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Industria 4.0 Raccolta / 2016

Raffaele Tiscar / Andrea Bianchi / Marco Cantamessa / Cesare Fantuzzi / Marco Casagni / Marco Vecchio / Antonio Ieranò / Tiziana Fiorella e Gianluigi Delle Cave / Alessandro Seregni

Industria 4.0 Riflessioni e approfondimenti sulla 4ª rivoluzione industriale


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©Energia Media - dicembre 2016

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Industria 4.0 Riessioni e approfondimenti sulla 4ª rivoluzione industriale

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INDICE

INTRODUZIONE MARCO VECCHIO - Segretario di ANIE Automazione INDUSTRIA 4.0, I CONTORNI DI UNA RIVOLUZIONE ALESSANDRO SEREGNI - Energia Media

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INDUSTRIA 4.0, OVVERO LA NECESSITÀ DI UNA STRATEGIA-PAESE PER FAR RIPARTIRE L’ITALIA RAFFAELE TISCAR - Vice Segretario Generale, Presidenza del Consiglio dei Ministri INDUSTRIA 4.0 E SOSTENIBILITÀ IN ITALIA? PASSANO DA SCELTE STRATEGICHE IN AMBITO ENERGETICO ANDREA BIANCHI - Direttore Politiche Industriali di Confindustria

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INDUSTRIA 4.0, CREARE IL FUTURO, NON PREVEDERLO MARCO CANTAMESSA - Professore ordinario presso il Politecnico di Torino, Dipartimento di Ingegneria Gestionale e della Produzione

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INDUSTRIA 4.0 E L’IMPORTANZA DELL‘INTEGRAZIONE FRA IMPRESA E RICERCA CESARE FANTUZZI - Professore presso l’Università di Modena-Reggio Emilia, Dipartimento di

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Scienze e Metodi dell'Ingegneria MARCO CASAGNI - Responsabile Unità Trasferimento Tecnologico, ENEA

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INDUSTRIA 4.0, RIVOLUZIONE CULTURALE PRIMA CHE TECNOLOGICA ANTONIO IERANÒ - Membro del HQ Cyber and Information Security office - Enterprise Business Group, Huawei

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PIANO NAZIONALE “INDUSTRIA 4.0” NUOVA LEGGE DI BILANCIO 2017 TIZIANA FIORELLA - Avvocato, Studio Legale Rödl & Partner GIANLUIGI DELLE CAVE - Dottore, Studio Legale Rödl & Partner

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Introduzione Marco Vecchio

Di derivazione tedesca, il concetto di industria del futuro si è espanso in tutto il mondo con denominazioni e definizioni differenti che, tuttavia, portano a una visione di fabbrica nella quale tecnologie digitali e connessione internet diventano elementi imprescindibili del processo produttivo. Un’unione virtuosa che punta a raggiungere almeno tre macro obiettivi quali il miglioramento del time to market, una maggiore flessibilità della produzione e l'aumento dell'efficienza. A questo proposito si può parlare di un'efficienza in senso assoluto, ovvero: ottimizzazione dei tempi di progettazione-realizzazione, maggiore controllo sul processo e diminuzione del margine d'errore e, dunque, miglior uso delle risorse per la produzione (tanto in materie prime che in energia necessarie per realizzare i prodotti). Una rivoluzione industriale che si prospetta globale, ma che non sarà né a breve termine né si dipanerà in maniera sistematica e contemporanea in tutti i luoghi. I cambiamenti prospettati sono profondi, radicali e vanno a toccare non solamente l'aspetto tecnico o procedurale, ma anche l'idea stessa di lavoro, di produzione e di fare imprenditoria.  Una rivoluzione che pur avendo tratti comuni, non può che adattarsi e trovare vie differenti in considerazione delle realtà socio-economiche in cui viene calata.  Nella Germania delle tante medie e grandi imprese, l'Industria 4.0 è diventato un progetto Paese, adottato dal governo centrale tedesco come modus per rilanciare il sistema produttivo.  In Italia, nazione caratterizzata da un tessuto industriale composto essenzialmente da piccole e soprattutto micro imprese, l'Industria 4.0 non si presenta ancora come un movimento omogeneo, ma piuttosto come un arcipelago di tanti soggetti che singolarmente hanno deciso di spingersi verso questa avanguardia produttiva. A questo proposito una forte azione di acculturamento e informazione è ormai necessaria: parlare di Industria 4.0 per far scoprire i vantaggi e le opportunità che si nascondono dietro questo nuova idea di fabbrica, per dissipare le paure e per mantenere aggiornati gli imprenditori italiani - anche quelli di aziende molto piccole per dimensione - su quanto sta avvenendo nel mondo.

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Industria 4.0 I contorni di una rivoluzione Alessandro Seregni

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LE 4 RIVOLUZIONI

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La Quarta Rivoluzione industriale? Se sulla denominazione non c’è ancora unanimità - si passa da smart factory o smart industry, da advanced manufacturing a internet industrial fino al più noto e utilizzato Industria 4.0 - è certo che una nuova era nella produzione industriale è ormai cominciata. Filo conduttore di questa trasformazione - di fatto la Quarta fra le Rivoluzioni industriali - è la presenza del digitale e della connettività nell’intera catena produttiva, dalla progettazione all’esecuzione. Non è casuale che il World Economic Forum (WEF) di Davos non abbia avuto dubbi nel dedicare l’edizione del 2016 non solo all’Industria 4.0 in generale, ma soprattutto all’importanza di saperla comprendere e, di conseguenza, governare. Perché tutti le componenti del nostro mondo (istituzioni, università, imprenditoria e società civile) dovranno essere pronte per dare una risposta alla sfida che questa rivoluzione tecnologica pone. “Una trasformazione che – come afferma Klaus Schwab, fondatore del WEF – per grandezza, portata e complessità, sarà differente da qualsiasi cosa l'umanità abbia mai sperimentato”. Un fenomeno che modificherà

vapore elettrificazione automazione digitalizzazione

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radicalmente il nostro modo di vivere, lavorare e relazionarsi gli uni agli altri. Ma quali sono gli elementi chiave di questa rivoluzione digitale? Come riassume la società di consulenza McKinsey, in un recente studio, sono almeno quattro. Il primo riguarda i dati, il loro reperimento, la loro conservazione e la loro circolazione. Il secondo, la modalità di utilizzo e il valore che dalla raccolta di dati si può ricavare attraverso degli analytics avanzati. Il terzo è l’interazione sempre più stretta e performante tra uomo e macchina e quarto elemento, è il passaggio tra il mondo digitale e quello fisico, ovvero la realizzazione del prodotto. Osservando da un altro punto di vista – quello dell’altra big del consulting, Deloitte – le quattro principali caratteristiche dell’Industria 4.0 sono le seguenti. Prima caratteristica è il network verticale dei sistemi di produzione smart. Attraverso l’utilizzo di sistemi di produzione cyber-fisici, i siti produttivi sono in grado di reagire più rapidamente alle variazioni della domanda, del magazzino o agli eventuali errori, dunque, di soddisfare le richieste specifiche dei singoli clienti. Secondo segno distintivo è l’integrazione orizzontale attraverso una nuova generazione di reti della catena globale del valore. Per arrivare a un’ottimizzazione in tempo reale, consentire un approccio trasparente e integrato, offrire un elevato livello di flessibilità per risolvere più rapidamente problemi ed errori, e per facilitare l’ottimizzazione dei processi produttivi. E per integrare partner commerciali e clienti, nuovi modelli di business e di cooperazione tra i vari Paesi. Terzo elemento è l’approccio through-engineering nell'intera catena del valore e in tutto il ciclo di vita dei prodotti e dei clienti. Infine, quarta caratteristica, è l'impatto delle tecnologie esponenziali come acceleranti o catalizzatori in grado di garantire soluzioni personalizzate, flessibilità e riduzione dei costi nei processi industriali. Oggi, infatti, Big data, internet of things, cloud computing, machine learning e data analytics, human-machine interfaces, cyber-physical systems, stampa 3D, automazione, robotica non sono più solo concetti futuristici dagli incerti tempi di sviluppo e di applicazione. Essi sono, al contrario, soluzioni pronte per essere utilizzate nella produzione industriale, per fare il loro ingresso in fabbrica. I vantaggi sono molteplici. L’Industria 4.0 apre la strada a una produzione sempre più precisa, flessibile, efficiente, orientabile, capace di ridurre i clicli innovativi e il time to market, diminuire i margini di errore, il rischio d’impresa, che sa ottimizzare le risorse e realizzare prodotti più complessi in maggior quantità. Una produzione, dunque, in grado di rispondere meglio e in tempi più rapidi alle esigenze del mercato in maniera da generare più valore Energia Media

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Nota n. 1/ 2016 - Acqua 2.0

Nel 2016 gli “oggetti” connessi attraverso l’Internet of Things saranno 6,4 miliardi. Nel 2020 questo numero salirà a 25 miliardi

