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IL MENSILE GENOVESE A DISTRIBUZIONE GRATUITA

ANNO V n 40 a.c. PIRRI


EDITORIALE Chi ha vissuto altri tempi e ha i capelli bianchi dice che i giovani sono sfortunati. Perché l’opportunità è una pietra preziosa da scovare nella sabbia, chilometri di sabbia, una distesa; perché bussare alle porte e chiedere lavoro o inviare curriculum agli uffici del personale è frustrante, come raccogliere le briciole ai piedi di una tavola imbandita. Lo dice perché ne è sinceramente dispiaciuto, vede questi giovani rimbalzare come palline di un flipper fra un’indecisione e l’altra senza mai giungere al punto; se ne rende conto chi ha vissuto altri tempi… il punto non lo vede più nemmeno lui, neanche se si avvicina al flipper sino a toccarlo con il naso. La sera, lungo la strada di casa, ricorda con un sorriso sottile gli anni della sua gioventù, le scoperte e le promesse, l’avventura del progresso e l’amore smascherato dai tabù… La sua mente, ormai datata, è rassegnata e disillusa, ma ha gridato e gioito e a lui piace ricordarlo, perché si sente fortunato e appagato. Chi ha vissuto altri tempi guarda indietro e vede tutto più chiaro: “oggi è quel domani di cui non ci preoccupavamo ieri.” Anche chi non ha vissuto altri tempi ed è arrivato da poco dice che i giovani sono sfortunati. Lo dice perché vive lo stesso identico tempo di chi oggi ha i capelli bianchi e, anche senza avere un termine di paragone alle spalle, la propria condizione la percepisce benissimo. Perché il punto ha smesso di cercarlo nonostante la giovane età, perché i sogni iniziano già ora a fargli tenerezza, come una vecchina da accompagnare sulle strisce pedonali. La sera, lungo la strada di casa, pensa al futuro con un sorriso amaro. Anche la sua mente, pur non essendo datata, è rassegnata e disillusa; non ha ancora gridato e gioito e a lui piace ricordarlo, perché si sente sfortunato e ignorato. Chi ha vissuto solo questi tempi guarda avanti e vede tutto più chiaro: “oggi è quel ieri di cui si scriverà domani”. Con affetto, Gabriele Serpe

SOTTO LA LENTE

buone notizie dalla crisi intervista a gianni carrea

A VOXE DE ZENA

il peso dell'impercepibile scavo archeologico montessoro Valbisagno, ex italcementi Albaro: scalinata borghese speciale a spasso per zena: quando ancora non si chiamava "movida"

di tutto un po'

nice to meet you english vino veritas liberamente

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il caffè degli artisti che ci fa la mafia a genova intervista a piergiorgio colombara fermata a richiesta il banditore l'ango lo di gianni martini

varie ed eventuali parla come mangi un zeneize all'inferno agenda EDITORE Associazione Culturale Pirri DIRETTORE Gabriele Serpe AMMINISTRAZIONE Manuela Stella, Marco Brancato GRAFICA E IMPAGINAZIONE Constanza Rojas COPERTINA Gianmaria Rocchi FOTO Daniele Orlandi, Diego Arbore REDAZIONE Manuela Stella, Matteo Quadrone, Claudia Baghino, Marta Traverso, Adriana Morando HANNO COLLABORATO Michela Alibrandi, Gianni Martini, Gigi Picetti, Gianluca Nicosia, Daniele Canepa, Daniele Aureli, Michele Archinà COLLABORAZIONE ARTISTICA Nicoletta Mignone, Emiliano Bruzzone, Gianluca Sturmann COMMERCIALE Annalisa Serpe (commerciale@erasuperba.it) STAMPA Tipografia Meca CONTATTI www.erasuperba.it 0103010352 redazione@erasuperba.it Autorizzazione tribunale di Genova registro stampa n 22/08

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sotto la lente

buone notizie

dalla crisi SPREAD. SPENDING REVIEW. BOND. DEFAULT. Il dizionario dell’economia della crisi è fatto di parole foreste, ripetute a spron battuto dai telegiornali e che “un po’ ci fanno paura”. Il rovescio della medaglia è che dalla crisi arrivano anche belle parole. Chissà perché, tutte italiane. Opportunità, reinventarsi, decrescita, consumo consapevole, scambio, dono. Dalla Liguria arrivano due esempi virtuosi per dimostrare come, attraverso piccoli gesti, si può ridare valore a ciò che consumiamo. Un valore che va ben oltre quello economico. È questa la base del progetto Eco-moneta, coniata dalla Zecca di Stato e presentata alla World Money Fair di Berlino nel gennaio 2011: una valuta la cui impronta ecologica si caratterizza sia nella forma (ogni eco-moneta è fatta con argento riciclato) sia per la destinazione d’uso. Le eco-monete non servono infatti a comprare beni o servizi di qualunque genere, ma sono una sorta di “premio” dato ai cittadini virtuosi che agiscono a tutela dell’ambiente. Il primo Comune ligure ad accogliere questo progetto è Cogoleto, grazie all’impegno dell’ingegnere Bartolomeo Mongiardino: «I cittadini di Cogoleto sono circa 10.000 e ho stimato che al momento il 20-25% di loro abbia utilizzato l’Eco. Il promotore dell’iniziativa

di marta traverso

Vignetta di Emiliano Bruzzone

è il Comitato Cittadini Cogoletesi, che pur mantenendo un canale di dialogo privilegiato con le istituzioni locali, si prende completamente carico delle decisioni di assegnare i criteri di gestione dell’ECO. Cogoleto vuole essere un buon esempio di comunità che tenta un’azione critica nei confronti della crescita folle e cieca che ci ha portato nel tunnel di questa crisi». Finora hanno aderito 13 esercizi commerciali della zona, che si sono impegnati a consegnare gli Eco ai cittadini che dimostrano comportamenti virtuosi e/o a donare un bene o servizio pagato con Eco. Qualche esempio? La libreria Fahreneit 451 ripaga in Eco chi dona libri

di particolare valore etico o culturale. L’azienda agricola Monterosso di Rossiglione permette di pagare in Eco se vengono acquistati prodotti locali. Longoni Sport accetta gli Eco come pagamento per l’acquisto di una bici elettrica. Alcuni stabilimenti balneari donano un Eco a chi dimostra di essere arrivato con i mezzi pubblici. Gli obiettivi del progetto sono tuttavia molto più ambiziosi: il Comitato Cittadini di Cogoleto sta infatti attivando un dialogo con il Comune per ottenere agevolazioni ben più importanti, come uno sconto sulla tassa dei rifiuti urbani ai cittadini che compiono nel modo corretto lo smaltimento


sotto la lente

dei rifiuti e la raccolta differenziata. Dal reale al virtuale, anche i social network stanno diventando casse di risonanza per iniziative molto interessanti: una delle più note è “Te lo regalo se vieni a prenderlo”, un insieme di gruppi Facebook (uno per ogni Regione italiana) dove i membri possono mettere a disposizione i loro oggetti e invitare gli altri a venire a ritirarli. Quante volte (magari dopo un trasloco...), ci ritroviamo fra le mani oggetti che non ci servono più? Quanti capi di abbigliamento e accessori restano inutilizzati man mano che i bambini crescono? Il gruppo ligure ha più di tremila membri, che ogni giorno postano immagini di libri, mobili, utensili, vestiti, insomma ogni genere di oggetti che possono tornare utili agli altri. Il fondatore è il ticinese Salvatore Benvenuto, che ha creato il primo gruppo nel settembre 2011 e oggi lo coordina insieme alla referente nazionale Donatella Piras, che così commentano - da “non liguri” - l’attività di questo gruppo: “Lo spirito di aggregazione e di solidarietà, unito all’amore per l’ambiente e il territorio, hanno fatto della Liguria un esempio nazionale di correttezza e sensibilità; dobbiamo molto a questa regione a agli amminstratori che si occupano ogni giorno di coordinare il gruppo”. I concetti di base sono dare una “seconda vita” alle cose ed evitare che si accumulino nelle discariche oggetti ancora utilizzabili, promuovere il contatto tra persone ed evitare che il consumismo sfrenato porti ad acquistare più oggetti di quelli di cui si ha effettivamente bisogno.”

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Vignetta di Gianmaria Rocchi

GIRA LIBRI Al Green Store, negozio di ecocosmesi e prodotti biologici di Nervi (via Oberdan), è partita l’iniziativa Gira libri: Basta fare un salto in negozio, lasciare il proprio libro e magari dare un’occhiata ai titoli già presenti, per vedere se c’è qualcosa di proprio interesse.

Il baratto è anche una forma di cultura, e cosa c’è di più culturale di un libro? Se avete tra le mani un romanzo, un saggio o una raccolta di poesie, perché non dimenticarlo da qualche parte e lasciare che altri lo possano leggere e apprezzare?


sotto la lente

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INCONTRO DEL MESE

GIANNI CARREA “IO E L’AFRICA”

di claudia baghino

«Noi qui abbiamo tutto tranne il sorriso; là è l’opposto. Questo mi riempie emotivamente e si riversa nel mio lavoro...»

Gianni Carrea, pittore naturalista e fotografo classe ‘42, nato a Serravalle ma genovese d’adozione. Innamorato da sempre del continente africano e delle sue bellezze naturali, Carrea ha dedicato tutta la vita alla rappresentazione di queste attraverso la pittura; nei suoi continui viaggi inoltre ha realizzato videodocumentari e fotografie analogiche e digitali, passando a studiare sempre più a fondo il comportamento animale e tribale. Questa estate ha presentato al Museo di Storia Naturale di Genova il documentario “Io e l’Africa”. Come ti sei formato artisticamente e come svolgi la tua ricerca artistica? «Io ho sempre amato gli animali e fin da bambino sognavo l’Africa (conosciuta attraverso i film di Tarzan trasmessi in tv), che poi è diventata il soggetto unico del mio lavoro. All’inizio della mia carriera ho fatto anche della pittura informale e figurativa, fino a quando non ho imparato l’iperrealismo a scuola dal maestro Aurelio Caminati. Erano gli anni settanta ed andava di moda il concettuale; io mi misi a fare concettuale usando gli animali. Nel luglio 1978 andai per la prima volta in

Fotografia di Daniele Orlandi

Kenya, e lì rimasi letteralmente stregato dalla bellezza del continente africano: da allora ci sono sempre tornato, circa due volte l’anno, per lunghi safari fotografici: oltre al Kenya, ho visitato Tanzania, Congo, Sudafrica, Zambia, Zimbabwe, Botswana, Namibia… trovo tuttavia che i luoghi migliori per osservare gli animali siano i grandi parchi naturali di Kenya e Tanzania. Vado, fotografo, studio il comportamento animale, e dopo trasferisco su tela le emozioni del momento, con pennello e colori ad olio oppure con l’aerografo. Amo in particolare gli occhi degli animali, così espressivi e profondi, e su quelli concentro maggiormente l’attenzione, ritraendo sempre il soggetto nel momento in cui li tiene bene aperti, spesso mentre guarda verso l’obiettivo».

