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Ai Lettori Ho scritto questo libro per un forte senso di appartenenza e perché fortissimo è l’attaccamento a questa seducente collina, tantochè ai miei occhi è una madre al mattino e una cedevole amante, debolmente abbronzata dalla luna, la notte. Il suo grembo è una macchia di carpini, i suoi capelli lingue sinuose che parlano di vino e iniziano smarrite creature ai suoi misteri. Un tempo non lontano, in questi vaghissimi colli, non si ammettevano certe leggerezze; gioire per la sensualità che generava un rivolo chiaro tra i fianchi opulenti di femmina collina era una debolezza, sicchè il mio cuore si gonfiava di dolore. Ancora oggi vaghi ricordi di quell’astiosità svolazzano silenziosi come i putti del Veronese nella stanza di Bacco; sfarfallano e addentano i miei fianchi, ma non provo spasimo anzi, quei morsi da latte, accrescono la mia fame di bellezza: il bello ti circonda, basta allungare un braccio e sentire il brivido della tramontana. Siamo un tutt’uno con le poderali insidiate da ombre sinistre la notte e da gioiosi tralci che diventano pezze cifrate il giorno; da grappoli, che simili a rosati fior di loto, fanno dimenticare l’inutile goffaggine che è svilimento dell’anima. Giulia dice che sono fortunato perché la bellezza che mi circonda mi condiziona e rende la mia esistenza apprezzabile. Così circondato e con franca discrezione sono entrato nel cuore e 1


nelle mani dei novelli contadini; ho cercato d’interpretare le loro passioni e le pulite ambizioni. Ognuno di loro ha una dissimulata visione della vita che si rivela, possente, in un profumo, in un colore e un sapore chiarissimo. Date del vino agli uomini e l’acqua ai pesci. Diego Bassi

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Cinque lustri Il Consorzio Volontario Vino D.o.c. San Colombano è ragazzo compiuto, ha celebrato cinque lustri, sicchè è meglio dire uomo in fase di maturazione e ritengo che il fisico abbia raggiunto lo sviluppo pressoché definitivo e pertanto i femori più di così non si allungheranno. Si irrobustirà? Ma certamente, ma ciò che invece è e sarà in continua evoluzione è ciò che questo aitante figlio ha nel cuore e alla sommità del corpo. Il “càrdio” è molto grande, infatti ne racchiude parecchi e sono dei più disparati: stretti, grassi, eleganti più o meno musicali, ma che tutti stanno al tempo, guidati dal ritmico e crescente battito di tamburo, simile a quello che imprime forza, giusto tempo ed eccitazione ai vogatori e, credetemi affinchè il cuore di questo ragazzo sarà la somma della forza, eccitazione e riflessione di tutti i membri sarà sempre pronto ad ogni sforzo, e salire le irte colline sarà come andar per viole, mai avrà l’odioso fiatone. Altra cosa, molti mi diranno, è ciò che questi avrà alla sommità, ciò che sta sotto ai folti, ricciuti, sottili o scomparsi capelli; certamente è possibile uno smisurato cuore, ma la testa? Sono convinto, credetemi, che là dove c’è ne uno, non pretendo grande come una casa, ma di discrete dimensioni è più facile trovare sotto i presenti o scomparsi capelli uno strumento efficiente. Questa pubblicazione, infatti, è il frutto di questi cuori che hanno ben battuto e ben battono, è il frutto di buone teste e buoni sentimenti che hanno lavorato e lavorano consentendo a questo organo indispensabile di crescere. Il presidente

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San Colombano, il borgo e… Il nome del Borgo si deve al monaco irlandese che cristianizzò nel VI secolo e che incoraggiò la coltivazione della vite, appresa nel corso dei pellegrinaggi dall’Irlanda verso i monasteri del Continente. Al tempo dei romani era un’importante “stazione fluviale”, con il nome di “Lambrum”: La posizione strategica, legata alla caratteristiche ambientali, ne fece un paese importante e terra di conquista, che subì invasioni e distruzioni. Fu cittadina imperiale sotto Federico detto il Barbarossa, il quale ne distrusse la fortezza nel 1158 e ne avvio la costruzione, completata dai Visconti, che diventati Signori di San Colombano, iniziarono la bonifica del territorio, favorendo l’attività agricola. Il vino divenne un prodotto nobile ed economicamente rilevante. San Colombano passò in seguito agli Sforza e nel 1529 agli Spagnoli per la conquista della fortezza da parte del Conte Belgioioso. Carlo V, Re di Spagna, premiò la brillante azione lasciando ai Belgioioso, il castello e il feudo. La famiglia Belgioioso mantenne il possesso del castello fino al 1951, anno in cui morì l’ultima principessa. Attualmente il castello è proprietà comunale.

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... le sue colline. Per chi giunge da Milano con la nazionale, passado per Melegnano, Sant’Angelo e Graffignana, alla destra avrà onde boschive di castagni, carpini, sambuchi e disparati cespugli che scendono, s’insidiano fastidiosi e s’infilzano nei bassi e corti campi, man mano queste fronde si trasformano in addomesticati tralci di “gioconde”viti simili a una trapunta, carminia d’autunno e verde come l’erba di maggio. “Un bambino disse Che cosa è l’erba? portandomene a piene mani; come potevo rispondere al bambino? Io non so che cosa sia più di quanto lo sappia lui.Congetturo che potrebbe essere la bandiera delle mie inclinazioni, tessuta di lana di verde speranza. O congetturo che sia il fazzoletto del Signore, un dono profumato e un souvenir lasciato appositamente cadere, che noi possiamo vedere e notare, e dire Di chi sarà? (Walt Whitman). L’erba maggese veste l’instancabile mare di zolle ora chiaro, come cipria, ora rosato come il debole cielo della bocca dei neonati, ora di un rosso bruniccio come il piccolo neo tra le scapole di mia figlia. Alla sinistra la riva bassa negli anni si è gonfiata di rovi e con le prime nebbie assomiglia a lucenti capelli leccati da una lingua pregna di brillantina odorosa. Dopo i rovi, i campi bassi continuano e finiscono la loro corsa tra le braccia dell’umidità densa e palpabile 5


come quella che esce dalle froge di coda mozza, un po’ più in fondo una cascina offre, oramai, le sue tegole secche, incartapecorite al cielo. Un tempo, grazie all’ombra dei pioppi neri, erano spessi di muschio come calcagni di antiche contadine e di dicembre cherubini felici affondavano i loro alluci. Alla destra villette, villotte, attività commerciali, un cane e sei zampe, una costruzione che ricorda, molto vagamente, l’impero del sol nascente e sei già in paese. Sempre alla destra, tigli corpulenti dalle chiome pingui segnano il decumano che taglia l’abitato e proprio nel punto in cui questi incontra il càrdo stop! Vi fermate e avrete di fronte l’Oratorio di San Rocco. L’edificio venne costruito nel 1514 su progetto del Battaggio e dall’Amadeo, attivo nello stesso periodo alla Certosa di Pavia. Il complesso, a pianta ottagonale, è rimasto “orbo” della cupola e del pronao antistante la facciata. L’oratorio è ancorato al complesso monastico ora trasformato in residenza. Attualmente la proprietà è della famiglia Riccardi Sterza e, senza nulla togliere alle patrizie pietre, ciò che mi fa trasalire è la quercia. Una enorme, gigantesca e materna quercia che mi avvolge in un abbraccio. Le fronde come broccato lambiscono le facciate delabrè insinuando con scrupolo le foglie sull’intonaco gonfio di umidità. E’ una quercia della Foresta Nera donata a Franco Riccardi all’indomani delle vittoria olimpica del 1936 a Berlino.

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Da Pavia a Cremona I Pavesi giungeranno da sud. Percorreranno la nazionale, all’altezza di Chignolo Po svolteranno per San Colombano. Da est giungeranno da Cremona e poco dopo la località Mostiola, un “pioppo” di case, anch’essi svolteranno per San Colombano. Colline alla sinistra mentre alla destra campi inerbiti. La strada è un serpente bituminoso che s’insinua ora a destra ora a manca disegnando inattese e strette curve che accompagnano in paese. Troverete un primo semaforo, proseguite. Al secondo, tenendo la sinistra, imboccherete il decumano. Le abitazioni si affacciano semplici sulla via con intonaci disparati e noti i cortili: ora ampi ora simili a piccoli fazzoletti di ghiaia con gli angoli cifrati di piccolo e segreto verde. Alla destra la bella Chiesa di San Francesco era annessa al piccolo monastero dei Minori Osservanti. L’architettura si rifà allo stile romantico lombardo con inserti rinascimentali. Questo “cofanetto” lombardo-romantico rinascimentale precede di qualche centinaio di metri l’Oratorio di San Rocco. Per chi arriva da Lodi, una volta attraversato il ponte sul fiume si procede dritti imboccando una strada lastricata che conduce all’abitato; un antico “Portone” segna l’accesso all’antico 7


nucleo passato il quale avrete dalla parte del cuore l’Oratorio di San Rocco. Era l’anno 1691, Carlo II° di Spagna conferisce l’onorifico titolo di Oppidum Insigne. Per rendere duraturo tale evento, venne decisa l’edificazione di una nuova cinta muraria attorno al borgo. La prima pietra del Portone venne posata il 27 luglio 1691. L’opera in mattoni a vista venne successivamente intonacata in occasione della visita del granduca Ferdinando I° d’Austria nel 1838. L’oratorio di San Rocco rappresenta il punto di partenza per visitare San Colombano. L’adiacente corso Mazzini è comodo, vi succhia e vi sputa nella piazza del Popolo ora occupata da vele color isabella che vi riparano dai dispettosi raggi del sole, dove si sorbiscono, su sedie metalliche, limonate fredde e frizzanti bianchi e scendono, sulle teste, grassi gerani rosa e petunie dalle grandi corolle. Ha! Piazza del Popolo. Un tempo era il posto dell’esternazione, il muscolo che batte e non si sfilaccia e lì a settembre, sacripante! sfilavano i carri allegorici che celebravano la fatica degli uomini e la loro grande riconoscenza alla vitis vinifera: cartapesta viva sale sancolombanese, gara incruenta da oltre mezzo secolo che ancora oggi, all’ultima di settembre, da effervescenza e il sangue, come un rosso brioso, combatte intra i costati ventenni per guadagnarsi il podio, ora non più lì ma tra sagrato e chiesa, e stringere il traboccante corno di Amantea. Dalla Piazza s’intravede il palazzo Patigno, ora sede del governo locale. Corso Mazzini arranca e vi getta nell’ampio sagrato della Chiesa di San Colombano Abate, che simile ad un dècolletè ne 8


pingue ne asciutto, ma giusto prologo d’un bel seno, s’apre dritto sui mattoni rossi del Castello Belgioioso. La Chiesa dedicata al patrono dell’Oppidum Insigne venne eretta nel 1499 sul luogo di una cappella minore viscontea trecentesca. Nei secoli ha subito innumerevoli trasformazioni. La facciata è neoclassica; la torre campanaria risale al 1780. All’interno si segnalano gli affreschi seicenteschi della cappella del Rosario, gli affreschi staccati dall’oratorio del castello eseguiti da Bernardino Campi (XVI secolo), la pala della Crocefissione e due cibori quattrocenteschi. E’ presente un pregevole organo ottocentesco. Il borgo di San Colombano si sviluppa intorno al complesso fortificato del castello, già esistente in epoca longobarda, il castello fu successivamente distrutto e riedificato da Federico Barbarossa nel XII secolo e più tardi subì ulteriori demolizioni e rifacimenti, fu proprietà viscontea, imperiale, privilegio certosino e sede comunale.

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Passeggiando tra le mura del castello Belgioioso P il visitatore del Castello Belgioioso Per ttutto inizia della quattrocentesca torre d’ingresso. Alla sinistra una lapide d rricorda il soggiorno di Francesco Petrarca, illustre ospite che in una P llettera a Guido Arcivescovo di Genova così descriveva la collina: G “E’ questo un vago fertilissimo colle, posto quasi nel mezzo della Gallia p Cisalpina, cui dalla parte esposta a C Borea ed a Euro è prossimo San Colombano, castello assai noto e cinto da forti mura. A piè del colle scorre il Lambro limpidissimo fiume e benchè piccolo, è capace di sostenere barche di ordinaria grandezza, il quale scendendo da Monza, di qui non lungi, si scarica nel Po: a ponente si stende lo sguardo a larga e spaziosa veduta, e regnavi gradita solitudine e amico silenzio. Io non conosco altro luogo che in positura si poco elevata si vegga attorno si vasto prospetto di nobilissime terre; sol che tu giri d’attorno l’occhio ti si offrono innanzi Pavia, Piacenza e Cremona.” Monti lievemente e camminando sul lucido pavè entri in una minuscola anticamera a cielo aperto racchiusa da alte mura, e proprio lì due panche t’invitano, da lì vedi il ricetto che s’inerpica tra un muro di contenimento coronato da un geometrico e lucido lauro ceraso. Scendiamo e entriamo nel bel cortile del castello, la sede del Consorzio è al primo piano lo si evince dai colori 10


alle finestre, ben cinque. È uno spazio luminosissimo occupato da un tavolo da consiglio e due scrivanie; i pochi muri sono coperti di filari fotografati. I colori si inseguono, il verde si scioglie in macchie prima scarlatte poi bionde, poi il vetro spesso e verdastro delle bottiglie ruba gli occhi, solo le etichette rischiarano quel colore di bile; il vetro è dappertutto e i raggi del sole illuminano un fitto pulviscolo che svolazza tra i colli delle bottiglie e i gambi delicati dei bicchieri. I granelli di polvere, come anime perse donano, al fascio caldo d’aprile, una luce di fosforo. Anche Annalisa e Cinzia, le ragazze del consorzio, in mezzo a tutte quelle bottiglie e a quegl’esili gambi di cristallo sembrano piante di vetro. L’operosa Cinzia è un’Impatiens walleriana, conosciuta col buffo nome di Lisetta la laboriosa per la sua facile espansione, e soprattutto per la continua e quasi ininterrotta fioritura; ha fusti robusti, chiari, acquosi, quasi trasparenti e delicati fiori rossi. L’impaziente Annalisa, invece, è tutta una Impatiens Nolitangere (non mi toccare); i suoi frutti, giunti a maturazione al più leggero tocco si lacerano bruscamente in cinque valve e i semi proiettati lontano. Ama i luoghi umidi e ombrosi ha fiori penduli crémesi. Da questa stanza, fitta di vetro e…. di ragazze come piante di vetro lo sguardo spazia sulla corte superiore e sul parco che sale 11