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e da farlo in modo duraturo e il più possibile programmabile. Una produzione che sappia offrire prodotti e servizi personalizzati sulle esigenze del cliente in maniera massiva. I numeri del fenomeno I numeri impressionano. Nel 2016 gli “oggetti” connessi attraverso l’Internet of Things – secondo stime della società di ricerche Gartner – saranno 6,4 miliardi, con un +30% rispetto a quelli dell’anno passato e con 5,5 milioni di dispositivi connessi ogni giorno. Una crescita esponenziale che nel 2020 porterà questo numero a 25 miliardi. L’ampiezza del fenomeno ha e avrà sempre più riflessi sul valore economico generato e sugli investimenti fatti per adeguare la produzione ai nuovi sistemi. Per quanto riguarda quest’ultimo tema basti pensare che a livello globale gli investimenti destinati allo sviluppo di soluzioni di robotica e di intelligenza artificiale sono aumentate del 70% dal 2011. Si calcola che nel 2016 le spese per servizi legati all’IoT toccheranno i 235 miliardi di dollari, anche in questo caso con un aumento sostanziale rispetto all’anno precedente (+22%); inoltre una parte consistente di questa cifra sarà riconducibile ad investimenti fatti da imprese. Ugualmente – fonte Deloitte – ci si attende un forte incremento per la spesa destinata alle più avanzate tecnologie di produzione, con un +85 miliardi di dollari entro il 2019. E gli investimenti sembrano pagare. Uno studio del Boston Consulting Group (2013), condotto sulle piccole e medie imprese di Stati Uniti, Germania, Cina, India e Brasile, mostra una crescita del fatturato del 15% per quelle aziende che – nel periodo 2010-2012 – hanno investito più risorse in tecnologie avanzate. Prendendo come paradigma la sola Germania, la stessa società di consulenza ritiene che l’Industria 4.0 inciderà positivamente sulla produttività con un incremento stimato di 90-150 miliardi di euro nel giro di 5-10 anni; alcuni comparti, è inevitabile, saranno favoriti rispetto ad altri: se i produttori di componentistica industriale possono aspettarsi un +20-30%, quelli dell’automotive devono accontentarsi – si fa per dire – di un +10-20%. Il miglioramento della produttività si rifletterà anche sui costi di conversione che, escluso quello dei materiali, miglioreranno di percentuali intorno al 15-20%; se inclusi, l’aumento sarà invece intorno al 5-8%. Rimanendo sempre al caso tedesco si rileva una crescita dei ricavi, con un fatturato supplementare di circa 30miliardi di euro, che corrisponde all’1% del PIL della Germania.

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Cosa accade nel mondo Nata in Germania l’idea di Industria 4.0 trova un’importante sponda nel governo tedesco. A partire dal

Nel 2016 le spese per ciato Ideas. Innovation. Prosperity. High-Tech Straservizi legati all’IoT tegy 2020 for Germany, piano decennale di svitoccheranno i 235miliardi di luppo dell’industria tedesca basata sull’introduzione dollari, con un aumento di nuove tecnologie nella produzione. Una strategia, appunto, di lungo periodo che è continuata con semsostanziale rispetto pre maggior convinzione in questi anni. all’anno passato Il governo e il Ministero dello Sviluppo Economico (+22%) teutonici considerano l’industria del futuro un punto 2010, quando la cancelliera Angela Merkel ha lan-

centrale nel programma di politiche dell’innovazione che stanno sotto la voce di agenda digitale. Con i due programmi Autonomik Industrie 4.0 e Smart Service World, il governo federale promuove la ricerca e l’innovazione nel campo industriale, anche attraverso lo stanziamento di un fondo. Nello stesso tempo l’esecutivo tedesco ha lanciato una Piattaforma per dare corpo e facilitare – in forma precompetitiva – collaborazioni e alleanze fra soggetti interessati allo sviluppo dell’Industria 4.0 in Germania. Organizzata secondo gruppi di lavoro tematici, l’iniziativa si pone come uno strumento per fare sistema, per monitorare le tendenze, per identificare le azioni più urgenti da compiere su temi sensibili (come la sicurezza delle reti) ed esprimere indicazioni e pareri anche sul futuro quadro normativo e sugli standard da adottare. Ad essa hanno aderito associazioni di categoria industriali (BITKOM, VDMA e ZVEI che insieme riuniscono oltre 6.000 imprese), diverse grandi compagnie, istituti di ricerca e – elemento interessante – alcuni sindacati del settore manufatturiero. Anche negli Stati Uniti pubblico e privato – governo federale, aziende e istituti di ricerca – lavorano a stretto contatto per sfruttare al meglio – governandole – le opportunità di sviluppo aperte dall’Industria 4.0. Nel 2011, il presidente Barack Obama, mettendo a disposizione un fondo da 500milioni di dollari, s’impegna nella creazione dell’Advanced Manufacturing Partnership (AMP), che riunisce, in forma collaborativa, i rappresentanti della grande industria (fornitori di tecnologie, ICT e aziende manifattu riere), della ricerca e dell’università con l’obiettivo di trovare soluzioni tecnologiche e di sistema in grado di rilanciare l’industria della manifatturiera in ottica 4.0. Vengono dunque create piattaforme smart che permettono di integrare, gestire e analizzare i

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Governare il cambiamento: da Germania e USA si promuovono politiche forti per favorire il passaggio a un’Industria 4.0

dati dei processi produttivi per poterli utilizzare al meglio da tutti i componenti della catena del valore. Un’operazione che è proseguita nel 2013, quando dall’esperienza e dal lavoro del AMP - e ancora su impluso del governo federale – si è costituito il National Network Manufacturing Innovation, organismo che raggruppa i vari institutes nati per integrare le nuove tecnologie nell’industria e nei processi produttivi. Tra questi spicca il Digital Manufacturing and Design Innovation Institute (DMDII), organizzazione fondata nel

2014 a Chicago, con lo scopo di portare l’integrazione digitale nell’economia manifatturiera; essa riunisce al suo interno 200 fra soggetti industriali, universitari e istituzionali di primo piano e nel solo 2015 è riuscita a raccogliere fondi per 200milioni di dollari. Germania e Stati Uniti, tuttavia, restano, attualmente, i due Paesi che hanno più creduto e investito in termini di risorse economiche e policy sullo sviluppo di un’industria del futuro. In Gran Bretagna all’interno della High Value Manufacturing Strategy 2012-2015 si segnala il programma Catapult che ha dato origine ai cosiddetti Catapult Centres. Divisi per temi e con uno spirito che per certi versi ricalca quello tedesco e statunitense, il loro scopo è riunire mettere a fattor comune le competenze di imprese, ricercatori e ingegneri del Regno Unito affinché idee innovative potenzialmente vincenti si trasformino in nuovi prodotti e servizi. Nel 2015 il governo francese ha dato il via a Industrie du Futur, seconda fase del piano strategico di rilancio globale dell’industria transalpina che il presidente Hollande aveva varato nel 2013 sotto il nome di Nouvelle France Industrielle. L’obiettivo della fase due è portare le aziende francesi verso la modernizzazione propria dell’Industria 4.0 che trova nella tecnologia digitale l’elemento di cambiamento sia degli strumenti e del processo di produzione che del modello di business. Primo pilastro di questa azione è dedicato a soluzioni e innovazioni in grado di trasformare la fabbrica tradizionale in una smart factory: digitale, IoT, cyber-physical systems, additive manufacturing, realtà aumentata. I progetti di modernizzazione selezionati possono contare su un sostegno economico (erogato attraverso finanziamenti e prestiti) derivante dai 305 milioni di euro del programma PIAVE (Projets industriels d’avenir) e dai 425 milioni di euro del fondo SPI (Sociétés de projets industriels). È prevista, inol15


tre, la creazione di una rete di piattaforme per consentire alle imprese di mettere in comune e testare le nuove tecnologie e di formare il proprio personale. Come nel caso americano e tedesco si è cercato di dare forma a un’organismo che sotto la regia e la spinta delle istituzioni centrali metta in rete e porti a collaborazioni fattive tra soggetti provenienti dalla ricerca, dall’associazionismo imprenditoriale, dall’industria (tecnologica e manifatturiera), dal territorio (in questo caso, le regioni) e dal sindacato. Anche l’Europa, da intendersi come Unione europea, ha attivato – all’interno del grande contenitore Horizon 2020 – il programma Factories of the Future. Iniziativa di partenariato pubblico-privato, è concepita per sostenere – con il finanziamento di progetti – le imprese manifatturiere del Vecchio Continente, in particolare le PMI, nello sforzo di adeguamento e modernizzazione dei processi produttivi in ottica 4.0. Il punto di partenza è sempre il medesimo, ovvero far ridiventare l’industria della manifattura un driver di sviluppo, evitandone così il declino e l’impoverimento con lo spostamento della produzione in altre aree del mondo). Anche in considerazione: del ruolo che la produzione industriale ha in Europa (incidendo per il 15% del PIL dell’Ue), del peso in termini occupazionali (impiega circa 30 milioni di persone, 60 se si considera anche la logistica ad essa legata), e dell’importanza per gli scambi (l'80% delle esportazioni dell'Ue è riconducibile a prodotti manifatturieri). In termini di risorse, il fondo previsto dal programma per gli anni 2014-2020 è di 1,15 miliardi di euro. Nel 2014, poi, la Commissione europea ha dato vita al Strategic Policy Forum on Digital Entrepreneurship, per porre l’attenzione sulla digital opportunity e, in particolare sulla digitalizzazione dell’impresa come sicuro motore di sviluppo. E l’Italia? Qual è la nostra via all’industria 4.0? Attualmente il manifatturiero italiano rappresenta il 15% del Pil - percentuale scesa di 5 punti dal 2001 - con un fatturato di circa 900 miliardi di euro e un valore aggiunto di 200 miliardi di euro, 4 milioni di lavoratori e un numero di imprese che supera le 400.000. A livello nazionale, il governo ha da poco lanciato il Piano Industria 4.0 (settembre 2016) che prevede diverse misure e investimenti per favorire la modernizzazione delle imprese in ottica smart manufacturing. Alcuni dati salienti del programma appena varato mostrano un incremento degli investimenti sia del settore pubblico che privato, rispettivamente di più 13 e 10 miliardi, da mobilitare a partire dal 2017 e validi per il triennio 2017-2020. Delle risorse pubbliche 11,3 miliardi sono destinati ad aumentare la spesa privata in ricerca, sviluppo e innovazione, mentre 2,6 andranno a rafforzare gli investimento early stage. Il Piano prevede anche misure fiscali per chi innova come un super ammortamento (prorogato), con un aumento dell'aliquota dall'attuale 140% al 250% per gli investimenti in tecnologie per l'Industria 4.0; il credito d'imposta alla ricerca Energia Media

