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ROMANZO DI

Michela D’Amore


Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o usati in chiave fittizia. Qualsiasi rassomiglianza a fatti reali o a persone, realmente esistenti e esistite, è puramente casuale.


© 2014 - tutti i diritti sono riservati all’autore. Si autorizza la pubblicazione parziale del testo riportando la fonte. Grafica curata da Protipo di Enrico Cristofaro - L’Aquila.


A Paul


Michela D’Amore

Fuori L’Aquila 2014


“Scopri quello di cui hai più paura e vacci a vivere” Cit. Chuck Palahniuk


Prefazione

Non vi era giorno in cui io non mi sentissi maledettamente fuori dal resto del mondo; e inizio così proprio perché è questo il concetto base di tutto, il mio inizio, che chissà, potrebbe rivelarsi anche la mia fine. Non ho mai pensato se credere nel destino o meno, però, forse, nasciamo già predestinati a qualcosa e io credo che il mio inizio, il mio poi e il mio fine, sono e saranno continuamente influenzati da questo sentirsi sempre… fuori. Sì, credo che non ci sia termine migliore per descrivere la sensazione; udite: fuori. È perfetto. Chiunque potrebbe chiedermi: «Cosa intendi esattamente per… “fuori”?» e io potrei rispondere semplicemente con un piccolo gioco di parole, ovvero che finché non ci sei dentro, non puoi capire cosa vuol dire esattamente sentirsi fuori. Potresti dire fuori dagli schemi, diverso, tra le nuvole, in disaccordo, ma tutto sarebbe sbagliato o troppo impreciso, vago o con molteplici interpretazioni. Dopotutto si sa, ogni cosa per capirla fino in fondo, è giusto che la si viva dall’interno, direttamente. Come è anche vero che tante cose di te stesso le capisci solo prendendo un po’ di distanza e guardando la cosa dall’esterno, indirettamente. Comunque rimane il fatto, che questo sentirsi fuori può rivelarsi un pro, un contro, può essere guardato con ottimismo, pessimismo, con stima, con vergogna, con pena, con sofferenza o con gioia. Quello che ho imparato fin ora è che esistono un mare di punti di vista e spesso cambiano solo in base a come gira la nostra gior-

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nata e il nostro umore; la nostra luna, come più comunemente si dice. Qual è stata e qual è la mia luna più comune al riguardo? Ci sono stati giorni in cui questo sentirmi fuori pesava come un macigno. Non avevo interesse e forza nemmeno ad alzarmi dal letto, giacché sentirsi in questo modo richiede grande forza d’animo. Sai già di dover affrontare una dura giornata anche se non sai cosa c’è in programma per le prossime ore. È come si dice nei fumetti, mi pare di averlo sentito dire in Spiderman: “Da grandi poteri, derivano grandi responsabilità”. Bene. Non so se sentirsi fuori consista in qualche speciale potere da applicare nelle varie situazioni che lo richiederebbero, forse è successo che potesse servirmi per sentirmi più vicina a qualcuno. Sì, strano a dirsi, farebbe quasi pensare ad un ossimoro. Parlo di sentirmi fuori e subito dopo dico che potrebbe farmi sentire più vicina agli altri; però è proprio questo il punto. Questo sentirmi cosi fuori riesce a darmi anche la capacità del suo opposto, di sentirmi davvero vicina a qualcuno, al punto di comprendere la sua gioia più grande o il suo dolore più lacerante. Parlavo di fumetti, di Spiderman; lui era un eroe. Gli eroi hanno un obiettivo e ciò che manca a me è proprio quello. La mia luna più comune però è, e dev’essere, quella buona, quella positiva. Non posso permettermi di vivere la mia intera vita sotto una luna negativa. Se si è in un certo modo, se ci si sente fuori, se sono fuori, devo accettarlo e prendere forza proprio da questo. Anche se non nego che di giornate storte ce ne sono state e ce ne saranno a palate, ma è proprio questa la sfida. Si impara a convivere con quello che ci appartiene, non si potrebbe fare altrimenti. In caso