cosparso di antiche essenze, tanto da ricordare le scure farnie di Dodona e in quel verde, credetemi non è difficile incontrare inguicriniti satiri e per essere certi di vederli dovete cercarli tra i sambuchi fioriti; loro amano l’odore del muschio che cresce viziato dagli spugnosi tronchi unito a quello dolciastro dei coleotteri che cangiano i colori della lucida cuticola. I merli divorati dal tempo uniscono le torri che seguono il dorso del vasto parco in un ripido montare, noti camminamenti, feritoie, contrafforti e la nera edera diventa chioma di uomini selvatici che popolano la scenografia dei nostri ricordi. Il parco sale rivelando essenze antiche poi, giunti ad uno spiazzo, la cinta muraria fa un balzo saliente all’interno per poi proseguire e proprio lì, se improvvisamente alzi gli occhi, hai altissima che incombe una torre e se mantieni lo sguardo sempre alto ciò m cche vedi sono fitti filari di barbera, ccroatina e uva rara che popolano i dossi a tramontana; mi sembrano d ttrepidanti giovinette comunicande ssull’immenso sagrato di un chiesa dove manca abside e absidiola, navata e presbiterio, e una mano fatta di fiato arriva al cuore di queste insolite creature, ma non vi è ressa perché settembre arriva per tutte. Quando poi abbassi lo sguardo, il parco, trafitto da giovani boschetti, scende 12


armoniosamente e tutta la dolcezza di quel verde si diluisce in un sentiero poco più largo di un piede e ti conduce a valle sfociando in una spianata verde come il respiro di quelle giovinette; e se è d’aprile sei fortunato, quel lenzuolo scuro come un cielo di notte lo vedrai impuntito di fiori gialli simili a stelle e se, prima di poggiare il piede in questo strano cielo, chiudi forte gli occhi e ti sforzi di pensare col naso sei doppiamente fortunato perché l’odore dell’uva in fiore ti accompagnerà per sempre. Ogni volta che chiuderai forte gli occhi quell’odore, come un turbine, ti porterà in quella chiesa a cielo aperto affollata di giovinette che per capelli hanno confusi viticci e tenere vedovelle.

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Da San Colombano a Miradolo … Questi confusi viticci s’intrecciano e si rincorrono per l’intera collina e coprono buone distanze fino ad arrivare a Miradolo. “Miratorium” luogo di osservazione, così come lo indicavano in epoca gallo-romana; questi vanta origini antiche confermate dai ritrovamenti archeologici. Appartenne nel medioevo all’abbazia di S. Cristina; fece poi parte dei feudi dei Visconti, degli Sforza, dei Belgioioso e degli Estensi. Subì l’occupazione francese nel XV secolo durante la quale fu distrutto il suo “castrum” le cui fondamenta dettero origine nel 1530 al santuario di Santa Maria. Da qui tra fitti castagni e radure di carpini rimbalzano i nostri pampini che come palmi si uniscono: loro non conoscono confini. Le strette strade bianche di Miradolo rivelano bellezze inaspettate, passi da pianori vivi di fitti pergoloni di viti antiche simili a mature madri ancora prolifiche a rive scoscese trattenute da ceppi sempiterni e insidiosi sempreverdi buoni per Natale, hanno minuscole e fitte foglie pungenti ed io, per la gioia di mia figlia India, ancora ne faccio mazzi: hanno sotto le ascelle bacche rosse come bocche. Le poche case sono incastonate ai piedi dei colli e le poderali entrano in paese con discrezione come discreti sono i cari amici viticoltori di Miradolo. Ah! Dimenticavo, vi capiterà di vedere, all’ombra dei pergoloni di croatina, abbarbicati a cimature di robinia rampicanti verdi con grandi fiori a corolla papilionata non pensate a strane essenze, sono semplicemente dei piselli varietà generoso, i Miradolesi vanno ancora fieri di questa coltura 14


che in passato rappresentava una vera e propria vendemmia maggese tanto da istituire in quel mese, un ringraziamento al verde bacello. La bontà del pisello, dicono i Miradolesi, è data da una quasi inesistente buccia, sicchè il piccolo seme premuto dalla lingua contro il palato deve sciogliersi e dispensare dolcezza a tutta la cavità orale e in quel di maggio Miradolo diventa una smisurata bocca e il suo alito regala un profumo gradevolmente dolciastro. La bella discesa arriva da San Colombano alle prime case di Miradolo come una danzatrice in punta di piedi, discreta e silenziosissima. Il silenzio che accompagna le caviglie della nostra etoile e dovuto alle fronde delle robinie che alla sommità si uniscono e creano un berceau ovattato, rischiarato solo dai pochi raggi di sole che colpiscono i bianchi fiori, odorosi in grappoli. Matilde li fa in pastella con cipolle in rondelle e mele; i fiori, dice Matilde, devono solo accennare la fioritura, sicchè, addentati liberano tutto l’umore dolciastro del gineceo. L’odore di questi fiori vi rimarrà nel naso come souvenir e lo porterete nell’unica e stretta via dell’abitato. Un’unica e stretta via con facciate compatte interrotte solo dagli ingressi dei numerosissimi cortili; quelli di destra hanno i corpi interni poggiati alle colline come fossero muri di contenimento, le zolle giallo brunastre rotolano sulla terra battuta dei cortili comuni. La via dritta come una candela vi conduce ad uno slargo; chiesa, panificio; io rammento un cinematografo, la piazza del mercato, altra via che porta alle poche attività 15


artigianali. Rinomato centro di cure termali nel 1938 il comune assume definitivamente il nome di Miradolo Terme. Miradolo è tutto qui.

...da Miradolo a Monteleone Da Miradolo raggiungi Monteleone percorrendo una via alta, oppure passando dalla zona artigianale, quella bassa, con sparuti capannoni. L’alta accarezza il palazzo Bassi - Ramaioli con alte finestre. In ogni caso le due direttrici si uniranno e diventeranno un’unica arteria che percorsa con parsimonia vi riempirà di meraviglia. Questa strada di attuale ha solo l’asfalto in quanto delimita da sempre la coltura corroborante di Demetra con le sue spighe di frumento, simili agli Angeli corazzati e armati di Guariento di Arpo spruzzati di sangue papavero, con ciò che invece scaturisce dai contorti sarmenti sacri a Dioniso che hanno dato alla vita cio che alla vita mancava. Infatti opposti agli imbionditi campi di frumento avrete vigneti che salgono su, su. Questa composta strada va percorsa con calma, come su un carretto. Poco prima di arrivare ai muri scrostati delle vecchie abitazioni c’è una fonte detta dei poveri… miracolosa. Questo paese segue la direttrice stradale, pochissimi focolai, ma un’ottima produzione vinicola. Montis Legionis, vanta una 16


storia millenaria, infatti, la regina Adelaide nel 999 lo cita nel suo testamento. Fiorì nel XV secolo e nel 1555 sorse la parrocchiale della Madonna della Neve.

… da Monteleone a Graffignana Lasciando Monteleone la strada taglia una piana interrotta da salti più o meno salienti, i campi sono punteggiati di alberi e le rive sono coperte da rugosi sambuchi. La tenuta Cà de Rhò occupa una parte considerevole del territorio. Questo spazio verde, da sempre accoglie fauna zonale. La tenuta ha sbalzi d’umore: passi da pertiche vitate a pratoni punteggiati di bardana rossa, di tarassaco giallo e, dove l’umidità notturna bagna le tomaie anche attorno a mezzogiorno, dal bianco impercettibile del centònchio; e vedendo tutto questo meglio comprendi Ugo di San Vittore (De tribus Diebus) e la sua lode al colore verde come il più bello di tutti.

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Il colore verde Ugo di San Vittore (XII secolo) Eruditio didascalica, XII Il colore verde che supera ogni altro colore per Bellezza, come rapisce gli animi di coloro che lo guardano; quando, nella nuova primavera, i germogli si aprono a una nuova vita, ed erigendosi verso l’alto con le loro foglie appuntite, quasi respingendo la morte verso il basso a immagine della futura resurrezione, si levano tutti insieme verso la luce. Cosa diremo ancora delle opere di dio, quando ammiriamo così tanto anche le loro imitazioni, frutto dell’ingegno umano, che ingannano gli occhi? La tenuta è molto estesa. Appartiene amministrativamente al Comune di Miradolo e tocca i villaggi limitrofi. Angelo, un amico furbo tre cotte nato alla Favorita, mi ha raccontato di suo padre per oltre un ventennio salariato a Cà de Rhò, degli alti soffitti del palazzo, della torretta con tutte quelle finestre e del verde dei giardini e della signora, il padrone uomo minuto, si vedeva pochissimo. Molte volte - dice ancora - “Andavo io, a potare le belle rose tee e diradare gli iris che bruciano la lingua e dietro facevo l’orto con pomodori, un angolo per le patate e il basarigò, perchè loro ci 18


facevano il pesto.” “ Io” mi dice Angelo, “Sentivo un odore mai sentito e mi sforzavo di capire il sapore, sentivo l’odore d’aglio e d‘olio.” Angelo ad un certo punto tace. “Hai perso al lingua ?” “No!” dice con la sigaretta in bocca. Il fumo s’infila e gioca tra le rade ciglia velando il cerulo occhio. “Sai.” mi dice. “C’era la figlia, una rosa ancora da fiorire con la bocca appena accennata. - Io la sognavo anche di giorno, ma l’odore del basarigò era più forte. Sai perché ? “ Io dico di si con la testa. “ Perchè la fame’ cristo! era più forte di tutto, più forte dei fiori e delle loro bocche.” “La sala era a mezzogiorno, e sui muri c’erano piatti di Albisola”. Dice accennando un malinconico sorriso sotto i baffi gialli di fumo e mi confida della fame che era tanta, dello stomaco odioso e del sole caldo sul muro e delle lucertole. La strada, dunque, durante la stagione estiva va percorsa in bicicletta per godere appieno tutto ciò che da essa esala. Incontrerete un’ infilata di pioppi cipressini, non esitate, la strada bianca vi porterà al luogo di nascita di Angelo: la Favorita. Nel passato era dei Conti Bolognini, noterete un palazzotto con annessa chiesa; un tempo le numerose abitazioni erano date in affitto, un po’ agli obbligati e non. Procedete , sulla sinistra i Zerbi altra cascina, poi dritti, semaforo, 19


alla destra si va a San Colombano, alla sinistra a Sant’Angelo, dritti a Graffignana. Si sviluppa prettamente in piano, le colline sono poste a media distanza. Il vecchio nucleo abitativo è incentrato sui cortili, più o meno estesi. Da una parte abitazioni, dirimpetto, in luogo delle stalle abbiamo box e la terra battuta delle aie gialle di granturco e verde di strame, ora ha grigi e rossi autobloccanti.

La collina come una donna La mia collina, se la guardo dall’etero padiglione, è una donna adagiata, le sue mollezze cingono le basse case, il suo sguardo ha cresciuto uomini mai stanchi. La sua carne ha i nomi dei dossi dove questi uomini hanno infilato l’infante vite che è cresciuta con loro. Imboccate l’irta salita, nasce tra il castello e la bella chiesa di San Giovanni Battista. “Giuseppina l’aveva nel cuore. Giuseppina era innamorata, correva tra i dossi colorati felice di quel sapore che genera l’amore. Camminava tra l’erba e pensava alle panche tarlate coperte di velluto celeste nella chiesa di San Giovanni, all’incenso che penetrava nei suoi muri, al confessionale nero come la pece, ai festoni di garofanini, edera, mughetto e fieno intrecciato a foglie di menta tra le colonne, al rumore dei piedi che strisciano e vanno a comunicarsi,, ai fazzoletti appoggiati sui capelli e a loro due, che 20


sotto il cartiglio, diventavano una sola carne”. Questa femmina, questa infinita carne vi porge il palmo; immaginatevi un ampio palmo dove il sottile polso e il braccio dal bell’incarnato altro non è che la salita, che percorsa con calma vi mostrerà alla destra torri e barbacani, alla sinistra vitigni e vecchie dimore. Giunti alla sommità , sulla bella spalla, mostra ciocche di capelli corvini che diventano dossi ondulati dai nomi singolari: costa Regina, Venturina; le lunghe ciocche scendono ancora verso il borgo e diventano valle Santo Stefano, valle Gallotta e valle di Coppe. Sono valli colme di frescura. Altre ciocche scure disegnano asfanti assolati che s’allungano fino ai confini e i nomi si accavallano, abbiamo la Cappellania, che si protende lucente per diventare poi la Serafina che vi porta alla pianura colma di granturco e erba medica. Un vento inatteso, inaspettato mulinello, vi porterà all’attaccatura, alla bella nuca e proprio lì, dove il crine e peluria, lanuggine, c’è un’edicola votiva, alla sua destra si dipana una lunga ciocca che corre per gettarsi in un’altra biscia d’asfalto che improvvisamente diventa una cateratta tanto è ripida e cio che vedi è un’ordinata sequenza di filari che t’inseguono senza mai tradire l’ordine sinuoso delle colline, ore lieve ora repentino e dall’alto sembra un tessuto di lana pettinata: assomiglia ad un verde principe di Galles. Guardando le basse colline cerco di scorgere un grembo coronato di un bel ciuffo di carpini. Se potessi volare ,sono certo, scorgerei tutta la donna selvatica che è in questa mia collina: i fianchi estesi di chi ha partorito come una coniglia, estesi come i filari del Roverone, della Merla e di Montoldo; il ventre non più teso, ma molliccio come i sambuchi gonfi d’acqua di Valpanate. 21


Il collo del suo piede fa una buona curva e le caviglie sono sottili; salgo poi ai polpacci e mi perdo più su, in un bianco come di burro, l’odore dolce mi ricorda le ciocche color isabella delle robinie che danno sollievo d’ombra sulla ripida poderale dei Gattini. Ora mi da le spalle e suoi capelli lucenti tanto sono neri salgono e si tuffano e mai fermi seguono un segno d’acqua che da val Cornaleda arriva all’edicola della Madonna del Latte. Ha! Se potessi volare, sono certo, scorgerei tutta la donna selvatica che è in questa mia collina.

