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ANNO I - Numero 0 – Gennaio 2013 A cura della Loggia Vincenzo Tavormina 215 di Palermo mail: v.tavormina@libero.it

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La Grande Madre Venere di Willendorf

Nasce adesso, dopo entusiastica gestazione, questo numero zero del Foglio Massonico con una valenza regionale e con la pretesa di dare voce ai fratelli delle varie Logge siciliane che sicuramente contribuiranno a farla crescere forte e bella.

Il paragone con una nuova creatura che “viene alla luce”, col significato particolare che noi diamo a questa espressione, e che deve maturare armoniosamente, non è casuale perché riteniamo che questa rivista sia anch’essa frutto dell’amore, non di due genitori, in questo caso, ma dei tanti fratelli della Loggia Vincenzo Tavormina n. 215 di Palermo, che l’hanno fermamente voluta per esprimere il loro desiderio di realizzare un’opera che accogliesse il meglio della conoscenza e delle tradizioni massoniche siciliane.

Abbiamo pensato, inoltre, facendo riferimento all’amore e alla nostra regione, che il modo migliore d’inaugurare questa rivista sia quello di parlare del mito di Afrodite in Sicilia in quanto incarnazione della Grande Madre mediterranea, collegata appunto alla fertilità, all’amore e al mare.

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Il culto di Venere in Sicilia è antichissimo. Diodoro Siculo lo fa risalire addirittura ai Sicani e pur essendo uniformemente diffuso, si sviluppò soprattutto a Erice e a Hybla Gereatis, cioè in quella zona in cui oggi sorge Paternò. Erice, posta su un’altura che domina il porto di Trapani e da cui si gode di un’ottima visuale su tutti i versanti, prende il nome dall’omonimo eroe, figlio di Afrodite e del re Bute, che in onore della madre ivi aveva eretto un tempio ricco e splendido. Dagli antichi Sicani il culto di Venere Ericina si tramandò ai Fenici e ai Punici che soggiornarono per lungo tempo nella Sicilia occidentale. Un’iscrizione punica tramanda il nome fenicio della divinità chiamata Aschotoreth, cioè l’ Astarte Ericina che poi diventerà l’ Afrodite Ericina per i Greci e la Venere Ericina per i Romani. Ci troveremmo, pertanto, di fronte ad un culto autoctono antichissimo e accettato poi dai colonizzatori. Afrodite Ericina Analogamente, sull’altro versante siciliano, a Hybla Gereatis, quando la terra e le forze della natura, come la violenza dell’Etna, si scatenavano, allora gli abitanti dell’isola invocavano la Grande Dea, la madre per eccellenza. Cosa significasse il termine “Gereatis” è molto problematico. Forse la parola originaria è da collegare con una divinità della terra e quindi da avvicinare alla fecondità e ai fenomeni vulcanici comuni in area etnea. Può anche essere messa, però, in relazione col termine gerra usato dai siculi in riferimento agli organi della fecondità, sia maschili che femminili, custoditi in un tempio di Afrodite a Naxos.

L’Afrodite di queste zone potrebbe, a sua volta, derivare dalla più antica Dea Iblea. Un’antica moneta la raffigura con un’anfora, simbolo dell’acqua fecondatrice che ci rimanda ad epoche preistoriche in cui la dea della fecondità nella sua accezione più arcaica e intrinseca è la Grande Madre, da cui tutto trae origine.

Riteniamo che questa Grande Dea Afrodite, venerata dall’Oriente all’Occidente della nostra Regione, potrebbe anche essere chiamata Giunone, Demetra, Iside o con qualunque altro nome della Mater, ma perché non considerarla anche come Maria, la Madre del Dio cristiano, che dalla notte dei tempi fino ad oggi fa comunque da ponte tra la dimensione terrena e quella spirituale? MM 2L (Loggia V. Tavormina 215 – Palermo)

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Dualismo e Monismo

Io sono la luce. Io sono energia che permea tutte le cose svelando le loro apparenze e manifestandone sia le qualità che i difetti, apertamente, senza segreti o sotterfugi. Io sono stata la prima scoperta dei tuoi occhi quando uscisti dal buio grembo materno e la rivelazione del tuo occhio interno se rinascendo, da iniziato, venisti a me. Io porto nel mio cuore i colori e li dono con amore alla natura. Io porto il cielo sulla terra. Io posso essere la macchia chiara all’interno del bosco scuro, la luce della redenzione, l’immagine più immediata di Dio, la scintilla divina latente in te. Senza me saresti nelle tenebre.

