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NUMER0 3 I Febbraio 2011

PUBBLICAZIONE INTERNA

ARETE’ COSTITUENDA ASS. CULTURALE SODALIZIO SPIRITUALE

INFO:arete776@libero.it

STAMPATO IN PROPRIO

LIBERTA’ INDOEUROPEA L’iconografia classica della libertà, raffigurata come divinità femminile coronata e togata, prende le mosse dall’istituzione del culto di Libertas, promossa nel 238 a.e.v. da Tiberio Gracco con la costruzione del primo tempio sull’Aventino. Significativo punto di svolta, ad opera di un tribuno della plebe di cui in questa sede occorre ricordare il nobile tentativo di costruzione di una Repubblica “nazional-popolare” (ci venga perdonato il termine) di “contadinisoldati”. Ma allo stesso tempo, nella “consecratio” del 238, significativamente avvenuta sul colle “plebeo” di Roma, si intravedono anche i primi segni dell’inversione di senso del concetto che lentamente, dai primordi indoeuropei fino ai tempi moderni, porta fino all’idea “moderna”, “emancipata” e “democratica” di libertà all’immagine significativa della monumentale statua dell’isolotto sul fiume Hudson. Cos’era invece, per i progenitori Arii, la libertà? Come si è potuti arrivare alla moderna idea di libertà?Nelle Monarchie dell’antico Oriente, come è noto, il sovrano era il padrone assoluto dei propri sudditi. Gli stessi ministri e dignitari della corona erano considerati servitori del sovrano. Così era nel mondo assirobabilonese, siriaco, egiziano. Alcune limitazioni sono presenti in Egitto primariamente grazie al forte influsso del culto di Maat, la Giustizia, intesa altresì come limite al potere sovrano; evidente retaggio di influssi razziali atlanticooccidentali all’interno di una popolazione prevalentemente camitica. Tra le stirpi semitiche nomadi, allo stesso modo, il rapporto tra gli uomini e la Divinità è quello di un’assoluta subordinazione dei primi a un Dio geloso e possessivo. Così Baal presso le genti siriache, così Jahvé, originariamente figura minore di divinità lunare nel pantheon cananeo delle origini, poi Dio unico ed esclusivo geloso del patto con il proprio popolo, “Signore Iddio”, “Adonai Elohim”. A suo tempo il buon Evola, sulla scorta del Clauss, correttamente attribuì questa concezione religiosa a un tipo umano partecipe delle “razze dello spirito” “desertica” e

“demetrico-lunare”, pronunciandosi a favore del Dio “aristocratico dei Romani, il Dio dei patrizi, che si prega in piedi e a fronte alta, e che si porta alla testa delle legioni vittoriose – non il patrono dei miserabili e degli afflitti che si implora ai piedi del crocifisso, nella disfatta di tutto il proprio animo”.

Affermazioni, quelle dell’Evola di “Imperialismo Pagano”, che pur avendo un effettivo riscontro nella situazione di fatto del cristianesimo delle origini, non tengono conto della concezione bizantina del “Cristo Pantocratore”, di quella occidentale del “Cristo Re” e della croce come “Axis Mundi”, come di altre figure come quella di Michele Arcangelo, solo per ricordarne una; ma la concezione regale non è assente neanche nell’Antico Testamento, da Melchisedec in poi. Si tratta di vere e proprie reviviscenze arie all’interno di un sistema religioso di provenienza allogena, ma riplasmato e rivivificato “a proprio uso e consumo” dalle genti d’Europa. Comunque, la distinzione è posta: il mondo indoeuropeo, sin dalle origini, risulta essere il terreno di elezione del concetto stesso di libertà. Hegel, con con una nota semplificazione,