Coda mozza Mia bisnonna Marietta fece sei figli, uno morì giovinetto e dei sopravvissuti il minore non c’è più e pure la maggiore non visse a lungo, trenta tre anni appena e lascio tre figlie, la più piccola aveva pochi mesi, dieci anni la prima otto la seconda, e un marito croce di guerra. Marietta era delicata e quando faceva buio andava nella stalla per salutare le vacche che, tirando la catena, mostravano il blu degli occhi e muggivano emettendo una nota molto vicina a mamma; lei si avvicinava e passava una mano sulla coda, un occhio ai vitelli e via. La fiamma della candela la 22


vedevi nell’occhio blu. Poi un nitrito leggero e un’ombra: Coda. Marietta illuminava la sua bella criniera, ci passava le dita come fanno le mamme nei capelli dei figli. Lui non era mai stato alla catena, aveva un’ampia stalla, ma durante le notti con le stelle a manciate preferiva l’erba tagliata dell’Alfera e del Regone, la buttavano tra il pilastro e la stalla bovica: era un ampio pagliericcio di trifoglione, giavone e altre erbe sottili e spesse e lui si perdeva; poi, quando quel caldo diventava fiato umido della notte, rientrava e dopo un brivido che andava dalle orecchie alla coda mozza, guadagnava l’angolo ancora tiepido a mezzogiorno e rilassando i garretti sognava il mare d’erba. Coda mozza visse ventiquattro anni e per i figli di Marietta era il fratello che non c’era più, ci giocavano e ci parlavano. Quando le rogge correvano gonfie d’acqua e i pesci gatti erano lunghi come un braccio, il grande invalido appoggiava un piede sul raggio della ruota del carro e con un incitamento Coda mozza indietreggiava di due palmi, tanto che la ruota sollevava quella carne che finiva sopra i ginocchi e s’infilava con pressione in due coppe di legno che diventavano rotule, stinchi, caviglie e poi piedi; poi un colpo di reni e opplà si trovava seduto sul pianale con le redini già in mano e lui, Coda mozza, era di sasso, ma l’avrebbe sciolto di là a poco una manata sul suo bel manto tanè. Le rive umide dalla bassa gli avrebbero regalato un’erba dai fili grossi come dita e dai giacinti screziati di ruggine. Quando l’erba, con la prima umidità, bagnava le sue scarpe mai larghe e mai strette rientravano. Nel cortile il carretto attraccava come la barca in porto, non c’era cima o àncora, ma pesce sì, non solo gatti, ma cavedani, carassi e l’aia era la banchina dove le figlie, le cognate e Marietta lo aspettavano e non scendevano da quella strana banchina per 23


non bagnarsi i piedi. La polvere sollevata dagli zoccoli diventava onda spumosa come il latte che bolle e andava a morire sulla terra rossastra, tra le caviglie sottili di Nicla e Lucia e l’odore era di sale e alghe. Scendeva da Montoldo con le zappe e con quelle mani, che a furia di stringerle si erano incurvate e in chiesa, la domenica, non potevano pregare ben giunte, ma solo intrecciate come chi supplica genuflesso; scendeva come un soffio, scaturiva da un angolo, da una riva color zafferano, bastava grattarla e subito uscivano brancate di conchiglie e minuscoli coni: era il mare antico e l’odore era più forte al tramonto. Scendeva e impregnava le gambe di legno di mio nonno, che con quell’odore salso diventavano alti pennoni dove ci giocava il vento e i colombacci diventavano sule e gabbiani. Coda Mozza, sciolto dalle stanghe, tolta la tirella e il sottopancia, si sdraiava su un letto di spinaci buttati ancòra tra il pilastro e la stalla, li aveva seminati a spaglio mio zio Antonio e alla Sangueterra se davi dieci ricevevi mille e quell’anno anche i conigli preferivano la paglia a quella verdura che aveva fatto grattare inguine e ascelle a mezzo Montoldo.

Cartapesta Le prime nebbie settembrine racchiudevano l’odore del mosto fermentato e del granturco. Lo sentivi più forte di sera, il buio era essenziale e la notte lo rendeva palpabile, complici i carri allegorici che noi ragazzi allestivamo di notte per la sfilata della sagra provinciale dell’uva. Percorrevamo la scura provinciale che porta a Milano, lì i campi 24


erano un solo granturco avvolto da una nebbia immobile simile ad una striscia di tessuto che variava l’altezza scoprendo ad intervalli regolari, ora i pedali ora le inflorescenze alle sommità e molte volte quel nastro di tulle si staccava dai bassi campi e avvolgeva le nostre caviglie insinuando la lingua come biscia argentea tra i raggi delle biciclette, quasi a rallentare la corsa verso i carri allegorici in allestimento, in questo o in quel cascinale o in quel capannone. In quei luoghi l’odore del mosto e del granturco si mescolava all’odore della colla, fatta con farina girata in acqua che bolliva, come si fa la polenta, ma non c’era destrezza di massaia che la rilascia con parsimonia aprendo con scrupolo la mano, ma la si buttava alla carlona e poi si mescolava con furia e il risultato era una polenta molliccia impestata di coagulamenti che si sarebbero rivelati sotto la pennellessa che correva sui brandelli di carta di quotidiano. I brandelli pregni di colla e costellati di grumi simili a bachi da seta davano vita a uomini buffi dai polpacci smisurati; l’anima di legno e di filo zincato, i quotidiani poi addolcivano gli spigoli e davano l’espressione alticcia, felice o malinconica. Ancora l’odore del mosto e del granturco si mescolava all’odore della vernice che era il soffio di vita: a molti mancava la parola. Poi sui pianali degli smisurati carri quegli uomini, quelle viti contorte e quei fiori di legno, di filo zincato e brandelli di quotidiano, diventavano un paese, una storia, una vita e passavano tra ali di folla festanti e lì vivevano la loro breve gloria. Sfilavano in Piazza del Popolo, il palco dei giurati era 25


di velluto carminio intervallato da festoni d’oro e il marito di Felicina, lo speaker, con voce pastosa insinuava un pomeriggio di vita a quella torma di cartapesta dalle guance troppo rosse e dai piedi troppo lunghi. I giurati alzavano le palette e un’altra vendemmia volava via tra grappoli d’uva che erano uomini, donne , bambini o dispettosi elfi. Poi il marito di Felicina dalla voce pastosa è volato come alito lassù, oltre le colline, oltre le nuvole e alla figlia, una bella maestra bionda , lasciò in eredità la bella voce, sicchè fu lei ad insinuare quel pomeriggio di vita a quella torma dalle guance troppo rosse, ma un pomeriggio qualsiasi la voce si spezzò con la sua vita e al funerale le nuvole s’incupirono colorando di fosche tinte il lungo serpente di folla arginato da robusti tigli grigi, ma le anime, come si sa, rimangono appiccicate ai vivi ai loro polpastrelli o ad uno strano vezzo che avevano da vivi; e ci vedono, sollevano le loro palette e dal parco carminio, come nembi, arrivano alle strane creature di cartapesta e intessono ragionamenti e passano le loro dita tra capelli neri di vernice e quando il rumore di tutti svanisce e la piazza dorme, come falene superano i tetti, lambiscono la torre campanaria, s’infilano nel ricetto e si confondono nel verde tasso e nell’edera, ma ogni notte tornano a posarsi sui ginocchi di Felicina e non si capacitano delle sue lacrime perché le anime sono sempre con noi, io l’ho imparato da mio zio prete che con loro ci discorreva. All’indomani della premiazione la voce di quella torma svaniva ormai deposta; presto sarebbe arsa rivelando i numerosi strati di vita: Corriere della sera, Gazzetta dello sport e Famiglia Cristiana.

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La paglia Un forcone, non più buono né per il fieno né per il letame, era buono solo per la“paglia“. Il forcone dai rebbi consumati veniva murato al centro dalla volta, su questo s’infilava un manico di salice o sambuco e all’estremità del salice o del sambuco si legava un pugno di paglia. Gaudio! Lì correva il vino, se alla paglia univano un serto d’edera correva anche quello rosso. Il comune fissava il calendario delle paglie mentre l’uomo del dazio sigillava la botte destinata alla mescita. L’ultimo uomo del dazio lo ricordo vagamente: magrezza abissina, camicia chiara chiusa con nodo scappino e una giacca abbondante su pantaloni segnati dai ginocchi. Quindici giorni durava la mescita e passava da un cortile all’altro da una via all’altra ove ci fosse un contadino con un po’ di terra per farne del vino, di quindici giorni in quindici giorni i banini lo bevevano tutto o quasi: contadino oste oggi, contadino bevace domani .Il nostro cortile s’animava: lunghi e stretti tavoli scuri si riempivano di contadini che disertavano la vigna e infilando le mani nei magri cavagnoli cercando le frittate che non c’erano… e così i salami e quelle belle galline cotte che sempre non c’erano e s’accontentavano, si accontentavano e cantavano: “Aspetti signorina le dirò con due parole chi sono, che faccio dove vivo…”. Cantavano e bevevano. Di domenica vestivano l’abito scuro, lo stesso indossato in chiesa grande quando, con o senza cravatta, si sposarono, lo stesso che li avrebbe accompagnati, sempre in chiesa grande, al canto. “Io credo, risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore”. I tavoli, nella stagione calda, erano a tramontana e si godeva il fresco 27


delle cantine. Io li rivedo, rivedo una ragazza tra i tavoli col vassoio smaltato mentre il sole illumina i bicchieri, i quarti, i mezzi litri e i litri piombati presi in affitto e gli avventori che infilano la mano della frusta nel taschino del gilè. “Spagnolette! Spagnolette!” Ripete il marito di Eurosia girando tra i tavoli. Ha un cavagnolo al braccio e una stadera da bambola e quando Mario o Piero alzano l’indice, s’avvicina, appoggia il prodotto sul tavolo e con calma da inizio alla pesatura. Uno scrupolo di spagnolette sul piatto e via, fa correre il peso costante lungo il braccio graduato poi… continua la sua magra corsa tra i tavoli imbevuti di vino. “Spagnolette! Spagnolette!” E rivedo ancora le trecce scure di quella ragazza e il naso affilato: rivedo mia madre.

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La zona di produzione ed il Consorzio di tutela La Collina del San Colombano è zona viticola interprovinciale, con Miradolo e Monteleone in provincia di Pavia, Graffignana in provincia di Lodi, San Colombano al Lambro in provincia di Milano. I vini banini, prodotti da piccole e medie aziende, rappresentano un esempio concreto di salvaguardia e valorizzazione del territorio attraverso una conduzione di vigneti oculata e rispettosa dell’ambiente. La viticoltura è mezzo di conservazione dei valori ambientali, paesaggistici, storici e culturali che hanno permesso alla collina di farci conoscere come oasi di tranquillità e meta turistica grazie alle sue attrattive: la storia del meraviglioso Castello Belgioioso di San Colombano la salubrità dell’agroecosistema, ricco del verde di boschi e vigneti dove si trovano anche Fonti minerali e Terme di Miradolo e San Colombano. La cultura del buon vivere si esprime anche attraverso le degustazioni dei vini abbinati a prodotti tipici che le cantine associate al Consorzio propongono durante i fine settimana. Da segnalare inoltre le Feste e Sagre dei paesi collinari: festa delle ciliegie e delle erbe spontanee, del salame, della primavera, dei piselli, la sagra dell’uva con le sfilate dei carri allegorici, il palio dei Rioni con le sfilate in costumi d’epoca, la festa delle castagne e altro ancora.

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I vini del Colle San Colombano DOC Rosso Vitigni: Croatina (30-50%), Barbera (25-50%), Uva Rara (max. 15%) Descrizione vino: vino di buona struttura dal colore ricco con riflessi violacei se molto giovane, porpora o rosso rubino se di media evoluzione. Il profumo è intenso con sentori di mora, marasca e mandorla. Il sapore è secco, sapido, vigoroso. Temperatura di servizio: 17-20° Tempo di consumo ideale: 1-3 anni Abbinamenti: primi piatti con sughi di carne, cacciagione, brasati, arrosti di carne bianca o rossa, gorgonzola.

San Colombano DOC Rosso Riserva Vitigni: Croatina (30-50%), Barbera (25-50%), Uva Rara (max. 15%) Immesso al consumo dopo un periodo di invecchiamento obbligatorio non inferiore ai 24 mesi di cui almeno 12 in botti di legno. Descrizione vino: vino rosso rubino intenso, dal gusto ricco e dai profumi ampi e speziati, di frutta rossa matura, confettura, vaniglia. Temperatura di servizio: 18-20° Tempo di consumo ideale: 2-8 anni Abbinamenti: cacciagione, brasati, arrosti di carne bianca e rossa, formaggi stagionati. 30


San Colombano DOC Rosso Vivace o frizzante Vitigni: Croatina (30-50%), Barbera (25-50%), Uva Rara (max. 15%) Descrizione vino: vino limpido con spuma di colore intenso, dal profumo ben pronunciato con sentori di piccoli frutti e marasca. Il sapore è secco, morbido, con fondo di mandorle e marasca. Temperatura di servizio: 16-18° Tempo di consumo ideale: 1-2 anni Abbinamenti: antipasti di salumi, frittate, verdure fritte, risotti, anguille in umido, carpe, grana lodigiano.

San Colombano DOC Bianco Vitigni: Chardonnay (min. 50%), Pinot nero (min. 10%) Descrizione vino: vino dal colore giallo paglierino brillante con riflessi verdognoli. Il profumo è floreale, intenso e persistente. Il sapore è piacevolmente secco, equilibrato. Temperatura di servizio: 8-10° Tempo di consumo ideale: 1-3 anni Abbinamenti: antipasti, pesce, carne bianca, aperitivi.

