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Speciale Energheia settembre 2012 Reg. Trib. di Vicenza n. 1140 del 02/04/2007 con il contributo di

COSTRUIRE COMUNITA' SOSTENIBILI Le aggregazioni e le reti territoriali come strumento per un nuovo modello di sviluppo a Nordest

in partnership con

in occasione di

16 足 25 giugno 2012 速


1 I quaderni di Energheia

SCELTE DI SVILUPPO SOSTENIBILE

Editoriale a cura della redazione di Energheia

«Noi pensiamo che le associazioni di categoria, le aziende di servizi locali e le imprese private debbano diventare i protagonisti di una nuova fase di sviluppo, facendosi carico di un dialogo diretto, continuo e fattivo con tutti gli attori del territorio. È dunque necessario unire le forze intellettuali e materiali, fissando pochi e chiari obiettivi per ottimizzare al massimo le risorse. Lo strumento è una rete che tramite tavoli di concertazione, processi partecipativi e gruppi di lavoro settoriali sia in grado di incidere sulle scelte di sviluppo economico e sociale del territorio» (da Rosanna Bonollo, Ecco chi sono i nuovi protagonisti dello sviluppo, Il Giornale di Vicenza del 12 maggio 2012). Con l’edizione 2012 di greeNordEsT week abbiamo capito che è il momento di costruire, coinvolgendo tutti gli attori protagonisti nei territori che vedono nella sostenibilità l’unico futuro possibile. Un sistema virtuoso che tocca ogni ambito della visione e della gestione politica, nel senso più profondo del termine. È così che per delineare una nuova governance abbiamo concepito alcuni scenari e strumenti. Partendo dalle politiche europee, con la strada tracciata dalla normativa 20­20­20, abbiamo cercato di capire come costruire comunità sostenibili attraverso una sfida culturale e politica che dobbiamo raccogliere subito. Un ruolo fondamentale lo possono svolgere, ad esempio, in Veneto le intese programmatiche d’area. Comunità che possono crescere mediante indicatori condivisi di benessere equo e sostenibile (BES), alla base di un’efficace coprogettazione politica-istituzionale rapportata al territorio. L’adesione al Patto dei sindaci e la sostenibilità delle aree produttive e degli

edifici industriali sono altri due temi fondamentali di greeNordEsT week. Il primo vede l’Italia al centro di un bilancio più che positivo, configurando una cornice adatta per la pianificazione di molteplici “quadri programmatici”. Il secondo si prospetta come il volano di una nuova economia, grazie al risparmio energetico e all’eco marketing per i parchi industriali. In uno scenario di nuovi sistemi di mercato per l’edilizia sostenibile, le smart grid e i piccoli impianti per la produzione distribuita di energia, il primo passo per raggiungere gli obiettivi è fare rete. Un risultato che si può raggiungere solo attribuendo ai comuni un nuovo ruolo per lo sviluppo delle comunità locali e pianificando scelte sostenibili che coinvolgano utility e aggregazioni territoriali. Partendo, ad esempio, dall’illuminazione pubblica per una progettazione che valorizzi le città. BUILDING SUSTAINABLE COMMUNITIES by Energheia’s editorial board

«We believe that trade associations, local services organizations and private companies need to become protagonists of a new development phase, taking on direct, ongoing and active dialogue with all the players in their area. It is therefore necessary to join intellectual and material means, pointing out a few clear goals to optimize resources. The tool should be a network, which will be able, using negotiation tables, participatory processes and sectorial working groups, to affect the choices about economic and social development of the area» (from Rosanna Bonollo, The new protagonists of development, Giornale di Vicenza on May 12, 2012).

During the 2012 edition of greeNordEsT week, we realized that it's now time to build, involving all the local actors who see sustainability as the only possible future. A virtuous system that affects every aspect of political vision and administration, in the deepest sense of the word. To develop a new form of governance, we have conceived some scenarios and tools. Starting from European policies, and following the 20‐20‐20 footsteps, we tried to understand how to build sustainable communities through a cultural and political challenge that we have to take immediately. A very important role, for example, can be played in the Veneto area by local programmatic agreements. Communities that can grow through shared indicators of equitable and sustainable well­being (BES), the basis for an effective policy­ institution shared design related to the territory.