nella sua ossessione triadica identificò le tre fasi storiche interne allo sviluppo dello Spirito Oggettivo, e in particolare dell’idea di Stato, in questi termini: “Negli Stati orientali la libertà è di uno solo, poi negli Stati greco – romani la libertà appartiene a pochi (il Senato, l’aristocrazia), è solo nello Stato tedesco che da Lutero in poi la libertà appartiene a tutti”. Quindi, per Hegel, è nel mondo germanico, a torto o a ragione identificato da buona parte del pensiero romantico prima, razzista, poi, come la quintessenza dello spirito ario, che maggiormente risplende il concetto di libertà. Il supposto primato germanico, come idea di principio, per noi “RomanoItalici” non è accettabile, per l’ovvia considerazione che identificare l’Indoeuropeo tipico con il Germano è un’abissale stortura che non tiene conto che le più fulgide civiltà indoeuropee, da Roma all’Ellade, dall’Iran all’India, si sono sviluppate in un arco spaziale che va dal Mediterraneo alle sponde del Gange. L’esaltazione della figura di Lutero, presentato come eroe nazionale tedesco ma in realtà veicolo di influenze spirituali semitiche e promotore del ritorno allo spirito vetero-testamentario della “Legge”: “Un monaco tedesco, Lutero, giunse a Roma. Questo monaco, con tutti gli istinti vendicativi di un sacerdote malriuscito, a Roma si ribellò contro il Rinascimento (…) Ah questi tedeschi, quanto ci sono costati! (…) Hanno sulla coscienza pure la forma di cristianesimo più disonesta, più inconfutabile che esista: il protestantesimo...”. Tuttavia, bisogna rendere merito a Hegel di avere intuito un aspetto indubbiamente centrale nella questione, ovvero che dal mondo indoeuropeo, da lui identificato in modo errato e parziale con il solo mondo germanico, germoglia l’idea di libertà. La radice del termine libertà nelle lingue indoeuropee deriva dal proto-indoeuropeo “Leudh” (da cui il greco “Eleutherìa” e il latino “Libertas”) o “Frya” (da cui l’omonima parola sanscrita, nonché l’inglese “Freedom” e il tedesco “Freiheit”). Dalle stesse radici, osserva Emile Benveniste, derivano parole quali le tedesche “lieben”

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(amare) nel primo caso e “Freund” (amico) nel secondo, a sottolineare che il concetto di libertà ha a che fare con la partecipazione a una comunità, a un destino comune. Allo stesso modo, è “ingenuus” colui che è stato “generato” libero, cioè in buona sostanza chi può vantare una continuità di stirpe, un lignaggio, a rimarcare la concezione aristocratica della libertà. Si noti anche, in questo caso, l’inversione demonica della parola nel mondo moderno. “Ingenuo” nell’odierna lingua italiana, è stato degradato a sinonimo di “inesperto”, “sprovveduto”, credulone”. Ricordiamoci di quanto scrive Giovenale nella sua Satira III: “Una Roma ingrecata non posso soffrirla, Quiriti; ma quanto vi sia di acheo in questa feccia bisogna chiederselo. Ormai da tempo l'Oronte di Siria sfocia nel Tevere e con sé rovescia idiomi, costumi, flautisti, arpe oblique, tamburelli esotici e le sue ragazze costrette a battere nel circo”. Dietro il rovesciamento di senso della parola “ingenuus”, si intravede una realtà di tipo etnico-culturale, ben descritta dal poeta latino. L’afflusso massiccio di Levantini furbi e intriganti contribuisce a creare una società in cui ormai il denaro, ottenuto quasi sempre con macchinazioni, menzogne e raggiri, è l’unico metro del prestigio sociale. Per cui sono considerati “inesperti”, “sprovveduti” e “creduloni” coloro che, per fedeltà al proprio sangue, ancora osservano l’antico stile romanoitalico della parola data, dell’onore, del rispetto. Più tardi, è proprio dallo svilimento mercantile della sfera del politico nella società moderna che deriva l’inversione dei valori, da cui discende il decadimento del vero concetto di Libertà, che va di pari passo con il decadimento dell’idea del vero Stato. Nell’antico mondo indoeuropeo, invece, l’esercizio della libertà era tutt’uno con la preservazione dell’integrità etnica. Si pensi agli “Omoioi” (uguali) di Sparta, alla stessa democrazia ellenica, al Civis romano, alla Sippe germanica e agli Arimanni “uomini liberi” dei Longobardi.