San Colombano DOC Bianco Vigna Vitigni: Chardonnay (min. 50%), Pinot nero (min. 10%) Descrizione vino: vino ampio morbido, strutturato, elegante. Il colore è giallo paglierino con riflessi verdognoli. Il profumo è intenso, floreale su fondo fragrante. Temperatura di servizio: 12-14° Tempo di consumo ideale: 1-3 anni Abbinamenti: antipasti, pesce, carne bianca, aperitivi.

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Indicazione Geografica Tipica Collina del Milanese L’indicazione geografica tipica “Collina del Milanese” è riservata ai seguenti vini: bianchi, anche nelle tipologie frizzante e passito; rossi, anche nelle tipologie frizzante e novello; rosati anche nella tipologia frizzante. I vini ad indicazione geografica tipica “Collina del Milanese” bianchi, rossi e rosati devono essere ottenuti da uve provenienti da vigneti composti, nell’ambito aziendale, da uno o più vitigni idonei alla coltivazione nella Regione Lombardia ed iscritti nel Registro Nazionale delle varietà di vite per uve da vino.

IGT Collina del Milanese Verdea Fra tutte le zone d’Italia solo a San Colombano si può vinificare la varietà Verdea, grazie alle caratteristiche microclimatiche della zona ed alla lunga tradizione locale. II vino che se ne ottiene, spesso proposto frizzante è adatto ad essere consumato fresco e giovane come aperitivo e come gioioso vino d’estate.

“...a te amico mio, i vini di San Colombano... se li seguirai con la stessa passione che mi ha mosso, ti stupirai anno per anno, e mi darai ragione; godono delle cure di cui sono oggetto e ti ricompensano facendosi sempre più consapevoli e compiuti...” Luigi Veronelli

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Aziende Associate al Consorzio

Az. Agr. Andronio

p. 31

Az. Agr. Antonio Panigada

p. 37

Az. Agr. Bossi Stefano

p. 43

Az. Agr. Casa Valdemagna di Diego Bassi

p. 47

Az. Agr. Gruppo Vignaioli

p. 55

Az. Agr. Guglielmini Giuseppe

p. 63

Un Racconto

p. 69

Az. Agr. Nettare dei Santi di G. Riccardi

p. 73

Poderi San Pietro

p. 79

Az. Agr. Pietrasanta Vini e Spiriti

p. 87

Az. Agr. Zocchi Giovanni

p. 95

Az. Agr. Il Profumo del Vino

p. 95

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Azienda Agricola Ignazio Andronio Percorrendo la statale che da Pavia giunge a Cremona troverete, dopo Miradolo, sparute case sulla destra: ecco Camporinaldo. Ero sicuro che, tra quelle poche case e tutta quell’erba con tutti quei fiori e la martellina e le api vivesse Rinaldo di Chiaramonte, eroe del ciclo carolingio e cugino di Orlando; che da qualche riva trattenuta da ceppi di castagno scaturisse la fonte dell’amore e del disamore, poi mi resi conto, osservando questi tetti dall’alto del Pomo Granino, che crescere non è gran cosa. Noterete una pesa pubblica, svoltate e percorrete la via senza curarvi troppo degli incroci; improvvisamente vi troverete immersi nei verdi misteri della collina, “onde su onde onnipresenti colline” (Cesare Pavese). Come dardo scagliato; come il dardo di Odisseo s’infila negli anelli delle scuri e va a segno, così in un baleno vi troverete con le guance appiccicate ai ciglioni di loietto; se poi, improvvisamente, vi girate vedrete solo un campanile e aria tant’aria; non vi è stacco tra pianura e collina, è una sfumatura di abile macchiaiolo. Camporinaldo è una via attraversata da un’altra via, tutto qui. 35


Per arrivare dagli Andronio è possibile percorrere questa via; giunti alla chiesa svoltate, la strada è un imbuto che s’allarga in prossimità del sagrato, qualche luce di negozio, delle ragazze a cavalcioni sulle canne delle biciclette , una gatta che si toeletta e siete arrivati; oppure la potrete raggiungere costeggiando il camposanto. L’immobile è di recente costruzione. Al piano rialzato c’è l’alloggio privato, sotto si sviluppa lo spazio per la vinificazione e conservazione del vino. Recipienti in acciaio, altri in vetroresina; cartoncini scritti in bel corsivo ti dicono che lì dentro c’è un (una) croatina giovane oppure un (una) malvasia in purezza. Lo spazio è contenuto e dalla cantina vedi, nella cornice dell’ingresso, delicate piante e ciocchi buoni per Natale. Nel locale seminterrato abbiamo un luogo singolare: la stanza del silenzio. Lì non esiste rumore, infatti Aurora confeziona le bottiglie rigorosamente a mano. A mano si riempiono con una “balia”, così è chiamata la riempitrice manuale. E’ formata da una vaschetta smaltata con un galleggiante che controlla il livello del vino; dalla vaschetta partono dei beccucci simili a sottili capezzoli che s’infilano nelle bottiglie come fossero piccole bocche neonate. 36


Il gorgoglìo è il solo rumore che senti. I tappi di sughero, con un gesto d’amore, scivolano nei colli, ciò che senti è l’impercettibile attrito del poroso sughero nel collo di vetro poi vetro e sughero diventano una cosa sola, infine Aurora, con calma stira le capsule e incolla le etichette. Alcune mele rosse e arrugginite sono sul tavolo, l’odore acidulo, è simile a quella della stanza delle mele di Gisella (Cesare Pavese) e come Gisella, Aurora, sembra fatta di frutta e appiccicoso miele, lei lo produce; ha venti alveari e i vasetti allineati hanno il colore che va dall’ambrato al quasi trasparente, come la gelatina che fa luccicare le crostate di frutta. All’esterno, sul retro del corpo di fabbrica, s’allunga una striscia di terreno con peschi e meli, mentre nell’angolo più assolato uno stabbio ospita poche galline, sembrano cocotte di Provenza. Un tiepido vento incotona il piumaggio e il gallo s’infervora. L’azienda e di papà Ignazio, la figlia Aurora è coadiuvante a tempo pieno. Quando non è nella stanza del silenzio ama andare al cinema Anteo, e perdersi nell’acre fumo Bhogardiano. Aurora dita rosate ama leggere. Per lei la narrativa è un treno a vapore. Ciuf, ciuf. Oggi la conduce nella piccola cittadina di Progrody dove vive Nissen Piczenik il mercante di coralli “… era un ebreo di pelo rosso, la cui barbetta caprina color rame faceva pensare a una varietà di alga rossigna e conferiva a tutta la persona 37


una sorprendente somiglianza con un dio marino.” (Joseph Roth da Il Leviatano) Oggi a Progrody e domani? Chissà! Ciuf, ciuf. Forse all’ombra del Castellaccio di Maccastorna di cui Giacomo Gabbiano nella Laudiade canta: Monumento esacrabil di sangue Per te versato, o Fondulo Cabrino, Sta Maccastorna di guerrieri audaci Famosa: e tal nel sermon greco suona. La produzione è contenuta, ma in quel poco Aurora ci mette il cuore. I vini sono sinceri come le sue rosse e lucentissime guance, simili alla cuprite della Cornovaglia.

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Azienda Agricola Antonio Panigada Vino Banino Oltrepassato l’antico “Portone” la trovi alla destra, dirimpetto all’Oratorio di San Rocco. Un’ antico portale in marmo rosa apre sul raccolto cortile. Alla dritta una siepe di gelsomino errante dai fiori stellati, tutt’attorno scimitarre di verde antico, petunie striate e gerani imperiali pervadono l’intimo cortile di una fragranza molle, appena percettibile. Il sapore di questa azienda è simile al suo odore: buona e antica essenza che si coniuga a religiosa calma. Trasuda dai muri di spina dove sono allineati i tini per la vinificazione. Anche le moderne attrezzature, grazie alle passate ombre, bene arredano l’àmbito, non vi è strappo: la pressa vaslin sembra un biadermeier messo lì con gusto, da Mario Praz. Attraversi il cortile ed entri in un ampio locale, le pareti sono coperte da encomi e riconoscimenti conferiti negli anni e allineate, su di un tavolo, le etichette prodotte. La fiamma di un camino illumina tutt’attorno scatole di cartone “america” e noti, in questo baluginare, il marchio stampigliato: le dolci effusioni di due merli, appena celate da un tralcio di vite. Ha! Il maschio è quello più scuro. Una scala, per corrimano una sàrtia, ti accompagna nella cantina come fosse la cambusa di un brigantino; quella del papà Stefano 41


ospita l’affinamento in botte, altro corridoio e altri locali con pareti di bottiglie che lì aspettano con religiosa calma. Vi confido che quando scendo in quella strana cambusa e vedo nella luce fioca quelle bottiglie le confondo con una moltitudine di neonate che dormono un sonno tranquillo e ristoratore. Antonio è il titolare, laurea in economia, ma con una forte attrazione per le silenti colline colme di viti, pertanto decise che il suo futuro non poteva essere che quello di perdersi tra quella ridente vegetazione e fare vino e …. buon sangue non mente. Lui è uomo di terra, infatti non ama i passaggi in aereo, predilige le poderali strette percorse con un vecchio Swm Guanaco e sentire i salti tonici dei torrenti piacentinparmensi. Ama smodatamente il suo cane Filippo, un fox terrier pelo raso, lo ama a tal punto da renderlo protagonista di fotografie con il suo celebrato Vino Banino. Ha! Dimenticavo… il solaio di Antonio da settembre diventa il rifugio profumato di novecento cassette di Uva Malvasia di Candia; a dicembre daranno un passito avvincente. In cantina c’è un arredo che sta molto a cuore ad Antonio: un tavolo. La ruota di un vecchio carro agricolo funge da supporto a uno spesso cristallo e intravedi le razze di 42


legno scalfiti, graffiati, rosicchiati. Il carro era del nonno materno Felice, e quei segni sulle razze blu sono i vecchi morsi di un agitato e peloso giavanese, amico fedelissimo del nonno. Mentre il carro procedeva il cagnetto si accaniva su quei birilli infastidito, forse, dalla loro imperturbabilità. Nonno Felice, possidente viticoltore visse accanto all’abitazione dove nacque il Beato Don Carlo Gnocchi, non lontano dal nipote Antonio. Buona e antica essenza che si coniuga a religiosa calma. Antonio ti accoglie nel locale terreno, prospiciente la corte, illuminato quanto basta ad assaporare, in mistica luce, vini passati in legno, ma per renderti conto della virtù del tempo è necessario scendere in cantina e con calma avvolgere il calice tra le mani; sicchè vino, calice e mani sono un tutt’uno con il tepore del tuo sangue, poi lentamente lo porterai alla bocca e lo godrai. Prospiciente al portale rosa d’accesso, da tempo memorabile, 43


vive la “Salumeria storica Stefano Panigada” padre di Antonio. Stefano usa con sapienza cognac e alloro conferendo al patè una consistenza straordinaria e, da sempre, i suoi cotechini richiamano frotte di meneghini. Antonio pecca un po’ di franceseria. Si definisce Vigneron independant, ma io lo assolvo con un’Avemmaria e due Paternostri visto il felice blend del suo Banino.

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Azienda Agricola Stefano Bossi Durante i temporali estivi tutta l’acqua che scendeva dalle vigne di Montoldo e Valdemagna veniva raccolta da un fossone che percorreva, in parallelo, l’intera Contrada Osteria e si gettava nello spazio ora occupato e asfaltato di via IV Novembre. Era, IV Novembre, un gran fosso sul quale si affacciavano le abitazioni e un sentiero stretto percorreva la parte alta delle rive permettendo l’accesso attraverso i malridotti usci. Robinie, rovi, ortiche mettevano radici in quella terra scura, bagnaticcia, popolata da vermi grossi come un dito , ottimi per le tinche. Dopo vari salti quest’ acqua ne raggiungeva un’ altra che andava giù, verso il mulino. Lì le rogge s’incrociavano e l’odore non era di collina, ma di salici di fiume, lo stesso che impregnava le piarde dei mulini di San Michele e Paneperso e i vestiti di Lazzaro Scacerni. Ora via IV Novembre ha facciate ben dipinte e buoni usci e ortiche, robinie e rovi sono un lontano ricordo; come pure il fango che si portava in casa, sotto i piedi. L’azienda di Stefano è situata all’interno di uno stretto cortile, è composta di un unico locale al piano terra dove recipienti in acciaio girano tutt’attorno, lasciando la parte centrale sgombera per le operazioni d’imbottigliamento, i muri sono rivestiti di maiolica e un piccolo spazio funge di accoglienza. L’azienda è stata fondata dal nonno paterno, il padre l’ha ampliata, Stefano l’ha svecchiata con i suoi pochi anni. Infatti il ragazzo è molto giovane, tanto che i giornali locali gli hanno dedicato parecchie colonne per la caparbietà del diciottenne che si è messo a fare vino. Capigliatura castana e occhi d’un bel verde. Spalle e busto di chi nuota a farfalla piantate su 47


solide cosce ama la compagnia delle sue viti e le conosce. Sa di quelle instancabili che si coprono di grappoli e di quelle che scantonano un po’, per queste meschine nutre un particolare riguardo perché hanno bisogno del suo conforto. Rifugge la confusione, nonostante il padre Franco e la madre Lidia lo esortino alla mondanità, ma lui niente, incurante alza le spalle e corre col trattore a dissodare i filari, felice nel sentire un refolo d’aria tra le scapole e lo svolazzare delle gazze bianche e nere alle sue spalle come fossero gabbiani che seguono la scia dell’elica. Franco, il papà, uomo largo di collo , si diletta con la fisarmonica, gli smisurati polpastrelli pigiano i registri soprani di madreperla e dal mantice le ritmiche mazurke della Mosovia escono piccole, come da bambola e ogni trattore per lui sembra un giocattolo a pedali. Lidia, la mamma, simpaticissima è un omaggio a Botero; entrambi sono orgogliosissimi di Stefano perché la tradizione non è volata via, tutto il sudore versato dai grandi vecchi non si è perso tra le radici, ma è germogliato e ha getti verdissimi. I vini gli rassomigliano per la gaiezza dei nomi e il distacco da ogni ideologia. Si annoverano le indicazioni e la denominazione rossa; quella bianca con Pinot nero dal piccolo grappolo serrato, vinificato in bianco. Il vanto Stefano è la produzione di un bianco per la Santa Messa. Non tutti si possono fregiare di tanto onore, in quanto è necessario una dispensa della Reverendissima Curia Foranea che accorda la facoltà di vinificare ciò che durante l’offertorio il sacerdote offrirà all’Altissimo. 48