Joining the Covenant of Mayors and the sustainability in production areas and industrial buildings are two more fundamental issues of greeNordEsT week. The first sees for Italy a positive result, creating an appropriate setting for planning multiple "planning frameworks". The second promises to be the driving force of a new economy, thanks to energy saving and eco marketing for industrial parks. In a scenario of new market systems for sustainable buildings, smart grids and small plants for distributed energy production, the first step to reach the goals is to network. A result that can be achieved only by giving municipalities a new role for the development of local communities, and planning solutions which involve utility and territorial aggregations. Starting, for example, from public lighting for a city‐ enhancing design.


Testata registrata presso il tribunale di Vicenza n.1140 del 02.04.2007 Speciale Energheia settembre 2012 Finito di stampare nel mese di settembre 2012 Edizioni Logika sede legale, direzione, amministrazione, redazione Via Marco Corner, 1 - 36016 Thiene VI ­ Italy Tel. +39 0445 362701 - Fax +39 0445 380624 redazione@energheiamagazine.eu

L'IMPEGNO

Direttore Responsabile Mariagrazia Bonollo Capo Redattore Elena Guzzonato Redazione Elisa Carraro Anna Lotto Laura Parise Segreteria di Redazione Anna Lotto Hanno collaborato: Elena Banci, Gaia Bollini, Claudia Calabrese, Claudia Campana, Marino Cavallo, Matteo Civiero, Paolo Colla, Giancarlo Corò, Pietro De Lotto, Silvia Fattore, Monica Frassoni, Antonio Lumicisi, Luciano Gallo, Enrico Giovannini, Paolo Gurisatti, Daniela Luise, Elena Marchigiani, Luca Mercatelli, Andrea Mercusa, Pietro Menegozzo, Paolo Monaco, Pinuccia Montanari, Adolfo Morrone, Patrizia Messina, Fabio Omero, Lorenzo Ranzato, Tommaso Rondinella, Linda Laura Sabbadini, Luisa Stevan, Fabio Tomasi, Rossella Verza, Marina Vio, Alessandro Zan, Ivo Zancarli, Andrea Zonta, Direzione Industria e Artigianato della Regione Veneto, Federazione Veneta delle Banche di Credito Cooperativo Crediti fotografici © European Union 2012 ­ European Parliament Concessionaria esclusiva per la pubblicità Logika snc Via Marco Corner, 1 ­ 36016 Thiene VI Tel. +39 0445 362701 ­ Fax +39 0445 380624 adv@logikaweb.eu ­ www.logikaweb.eu Impaginazione Logika snc ­ Thiene

CNA Vicenza ha deciso con vero piacere ed entusiasmo di partecipare attivamente al progetto greeNordEsT e accompagnare Energheia in questa importante opera. Da tempo, ormai, la nostra Associazione di artigiani e piccoli imprenditori è impegnata direttamente ed in prima linea nella diffusione di una cultura della sostenibilità e dell'attenzione all'ambiente. Tutto ciò nella convinzione che sia anche interesse del nostro tessuto economico ed imprenditoriale diffondere una sensibilità puntuale e crescente verso le opportunità che oggi offre l'accesso alle nuove tecnologie e modalità operative "sostenibili". In questi anni di crisi e sfiducia generalizzata, infatti, la risposta deve essere nel recupero delle nostre radici e nella ricerca e sviluppo di nuovi materiali e nuove fonti di energia pulita. Certi di questa urgenza, crediamo anche che dalla lettura delle opinioni e delle informazioni presenti in questa preziosa raccolta potremo tutti trarre elementi e spunti di riflessione che potranno, se ben indirizzati, rappresentare una risposta e forse una svolta per aiutare tutti noi ad uscire da questa difficile congiuntura. Buona lettura!

Stampa Nova greeNordEsT week 2012 greenordest@energheiamagazine.eu Il comitato scientifico di greeNordEsT 2012 Rosanna Bonollo ­ www.energheiamagazine.eu Tommaso Dal Bosco ­ UNCEM Luciano Gallo ­ Federazione dei Comuni del Camposampierese Paolo Gurisatti ­ ECLT Università Ca’ Foscari di Venezia Arturo Lorenzoni ‐ Università di Padova Maria Masiero ‐ Counselor e consulente strategica d’impresa Patrizia Messina ­ Università di Padova Lorenzo Ranzato ‐ INU Veneto Fabio Tomasi ‐ AREA Science Park Rossella Verza ­ INBAR Padova