La libertà, la partecipazione alla gestione della vita della Comunità e dello Stato, assumeva il connotato pubblicistico e sacrale del dovere e del “munus” piuttosto che quello individualistico e arbitrario del “diritto”. Dovere ereditato attraverso il retaggio gentilizio del sangue. Attraverso i secoli, si pensi all’orgoglioso concetto di libertà dei comuni italiani e delle repubbliche marinare del Medio Evo, dove la fondazione delle libertà comunali va di pari passo con il recupero delle antiche tradizioni latine e romane, come emerge dal nome tipico di “Consoli” attribuito alle massime cariche della Città-Stato. Ciò a prescindere dalla strumentalizzazione che di tale libertà civica fece il complotto guelfo-mercantile contro la legittima autorità imperiale. Si pensi all’esperienza dei civilissimi giudicati sardi e all’epopea di Eleonora d’Arborea, che intorno al 1400 emanò il codice di leggi detto “Carta de Logu” e difese eroicamente la libertà della Sardegna contro l’invasore iberico. Si rammentino le orgogliose lotte per la libertà nazionale dei popoli balcanici contro l’invasore turco, dai Romeni di Vlad ai Serbi, agli Albanesi (oggi tragicamente divisi, ma un tempo uniti sotto il regno di Stefano Dusan “Zar dei Serbi, dei Greci, degli Albanesi e dei Bulgari”), fino alla tragica ed eroica fine di Lazar a Kosovo Polje. Si pensi all’epopea russa di Dmitry Donskoj. Si pensi all’uso più tardo nel mondo germanico, fino al secolo scorso, del titolo di “Freiherr” (libero signore) per identificare gli esponenti dell’aristocrazia, vivaio delle Forze Armate e dell’ufficialità germanica. Si ricordi infine che la libertà per cui combatterono gli uomini del nostro Risorgimento era quella della Patria. Ricorda Giovanni Gentile che nessuno di loro, da Mazzini a Cavour a Ricasoli, “si fece mai scrupolo di anteporre la patria all'idolo della libertà”. Come ricorda Adriano Romualdi, “non col grido "viva il suffragio universale" ma quello di "Roma o morte" partirono le squadre di Garibaldi”. Fu quella la libertà nazionale necessaria alla nascita di una nuova Roma

e di una più grande Italia, che costruirà il proprio impero coloniale, trionferà a Vittorio Veneto nel novembre del 1918 e a Roma nell’ottobre del 1922 e solo nel 1945 cederà ai profeti armati della falsa libertà, quella che ancora oggi ci tiene sotto il tallone dei banchieri e degli usurai e delle loro basi NATO.Questa è la vera libertà indoeuropea, non quella dei pensatori liberali, illuministi e democratici: non è quella di Locke o di Voltaire, né quella di Kant, di Mirabeau, di Constant, di Wilson o di Hayek. La vera libertà è un dovere e non è un diritto; è disciplina e non è arbitrio; è distinzione e non è mescolanza; è comunitarismo e non è individualismo; è organicismo e non è contrattualismo; è Stato e non è disordine; è stile e non è conformismo. E’ capacità di tenere la schiena diritta e di non piegarsi mai, nemmeno quando conviene. LUCA CANCELLIERE

I CELTI NELLA GALLIA CISALPINA Come titolo di questo mio articolo mi è parso più corretto usare il termine <Gallia Cisalpina> piuttosto che <Alta Italia> in quanto nel periodo trattato il territorio degli italici era la penisola propriamente detta e solo successivamente si può legittimamente parlare di Italia Settentrionale. Quindi appare quantomeno discutibile sotto il profilo storico parlare di celtizzazione del Nord Italia dal momento che non vi erano stanziamenti italici precedenti allo stanziamento dei celti. Gli studi più recenti propendono inoltre per una celticità pregallica nel territorio della

cultura di Golasecca. A Castelletto Ticino è stato ritrovato ad esempio un masso iscritto del VII secolo a.C. con la più antica iscrizione in lingua celtica.Fatta questa premessa, la discesa di popolazioni celtiche guidate dal principe Belloveso risale, secondo lo storico romano Tito Livio, al regno di Tarquinio Prisco e quindi al VI secolo a.C., a capo di diverse tribù menzionate nel testo, fonda la sua capitale <Mediolanum>, l’attuale Milano, nel punto di convergenza di una serie di vie terrestri e fluviali ritenendo di ottimo auspicio l’incontro con una scrofa