Quindi all’epoca eri un outsider in mezzo a una valanga di concettuali… «In effetti adesso i documentari video e fotografici sugli animali non si contano, c’è un interesse costante verso questa realtà e un continuo aumento di amatori che approcciano direttamente queste esperienze fotografiche grazie alla semplificazione portata dal digitale. Pensa invece cosa significava verso la fine degli anni settanta, con l’attrezzatura analogica, seguire a piedi i gorilla nella giungla per ottenere lo scatto giusto che mi permettesse di realizzare il quadro che volevo…non c’era ovviamente la possibilità di controllare subito l’immagine sul display! Era tutto molto diverso, era un’avventura in cui io andavo a caccia di emozioni per poterle poi trasmettere agli altri. L’Africa


sotto la lente

era per pochi eletti, gente che aveva i soldi, oppure che aveva una passione incontenibile, e magari non mangiava per poterci andare. Oggi, crisi a parte, è alla portata di quasi tutti, sia economicamente sia perché c’è molta più conoscenza, veicolata appunto dai documentari come anche dalle riviste specializzate in viaggi, e nei mesi delle migrazioni l’affluenza a parchi come il Masai Mara è davvero altissima. Devo dire che all’inizio mi divertivo di più, ora passi lungo la strada e alla vista di un rinoceronte si fermano cento macchine…il sogno di vedere l’Africa almeno una volta nella vita è diventato molto più accessibile. Solo che a me una volta non è bastata... e conto poco più di 260 safari». È cambiata molto l’Africa in questi 35 anni? «Sì, moltissimo, soprattutto a causa del turismo. Prima c’erano pochissimi lodges (strutture ricettive all’interno dei parchi, n.d.r.) e di certo non si trovava la cocacola, ma nemmeno l’acqua minerale. Ora si trova tutto, compreso il lusso delle camere d’albergo, quasi hollywoodiano. D’altro canto però è cresciuta anche la tutela nei confronti del patrimonio naturale dei parchi: tieni presente che il ranger che accompagna i visitatori ha l’obbligo di mantenersi sulle strade e se lascia il tracciato per più di 15 metri per avvicinarsi all’animale gli viene revocato il patentino. Io in tanti anni di continue visite sono riuscito ad avere permessi speciali per avvicinarmi di più, ma altrimenti le regole sono molto precise. Tra la fine degli anni settanta

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Dipinto di Gianni Carrea

e l’inizio degli ottanta invece non c’era controllo, addirittura si facevano correre gli animali per fotografarli in movimento». Gli occhi dei tuoi animali colpiscono per la loro profondità, umani… in una mostra hai anche accostato primi piani di persone a primi piani di animali, entrambi con gli sguardi rivolti allo spettatore. «Esatto. Inoltre viaggiando da solo, o al massimo con qualche amico, mi concentro per dare tutta l’espressività possibile alle immagini, cercando la luce e la posizione migliori che danno volume all’animale; mentre la luce del mezzogiorno appiattisce, il mattino e la sera hanno una luminosità eccezionale». Nel documentario che hai presentato a Genova non c’è voce narrante: questo fa

riflettere di più sulle immagini e permette di godere appieno le emozioni che esse suscitano perché non c’è il filtro della spiegazione… «Infatti i miei ultimi due documentari si intitolano Io e l’Africa e Safari in poltrona. Questo perché voglio dare al fruitore la possibilità di godersi il safari come se fosse fisicamente presente alla scena, quindi sviluppando le proprie emozioni e i propri pensieri, senza essere “pilotato” dal narratore. Voglio che si senta come se fosse davvero sulla jeep! L’unica aggiunta è il sottofondo musicale, rilassante, ma in certi momenti si interrompe per lasciare posto ai rumori della savana, registrati durante le riprese. Io faccio iperrealismo, e questo vale anche nei video: voglio illustrare la realtà, senza truccare nulla, ciò che vedono i miei occhi vedrà anche lo spettatore».


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RICETTA TRADIZIONALE PER LA PREPARAZIONE DELLA TIPICA

ALLUVIONE ALLA LIGURE E’ bene iniziare con la ricetta più facile da preparare, quell’alluvione alla genovese decantata varie volte sulle prime pagine dei giornali e grazie alla quale la nostra città ha avuto rinomanza in molti TG. Riserviamo a futuri approfondimenti le varianti delle specifiche ricette della nostra regione, meno facili da approntare per la difficoltà di reperimento dell’ingrediente principale nascosto sotto l’asfalto: l’acqua. Infatti, senza spingersi oltre i confini cittadini, anche nelle delegazioni i torrenti sono purtroppo occultati sotto le strade che scendono al mare. Solo la ricetta alla Sestrese appare di relativa abbordabilità per il diffuso apporto di buoni ingredienti idrici come il Cantarena e il Chiaravagna, opportunamente strozzati a valle in via Giotto da un’accurata e metodica speculazione edilizia. Anche la ricetta alla Sturlese ha trovato recentemente qualche realizzazione locale, molto apprezzata dagli amministratori delle imprese di ri-costruzione. Desistere invece di rifornirsi di scarse materie prime come il rio Mimosa, il Ginestrato e il rio del Monte a Quezzi, a cui è di gran lunga preferibile il

Fereggiano. Poco utili all’impresa anche il rio delle Rovare e il rio Noce a San Fruttuoso. Torniamo pertanto alla ricetta classica, quella a base di Bisagno, o per meglio dire, della sua attuale metà: infatti il Bisagno deve la sua etimologia a “bis-amnis” cioè con quel “doppio letto” opportunamente ridotto in seguito. Basti dire che il ponte romano di Sant’Agata, di cui ora è visibile solo un pezzetto, si estendeva sopra le acque con una trentina di arcate da Borgo Incrociati fino oltre corso Sardegna. Ora per fortuna è stato ricoperto e strangolato con opere come gli encomiabili parcheggi sotto piazza della Vittoria. Si noti che il periodo più propizio per approntare la ricetta viene periodicamente annunciato dall’Allerta 2, un’azienda che garantisce il raccolto fresco di stagione. E’ poi buona cosa aggiungere il campagnolo sapore del rio Fereggiano, un nome che è un programma perché deriva dal primitivo “feritoramnis” dato che tagliava il letto del Bisagno nel modo più produttivo: ad angolo retto... Guai però se si sparge la voce che basterebbero pochi soldi per abbassare il greto del Bisagno di quelle poche

DI GIGI PIC E T T I

il peso dell'impercepibile

decine di metri tra piazza Carloforte e l’inizio di corso Galliera dove arriva l’affluente quezzino: il Bisagno più basso non ostruirebbe più il Fereggiano anche in caso di diluvio, e addio buona catastrofe! Si abbia allora cura di usare l’acqua al momento giusto, cioè quando da semi-limpida diventa prima marroncina e poi imbrunisce: solo allora è rosolata a puntino, perché sta erodendo la terra delle sponde prima non raggiunte. Per una più rapida alzata del livello procurare di lasciar crescere preventivamente gli arbusti presenti nel Bisagno fino a farli diventare radicati alberi. La decorazione finale può essere costituita a piacere dall’apporto popolare di automobili pigramente parcheggiate nelle zone più basse interessate dagli esondi o con sacchetti di plastica di shopping e spazzatura abbandonati in strada in prossimità dei tombini che, se non tappati, assorbirebbero i bei ruscelli urbani. Rispettando queste poche regole è garantita una sicura riuscita e una puntuale degustazione. Auguri e buon appetito edile!


a voxe de zena

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va lle scr i v i a

LO SCAVO ArCHEOLOGICO

DI MONTESSORO

Chi era presente? Quando? Perché si trovava lì? Quali testimonianze si hanno a disposizione? Queste non sono le domande di un detective sulla scena del delitto, bensì di un archeologo… «Un libro di introduzione all’archeologia che studiai all’università paragonava la nostra professione a quella di Sherlock Holmes…» afferma Giovanni Battista Parodi, dottorato in Archeologia Medievale all’Università di Siena, ma residente in Valle Scrivia e direttore di uno scavo di oltre ottocento metri quadrati a Montessoro, paesino sulle alture dell’entroterra ligure a venti minuti di strada da Isola del Cantone. «Si tratta – prosegue Parodi – del primo scavo in estensione dell’Appennino Ligure di età romana imperiale tardo-antica. Abbiamo

scoperto un sito rurale, verosimilmente una fattoria, abitato in fasi alterne tra il I secolo a.C. e il VI secolo d.C. Sorgeva lungo la fittissima rete di mulattiere che collegavano Genova alla Pianura Padana, anche se è probabile che il centro sul quale tutta questa zona gravitava fosse in realtà quello di Libarna (nei pressi dell’attuale Serravalle Scrivia, ndr), distante circa venti chilometri.» Quali elementi di interesse storico sono emersi? «E’ uno scavo molto rilevante dal punto di vista archeologico in quanto permetterà di avere un quadro completo con ipotesi cronologiche e socio-economiche inedite su questo periodo e questa zona. L’archeologia medievale ligure è infatti una materia relativamente

di daniele canepa

giovane, in quanto nel passato l’interesse era più che altro rivolto alla parte artistico-monumentale e la ricerca privilegiava le classi sociali più alte e agiate. Anche per questa ragione gli scavi relativi al periodo tardo-antico (IV-V secolo d.C.) e alto-medievale (VI-VIII secolo) sono stati sempre molto ridotti. Mi sembra comunque giusto sottolineare che il quadro che ci siamo fatti è ancora provvisorio, in quanto lo scavo, che è iniziato nell’estate del 2009 e finirà quest’anno, è tuttora in evoluzione. La planimetria del sito è comunque stata identificata nella sua completezza e i dati raccolti saranno analizzati in seguito con un’analisi dei materiali e dei reperti venuti alla luce. Tra essi, abbiamo ceramica da fuoco, anfore e piatti da mensa e altri


a voxe de zena

oggetti particolari, per esempio un colino in bronzo. Dal punto di vista edilizio, i tetti erano in tegole mentre le case avevano pianta quadrangolare, presentando poche finestre al fine di mantenere quanto più possibile il calore. I muri eretti tra V e VI secolo, tra l’altro, non sono lavori banali, ma opera di muratori specializzati. Lo studio dei semi rinvenuti indicherà invece i tipi di cereali presenti, così come le ossa animali che abbiamo trovato riveleranno quali bestie venivano allevate dal nucleo famigliare – nel IV e V secolo forse i nuclei erano due – che abitava il sito». Ma chi erano gli abitanti del sito e come mai si trovavano lì? «Probabilmente si trattava di contadini che tuttavia non finalizzavano la loro attività alla vendita di prodotti agricoli e si dedicavano anche alla pastorizia e all’allevamento. E’ anche probabile che usassero il bosco per ottenere legname». Non è solo ciò che lo scavo sta facendo emergere, ma la storia stessa di come è nato a essere affascinante… «Stavo iniziando a scrivere la tesi di Dottorato sull’archeologia medievale della Valle Scrivia e i dati che avevo a disposizione erano ridotti, per usare un eufemismo. Proprio in quel periodo, un contadino di Montessoro aveva trovato delle tegole in questa zona, facendo partire una segnalazione. Venutone a conoscenza, chiesi subito l’autorizzazione a fare un piccolo saggio per vedere se potesse emergere qualcosa di interessante. Il campo che mi si presentava davanti

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era di ben milleduecento metri quadrati e i tentativi che avevo a disposizione erano limitati. Bisogna tra l’altro considerare che il sito, nei pressi del Castello Spinola del XIV secolo, era stato spianato e raso al suolo nel XVIII secolo. Individuai un punto preciso e decisi di scavare lì. Non avrei potuto davvero scegliere un punto migliore, in quanto scoprii l’intersezione di tre edifici che abbiamo poi portato alla luce! A quel punto ho subito contattato la Cattedra di Archeologia Medievale all’Università di Torino, che ha immediatamente mostrato grande interesse. Il sito offre infatti la possibilità di avere dei dati sulla zona appenninica ligure-piemontese e far svolgere degli stage agli studenti di Torino al fine di accumulare crediti formativi.» In quale modo l’archeologia è una disciplina arricchente a livello personale? «Il fascino dell’archeologia va aldilà dell’aspetto di ricerca finalizzata a una pubblicazione

accademica. L’archeologia permette di sviluppare la capacità logica e un atteggiamento mentale aperto, dato che un errore che un archeologo deve assolutamente evitare è quello di fissarsi su preconcetti sempre suscettibili a essere smentiti da successive scoperte. Inoltre, per quanto mi riguarda, il bello di scavare nelle zone dove sono nato è quello di scoprire la storia della mia terra e capire meglio le mie origini.» Un punto di riferimento da imitare tra gli archeologi italiani? «Sicuramente il Professor Tiziano Mannoni, mancato purtroppo due anni fa, una figura fondamentale nell’archeologia medievale italiana. Insegnava alla Facoltà di Architettura a Genova. Oltre alle sue notevoli competenze e alla sua grande esperienza, ti sapeva coinvolgere con il suo modo di fare accogliente e umano. Per me e per molti miei colleghi è senz’altro un modello da imitare.»


