira seguendo capricci mediatici internazionali incomprensibili sotto il cielo terso di Baghestan – ma Sakine, la cuoca che stupiva gli ospiti con una marmellata di bucce di pistacchi introvabile altrove, è riuscita a far conoscere finalmente al di fuori del villaggio la versione locale del più sontuoso dei piatti della cucina iraniana, il fesenjun, un sugo a base di noci e mandorle tritate, cipolle, anitra, curcuma e una salsa di melograno densa, profumata e violacea come la sabbia del deserto al tramonto.

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Erodoto108 n°8  

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