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contrario, si impazzisce, e magari, nel caso giusto, si impazzisce lo stesso. Salto nel vuoto La vita è una serie continua di scelte. Scegliere vuol dire cambiare qualcosa nella propria esistenza, prendere posizione in essa e maturare. Mi risultava sempre difficile scegliere, perché dopotutto consiste nel prendere qualcosa e nell’eliminarne inevitabilmente un’altra. Passavo giornate intere a rimuginare sulle mie scelte da fare, pensando a quale sarebbe stata la scelta migliore per me in una determinata occasione. Dopo giornate intere passate a riflettere con pazienza, arrivavo al momento in cui la pazienza scappava via. A quel punto, quasi con nervosismo, prendevo una scelta. Non perché la ritenessi quella più giusta, non perché fosse la soluzione afferrata dopo le tante riflessioni fatte, ma solo perché ne avevo abbastanza di starci a pensare e prima o poi avrei dovuto prendere una decisione; così mi lanciavo e nell’incertezza, ne prendevo una, quella che l’istinto mi diceva di prendere in quel momento di impazienza e nervosismo. Magari proprio quella scelta che durante le tante riflessioni era stata maggiormente esclusa. La mia vita è sempre stata un continuo salto nel “vuoto”, nell’ignoto, e anche quella volta, in quel giorno di Novembre, il piede della mia mente si spinse oltre quel limite segnato, sprofondando dentro qualcosa di indubbiamente più grande di me. Ovvio che non scelsi di finire dov’ero, in un letto d’ospedale con la testa sottosopra, però indirettamente, è come se le mie scelte

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precedenti avessero influenzato lo stato di coma in cui mi trovavo. È tutto un ciclo di cose, l’una che si trascina dietro l’altra e tu puoi anche cercare di crearti un filo logico in testa, di come andrà a finire; ma sei troppo limitato. Puoi creare rami infiniti di possibilità, le peggiori, le migliori, ma non saprai mai con certezza cosa potrà capitarti. È questo il bello della vita, che nel bene e nel male, è sempre maledettamente imprevedibile.

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Capitolo 1

“Fobia” Phoebe, ecco il suo nome. Un nome come un altro, con la sola differenza, che se ti ci metti a pensare, ti rendi conto che può avere una qualche assonanza con la parola inglese “phobia”. Effettivamente Phoebe aveva una fobia. Non aveva mai capito bene come le fosse scaturita, quale trauma le avesse imposto una simile seccatura per la vita e se appunto ci fosse stato un qualche trauma. Non era mai riuscita a trovare nei suoi ricordi un evento specifico da renderla fobica. Molti traumi vengono sotterrati nell’inconscio e questo la preoccupava. Aveva paura che lì, sotto i mille strati di pelle, muscoli, nervi e quant’altro, ci fosse qualche piccolo vissuto nascosto e rimosso, messo da parte. Aveva paura di averlo perso, di non poterlo catturare di nuovo per conoscersi fino in fondo; ma per quanto ne sapeva, poteva benissimo non avere avuto alcun trauma nella sua infanzia. Di una cosa Phoebe era certa, di avere quella maledetta fobia: l’anablefobia, la paura di guardare in alto. Questo la faceva sentire dannatamente insicura, diversa e stupida. Nessuno al di fuori della sua famiglia sapeva di questo chiodo fisso e proprio per questo motivo, quando chiedeva consigli ai propri amici, sembrava non la capissero mai fino in fondo. Quante volte aveva chiesto un consiglio, solo un piccolo modo per sfogarsi e buttare fuori tutta la spazzatura che aveva dentro. Quante volte puntualmente, come consi-