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VALBISAGNO, E X I TALCEMENT I:

NASCE LA

NUOVA “CAMPI”? Sono partiti i lavori per la riconversione del cementificio dismesso Italcementi s.p.a. in via Ponte Carrega a Molassana. Un’area vastissima, circa 216.000 metri quadrati, che si trova sulla sponda sinistra del Bisagno, in prossimità dello storico Ponte Carrega. La riqualificazione dell’ex sito industriale – decisa dall’amministrazione Vincenzi – prevede la realizzazione di nuovi edifici a destinazione commerciale e produttiva. Il progetto della società Coopsette contempla la totale demolizione degli edifici esistenti e la realizzazione di un nuovo volume che ospiterà una grande struttura di vendita “Bricoman”, ovvero un grande magazzino per il “fai da te” (al suo interno troveranno spazio anche altre attività produttive e commerciali). La parte restante dell’area sarà dedicata a parcheggi e verde e alla realizzazione di alcune opere di urbanizzazione finalizzate alla razionalizzazione del sistema viario e servizi pubblici (rotatoria di innesto su via Lungobisagno Dalmazia con relative aree verdi; parcheggio pubblico; allargamento di via Ponte Carrega nel tratto di innesto e altri interventi sulla viabilità), oltre alla sistemazione idraulica del tratto terminale del rio Mermi.

L’operazione di riqualificazione non ha suscitato particolari entusiasmi in cittadini e commercianti, anzi, al contrario desta parecchie perplessità per diversi motivi. A preoccupare è soprattutto la vulnerabilità della zona dal punto di vista idrogeologico, come purtroppo abbiamo visto con l’alluvione dello scorso novembre. «È necessario mettere in sicurezza il rio Mermi, ma non solo, anche gli altri piccoli rivi che scorrono nelle vicinanze – spiega il leader di Legambiente, Andrea Agostini – e speriamo che lo facciano». Il mondo del commercio, invece, manifesta tutto il suo disagio per l’eccessiva presenza di grandi strutture commerciali – in un fazzoletto di terra – che condanneranno a morte certa i piccoli negozi di vicinato. A poche centinaia di metri dall’ex Italcementi, infatti, troviamo la Coop Val Bisagno in via Lungobisagno Dalmazia. Mentre nel prossimo futuro, nell’area dell’ex maxi officina Amt Guglielmetti – 5000 metri quadrati proprietà di Talea (braccio immobiliare della stessa Coop) - sorgerà un nuovo polo commerciale, probabilmente destinato a sostituire l’attuale punto vendita. Ma un radicale processo di trasformazione, con relative

di matteo quadrone nuove colate di cemento, coinvolge l’intera zona, sponda destra e sinistra del Bisagno, senza eccezioni. «La Val Bisagno già oggi è un territorio in sofferenza con pochi servizi per la cittadinanza – spiega Agostini - nei prossimi 5-6 anni, se questi progetti verranno portati a termine, questa porzione di territorio diventerà il nodo scorsoio della vallata».Oltre alla già citata ex officina Guglielmetti e all’ex Italcementi, infatti, nel giro di 500 metri troviamo anche l’area deposito dell’Amga e ancora una serie di zone pubbliche in cerca di futura destinazione «L’ex canile comunale di via Adamoli, gli ex macelli e le aree a nord di quest’ultimi – continua l’esponente di Legambiente – Qui regna il totale degrado, altro che riqualificazione». Infine non bisogna dimenticare l’ex stabilimento Piombifera di via Lodi dove sono previsti «Nuovi insediamenti residenziali su un terreno altamente inquinato», sottolinea Agostini. In cambio nulla per il quartiere, salvo un inevitabile peggioramento della qualità della vita e dell’ambiente circostante, a causa dell’aumento dei volumi di traffico privato. Il rischio è trasformare questa parte della Val Bisagno in una nuova Campi...


a voxe de zena

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sc a l i n ata

borghese

cercasi

i nv e st i to r i Un edificio di proprietà del Comune di Genova e vincolato dalla Soprintendenza sorge sopra Scalinata Borghese, nel quartiere di Albaro. Una sfarzosa palazzina in stile liberty costruita in Piazza Tommaseo ai primi del Novecento come nuova sede dell’Accademia di Belle Arti – progetto rimasto incompiuto a causa della mancanza di fondi – che nel corso del tempo ha avuto destinazioni diverse, prima palestra, in seguito ambulatorio sanitario, per finire nello stato di abbandono in cui giace ormai da oltre un decennio. Dopo essere divenuto una sorta di “hotel disperazione”, riparo di fortuna per persone in difficoltà, nell’estate del 2009 e fino all’ottobre dello stesso anno ha avuto un sussulto vitale, che poteva far sperare in un suo auspicato rilancio, grazie all’iniziativa promossa dal Gruppo Emergenza Giovani con il progetto “InComunicazione” – quindici artisti di arti visive, tredici architetti e due musicisti – che ha trasformato la struttura in un laboratorio artistico, con l’organizzazione di performance ed esposizioni. Purtroppo si è trattato di un’esperienza estemporanea che non ha avuto seguito nonostante la palazzina si presti particolarmente all’allestimento di eventi culturali. A distanza di 3 anni si è tornati al degrado preesistente. Eppure esiste un progetto di

recupero e riqualificazione, risalente addirittura al 2004, presentato dalla “Progetti e Costruzioni s.p.a.” società della famiglia Viziano, un “project financing” – una forma di finanziamento tramite la quale le pubbliche amministrazioni possono ricorrere a capitali privati per la realizzazione di progetti e infrastrutture ad uso della collettività – che prevede la realizzazione di un ristorante con bar, terrazza e sale per eventi e il risanamento dei giardini intorno all’edificio per un investimento di oltre di oltre 2,2 milioni di euro a fronte di una concessione dell’immobile da parte del Comune di Genova per un periodo di 40 anni. «I lavori di recupero dell’edificio inizieranno nella primavera 2012 e dureranno 2 anni», si legge sul sito web del Gruppo Viziano. Finora però in Piazza Tommaseo non si muove una foglia. Il vicesindaco Stefano Bernini ci ha spiegato che «allo stato attuale il problema è l’individuazione di un gestore dei locali in cui si svolgeranno le attività di ristorazione, fino a quel momento la convenzione tra Comune e “Progetti e Costruzioni s.p.a.” non potrà essere conclusa». A monte una sostanziale differenza di vedute tra Comune e costruttori ha causato l’empasse e quindi il ritardo dei lavori come spiega l’architetto Maria Luisa Viziano: «Per circa due

di matteo quadrone anni, tra 2007 e 2009, abbiamo avuto una diatriba con l’amministrazione comunale, la quale pretendeva che noi riqualificassimo i locali e poi versassimo anche un affitto decisamente oneroso. Invece, secondo il project financing, l’investimento lo ripagheremo nei 40 anni previsti dalla convenzione. Anche il Comune ha preso atto che le sue richieste erano impossibili da soddisfare». I primi di luglio è arrivata l’autorizzazione della Soprintendenza, l’iter dovrebbe quindi giungere al termine con il definitivo permesso a costruire che darebbe il via ai lavori. «Indubbiamente l’aver atteso tutto questo tempo ha complicato le cose - ammette Maria Luisa Viziano - all’epoca della presentazione del progetto c’erano diversi gestori interessati alla struttura… nel frattempo alcuni hanno addirittura visto fallire le proprie attività. In questo momento ci sono soggetti che hanno timidamente manifestato interesse ma sono spaventati dall’investimento. In un periodo di crisi economica come quello odierno è più che comprensibile. Stiamo valutando la possibilità di una maggiore flessibilità negli interventi che consenta anche altre soluzioni in corso d’opera. Siamo comunque fiduciosi che la situazione si possa sbloccare: crediamo fortemente nell’opportunità offerta da questo investimento».


SPECIALE “A SPASSO PER ZENA”

QUANDO ANCORA

NON SI CHIAMAVA

“ M OV I D A” A CURA DI GABRIELE SERPE E ADRIANA MORANDO

Ilustrazioni a cura di Nicoletta Mignone

L

entamente scende la sera sul mare tranquillo e, quasi furtiva, raggiunge le antiche pietre incuneandosi, buia, fra intricati caruggi ovattati di mistero: è un solo breve respiro di pace. Poi i “signori” della notte calano chiassosi, come mille rivoli, per raggiungere i luoghi più “in” della notte della Superba. Oggi qualcuno l’ha chiamata “movida”, una folla gioiosa di giovani (e meno giovani) che alimenta il ben noto mugugno infastidito dalle musiche troppo alte e dal vociare esuberante. Ma com’era la notte a Genova tanti anni fa? Torniamo indietro nel tempo per provare a immaginare la vita notturna genovese “quando ancora non si chiamava movida”… Iniziamo con una doverosa considerazione: fino all’arrivo del gas, nel 1880, l’illuminazione pubblica, che riguardava solo le vie principali, era affidata alla fioca luce di lumi ad olio (se ne contavano, nel 1860, solo 9 dalla Lanterna fino a Piazza Annunziata!) mentre, appena fuori dalle mura, a Cornigliano come ad Albaro, ancora nel 1890 regnava il buio... (fa

sorridere oggi pensare che quando arrivò l’illuminazione a Cornigliano sul finire del secolo un decreto imponeva che le luci venissero accese solo nelle notti non illuminate dalla Luna…). Il buio pesto, quindi, non aiutava certo le scorribande notturne… inoltre, ancora sino alla prima metà dell’800, il carattere comune della vita cittadina (borghese e contadina) era costituito in prevalenza dalle quattro mura della bottega o della casa e l’acquisto del cappone per il pranzo di Natale era uno dei principali avvenimenti dell’anno. Giovanni Ansaldo in un articolo del 1933 scriveva: “L’intensità gelosa della vita famigliare toglieva voglia di mettere il naso fuori di casa; la famiglia era un mondo conchiuso in se stesso e all’infuori di essa non si sentiva nessun altro legame sociale”. Eppure nei secoli non sono mai mancate le eccezioni…

IL GIOCO D’AZZARDO Per tutto il medioevo e sino al XVII secolo compreso, il gioco d’azzardo era l’attività notturna più in voga sia per i nobili che per il popolo. I primi, più fortunati, per tenersi lontani dall’insidia delle strade, si riunivano in casa di parenti o amici dove animavano le sere con cene pantagrueliche alle quali le autorità, nella persona del Doge e del Cardinale Paolo Fregoso, dovettero mettere un freno con un decreto (1494) che ne limitasse lo sfarzo: fu proibito, ad esempio, consumare volatili pregiati, come pavoni e fagiani, o dorare le vivande, procedura che fu riservata solo al Doge. Per il popolino l’unica alternativa era ritrovarsi nei piccoli tuguri maleodoranti delle osterie dove, tra una libagione e l’altra, si scommetteva e si giocava d’azzardo, alle carte, alla morra, alla zara (particolare gioco di dadi), senza disdegnare di “puntare” sugli argomenti più disparati, persino, sul sesso di un futuro nascituro. Dal ‘600 prese campo il biribisso, l’antenato della roulette; i popolani


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più coraggiosi, sfidando il buio, si radunavano sotto umidi voltini o sui gradini di marmo delle chiese di Prè, e giocavano alla fioca luce di tremolanti lanterne. Questa febbre contagiosa, che non risparmiò né poveri né ricchi, finì per entrare prepotentemente anche nella vita organizzativa della città quando, dal 1576, per costringere gli agiati patrizi ad ospitare visitatori illustri, si ricorse all’estrazione dei “rolli”. In modo non dissimile, nacque il “gioco del seminario”(1617)”, antenato del gioco del lotto (1643), con cui si cercava di indovinare i nomi dei 5 senatori che avrebbero fatto parte dei “Serenissimi Collegi” della città, nei successivi 6 mesi.