Il comitato promotore di greeNordEsT 2012 Rosanna Bonollo ­ www.energheiamagazine.eu Alessandro Delaini ­ Ecoaction Luciano Gallo ­ Federazione dei Comuni del Camposampierese Patrizia Messina ­ Università di Padova Assessorato all’Ambiente del Comune di Vicenza Assessorato alle Attività Produttive del Comune di Santorso Assessorato all’Ambiente e allo Sviluppo Economico del Comune di Schio Assessorato alla Sostenibilità e Mobilità del Comune di Bassano del Grappa Direzione organizzativa di greeNordEsT 2012 Rosanna Bonollo

Silvano Scandian

Presidente CNA Vicenza


3 I quaderni di Energheia

La sostenibilità energetica e ambientale è l’elemento imprescindibile dei piani di sviluppo delle aree economiche più progredite e delle imprese che vi operano. Quando si parla di responsabilità sociale delle imprese, ci si riferisce soprattutto a questo aspetto della loro gestione, cioè alle modalità di consumo dell’energia e al trattamento dei rifiuti generati dalle loro produzioni. Un futuro solido delle imprese dipende anche dalla loro consapevolezza. Gli stakeholders, infatti, pretenderanno sempre più comportamenti rispettosi dell’ambiente, dei suoli, delle acque e dell’aria. Quando le strategie di sviluppo di nuove linee di business capaci di creare profitti sono programmate con l’impiego di tecnologie e processi green, le imprese garantiscono benessere crescente ai loro collaboratori e agli abitanti che vivono nel territorio in cui esse operano. In tal senso, mi piace qui richiamare l’esperienza positiva del progetto Green Valley, fortemente voluto e sostenuto dalla Camera di Commercio di Vicenza e da tutti gli attori del territorio, associazioni imprenditoriali e sindacali in primis, che da un paio d’anni sta vivacizzando l’area della Valle del Chiampo, colpita pesantemente dalla crisi dell’industria conciaria. Grazie a questa unità d’intenti, si è formato un gruppo di lavoro coeso e determinato che ha saputo avviare un progetto nel quale si combinano elementi di studio e di mappatura delle potenzialità del territorio. Lo scopo è valorizzare le politiche ambientali ed energetiche, con forti connotazioni di effettiva progettualità per riconvertire lavorazioni ritenute pericolose e a basso valore aggiunto. Ma il vero punto di forza dell’intero progetto è l’obiettivo, dichiarato, di riconversione dell’economia della vallata sulla base di politiche green, attraverso modelli imprenditoriali e sociali di carattere apertamente ecologico e sostenibile. Si tratta di un progetto ambizioso, ancora in atto, con percorsi difficili proprio perché innovativi e impegnativi, su cui si stanno concentrando sforzi e impegno di un’intera popolazione.

Del resto, nel recente rapporto sulle potenzialità di sviluppo delle aree economiche, l’OCSE rappresenta forti potenzialità dell’Italia a qualificarsi come leader mondiale nel campo della cosiddetta green economy, grazie alla nostra posizione geografica e alla vocazione specifica dimostrata dal nostro tessuto imprenditoriale. Per questi motivi, e per molti altri ancora che qui sarebbe lungo richiamare, la Camera di Commercio di Vicenza ha accolto con favore la partnership sul progetto voluto da Energheia e da CNA Vicenza, di valorizzare attraverso questa pubblicazione, destinata anche oltre confine, gli atti di un ciclo di convegni e workshop che si sono succeduti nel corso della settimana europea dell’energia sostenibile. Il progetto greeNordEsT ha coinvolto su diversi tavoli di lavoro gli attori del territorio, che si sono confrontati su temi quali la politica e i progetti di sostenibilità per le nostre comunità. Hanno valutato le potenzialità e il nuovo ruolo che potrebbero assumere le intese programmatiche d’area, senza tralasciare la centralità che assumeranno i progetti di sostenibilità delle aree produttive e degli edifici industriali e le stesse scelte di pianificazione “verde” dei territori, attraverso una riqualificazione del paesaggio urbano e dell’illuminazione pubblica. Si tratta ora di dare seguito e voce a testimonianze, opinioni e dati forniti dai principali attori del nostro Nordest, che ci auguriamo possano essere utili per far maturare sempre più in cittadini e imprenditori la consapevolezza che la sfida da vincere per garantire un futuro al nostro Paese passa forzatamente attraverso questo cambio di passo, culturale e istituzionale. Una sfida che impone un maggiore dialogo fra enti pubblici e parti economiche e sociali e nuove forme di governance finalizzate a un livello maggiore di sostenibilità nello sviluppo economico dei territori. Perché il Nordest diventi finalmente “green Nordest”.