semilanuta, animale sacro ai celti. Le principali tribù celtiche stanziatesi nel territorio sono gli INSUBRI fra il Piemonte e la Lombardia che rappresentano secondo lo storico greco Polibio una delle più importanti tribù celtiche. Stando sempre a Tito Livio nel medesimo periodo i CENOMANI, guidati da Elitovio, si stanziano fra la Lombardia e il Veneto e i LEPONZI nell’attuale Canton Ticino. Il termine “leponzio” è stato esteso poi ad indicare la lingua e l’alfabeto tramandatoci da iscrizioni rupestri rinvenute soprattutto in prossimità dei

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laghi lombardi. Si tratta di un alfabeto non dissimile a quello runico. Una seconda ondata migratoria celtica nel V sec. a. C. conduce i BOI in Emilia mentre in Romagna fino a Sena Gallica, l’attuale Senigallia, abbiamo i SENONI provenienti dal bacino della Senna (quelli di Brenno per intenderci che nel 390 a.C. assediano Chiusi e Roma, salvata secondo la leggenda dagli schiamazzi delle oche del Campidoglio), nonché i LINGONI nella zona del Delta Padano. I BOI, che sono la medesima tribù della Boemia e della Baviera (Bayern) che da essi traggono il nome, giungono invece in Val Padana dal Delta del Reno. E’ curioso come la tribù proveniente da Bonn dia lo stesso nome a “Bononia” (l’attuale Bologna) e al fiume che l’attraversa, il Reno appunto. Non è questa la sede per narrare degli scontri militari con Roma la quale prevale anche in ragione delle forti divisioni esistenti fra le tribù celtiche come avviene ad esempio in occasione della celebre battaglia di Talamone nel 225 a.C. che vede i CENOMANI schierati coi romani. Secondo Publio Cornelio Tacito “se fossero stati indivisibili sarebbero stati invincibili”. Dai loro contemporanei Greci e Romani i Celti erano descritti alti, muscolosi e robusti; gli occhi erano generalmente chiari, la pelle chiara, i capelli erano di frequente biondi anche per via dell'usanza descritta da Diodoro Siculo di schiarirsi i capelli con acqua di gesso. Dal punto di vista caratteriale, le stesse fonti descrivono i Celti come iracondi ma valorosi e leali, grandi bevitori di birra e idromele e amanti della musica. Quando Annibale attraversa le Alpi durante la seconda guerra punica recluta i celti nella sua armata tanto che nella battaglia di Canne i celti costituiscono una buona parte del suo esercito cartaginese. Tra gli episodi che più segnano la partecipazione dei celti alla guerra di Annibale va ricordata l’uccisione del console romano Postumio che viene massacrato insieme alla sue legioni dai Boi nella Selva Litana (che in celtico significa “sacra”) l’antica foresta dell’Emilia nel 215 a.C. La sua testa mozzata, e secondo la leggenda ricoperta d’oro, diviene un calice sacro ad uso dei druidi.Roma avanza alla conquista dalla Gallia Cisalpina. Nel dicembre del 49 a.C. Cesare concede la cittadinanza romana agli abitanti della provincia che nel 42 a.C. diventa parte integrante dell'Italia romana. Durante il principato di Augusto l'ex Gallia Cisalpina viene poi divisa in quattro Regiones, Liguria, Transpadana, Venetia et Histria ed Aemilia nell'ambito delle 11 regioni con le quali venne organizzata la divisione amministrativa dell'Italia. Dunque i Celti nella <Gallia Cisalpina> non sono affatto una “toccata e fuga” ma una presenza consolidata per diversi secoli. Lo storico Appiano Alessandrino nel suo “Bellorum Civilium”, riferisce un episodio del 43 a.C. da cui si evince che, a dispetto del latino quale lingua ufficiale, la popolazione nel Delta Padano parlava