LE SIGNORINE DI STRADA Chi cercava intrattenimenti più “piccanti” nella Zena storica vi trovava il Paradiso: liberale e “libertina” per tutto ciò che produceva denaro, la prostituzione non solo era tollerata ma anche ”incentivata”. Già dal 1375, infatti, ogni “signorina” doveva versare al Podestà 5 soldi giornalieri per poter esercitare la professione, soldi che venivano, poi, impiegati per finanziare l’ampliamento del porto e dal 1452 il Doge Pietro II Fregoso imponeva il divieto di “molestare le donne pubbliche in luogo pubblico”, pena una salata ”indignazione pecuniaria” (multa) e due giorni di carcere. Emblematico è, poi, l’escamotage ideato dal giovane Giovanni Andrea Doria, figlio del più nobile Andrea Doria, “pater patriae”, che per guadagnare senza pagare dazio, alla fine del ‘500, acquistò una galea battente bandiera spagnola che ormeggiò in darsena. In questa “nicchia” protetta dalla extraterritorialità, impiantò un bel bordello galleggiante che ebbe, ovviamente, un enorme successo e che fu chiuso solo nel 1716 dietro un congruo esborso di denaro che il Doge Lorenzo Centurione dovette spendere per l’acquisto della nave.

ALTRO CHE ORDINANZE“ ANTI ALCOOL ...” Come detto, le fiaccole appese sulle porte di nobili casate non erano sufficienti a rendere sicuro il dedalo dei vicoli medievali. Tra il 1506 e il 1507, nella zona Banchi, Ponte Reale e San Luca, imperversava una banda di giovani nobilastri che armati di lunghi pugnali, sottili come spilloni e con incisa la scritta ”castiga villani”, si divertiva a colpire i malcapitati passanti, sui fianchi e sul lato ”B” o li faceva saltare su una coperta tesa, “facendo volte in aria a guisa di nottole”. La situazione non migliorò neppure negli anni successivi

perché i giovani, non potendo essere “introdotti nel governo fino all’età matura”, sfogavano la loro insoddisfazione in atteggiamenti sfrontati ed irresponsabili a tal punto che, nel 1607, era stato necessario emanare la “legge dei biglietti” con la quale il “discolaccio” di turno veniva bandito dalla città, lo stesso che, scontata la giusta pena e in tempi più consoni, entrava di diritto nel governo della città. Ciò non fu sufficiente a rendere le strade più sicure perché, ancora alla metà del settecento, troviamo bande di mariuoli, spesso in contrapposizione tra loro, come quella di Marco Lomellini e Girolamo Rivarola da una parte e Giuliano Spinola dall’altra, che si scambiavano sonori ceffoni e dure legnate per le “danseuses” del vicino teatro di Sant’Agostino. Per non parlare di Ettore Doria che con la sua combriccola di masnadieri depredava, senza ritegno, casolari e chiese. Erano, poi, così frequenti le sassaiole, tra “Chiappellanti” e “Lazzarini” contro i loro vicini di San Teodoro e della Salita di Gesù Maria, che fu necessario emanare il “coprifuoco” con la chiusura tassativa di osterie, bettole e taverne.

LE MODE: IL BRODO NOTTURNO E IL CIOCCOLATO Se “l’amor profano” non era sufficiente ad appagare i peccatori della notte ci pensava una tazza bollente di brodo di trippa o sbira, un piatto tipico di Genova che risale al 1479 e che prende il nome dai suoi primi estimatori, le guardie carcerarie della Grimaldina di Palazzo Ducale. I gendarmi, uscendo dall’oratorio di Sant’Antonio (detto dei Birri) per le loro ronde notturne, cercavano conforto, contro la gelida tramontana, alla sera tardi o al mattino presto, in una scodella della fumante bevanda e se, poi, l’oste vi aggiungeva una patata, croste di pane o le stesse trippe, tanto di guadagnato. Nel medioevo era anche l’ultimo pasto del condannato a morte accompagnato da pane brustolito e formaggio grattugiato o dei portuali che si ritrovavano in antiche tripperie non dissimili da quella storica di vico Casana o della Tripperia Ridella (purtroppo chiusa) di via Prè. Grazie, poi, all’intraprendenza del proprietario di una nuova bottega in Piazza Banchi, quella del brodo di trippa divenne una mania collettiva: dame, cavalieri, mercanti, soldati ne facevano grande uso finchè nel 1708 le autorità ne decretarono il divieto di vendita insieme ad altre bevande calde o fredde ad eccezione di vino, caffè e cioccolata. Perché? Per denaro, naturalmente, perché sui prodotti importati si pagavano sonanti gabelle!


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Fu Cristoforo Colombo ad importare in Europa i semi di cacao; solo una curiosità botanica finché Hernan Cortés non ebbe modo di assaggiare una bevanda fredda (chiamata xocotlatl) a base di semi macinati, miele, vaniglia e spezie. Intuita la possibilità di guadagno, i genovesi ne divennero veri maestri tanto da organizzarsi in “Arte” con tanto di statuto e dando il nome alla strada del loro primo insediamento, vico del Cioccolatte (tra Piazza del Carmine e Salita Carbonara). Indispensabile per una raffinata colazione, immancabile prima di un incontro amoroso perché ritenuta afrodisiaca, consumata a tarda sera per conciliare il sonno, la troviamo calda e fumante accompagnata da gustosi biscottini anche sulle alture della città dove cavalieri e dame aspettavano il corteo che lungo la Salita dell’Agonia, oggi Salita Emanuele Cavalli, accompagnava i condannati a morte alla fortezza del Castellaccio.

LA NOTTE DEI NOBILI Nel ‘700, allontanato il ricordo della terribile pestilenza del secolo precedente, accantonati gli ingombranti parrucconi dai folti boccoli, dismessi gli abiti scuri e le fastidiose gorgiere, le donne divennero le protagoniste della movida cittadina. Nascono i cosiddetti salotti di conversazione che si protraggono fino notte inoltrata, a cui fanno capo giovani aristocratiche genovesi e i loro immancabili cicisbei. Sono questi ultimi un’invenzione tutta genovese, accompagnatori di dame maritate ma pur sempre buongustaie, una pratica che fece

scandalo fuori dai confini della Superba. I cicisbei devono il loro nome al “ci-ci”, chiacchiericcio, con cui si trattava di moda, di affari e di politica. Spesso era lo stesso marito, felice e cornuto, a scegliere il cicisbeo per la moglie… Per evitare, infatti, che i nobili sfaccendati (ricordiamo che non potevano entrare fino ad una certa età nella vita di governo) non si dedicassero a “sfrontate licenze”, si preferiva occuparli come cavalieri serventi di nobili dame, col compito di accompagnarle ed esaudire ogni loro capriccio. Il ‘700, come detto, è caratterizzato da un’intensa vita salottiera, fatta di visite, di frequentazioni, di carrozze, di lacchè, di biglietti segreti, di alcove misteriose, di boudoir impudichi ma anche di intrighi politici e di affari che le giovani aristocratiche concludono meglio degli stessi consorti. Tra i salotti più esclusivi primeggiano quelli di Battinetta Durazzo e Livietta Pallavicini che si contendono l’attenzione della movida genovese, organizzando cene, a teatro e in villa, cui seguivano letture forbite o “innovative” come quelle di François Arouet (Voltaire) e di Charles de Montesquieu e in cui non poteva mancare il sorbetto al limone, che dalle nostre parti svolgeva una funzione analoga al te in Inghilterra, una moda talmente famosa da essere esportata dal gelataio Corrazza fino alle Tuileries parigine. Grande risonanza avevano le “quaranta veglie” che si tenevano, ciclicamente, a turno, presso i palazzi nobiliari: Lilla Doria era quella che riceveva con più frequenza nel suo palazzo di San Matteo ed erano memorabili le sue partite a Cavagnola; la cioccolata con vaniglia era, invece, una leccornia di casa Spinola di Pellicceria, mentre Teresa Gentile Doria era la dama dei “limoni” (sorbetti) e della “neve” (probabilmente cioccolata fredda).

LE DANZE Il refolo di aria francese che diffondeva le nuove idee rivoluzionarie contagiava ogni ceto sociale, dai borghesi che imitavano i nobili agghindandosi con un’inutile spadino, al popolo che riversava nel ballo il suo desiderio di evasione: non si danzava solo nelle sfarzose dimore patrizie ma si volteggiava per le strade, nelle piazze, sul molo, sul sagrato delle chiese, nelle taverne. Verso la fine ‘700 ed inizio ‘800 è il walzer, originato dal Landler (danza montana tirolese), a turbare le notti genovesi, reo di esprimere passioni ed emozioni attraverso l’intimo abbraccio dei ballerini...

TEATRI & CAFFE’

Ma la movida conquista anche altri spazi: grazie allo sviluppo drammaturgico, il teatro lascia


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le strade e le piazze dove era nato e si trasferisce in sedi fisse, costruite per la “lungimiranza” (ovviamente economica) di una famiglia genovese, i Durazzo, che ottengono, anche, un’ordinanza per l’esclusività. Accanto al teatro Falcone (1652) di via Balbi (incorporato nel Palazzo Reale, primo teatro pubblico genovese e uno dei primi in Italia si pregiò nel 1736 della presenza di Carlo Goldoni), nascono Il Teatro di Sant’Agostino (1702), che poi cambierà il nome in Nazionale, e quello delle Vigne. Raffinati e più orientati sul melodramma i primi due, più polare l’ultimo che era nato nei locali di una precedente osteria aperta a spettacoli, in cui si prediligeva la prosa, le evoluzioni dei saltimbanchi o le recite di burattini. Quest’ultimo era frequentato da gente della peggiore risma che, spesso, trasformava i palchi in bische per il gioco dell’oca e il biribisso. Particolarità di quei primi anni di spettacoli: i teatri non si aprivano mai contemporaneamente, ma “due anni l’uno e due anni l’altro” perché non vi fosse concorrenza; inoltre i palchi venivano “comprati” dai più facoltosi, tanto che il proprietario poteva arredarlo a suo gusto e usarlo anche per cenarvi. Non accontentandosi di cibi freddi, i servitori dovevano portare il fuoco a teatro in appositi scaldini (abitudine assai contestata dopo l’incendio di palazzo Ducale del 1777). Frequenti erano, anche, le diatribe sulle qualità delle artiste che spesso finivano a schiaffoni tra il divertimento generale… si ricorda che al Falcone fu addirittura necessario collocare un ufficiale sul palcoscenico per mantenere l’ordine! Solo nell’800, però, superato “l’empasse” Durazzo, il teatro diventerà il cuore della movida genovese. Nasce il Carlo Felice (1828) per espressa volontà del re sabaudo perché, come dicevano i romani, panem et circensens, ovvero se ti diverti non pensi a congiurare… Quattro anni più tardi ecco il Politeama Genovese (che ai tempi si chiamava Diurno), un grande anfiteatro all’aperto adibito a spettacoli del circo e che sarà trasformato in struttura chiusa solo nel 1871. Sfrattata la compagnia