Vittorio Mincato

Presidente Camera di Commercio Vicenza


6 I quaderni di Energheia

SOMMARIO 1

Editoriale Editorial

2

L'impegno

4 6

Programma greeNordEsT week 2012 Sommario

7

Concepire una nuova governance: scenari e strumenti Le politiche europee Eu policies di M. Frassoni ­ European Alliance to Save Energy

9

Costruire comunità sostenibili di G. Corò ­ Università Ca' Foscari

10

Il progetto FRESH The FRESH Project della Direzione Industria e Artigianato Regione del Veneto

12

13

Le Banche di Credito Cooperativo della Federazione Veneta delle Banche di Credito Cooperativo Il ruolo delle intese programmatiche d’area Il BES di E. Giovannini, L. L. Sabbadini, A. Morrone, T. Rondinella – Istat

16

La sostenibilità politica­istituzionale di P. Messina ­ Università di Padova

18

L’architettura del futuro di M. Civiero ­ Ires Veneto Università Ca' Foscari di Venezia

19

Il BEST – Benessere Equo Sostenibile Territoriale relatore S. Fattore ­ IPA del Camposampierese

20

L’adesione al Patto dei sindaci e le prospettive per l’area triestina Patto dei sindaci Covenant of Mayors di A. Lumicisi ­ Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare

22

Lavori in corso nel Comune di Trieste di E. Marchigiani ­ Comune di Trieste

24

I molteplici “quadri programmatici” di F. Omero ­ Comune di Trieste

25

PATRES ­ Public Administration Training and Coaching on Renewable Energy Systems di E. Banci, L. Mercatelli, F. Tomasi ­ AREA Science Park Trieste

Sostenibilità delle aree produttive e degli edifici industriali 27 Sostenibilità delle aree produttive e degli edifici industriali in Veneto di L. Ranzato ­ INU Veneto e R. Verza ­ INBAR Padova 30 Il risparmio energetico volano di una nuova economia di A. Zan ­ Comune di Padova 31 Eco marketing per i parchi industriali: una prospettiva europea di M. Cavallo ­ Med Ecomark 32 Eco­efficienza degli edifici industriali di A. Mercusa ­ ANCE Veneto Il primo passo: fare rete 34 Nuovi sistemi di mercato per l’edilizia sostenibile, le smart grid e i piccoli impianti per la produzione distribuita di energia di P. Gurisatti ­ ECLT Università di Venezia 38 Una nuova governance territoriale relatore L. Gallo ­ Federazione dei Comuni del Camposampierese 39 Un nuovo ruolo dei comuni di P. Menegozzo ­ Comune di Santorso 40 Il Fondo Kyoto di P. Monaco ­ CNA Vicenza Scelte di pianificazione sostenibile: utility e aggregazioni territoriali 41 La svolta verde di Genova Genoa turning green di P. Montanari ­ Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia 43 Il Comune di Padova e il progetto Conurbant The Municipality of Padua and the Conurbant EU Project di D. Luise ­ Comune di Padova 45 Il ruolo dell'utility di P. Colla ­ Gruppo AIM 46 Un sistema sostenibile di P. De Lotto ­ Confartigianato Vicenza Scelte di pianificazione sostenibile: illuminazione pubblica 47 PLUS ­ Una progettazione che valorizzi la città PLUS ‐ Designing the city di A. Zonta ­ Comune di Bassano del Grappa 48 Paesaggio urbano notturno di C. Calabrese, C. Campana, L. Stevan, M. Vio ­ Tetractis 50 Luce ed energia di I. Zancarli ­ Studio Stain di Trento 55 Comunicare il piano di illuminazione di G. Bollini ­ INBAR Vicenza


7 I quaderni di Energheia

Concepire una nuova governance: scenari e strumenti

LE POLITICHE EUROPEE La strada tracciata dalla normativa 20­20­20 di Monica Frassoni, Presidente European Alliance to Save Energy