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glio riceveva: “È facile, basta che ti dirigi convinta sul picco di una collina, una montagna, all’ultimo piano di un palazzo, in un posto che sia abbastanza alto da farti sentire sulla cima del mondo. Dopo di che, apri le braccia, carichi i polmoni, guardi in alto e… urli. Puoi anche scegliere un insulto, una parola che non sopporti o una parola che possa racchiudere il senso di quello che vuoi cacciare fuori. Basta che urli.” Phoebe ripensava spesso a quel consiglio e la frase che risuonava nella sua testa era: “Basta che guardi in alto”. Basta. Sì, certo, come se fosse la cosa più semplice al mondo. Eppure per gli altri lo era, solo per lei e forse qualche altro povero sventurato al mondo, era impossibile. Questo è solo uno dei tanti esempi. Vogliamo parlare di altre frasi che rimandavano sempre al problema? “Ricordati che quando qualcuno t’insulta, tu non devi far altro che camminare a testa alta, solo così potrai mostrare che sei superiore e che non ti interessano i pregiudizi altrui.” Per non parlare delle mille paranoie che nascevano in Phoebe e i conseguenti punti interrogativi. Si chiedeva spesso se guardando in alto, si potessero conoscere cose preziose per la vita, di quelle cose che ti danno lo stimolo e il coraggio per andare sempre più avanti e nel migliore dei modi. Si sentiva limitata, era questo il problema, e il suo limite non era affatto comune. Proprio per questo motivo si sentiva più limitata rispetto a tutti gli altri. Quando usciva con sua madre, lei le faceva notare come ci fossero persone con limiti molto più seri e davvero impossibili. Limiti che però in un certo senso, quelle persone riuscivano a superare già solo accettandoli, ognuno a suo modo; ne sono un esempio le persone disabili, alle quali è negato

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l’uso degli arti inferiori o superiori e via dicendo, le persone affette dalla sindrome di down o quelle con ogni altra disfunzione fisica o psicologica, genetica e non, alla quale non è possibile porvi rimedio. Phoebe capiva il concetto che voleva intendere sua madre, ma non accettava che lei, mettesse a paragone il tutto con il suo problema. Non le piaceva che ci fossero tante persone poco fortunate nel mondo, che a qualcuno fosse impossibile salire le scale, prendere un bicchiere in mano o parlare in modo corretto, però non poteva sopportare che sua madre la mettesse davanti a simili realtà, quando si aveva a che fare con il discorso della sua fobia. Phoebe era del parere che ci fossero un milione di problemi per ognuno, e che sì, si potesse creare una specie di scala gerarchica, mettendo alla base i problemi più futili per poi arrivare a quelli più seri che rendono impossibile davvero, la vita comune di tutti i giorni e la normalità così come viene intesa. Esistono delle disfunzioni e dei problemi oggettivamente più gravi, lo affermava, certo, come le persone costrette a vegetare in un letto d’ospedale e i rispettivi parenti costretti a subire quel peso morale ogni giorno, con la costante certezza che le cose non torneranno più come una volta, perché quando un bicchiere si rompe, non puoi fare nulla per riportarlo perfettamente alle condizioni iniziali. Per quanto però tutto questo fosse vero, per Phoebe era giusto che ognuno avesse a che fare con il proprio, di problema, e che ognuno ha il suo peggio. Perché forse, quando qualcuno ha un problema costante - a prescindere dalla sua grandezza - messo a confronto con ogni altro problema, è il proprio che va a pesare e guardare e per ognuno quello è il peggio. Ognuno ha il suo

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peggio e Phoebe non voleva sentirsi migliore guardando persone che stavano peggio di lei. Era perfettamente consapevole che nel mondo ci sono problematiche assurde che nemmeno si possono superare, ma lei aveva la sua ed era con quella che doveva fare i conti. Per lei quella fobia diventava ogni giorno una sfida sempre più grande, non riusciva ad accettare di avere un limite tanto stupido. Era una cosa psicologica, era dentro la sua stupida testa ed era questo che la mandava in bestia, il fatto che era tutto lì, eppure non riusciva a controllarlo minimamente. La faceva sentire come se non avesse alcun controllo di se stessa e della sua mente. Avrebbe potuto chiedere al primo sconosciuto lungo la strada, di guardare una nuvola e riferirle che forma avesse. Salvo che non avesse trovato un’altra rara persona come lei, l’estraneo o l’avrebbe presa per pazza, senza darle troppo peso, o avrebbe guardato tranquillamente la nuvola, riferendo la forma con un po’ d’immaginazione. Comunque a Phoebe piaceva la Musica e si era pienamente convinta del fatto che non esistesse persona al mondo alla quale non piacesse; era con essa che si sfogava. Viveva ancora a casa con la sua famiglia e tutte le mattine quando ormai i suoi genitori erano usciti per andare a lavoro, usava alzarsi, accendere il giradischi e mettere su il suo vinile vecchio e consumato di David Bowie per ascoltare la famosissima “Rebel Rebel”. Quella canzone la faceva sorridere e le metteva addosso l’illusione di poter affrontare la giornata intera con il sorriso stampato sul volto. Se non avesse avuto il suo tallone d’Achille, era convinta che le sarebbe piaciuto aprire le braccia guardando il soffitto e girare, girare, girare come una trottola sulle note di quella canzone, fino