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d’avanguardia di quel tempo, questa aveva trovato una nuova sede accanto all’Acquasola in un famoso caffè-concerto, Il Giardino d’Italia, trasformato durante la guerra in Teatro del Soldato e del dopolavorista. Non vi è invece più traccia del Teatro Colombo di via Vernazza o del teatro Apollo nella contrada dei Lanaioli, spazzato via per far posto a Piazza Dante, così come l’Universale (1838), un pezzo di storia della nostra città, o il piccolo teatro dei Postelegrafonici vicino a Piazza Dante. Stessa sorte per il Teatro Margherita (1853) o meglio Andrea Doria come si chiamava in origine o del più giovane Teatro Verdi (1902), famoso per i suoi “variété”. A ponente era attivissimo il Modena di Sanpierdarena voluto in risposta a quelli della “capitale”. A levante, sulla sponda sinistra del Bisagno, Borgo Pila (dove ora sorge Corte Lambruschini…) aveva ancora un aspetto campagnolo e i centri della movida locare erano l’emporio dell’olio di tal Baciccia, che faceva farinate leggendarie, e la trattoria dei Cipressi ubicata dove, nel 1930, verrà costruito l’Augustus. Questo, col piccolo Teatro della Gil (via Cesarea), “costituiva la più significativa realizzazione legata allo spettacolo-teatro dell’era fascista”. In occasione dell’esposizione colombiana del 1892, sulla spianata del Bisagno viene demolito il vecchio teatro Alfieri e se ne costruisce un altro a Carignano (1893) chiamato Arena Politeama Alfieri che ha come convicino, in via Corsica, l’Alcazar di Daniele Chiarella (1892), un monumentale complesso con bagni, piscina, ristorante, caffè-concerto… Così veniva raccontato in un testo dell’epoca: “si entra per un graziosissimo peristiglio di tipo pompeiano…. un salone caffè-chantant di 70 metri per 8 di larghezza…”: insomma il trionfo della movida di fine ‘800! All’Alcazar fanno da corollario ritrovi esclusivi disseminati lungo la via Giulia (oggi via XX Settembre) come Caffè del Genio, Caffè Italia, Caffè della Filarmonica, Caffè Restaurant “Le Quattro Stagioni” o i ritrovi di Galleria Mazzini dove la famosa birreria Zolezi ospitava celebrità


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nazionali come Lina Cavalieri e il ristorante dopo-teatro Da Pippo annoverava tra gli avventori Mascagni, Puccini e il comico Musco.Ambiente più raffinato era invece il caffè Roma chiuso negli anni venti del 900: ai tavoli sedevano Luigi Antonio Vassallo (Gandolin), Anton Giulio Barrili e, più tardi, Sbarbaro e Montale... I primi anni del XX secolo vedono fiorire definitivamente la moda dei caffè. La Birreria Concerto Giuseppe Verdi, aperta ad inizio 900 e dopo pochi mesi trasformata in un frequentatissimo locale di varietà, il Bar pasticceria Capurro (1910) che dopo i locali in via Corsica e via Balbi ne aprirà uno esclusivo in Piazza De Ferrari (1936), il Gran Caffè Centrale divenuto poi cinematografo, il Gran Caffè Borsa di Fanny Salvetti Bardi dove si organizzavano incontri e conferenze e che, nel dopoguerra (1958-1960) ospitò la Borsa di Arlecchino (spettacoli di avanguardia), il Gran Salone Cabaret “Belloni”, il Gran Caffè Concerto Olimpia divenuto “Caffè- chantant” nel 1922, il Melofono dove si poteva sentire la musica in appositi separé con un sistema simile ai futuri jukebox.

IL CINEMA Sul finir del secolo un nuovo motivo di aggregazione viene offerto da una strabiliante invenzione: il cinema. E’ del 1896 un articolo che parla della prima proiezione di “una fotografia animata” proiettata nella sala Sivori con tanto di luminare, Prof. Domenico Benucci, a “dare spiegazione scientifica del meraviglioso apparecchio”. Ma è nei primi ventanni del 900 che il cinema conquista nuovi spazi: il Gran Salone Liguria Cinematografo Moderno fu con il Dionisio ed il Massimo uno dei primi della città a cui seguirono il Cinematografo Regina Elena, Cinematografo Borsa, il Rex, l’Universale che fino al 1938 era il noto Ristorante Cairo e il Grattacielo, nell’omonima struttura inaugurata l’8 aprile 1939.

IL LEVANTE L’antica via Aurelia era puntellata da osterie di ogni genere e per tutte le tasche. Dai raffinati locali di Cicchetti (1860) a Quinto, ai muri sbilenchi dell’antica Osteria del Bai (1860) dove cenò Garibaldi prima della partenza con i suoi mille e di cui si ricorda ancora la cena offerta a D’Annunzio e Carducci, l’11 aprile 1911, per la lettura di un’ode all’eroe dei due Mondi e, salendo verso Bavari, a San Desiderio, sino al Bruxaboschi in attività dal 1862. In fondo a via Quarnaro, una “patella de schêuggio”, così definita dal poeta genovese Firpo, sorgeva “La Marinetta” conosciuta come l’Osteria dei poeti per le frequentazioni di Guido Gozzano e dei suoi amici: la sera era uno dei “locali” più frequentati di tutto il levante. Poco più avanti sorgeva l’Osteria del Parroco con i suoi piatti di acciughe salate condite con aglio e origano famosi in tutta la città. Poi nei primi anni del ‘900 giunse impetuosa la modernità: il Lido di Albaro (1908), ma soprattutto nel 1915 venne completata corso Italia, una promenade che cancella La Marinetta e modifica radicalmente le abitudini serali dei levantini. I riflettori della movida si spostano alla Foce. Dal 1933 in via Ruspoli opera l’Antica Osteria della Foce (ancora oggi in attività), ma il quartiere si anima nelle ore serali soprattutto nel primo dopoguerra... Mentre si suda in uno scatenato shake o si sogna col ballo del mattone, in un baretto della Foce, che esiste ancora seppur con nome diverso, su un angolo di Via Cecchi, tra giornalisti, contrabbandieri, prostitute e sfaccendati, si incontravano i ragazzi del quartiere e tra essi nomi destinati a diventare celebri nel mondo della musica: Bruno, Gino, Luigi, Umberto, Fabrizio...


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La Foce e il suo anonimo bar saranno il centro di quella che qualche anno dopo sarà conosciuta in tutta Italia come la “scuola genovese” dei cantautori. Ma non solo. Sempre alla Foce, in via Trebisonda, il Teatro Instabile divenne il centro della comicità genovese, dove, tra gli altri, i giovani Antonio Ricci e Beppe Grillo intrattenevano il pubblico e studiavano per diventare grandi...

IL PONENTE

A cavallo tra il XIX e il XX secolo gli spostamenti dalla “capitale” Genova verso il ponente iniziano a farsi un po’ meno rari. Qualche osteria lungo la spiaggia bianca di Sampierdarena sino al ponte di Cornigliano e alla rinomata Osteria del Barba (più o meno dove oggi troviamo i giardini Melis). Fino a quel momento le località ponentine erano realtà a sé stanti, poche case e pochi abitanti in riva al mare. Nella vecchia “Cornigén”, ad esempio, gli abitanti del posto, soprattutto i più giovani, si ritrovavano al calar del sole allo scoglio del Gabbaia “per fumare la pipa o per masticare la cicca di tabacco...”. Poco distante, sull’estremità opposta della baia, sorgeva il promontorio di Sant’Andrea che sul finire del secolo divenne teatro di una vera e propria rivolta giovanile. Nel 1885 il conte Edilio Raggio comprò il promontorio per costruirci un castello sul modello del celebre Miramare di Trieste; un testo antico ci offre il racconto di quelle notti avventurose... “Fu una dolorosa sorpresa per tutti noi abituati da anni all’accesso libero alla spiaggia”... la costruzione invase infatti il promontorio e il porticciolo venne inglobato nella proprietà e chiuso con un cancello. Dopo vari ricorsi presentati invano dalla popolazione, uniti con i pescatori del paese, i più giovani presero coraggio: “decidemmo di farci giustizia da soli. Di notte ci organizzavamo e facevamo spedizioni per distruggere la serratura del cancello.” I custodi riparavano e, puntualmente, la notte i ragazzi distruggevano. “Qualche volta, per dare più impressione di forza,

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quasi minaccia di peggio, portavamo la catena a casa e la schiacciavamo a forza di martellate sull’incudine e poi tutta contorta tornavamo a gettarla nel giardino oltre il cancello. La lotta durò alquanto, finché il cancello rimase aperto. Avevamo vinto la partita”. Nei primi 30 anni del XX secolo anche il mare diventa un momento di aggregazione e la balneazione costituisce un vero e proprio fenomeno di massa. Ad anticipare la moda, nel 1859, a Pegli nasceva il primo Stabilimento Balneare per iniziativa della Società “Bagni di Pegli”, con sede nell’antico Palazzo Lomellini, successivamente trasformato, attorno al 1870, nel Grand Hotel Mediterranée. Lo Stabilimento, e la pratica della balneazione, ottennero una straordinaria promozione a seguito della pubblicazione a Genova nel 1862 della “Guida igienica ai bagni di mare” del Dott. Giovanni Battista Pescetto. Al primo stabilimento, cui fu aggiunto, nel 1900, un elegante “Chalet Liberty” sulla spiaggia, “per il ritrovo e il ballo”, altri ne seguirono; nel 1929 se ne contavano 16. A Sampierdarena furoreggiano l’Italia o il Margherita che fungono anche da ristorante per i raffinati palati della ricca borghesia e, per i meno abbienti, i più popolari bagni Savoia. A Sestri Ponente, invece, fece grande clamore l’apertura del Grand Hotel, dotato di esclusiva spiaggia privata divenne per alcuni anni simbolo di “buone frequentazioni” e luogo di ritrovo per gli incontri serali d’alta società. Infine, all’alba dei ‘60, con i bombardamenti aerei ormai alle spalle, a Sestri sorge uno dei più frequentati “seminight” (ovvero night club non esclusivamente legati agli show femminili, ma anche tavola calda, musica, ballo ecc...) della città di Genova, “El Greco”. Negli stessi anni uno dei punti di riferimento della movida genovese diventa “Il Ragno Verde” a Di Negro, uno dei primissimi esempi di “locale moderno” con birre, cocktail e tavola calda... e una particolarità non da poco: aperto 24 ore su 24!


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Nice 2 meet u

ENGLISH di daniele canepa

Esiste molta confusione riguardo alla domanda: che cos’è l’inglese? Se da un lato possiamo vederlo come una materia “monolitica”, dall’altro l’English language presenta notevoli complessità date dalla sua diffusione globale. La confusione affligge anche i massimi linguisti mondiali, tra cui il grande David Crystal, che lavorano per cercare di “mettere ordine” nel caos dell’English di oggi. Tutto parte dal concetto fondamentale che le lingue si evolvono continuamente. Coniamo nuove espressioni per stare al passo con i tempi, mentre partecipiamo con il nostro tocco personale all’evoluzione della nostra lingua. Tuttavia, è compresente a questo aspetto “centrifugo” anche una tendenza “centripeta”, rappresentata da un modello - o standard - al quale tutti si sforzano di uniformarsi. Per esempio, studiamo che in italiano il comparativo di maggioranza di “buono” è “migliore” e non “più buono”. Analogamente, l’aggettivo “good” presenta il comparativo irregolare “better“, mentre “more good”, traduzione parola per parola di “più buono”, non è considerato inglese standard. Se in ogni lingua si confrontano queste tendenze, potete immaginare la complessità dell’inglese, allo sviluppo del quale contribuiscono oltre due miliardi di parlanti nativi e non. Se non possiamo presentare l’inglese come un monolite, altrettanto riduttiva è la divisione in British e American English, seppure essa abbia un senso, in quanto Gran Bretagna e USA rappresentano nel mondo dell’inglese i due principali punti di riferimento per motivi demografici (circa tre native speakers su quattro provengono da questi due paesi) ed economici. Si parla quindi ormai anche di Australian English, Canadian English, ecc. o addirittura di Italenglish. Tuttavia, quest’ultima definizione vuole evidenziare l’afflusso sempre più numeroso di vocaboli inglesi nella nostra lingua, a volte per necessità, come nella tecnologia (tablet, mouse, ecc), e a volte come status symbol per darsi un tono, specialmente all’interno di conversazioni – tra italiani – in ambito business.

