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IL LIPIZZANO

cavallo italiano anzi espressione della cultura equestre italiana

di Mario Renzulli

Sebbene, nel contesto delle relazioni diplomatico–commerciali, l’Italia, già nel 1998, abbia riconosciuto all’Austria - nel rispetto della Storia - di essere la terra d’origine del cavallo lipizzano (1) tant’è che entrambi i Paesi stabilirono, con un accordo notificato alla Commissione europea, che al Libro Genealogico tenuto preso l’allevamento federale di Piber dovesse riconoscersi la qualifica di Libro genealogico d’origine (ma una copia del “Libro”, quella un tempo conservata a Vienna, è presso di noi) la questione dell’italianità di tale cavallo spesso si riaffaccia, non solo per i dolorosi fatti storici che hanno riguardato i territori limitrofi a Trieste (Lipizza, come si sa, è poco oltre il confine con l’Italia) e l’Istria (oggi in larghissima parte croata ) ma anche per il fatto che “italianità” trova in qualche modo riscontro presso nostri Enti di settore (2).

Ora, mentre per quanto riguarda il p.s.i o per il p.s.a nessuno dibatte sui rispettivi luoghi di origine, impressi d’altronde nella denominazione delle due razze (e ciò a prescindere dalla capillare diffusione delle stesse nel mondo intero) per il lipizzano non è così.

Prendiamo le mosse dal volume del gen. Carlo Volpini, “Il cavallo”, pubblicato per la prima volta nel 1891 e che ebbe numerose edizioni successive:

se si mette a confronto l’edizione del 1917 con quella del 1945, entrambe curate dal prof. Gianoli, si constata che nella prima delle due, uscita nel corso della I° guerra mondiale, la lipizzana è collocata fra le razze austriache; mentre nell’altra, antecedente il trattato di Parigi del febbraio 1947 che, dopo quello di Rapallo del 1920, sancì anche i confini orientali dell’Italia, la razza di Lipizza è annoverata fra le principali razze italiane.

Trascrivo il relativo passo, richiamando l’attenzione sui termini usati dall’Autore con lo scrupolo dello studioso:

<< La razza di Lipizza di fama mondiale, prima della guerra 1915-18 apparteneva alla corona dell’impero austro-ungarico , e da essa la corte ritraeva non solo superbi carrozzieri per le berline imperiali ma ottimi cavalli da sella per la scuola imperiale d’equitazione di Vienna, mentre ora fa parte del patrimonio ippico italiano>>.

Dunque la Lipizzana dall’avvio del suo allevamento fino all’ evento bellico per primo menzionato, cioè per circa 300 anni, è “appartenuta” all’Austria; poi, per i successivi trent’anni circa, ha “ fatto parte” del patrimonio ippico italiano.

Aggiungo un’altra curiosità libraria: A.E. Brehm, famoso naturalista dell’Ottocento, scrisse un’opera “generalista” (“Nel Regno degli Animali”) comprensiva anche degli equidi e, fra questi, del cavallo domestico.

Nella edizione italiana del 1951 pubblicata da Mondadori vi è una bellissima tavola di G. Rivolo raffigurante i principali cavalli da tiro e da sella del mondo, in cui il Lipizzano è annotato come italiano.

Questa attribuzione non è riferibile al Brehm, che non si sofferma sulla razza lipizzana, ma evidentemente esprime l’opinione da noi prevalente in quegli anni.

A questo punto occorre esaminarne la genesi, in modo approfondito.

Forse per emulare Rodolfo II d’Asburgo

(3) che nel 1579 diede ufficialità all’allevamento della razza Kladruber (4) nella Boemia orientale (generata come per la lipizzana da apporti di sangue andaluso e italiano) o quale sviluppo autonomo di un progetto di riqualificazione delle strutture di allevamento dei cavalli del Carso discusso con suoi consiglieri, l’ idea di costituirla venne all’Arciduca Carlo II di Stiria, regione avente come capoluogo Graz ed in cui si trova anche Piber che, successivamente, diverrà il tempio austriaco della razza.

Geograficamente siamo a sud est di Vienna, grosso modo alla stessa distanza, tanto dall’odierna Slovenia, che dall’Ungheria.

La stabulazione del nucleo originario composto da andalusi, avvenne nel 1580 a Lipizza in terreni da cui il vescovo di Trieste Nicolò de Coreto traeva parte delle sue rendite e che nell’occasione vendette all’arciduca.

L’originario insediamento fu poi implementato nel Settecento da pascoli che si trovavano nei pressi dell’odierna Postumia.

Quello che è il cuore dell’attuale Sloveniache si estendeva anche sull’antico Ducato di Krain (in italiano Carniola) era stata dominio della Casa d’Austria già da due secoli prima della originaria stabulazione a Lipizza ed era dunque zona di prevalente influenza asburgica. Va comunque segnalato che l’iscrizione, risalente al 1703, sul portone della scuderia degli stalloni dal soffitto a volte ( la celeberrima velbanca ) a Lipizza, è in italiano.