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a perdere l’equilibrio e non riuscire più a percepire il senso delle cose attorno a sé. Le sarebbe piaciuta anche quella leggera sensazione di nausea, cadendo e ridendo a terra come una matta; però aveva paura di girare. Non poteva farlo guardando il soffitto e non trovava gusto nel farlo guardando a terra. Eppure una piccola parte di lei, quella sognatrice e piena di grandi aspettative, sapeva che prima o poi sarebbe uscita dal suo guscio, lo avrebbe rotto ed avrebbe trovato il coraggio e la strada giusta per uscirne; e lo avrebbe fatto sulle note di questa canzone, perché era l’unico pezzo che le dava la carica. Così le piaceva sognare e immaginare la sua vittoria contro se stessa, con la sua colonna sonora, proprio come nei film; però si trattava solo di fantasie e a lei piaceva fantasticare. Il problema di quando inizi a sognare è che, prima o poi, ti tocca aprire gli occhi e tornare di fronte alla realtà di tutti i giorni, alla quale dovresti essere ormai abituato ma, dopo una lunga serie di sogni e fantasie, si rivela sempre un pugno in faccia. Di solito per sfuggire alla realtà si sfruttano delle passioni, degli hobby, qualcosa che ti permetta di staccare la spina ed impedisca di farti una serie infinita - ed inutile - di seghe mentali. Ascoltare la Musica è uno sfogo, ma di seghe mentali spesso te ne fa fare tante. Phoebe avrebbe tanto voluto imparare a suonare uno strumento ma non aveva mai avuto la pazienza e il tempo per farlo. Non era un asso a scuola per via del suo eterno divagare con la mente, altrimenti sarebbe stata una studentessa modello. Allo stesso modo non aveva mai avuto occasione di praticare uno sport, come la maggior parte dei suoi coetanei, però, il modo per sfogarsi e tramutare tutte le emozioni, le sensazioni e la rabbia e

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il dolore che la affliggeva, lo aveva trovato. Amava tingersi i capelli, vestire in modo a suo dire non troppo appariscente per via dei colori poco vivi, ma usava indossare abiti non comuni come se fosse tornata indietro nel tempo e, a volte, apportava delle modifiche abbastanza particolari ai vestiti che comprava. Sceglieva il jeans o la maglia che più le piaceva, avendo già in mente cosa ne avrebbe fatto una volta tornata a casa. Era come se quell’indumento non lo vedesse, così come le veniva presentato in vetrina, ma come lei lo immaginava sotto una sua personale modifica. I suoi capelli erano rosa confetto e lei odiava il rosa. Credeva però che questo colore le donasse molto e, ciò, dimostrava quanto non escludesse delle possibilità, nonostante i suoi gusti personali e fosse piuttosto oggettiva nelle decisioni: il rosa lo odiava, ma in testa le stava bene. Guardarlo non la innervosiva e forse aveva solo trovato il modo di accettarlo. Una cosa che non le piaceva, era la precisione, la perfezione, come volgarmente è definita. Perciò ogni occasione era buona per modificare un vestito o cambiare qualcosa a suo piacimento. Infatti, i suoi capelli, oltre che rosa, erano anche mossi, con un taglio impreciso e una frangia che tendeva a scendere, tagliata in modo irregolare. Indossava calze nere - che spesso modificava strappandole o tagliandole - anfibi, jeans corti, maglie o troppo strette o troppo larghe. Aveva una collana lunga che le cadeva tra i seni, con appeso un ciondolo che rappresentava una rosa blu chiusa in una piccola ampolla. Questo perché fin da piccola adorava il cartone della Disney “La bella e la bestia”, proprio perché raccontava la storia di due persone che si amano davvero, a prescindere dall’aspetto di lui, che appunto,

