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STORIE DI CIBO

P

er godere realmente una cena da Sabatino, trattoria e istituzione di Firenze, devi risvegliare prima i tuoi sensi. E allora: oltrepassa Ponte Vecchio per arrivare “di là d'Arno”, osserva la lentezza delle acque. Qui il fiume è dolce e disteso. Immagina, mentre cammini per le case ammucchiate, di salutare vecchie signore che, con la sedia davanti al portone, lavorano a maglia protette dai bastioni medicei. Immagina il popolare quartiere di San Frediano come se fosse il 1956 e allora sì, sarai pronto per oltrepassare l’immensa Porta alla fine del Borgo per entrare in quella altrettanto famosa, di vetro, bordata in legno, di Sabatino.

1956, appunto. Sabatino Buccioni, con la moglie Fidalma, rileva un locale e dà inizio a una storia familiare e lavorativa che attraversa tre generazioni per arrivare fino a oggi. È Ilaria infatti, la nipote, ad accogliermi nella sua trattoria con un sorriso, quando arrivo a metà mattinata. Mi presenta i suoi familiari già tutti a lavoro: il marito, la madre, la sorella, intenti e concentrati nella preparazione del pranzo. “Tutti i giorni apriamo alle 7.20. È presto, sì... ma sennò, quando li cuociamo i fagioli per farne il passato il giorno dopo? Non usiamo quelli in barattolo, noi.” 86

Comincia così Ilaria a raccontarmi la sua storia... ma già l'avevo capita al volo; dalla semplicità dei suoi occhi, dai suoi gesti fermi e orgogliosi, dalla sua cortesia... e dalle pareti. Sono soprattutto le pareti a parlare da Sabatino. Ilaria mi racconta che il padre Valerio abbandonò la scuola a dodici anni per servire ai tavoli di questa sorta di mensa popolare, dove il pomeDa sinistra: Letizia, la signora Laura, Ilaria e Massimo Pagina successiva: la macchina da scrivere: Olivetti linea 101.

Le tagliatelle di Sabatino Francesca Cappelli riggio si serviva la merenda e si mesceva vino, mentre i pensionati del rione si davano appuntamento per chiacchiere e giocare a carte. La trattoria vanta ancora il suo carattere popolare (nonostante sia frequentata da persone di tutte le estrazioni sociali, dal povero al personaggio famoso, dal cliente abituale al turista); con prezzi economici offre un posto a sedere e un buon pasto in tavoli comuni, per condividere la gioia del rito quotidiano del cibo. Qui la modernità è stata chiusa fuori dalla porta. Le tovaglie sono quelle cerate, così non si sporcano, con la stessa quadrettatura e gli stessi colori; i tovaglioli sono di stoffa; le sedie, scricchiolanti, e i tavoli con le gambe tornite, uno addirittura che apparteneva al bisnonno. Le piastrelle del bancone, nel 1956, erano tutte bianche, ma piano piano quelle che si rovinavano agli angoli venivano sostituite da altre nere... e così sono ancora oggi. La cucina, spaziosa, che si af-

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Erodoto108 n°4  

Elogio della normalità - Andrea Semplici. Il traghetto del Mar Caspio - Tino Mantarro, Andrea Forlani. Voglio vivere alle Vergini - Andrea...

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