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sarà portato al 50% (dall’attuale 25%) per la spesa interna (quella esterna rimarrà invariata al 50%) e il credito massimo per contribuente passerà da 5 a 20 milioni di euro. Sono inoltre previste detrazioni fiscali fino al 30% per gli investimenti fino a un milione di euro in startup o PMI innovative, agevolazioni su investimenti a medio-lungo termine e iniziative come acceleratori di imprese focalizzate, assorbimento da parte di società "sponsor" delle perdite di start-up per i primi 4 anni. Infine, tra le misure pensate dall’esecutivo vi sono quelle rivolte alla creazione e al potenziamento di competenze specialistiche in ambito smart manufacturing e l’avvio di percorsi di formazione sia di giovani che del management. Il lavoro del futuro Per nulla secondario è l’impatto di questa quarta rivoluzione sull’occupazione. Come spiega Francesco Seghezzi nel working paper Come cambia il lavoro nell’Industry 4.0?, i cambiamenti riguardano due grandi ordini, tra loro connessi. Il primo ha a che vedere con le mansioni, gli orari, i luoghi di lavoro e le competenze del lavoratore, elementi in grado di rimettere in discussione anche l’eterna dicotomia work-life. Il secondo, più a lungo termine ma già in atto, riguarda il cambiamento della visione del lavoro in generale e del lavoro nella fabbrica. Con la rivoluzione 4.0, la fabbrica sembra riappropriarsi – magari in modo inaspettato – di una centralità che si pensava persa, e che, dopo la dematerializzazione avvenuta durante gli anni Settanta, oggi torna nella sua concretezza, fisica o digitale che sia, come spiegano i ricercatori nel recente studio Factory of the future. Se invece si considera l’entità del cambiamento in termini numerici (macro), lo studio The future of Jobs - realizzato dal World Economic Forum sulla base delle indicazioni raccolte tra i responsabili delle risorse umane di 350 tra le maggiori aziende mondiali di 15 Paesi (tra cui l’Italia) - fornisce un quadro a prima vista preoccupante. Il Report, presentato nel gennaio 2016, evidenzia come la rivoluzione 4.0 porterà entro il 2020 alla perdita netta di 5,1 milioni di posti di lavoro (ai 7,1 milioni persi bisogna sottrarre infatti i 2milioni che invece verranno creati) nel giro dei prossimi anni. Un passaggio che si preannuncia delicato, potenzialmente traumatico, soprattutto se questa profonda trasformazione non verrà adeguatamente governata e accompagnata da politiche lungimiranti e coraggiose. L’Italia ne uscirebbe con un sostanziale pareggio fra posti di lavoro persi e nuove occupazioni: circa 200mila. Andrà peggio, invece, a Francia e Germania o Brasile, ma decisamente meglio a Giappone e Messico.

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Il maggior numero di perdite si concentreranno in ambito amministrativo (-4,8 milioni) e della produzione (-1,6 milioni), mentre le nuove professioni apparterranno soprattutto all’area finanziaria, del management e dell’ingegneria. Alessandro Perego, Direttore Scientifico degli Osservatori Digital  Innovation  del  Politecnico di Milano, ritiene che se “nel breve termine  si possono prevedere  saldi occupazionali negativi, nel medio-lungo termine non è assolutamente certa una contrazione degli occupati  in numero assoluto, considerato anche l’impatto nell’indotto, in particolar modo nel terziario avanzato”. Senza dubbio, perché la riflessione non sia sterile bisognerebbe evitare l’annosa questione che vede la macchina (o in questo caso, il robot) come una minaccia, in grado di sostituire completamente l’uomo (tema che ci riporta alle proteste dei luddisti al tempo della prima di rivoluzione industriale). Occorre, invece, ragionare sul fatto che nasceranno professionalità che saranno totalmente nuove o evoluzioni di quelle che oggi già esistono. Si parla di operaio “aumentato” o di ingegnere 4.0. D’altronde, non è una novità che il numero di operai si sia ridotto, anche prima che i tedeschi parlassero di Industria 4.0, IoT e CPS; e ciò è avvenuto anche in Italia, come spiegano gli estensori dello studio Factory of the future quando scrivono che oggi il rapporto tra blue collar e white collar in molte aziende è di parità o addirittura capovolto rispetto al passato e che “raramente si pone attenzione all’accresciuta presenza, in tutte le organizzazioni, di figure professionali impegnate in pratiche che non impattano direttamente sulla produzione ma che sono diventate e diventeranno necessarie per implementare e gestire certificazioni, sicurezza, relazioni istituzionali, adempimenti burocratici, comunicare i concetti di sostenibilità, responsabilità sociale e altro ancora”. Nel già menzionato report del WEF viene stilata una classifica delle competenze più richieste dal mercato oggi e nel 2020. Fra 4 anni i lavoratori più ambiti saranno quelli con doti di problem solving, capacità critica, creatività, collaborazione, intelligenza emotiva, orientamento al servizio, negoziazione, flessibilità mentale. Alcune voci come “creatività” o “capacità critica” guadagneranno posizioni e altre come “intelligenza emotiva” saranno assolutamente nuove. Grandi cambiamenti, senz’altro, ma che già percepiamo e viviamo quotidianamente visto che anche oggi sono le professionalità high-skilled quelle più ricercate in fabbrica. Esiste una ricetta in grado di preparare il mondo del lavoro a alle trasformazioni 4.0? Per gestire il passaggio tra una fase e l’altra senza che si verifichino troppe perdite in termini occupazionali e, nel contempo, per evitare che si creino vuoti tra le figure professionali

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necessarie alla produzione è opportuno pensare a profonde operazioni di reskilling. In pratica riqualificare le competenze dei propri dipendenti, investendo in formazione di livello e spingendo per l’aggiornamento costante e continuato, elemento, quest’ultimo, indispensabile in un settore in così rapida evoluzione. Eppure sulla formazione spesso non s’investe abbastanza. Secondo un’indagine svolta da Staufen Italia Industria 4.0. Sulla strada della fabbrica del futuro su un panel di aziende del nostro Paese emerge che non solo il livello di preparazione dei dipendenti è molto basso, ma soprattutto che le imprese italiane non sono interessate a preparare il proprio personale in vista di una produzione 4.0: il 76,5% degli intervistati afferma che al momento non vengono offerti corsi di formazione sull’argomento. Un dato allarmante, nonostante questi stessi imprenditori si siano detti molto interessati a quanto sta accadendo nel sistema produttivo. Quale futuro, dunque? Tra le frasi più emblematiche – e più citate – del report del WEF vi è la seguente: il 65% dei bambini che iniziano ad andare a scuola in questi anni, quando termineranno il ciclo di studi faranno un lavoro che ora non esiste. Ora non sappiamo se tutte le proiezioni e le previsioni – compresa quest’ultima – si avvereranno, certamente la rivoluzione dell’Industria 4.0 pone un’ulteriore riflessione, ancora più ampia e che travalica la fabbrica, i suoi operatori o la formazione professionale che sarà necessaria per far nascere i nuovi lavoratori 4.0. Una riflessione che si spinge oltre e guarda al sistema educativo in generale, alla necessità di renderlo, senza snaturarne finalità, sempre più attento a quello che accade nel mondo esterno, fuori dalle aule.

Il 65% dei bambini che iniziano ad andare a scuola in questi anni, quando termineranno il ciclo di studi svolgeranno un lavoro che ora non esiste

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Conclusioni Tuttavia il cambiamento non sarà semplice. Per poter passare a una vera Industria 4.0 si dovranno risolvere questioni di estrema rilevanza e affrontare e vincere diverse sfide che chiamano in causa soggetti privati, sistema produttivo e sistema Paese nel suo complesso. Vero soprattutto per una nazione come l’Italia, dove si investe poco in R&D, dove il tessuto produttivo è parcellizzato e dove spesso si riscontra una certa resistenza alla collaborazione e alla messa in comune delle informazioni. Tra le sfide poste dall’Industria 4.0, innanzitutto vi è quella del reperimento delle risorse necessarie per trasformare il sito produttivo in una smart factory: elemento determinante, in special modo se le spese sono a carico dei soli soggetti privati e se sono assenti incentivi e sostegni alla modernizzazione. In secondo luogo, è imprescindibile avere infrastrutture di rete adeguate e un’alta connettività; terzo, è necessario arrivare a una definizione di standard e criteri di interoperabilità condivisi e, quarto, avere a disposizione sistemi operativi aperti, multifunzionali e facili da utilizzare. In quinto luogo va garantita la sicurezza delle reti informatiche con azioni di cyber security e da ultimo va promossa e favorita la formazione di personale qualificato e specializzato.