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colpito da una brutta maledizione, è costretto a vivere nei panni di un orribile bestia. Un paradosso, ciò che nella vita reale difficilmente accade, anche se il cartone può avere molteplici interpretazioni, dalle più semplici alle più complesse. La rosa era blu semplicemente perché a lei piaceva il blu e, ormai, le rose rosse stavano perdendo di valore, troppo utilizzate per chiedere scusa, per fare sorprese, tutti sfruttavano la scusa della rosa rossa. Un po’ come il “Ti amo”, tanto sminuito, inserito in ogni frase per comodità, scusa, furbizia o mancanza di serietà. Erano tutte cose che con il tempo le persone avevano svuotato del loro intenso significato. Quando una cosa diventa di tutti, inizia a perdere il proprio valore, anche perché forse non tutti meriterebbero di usufruire delle stesse cose, perché non tutti hanno lo stesso tatto o la stessa sincerità per farne uso. Non siamo tutti uguali ed è giusto che sia così; ma, in un mondo in cui tutti fanno ciò che vogliono, con quel che vogliono, arriva anche il momento di sapersi adattare ed iniziare a creare un proprio codice per amare. Phoebe credeva che in ogni cosa ci fosse un po’ di arte e che il corpo umano fosse esso stesso, arte. Lo vedeva come un foglio da disegno o comunque, un’opera da completare attraverso i vestiti, il trucco, o magari - come nel suo caso -, i tatuaggi. Ebbene sì, Phoebe aveva un tatuaggio dietro la schiena. Non tutti hanno lo stesso parere nei riguardi dei tatuaggi, molti credono che con il tempo si potrebbe provare pentimento per quanto fatto, perché le cose cambiano e forse nulla vale la pena di essere inciso sulla pelle e nulla riuscirebbe a essere tanto certo da essere segnato come un “per sempre”. È vero, non sai mai cosa aspettarti dalla vita, un

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giorno ami follemente una persona e il giorno dopo la stessa persona ti delude profondamente. Potresti passare da una certezza, a un dubbio e poi a una delusione, anche nell’arco di poche ore. Proprio per questo, Phoebe non avrebbe mai fatto disegnare sulla sua pelle qualcosa che rappresentasse o le ricordasse qualcuno. Le persone sono già di per sé delle incertezze, sono incostanti, sono imperfette e per questo rischiano di farti del male anche quando credi sia impossibile. Non avrebbe mai rimpianto nulla della sua vita, tutto passa, tutto serve. Ogni cosa vissuta ha contributo a creare ciò che sei e non puoi far altro che dirgli grazie per averti portato al punto in cui ti trovi, sperando che tu abbia fatto tesoro degli insegnamenti inerenti a tali esperienze. Rimaneva comunque del parere, che nonostante non rimpiangesse il vissuto con delle persone o di averle conosciute, esse non meritassero di essere tatuate in alcun modo. Bastava che fossero dentro di lei, sotto forma di cicatrici, di carezze, di ferite aperte o di baci. Ciò che Phoebe voleva tatuarsi addosso erano dei principi, delle cose in cui credeva profondamente. Se seguissimo il discorso fatto fin ora, del fatto che la vita è un continuo cambiare, potremmo ritenere che anche le persone cambiano e con esse i loro principi; ma per quanto un principio possa cambiare, non credo possa mutare nel suo opposto, al massimo può migliorare, modificarsi, ma mai diventare qualcosa di diverso. Se credi in qualcosa fermamente, nemmeno una forza trascendentale potrebbe farti cambiare idea. Phoebe credeva nel potere della Musica di unire le persone. Credeva che ogni cosa fosse possibile grazie al solo fatto di crederci. Credeva che credere, credere in qualcosa, fosse un