Io sono le tenebre … l’oscurità … il buio. Sono il tuo contrasto ma anche la tua enfasi. Sono l’ombra che ti osteggia e sono ciò che armonizza la tua forza conferendo le giuste sfumature. Senza me saresti solo debilitante abbagliamento, piatta realtà senza intima profondità. Io porto il rinfrancante riposo della notte, io sono il colore della passività e della quiete ma sono anche l’istinto allo stato potenziale, la forza cieca della sopravvivenza e della procreazione, la tua culla nel grembo materno. Io sono il silenzio degli occhi che apre la mente all’immaginazione, ai sogni e alla meditazione.

Io sono il bene. Io sono la strada che conduce alla perfezione morale e spirituale, ciò che i saggi chiedono all’uomo di perseguire. Per raggiungermi potrai penare e soffrire perché io sono la vetta alla fine del sentiero più ripido che molti disertano per seguire comodi percorsi che conducono ad effimeri appagamenti. Solo col mio sostegno potrai esercitare e attuare la vera giustizia e la pace. Io sono l’acqua che rende fertile il deserto della tua anima.

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Io sono il male. Io non sono acqua insipida, ma vino generoso che ti dà l’ebbrezza del potere. Io lusingo i tuoi sensi, io appago il tuo corpo, io attento alle tue virtù e ti spingo nella dolcezza del peccato. Sono l’impulso primario quando mancanza di controllo ed incapacita’ di intendere hanno il sopravvento. Io albergo in te e ti do la vitalità, la soddisfazione della carne. Io faccio parte del tuo essere.

Io sono il sole. Io sono l’Origine, il Principio, la Fonte della vita. In me abita la forza. Io ti dono il mio calore e la mia luce con generosa passione senza chiederti niente. Io sono il padre benevolo che cura e nutre i suoi figli. Io sono il ritmo virile della tua vita. Io segno l’inizio del giorno con la sommessa luce dell’aurora, poi rifulgo nel pieno delle mie forze e quindi mi spengo nelle rosse fiammeggianti e struggenti luci del tramonto. Io segno le stagioni, quelle della semina e quelle del raccolto. Io sono l’Eroe che scende ogni sera nel regno degli Inferi e ne fuoriesce ogni giorno vittorioso.

Io sono la luna. Io rifletto la tua luce ma non ho il tuo calore talvolta asfissiante. Io ti rubo quel tanto di luce che possa bastare a dare fascino alla notte seducendo le anime dei poeti. Io sono la madre e la donna che muta le sue forme per apparirti più bella. Da esile e sinuosa a florida gestante gravida di luce e in questo eterno ciclo sono l’astro che ti ricorda i ritmi della vita, sottomesso alla legge universale del nascere, crescere e scomparire. Tu, sole, sei la vita. Io sono “il primo morto”. In me abitano le anime dei morti in attesa di una seconda morte.

Io sono Venere Io sono l’ideale di bellezza, la grazia, il senso della proporzione e l’armonia estetica. Io sono l’amore della madre, la leggerezza di una carezza, la dolcezza del bacio e, ugualmente, l’impeto della lussuria. Io sono la Venere Celeste, simbolo della devozione spirituale che ti può elevare nell’ascesi mistica, ma anche la Venere Terrena, simbolo dell’erotismo e della passione. Gli umori del mio grembo, in questa duplice essenza, si mescolano nel fulgore solare del mio aspetto quale “atanor” latore di vita e garante di trasformazioni.