L'Alleanza Europea per il Risparmio Energetico (European Alliance to Save Energy, EU­ASE) è stata istituita in occasione della Conferenza sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite, nel dicembre 2010, in risposta all'urgente necessità di un'azione più incisiva in materia di efficienza energetica in Europa. Le ragioni sono abbastanza semplici: in questi tempi difficili, la gestione dell’utilizzo di energia è uno dei metodi meno costosi e più efficaci per affrontare la crisi economica e finanziaria, combattere il cambiamento climatico e aiutare la transizione verso un nuovo modello economico, creando posti di lavoro e sostenendo la crescita. Purtroppo, anche se l'Europa ha le soluzioni, ci sono molte tecnologie, prodotti e servizi che rimangono sullo scaffale in gran parte perché l'UE non ha la giusta combinazione di politiche e legislazioni a suo supporto. EU-ASE è stata creata per affrontare questo problema mettendo insieme aziende leader che forniscono una vasta gamma di soluzioni di efficienza energetica, importanti politici europei, opinion­leader e attivisti provenienti da tutta Europa, per assicurarsi che i responsabili politici siano consapevoli di ciò che può essere fatto per creare un'Europa energeticamente efficiente e di quali politiche sono necessarie per far sì che questo accada. L'UE è un sistema politico complesso, che coinvolge diverse istituzioni e livelli di governo. A livello europeo, la Commissione sta lentamente proponendo una serie di leggi e di obiettivi per passare ad un'economia a basse emissioni di carbonio. Il Parlamento Europeo si è dimostrato spesso più progressista nell’innalzare le ambizioni dell'esecutivo europeo, mentre il Consiglio dell'Unione, che rappresenta tutti gli Stati membri, ha spesso cercato di ridurre l'impatto della legislazione proposta. Tuttavia, numerosi testi legislativi sono già stati adottati a livello europeo, in particolare

la Direttiva Europea sulla performance energetica degli edifici, la Direttiva sull'Eco­ Design ed Eco­Label e, più recentemente, la Direttiva sull'efficienza energetica. La negoziazione di quest'ultima ha rappresentato un chiaro esempio dell'approccio delle tre istituzioni europee su una legislazione con un rilevante impatto sulla transizione verso un'economia ad emissioni ridotte. La proposta del 2011 della Commissione per una Direttiva sull'efficienza energetica avrebbe infatti coperto i 2/3 delle 190 MTEP previste dall’obiettivo europeo del 20% di risparmio energetico al 2020. La maggior parte dei risparmi doveva provenire da obblighi di efficienza energetica, ma i risultati sarebbero stati incerti a causa di numerose clausole e mancanza di definizioni e possibilità di opt‐ out. La posizione del Parlamento Europeo, in particolare della Commissione Industria, Ricerca e Energia, espressa nella votazione del 28 febbraio 2012, avrebbe coperto l’intero gap. Gli obblighi di efficienza erano stati migliorati in qualità e ampliati nel campo di applicazione, la ristrutturazione del settore pubblico ed i requisiti di approvvigionamento chiaramente rafforzati. La posizione del Consiglio è stata la meno ambiziosa: sarebbe stato coperto solo la metà del gap.

Il compromesso finale tra le tre istituzioni europee ha portato ad una Direttiva sull'efficienza energetica che può potenzialmente portare l'Europa ad un risparmio del 14,9% entro il 2020. Un accordo trovato con cauto ottimismo da parte delle parti economiche più progressiste e altri stakeholder, consapevoli del ruolo che gli Stati membri hanno svolto nell’“annacquare” le ambizioni del testo. Ora la pressione sugli Stati membri per intensificare il loro impegno nell’applicazione corretta e tempestiva di questa legislazione sta aumentando. In effetti, la giusta combinazione e coordinamento delle disposizioni legislative europee e nazionali può garantire la definizione di un quadro legislativo certo e a lungo termine, per stimolare lo sviluppo di un mercato europeo dell'efficienza energetica, un mercato in cui le imprese europee possano investire, crescere, mantenere la loro leadership tecnologica e affrontare le barriere e le distorsioni del mercato dell'efficienza energetica. Il settore privato è pronto a investire in efficienza energetica, ma molti investitori attendono in disparte, e fino a quando non vedranno un forte mandato politico che dia loro la stabilità a lungo termine e le certezze di cui hanno bisogno, resteranno scettici a correre il rischio o, peggio, sceglieranno di investire in altri mercati. Le imprese europee hanno bisogno di un quadro normativo stabile e a lungo termine che vada oltre il 2020. Il dibattito sugli obiettivi vincolanti per il 2030 è appena iniziato a livello europeo, stimolato dalle discussioni sull’Energy Roadmap per il 2050: l'Europa deve dare un chiaro segnale alla comunità imprenditoriale progressista, agli investitori e, ultimo ma non meno importante, ai cittadini che investire in efficienza energetica e in sviluppo sostenibile è un’opzione senza alternative, e una reale opportunità per condurci fuori dalla crisi.