ancora la lingua gallica. E’ indubbio che l’area a nord della cosiddetta linea gotica conserva ancora oggi un importante retaggio celtico sia toponomastico che linguistico: non a caso gli idiomi dell’area padano-alpina vengono definiti dai glottologi “gallo-romanzi”. Ma un sostrato celtico è ravvisabile anche nel folklore, nelle danze popolari e nella musica: è evidente fra le altre cose la somiglianza della “piva” emiliana e del “baghet” bergamasco con la cornamusa. I siti archeologici celtici nell’area a nord del Rubicone sono davvero numerosi. Notevole, fra gli altri, quello di Manerbio nel bresciano (dove è stato scoperto un famoso tesoro contenente dracme padane d’argento e numerose bardature decorative per i cavalli) e la necropoli di Castiglione delle Stiviere (MN) dove è stata rinvenuta una delle più ricche tombe celtiche. Notevole anche l’abitato celtico di Monte Bibele nel bolognese costituito da un nucleo di abitazioni di ca. 8000 mq. dove sono state rinvenute, fra le altre cose, armi e un magnifico elmo celtico. Anche i Celti come tutti i popoli indoeuropei considerano loro Urheimat la mitica terra di Thule posta all’estremo nord. Il loro nome deriva da Keltoi termine con il quale i greci designavano appunto i popoli del Nord stanziatisi ovunque in Europa dalla Spagna (Galizia) alla Turchia (Galazia) dalla Gallia Cisalpina alle Isole Britanniche tanto che si può legittimamente parlare di una “koinè” celtica come PRIMA EUROPA per parafrasare il titolo della celebre e interessantissima mostra sui Celti tenuta a Palazzo Grassi a Venezia nel 1991. Le tradizioni religiose e la struttura sociale delle comunità celtiche sono organizzate secondo quella che Dumezil definisce la struttura tripartita tipica degli indoeuropei: sacerdoti, guerrieri e produttori. La posizione più elevata spetta alla casta sacerdotale composta da Druidi. Non deve sorprendere però che i Druidi siano chiamati ad amministrare al tempo stesso le cose materiali e quelle spirituali. La dualità spirito-materia è infatti praticamente sconosciuta. Come non è conosciuto il concetto di peccato (questo ovviamente non significa che non vi sia una morale pubblicamente riconosciuta) e le azioni che potremmo definire negative vengono intese come errori umani ma questo lascia gli individui liberi di vivere la propria vita senza quei sensi di colpa e quelle smanie autoflagellatorie proprie delle religioni abramitiche. Se la materia e lo spirito sono parte di una stessa realtà è inevitabile che la natura e le sue forze abbiano una parte molto importante nella religione druidica. Il celta si sente parte di essa quasi una cosa sola con alberi, fiumi, animali e pietre. I riti e i sacrifici vengono generalmente celebrati nei boschi, il santuario celtico, denominato NEMETON, corrisponde ad una radura o a un tumulo situato all’interno di un bosco. Vi è dunque nei Celti una concezione