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Azienda Agricola Casa Valdemagna Valdemagna prende il nome da Valle degli Amagiis. Si estende a ponente della cittadella del castello, compresa tra Colle Montoldo e l’antica strada ascendente. Chiamano Montoldo anche quei pochi cortili che, da via Belgioioso, salgono su fino a perdersi tra le rive d’iris e i torrini della Cicogna e quello di mezzo. I ragazzi e le ragazze di quei cortili erano i figli di Montoldo. L’inverno assopiva la vivacità del loro sangue, ma le prime lucertole sulle siepi presagivano già le tiepide sere con l’aria sulle guance, e già il sangue sudava e, mentre Angelù contava fino a cento, ci si nascondeva al buio in tiepide tane. Le mani vigliacche insinuavano le cosce di questa o di quella che s’accapponavano e subito, con malizia, strillava e ci faceva trovare. Sono nato in questi luoghi e conoscevo le tiepide tane, le cosce al buio e l’alito di ciliegia. Lì l’odore del vino era come l’aria che sazia i polmoni; lo sentivo tutto l’anno, da mosto a quando, denso e nerastro come sangue, imbeveva i tavoli della paglia. Sono tornato per sentire ancora i vapori del vino nuovo che pungono tutto; per la schiuma sanguigna che monta nel mastello mentre esplode dalla cannella dei tini; sono tornato per il rumore della catena nella botte. Era una danza! L’afferravano in due e la ninnavano su dello strame o su grandi foglie di melica. La catena ripuliva la pancia ispessita dal tartaro e ad ogni risciacquo l’acqua diventava di un rosso sempre più stremato uguale all’ultimo marchese, poi colavano sfinite su lunghe scale a pioli allungate a ridosso delle cantine. 51


A maggio quei pioli avevano sottratto le ciliegie agli storni. Dalla torre quattrocentesca, adiacente al sagrato, prendete a destra, costeggiate un’antica cinta, le fessure hanno ciuffi di parietaria…. “Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci e i ciuffi di parietaria attaccati ai muri…”. (F. Guccini Vorrei 1996) … poi un’antica pertinenza del castello, infine girate a sinistra, la via sale appena, Casa Valdemagna si apre su un cortile rurale risalente al XII secolo. Nel 1878 mio bisnonno acquistò il cortile, denominato antica Caserma comunale, in seguito a regolare esperimento d’asta. L’antica aia, in terra battuta, ora è adombrata da una quercia dalle foglie glabre, come la promiscua e lasciva menade salvata da Dioneso; da un filadelfo dai fiori come zagare e alcuni nespoli che di novembre sono chiese infiorate. Un’edera si spande sulla gronda del porticato, scende come un sipario e cela i segreti delle mie cantine. Hanno pareti rosso cupo e crudeli minotauri si rincorrono. Stinchi sottili e zoccoli aguzzi. Precede la cantina, poi il luogo della vinificazione, tini in acciaio e vetroresina, le pareti sono in clinker rosato. Sopra questi luoghi un infinito cascinale interrotto solo da larghi pilastri in mattoni a vista. Era la mia barcaccia affacciata sul palcoscenico e lo strame, morbido mazzo di fiori, era la mia poltrona e dalla platea vedevano a penzoloni i miei piedi. Dirimpetto c’è la sala d’imbottigliamento e tappatura, poi le etichette. Il cortile gira tutt’attorno, a ponente il muro altissimo è una sola rosa Baccarà, i petali hanno lospessore del velluto. “... suo fior spigoso e molle. Purpureo amaranto”. (L. Alemanni) 52


Nell’angolo una vite d’aleatico ha intessuto un pergolato; a maggio i grappoli perdono i petali passando dall’infanzia alla vulnerabile e pruriginosa adolescenza e d’autunno Aracne stende il suo mantello color porpora con scene d’amore tra gli olimpi. In quest’angolo antico lontano dai rumori e incontaminato rivivono lunghi tavoli, domestiche credenze e ricette scordate. L’intonaco, insinuato dalle petulanti vedovelle aleatiche, cela antichi locali dove Giulia fa rivivere sopite ricette e crea abbinamenti sensuali. L’odore dell’impasto del pane si spande dalla cucina, sale e raggiunge i tralci dei lampadari che disegnano ombre tremule. Osservo le sue mani mentre amalgamano la farina: sembrano scolpite da Alkamenes. Il tavolo scuro, come il confessionale di San Giovanni, accoglie alcune riviste della cucina italiana del Ventennio e l’opera Evangelicae Historiae Imagines Anno Domini MDXCVI. Una scala in graniglia rosa vi porta alle sale superiori e l’ odore è di marasche sottospirito con tanti chiodi di garofano e ancora libri, un’edizione dell’orlando Furioso del 1539, un opera del Boccaccio del 1554 sulla genealogia degli dei, l’Historia della citta di Parma del 1591 di Bonaventura Angeli Ferrarese e ancora Diodoro Siculo e … sulle domestiche credenze vini dai nomi mitologici. L’antico alito Pagano rinasce sui mobili scuri e beffa i moralisti e il doc Icario, l’Erigone Barbera e Berenice rosso popolano questo luogo come fosse il 53


trionfo di bacco di Annibale Carracci. Casa Valdemagna coniuga vino e cucina a brancate di cultura antica e tanta mitologia. “Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre” Salustio, Degli dèi e del mondo. E quando, oltre il giallo dei muri, oltre gli antichi quadrelli e oltre l’intonaco insinuato delle petulanti vedovelle, il freddo è lì e cerca di entrarti nelle ossa Giulietta vi conquisterà con lo zabaglione alla verdea. L’Università poi lo studio in Morozzo della Rocca. Il corridoio che mi divideva da Giancarlo, era lunghissimo e aveva una moquette rossa granatina, identica a quei ghiaccioli di metà luglio. Il ghiaccio non era fitto, ma a scaglie e si svuotava di colore mentre lo succhiavi e poi ti rimaneva soltanto un reticolo di ghiaccio trasparente e insapore. Ho scelto quell’ufficio non per i soffitti altissimi a cassettoni, ma per il colore del pavimento, mi ricordava mia zia ancora signorina, i mucchi di fieno e le galline con le ali, le remiganti primarie, tinte d’anilina. Quelle rosse erano di mia nonna. Quando lo percorrevo allargavo le braccia, come facevo da ragazzo tra i filari, ma sentivo solo il liscio dello stucco veneziano e non grappoli. Era un pensiero costante e un giorno decisi di tornare, allargai le braccia e sentii i grappoli spargoli dell’uva rara leggermente indachina.Non ho lasciato definitivamente Milano in quanto la campagna , se si esagera, ottunde i sentimenti; il trucco è trovare le giuste dosi di stucco veneziano e grappoli da palpeggiare, e il fegato credetemi, ne trae un incommensurabile giovamento. La “posologia “è di vitale importanza, ti da la possibilità di sopportare 54


tutti, anche i pirla. Ora allargo le braccia e sento i miei grappoli, li riconoscerei anche al buio, sono come i figli, non hai bisogno della luce per sapere i loro profili. I miei vigneti coprono pochi ettari che distano tra di loro un passo di gallo. In Valle Montoldo ho il più consistente, io lo confondo con il giovane bacco del Merisi che, raggiunta la sommità, guarda il paese e i miei tetti con indugio infantile; è ben assolato e una brezza soffia da est. Le viti che lo popolano sono amazzoni attempate che non tradiscono perché hanno radici piantate in fondo e all’imbrunire fanno il verso alla siccità ballando un leggero frin fru. L’altro pezzo di terra è disegnato da una mano felice, lì il sole ci ha fatto il nido tanto è il caldo che sorge dalla terra. I filari si accavallano ordinatamente e se improvvisamente alzi lo sguardo hai l’intera valle che ti sovrasta. Una striscia di robinie fiorita scende sinuosa dalla sommità e avvolge, come una giarrettiera, la coscia della collina. Un’edicola votiva è posta all’incrocio di due poderali, a destra si apre Valloncella. E’ un dolce declivio di cultivar dai selvatici ormai scomparsi e viepiù, lì hanno dimorato innumerevoli peschi; le radici rossastre, ora come fossili, conferiscono un profumo tonico alla croatina. Alla sinistra una strada serpentina conduce in Val Cornaleda. Salgo la schiena di un dosso, è quasi in piedi… è il Golgota, ma la fatica è premiata da un impasto impareggiabile del terreno, un apoteosi di sali minerali che non teme la canicola ed è ricco di uva verdea. Ottengo 55


un bianco ottimo con la minutaglia di fiume, ma altrettanto con la pastafrolla. L’edicola votiva è dedicata alla Madonna del latte. “Le madri venivano e pregavano affinchè dai loro seni sgorgasse tanto latte… venivano le suocere per le nuore e la madri per le figlie e tutte si assiepavano, spesse come pòto, nel pronaos e pregando si assicuravano latte dalla Vergine che allora, col viso slavato dal tempo, le guardava tutte …, poi sul pavimento di marmette rosse e bianche svuotato dal calpestio dei piedi sottili, larghi, equini e dolci, rimanevano fiori strappati alle rive dei fossi, e guardando il pavimento sapevi se era di marzo, o d’aprile, o di maggio; lo sapevi dai colori e dagli odori.” da “Casa Valdemagna racconta.” Dapprima il sangue antico, poi ho sorriso alle rughe che nascono dal verderame e ho compreso la serenità della stanchezza: una catena trasmessa fatta di odori e sensazioni ed è dirompente salire il Golgota solcato da filari; il cuore sbatte come un pesce persico catturato: è come se volesse uscire dal costato. Poi raggiunta la cavedagna ti siedi sulla riva e tutto si calma, anche i dolori dell’anima diventano piccoli. E’ vivido il ricordo di mio nonno, ragazzo del ’99. Le sue gambe volarono nel fragore si una granata e sua madre non riuscì a non morire. Diventò un impareggiabile innestatore e le sue mani generarono un’infinità di barbatelle che ancora oggi vivono nei crudi dossi e danno grappoli pingui perché hanno per radici un po’ delle sue gambe. Quando le sale si riempiono di amici e nei bicchieri il vino finalmente respira, il mormorio viene rapito dall’aria e vola, vola e tutt’attorno è un solo madrigaleggiare. “Zefiro torna Zefiro torna, e di soavi odori l’aer fu grata, e’l piè discende a l’onde e mormorando tra le verdi fronde fa danzar… .” Amo i passaggi in aereo e quando posso volo e raggiungo volti disparati e guardo nei loro occhi , mi dicono più cose delle loro voci. 56


I Vini

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Azienda Agricola Gruppo Vignaioli L’azienda è acciambellata come una gatta soriana, che ha scelto quel cantone perché ben riparato. Lasci l’asfalto della via Capra, l’azienda è di fronte. Dritto vai in Val Panate, ricca di fitte robinie. – “Un tempo, ricordo, i due versanti erano spessi di viti, la riva era alta e impervia e condurre anche solo due pertiche era impresa eroica. Ora, se passeggi tra gli alti fusti, puoi vedere le antiche viti strisciare tra l’edera e salire come bisce attorno ai fusti di robinie e perdersi nelle chiome e scaldarsi al sole ritrovato.” Sul cancello d’accesso una tavola di quercia ben levigata porta inciso il nome Gruppo Vignaioli. È l’unica azienda sul territorio che produce vino biologico; le spesse e scure borgognotte sono vestite di rose carminie e bluette. La sede è di recente realizzazione. Precede un portico con un vecchio carro agricolo; appesi alle sponde vecchi finimenti, distingui il collare impagliato, il sottopancia e la tirella. Un po’arretrato, che guadagna l’ombra, un tarlato, lungo e stretto tavolo della paglia sul quale troneggia una zucca da collo. Non puoi fare il risotto e neppure i cenci fritti e il nome si deve al suo lungo collo e i contadini, tra questo e le spalle del frutto, 59


ci facevano un cappio in modo da poterla appendere al cavagnoli e portarsela in collina con dentro il mezzo vino, ma prima andava essiccata e, con l’ausilio di un filo di ferro ricurvo o un ferro da maglia, svuotata della polpa e dei semi, poi una manciata di ghiaino, un po’ di vino e la si agitava come il barista che fa il negroni. Una volta ben colata e asciutta è un impareggiabile thermos e tutti i contadini ne avevano una e la mettevano all’ombra delle umide rive coperta da una brancata d’erba o nei fossi solcati dai ragni morsini o maddalene, fantastici insetti scomparsi che scivolavano sulla superfice come navigati pattinatori. Sulla superficie di quei fossi, insetti ormai spariti, ragnomorsini o maddalene, fantastici insetti scomparsi che scivolavano come navigati pattinatori. Alla destra bancali di bottiglie intonse. L’ingresso è ampio e si apre su uno spazio espositivo. Il sole irrompe e indora i tavoli ben agghindati che mostrano, come fanno le fanciulle da marito, le fattezze tipiche dei vini prodotti. Nel periodo della natività quei tavoli trionfano di cesti e nastri colorati, cassette marchiate a caldo e un’infinita gamma di scatole “cadeau”. Alla destra altro spazio, le pareti sono nascoste da numerose e alte vasche semprepieno in acciaio contenenti vino da vendersi sfuso, pratica commerciale che poche aziende hanno mantenuta viva. Dall’angolo del vino sfuso ci si avvia all’area di imbottigliamento e relativo confezionamento. Locali pulitissimi e sobrii, con ampia possibilità di movimento; 60