DI TUTTO UN po'

VINO V E R I TA S di gianluca nicosia

IL BARBERA D’ASTI SUPERIORE COLLI ASTIANI O BARBERA D’ASTI SUPERIORE ASTIANO è un vino DOCG prodotto esclusivamente all’interno dei comuni di Asti, Azzano, Isola d’Asti, Mongardino, Montaldo Scarampi, Montegrosso D’asti, Rocca d’Arazzo e Vigliano. I vitigni con i quali è consentito produrlo sono Barbera percentuale minima 90% e altri vitigni a bacca nera, non aromatici, idonei alla coltivazione nella Regione Piemonte in un massimo del 10%. Questa DOCG è stata istituita con decreto il 30/11/2011. Il colore è rubino, intenso, tendente al granato con l’invecchiamento, l’odore è intenso ed il sapore secco ma armonico e rotondo. La gradazione alcolica minima è di 13°. Questo Barbera richiede un invecchiamento di almeno 24 mesi a decorrere dal 1º ottobre successivo alla vendemmia di cui minimo 6 in recipienti di legno e minimo 6 in bottiglia. Tutte le operazioni di appassimento delle uve, vinificazione, invecchiamento e imbottigliamento, debbono essere effettuate nella zona DOCG.


di tutto un po'

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Liberamente

a cura della psicologa

michela alibrandi

IL PRIMO GIORNO DI SCUOLA ... E I SUCCESSIVI! A settembre, la fine delle vacanze e il rientro a scuola sono appuntamenti che coinvolgono tutti i bambini e i ragazzi, con reazioni emotive tra le più svariate, dall’entusiasmo alla disperazione! Gli adulti, in primis i genitori, possono incidere molto sul modo in cui i figli affrontano la scuola, quindi di fatto sulla loro serenità, a partire dalle elementari. La maggior parte dei bambini, arrivati alle scuole primarie, hanno già vissuto qualche anno di scuola materna, alcuni anche il nido, e dovrebbero aver imparato a rispettare le regole e stare correttamente con i coetanei. Nel passaggio alla scuola elementare, però, il bambino perde alcuni punti di riferimento scolastici importanti e sente che le aspettative degli adulti su di lui sono maggiori, pertanto può avere una lieve “crisi” che solitamente si risolve in modo spontaneo dopo poco. I genitori e i familiari sono chiamati a dare un sostegno ai loro bambini in questo momento, con piccoli ma importantissimi gesti. E’ bello che il papà e la mamma raccontino i loro ricordi positivi sui primi anni di scuola, rassicurando sia verbalmente sia fisicamente i piccoli. La famiglia deve incontrare e conoscere le insegnanti, creando con loro un clima collaborativo, in modo che i punti di riferimento educativi del bambino siano coerenti tra loro e non creino

Illustrazione di Gianluca Sturmann

confusione. Inoltre è importante avere un occhio di riguardo per i segnali di difficoltà dei figli, anche questo in collaborazione con gli insegnanti e senza ansia. Il bambino piange e si rifiuta di andare a scuola per diverso tempo? E’ spesso solo e non riesce a stringere amicizia con i compagni? Rimane indietro nell’apprendimento in generale o in abilità specifiche come la lettura o la scrittura? Ha difficoltà a mantenere l’attenzione sia a scuola che nel tempo libero o nello sport, non riesce a stare fermo e si fa spesso male?

Possono essere indizi da non sottovalutare, difficoltà che, affrontate precocemente, con le strategie giuste e la collaborazione di tutti gli agenti educativi e di terapeuti qualificati, possono essere superate o ben gestite prima di trasformarsi in un problema o un disturbo. In questo modo l’esperienza della scuola sarà piacevole e positiva, a volte complessa ma non traumatica. Aiutiamo così i nostri bimbi a dare il via all’avventura, con lo zainetto e un bel sorriso! Per informazioni e contatti www.psicologo-genova.it


il caffè degli artisti

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"che ci fa la mafia a genova?"

lo spettacolo di fabrizio matteini “Nenti sacciu e nenti vitti, nenti vitti iu un c’era, e si c’era iu durmia, e cu dormi nenti vidi”. I primi versi della canzone di Pino Veneziano “La Mafia nun esisti” danno un’idea chiara del problema cardine che è alla base del cancro mafioso: l’omertà. Non è un caso, quindi, che la canzone apra lo spettacolo di Fabrizio Matteini “Che ci fa la Mafia a Genova?”, un monologo recitato e cantato il cui scopo precipuo è raccontare e informare sulla reale portata del fenomeno mafioso all’ombra della Lanterna. Lo spettacolo scritto e interpretato dall’attore genovese, in calendario prossimo autunno al Teatro dell’Archivolto, offre un tragico resoconto del ruolo da protagonista che la mafia e in particolare la ‘ndrangheta, ricopre a Genova. L’obiettivo è quello di portarlo nelle scuole e alimentare il dibattito. «Il Comune di Genova mi chiese di realizzare un recital sulla mafia nell’ambito di Genova Città dei Diritti prendendo spunto da un’idea di Nando dalla Chiesa - dice Matteini – confesso che fui sorpreso: fino a quel momento non mi ero mai interessato all’argomento condividendo forse quel sentimento misto d’indifferenza e sbadigli che hanno molte persone. Oggi mi è fin troppo chiaro che un clima di questo tipo non fa altro che favorire la prosperità della malavita organizzata». Matteini ha scritto il testo

avvalendosi della collaborazione di alcuni giornalisti che l’hanno aiutato nella ricostruzione della cronistoria della mafia in Liguria dagli anni Cinquanta a oggi. «Dovendo interpretare un cantastorie sapevo che la musica avrebbe rappresentato un elemento portante dell’ossatura dello spettacolo e per questo mi sono rivolto a Filippo Gambetta che conosco e stimo. Il suo repertorio di musica popolare era l’ideale per l’intenzione e il taglio che volevo dare e l’utilizzo di strumenti quali l’organetto, il mandolino e lo scacciapensieri, tanto per citarne alcuni, costituiscono un accompagnamento perfetto», aggiunge l’attore. A farla da padrone in “Che ci fa la mafia a Genova?” sono prima di tutto le parole. «Utilizzo per la maggior parte notizie prese da atti giudiziari e articoli di giornale e cerco di raccontare con ironia e provocazione i fatti, che purtroppo sono tutti veri. Quello che colpisce di più è l’ambivalenza di certi personaggi che vengono da questo mondo: molti di loro sono uomini apparentemente comuni e spesso con lati buffi per non dire comici.» Ovviamente la comicità resta tutta in superficie, sollecita la risata istintiva e piacevole lasciando tuttavia un senso d’inquietudine che è difficile scrollarsi di dosso. «Il mio obiettivo non è certo quello di creare allarmismi o panico nei cuori dei genovesi. Si tratta piuttosto di risvegliare le coscienze e far

di michele archinà prendere atto di una realtà che si è già materializzata ed è intorno a noi.» Insomma, la malavita organizzata non è un fenomeno presente solo in Meridione e, anzi, attecchisce ovunque ci sia indifferenza e connivenza. La nostra regione non ne è esente e secondo quanto sottolinea lo stesso Matteini «in Liguria l’incidenza è proporzionalmente maggiore rispetto a regioni come Toscana ed Emilia. Non bisogna dimenticare, inoltre, che il Porto di Genova ha un’importanza strategica per l’economia criminale e la vicinanza con la Francia e la Costa Azzurra rende la Liguria ancora più appetibile per gli scambi di merce tra frontiere. C’è, poi, il casinò che rappresenta un’efficace lavatrice per il denaro di provenienza illecita». “Che ci fa la mafia a Genova?” è andato in scena a Valle Christi l’otto agosto e a Imperia il nove mentre nella prossima stagione, come detto, sarà in calendario al Teatro dell’Archivolto. «L’intenzione è di andare nelle scuole e parlare con gli studenti perché più si è giovani e più si ha voglia e forza di indignarsi, di fare qualcosa. Il problema sono i soldi. Lo scorso marzo i ragazzi del Liceo Colombo si sono autotassati per assistere allo spettacolo ma la speranza è che il Comune e la Regione reperiscano i fondi per ripetere l’esperienza in modo capillare e senza arrivare a tanto”.


il caffè degli artisti

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piergiorgio colombara

intervista allo

scultore genovese Piergiorgio Colombara, artista genovese, è in attività dalla fine degli anni settanta; ha al suo attivo numerose personali e collettive sia in Italia sia all’estero, e una recente partecipazione alla Biennale di Venezia nel 2009. A Genova ha esposto l’ultima volta nel 2011 presso il Palazzo della Borsa con una mostra intitolata “La sala delle grida”. Lo abbiamo incontrato nel suo studio dove abbiamo parlato del suo lavoro, circondati dalle sue opere, disegni, collages, e sculture leggere e dorate. «Io cerco di dare forma all’interno, a ciò che vivo internamente; è una scultura che – così come i miei disegni e i collages – parte da elementi come il tempo, la memoria. Sto attento alla poetica delle forme e dei contenuti». Che materiali prediligi e come li lavori? «In scultura ho lavorato, fino al 2000, materiali come ottone, rame, ferro, piombo, cera. Io faccio il modello e poi lo porto in fonderia, dove il lavoro va avanti insieme al fabbro. Da questo vanno escluse le cose piccole che invece faccio qui in studio. Fino al 2000-2001 avevo già fatto opere in bronzo ma in maniera sporadica (una molto grande per esempio quando avevo vinto un concorso a Venezia): da allora invece ho cominciato a lavorarlo in modo più sistematico, utilizzando prevalentemente questo materiale». La suggestione di certe superfici dorate mi ricorda le “cascate d’oro brunito” di Baudelaire… c’è qualche eco

di claudia baghino

Fotografia di Daniele Orlandi

di letteratura, poesia o musica nei tuoi lavori? «Sì, da sempre. Io amo molto anche cinema e teatro, quindi grande attenzione alle sceneggiature, tant’è vero che quando faccio delle installazioni sono sempre molto teatrali. Mi interessa come viene fuori l’opera, ma soprattutto come dialoga con lo spazio; non si può fare sempre un’installazione perché ci vogliono determinate condizioni, ma quando è possibile a me interessa stravolgere lo spazio. Per esempio in occasione di una mostra che avevo fatto alla Permanente a Milano avevo trasformato il grande spazio espositivo bianco, asettico, di 500 metri quadrati, in una grande quinta teatrale nera, dove ho collocato tutte le opere. Anche lì la cosa più importante per me è stato stravolgere lo spazio e farlo diventare un’altra cosa». Secondo te cosa manca a Genova per favorire gli artisti contemporanei? «Intanto mancano grosse gallerie e grossi mercati; negli anni sessanta e settanta ci sono state gallerie importanti a livello nazionale e non solo. Realtà di quel

tipo sono trainanti per l’interno e per l’esterno, ma se non ci sono questi punti fermi in una città, ecco che viene meno tutto il giro. Poi c’è un problema di mentalità, non c’è mentalità del rischio, quindi quando va bene l’autore in questa città sopravvive, oppure se ne deve andare. O altrimenti sta qui ma lavora fuori; io lavoro molto con gallerie di Milano. Ho lavorato molti anni con gallerie di qui ma il risultato è stato sempre piccolo. Le istituzioni adesso fanno quello che possono, ma in passato non hanno mai brillato. Chi ha fatto il lavoro sono sempre state le gallerie private. Adesso che non ci sono soldi poi è ancora più difficile. Per come è oggi a livello mondiale, il contemporaneo diventa remunerativo solo se si fanno grosse strutture, con grandi impegni e collaborazioni tra pubblico e privato; ci sono anche dei pericoli, perché ciò a cui stiamo assistendo è che l’arte contemporanea di alto mercato è solo mercato. Sono operazioni commerciali internazionali in cui si fanno alzare le quotazioni di un artista, ma l’arte non è quello».