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Referenze bibliografiche •

AAVV, Factory of the future. Tecnologia, competenze e fattore umano nella fabbrica digitale, Torino, Torino Nord Ovest, 2015

Baur, C., Wee, D., Manufacturing’s next act, McKinsey, June 2015 (disponibile on line)

Deloitte, Industry 4.0. Challenges and Solutions for the Digital Transformation and Use of Exponential Technologies, Zurich, 2015

European Commission, Digital. Transformation of European Industry and Enterprises, Bruxelles, March 2015

Industrie 4.0 Working Group, Recommendations for Implementing the Strategic Initiative INDUSTRIE 4.0, Frankfurt/Main, April 2013

Nanry, J., Narayanan, S., Rassey, L., Digitizing the Value Chain, McKinsey Quarterly, March 2015 (disponibile on line)

Roland Berger, INDUSTRY 4.0. The new industrial revolution How Europe will succeed, “Think Act”, March 2014

Rüßmann, M., Lorenz, M., Gerbert, P. et al., Industry 4.0: The Future of Productivity and Growth in Manufacturing Industries, Boston Consulting Group, april 2015 (disponibile on line)

Seghezzi, F., Come cambia il lavoro nell’Industry 4.0?, Modena, Working Paper ADAPT, n. 172, 23 marzo 2015

Staufen Italia, Industria 4.0. Sulla strada della fabbrica del futuro, settembre 2015

World Economic Forum, The Future Jobs. Employment, Skills and Workforce Strategy for the Fourth Industrial Revolution, WEF, Geneva, January 2016

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Industria 4.0, ovvero la necessità di una strategia-Paese per far ripartire l’Italia Raffaele Tiscar


La necessità di una politica industriale per lo sviluppo del Paese

Industria o Manufacturing 4.0 ed efficienza energetica sono temi che non si esauriscono nella sola sfera economica di una nazione (nella sua maggiore o minore capacità di crescere), ma riguardano da vicino ciò che un Paese vuole essere o diventare – sapendosi progettare – nei decenni a venire tanto in ambito sociale ed economico come politico. Oltre a essere temi, sono anche modelli di sviluppo a cui aderire e tendere se si vuole che una società costruisca un futuro su basi solide e certe. Partirò da due brevi riflessioni introduttive. La prima riguarda la politica industriale, vera emergenza del sistema Italia nella sua globalità, al di là dei governi che si sono alternati alla guida del Paese. Avere una politica industriale chiara, condivisa, stabile e in grado di guardare in avanti è una priorità che richiede gli sforzi e il coraggio di tutte le parti della società italiana. Più che nel passato, oggi è diventato impossibile procedere senza un quadro di riferimento chiaro in cui il sistema si pone degli obiettivi e un percorso di medio-lungo periodo. E solo all'interno di questo quadro di certezza che maturano le condizioni per poter investire con la ragionevole fiducia che quanto stabilito non venga rimesso continuamente in discussione. Un tratto, quest’ultimo, fondamentale, perché solamente con una continuità e una coerenza nell’azione è possibile sia orientare nel verso giusto gli sforzi della ricerca sia valorizzare gli investimenti di medio e lungo periodo in ottica Industria 4.0, specialmente in un’economia interconnessa che trova il proprio fondamento nella disponibilità di infrastrutture digitali. La seconda suggestione è legata alla differenza di ruolo che deve esistere fra i tecnici e i politici, differenza secondo la quale i primi hanno il compito delicato, ma indispensabile, di predisporre gli strumenti utili ai secondi per poter decidere in maniera tempestiva e consapevole. Una situazione apparentemente scontata ma che non sempre si verifica.

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Un esempio in tal senso chiama in causa una questione tanto delicata quanto complicata quale l’impegno italiano nelle politiche di decarbonizzazione e la conseguente possibilità che i decisori politici hanno di giungere a valutazioni corrette, univoche e condivise sul raggiungimento o meno degli obiettivi fissati. Ad oggi, infatti, esistono diversi modelli costruiti per monitorare lo stato delle emissioni di CO2 in relazione agli impegni che il sistema Italia assume a livello internazionale. Modelli in sé validi, funzionanti, ma diversi fra loro, non interconnessi e, dunque, non in grado di ridare a chi governa una visione il più possibile unitaria della situazione. Modelli che forniscono dati difficilmente comparabili e leggibili dai politici i quali necessitano, invece, di chiarezza e strumenti agili – pur nella loro elaborazione e complessità – come può essere, per esempio, un cruscotto di valutazione. In questo modo i decisori saranno più facilitati nell’individuazione delle strategie necessarie per raggiungere gli obiettivi fissati e per giungere a quella visione d’insieme che dovrebbe esserci fin dal principio della scelta, per evitare storture e fraintendimenti dannosi. Alla visione va affiancato un coordinamento fra i vari attori in gioco; ciò è valido per l’Industria 4.0 ma anche per le politiche di efficienza energetica, la Smart City, l’economia circolare o altre questioni di una certa rilevanza strategica. Industria 4.0. Dieci temi su cui concentrare l’attenzione Il manufacturing 4.0 può nasce e trova terreno fertile per crescere grazie allo sviluppo esponenziale dell’internet delle cose. I numeri del fenomeno sono impressionanti. Ogni giorno, nel mondo, sono oltre 5 milioni e mezzo i nuovi oggetti connessi, con previsioni al 2020 che stimano in quasi 21 miliardi gli oggetti connessi. In Italia, secondo l’ultimo rilevamento effettuato dagli Osservatori del Politecnico di Milano alla fine del 2015, erano circa 10,3 milioni le “cose” connesse alla rete, con un incremento del 29% sull’anno precedente. Cifre e numeri che si tramutano in denaro. Proiezioni future parlano di giro di affari relativo alle interconnessioni degli oggetti in forte crescita in grado di passare da 3,9 trilioni di dollari attuali agli 11,1 entro il 2025. In ottica industriale, l’internet of things diviene il sistema o il modello per avviare un percorso di ulteriore sviluppo e di recupero di competitività. Si comprende come – a fronte di queste sfide – sia sempre più forte la necessità di dotarsi di una politica industriale seria, stabile e articolata. Il rischio che l’Italia corre in caso di assenza prolungata di una politica strategica in campo industriale è quello di essere messa ai margini del contesto globale di produzione.

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Come muoversi, efficacemente e tempestivamente, per evitare che questo accada? Passerò in rassegna dieci temi o capitoli su cui occorre portare l’attenzione. Il primo tema da affrontare è la presenza o meno di reti a cui poter interconnettere gli oggetti. Le reti sono nella prossima configurazione un mix tra reti fisse e reti mobili e si dovrà imparare sempre di più a convivere fra queste due tipologie. Detta in altri termini, lo sviluppo del 5G renderà sempre più familiari ad una terminazione mobile e a un backholding, una rete di supporto di accesso sempre più fissa, essendo l’unico sistema che garantirà il trasporto di grandi quantità di informazioni. Sebbene l’utente medio non ne sia pienamente consapevole o non si sia accorto, negli ultimi anni la modalità di interconnessione è cambiata radicalmente: si è passati dal semplice download di contenuti a un’attività di upload sempre più massiccia (documenti, immagini, file audio e video) complice soprattutto la nascita e la diffusione dei social network (Facebook, YouTube, LinkedIn, etc.) e la moltiplicazione di device che permettono questo tipo di interazione (smartphone e tablet in primis). Per supportare questo traffico di dati sempre più ingente è necessaria una rete adeguata e dunque estremamente performante. Un altro esempio, che tocca uno scenario non così lontano nel futuro, riguarda i trasporti, con treni, autobus, automobili e altri mezzi interconnessi come qualsiasi altro dispositivo. Anche in questo caso è impensabile gestire una tale mole di dati senza reti o piattaforme adeguate che, nello specifico, saranno terrestri e satellitari. Quindi se il primo grande tema da affrontare è quello di avere una dotazione infrastrutturale adeguata per l’evoluzione dell’internet delle cose, il secondo sarà quello della dotazione di standard di interoperabilità il più possibile aperti. Il modello aperto, oltre a facilitare la funzionalità agevola anche il mercato, evitando posizioni di dominanza o di monopolio de facto di un soggetto sugli altri operatori. Connesso a questo secondo tema ve ne è un terzo, relativo all’introduzione di standard di qualità su una gamma di servizi che già sono terreno di apprezzamento dell’internet delle cose. Un quarto punto riguarda le professionalità sia di coloro che sono attualmente chiamati ad occuparsi di questi temi sia di coloro che in futuro dovranno essere formati per avere le skills giuste per occuparsene. Ad oggi si corre il pericolo di non avere né per numero né per preparazione il personale adeguato alla gestione di questi settori. Un rischio che si può evitare con politiche scolastiche che potenzino o introducano l’insegnamento di materie come l’informatica, la matematica o la meccanica di precisione.