Poi, come accennato, la vittoria nella guerra ’15-’18 ci permise di affermare la nostra sovranità (oltre che sulle terre istriane e dalmate che anticamente erano appartenute alla Repubblica di Venezia) anche su parte della Carniola, che - per la porzione residuale - divenne jugoslava.

La sconfitta nella sciagurata guerra ’40 – ’45 ce le fece perdere a vantaggio di quest’ultima Federazione (Federativna Socijalisticka Republika Jugoslavija fra Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia–Erzegovina, Macedonia e Montenegro, scioltasi mezzo secolo dopo) con quello che ciò comportò e che è noto a tutti.

Si tratta, dunque, di territori soggetti a frequenti mutamenti geopolitici, tant’è che da quelle parti, in quel torno di tempo, poteva accadere che le persone, pur vivendo sempre nello stesso luogo, divenissaro, nell’arco della loro vita o di quella dei loro diretti discendenti, via via cittadini, oltre che di alcuni dei summenzionati Stati, anche dell’Ungheria.

Tornando alla formazione della razza lipizzana , l’immissione di sangue italiano si ebbe già negli anni immediatamente successivi all’avvio dell’allevamento: in primis - secondo taluni (5) - attraverso cavalli del Polesine (identificabili probabilmente in quella razza mantovana celeberrima ai tempi dei Gonzaga (6)) o, secondo altri (7) attraverso cavalli del Carso.

Attesa la diversità dei luoghi sopra indicati che non può non essersi riflessa sulla tipologia dei cavalli in questione, le opinioni di cui sopra, valide entrambe, mi sembra si traducano nel ritenere che si dette la precedenza, in ogni caso con sangue italiano, o alla delineazione del tipo morfologico, o (come logica vorrebbe) alla piena assimilazione ambientale.

Bisognò però attendere ancora duecento anni per l’introduzione in razza dello stallone napoletano Conversano, nato nel 1767, e dell’ancor più tipico e rappresentativo Neapolitano, nato nel 1790, che tennero a battesimo due delle sei linee maschili classiche dei lipizzani.

Questi soggetti si presentavano di maggior altezza rispetto all’Andaluso << e di aspetto fiero e nobile >> (8) e , verosimilmente, furono loro a conferire alla nuova razza anche la caratteristica di raggiungere il completo accrescimento solo intorno ai sette anni.

In quel periodo, sebbene i cavalli napoletani stessero già per imboccare il “viale del tramonto” rispetto al loro periodo d’oro che coprì i secoli XVI e XVII, gli stessi erano ancora rinomatissimi ed elogiati.

Giuseppe Baretti (Torino 1719 – Londra 1789) letterato, viaggiatore poliglotta e conoscitore di mezz’Europa – li ammirò presso la reggia di Versailles e riferendosi a quelli esibiti a Madrid in pariglia - li dichiarò i più belli <> (9).

Le altre quattro linee si devono allo stallone danese Pluto (nato nel 1765) a due stalloni boemi (Favory nato nel 1779 e Maestoso nato nel 1773 la cui linea fu poi rinvigorita da Maestoso X nato nel 1819) nonché ad uno stallone arabo (Siglavy nato nel 1810).

L’adibizione presso l’equile di Lipizza di << rinsanguatori originali arabi come Gazlan, Saydan, Samson, Hadudi, Ben –Azet, Siglavy, ecc., ecc. >> viene riportata nei trattati (10) .

A questo proposito va aggiunto che delle quindici famiglie femminili classiche dei lipizzani e fra le nove di quelle che , dopo la I guerra mondiale, ricostituirono l’allevamento di Lipizza, nel frattempo divenuto a tutti gli effetti italiano, quattro avevano origini arabe e fra queste la famiglia Djebrin è tuttora rappresentata nel “nostro” odierno Allevamento Statale del cavallo Lipizzano di Montelibretti.

Un apporto, quello dell’arabo che non ha comportato sudditanza alcuna verso di questo, ma ha concorso alla nevrilità e all’armonia del lipizzano.

Per completezza, ma anche in sintesi, occorre poi segnalare che esistono altri due ceppi maschili, ammessi ma non “classici”, (Tulipan e Incitato) e parecchie famiglie di fattrici non classiche, ma ugualmente ammesse, di origine croata, ungherese e rumena.

Dal complesso quadro sopradelineato discende, tornando all’argomento del presente articolo, che del tutto legittimamente gli austriaci affermano che i lipizzani sono cavalli “loro”, visto che li hanno creati, che li allevano e li presentano, con giusta fierezza, nelle arie alte della scuola di equitazione spagnola di Vienna, sorprendendo quanti ancor’oggi accorrono ad ammirarli.

Altrettanto è a dirsi per gli sloveni, atteso che Lipizza, dopo lo scoglimento della federazione jugoslava, è nel territorio del loro Stato, tradizionalmente legato al mondo germanofono dal quale venne il primo riconoscimento internazionale al momento della dichiarazione di indipendenza da Belgrado proclamata il 25 giugno 1991.

Proprio la convinzione delle proprie ragioni portò la Slovenia, nell’anno 2015, ad opporsi a che solo l’allevamento austriaco del lipizzano fosse riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità.