Fermata a richiesta:

una storia, una foto Torno subito Giulia sognava di fare la veterinaria. Dove sarà ora? Marco ha fatto il benzinaio per sei anni. Sei giorni su sette, straordinari, poche ferie, stipendio che non riusciva a godersi e poi, d’improvviso, quel liberatorio Vaffanculo, io mi licenzio. Vado in Irlanda. Fabio si è fatto il macchinone: bmw, super accessoriato. Colore grigio canna di fucile interni in pelle 2000 sedici valvole turbo diesel hv ddt abc. Dopo si è fatto Michela. Fabio da quel giorno non l’ho visto più! Perso tra la polvere delle sgommate, una retromarcia veloce e una terza abbondante. Francesco è partito per la Spagna: Vado a Barcellona amici, mi sono innamorato./ Di chi?/ Di Flavio!/ Vuoi dire Flavia?/ No, ho detto Flavio! …Valerio, partito in cerca delle 3 f: Fama, Figa e Fortuna. Ludovico si è trasferito con Cristina a Ushuaia, per toccare la fine del mondo. Sandro fa il ricercatore in Svezia. Paola traduttrice ad Ancona. Federica è un punto interrogativo a Madrid. Lo sapevo! Per una volta che decido di sposarmi, i miei amici non ci sono. Se fossero qui, riderebbero della mia follia. Mi sposo. Non lo avrei mai detto… Non lo avrebbe mai detto nessuno. Non ci crede neanche mia madre: sono tre mesi che piange e non ho ancora capito se è un segno positivo. Io che non ho mai avuto fidanzamenti più lunghi di nove settimane e mezzo (111 minuti senza intervalli pubblicitari). Io che mi sposo e cambio vita. Io che sognavo di viaggiare, di andare ovunque, con una borsa, un quaderno, una penna e scrivere un diario di bordo... ma non importa. E non importa se io e lei non andiamo molto d’accordo e che ogni volta mi urla

a cura di daniele aureli e daniele orlandi contro quando sporco la tovaglia pulita. Non importa se due giorni su sette ha il mal di testa. Non importa se odia il mare. Non importa se mi ha tradito. Non importa se prima adoravo i suoi difetti mentre ora non ricordo neanche i suoi pregi. Non importa se mi ha fatto vendere la moto. Non importa se mentre io sono a lavorare lei va dall’estetista. Non importa se io ho sempre preferito le bionde mentre lei è rossa tinta. Non importa se mi ha buttato via tutti i cd dei Led Zeppelin. Non importa se… Non, importa, se. Non importa se? I Led Zeppelin! Come è successo tutto questo? Che sto facendo? Perché indosso un abito da 400 euro, vicino a una ragazza, vestita di bianco, che non sopporto? Davanti a me un tizio parla d’amore con un libro in mano e io ho voglia di leggere Bukowski e bere vino rosso. Forse sto sognando, mi do un pizzicotto. Ca***, non sto sognando! Che faccio? Qui dentro mi censurano anche i pensieri. Mi sento osservato. Il cuore accelera, la sudorazione anche. Devo inventarmi qualcosa. Come faccio però con il pranzo di nozze? E mia madre, smetterà di piangere? Perché il signore in bianco mi sta facendo una domanda? Siamo qui per celebrare questa unione. Giulio, vuoi tu prendere Barbara come tua sposa, amarla e onorarla nella buona e nella cattiva sorte finché morte non vi separi?/ … Mi scusi, buon uomo… vado un attimo in bagno. In fondo a destra giusto?


il caffè degli artisti

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IL BANDITORE Per avere maggiori informazioni sui bandi e scoprire altre opportunità per gli artisti visita www.erasuperba.it * Concorso video L’ emozione di essere in Liguria a cura dell’agenzia di promozione turistica In Liguria. Caricare sul sito zooppa.it un video durata max 90’’ sulla Liguria (paesaggio, gastronomia, borghi tipici ecc.). Sei premi per un valore complessivo di 19.000 $ (da convertire in euro) e la pubblicazione su canali web e offline dell’agenzia In Liguria. Scadenza 1 ottobre. * On The Move: concorso di comunicazione per Pubblicità Progresso. Rivolto a studenti e neolaureati tra i 18 e i 30 anni. Tema: immaginare di essere un giornalista o un pubblicitario nel 2021. Invio degli elaborati a info@koinetica.net. In palio 15 viaggi a Strasburgo con visita al Parlamento Europeo. Scadenza 19 ottobre. * Io pretendo dignità: concorso fotografico di Amnesty International, sezione di Genova. Aperto a residenti in Italia di ogni età e nazionalità. Invio fino a tre immagini sul tema della Dichiarazione universale dei diritti umani: “Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo“. In palio una targa ai primi tre classificati e pubblicazione sui canali web di Amnesty. Scadenza 27 ottobre. * La seconda luna: bando rivolto a persone (singoli o gruppi) che hanno sviluppato e perseguito una loro passione. Tre sezioni: Premio La Seconda Luna, Premio alla passione divenuta professione, Premio alla passione per l’innovazione scientifica e tecnologica. Inviare il materiale sul progetto a Comitato Premio Città di Laives - via Stazione 23/A, 39055 Laives (BZ). Nessuna quota di iscrizione. Premi in palio per un valore complessivo di 26.000 €. Scadenza 31 ottobre.

SEI UNO SCRITTORE? SCRIVICI!

VIDEOSCRITTORI

IL NUOVO FORMAT DI ERASUPERBATV Due persone che non si conoscono. Una di fronte all’altra. La prima è uno scrittore. Alla seconda piace fare domande ed ascoltare. Una penna che scrive, una voce che legge. Il mondo di uno scrittore che si compone pian piano, la sua faccia, la sua storia, davanti alla telecamera per dieci minuti di libera creatività... Se sei interessato a partecipare scrivi una email a redazione@erasuperba.it


l' angolo di Gianni Martini

Dopo i primi anni, periodo in cui i movimenti innovatori vivono un’esistenza prevalentemente “underground”, le grandi case discografiche – intuendo l’enorme business – iniziano a inserirsi nel gioco, da un lato mettendo sotto contratto gli artisti espressione autentica di quei movimenti, dall’altro producendo ad hoc artisti completamente inautentici, purché avessero il sapore della trasgressione, che semplicemente la evocassero.

Contatto tra i nuovi fermenti musicali e le majors fu il “talent scout”. Questa figura professionale tipica di quel periodo, spesso era un giovane che, facendo parte di quell’ambiente, ne conosceva anche le espressioni artistiche. Improvvisamente, quindi, da qualche costola delle odiate “major” si affacciarono sul mercato etichette discografiche fondate ad hoc per i nuovi linguaggi espressivi; oppure etichette nate come “indipendenti”, nel giro di qualche anno vennero assorbite dalle grosse case discografiche che, tutt’al più, lasceranno loro la facciata di etichetta indipendente semplicemente per non perdere quel segmento di possibili acquirenti; ma soprattutto iniziano a comparire sul mercato discografico, prodotti “finti”, ossia realizzazioni di un “qualcosa che assomigliasse” nel suono, negli atteggiamenti, nell’immagine, nel logo, nei testi, nel “gesto musicale”, alle produzioni espressivamente più significative. Il tutto coniugato in una scala di “novità” pseudo originali, con l’obiettivo di accontentare tutti!! Ciò che veniva a mancare – banalmente – è “solo” l’insieme delle profonde e autentiche motivazioni che spinsero a quelle creazioni originali!! Quando poi si arriva a sentire Beethoven, Miles Davis, Hendrix, Doors o F. De Andrè impiegati come “colonna sonora” di spot pubblicitari…beh… ciao!!ormai, la loro carica innovatrice è stata centrifugata e restituita come schiuma da barba!!!

Certo, tutto questo è successo – e succede tuttora - in particolare per la “musica giovanile”: rock, pop, canzone, funky, rap…ossia in pratiche musicali di maggior vendibilità. Meno, per quanto riguarda la scena jazz, blues e classico-contemporanea. Anche se occorre ricordare che il cosiddetto “easy listening” della fine degli anni ’70- e tuttora presente, in costante attualizzazione/ adattamento – di grande riuscita discografica (l’etichetta americana “GRP” di D. Grusin e L. Reetenour ne fu una delle massime espressioni) altro non è stato che confezionare un prodotto di ascolto immediato (in grado, cioè, di raggiungere un più vasto pubblico di consumatori – appassionati di musica) che potesse vantare grandi interpreti/autori, un alto livello qualitativo delle esecuzioni, un richiamo a sonorità jazz e blues, lasciandone cadere, tuttavia, gli aspetti espressivamente più spigolosi (e autenticamente “di rottura”), rendendo il suono più “moderno”, senza escludere riferimenti stilistici, vicini al pop e al rock. E volendo aggiungere un esempio nell’ambito della canzone, si potrebbe ricordare quella che L. Tenco menzionò nel suo drammatico e chiarissimo messaggio d’addio: “La rivoluzione” cantata al Festival di Sanremo del 1967 da G. Pettenati. Canzone finto-trasgressiva/ protestataria che, titolando esplicitamente “La rivoluzione”, parola tabù, cercava di suggerire

un’immagine di anticonformismo giovanilista. Oltre vent’anni dopo un altro esempio di produzione musicale finto-ribelle trovò sempre nel palco del Festival di Sanremo (e il fatto non va ritenuto un caso) il contesto “ideale”. E si tratta di un cantante, Scialpi, che, se non ricordo male, si presentò con i blue jeans mezzi stracciati, con una curatissima mise pseudo punk/pseudo trasandata/pseudo ribelle. A chi intendevano rivolgersi G. Pettenati e Scialpi? Obbiettivo dei loro produttori era evidentemente quello di agganciare quella parte di pubblico giovanile che si sarebbe accontentata di atteggiarsi a “ribelle”, non intendendo minimamente esserlo sul serio: uno scambio giocato tutto sul piano simbolico (il modo di vestire, i gadgets, l’ascolto musicale…), tenendosi ben lontani dai processi sociali reali che quei simboli crearono. Anche la musica classica non fu estranea a questo fenomeno. Ricordo un ensemble, “Rondò veneziano” che proponeva brani strumentali di sapore rinascimental-barocco, come dire una musica rilassante, melodica che non creava tensioni, rivolta trasversalmente ad un pubblico anonimo e conformista. Infatti sogno del direttore generale di qualsiasi major ritengo sia quello di produrre un catalogo in grado di accontentare, come si diceva, “tutti” e semplicemente spingendo il prodotto che in quel determinato momento si ritiene possa vendere di più.


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MANGI pansoti di zucca

INGREDIENTI Per la pasta: 450 gr di farina, mezzo bicchiere di vino bianco secco, 2 uova, sale. Per il ripieno: 1,5 kg di zucca gialla, 3 uova, 120 gr ricotta, 100 gr parmigiano grattugiato, 20 gr pangrattato, 60 gr burro, foglie di salvia, olio extravergine di oliva, sale, pepe, maggiorana.

parla come mangi

PREPARAZIONE Impastate la farina con il vino, le uova, il sale, fino ad ottenere un impasto liscio e compatto (se non gradite il vino sostituitelo con dell’acqua o con un uovo). Lasciatelo riposare per almeno mezz’ora coperto da un canovaccio. Nel frattempo mettete la zucca in forno ricoperta da un foglio di alluminio per non farla asciugare troppo e mantenerla morbida e saporita, fatela appena scottare, sbucciatela, togliete i semi e i filamenti interni e tritatela finemente. A parte sbattete le uova, unitevi la maggiorana e il sale grosso precedentemente pestati nel mortaio, la polpa di zucca, la ricotta, il parmigiano, il pangrattato, l’olio e mescolate bene. Tirate una sfoglia liscia e sottile di pasta, farcitela con il ripieno e ricopritela con un’altra sfoglia sottile ottenendo dei triangoli. Lessate i pansoti in abbondante acqua salata: appena cotti, scolateli e conditeli con burro fuso e foglioline di salvia oppure con un ragù di carne.