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Un quinto tema ha a che vedere con la committenza dalla pubblica amministrazione e, conseguentemente, l’ambito Smart City. In questo caso è innanzitutto importante cercare di utilizzare e sfruttare al meglio le tecnologie abilitanti già esistenti e che si sa essere funzionanti. Tralasciando le soluzioni e le applicazioni più ardite o fantasiose bisognerebbe rivolgere l’attenzione soprattutto ai settori tradizionali come l’illuminazione pubblica, la mobilità o la digitalizzazione dei servizi. Il sesto tema tocca le agevolazioni finanziarie alle imprese che decidono di investire sull’internet delle cose. Per arrivare in tempi rapidi a un cambio strutturale nel sistema produttivo – con l’adeguamento strumentale e tecnologico della fabbrica – è fondamentale sostenere le imprese, magari con politiche di incentivazione e agevolazione fiscale. Il settimo capitolo concerne il sostegno alla ricerca e al cosiddetto open innovation, agevolando la trasformazione delle start up in piccole e medie imprese. In questo senso, il supporto iniziale alle start up è assolutamente giusto, ma non sufficiente specialmente se si interrompe subito dopo la realizzazione di un business plan, nella fase di avvio. Sono infatti ormai diversi i casi di start up nate nel nostro Paese che, una volta superato il momento iniziale, hanno preferito spostare la propria sede all’estero perché più vantaggioso in termini fiscali o più semplice da un punto di vista burocratico. Due temi tra di loro legati sono la security e la privacy. In un mondo sempre connesso alla rete, dove il flusso di dati e lo scambio di informazioni sono ormai inarrestabili, la cyber security diviene un elemento strategico irrinunciabile. Lo sviluppo e la pervasività di internet caratterizzano la vita odierna di Stati e cittadini: dalla produzione all’erogazione e acquisto di beni e servizi online, sino alla gestione di infrastrutture critiche e strategiche nazionali. Una questione che impatta fortemente sulla privacy, considerando il sempre maggior flusso di informazioni, il loro scambio e il loro trasferimento. La nostra identità (fatta anche dall’unione di tutti i dati che ci riguardano), come singoli cittadini o come imprese deve essere sicura da furti, manipolazioni, intrusioni. Infine, il decimo tema chiama in causa la comunicazione, o meglio la capacità di sapere spiegare che cos’è l’internet of things e soprattutto come saperlo utilizzare al meglio, sfruttandone le potenzialità ed evitando il più possibile i risvolti negativi. Questo deve essere un tema di cui parlare, su cui spendere tutta la credibilità e le risorse che si hanno a disposizione.

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Industria 4.0 e sostenibilitĂ in Italia? Passano da scelte strategiche in ambito energetico Andrea Bianchi

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La fabbrica del futuro: tra innovazione tecnologica e sostenibilità ambientale

Le questioni decisive per lo sviluppo industriale che la politica deve saper affrontare in maniera complessiva e strutturata sono almeno tre: la sostenibilità ambientale, l’innovazione tecnologica e lo sviluppo digitale. Intorno a queste sarà possibile immaginare e costruire quella che si definisce la “fabbrica del futuro”, elemento essenziale per una prossima – e duratura – crescita del sistema-Paese. Il tema della sostenibilità ambientale dei processi di sviluppo quale elemento imprescindibile per ogni attività produttiva non solo non è nuovo, ma è già diventato oggetto di scelte politiche di carattere strategico. Si tratta senza dubbio di un’inversione di tendenza rispetto alla tante volte citata “debolezza della politica”, opinione secondo la quale i decisori – senza una visione d’insieme – preferiscono farsi guidare dai fenomeni, piuttosto che intervenire, guidandoli. In questo caso, invece, la spinta del decisore per garantire una sempre maggiore attenzione nei riguardi della sostenibilità ha condizionato – positivamente - l’evoluzione dell’economia, orientando investimenti molto consistenti verso approcci rispetto ai quali il mercato da solo – forse – non sarebbe andato. Il problema in termini generali (scenario Il tema della sostenibilitàbase) si è essenzialmente tradotto in due grandi filoni: primo, la riduzione delle emissioni di CO2 per contrastare i

cambiamenti climatici e, secondo un uso efficiente e razionale delle risorse naturali scarse e del recupero e riutilizzo delle materie impiegate nella produzione secondo una logica di efficienza.


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Il tema della sostenibilità non è recente, ma è un processo avviato ormai da molti anni e che ha visto l’Unione Europea svolgere un ruolo di leadership, a partire dagli impegni che l’Unione Europea ha assunto già dalla fine degli anni Novanta e all’inizio dei Duemila, sulla riduzione delle emissioni di CO2, sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, sull’efficienza energetica. Oltre alla spinta dell’UE è comunque importante sottolineare come nel corso degli ultimi anni sia cresciuto l’interesse e l’attenzione per queste tematiche anche da parte di grandi piattaforme manifatturiere globali. In particolare ci si riferisce agli Stati Uniti, e al programma di reindustrializzazione voluto dall’amministrazione del presidente statunitense Obama nel quale questioni quali sostenibilità, energia, sviluppo dell’efficienza energetica hanno giocato un ruolo centrale. Analogamente si sta muovendo la Repubblica Popolare cinese, con l’approvazione di programmi di investimento molto consistenti per lo sviluppo di tecnologie ambientalmente sostenibili (Cina che, ad oggi è la principale responsabile delle emissioni inquinanti). Rispetto a questo processo che progressivamente sta vedendo spostare l’attenzione dall’Unione Europea alle altre aree del globo, l’Accordo di Parigi COP21 del dicembre 2015 ha impresso una straordinaria accelerazione. Soprattutto per la presenza di elementi di grande novità rispetto al passato. Il primo fra questi è di carattere dimensionale, visto che sono stati ben 195 i Paesi che hanno siglato un accordo in materia di sostenibilità in cui si stabiliscono due ambiziosi obiettivi. Uno, di mantenere l'aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine. Due, di puntare a limitare l'aumento a 1,5°C, riducendo in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici. Ovviamente le criticità rimangono e i problemi sono ancora lontani dall’essere risolti. Benché l’accordo di Parigi sia un importante segnale, non è sicuramente sufficiente. E non solo perché rimane una decisione che sostanzialmente si poggia sulla volontà dei singoli Stati firmatari di rispettare quanto hanno sottoscritto di fronte alla comunità internazionale, ma anche perché le misure che il testo definitivo propone per giungere all’obiettivo dei 2° sono ancora insufficienti. Resta inoltre irrisolta l’annosa questione del diverso approccio al problema al tema della sostenibilità. Da un lato si ha un approccio che si potrebbe definire “europeo” che privilegia strumentazioni di carattere regolatorio e che prevede una politica di sostenibilità fatta essenzialmente da obiettivi vincolanti. Dall’altro lato vi sono aree del globo dove l’approccio è più legato alle singole politiche industriali e ai conseguenti inve-

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stimenti da destinare allo sviluppo di nuove tecnologie in materia di sostenibilità ambientale. Il rischio nel confronto tra questi due approcci è che l’Europa – privilegiando un approccio con più vincoli ma meno sostegno agli investimenti in ricerca e sviluppo – possa diventare uno straordinario mercato di tecnologie sviluppate in altre zone del mondo. O che questi vincoli ambientali possano contribuire a fenomeni di delocalizzazione della produzione in luoghi dove esiste una legislazione meno severa in materia di emissioni inquinanti, con il doppio pericolo di un ulteriore danno per l’ambiente e un effetto negativo dal punto di vista dello sviluppo e della crescita nel nostro Continente. Sempre più, dunque, l’Europa dovrà accompagnare questi aspetti di carattere regolatorio – assolutamente da preservare – con una vera politica industriale dell’innovazione, che consenta alle imprese e ai sistemi produttivi europei di essere realmente competitivi. Se la diffusione del tema della sostenibilità è stata favorita da obiettivi dettati dalla politica, quella della cosiddetta Industria 4.0 trova nell’innovazione e nella tecnologia i suoi elementi trainanti. L’entrata del digitale e della connettività nell’intera catena produttiva, dalla progettazione all’esecuzione, sta generando e sempre più genererà cambiamenti radicali non solo nel sistema di produzione – processi e prodotti – ma nell’economia stessa. Per spiegare la portata storica del fenomeno si parla di Quarta Rivoluzione Industriale, evoluzione di quella Terza rivoluzione che negli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso è stata caratterizzata dall’introduzione dell’automazione. In un futuro di così grandi stravolgimenti rimane una certezza, ovvero la centralità e la strategicità dell’energia, del suo reperimento, della sua generazione e del suo utilizzo. Il settore energetico è la chiave che consente di coniugare da un lato la rivoluzione ambientale e dall’altro quella della digitalizzazione propria dell’Industria 4.0, contribuendo in maniera più determinante alle emissioni inquinanti. Un settore in continuo movimento tanto per quanto riguarda l’offerta che per quanto concerne la domanda. Sul lato offerta – complice lo sviluppo e diffusione delle rinnovabili – si è passati rapidamente da un sistema fortemente concentrato su grandi impianti che producevano energia a un sistema estremamente diversificato e frammentato, anche a livello territoriale. Un cambiamento di grande rilevanza che porta con sé la sfida di una gestione maggiormente complessa. Sono, dunque, sempre più necessari forti investimenti in smart grid, ovvero infrastrutture di rete in grado di supportare queste esigenze. Rispetto al passato, quando un basso numero di grandi centrali immettevano energia nella rete in maniera costante, oggi si hanno migliaia di piccoli impianti che immettono energia in maniera assolutamente discontinua, nonostante la domanda sia tutt’altro che in-

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costante. Sempre in tema di domanda di energia, si stanno riducendo in maniera drastica e strutturale alcuni consumi di carattere industriale, soprattutto per effetto dell’altra grande rivoluzione, ovvero l’efficienza energetica. Essa ha consentito nel corso degli ultimi anni di diminuire fortemente l’intensità energetica della produzione e dunque quella dei prodotti. Si è di fronte a trasformazioni che vedono nel settore dell’energia l’elemento cruciale dentro il quale si giocherà la partita dello sviluppo futuro. Rispetto a trasformazioni di questa dimensione, destinate a stravolgere il modo di produrre e di consumare, è evidente che abbiamo bisogno di una politica industriale forte, strutturata, che sappia governare processi complessi. In questo modo è possibile recuperare il terreno perso nei confronti di nazioni come Germania e Francia che, già da anni, si sono dotate di strategie di sistema, a partire dall’innovazione, dalla ricerca, dai temi energetici. Ecco che una strategia industriale in ottica 4.0 per essere davvero efficace necessita di una visione complessiva e a lungo termine anche sul piano energetico.

