Erodoto108 n°12

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il racconto di MATTHEW LICHT

EL BUS DE DIOS ….sterzò per evitare qualche fantasma di roadrunner notturno, poi tornò dalla sua parte della linea gialla a tratti che significa in codice Morse che ti stai avvicinando alla meta, oppure che non stai andando da nessuna parte. Credetti quasi che mi indicasse col dito la piccola insegna che vietava di parlare col conducente. ‘Che c’è?’

L

a corriera era al buio, il riscaldamento non funzionava, e il vecchio messicano che mi sedeva dietro non voleva stare zitto. Blaterava insistentemente a voce bassa. Non dava al suo interlocutore, chiunque fosse, alcuna possibilità di pronunciare una sola silenziosa parola. Non faceva gesti, era difficle capire se vi fosse un senso al Rio Grande di parole che scorreva come l’autostrada ignota sotto le gomme del bus.

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La corriera era quasi piena. Il bizzarro chiacchierone aveva accanto a sé l’unico posto libero. La persona accovacciata alla mia destra era già addormentata quando montai, separato dal mondo da un poncho-sìndone. Non si mosse quando presi il posto. Forse era un cadavere. Avevo trascorso sufficienti Días de los Muertos al sud da sapere che per molti messicani, o perlomeno quelli che non parlano spagnolo, i morti occupano parecchio spazio nel nostro mondo e ci osservano. Il riso dei morti ha il suono del vento nel deserto, con l’aggiunta di api, coyote e crotali. Forse il vecchio parlava con la donna che l’aveva reso vedovo, o quella che l’aveva espulso dal corpo per farlo stare nel mondo dei vivi, che gli aveva preparato a schiaffi le tortillas, e che gli sculacciava il culetto marrone se non andava a scuola. Forse stava interrogando ulteriormente lo sciamano del suo villaggio, che gli