da questi ci inoltriamo nei locali stoccaggio con recipienti in acciaio ben allineati, uno spazio è comunque riservato a numerose botti in cemento vetrificato. Un angolo a tramonta è riservato all’affinamento in botte. Due calastre in legno sostengono botti di buona dimensione che riposano aspettando la maggiore età del loro protetto. Una salita alla sinistra del portico antistante ti porta alle spalle del complesso dove ordinati filari salgono l’irta collina fin sotto alcuni castagni bruni. Il Gruppo Vignaioli nasce sul finire degli anni settanta, i metodi di produzione rispettano l’ambiente circostante e anche nella vinificazione nessuna forzatura viene attuata. L’azienda è una società agricola di proprietà Cesari e Carrara. Luciano Carrara nasce toscano, milanese d’adozione, venne in questo territorio ancora universitario poi, molto probabilmente, si innamorò dei luoghi e pose salde radici. Concreto, solingo con anarchica chioma e tanta barba, come un’anacoreta che ha scelto San Colombano come luogo per raggiungere la perfezione cristiano…. enoica. Luigi e Eleonora Cesari sono banini per eccellenza, lui un ragazzone moro dedito al duro lavoro; mentre, la sorella, Eleonora al crepuscolo ha la luminosità delle pitture vascolari attiche. Folta chioma corvina e profilo greco, potrebbe essere Eno, la Vignaiola. Il padre Anio la dedicò a Dioniso; in cambio promise che tutto ciò che Eno toccasse invocando il suo aiuto, si sarebbe trasformato in vino. Luciano ama cucinare e a Pasqua 61


prepara il kokorecy. Il degno premio al duce vincitore: fegato, cuore e rognone avvolti nella sua rete di grasso che stesa, ahimè! sembra un lavoro a uncinetto di pessimo gusto; in ogni caso lui, con quei lacerti sanguinolenti, rosmarino, timo e alloro e un’infinità di altri odori ne fa uno spiedo agamennoniano. Eleonora, invece, ama sudare nella sua tuta grigio perla correndo e sfiorando i biancospini della Serafina. Le gocce di sudore imperlano il mento e scendono lungo il collo trascinando la fragranza del suo corpo e di quel poco patchouli di Madras, lasciato dall’indice, là dove l’orecchio s’attacca alla nuca. Il Gruppo Vignaioli nella bella stagione vi ospita sotto il portico accanto ai finimenti e alla zucca da collo: mentre di novembre il vostro stomaco sarà tutto un vampa nelle tiepide cantine, e in coro farete il verso al gelido fiato che scende da Val Panate. La ruralità del Gruppo Vignaioli si rivela nella tavola imbandita con taglieri spessi di robinia sagomati da abili segantini e tovaglia carrè che stesa a quattro braccia si gonfia come spinnaker e piano piano si sgonfia e segue il piano di bruno castagno; la natura biologica consiglia le mani per togliere il sottile budello al mostoso salame. Le mani sono la naturalezza; via l’alpacca, via il bambù cavo che ospita l’acciaio e via anche l’argento che brunisce. Ha! le mani spiegano la naturalezza dell’azienda, ricordano il messorio e la falce, la lama che toglie l’odioso e asfissiante convolvolo alle pubescenti viti. Poi finalmente respirano ! “Per casa è un sentore di spigo”, recita G. Pascoli. Dai Vignaioli e un sentore di vino antico, un sangue inalterato con spiccata naturalezza. La produzione biologica consente al vino di essere. Rossi imberbi, impudenti e immediati, rossi giudiziosi che impegnano i sensi.

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I Vini

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Il vino vive, si muove e genera l’oscuro fondo L’isola felice di San Colombano si fregia di piccole aziende che trasformano l’uva rispettose di una tradizion antica, senza trascurare, ovviamente, quell’igienicità che è di normale e comune intelligenza. L’uva muta d’aspetto, ma continua a muoversi nel ventre aggrumato di una botte o nel culo buio della bottiglia. Ai primi tepori i tralci contorti delle annose viti spingono e gettano gemme mielate; il fratello più grande, già in un legno speziato o nel vetro, grazie ad un cordone ombelicale di spirito lo avverte e comincia una danza che nasce dal basso e lo riporta infante rinnovando i primitivi umori, piano poi si acquieta lasciando sul fondo del recipiente una lieve positura. Lieve sedime, anima di antichissimo succo che non è volgare difetto, ma il naturale e suggestivo mistero di esperienze passate. 64


A molti vini questa gioia di vita è negata, grazie a tecnologie che danno sì limpidezza, ma privano Voi fruitori di quell’effluvio di profumi che solo un’alchimia naturale riesce a fare. Queste Aziende per ridurre tale sedime adottano il freddo di gennaio, che fa precipitare parte dei cristalli; oppure attendere che la fermentazione si completi in botte, ma il vino è ricco di misteri e molte volte i processi naturali non riescono a dare ciò che i nostri occhi vorrebbero vedere, pertanto è una sfida continua, una dolcissima guerra. Inizia con la vendemmia e rincorre la luna, che ogni anno dona una tipicità mai uguale, simile ai nostri figli che ci assomigliano nell’ossatura sottile, ma differiscono per la dolcezza dei loro pensieri o per l’aspro scatto d’ira. Fare il vino è un gesto d’amore.

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Azienda Agricola Giuseppe Guglielmini L’Azienda è simile ad una donna vereconda, riservata, un’adolescente vergognosa! Infatti, quando arrivi a Miradolo non ti salta negli occhi, ma la devi cercare. Un corta via, arginata da strette facciate di colore disparato, ti conduce ad uno spiazzo: un’aia. La terra battuta si alterna a vecchie gettate di cemento, l’erba s’insinua caparbia. Sull’aia un’ala di portico, dai pilastri smangiati, protegge alcune corbe solo da guardare in quanto il tarlo a succhiato l’intero midollo dei salici rossi rendendole leggerissime; molto probabilmente il taglio non è stato fatto in luna calante. Si accede al cortile, ad est un alto muro ostruisce ogni sguardo e la parietaria come le trombe di Gerico gonfia l’intonaco fino a staccarlo. Le travi del portico interno s’infilano in questo muro fino alla mezzeria e sotto alcuni fermentini in acciaio rischiarano i monaci delle travature. Guardando quei tetti, quell’ordito, i cascinali interrotti da pilastroni a secco sembra il cantone di una vecchia cascina lombarda; come se il Gigante Ancelado, prima di essere colpito da un masso scagliato da Atena e diventare la Sicilia, avesse con le mani raccolto, come chi ha sete, l’acqua da un secchio; cosi ha rubato all’afosa e appiccicosa pianura quel cotto, quell’ordito di pioppo e l’ha posato al fresco, tra le vie mozze di Miradolo. L’andito dei portici, il cortile interno fino al muro con la subdola parietaria si riempie, di settembre, di ceste di uva rubate alla Battaia e pigiate in una scintillante pigiatrice. 67


Poi finito il tumulto settembrino tutto quello spazio si riempie di tavoli con bianche tovaglie batista, che rasentano il cotto messo di spina. E’ la gioia settembrina! I Guglielmini la esternano su quelle tavole imbandite di insaccati, micconi di pasta dura e mazzi di ingenui e gialli topinambur. Uscendo dal cortile hai di fronte una struttura meno datata, la facciata e grigia di cemento e oltre ad uno stretto ingresso, una piccola ribalta si affaccia, si sporge sull’aia. Alle spalle si aprono i locali destinati all’imbottigliamento. Una giostra accompagna le bottiglie come petulanti liceali in gita a Sant’Appollinare in Classe e ricevuto il vino, giungono alla tappatura, dall’alto vermiglie, verdi, e azzurre capsule, come cappelli, cadono sui colli ed infine l’etichetta, poi in gruppi di dodici si acquietano in bianche scatole. Il pavimento è in clinker rosso. Le pareti sono occupate da recipienti in acciaio e l’odore è di collina. Di collina? Già! La collina ha il suo odore e chi la lavora se lo porta nelle mani, nei calzoni e nei capelli. Chi se ne andato da contadino può cavarsi la pelle ma non lo perde, è piantato nell’anima. Lui si gira di scatto quando incrocia un sudore come il suo. Può essere anche di mare. I pescatori seminano a spaglio reti immense e arano i flutti e la luna è sempre quella, illumina i germogli del tarassaco che, con tanto aceto, sono buoni con le uova cotte e allo stesso modo illumina i calamari avvinghiati a esche come subdole lucciole. Meschine borse d’acqua salata che 68


vanno a morire dilaniati da una ridda di aculei. E’ un odore che somma l’acre sudore al sale e al verderame, alla saliva sui palmi per serrare la zappa o il remo e all’ odore di papaveri, convolvolo e celeste cappero a quello del sangue che schizza dagli occhi dei tonni uccisi e ti macchia la lingua, senti il sapore e l’odore fresco dell’erba tagliata, fino a quello delle foglie secche e arrotolate dai sigarai che sa di trinciato forte. Le rughe sulle stesse guance sono solchi profondi che ci puoi piantare una barbatella, sembrano onde in una rada dove la chiglia non tocca. Dal clinker che rosseggia si scende alle cantine. Man mano che scendi, nei mesi estivi, la pelle si accapona; d’inverno puoi stare in manica di camicia. Enormi cesti di ferro zincato ospitano le bottiglie, sono coricate e mancano dell’etichetta, verrà apposta in un secondo momento quando lasceranno per sempre il luogo natio. A dieci passi c’è l’abitazione di Giuseppe il titolare; ti riceve Teresa, la moglie, i due figli e la nonna Rosa, di lei noti i sottili capelli bianco violetti, ma subito lo sguardo è rubato dalle sue mani che, come tralci hanno giunture gonfie e ti dicono di tutte le vendemmie, di tutte le polente menate, di tutte le brocche messe ai piselli e di tutti i grappoli, già uno accanto all’altro arriverebbero in Perù. La cucina fa bella mostra di una stufa amaranto che mi scalda i lombi: è come entrare in un fiato caldo. L’odore è di coniglio steccato con pancetta liscia arrostito con lentezza. Il vino aggiunto darà un ristretto caramellato. Teresa mi racconta dello zio arciprete Giuseppe 69


Guglielmini, parroco di San Michele Arcangelo dal 1801 al 1841. Figura molto importante in quanto organizzò attività civili e i primi servizi pubblici d’interesse sociale. Giuseppe, nipote dell’arciprete, oltre all’ attività vitivinicola si dedica alla coltivazione del riso; pratica agricola usuale a Miradolo da sempre, là dove la collina scendendo diventa bassa, diventa pianura. Produce il carnaroli, ottimo per il risotto con le rane. Quando tutto è tranquillo, sia in collina che in piano Giuseppe si dedica alle sue pìpe. Lui non ci fuma, ma è deliziato dal bocciolo di legno, nel quale si calca il tabacco. Ne possiede a centinaia, dritte, a boccetta, curve e quadre; le tiene in alcune vetrinette e a turno le vizia, ubriacandole con del brandy, consentirà al legno un invecchiamento senza rughe. I commensali sotto il portico, interrotto dagli enormi pilastri, sentono l’odore del mosto che bolle generando, negli intimi tini, un cappello rosso cardinale striato da un’effervescenza rosata. La generosa ombra del portico regala capriate antiche intessute di ragnatele e si chiacchiera oziosamente del vino, dei figli e di lascive donne; mentre dall’alto dei monaci ti osservano, stupite, lucide gatte dai capezzoli rossi. E nel silenzio senti il rumore dei denti che masticano bruschi sedani. I Guglielmini offrono rossi giovani e passati in legno, bianchi briosi e spumanti e sono fortunati perché un vecchio prete che parlava il dialetto, ma sapeva molto di latino li osserva e passa le mani tra i loro fitti capelli.

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I Vini

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Il Profumo del Vino

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Azienda Agricola Nettare dei Santi La raggiungi dalla Via Capra, una bella salita che prende di sguincio il paese; oppure percorrendo la Collinare, in ogni caso quando imboccherai il viale due ali di lavanda argineranno il tuo cammino e… se sei in favore di fioritura sembreranno insoliti cirri argento-bluette. Confido di averne sottratto un bel mazzo, l’ho poi infilato con forza e senza cura in un enorme vaso di vetro diafano, le inflorescenze sono finite sul fondo, i fragili rami erano arabeschi di ghiaccio. L’ho regalato a mia figlia. Mi dice che quando la malinconia l’assale lo scuote e l’intera stanza si riempie di me. Oltre questo insolito cielo alcuni ulivi cangiano la chioma nella brezza, seguono ciliegi più o meno precoci. Il viale si biforca, puoi salire e vedere gli enormi tini lucenti d’acciaio, di fronte immobili di buona fattura contengono piccole e grandi botti, sempre lucente acciaio poi un’ antica trattrice rosso ferrari e auto d’epoca, spider nazionali e non; segue il locale per la degustazione dei vini. E’ gradevole in ogni stagione, lunghi tavoli e sedie impagliate, ma la vera bellezza è data dal panorama che le enormi finestre, affacciate sulla bassa valle, offrono. I filari sembrano l’ordito di un enorme tessuto, nascono a monte poi si tuffano a valle in laghi color malva vive di carpe. E’ facile, nelle giornate con il cielo africano, godere delle cime 77


innevate del Resegone e se oltre al cielo d’Africa una brezza ti solletica le scapole è facile, socchiudendo gli occhi, rimembrare Guido Gozzano e Carlotta, l’amica di nonna Speranza: “S’inchinano sui balaustri le amiche e guardano il lago, sognando l’amore presago nei loro bei sogni trilustri.” -“Ha! Se tu vedessi che bei denti!” - “Quant’anni?...” “Ventotto.” Poeta? “Frequenta il salotto della contessa Maffei!” Gianenrico, il titolare, è uno scapolo di trent’anni, figlio di Enrico e nipote di Franco. Il Cav. Franco Riccardi, più volte oro olimpico, nel’40 percepisce il carico emotivo del Colle di San Colombano e del suo vino, l’accostamento alla metrica del poeta barocco Redi è la più vivida conferma. “Io sono il vino che dall’ameno colle del Vecchio Mombrione ebbe i natali, con l’oro del sol ch’entro mi bolle nei sogni in dolci voli,allarga l’ali. Mi esaltano i poeti nei loro canti definendomi Nettare dei Santi”. In onore del Cavaliere è stato creato un singolare blend, dove al Cabernet sauvignon è concesso di oziare in cassetta fino ai primi rigori dicembrini, poi ben asciutto affronterà il sacrificio cruento dalla pigiatura. Uva dalle doti uniche conferisce alla “Selezione Franco Riccardi” una personalità che bene si addice a un 78


campione. La più grande passione di Gianenrico e il kite-surfing in quel di Tarifa: muta corta da due millimetri, un mare di lapislazzuli incazzato e vento, tanto vento. La spiaggia è una sola duna color noce moscata. Nettare dei Santi, a suggello dell’unicità dei suoi luoghi, pone la sosta degustatioonis che esprime l’interiorità di questa famiglia. La domesticità delle pareti trasmette confidenza. Il pavimento è come la pedana lignea di un teatro antistante alla scena, sulla quale gli ospiti sono attori. Giovanna, genitrice di Gianenrico, è la regista di questa commedia. Da abile nocchiero governa questo strano veliero che solca il mare di vino. Giovanna traghetta queste anime assetate alla scoperta di strane affinità olfattive e svela l’epitelio misterioso delle papille gustative circumvallate; sicchè la lingua diventa oggetto di profonde disquisizioni. Molte giornate sono destinate ad abbinamenti particolari e non mancano visite all’apparato tecnico. Non lungi dalla vendemmia accompagnati da Federico, fine interprete, gruppi sparuti potranno ammirare i vigneti colmi di grappoli che implorano d’essere colti per entrare in una spessa bordolese per uscire poi, ben 79


strutturati, come il genio della lampada e sconvolgere collegiali e mangia uomini. Le etichette prodotte sono molteplici, dai rossi timidi a quelli arroganti, agli invecchiati. Numerosissimi i bianchi e rosati, metodo classico e passito di verdea.