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buon modo di vivere. Perché credere in qualcosa, fa sentire più vivi, meno soli e riesce a darti un appoggio quando hai bisogno di sostegno. Aveva intenzione di tatuare il potere della Musica, presto, ma c’era un tatuaggio che non aveva esitato a fare e che appunto era proprio lì, inciso nella sua carne, dietro la sua schiena. Non era qualcosa in cui credeva, tantomeno che amasse davvero. Rappresentava ciò che, anche se non era disegnato su di lei dalla nascita, se lo sentiva addosso da sempre. Qualcosa che non aveva scelto di avere, ma questo qualcosa aveva scelto lei, prendendo la sua mente. Avete capito bene. Erano ormai cinque anni che aveva quel tatuaggio impresso. Rappresentava la sua fobia, la sua condanna, la sua ombra, il suo punto debole che la caratterizzava da chiunque altro. Aveva scelto di tatuarselo per sfida, come per ricordare a se stessa che non aveva paura. Comunque era qualcosa che faceva parte di lei, ci aveva sempre vissuto e doveva trovare il modo di accettarlo. Si dice che il primo passo per superare un problema, sia quello di accettare e riconoscere di averlo. Phoebe sapeva bene di avere un problema, accettarlo, era il passo decisivo che le mancava; ma come fai ad accettare di non poter guardare il cielo? Nonostante tutto era legata al suo tatuaggio. Spesso in qualche modo siamo legati a ciò che ci tortura e che ci fa male, quando fa parte di noi da tanto tempo. Forse perché è talmente da tanto che ci abbiamo a che fare, che crediamo sia un pezzetto essenziale di noi; anche se si tratta di un pezzetto un po’ marcio. Se vogliamo amarci davvero, dobbiamo imparare ad amare anche i nostri pezzetti un po’ marci. Come quando ami qualcuno per quel che è, soprattutto per i suoi difetti. Insomma,

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abbiamo capito che siamo proprio complicati noi essere umani. Phoebe non rappresentava l’eccezione, anzi, era l’esemplare che confermava la complessità della nostra specie. Non vi descriverò dettagliatamente cosa rappresentasse il suo tatuaggio, quali immagini avesse scelto per incorporare la sua fobia. Posso dirvi che c’era un occhio, ma voglio fermarmi qui. Ho descritto già fin troppo e voglio lasciare un po’ d’immaginazione anche a voi. In fondo la storia dev’essere scritta dall’autore e il lettore. Altrimenti perché leggere un libro, se non si può nemmeno immaginare qualcosa, se ogni dettaglio è già scritto e approfondito, senza darci un minimo di spazio per prendere posizioni e dare delle sfumature durante la lettura? Per questa volta vi lascio essere dei tatuatori, degli artisti. Disegnate voi, il tatuaggio di Phoebe. Dategli una forma che magari rappresenti anche un po’ le vostre, di fobie; i vostri limiti, le vostre paure più grandi.

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Capitolo 2

“On air” Era martedì, un piovoso martedì autunnale e tutto era tranquillo, almeno nella casa di Phoebe, nel mondo sicuramente no. Tutto, fin quando sua madre, la signora Cheril, non piombò in camera sua per ricordarle – come ogni martedì -, che aveva la seduta dallo psicologo. Come di norma, Phoebe non andò alla sua seduta. Se devo dirla tutta, non aveva nemmeno mai iniziato una seduta. Se doveva uscire dalla sua gabbia mentale, doveva farlo da sola. Nessuno avrebbe mai potuto intaccare in qualche modo il suo essere, scavarle dentro, nessuno avrebbe mai potuto avere la pretesa di capire quello che provava. Nessuno, a parte lei. Comunque quel giorno aveva un motivo in più per non andarci: pioveva, e a lei la pioggia non andava proprio a genio, non quando si trovava fuori. Se avesse potuto, restare chiusa nella sua stanza con le cuffie alle orecchie, allora sì, in quel caso la pioggia le sarebbe piaciuta. Le piaceva osservare le goccioline che scivolavano lungo il vetro della finestra, mentre lei si sentiva al sicuro tra le mura del buco della sua stanza. Dico buco, perché forse anche quelle mura iniziavano ad andarle strette; però la pioggia la rendeva pensierosa e triste, e lei compensava a quello stato d’animo ascoltando sempre la stessa canzone. Ormai aveva finito per chiamarla “la canzone della pioggia” per il semplice fatto che la ascoltava ogni qual volta il cielo decideva di piangere. Chi ama la