immanente della divinità. Uomo, animali, vegetali e persino minerali sono considerati sacri. Secondo un antico adagio “Il Divino dorme nella pietra, respira nella pianta, sogna nell’animale e si risveglia nell’uomo”. Tutto è pervaso da una scintilla di divinità, di conseguenza il rapporto dell’uomo con ciò che lo circonda è di massimo rispetto perché una goccia d’acqua non è meno acqua di un oceano.Altrettanta importanza hanno i quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco cui si fa riferimento per simboleggiare il mutamento ciclico all’interno di una tradizione eterna. E ai cicli delle stagioni sono dedicate le principali festività, IMBOLC (primo febbraio), dedicato alla Dea Birgit, BELTANE (primo maggio) in cui veniva reso omaggio all’avvento prossimo dell’estate, LUGHNASAD (primo agosto) in onore del Dio Lug e SAMHAIN (primo novembre) capodanno celtico e ricorrenza che aveva un riferimento all’ordine dei Druidi. L’albero per eccellenza è la quercia e il vischio. Gli animali più importanti sono il cinghiale, simbolo dell’ordine sacerdotale e l’orso, di quello guerriero. Il nome Artù (saga di derivazione celtica) viene dal celtico “artios” che significa appunto orso. Grande importanza è data, come in tutte le tradizioni indoeuropee, soprattutto ai solstizi d’inverno e d’estate. Circa i racconti di sacrifici umani alcuni rigettano la cosa come calunnia creata ad arte da stranieri ostili, altri affermano invece che per la vittima, che era sempre volontaria, sarebbe un grande onore agire per il bene della comunità. E’ certo però che ai sacrifici umani fa riferimento Giulio Cesare nel De Bello Gallico e altri storici i quali troverebbero conferma nei bassorilievi del Calderone di Gundestrup. L’aldilà è concepito come naturale prosecuzione di questa vita in terre beate, isole verdi e rigogliose dove regna una perenne età dell’oro (Avalon). Concezione che convive anche con l’idea di trasmigrazione delle anima e di rigenerazione anche in forme diverse e quindi anche animali o piante. La principale divinità era LUGH per molti versi associabile ad Odino e a Zeus-Giove del Pantheon greco-romano. Altre divinità sono TARANI, corrispondente a Thor, e quindi a Ares e Marte e BIRGIT figlia di Taranis e prototipo della Dea Madre portatrice fecondità e abbondanza. E ancora Beleno, che trova una certa corrispondenza nell’Apollo romano il cui culto era molto vivo anche nel Gargano che prenderebbe il nome proprio dal figlio di questa divinità celtica. Il pensiero druidico nelle sue forme più elevate e iniziatiche contiene tuttavia un evidente monismo, sicché le varie divinità possono essere viste come tante diverse manifestazioni di un unico Dio immenso e innominabile. Vi è in questo un’analogia con il neoplatonismo che considera le varie divinità come epifanie dell’unico principio divino. Riccardo Marzola

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LA CITTADELLA UN CARDINE DEL SAPERE TRADIZIONALE

Il tradizionalismo italiano ha avuto varie riviste, di durata più o meno lunga; alcune testate arrivano fino a noi dagli ormai lontani anni 70. L’originalità de “La Cittadella” sta tutta nel fatto che è l’unica nata per parlare solo di studi romani ed italici, anche se non mancano ogni tanto in essa sguardi sul mondo greco, sull’Oriente e sul tradizionalismo evoliano e guénoniano. Tutto cominciò a Messina, nel 1984, quando Salvatore Ruta (un nome abbastanza noto nella storia della destra e degli studi tradizionali tra gli anni 50 e 70) diede vita ad una rivistina fatta artigianalmente in casa ma ricca di articoli interessanti, che riuscì a pubblicare trimestralmente fino ad un numero unico 59-60 del 1999, avendo tra i suoi collaboratori più costanti Sandro Consolato, Renato Del Ponte e Roberto Incardona e, tra i saltuari Mario Enzo Migliori, Alfonso De Filippi, Gennaro D’Uva, Alfonso Piscitelli ed altri. “La Cittadella” che molti oggi conoscono nasce, figlia di quella precedente esperienza, nel 2001, a cura di Sandro Consolato, e viene pubblicata dalla casa editrice romana I libri del Graal. La nuova serie, voluta dallo stesso Ruta (poi morto nell’estate del 2002), ha chiuso con perfetta cadenza trimestrale il suo decimo anno d’esistenza con un numero 40, dedicato integralmente a un grande orientalista e maestro spirituale, il prof. Pio Filippani Ronconi, che alla rivista aveva pure offerto due suoi articoli. Oltre ai principali collaboratori della prima serie, “La Cittadella” ne ha avuti e ne ha di nuovi, alcuni dei quali di un certo rilievo, come il prof. Piero Di Vona (uno dei maggiori studiosi di Evola e Guénon), come Stefano Arcella (autore di un fortunato saggio sui Misteri di Mithra), come Moreno Neri (colui che ha “rilanciato” in Italia la straordinaria figura di Giorgio Gemisto Pletone, il rinnovatore quattrocentesco del paganesimo platonico), come Giovanni Damiano (uno dei più brillanti studiosi di filosofia della politica espressi dalla destra radicale italiana), come Mario Giannitrapani (rigoroso studioso di protostoria italica), ed altri più e meno noti si potrebbero citare.La singolarità de “La Cittadella” è la sua capacità di dare al richiamo alla romanità e all’antichità italica una veste che non è né meramente erudita né retorico-politica. La rivista riesce quasi sempre a conferire ai temi trattati un tono e di leggerezza e di attualità, cercando di rendersi comprensibile a lettori di vario