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I Vini

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Poderi di San Pietro In campo bianco una torre merlata alla guelfa torricellata da una vite in vigore come vessillo a sfida del tempo. La torre non è gentilizia, ma il robusto cono tronco trasmette capacità di resistenza: buon pane per la vita. Una treccia setata verde-bianca la sostiene. Questo marchio identifica la Poderi di San Pietro. Arrivando da Milano avrete una rotonda che di maggio fiorisce di rose cangianti. Imboccato il paese l’azienda è situata a qualche centinaio di metri sulla destra. Il marciapiedi, in quel punto, è molto profondo. I tigli antistante concedono, nel torrido luglio, una gradita e dolciastra ombra. L’accesso all’azienda è molto sobrio e il colore predominante è il giallo austriaco. L’azienda si sviluppa, in più corpi di fabbrica. All’origine quei muri ospitavano il Consorzio Agrario Provinciale con annesso Enopolio e io ho un vivido ricordo di quei luoghi. C’era un bancone di legno chiaro con una signora che sembrava la Nicoletta Orsomando della Rai e tanti scaffali tutt’attorno con su di tutto. L’odore era di drogheria e mangime, ma su tutto aleggiava Presage di Atkinsons. Dal suo collo fluiva ai polsi, poi alle mani e finiva su tutto quello che toccava, dai minuscoli foglietti gialli dove scriveva e al resto. In fondo quattro scalini ed eri in uno spazio grande quanto un campo disseminato di sacchi di iuta con la bocca aperta a mostrarti il contenuto, riso, farina gialla, granaglie, fagioli, crusca… e il papà di Basilio, con una sassola alla destra e un 83


foglietto profumato dall’altra si aggirava come un èpicier a Marachesc. In fondo a questo campo sacchi di fertilizzante e di mangime, rotoli di fili zincato e ancorine, poi uscivi sulla ribalta e saltavi giù nel piazzale. Di fronte dune di granoturco e frumentone. L’Enopolio era spostato sulla destra e occupava due corpi di fabbrica, ricordo altissime botti in cemento vetrificato che toccavano il soffitto e goffe pompe da travaso di un bel rosso pompeiano e ottone. Ora, in luogo di quel bancone chiaro e di tutti quegli scaffali, abbiamo il punto vendita della Poderi di San Pietro; un raffinato ambiente dove sulle moderne pareti giocano accattivanti giochi d’ombre, il “calore” è generato da un biondo parquet, si attorciglia come un orbettino alle gambe verniciate dei tavoli e scalda i gambi degli enormi calici. Irriverenti fasci di luci rimbalzano, come silfi dell’aria, regalando lucentezza alle labbra, come ciliegie da mangiare, dimenticate sul bordo di trasparente cristallo di Baccarat. I quattro scalini sono spariti e il campo con i sacchi è diventato un enorme salotto con innumerevoli divani in rattan testa di moro con molli coperture in alcantara chiaro, i bassi tavoli sono in cristallo. Il soffitto è impreziosito da enormi teli, con le ampie finestre aperte a tramontana si gonfiano come la trinchettina il fiocco e controfiocco. Tutt’attorno, in bellavista, poggiate su medie botti tutte le etichette prodotte. Lascio questo spazio, ma non ho più la ribalta e le dune di granturco e frumentone, ma un ordinato e pulito deposito di 84


cartoni, bottiglie e turaccioli. Lasciamo alle spalle bottiglie e cartoni, sulla sinistra un pino loricato di pungente resina arriva al muro dove le uve, trasportate in cisterne a temperatura controllata, vengono lavorate. Gli spazi adibiti alla lavorazione dell’uva sono luccicanti d’acciaio fiorettato, decine e decine di altissime vasche fermentini dotate di tecnologie di ultima generazione che raggiungono i soffitti smisurati e cio che ti rimane negli occhi e il gran brillio di quell’immensità di tubi dai diametri disparati che si rincorrono e mai stanchi ricominciano

la danza. Abbiamo poi, in altro ambiente, il complesso processo d’imbottigliamento, etichettatura e la stiratura della capsula. Poi numerosi gradini ti portano giù. Sono di grigio serizzo, le spalle dei muri sono ad una buona distanza. L’infisso di rovere e molto spesso e da su una balaustra, un palco, e da qui puoi godere 85


la barricaia. Centinaia di botti in legno chiaro sono allineate su doppie file. L’illuminazione è lieve e va a colpire i cerchi d’argento regalando giochi di luce al soffitto. Dalla barricaia raggiungi un luogo raccolto come una cripta, silenziosissima, ricca di profonde nicchie. Gli ospiti in questa atmosfera possono, rallentando il respiro, perdersi nei vortici rubinòsi del vino in enormi palloni di cristallo. La Neuroni Agrari S.r.l. ha la gestione dell’azienda, i titolari sono Giuliano Toninelli e Modesto Volpe e non sono di queste colline, ma la voglia di godere, sentire e toccare una terra che fosse diversa da quella troppo bassa, troppo grassa, troppo bagnata; il desiderio di discorrere con una moltitudine di figlie neonate, adolescenti, mature e vegliarde ordinate in file che salgono i dossi con respiro lieve li ha ammaliati e il ruolo di padri di una sì grande figliolanza, che a settembre fa bella mostra di mammelle turgide di futura ebbrezza a fatto si che, questi forestieri, divenissero a pieno titolo uomini di queste colline. Giuliano quando, in silenzio e in punta di piedi, riesce ad allontanarsi da questa moltitudine si rifugia in un casale della bassa tra le sue cavalle dai mantelli dorati come il pane biscottato; è deliziato dai loro ventri che genereranno puledri dalle zampe insicure. Quando 86


i pioppi beccheggiano, come vele quadre in un mare d’erba, al piccolo trotto spezza gli steli appiattiti dell’orzo e attende il Vento del Nord, detto anche Borea, un vento fecondatore; spesso le cavalle, accarezzate dal suo soffio, concepiscono puledri senza l’aiuto di uno stallone. E Tino? Tino è simile all’Allegro marziale di Niccolò Paganini, lì troneggiano gli ottoni ed è tutto un crescendo altèro, direi burbero; infatti la figura non esile e i lineamenti vagamente inquisitori non promettono tenerezze, ma come per incanto Paganini passa dal Marziale all’Andantino vivace così anche Tino muta d’aspetto e diventa cordialmente amico, amico delle persone care che lo circondano, amico delle maestranze. Imprenditore impegnato in disparati ambiti si rilassa zigzagando per il mondo con la famiglia; io me lo vedo: mappamondo serrato tra le mani, come farebbe un Titano alla ricerca di paesi incantati da raggiungere e bloccare senza fine i volti cari con l’obiettivo di una reflex Nikon. Infatti la moglie, figura esile dal collo modiglianesco, mi dice di averlo visto più volte la notte sfogliare album fiorentini colme di fotografie a lui molto care, forse dice lei, per scongiurare gli anni che mutano tutto, anche in meglio s’intende , ma mutano e rivivere quei momenti immoti ferma il tempo, lo blocca in quel preciso istante e riaccende i ricordi, li rende palpabili e passare un polpastrello sulle guance impresse magicamente sul lucido dagherottipo lo riporta in quel luogo e sente gli odori e allora il 87


polpastrello penetra in quell’immagine seguito dal palmo, gomiti e la carne tutta e poi per magia è dentro, e sente lo spruzzo salso del mare sulle guance. Magia dei ricordi, forza della nostalgia. Tino è tutto questo. Un tavolo, una vetrata e la corteccia dei tigli. Sul tavolo un volume che raccoglie le origini di questa torre tronca; ecco così inizia il viaggio della mente e dei sensi nella sinuosa intimità del vino; lì ti puoi fermare, oppure procedere nel grande spazio dove i divani di rattan diventano immaginari triclinium sui quali la commedia della vita si fa liquida e i dolori terreni si sciolgono e svaniscono. La superficie vitata è immensa, ma l’azienda privilegia la qualità, pertanto solo i grappoli con predicato parteciperanno al sacrificio. Rossi di pronta beva, rossi sopiti nel legno, bianchi dai toponimi emozionanti, rosati che danzano nei flauti di cristallo e spumanti dal perlage sottile come la vendetta di una femmina tradita. Poderi San Pietro, sicure ed eccellenti emozioni.

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Azienda Agricola Pietrasanta Vini e Spiriti La strada è bruna di cubi di porfido e la dimora è patrizia. Risale al XV secolo e la facciata è di un tenue color nocciola e al vespro ha la luminosità del barocchetto leccese. Di fronte all’arco d’accesso hai sobrie vetrate e l’occhio abile intravede gli alti soffitti: i lacunari hanno lo stesso colore dei muri. Il parco si sviluppa alle spalle, i bei pini loricati si uniscono alla magnolia, questa accoglie le bassi siepi di fiori d’angelo e dove l’ombra si fa umida una macchia di ortensie, come diluito blu di prussia, rischiara la nera edera. Carlo, il titolare d’ascendenza milanese, mi narra di un antica e gelida pietra di serizzo, nei pressi del palazzo avito e arioso, alla quale il Santo e vescovo di Milano Ambrogio (Treviri, 330 – Milano, 397) offriva le sue terga all’ombra di un laurus nobilis o di una roverella pubescente, sicchè tale pietra divenne una pietra santa. Continua e mi dice di una bolla del 1476 che recita: “La Duchessa Bona di Savoia aveva mandato Giovanni Pietrasanta a richiedere, colla promessa di rimborso, brente 50 di vino e moggia 50 di frumento “per munizione de la Rocha de Sancto Colombano.” L’azienda Pietrasanta è forte di rimembranze importanti e Carlo, con la sua erre uvulare, per difetto di pronuncia o vezzo, gode di queste pietre angolari pregne di storia. Alla sinistra di un vecchio infisso, sulla via Sforza, c’è una pupitre in legno scuro; i vetri dell’infisso sono ben vecchi e deformano e se osservi con cura noti minuscole bolle d’aria che impreziosiscono 91


le sottili lastre: è il locale dove i visitatori vengono accolti. Marmette in cotto segnate dal calpestio, i tavoli accolgono, disordinatamente, tutta la cura che la stampa specializzata ha avuto per questa antica famiglia votata al vino. Una vecchia cassaforte alla sinistra, di fronte si accede ad un locale di servizio colmo di bicchieri personalizzati e scatole allestite e da allestire; di fronte una scala accompagna alle cantine, una prima rampa, un piede d’oca una seconda rampa e sei sotto. Lo spazio è occupato da botti in cemento vetrificato atte alla vinificazione, segue un corridoio con profonde nicchie dove le bottiglie altro non sono che tasselli di un immaginario mosaico. La luce dei candelieri genera ombre che diventano le ebbre menadi di Kallimachos. Danzano frenetiche sugli spessi culi di bottiglia e le fluenti pieghe del loro sottile peplo , simile ad un chitone, solleticano il mento e i vi iniziano ai misteri del vino. Proseguendo, alla sinistra, si giunge alla barricaia, le botti su due file si scrutano e l’odore che si spande è di vaniglia, generato dalle doghe, e di pelle di croatina mischiato all’afrore delle muffe, che differisce da cantina a cantina. Le lampadine illuminano, con parsimonia, i cerchi argentei dei legni spandendo tepore sul soffitto. GAUDIO! Dalla barricaia si passa nel luogo del piacere. Lo spazio è occupato da tavoli scuri con servizi all’americana di sughero laccato di buon gusto: grappoli d’uva dagli acini grossi come le mammelle della Venere di Willendorf, melograni e fichi con susine. I legni antichi, sui muri, fanno 92