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pioggia, spesso la ama perché può alzare la testa al cielo e lasciarsi bagnare il viso; ovviamente lei non poteva far altro che rifiutare la pioggia stessa. In realtà comunque, la canzone era “The scientist” dei Coldplay, ed anche questo brano le aveva lasciato qualcosa. In ogni canzone che ascoltava, c’era sempre una frase che le piaceva più di tutte o che le suonava bene, quella frase che meritava di essere cantata correttamente e per intero, senza mangiarsi le parole, le lettere e fingere un inglese perfetto. In questo caso la frase era: “Nobody said it was easy, no one ever said it would be this hard.” tradotto: “Nessuno ha detto che sarebbe stato facile, nessuno ha mai detto che sarebbe stato così difficile.” Tant’è che questa era la frase con la quale cominciava ogni sera, e ogni mattina, la sua trasmissione in radio. Sì, diceva proprio così per poi aggiungere: “Ma nessuno ha mai detto che sarebbe stato impossibile. Siamo ancora qui, è un altro giorno e noi ci siamo, siamo vivi. Un po’ più a pezzi, un po’più sani, ma siamo ancora qui. Buon ascolto, dalla vostra Phoebe.” Con tanto di jingle e voce robotica che aggiungeva “P. Radio, la radio che vi farà compagnia”. Ecco, il suo lavoro era questo. Aveva dei turni prefissati, alcuni giorni andava in diretta per tutta la notte ed altri giorni, la mattina presto. I giorni che preferiva erano quelli in cui aveva il turno di notte, perché la notte le piaceva. Si definiva una radio da compagnia, perché maggiormente usava parlare. Tutte le radio sono da compagnia alla fine, ma la sua lo era in modo diverso. Si metteva lì e diceva tutto quello che le passava per la testa, passando da un argomento all’altro. A volte chiedeva ai suoi ascoltatori di mandarle una mail o un messaggio, o addirittura di

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Indice Prefazione............................................................................. 11 Capitolo 1 Fobia............................................................... 15 Capitolo 2 On air.............................................................. 25 Capitolo 3 Halloween....................................................... 37 Capitolo 4 Messaggi......................................................... 45 Capitolo 5 Il ritorno di Joshua.......................................... 53 Capitolo 6 Confessioni..................................................... 58 Capitolo 7 Primi passi...................................................... 62 Capitolo 8 Sopravvissuti.................................................. 68 Capitolo 9 Torniamo a noi................................................ 89 Capitolo 10 Questione di tempo......................................... 97 Capitolo 11 Un altro mondo............................................... 101 Capitolo 12 Attesa.............................................................. 104 Capitolo 13 RealtĂ oniriche................................................ 108 Capitolo 14 Speranza.......................................................... 111 Capitolo 15 Giochiamo...................................................... 116 Capitolo 16 Uno................................................................. 121 Capitolo 17 Vita e morte.................................................... 127 Capitolo 18 Amor proprio.................................................. 136 Capitolo 19 Risveglio......................................................... 140 Capitolo 20 Vuoti............................................................... 145 Capitolo 21 A caccia di fobie............................................. 148 Capitolo 22 Trip naturale.................................................... 153 Capitolo 23 Questioni di memoria..................................... 157 Capitolo 24 Odori............................................................... 162


Capitolo 25 Capitolo 26 Capitolo 27 Capitolo 28 Capitolo 29 Capitolo 30 Capitolo 31 Capitolo 32 Capitolo 33 Capitolo 34

Mostri.............................................................. 167 Insicurezze...................................................... 174 Formaggio....................................................... 178 Follie............................................................... 184 Il Grande salto................................................ 191 Bentornata....................................................... 200 Buon compleanno........................................... 206 Folla................................................................ 213 Indimenticabile............................................... 219 Alla fine dei conti........................................... 224


Stampato nell’aprile 2014 a cura di

www.protipo.it info@protipo.it Via Giovanni Falcone, 23 67100 L’Aquila


Fuori - Romanzo di Michela D'Amore  

Questa è una anteprima del romanzo appena pubblicato in proprio.

Fuori - Romanzo di Michela D'Amore  

Questa è una anteprima del romanzo appena pubblicato in proprio.

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