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Industria 4.0 Creare il futuro, non prevederlo Marco Cantamessa

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Industria 4.0: la rivoluzione non passa da una singola tecnologia

Per parlare di Industria 4.0 è indispensabile capire che cos’è e quali sono le sue caratteristiche. Di definizioni più o meno esaustive se ne trovano tante, sparse tra studi e report pubblicati a partire dal 2012, quando il fenomeno ha cominciato a guadagnare visibilità. Innanzitutto l’Industria 4.0 è qualcosa di molto più pervasivo e complesso, che presuppone il passaggio e l’implementazione di una pluralità di tecnologie che andranno a ricombinarsi fra di loro secondo modalità e forme non ancora prevedibili. Oggi, infatti, ci si trova in quello che si potrebbe definire uno “stato pre-paradigmatico” in cui il futuro non va previsto ma creato. Big Data, IT, intelligenza artificiale, cloud computing, additing manufacturing, smart device: sono tecnologie abilitanti che pur contribuendo a rendere reale e concreta l’idea di Industria 4.0, non riescono tuttavia a descriverla completamente. L’Industria 4.0 è piuttosto il risultato della loro applicazione e combinazione, è il processo che conduce alla realizzazione di prodotti intelligenti, servizi intelligenti, fino ad arrivare ad ambienti intelligenti. Si tratta di un fenomeno che va a toccare e modificare nel profondo il modello di business delle imprese per un’innovazione che si configura non solo di prodotto, ma anche di processo. Un fenomeno che, come si diceva poc’anzi, è ancora in grande parte da costruire, combinare, implementare, anche in modo creativo perché sono innumerevoli i campi di applicazione ancora da scoprire. Rispetto a quanto accaduto nelle precedenti rivoluzioni del mondo produttivo, quella dell’Industria 4.0 non prevede l’adozione di una singola tecnologia come è stato per il vapore, l’elettrificazione, e in certa misura, l’informatica. Anzi, si è molto lontani – all’opposto forse – dalla logica che ha governato, per esempio, la prima rivoluzione, quando un’azione in sé semplice come l’introduzione di un nuovo macchinario in fabbrica era in grado di portare immediati e concreti vantaggi competitivi e permetteva, di conseguenza, previsioni precise (a partire, ad esempio, dal numero di operai che andava a sostitui-

Il problema in che termini generali re). Oggi, con l’Industria 4.0 è richiesto uno sforzo maggiore, ha molto a che (scenario vedere base) con un cambio culturale, oltre che tecnologico, verso ciò che il digitale è e può essere.


Il tratto che, invece, accomuna quest’ultima alle precedenti rivoluzioni chiama in causa l’inevitabilità del cambiamento: chi rimane fermo o chi si oppone è probabilmente destinato a soccombere. Altrove come in Italia.


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Nel nostro Paese, in particolare, la situazione presenta luci e ombre. Ad aspetti positivi quali capacità imprenditoriali e competenze tecniche di alta qualità e a basso costo presenti (per ora) nel nostro tessuto imprenditoriale, si contrappongono elementi critici come l’assenza di grandi player e system integrator nazionali e come il fatto che – pur nella qualità – le competenze tecniche sono in numero non sufficiente. La sfida è aperta, specialmente per le PMI italiane. Da un lato, esse potrebbero beneficiare dell’Industria 4.0 in termini di aumentate opportunità di crescita e capacità di rispondere alle richieste del mercato. Dall’altro, proprio a causa del loro essere medie, ma soprattutto piccole e piccolissime imprese, le PMI italiane potrebbero avere difficoltà nell’adozione e nell’implementazione delle tecnologie che la nuova rivoluzione industriale richiede. Più che ricalcare esperienze che vengono dall’estero, è fondamentale sfruttare i punti di forza propri del nostro sistema. Il primo è valorizzare e coltivare con sempre maggiore convinzione le competenze tecniche di alto livello a costi bassi (soprattutto di figure come ingegneri e sviluppatori) presenti sul mercato del lavoro, magari scegliendo l’Italia come luogo per aprire un’attività o lanciare una start-up. La seconda è sfruttare la tendenza al “tailor made” connaturata all’idea di Industria 4.0; quest’ultimo può diventare l’elemento di sopravvivenza e poi di rilancio delle PMI italiane, più capaci e veloci nell’adattarsi alle mutevoli e diversificate richieste del mercato rispetto ai grandi gruppi, in sé più rigidi e lenti ai cambiamenti. Tra i punti di debolezza è stata menzionata la scarsità, in termini numerici, di professionalità tecniche (e per esse non si intendono solo ingegneri e sviluppatori). A questa va aggiunta una bassa propensione delle aziende a investire nella formazione dei lavoratori. In questo senso si sta muovendo l’Università italiana, sebbene rimanga difficile il dialogo tra atenei e mondo imprenditoriale. Per non venire travolti dall’arrivo della “fabbrica del futuro” è innanzitutto necessaria una strategia preparatoria. E non solo a livello nazionale, come dimostra il lancio, nel settembre 2016, del Piano Industria 4.0, ma anche a livello di singola impresa. È necessario porsi in una prospettiva nuova, nella quale il digitale non è più solo una tecnologia su cui investire per adeguare la produzione al 4.0, ma un modo di pensare, così da arrivare a immaginare soluzioni originali. Da ultimo, è importante comprendere che non tutto può essere sviluppato “in house”, e che la capacità di stringere alleanze e collaborazioni (con un’altra azienda, un’università o un centro di ricerca) diverrà una carta vincente sia per i grandi ma soprattutto per i soggetti medio-piccoli.

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Industria 4.0 e l’importanza dell‘integrazione fra impresa e ricerca Cesare Fantuzzi Marco Casagni

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Fabbrica 4.0, soluzioni per rilanciare l’industria Cesare Fantuzzi

Perché si parla di Industria 4.0 come di Quarta rivoluzione industriale? Storicamente si possono indicare tre rivoluzioni industriali: la Prima, di fine Settecento e segnata dalla scoperta della macchina a vapore, la Seconda di fine Ottocento e caratterizzata dall’uso dell’energia elettrica nella produzione e la Terza, di fine anni Settanta del secolo scorso, che ha visto l’introduzione dell’informatica e del computer all'interno delle macchine. Una rivoluzione che è proseguita nei due decenni successivi nel segno dell’automazione, portando a un controllo elettronico dei movimenti che è andato a sostituire - poco alla volta - quello puramente meccanico. Negli ultimi anni, la Quarta rivoluzione - come viene definita l’Industria 4.0 - ha condotto a una decentralizzazione dell’uso del computer e a quelli che oggi si definiscono sistemi cyber physical dove il singolo componente o prodotto - e non il sistema in generale - è controllato da un computer o ha capacità computazionale, di elaborazione, di comunicazione e di controllo. Da qui il passo verso l’ormai noto concetto di Internet of Things (IoT) è fatto: tutte queste componenti in grado di immagazzinare e gestire informazioni vengono messe in comunicazione fra di loro utilizzando un canale simile a quello usato per internet. Tuttavia, a differenza di quanto avviene nell’internet “tradizionale” in cui l’interfaccia o il fruitore dell’informazione è un essere umano, nel caso dell’IoT tanto chi trasmette informazioni come chi riceve è rappresentato da macchine. Queste ultime, in grado di comunicare, acquisiscono, immagazzinano e si scambiano un’innumerevole quantità di dati che dovranno essere elaborati ed analizzati. I vantaggi che derivano sono notevoli e riguardano tanto le fasi più proprie del processo di produzione (dall’ideazione alla realizzazione) come quelle ad esse successive (distribuzione e vendita). Con l’Industria 4.0 e l’IoT la tradizionale catena produttiva (realizzazione in fabbrica, distribuzione dei grossisti e vendita al clienteIlfinale) è destinata a modificarsi. alproblema in termini generaliGrazie (scenario l’IoT è possibile introdurre una retroazione che misura le performance nelle varie fasi del

base)

ciclo di vita di prodotto per fornire un feedback sui processi produttivi, di stoccaggio e di consumo. In altre parole, le informazioni raccolte e restituite grazie all’inserimento di un elemento di elaborazione all'interno del prodotto rendono la catena più flessibile e pronta ad adattarsi alle esigenze dei clienti, con un evidente miglioramento e una maggiore razionalizzazione della produzione.