Io sono Marte Io sono l’impulsività e la forza. L’irruenza istintiva della gioventù e l’energia folgorante della tempesta. Io sono la tua parte più terrena, l’istinto di sopravvivenza e il desiderio del potere che si esercita nella sopraffazione dell’altro. Io sono la virilità che non ammette compromessi, pulsione alla riproduzione e alla perpetuazione della specie. Io sono potenza e forza fisica ma anche concentrazione di spirito senza cui saresti improduttivo nel lavoro e nella difesa dei tuoi affetti.

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Io sono il sacro. Io sono la fiamma che arde dentro te, che domina sovrana in una zona intangibile che va tenuta sapientemente separata e nascosta. Io sono il sacro, la fiamma che illumina il tuo essere nella vita, io sono la vita! Io sono il sacro, la fiamma che ti guida nella conoscenza, io sono la conoscenza! Io sono il sacro, la fiamma che illumina il tuo cammino alla ricerca della verità, io sono la verità! Io sono il sacro, la fiamma, preservami dai venti di tempesta del mondo profano, io sono vita, conoscenza e verità. Io sono te!!!

Io sono il profano. Sono l’uomo di tutti i giorni. Sono la fatica del quotidiano. Sono alla continua ricerca di un significato, di ideali spirituali mentre quelli materiali che mi hanno contaminato fin dalla nascita mi proiettano all’esterno di me stesso. Io sono, ma non sono. Io eterno Diogene, con i pesanti fardelli che mi sono stati attaccati addosso, errando con l’ormai fioca luce della mia lanterna vado cercando me stesso.

Io sono la vita. La condizione propria della materia vivente, che la distingue dalla materia inanimata. Io sono l’Alfa. Io ti do la possibilità di testimoniare e comprendere la complessità del mondo, la sua bellezza, i suoi misteri, i suoi interrogativi. Io sono quel breve intervallo temporale che ti è stato donato e che potrai usare a tuo piacimento in piena libertà dissolvendolo e sperperandolo nei mille rivoli di una fallace illusione materiale o che potrai usare per crescere nella conoscenza e nell’amore.

Io sono la morte. Io sono l’òmega. L’estremo limite delle tue vestigia terrene. Irresistibile e implacabile porterò con me il tuo corpo mortale devastandolo. Quieta lascerò nei tuoi occhi la rassegnazione. Fredda,distenderò il mio eterno, oscuro e mistico manto. Io sono il temuto limite che ti spoglia della tua arroganza e della tua prepotenza. Io sono la falce che miete e livella le difformità della vita.

Io sono la via di mezzo. Io sono la sintesi del tutto. Io sono l’Anima Mundi. L’uno include l’altro, il più alto è nascosto nel più basso. Il più in basso è il seme di quell’albero in piena fioritura che è il soprannaturale. Io sono il pavimento a scacchi, l’emblema della dualità terrena ma su cui noi dobbiamo camminare fieramente non ponendo caso su dove poggiamo i piedi perché porsi il problema della scelta del bianco o del nero è un riconoscimento di quel dualismo terreno che, in quanto limite, va superato guardando avanti e andando verso Oriente. Verso l’Uno. Universo significa “versus uno”. La realtà non sono le cose, la verità non è nell’apparenza. Conoscere è ritrarsi dalla falsità del mondo per aprirsi alla luce dell’essere.

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Questa luce si concede a coloro che si contraggono in sé e nel silenzio delle cose ascoltano la voce di Dio. La medesima voce che ha parlato a Mosè, a Ermete, a Pitagora e a Platone. Per questo la verità è l’eterna rivelazione. Rigore di giudizio e di volontà permettono di raggiungerla con l’aiuto delle sacre scritture, della libertà interiore di spirito e dell’amore dei tuoi Fratelli. Io sono l’Armonia tra gli opposti. Io sono la Compassione: il tronco centrale dell’Albero della Vita. Io sono la Squadra e il Compasso uniti insieme in un unico simbolo sopra il volume della Legge Sacra.