bella mostra delle annate più prestigiose, sicchè unte frittate alla menta annegano in sapidi bianchi e il potaggio di verza con costine, musetto e gli enormi padiglioni auricolari di maiale , bene si accompagna al rosso 2007. Donne dalle spalle toniche avvolte in drappi; seni aguzzi su dormienti bottiglie; barrique che si sfidano in singolar tenzone, frittate, potaggio, odori e ombre poi, in un angolo, salite una scala irta. Su, alla sommità sassi bruni accostati con maestria a quelli bianchi e muschio e poi aria, tant’aria: scende dalle colline strusciando il tempietto in antis di Villa Mimosa e vi strega. Questa è la cantina Pietrasanta. Carlo Giovanni Pietrasanta è figlio di Giuseppe medico storico e sindaco autoritario dei sancolombanesi. Ovale rubizzo e pizzetto dannunziano. La mamma austera, ma non imperiosa, ti riceve nei mesi estivi con una cappellina con la fascia color pervinca. Carlo, consigliere del Consorzio e Presidente regionale del Movimento del vino è dotato di grande fantasia e immaginazione e sa tutto del vino, molto probabilmente alla nascita e stato immerso, tenuto per un tallone, come il pelìde e… quando non sa di vino sa di mare e in questo s’immerge con l’ossigeno sulle spalle; ama i coralli oscurati dalle castagnole e i pesci pipistrello visti dagli oblò del relitto del Thistlegorm. A oriente il deserto ha il colore dei destrieri arabi e l’effervescenza, che nasce dal mare mai stanco sui coralli, ha l’odore del sudore salso di Poseidone, scuotitore di terra. Nel ventre gentilizio i bei tavoli scuri sono imbanditi da Lucilla, la moglie di Carlo, sempre a lei è affidata la scelta della carta, quasi sempre 93


legata alla tradizione lodigiana/milanese, mentre la preparazione delle vivande, il più delle volte, vede l’impegno di noti cuochi.La luce fioca e il rumore appena percettibile dei tarli, che incuranti digeriscono le tornite gambe di ciliegio rosso, creano l’ambiente ideale per beffare la monotonia quotidiana. Ogni fine settimana la cantina ospita turisti del vino che affollano il largo marciapiedi prospiciente l’ingresso e non di rado l’intera via è una lunga colonna di curiose auto d’epoca: sembrano flemmatici formiconi bruni. Al volante figuri adunchi, identici ai muti postiglioni di Carlo Lorenzini afferrano, con diafane mani semi guantate, preziose bottiglie che porteranno lontano; però l’occhio assassino, spesso e volentieri, tradisce le vecchie scocche e va, va e si posa sulle lunghe cosce delle navigatrici, costrette in bizzarri tailleurini e nella brezza settembrina i lunghi colli e i capelli avvolti in foulard Dior risvegliano l’irriverente clacson de “Il sorpasso”. La posizione felice delle sue vigne genera uve importanti, che danno al prodotto, anche di pronta beva, solida struttura. Le sue riserve sommano la meticolosa cernita vendemmiale al tempo, che nella pancia della sua dimora vale doppio.

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Il salice rosso Il salice rosso appartiene al genere Salix purpurea della famiglia delle salicacee, i suoi flessibili rami servivano ai contadini per la legatura delle viti nella pratica del rimaneggiamento delle viti; ancora oggi è facile vedere sulle rive scoscese, inservibili ad altra coltura, questa pianta che d’inverno perde le foglie aguzze e i rami, di un bel marrone rossiccio, assomigliano ad una esplosione pirotecnica. Se ne fanno fascine che serviranno a fine inverno. A marzo, quando il sole tinge, ancora oggi si legano i tralci prolifici con questi fuscelli tagliati in luna calante; le dita s’intrecciano e danzano e come per magia un nodo antico assicura il futuro grappolo ad un filo zincato, unica e avvilente modernità in un proscenio così arcaico. Sulle nostre colline l’uso del salice rosso è pratica ancora largamente diffusa nelle piccole aziende, vuoi per una memoria consuetudinaria, vuoi per le mani che, senza pratica didattica, sanno come fare. E l’anno che verrà i vecchi e rinsecchiti e magici nodi cadranno, con la potatura dei tralci, sul terreno e con essi si dissolveranno; sicchè un nuovo ciclo naturale avrà inizio senza che tra le zolle delle vigne altri materiali, quali la plastica, anche se d’ un bel verde, o un sottile filo metallico, ingentilito da una guaina color corda , vadano a svilire il mare antico ora di gleba. Non sempre i contadini smaltivano l’intera scorta di salice rosso nella legatura dei tralci, pertanto le piccole fascine avanzate 96


finivano all’ombra delle umide rive a tramontana e a maggio inoltrato, quando le viti erano in pieno vigore e già vedevi il frutto, i contadini immergevano le piccole fascine di salici nei fossi, l’acqua li avrebbe resi nuovamente elastici e utili ad assicurare e proteggere i virgulti dai molesti venti. Ancora oggi, vi capiterà di vedere, tra i filari o sotto i pergoloni sbucare da secchi, dalle forme e dai colori disparati, i ciuffi rossigni del salix purpurea che immerso come fiore beve, si gonfia e attende di finire i suoi giorni legato accanto all’oro della verdea o al bluastro della croatina.

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Azienda Agricola Zocchi Giovanni Da San Colombano percorri la strada che porta a Miradolo: annega in vitigni a pergola. Hanno di testa, a sostegno, enormi pali di castagno. La levigata e mora corteccia si è dissolta al sole e vedi il legno non più chiaro, naturale, ma venato di verderame. Un gomito d’asfalto, ancora il piano poi si scende. Giunti che siete al ritrovato pianoro, avanti qualche decina di metri, alla destra sale la Val Bussolina. La strada è stretta, di qua e di là siepi di lauro e carpini dalle foglie seghettate nascondono, non perfettamente, le case; poi la strada si fa ampia e monta e anche il cielo si estende, ed è come uscire da un orrido, da una forra che piano s’allarga e il torrente, prima furente, si calma e diventa placido, pla-ci-da-men-te rallenta e puoi salvarti sui levigati ciottoli della riva e gli occhi ritrovano il mare della tranquillità: ecco quando proverete questa sensazione sarete giunti dagli Zocchi. L’abitazione è situata alla sommità del versante, la si raggiunge percorrendo una salita privata che gira attorno alla dimora come un braccio che cinge con calore amicale le spalle e lì, se ti attardi a salire le scale, lo sguardo è rapito da numerosi peschi e susini che riempiono di amarognolo l’aria. La cucina ha un buon odore di caffè e la moglie, insegnante eloquente, mi dice che l’azienda era del suocero e ai tempi era di altra ampiezza; ora, il marito la conduce con spirito ludico per sottrarre all’oblio il ricordo del padre. Giovanni mi confida che tutti 99


i fondi sono stati rinnovati, ma uno no! Mi mostra alcune fotografie e mi dice che quelle poche pertiche sono vive di viti che hanno quasi cent’anni. Sono enormi e hanno profonde fessure e in prossimità dei vecchi tagli si sono gonfiate generando protuberanze insolite dove ha attecchito una strana erba che vive in simbiosi come fosse augurale vischio quercino. La porzione dei ceppi posti a tramontana è coperta di sottile muschio. Quando il giorno muore e senti forte il rumore del silenzio loro sussurrano consigli preziosi da quelle fessure come fossero bocche di vecchi e saggi consiglieri. Il boschetto di peschi e susini assomiglia a quello di melarance della Primavera del Botticelli, stesse erbe e stessi fiori. Da qui domini l’intera vallata, viti allevate a cordone speronato o guyiot si alternano a radure e ancora viti maritate a peri che salgono, s’intrecciano e si confondono. Dal boschetto intravedi il tetto dei locali dove Giovanni attua la trasformazione dell’uva, alcune vasche in acciaio riflettono la magica incandescenza del tungsteno e la moderna pigiatrice stride alla vista di una vecchia tappatrice messa lì solo per generare curiosità tra il cicaleccio dei curiosi, ai quali è finalmente svelato il mistero del tappo di sughero che “magicamente” entra nel collo della borgognotta e della bordolese, poi bottiglie e bottiglie ancora. Giovanni, quando si accomiata dalle sue viti, è un fine viaggiatore e con sincera gioia negli occhi attraverso i suoi racconti mi concede di accompagnarlo nelle sue esperienze di viaggi. Le sue vigne offrono declivi dal carattere umano, i suoi vini rossi hanno la mitezza del saggio e la solennità del principe di sangue.

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La Vendemmia I suoi capelli avevano l’odore dell’uva fiorita, assomigliavano ai viticci che nascondevano i segreti delle vigne: era la collina intera. Con le mani potevo toccare l’universo del mondo, sentivo palpitare i suoi seni come smisurati acini che implorano di essere di essere pigiati da un calcagno e riunirsi tutti ed avere la forza divina che scalda il cuore e tutto il sangue che ti muove, che ti sveglia la mattina e ti riempie di sogni la notte. Questa è la vendemmia. Comincia prima nella mente poi sotto i tralci, incomincia con i grappoloi ancora di un bel verde e ancora prima con gli acini in fiore e ancora prima quando, stanchi. I tralci si fanno tagliare e già vedi pendere dai gomiti contorti la croatina e la barbera, l’uva rara, la verdea, il cortese e la malvasia. La vendemmia è un pensiero costante e la prepari come un pittore, la tela ha i colori più vivi e belli, rosso , oro e l’odore più intimo, le trasparenze più sensuali e i veli più avvolgenti. E la musica? Ah! La musica! Il petto scoppia quando si spande la musica sotto l’ombra nobile delle foglie che sono mani, appendici idilliache che ti palpano sotto il mento e suscitano i miti più reconditi della vita. Dietro di me, bambino, era come una nuvola grigio perla, intervallata da pois scuri che diluivano l’intensità del cuore confondendosi. Una nuvola con la criniera. Il mio Pegaso trascinava dalla sommità del dosso di Cornaleda una slitta con corbe colme di barbera e di croatina. Era una valanga di carne che con dolcezza piantava gli zoccoli nel sentiero ripido bucandolo, quel sentiero stretto tra le spalle delle viti diventava il monte coperto di salici, il posto delle vergini eliconie ispiratrici di bellezza. Con falcate umane Quella nuvola arrivava al piano e all’ombra di un cespugliose di canne prendeva fiato,gonfiando il ventre sudato. Poi arrancava felice dal piano 102


al dosso e io lo cavalcavo e non c’era pericolo perché quella nuvola che nitriva mi proteggeva, lui affondava gli zoccoli quando sentiva che io e lui eravamo una cosa sola. Le donne avevano un fazzoletto che nascondeva i capelli, le mani appiccicose s’insinuavano con gli occhi e ceravano, tra le foglie, il capo del grappolo che reciso cadeva pesante sul palmo che non lo stringeva, ma lo avvolgeva e lo posava, poi, con gli altri grappoli-fratelli nella cavagna. E tutta la collina era una cucina, una mensa, una chiesa e una balera, dove tutti parlavano si confessavano e cantavano, i dossi diventavano poggioli, dove uomini, mogli, figli e donne s’affacciavano e liberavano le voci che si univano a valle, s’intrecciavano per poi tornare duettate. Quelle mani che cercavano e posavano nella cavagna, come fosse una pisside di ostie consacrate, avevano il colore dell’uva. A svuotarle ci pensavano i mariti; i vecchi, poi, si curavano di colmare le corbe e lo facevano con cura trasformando quelle superfici convesse in sfumati bouquets viola-bluette. Quando l’ultimo solo lambiva i fazzoletti annodati alla nuca, le poderali si riempivano di carretti e cariaggi trainati da fieri mantelli roani, pomellati e da tristi asini grigi che, visti da uno storno, sembrano una colonna di formiche mai stanche. E già i grappoli sul fondo della corba lasciavano il loro sangue sui pianali dei carretti, da questo finiva sull’erba tingendo quel verde mai morto , rinnovando l’ennesima eucarestia settembrina. Sull’aia e sotto le gronde, in un’aria umida, sotto il portico accanto ai finimenti spruzzati di sangue, riposava l’uva e già la navassa teneva l’acqua. Veniva messa qualche giorno prima perché i legni si gonfiassero e tenessero e là, dove le fessure erano grosse, si riempivano di stoppa e aspettavi che non pisciasse più: era pronta e cominciava la danza. Le ragazze-baccanti attillavano le veste alle cosce infilando le mani giunte al di sopra dei ginocchi stringendoli con pudore e i piedi ritmavano e 103


gli occhi si posavano sulle spalle dei ragazzi dei ragazzi, sui loro profili. Altre caricavano di sensualità la danza portando, con un gesto ampio del braccio, un grappolo alle labbra mimando baci sensuali e già l’uva si scioglieva sotto. Il mosto usciva dalla navassa e schiumava nel mastello schizzando le facce dei bimbi e le braccia degli adulti, poi le baccanti uscivano da quel legno, sollevavano su le sottane e i giovanotti, appoggiati ai pilastri del portico rubavano, con un profondo languore, le pallide cosce. Quella danza rinnovava un’alleanza e si rideva con la bocca del cuore, quei sorrisi diventavano simpatie, affetto, amore, poi i ventri si gonfiavano, le mammelle erano otri di latte, poi palmi di bimbo. Quei muri si sono vestiti di tante vite, gli occhi dei fienili hanno visto fantastiche povertà, splendide malinconie, nei cuori induriti le sofferenze hanno uno strano colore, io li ricordo quei colori, le sfumature mi sollevano e se allungo le braccia lungo i fianchi e stringo forte i pugni riesco a staccarmi dal terreno e volare come quello storno e vedere le case che racchiude quella terra battuta e l’aia, rivedo tutte le donne della mia vita, tutte le donne che non ci sono più e neppure più una ciocca e rimasta di loro, ma che tutte sono passate in quella navassa, in quella grande nave che non ha mai solcato mari, ma che il mare l’aveva dentro, era più di un mare: il mio mare. E la navassa diventava grande come il cortile, era il cortile. Tutte le mie baccanti danzavano e tra i capelli avevano viticci e non si preoccupavano di stringere le sottane tra i ginocchi, erano libere da veli e solo i capelli, intrecciati con nastri color malva, avvolgevano i loro seni. Poi, come il cielo si acquieta dopo un temporale, rilasso le mani e le guardo, le passo su quella strana nave impregnata di umori e sono felice perché… quelle donne sono un po’ anche li dentro e non ho bisogno di comprare crisantemi, mi basta l’odore e il colore, sentire sulla lingua un sale e… 104


Il Consorzio San Colombiano DOC  

Il libro di Diego Bassi sul Consorzio dei Vini DOC di San Colombiano a Lambro.

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