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Facciamo qualche esempio di applicazione concreta, partendo dall’industria alimentare e dalla possibilità di avere un monitoraggio preciso e costante del livello di consumo di un determinato prodotto, magari una comune bottiglia di latte da un litro. Equipaggiare ciascun contenitore con un codice identificativo e successivamente con un chip RFID che comunica in maniera automatica significa portare benefici a tutta la catena, fornendo a ciascun attore - produttore e distributore/venditore - informazioni su tempi di distribuzione, di stoccaggio sullo scaffale o nel magazzino e tempo di consumo post vendita, elementi strategici in vista di future decisioni e investimenti. Un’altra possibilità riguarda l’inserimento di componenti di monitoraggio per la diagnostica di motori elettrici e di sistemi meccanici. Tramite questa tecnologia si ha l’opportunità di misurare importanti indicatori come le vibrazioni di un motore elettrico o di una parte meccanica per capirne l’andamento, per monitorarne l’usura e, nel caso di anomalie, per intervenire con una manutenzione prima che si verifichino guasti, con una diagnosi predittiva. Anche in questo caso, le capacità di elaborazione delle informazioni in locale e la trasmissione delle stesse a un sistema remoto sono, dunque, gli elementi chiave. Ancora un esempio che riguarda il delicato campo della sicurezza. Dotando gli estintori di microchip è possibile ottenere informazioni utili come la posizione dello stesso (se è nel luogo deputato o è stato tolto o spostato), lo stato di manutenzione e di funzionamento, quando sarà necessario sottoporlo a un controllo. Tutto in maniera automatica e precisa, in modo da ridurre al minimo possibile effetti negativi dovuti all’incuria o alla dimenticanza. In conclusione torniamo alla fabbrica soffermandoci brevemente su una fra le principali implicazioni dell’IoT per l’industria: la nuova collaborazione uomo-robot. L’Industria 4.0 non sta modificando solo i processi, i metodi di lavoro, ma anche lo spazio fisico della fabbrica. In passato il rapporto tra essere umano e macchina era contrassegnato da una separazione strutturale, architettonica; ora non è più così, potendo aprire la cella di lavoro robotica, eliminando le barriere fisiche, in maniera che l’essere umano cooperi - sempre in condizioni di sicurezza per il lavoratore - con il robot, letteralmente insegnando ad esso come svolgere una mansione. Nell’Industria del futuro, la complessità di un lavoro può essere, dunque, dominata dall’accoppiamento sinergico delle capacità complementari di uomo e robot.

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Politiche per l’Industria 4.0 in Europa per una maggiore integrazione fra impresa e ricerca Marco Casagni

Prima di analizzare le principali iniziative promosse a livello europeo sull’Industria 4.0, è interessante soffermarsi sul dato di diffusione dei device connessi alla rete. Si prevede che l’Internet of Things, o la capacità delle “cose” di interagire fra di loro grazie alla connettività, crescerà con ritmi che si possono definire, a tutti gli effetti, vertiginosi. Si stima che nel 2020 su 7,6 miliardi di individui ci saranno 50 miliardi di dispositivi connessi, il che significa che ciascun individuo si relazionerà con il mondo esterno attraverso una media di 6,58 device. E la connessione internet sempre a disposizione e la diffusione del digitale in molti ambiti non hanno un impatto profondo solo sul quotidiano e sugli stili di vita privati (basti pensare a smartphone e tablet), ma stanno avendo riflessi anche sul mondo del lavoro e sui sistemi di produzione. È la cosiddetta Industria 4.0 o smart manufacturing, fenomeno definito “rivoluzionario” che ormai da qualche anno interessa i Paesi industrializzati e che promette una trasformazione radicale del fare industria. Una trasformazione non omogenea per diffusione e stato di avanzamento, variando da nazione a nazione per modalità, tempi, impegno dei governi e risorse finanziarie stanziate. Osserviamo le principali iniziative, partendo da quelle promosse a livello comunitario. Il modello europeo di Industria 4.0 si sta definendo sulla base dell’attività dei singoli Stati membri e sull’intervento generato dalla Commissione Europea tramite le iniziative di Horizon 2020. Quest’ultima ha attivato l’iniziativa “Factories of the Future” che deriva da un partenariato pubblico-privato in cui il settore privato è rappresentato dall’EFFRA, la European Factories of the Future Research Association di cui sono socie le principali imprese industriali europee (Siemens, Airbus, Daimler, Philips, Bosch, nonché le italiane Comau, Fiat, Fidia, Prima Industrie). Ne fanno parte, inoltre, centri di ricerca pubblici - tra i quali ENEA università e associazioni imprenditoriali. Dal punto di vista delle risorse economiche, il programma Horizon 2020 prevede un budget di 1,15 miliardi di euro per progetti di ricerca basati sulla roadmap di EFFRA. Tra le nazioni che prime si sono attivate per promuovere il passaggio a una fabbrica e una produzione smart vi è la Germania, luogo di provenienza del concetto stesso di Industria 4.0. La principale iniziativa è la cosiddetta Platform Industrie 4.0, sostenuta da un budget

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di 400 milioni di euro. Attivata dal Governo Federale attraverso il Ministero dell'Istruzione e della Ricerca e il Ministero dell’Economia e della Tecnologia il programma vuole riunire i diversi attori pubblici e privati coinvolti nel ciclo produttivo, dai centri di ricerca alle università, dalle associazioni di categoria nei settori dell’ICT, della meccatronica e dell’elettronica alle imprese come Bosch e SAP. In Francia è stata lanciata l’iniziativa Alliance pour l'Industrie du Futur, partenariato pubblico-privato, formato da enti pubblici, imprese, università. Obiettivo del programma è favorire la trasformazione dell’industria francese anche con riferimento all’innovazione organizzativa, ai nuovi modelli di business, ai metodi di design e marketing, ai rapporti tra industria e terziario. I fondi utilizzati nel programma, che sono soprattutto legati al credito di imposta e ai vantaggi fiscali, riguardano tanto le tecnologie tipicamente alla base dell’approccio Industria 4.0 quanto la loro adattabilità alle piccole imprese. L’intervento del Regno Unito parte dal presupposto che il settore manifatturiero inglese sia limitato e necessiti pertanto di un forte investimento di rinnovamento per garantirne la competitività internazionale. Alla base del programma Catapult - High Value Manufacturing si individua un aumento degli incentivi pubblici a favore dell’innovazione, che dovrebbero raggiungere i 70 milioni di euro all’anno ed essere indirizzati con una politica industriale a favore dei settori con maggiori potenzialità di crescita a livello internazionale, quali l’aerospaziale e il farmaceutico, la chimica, i macchinari, l’elettronica. L’Industria 4.0 presuppone un cambiamento profondo, sicuramente difficile, ma che non si può né rinviare né tantomeno ignorare. L’Italia e l’Europa in generale hanno il knowhow, le capacità, la flessibilità per vincere le sfide che questo nuovo modo di produrre porta con sé. La ricerca e la promozione di un smart manufacturing divengono elementi imprescindibili: nuove tecnologie, nuovi materiali (dai raw material al grafane, su cu anche ENEA è impegnata con progetti come KIC - Knowledge Innovation Communities) e nuovi processi porteranno a rivoluzionare il modo di fare impresa nella sua totalità, interessando non solo la singola società ma tutta la catena del valore; in questo senso è sempre più decisiva un’azione coordinata, ampia, dall’alto. Infatti, oltre alle risorse da investire e agli incentivi previsti da politiche a medio-lungo termine è fondamentale promuovere una forte integrazione tra il mondo dell’impresa e il mondo della ricerca per ottenere quelle innovazioni industriali indispensabili per ricevere benefici che siano più profondi, più radicali e soprattutto duraturi.

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Industria 4.0 Rivoluzione culturale prima che tecnologica Antonio Ieranò

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Siamo ormai abituati ad avere a che fare con espressioni linguistiche costituite da un nome e due numeri puntati il cui secondo è uno zero: tipo 2.0, 3.0, 4.0 eccetera. Messe in ordine ascendente, le cifre dovrebbero suggerire un’evoluzione, un passaggio verso una versione più avanzata (o aggiornata) di una data situazione o di un certo oggetto. Fra le prime ad imporsi e più note non solo fra gli addetti ai lavori c’è sicuramente “web 2.0”. Si tratta di un fenomeno affascinante dal punto di vista ideale, che ha fatto cultura, che ha dato l’avvio a molte discussioni sul futuro delle nostre società ma che da un punto di vista tecnologico è sostanzialmente vuoto, privo di contenuti. Ciò che il web 2.0 portava come straordinaria novità era il cambio di approccio all’uso della rete, con il passaggio da un sistema in cui solo un numero limitato di content provider produceva e forniva contenuti, ad un’altra modalità che, invece, prevedeva e favoriva la nascita di una comunità sempre più allargata di utenti, ognuno dei quali in grado non solo di produrre ma anche di condividere - o mettere in rete - questi contenuti. In un certo senso, l’Industria 4.0 non è differente dal sopra citato web 2.0: più che di rivoluzione tecnologica - il digitale non è certamente una novità di questi ultimissimi anni - si deve parlare di nuovo atteggiamento o rinnovato approccio alle modalità di fare industria, di produrre. Un atteggiamento con forti legami a questioni di ruolo e di procedura che coinvolge molto meno il personale tecnico e molto più figure chiave in azienda come il direttore finanziario o l’amministratore delegato. Personaggi che nell’ecosistema aziendale delineano le strategie e prendono le decisioni, scegliendo una direzione piuttosto che un’altra. Operando in una compagnia che di Industria 4.0 fornisce il backbone, cioè l’informatica e quegli strumenti che servono a collegarsi, sono fermamente convinto di quanto, per un’azienda, sia importante avere un progetto. Senza un’idea seria e strutturata alle spalle, ogni implementazione di software è assolutamente inutile, se non dannosa. Ecco perché l’Industria 4.0 è innanzitutto la necessità o la capacità di definire all'interno dell'azienda, qualunque essa sia, qualunque sia l’impatto economico, un percorso di nuova gestione delle risorse. E qui si intende gestione e integrazione di tutte le risorse, da quelle energetiche a quelle produttive a quelle informatiche e così via. L’Industria 4.0 è una bellissima idea grazie alla quale tutti gli oggetti e tutti i soggetti che fanno parte di un’impresa smettono di essere isolati e diventano interconnessi. E non solamente come connessione fisica o di comunicazione, ma come vera e propria questione di processo. In questo senso, l’interconnessione vuol dire che tutti gli oggetti - fra loro “uniti” - devono poter lavorare insieme per fornire un risultato.