Lavoro realizzato e quindi recitato a più voci, in occasione della centesima tornata della Loggia V. Tavormina n. 215 di Palermo.

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Il coro del Nabucco Era una piovosa ed umida serata milanese del novembre 1841, e la passeggiata o l’aperitivo nei caffè letterari prima dell’ora di cena, faceva parte delle tradizioni più in voga nel mondo culturale lombardo. L’impresario teatrale Bartolomeo Merelli trovò la forza di insistere nel consegnare al giovane musicista Giuseppe Verdi, in periodo di crisi esistenziale, uno splendido Libretto d’Opera in versi, ideato e redatto interamente da Temistocle Solera. “Senta Verdi – tuonò Merelli – non posso costringerti a scrivere di nuovo musica per forza! Sappi solo che la mia fiducia in te non è mai diminuita – iniziando improvvisamente a dargli del tu – Chi sa che un giorno tu non ti decida a riprendere la tua penna geniale”. Diversi anni più tardi Verdi ricordò la strana magia di quella serata soffusa di nebbia, scrivendo queste parole: “Era un grande copione scritto a caratteri grandi, come si usava allora, lo feci in rotolo e salutando Merelli mi avviai a casa mia. Strada facendo sentivo un malessere indefinibile, una tristezza somma, un’ambascia che mi gonfiava il cuore. Rincasai e con un gesto violento gettai il manoscritto sul mio tavolo da studio. Il fascicolo cadendo si era aperto e i miei occhi fissarono la pagina che stava a me innanzi, e mi si pone alla vista questo verso: Va Pensiero sull’ali dorate.” 6


Nacque di getto l’intera Opera Lirica NABUCCO, basata sullo sfondo storico-politicosociale del contrasto tra la civiltà AssiroBabilonese e il Mondo Ebraico, intrecciato con le passioni umane del Re Assiro NABUCCODONOSOR, personaggio il cui canto è intessuto sulla voce di Baritono.

Egli ha sconfitto militarmente il grande popolo del Dio di Giuda, entrando nel Tempio di Salomone e profanando l’Ara Sacra, spinto dalla tipica mentalità del Potere. Un tema assai caro al giovane Giuseppe Verdi, che già sognava una Patria libera e indipendente anche per i suoi Fratelli Italiani. Il Mondo del Potere degli Assiri ha messo in ginocchio apparentemente Israele, ma la Cultura della Conoscenza Iniziatica si libra in alto sulle ali del Pensiero dell’uomo, rendendo vane le catene e la distruzione materiale del Tempio. Nella splendida regìa del 2007 all’Arena di Verona sono presenti sullo sfondo grandi librerie che si svuotano improvvisamente all’arrivo degli Assiri: i libri cadono fragorosamente e le grandi mensole rimangono vuote per l’intera Opera. Interessante è anche la realizzazione della Torre di Babele sulla destra della Scena, simbolo della distruzione del DIALOGO e della INCOMUNICABILITA’ del Mondo del POTERE. La grande GENIALITA’ del Nabucco è infatti il CORO, che è in grado di esprimere con colori struggenti e bellissimi, il PENSIERO di un intero popolo, e insieme ad esso il pensiero di un intera Cultura Iniziatica. Un centinaio circa di Israeliti che cantano insieme gli stessi versi è un’immagine surreale ed assurda dal punto di vista pratico, eppure la MAGIA dell’OPERA LIRICA era ed è proprio questa assurda REALTA’ dell’espressione. Va' pensiero, sull'ali dorate; Va, ti posa sui clivi, sui colli, Ove olezzano tepide e molli L'aure dolci del suolo natal! Del Giordano le rive saluta, Di Sïonne le torri atterrate... Oh mia patria sì bella e perduta! Oh membranza sì cara e fatal! Arpa d'or dei fatidici vati, Perché muta dal salice pendi? Le memorie nel petto raccendi, Ci favella del tempo che fu! O simile di Solima ai fati Traggi un suono di crudo lamento, O t'ispiri il Signore un concento Che ne infonda al patire virtù!