A CURA DI BRUNO GATTORNO canto II O giorno o se n’andava incantôu da e mûse dall’erto inzëgno che scrivan quello che ho visto e ritègno. Ma allòa mi perché devo vegní ? mi no sòn Paolo, no sòn Enea, mi sòn ûn’òmmo che de degne impreize foscia o se retïa, alloa ho capío perché sòn chi ! pe scròllame addosso questa puïa. Mentre i mæ pensciëi sòn sospeixi, ûnn-a donna a me ciamma con quelli êuggi aççeixi, ûnn-a donna cosci’ bella che a soæ voxe a lea soave comme ûnn-a stella. (Oh ánima cortéixe e mantovann-a, no sta coscí smaxio, mi sòn Beatrice, perché no ti te avvardi de chinâ, o lè l’Imperatô che o ta mandóu a çercá, sòn mí che ammiândo i tœ êuggi luxenti, a luâ t’hò streppóu dai tœ turbamenti, faxendola svanì in tà brinn-a gianca

pe date e virtu’ de ûnn-a personn-a franca. Amigo mæ, no stà coscì smaxio, han parlòu ben de ti in çê, e han dito, pòrzighe aggiûtto, ti o devi consolâ, parlighe d’amô, che o l’avià in eterno, se o s’avvardià a intrà in te l’inferno, no temme quelle cöse immonde, nisciûn danno te pœan fà, e manco ûnn-a sciamma a te pœ strinâ.) Doppo aveime fæto raxionà da i mæ tormenti, le a se vòrta, lagrimando i sœ êuggi lûxenti ea me dixe: (Perché te coscí abbacciuccòu? ârvi o tœ chêu, no sta coscí allûggiòu, çerca d’intrà comme a brinn-a, quande o sô o l’ingianca de mattinn-a ) “Öh donna maveggiosa”, ghe respondo, oua sòn disposto a quanto ti mæ proposto, oua che de intrâ sòn segùo, sento ancon a sò voxe, sciortî dall’antro scùo: (Vegni Ducca, mæ meistro, mæ baccán) me sento di da lontàn, dunca sòn intròu in te quello sentê sarvægo e arcán.


agenda

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SEGNALA I TUOI EVENTI eventi@erasuperba.it

FINO A DOMENICA 14 OTTOBRE

RUMORS di Neil Simons. Un comico affresco sull’alta borghesia newyorkese, fatua e pettegola, uno spettacolo dai ritmi frenetici e dai dialoghi surreali che ha una forza comica contagiosa. Teatro della Gioventù, da lunedì a venerdì h 21, sabato h 17 e 21, domenica h 17

DA GIOVEDI’ 20 A DOMENICA 30 SETTEMBRE

OKTOBER FEST IN PIAZZA DELLA VITTORIA: birra tedesca, mercatino dell’artigianato, area giochi per bambini, gastronomia e musica tipica bavarese a cura delle band Klobstoana, Kapuziner Bierband e Musikakapelle Bad-Endorf. Da lun a ven 17/02, sab e dom 12/02

DA VENERDI’ 21 A DOMENICA 23 SETTEMBRE

H 11/23 AGRICOLTURA IN PIAZZA. Mostra di prodotti agricoli certificati, biologici, ittici, zootecnici e florovivaistici, ristorazione di qualità, itinerari di valorizzazione, agriturismi e fattorie didattiche. Piazza delle Feste Porto Antico

LUNEDI’ 24 SETTEMBRE

H 18 PROFESSIONE SCENEGGIATORE. Presentazione del libro di Sergio Badino, autore Disney, Sergio Bonelli Editore, Tunué, Deus, e insegnante di sceneggiatura e storytelling: un libro per capire nel dettaglio come nascono le storie. La Feltrinelli

MARTEDI’ 25 SETTEMBRE

H 21 TRAJET KARAVANILN IN CONCERTO. Musica zingara franco-balcanica. Nouvelle Vague, Vico De Gradi

GIOVEDI’ 27 SETTEMBRE

H 19 CINETRUOGOLI, rassegna di cinema nel centro storico genovese. Proiezione di “Cose di questo mondo” di Michael Winterbottom. Piazza Truogoli di Santa Brigida

VENERDI’ 28 SETTEMBRE

H 21 MUSEI FUORI ORARIO “Gossip d´autore fra tele e pennelli” Alla scoperta delle curiosità relative alle opere più famose: dalla vita di alcuni pittori ai misteri di alcune iconografie, da strane ricette di colori fino ai pettegolezzi dell’epoca. I Musei di Strada Nuova sono aperti tutti i venerdì sera (ore 23) sino al 19 ottobre

DA VENERDI’ 28 A DOMENICA 30 SETTEMBRE

H 21 NERVI JAZZ. Tre serate di grande musica con

il cantante e polistrumentista jazz Gegè Telesforo, che si esibisce con alcuni degli artisti più importanti della scena internazionale. Galleria d’arte Moderna di Nervi, ingresso 15 euro

DA VEN 28 SETTEMBRE A DOM 14 OTTOBRE

H 15/20 “SENZA CONFINI” Un viaggio nell’ arte contemporanea di Cuba attraverso le opere di otto giovani artisti cubani, diversi tra loro per età e linguaggio artistico, ma accomunati dal desiderio di confrontare il loro lavoro con la realtà artistica italiana. Sala Dogana Palazzo Ducale

VENERDI’ 28 SETTEMBRE

H 18 IL LINGUAGGIO SEGRETO DEL PROFUMO, presentazione del libro di Marika Vecchiattini. La Feltrinelli

SABATO 29 SETTEMBRE

H 14 FESTA DEL TAGLIERE A SAMPIERDARENA. Un’intera giornata di festa nel quartiere con mercatini, stand gastronomici, animazione; dalle ore 20 musica e comicità in via Rolando con Paolo Traversa e i Pigreco R2, Enzo Paci e Andrea Bottesini, I Soggetti Smarriti.

SABATO 29 E DOMENICA 30 SETTEMBRE

SAGRA DELLA FARINATA. Lungomare di Pegli MOSTRA MERCATO DELLA PATATA QUARANTINA 350 varietà di quarantina, mercatino dell’artigianato e di prodotti tipici. Torriglia SAGRA DELLA POLENTA E DEL FUNGO PORCINO. Via Bolzaneto 14

DOMENICA 30 SETTEMBRE

H 20 GIPSY ART. Notte di musica, letteratura, poesia, cinema e arti figurative della cultura rom e dei sinti. Musiche tradizionali e jazz manouche di Django Reinhardt con il gruppo sinto The Gipsyes Vàganes. Palazzo Ducale

MARTEDI’ 2 OTTOBRE

H 18 LA BALLATA DEL QUOTIDIANO presentazione del libro curato dal giornalista Giuliano Galletta, amico di lunga data di Edoardo Sanguineti, nel qual vengono raccolte tutte le interviste fatte nel corso di 15 anni dal grande poeta. La Feltrinelli

GIOVEDI’ 4 OTTOBRE

H 19 CINETRUOGOLI, rassegna di cinema nel centro storico genovese. Proiezione di “Essere&avere” di Nicolas Philibert. Piazza Truogoli di Santa Brigida


agenda

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NEL MESE DI NOVEMBRE

IL PRIMO GRANDE EVENTO DI ERA SUPERBA:

MUSICA, ARTE, DEGUSTAZIONI DI BIRRA E DJ SET… PER AGGIORNAMENTI SEGUICI SUI NOSTRI CANALI E SUL NOSTRO SITO: www.erasuperba.it

DA VEN 5 OTTOBRE a DOM 7 APRILE 2013

MOSTRA “MIRO’, POESIA E LUCE”: le opere del grande artista catalano, dagli olii Donna nella via e Senza titolo, i bronzi come Donna, agli schizzi tra cui quello per la decorazione murale per la Harkness CommonsHarvard University. Palazzo Ducale, ingresso intero 13 euro, ridotto 10 euro

SABATO 6 OTTOBRE

GENOVA RICORDA I GENESIS. Un’intera serata con ospite d’onore Steve Hackett. Dalle 19.30 mostra con documenti, fotografie e materiale video del tour italiano dei Genesis nel 1972, incontri, testimonianze e una conferenza. Alle 22 concerto della tribute band genovese “Real Dream”, che propone la scaletta originale del concerto di Genova del 1972 all’Alcione. Teatro Govi, Bolzaneto ingresso da 15 a 20 euro

DA SABATO 6 A DOMENICA 14 OTTOBRE

PANIFICIO ITINERANTE evento gastronomico a cura di Associazione Panificatori di Genova e Provincia. Piazzale Mandraccio Porto Antico

DOMENICA 7 OTTOBRE

salami alla brace e patate fritte, rustie, panini con la mostardella e crepes.

DA MARTEDI’ 16 A DOMENICA 21 OTTOBRE

H 2030 (DOM ORE 16) LA GRANDE MAGIA: Luca De Filippo propopne una delle opere più significative del repertorio di Eduardo De Filippo. Teatro della Corte

VENERDI’ 19 OTTOBRE

H 21 ACIDO FENICIO Mimmo Carunchio, malavitoso pugliese racconta la sua vita, dall’infanzia da sottoproletario al sacro giuramento, sino all’arresto e al rifiuto di sentirsi pentito. Musica dal vivo a cura dei Sud Sound System. Teatro Cargo, piazza Odicini Voltri

DA SAB 20 OTTOBRE A DOM 18 NOVEMBRE

IL MALLOPPO, spettacolo tratto da un’opera di Joe Orton. Teatro della Gioventù

DOMENICA 21 OTTOBRE

H 12 CASTAGNATA E POLENTATA A SCIARBORASCA. Primi e secondi piatti e altre prelibatezze di stagione. Sciarborasca

H 10 SAGRA DELLA PATATA Esposizioni, giochi, patatine fritte e tradizionale lancio della mongolfiera. Rovegno H 13 SAGRA DEI RAVIOLI Passo della Scoffera, Davagna

DA MARTEDI’ 23 A SABATO 27 OTTOBRE

GIOVEDI’ 11 OTTOBRE H 19 CINETRUOGOLI, Proiezione di “Le voci del Ta-

DA GIO 25 OTTOBRE A DOM 4 NOVEMBRE

naro” di Sandro Bozzolo e Alessandro Ingaria. Piazza Truogoli di Santa Brigida H 2030 ATTENTI A QUEI TRE: Tullio Solenghi, Maurizio Lastrico e Enzo Paci sono i protagonisti di un recital organizzato in occasione del Salone Nautico. Teatro della Corte

DA VENERDI’ 12 A DOMENICA 14 OTTOBRE

H 10/22 MOSTRA MERCATO BENEFICA DI VINTAGE. Il ricavato servirà ad assicurare un pasto al giorno per i bambini di un campo profughi Etiopia. Palazzo Ducale

SABATO 13 E DOMENICA 14 OTTOBRE

MOSTRA DEL FUNGO E SAGRA DELLA BALLOTTA. In più, stand gastronomici con polenta, asado, scaloppine ai funghi, ballotte offerte. Gattorna

DOMENICA 14 OTTOBRE

H 1030 CASTAGNATA A CROCEFIESCHI polenta,

H 21 FICARRA E PICONE nello spettacolo “Apriti cielo”. Politeama Genovese, ingresso da 20 a 24 euro FESTIVAL DELLA SCIENZA 2012: mostre, laboratori, spettacoli, conferenze, incontri ed eventi speciali per toccare con mano la scienza in modo efficace e divertente. Il tema dominante di questa decima edizione è l’immaginazione.

VENERDI’ 26/SABATO 27 OTTOBRE

IF THE BOMBS FALLS, festival delle autoproduzioni culturali, artistiche, musicali e artigianali. In programma workshop, laboratori, concerti e incontri Lsoa Buridda

DOMENICA 28 OTTBRE

ROMAIN VIGO IN CONCERTO. Uno dei più talentuosi artisti reggae giamaicani presenta il nuovo album “The System”. Csa OPinelli, via Fossato Cicala

MARTEDI’ 30 OTTOBRE

H 21 CESARE CREMONINI IN CONCERTO. 105 Stadium, biglietti dal 25 a 35 euro


Era Superba n40  

Buone notizie dalla crisi; Speciale "A spasso per Zena": Quando ancora non si chiamava "movida", come ci si divertiva la sera tanti anni fa?...

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