Ovviamente per poter operare in modo congiunto e per garantire un risultato servono dispositivi e strumenti (hardware e software) in grado di ben funzionare, dai connettori per collegamenti, ai sensori per monitoraggio dati, ai sistemi di analisi big data e di qualità del dato, fino ai sistemi di sicurezza informatica. Elementi che pur importanti, non sono decisivi per arrivare a un risultato pieno. Ciò che viene prima del buon funzionamento degli strumenti è la capacità di integrare la tecnologia nei processi e questi - a loro volta - nella cultura aziendale. In altre parole, significa che l’impresa è preparata su come utilizzare al meglio (ovvero in modo funzionale e strategico all’attività dell’impresa stessa) ciò che le nuove tecnologia potranno generare. Un esempio su tutti: la mole di dati che gli oggetti interconnessi producono rimane inutilizzata o sottoutilizzata a causa di scarse capacità di analisi. L’Industria 4.0 è rivoluzionaria nel suo essere elemento di rottura rispetto al modello industriale consolidato. E questo discorso vale tanto per i grandi gruppi, dove ogni intervento ha ripercussioni maggiori (basti pensare agli interventi di efficientamento energetico) sia per le PMI. In Italia, in particolare, è importante che la piccola e media impresa si doti degli strumenti culturali per capire dove intervenire per diventare o rimanere competitiva in un panorama mondiale di forte cambiamento. Ciò significa saper scegliere sia la soluzione più adatta alle proprie esigenze sia il sistema che meglio si sposa con i propri piani strategici di crescita. E le offerte non mancano: piattaforme di proprietà, servizi cloud, affiancamento di consulenti, affidamento in outsourcing. Ogni scelta ha vantaggi e svantaggi: l’importante è che anche in una piccola realtà imprenditoriale vi sia qualcuno che abbia una visione più ampia, a medio-lungo termine. Come sarà, dunque, questo passaggio all’Industria 4.0? Probabilmente lento, a piccoli step sia per le ragioni culturali sopra citate, sia per motivazioni più squisitamente economiche, considerando i costi non indifferenti per l’adeguamento della produzione ai nuovi standard. Senza dubbio sarà un passaggio inevitabile e prima si inizierà a pensare in modo nuovo, prima recupereremo come sistema-Paese competitività a livello globale.

Energia Media

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Piano nazionale “Industria 4.0� Nuova legge di bilancio 2017 Tiziana FIorella Gianluigi Delle Cave

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Per le imprese che innovano l’ammortamento diventa “Iper” Il cosiddetto “Piano Nazionale Industria 4.0” si sostanzia nelle previsioni della nuova Legge di Bilancio 2017 per il triennio 2017/2019 (presentata dal Governo il 15 ottobre 2016 ed attualmente al vaglio del Parlamento) e in un sistema di incentivi alle imprese piuttosto complesso. Una delle novità principali è la leva dell’ammortamento per l’introduzione di nuove tecnologie nelle aziende italiane. Le agevolazioni riguardano l’acquisto di soluzioni hi-tech avanzate da parte delle imprese e hanno come scopo principale quello di favorire un alto tasso di investimento early stage per startup e PMI innovative, introducendo sia fondi dedicati alla brevettazione sia detrazioni fiscali maggiormente favorevoli. Dall’analisi del testo della nuova Legge di Bilancio è, dunque, possibile prevedere notevoli effetti benefici su numerosi piani di azione, dall’efficienza energetica all’agrifood, dal panorama Smart City alle startup. Tra le direttrici di investimento, risulta particolarmente incisivo, in chiave di innovazione, “l’iper ammortamento” al 250% per gli investimenti in ricerca e sviluppo e innovazione (cosiddetto “bonus digitale” o “bonus innovazione”). Si tratta di un’agevolazione legata all’acquisto di beni che “favoriscono i processi di trasformazione tecnologica e/o digitale in chiave Industria 4.0”, al fine di promuovere non solo la competitività del Paese ma anche lo sviluppo digitale dell’industria italiana. “L’iper ammortamento” dovrebbe coinvolgere circa 50 categorie diverse di beni, e riguardare, inoltre, anche gli acquisti dei medesimi effettuati in leasing. Nello specifico, l’agevolazione attualmente prevista dalla Legge di Bilancio si rivolge, a titolo esemplificativo, alle imprese di meccatronica, robotica, big data, sicurezza informatica, nanotecnologie, sviluppo di materiale intelligente, stampa 3D e internet. Per l’identificazione puntuale dei beni strumentali coinvolti nell’ammortamento al 250%, bisognerà attendere, tuttavia, i decreti attuativi. L’iper ammortamento si aggiunge al riconfermato “super ammortamento” al 140% per gli acquisti di nuovi beni strumentali. A tal proposito, si evidenzia che dal periodo d’imposta 2017, tra i beni agevolabili, potrebbero rientrare, stando al testo presentato dal Governo, i software, purché collegati alla “trasformazione tecnologica in chiave Industria 4.0”. Inoltre l’estensione temporale dei suddetti ammortamenti comporterà un vantaggio strategico per gli investimenti più corposi, relativi, ad esempio, a grandi impianti oppure a macchinari complessi. Il super ammortamento al 140% e l’iper ammortamento al 250% tendono ad incentivare l’innovazione nelle imprese italiane e rappresentano una strategia lungimirante sia per rilanciare gli investimenti a favore delle aziende sia per gettare le basi per una concreta ed efficace Industria 4.0. Le misure previste dal Piano Nazionale Industria 4.0, se confermate dalla Legge di Bilancio nella sua stesura finale, entreranno in vigore a partire dal 1° gennaio 2017.


INDUSTRIA 4.0

ENERGIA MEDIA 2016 Parte dei contributi presenti in questo report trovano la loro origine negli interventi tenuti durante il road show “Industria 4.0 ed Efficienza Energetica. L’industria del futuro? È già qui!”. Un percorso di networking e comunicazione che Energia Media ha organizzato nel 2016 lungo tutto il territorio nazionale in collaborazione con istituzioni, associazioni di categoria, Università e centri di ricerca.

L’entrata di internet e del digitale nelle fabbriche sta radicalmente trasformando i sistemi di produzione, dando il via a una nuova nuova era nell’industria e aprendo di fatto la quarta fra le rivoluzioni industriali. Una fabbrica sempre più connessa, integrata, “intelligente”, automatizzata e flessibile nei cicli produttivi ha bisogno di essere alimentata da sistemi energetici che siano altrettanto all’avanguardia, performanti, sostenibili e, dunque, efficienti da un punto di vista economico e ambientale. 

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Industria 4.0 ed efficienza energetica divengono un binomio inscindibile per aumentare la competitività e per affrontare nel migliore dei modi le sfide del futuro in un mercato senza confini né di spazio né di tempo. Un’unione virtuosa che punta a raggiungere almeno tre macro obiettivi quali il miglioramento del time to market, una maggiore flessibilità della produzione e l’aumento dell’efficienza. A questo proposito si può parlare di un’efficienza in senso assoluto, ovvero: ottimizzazione dei tempi di progettazione-realizzazione, maggiore controllo sul processo e diminuzione del margine d’errore e, dunque, miglior uso delle risorse per la produzione (tanto in materie prime che in energia necessarie per realizzare i prodotti). Una rivoluzione industriale che si prospetta globale, ma che non sarà né a breve termine né si dipanerà in maniera sistematica e contemporanea in tutti i luoghi. I cambiamenti previsti sono profondi, radicali e vanno a toccare non solamente l’aspetto tecnico o procedurale, ma anche l’idea stessa di lavoro, di produzione e di fare imprenditoria.

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Produciamo contenuti e approfondimenti sinergici alle azioni di networking, per creare nuove relazioni e aumentare cultura e consapevolezza su temi strategici. Il nostro è un osservatorio altamente qualificato garantito dalla presenza di esperti e operatori appartenenti al mondo della ricerca, delle imprese, delle professioni, delle associazioni di categoria e delle istituzioni.

PUBBLICAZIONI APPROFONDIMENTI E ANALISI

ENERGIAMEDIA.IT PUBBLICAZIONI

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INDUSTRIA 4.0 RACCOLTA/2016


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Industria 4.0 - Raccolta / 2016 - Energia Media  

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