Arena di Verona - Scenografia - anno 2007

Interessante dal punto di vista poetico, è analizzare le principali particolarità lessicali di “Va Pensiero”, che comunque riguardano la presenza di concetti aulici, come voleva la prassi di prosa e poesia ottocentesca. In particolare si osservano termini come: clivi, olezzano, membranza, favella, fatidici, traggi, concento, nonché i nomi propri Sionne e Solima, dove Sionne indica la fortezza di Gerusalemme mentre Solima deriva dall'antica denominazione greca della città (Ἱεροσόλυµα, 7


Hierosólyma). Si tratta di 16 decasillabi, divisi in 4 quartine. Le strofe presentano un ritmo particolare, con gli accenti che cadono sulle sedi 3-6-9. È per questo che al verso 13 la parola "simile" si legge con l'accento piano sulla seconda sillaba ("simìle") anziché con l'accento sdrucciolo sulla prima. Secondo la prassi della poesia per musica, l'ultimo verso di ogni quartina è tronco, cioè costituito da nove sillabe metriche. E’ proprio la caratteristica dell'ODE, che condivide con l'inno un rigido codice, rappresentando un modello riservato a “TESTI ALTI”, come dice la critica letteraria, per significato e valore civile e religioso, epico e patriottico. Il tono oratorio è perciò solenne, destinato ad ottenere la persuasione e trascinare l'ascoltatore all'azione. Il testo è ricco perciò di interiezioni ("Oh mia patria", "Oh membranza"), di esclamazioni ("Va', ti posa", "saluta", "raccendi", "ci favella", "traggi", "t'ispiri"). Tuttavia, oltre l’analisi della critica letteraria, rimane il PREZIOSO MESSAGGIO INIZIATICO LATENTE, che solo chi ha orecchie per intendere può scoprire e vivere, lasciandosi trasportare dalla splendida musica, ricca di riferimenti ai numeri 3, 5 e 7, ma anche al numero 6, caratteristico del SIGILLO di SALOMONE. La Cultura del PENSIERO si solleva con le sue ALI DORATE, presenti in molti riferimenti iniziatici, sfuggendo alle catene del POTERE e posandosi sulle dolci AURE dei Grandi Iniziati del suolo natale. Vi è anche un sottile riferimento alchemico all’interazione tra i 5 sensi, secondo la quale anche i colori e i suoni possono essere gustati, così come i sapori ed i profumi ammirati e osservati dall’occhio. L’ARPA d’oro dei VATI, in grado di predire il futuro, è lo strumento divino in grado di entrare in risonanza con i sentimenti umani e il trascendente. Infine il Coro canta in modo struggente la TRASMUTAZIONE che muta i VIZI e la SVENTURA in VIRTU’, soltanto se l’uomo è in grado di ascoltare l’ispirazione proveniente dal Signore. Collegando CIELO e TERRA, TRASCENDENTE e IMMANENTE. Una creazione artistica che permane, in definitiva, grandemente attuale e quindi simile ai concetti espressi da forme musicali assai diverse nella forma ma ispirate dallo stesso cuore. Proviamo a chiudere gli occhi e a riconoscere la stessa strada tra le stelle indicata da Edoardo Bennato: “Seconda Stella a Destra, questo è il Cammino, e poi dritto fino al mattino. Poi la strada la trovi da te, porta all’ISOLA CHE NON C’E’”. MV SDG (Loggia V. Tavormina 215 – Palermo)

Questa pubblicazione è da intendersi quale rivista interna ad uso esclusivo delle Logge della G.L.R.I. Gli articoli pubblicati costituiscono opera della maestria dei loro rispettivi autori. Il loro contenuto non riflette necessariamente la posizione delle Logge siciliane o della G.L.R.I.

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Il Foglio Massonico N.0 - 2013  
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