livello culturale senza però mai banalizzarsi o semplificarsi. E, dato abbastanza importante, riesce anche ad essere una rivista che “fa politica” forse meglio di tante riviste politiche, e senza voler essere una rivista politica. Che “La Cittadella” sia nata entro l’ambito della cultura di destra, e che da destra vengano o a destra stiano per lo più i suoi collaboratori, è un fatto che non le impedisce di essere aperta a collaboratori che non hanno tale matrice e di essere letta anche da persone di sinistra ma con certi interessi culturali. “Il nostro scopo – ci spiega il prof. Consolato da noi interpellato – è ridare agli italiani consapevolezza del proprio passato e di far loro sentire vive e operanti le forze spirituali che hanno creato la nostra civiltà. Sotto questo punto di vista, sentiamo l’opportunità di coinvolgere intellettualmente ed emotivamente un pubblico quanto più vasto possibile, indipendentemente dalle appartenenze politiche”.Dal punto di vista storico, “La Cittadella” ha valorizzato determinati periodi, oltre quello dell’antica Roma (da Romolo al tardo Impero): le antiche civiltà italiche, con particolare attenzione agli Etruschi, ma anche il Rinascimento meno noto dell’Accademia pagana di Pomponio Leto e del platonismo di Gemisto Pletone, il Risorgimento (cui verrà dedicato uno speciale nel 2011) nei suoi aspetti più alti, il Fascismo visto soprattutto attraverso i progetti pagani di Arturo Reghini e di Julius Evola (entrambi questi autori hanno avuto dedicato un numero triplo). Quello che si intende evidenziare, è un filo rosso che segni una storia ideale italiana in cui riconoscersi e che possa fare da base ad una rinascita nel tempo presente. Dal punto di vista religioso e storico-religioso, sono state trattate diverse figure divine, da Giano a Flora, da Marte a Feronia (di quest’ultima ha scritto Luca Cancelliere) e diversi temi sacrali, dai riti di immortalazione ai talismani di Roma. Il dispiegarsi della sapienza pagana è stato seguito dai tempi remoti a quelli più recenti, e s’è dedicato uno speciale alla grande e tragica figura di Ipazia, vittima del talebanismo cristiano, e a Giuliano Kremmerz, ultimo grande rappresentante dell’ermetismo egizio-partenopeo. Caratteristioche della rivista sono poi due rubriche fisse: Auctores, che presenta autori classici latini e greci (Virgilio e Proclo ad es.); Pagine ritrovate, che riscopre sotto una luce congeniale alla linea seguita dalla rivista autori di vari

tempi e paesi, noti e meno noti: Papini, Henry James, ecc. Da segnalare anche l’attenzione prestata dalla rivista ai movimenti pagani europei, da quello greco a quello lituano, di cui sono stati intervistati i principali esponenti, Vlassis Rassias e Jonas Trinkunas.Alla rivista fa da spalla un sito internet, il forum http://www.lacittadella-web.com/forum/ , che si contraddistingue per la sua capacità di informare e di tenersi lontano da derive volgari e polemiche. Il forum ha molte sezioni, dedicate non solo alla romanità ma anche all’identità italiana, alla storia militare, all’esoterismo ecc.La rivista continua nel suo andamento trimestrale, e per leggerla il miglior modo è abbonarsi: 26.00 euro per 4 numeri. Informazioni dettagliate presso l’editore: seradilu@libero.it

Coloro che vogliano accedere ad una Cultura negata dai grandi diffusori di pretesa cultura consigliamo di visitare il sito www.edizionidiar.com Vi ringraziamo per la lettura. ARETE’ arete776@libero.it

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Aretè n° 3  

Libertà Indoeuropea

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