Che dire degli altri che pur non rivendicano la paternità della razza? Si può forse ignorare il ruolo dell’allevamento di Kladruby da cui provenne il predetto Favory (ed il primo Maestoso) capostipiti delle omonime due linee maschili dei lipizzani e verso le cui strutture (come verso ulteriori differenti mète, ma sempre dell’est) venne riparata la mandria di Lipizza nelle peripezie che ne hanno segnato la storia plurisecolare?

Siamo dunque in presenza di una multinazionalità mitteleuropea, non paritetica tra (in stretto ordine alfabetico) Austria, Bosnia, Croazia, Italia, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria, sulla quale i predetti Stati hanno dovuto in qualche modo convenire, rispetto al dato allevatoriale, per ottenere il citato riconoscimento UNESCO nell’anno 2023. Detto ciò, resta da stabilire, senza alcun fanatismo rivendicativo, se si possa rintracciare nella fondazione del 1580 e nelle successive “tappe” settecentesche della costituzione del cavallo lipizzano, una cifra di italianità che ce lo faccia sentire un po’ più “nostro”, visto che geograficamente lo è poco.

Per arrivare a ciò, a me pare che si debba considerare, intanto, che per tutto il Rinascimento ( idealmente terminato con la morte di Torquato Tasso avvenuta nel 1595) l’Italia ha esercitato un’indiscussa egemonia in ogni espressione umana di rilievo, dall’arte al pensiero politico, dalla finanza fino... all’equitazione. Personaggi italiani di spicco sono stati presenti in varie nazioni europee (11) tanto che in qualche caso si arrivò a parlare, con riferimento ad alcune di queste, di sobborghi dell’Italia (12).

Riguardo all’arte equestre, F. Grisone nel 1550 pubblicò a Napoli, dove montava e insegnava, Gli ordini di cavalcare, testo che – per limitarsi alle traduzioni in tedesco, lingua dominante nella zona di prima diffusione del cavallo lipizzano –ebbe, fino al 1629, ben otto edizioni!

Può non essere una coincidenza che la quarta delle edizioni tedesche vide la luce, appunto, in quell’anno 1580 in cui a Lipizza si posero le basi della razza lipizzana.

Nemmeno la conclusione del Rinascimento determinò immediatamente la fine dell’influenza culturale del nostro Paese e sebbene, nel Settecento, i riferimenti politici, finanziari, filosofici si fossero già spostati in altri quadranti europei, ancora il “made in Italy” (per dirla con linguaggio corrente) aveva un suo “appeal” .

D’altronde quello culturale è l’unico primato veramente duraturo, nonché il miglior antidoto contro l’evocazione dei lipizzani in un’ottica di una “purezza” nefasta che, nel ‘900, ha originato le peggiori nequizie della storia, mentre i lipizzani sono stati, sono e continueranno ad essere solo <> prefigurati dall’Ariosto (13) o, se si preferisce, gli ideali discendenti dell’ ”arioso” cavallo montato da San Giorgio, dipinto da Raffaello nell’atto di uccidere il drago (14).

Note:

(1) cfr. anche F. Westerman, Pura razza bianca, Iperborea, Milano 2013, pag. 203; (2) In forza dei decreti ministeriali nn. 258188/4.06.2021 e 675136/23.12.2021 l’ANAREAI è l’ente di riferimento per il cavallo lipizzano, in Italia; (3) Rodolfo II, figlio di Massimiliano II d’Asburgo, oltre che appassionato di cavalli, fu anche un conoscitore dell’arte italiana; nella sua collezione di quadri annoverò anche opere del Parmigianino, del Correggio e di Paolo Veronese.

(4) cfr. M.C. Magri, Kladruber: il Gran Cerimoniere, in Cavallo Magazine 2021;

(5) J. Jurkovic, Lipica, Koper, 1973, pag. 6;

(6) J. Burckhardt, La civiltà del Rinascimento in Italia, Ed. Sansoni, FI, 1968, pag. 268;

(7) L. Buttazzoni, L’Allevamento Statale del Cavallo Lipizzano – A.S.Ca.L;

(8) M. Gennero, che cita T. Blundeville nell’introduzione a “ Degli ordini di cavalcare”, pag. XXII;

(9) ibidem, pag. XX, Viterbo, 2000 ; (10) C. Volpini, Il cavallo, Hoepli, Milano 1945, cit., pag. 410;

(11) Il rapporto fra Italia e Boemia nella cornice del Rinascimento europero è studiato, ad esempio, nell’omonimo volume edito dalla Fondazione Giorgio Cini;

(12) o, come si disse, <>, cfr. L’Italia Storica ed T.C.I, 1961, pag. 176;

(13) L.Ariosto, Orlando furioso, Canto XLVI, ottava 118;

(14) l’illustrazione che correda il presente articolo indica ancora la collocazione all’Ermitage di quest’opera, acquistata nel ‘700 da Caterina di Russia e venduta nel 1937 dall’U.R.S.S a A.W. Mellon, uno degli statunitensi più ricchi del suo tempo, che morì in quello stesso anno. I versi sono della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso.

Istria - lipizzana - allev. ASCAL - propr. avv. Renzulli

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