8 I quaderni di Energheia

Concepire una nuova governance: scenari e strumenti

EU POLICIES The path outlined by 20­20­20 regulations by Monica Frassoni, President European Alliance to Save Energy The European Alliance to Save Energy (EU‐ ASE) was established at the United Nations Climate Change Conference in December 2010 in response to the urgent need for stronger action on energy efficiency in Europe. Our reasons for doing this are quite simple: in these difficult times, managing our energy use is one of the most cost‐effective solutions to address the financial and economic crisis, tackle climate change and help the transition towards a new economic model by creating local jobs and sustaining growth. Unfortunately, even though Europe has the solutions, there are many technologies, products and services that remain on the shelf largely because the EU lacks the right policy mix.

EU­ASE has been created to address this problem by bringing together leading companies providing a wide range of energy efficient solutions, prominent European politicians, thought‐leaders and campaigners from across Europe to ensure that policy makers are aware of what can be delivered to create an energy efficient Europe and what policies are needed to make this happen. The EU is indeed a complex political system that involves different institutions and levels of government to shape European legislations. At European level, the European Commission is slowly proposing a set of legislations, targets and goals to shift to a low‐carbon economy. The European Parliament has often been more progressive to increase the ambition of the European executive, while the Council of the European Union, which represents all Member States, is often trying to reduce the impact of the legislation proposed. However, several pieces of legislation have already been adopted at European level, notably the European Performance Building Directive, the Eco‐Design and Energy Labeling Directive and, more recently, the Energy Efficiency Directive.

The latter can provide a clear example of the approach of the three European institutions on a piece of legislation with an impact on the transition to a low‐carbon economy.

The 2011 Commission proposal for an Energy Efficiency Directive would have closed 2/3 of

the 190 MTOE gap to the EU’s 20% energy savings target for 2020. The majority of savings were expected to come from efficiency obligations on energy companies, but results would have been uncertain due to flexibilities, and lack of definitions and opt‐outs. The position of the European Parliament, notably of the Industry and Energy Committee expressed in the vote on 28 February 2012, would have closed the entire gap. Efficiency obligations were improved in quality and enlarged in scope and public sector renovation and procurement requirements were clearly strengthened. The position of the Council was not as ambitious: only about 1/2 of the gap would have been closed.

The final compromise among the three European institutions resulted in an Energy Efficiency Directive which has the potential to bring Europe to some 14.9% savings by 2020. A deal met with cautious optimism by the progressive business community and other stakeholders, conscious of the role that Member States have played in watering down the ambition of the text.

Now pressure has increased on Member States to step up to their commitments to implement correctly and timely this piece of legislation. Indeed, the right combination and coordination of European and national laws can ensure the definition of a certain and long‐term regulatory framework to boost the development of a European energy

efficient market – a market where EU businesses can invest, grow and retain their technological leadership – and to address the European energy efficiency market failures such as split (principal‐agent) incentives, harmful subsidies, regulated prices, negative incentives and internal market distortions.

The private sector is poised to invest in energy efficiency and provide the necessary capital to leverage public sector finance, but many investors are waiting in the side‐lines and until they see a strong political mandate to give them the long term stability and certainty they need, they will remain unwilling to take the risk ‐ or worse they will choose to invest in other markets.

Business needs a long‐term and stable set of commitments that goes beyond 2020. The debate about binding targets for 2030 has just begun at European level along with the discussions on the Energy Roadmap 2050: Europe must give a clear signal to the progressive business community, to investors and, last but not least, to citizens that investing in energy efficiency and in the sustainable development is a no­ regret option and a real opportunity to lead us out of the crisis.


9 I quaderni di Energheia

Concepire una nuova governance: scenari e strumenti

COSTRUIRE COMUNITÀ SOSTENIBILI Una sfida culturale e politica che dobbiamo raccogliere subito di Giancarlo Corò, Università Ca' Foscari

Il tema che ha guidato quest’anno il fitto programma di incontri e dibattiti di greeNordEsT week è stato “Costruire Comunità Sostenibili”. È un tema ricco di implicazioni politiche e culturali, e che ci pone di fronte alle nostre responsabilità di cittadini, tecnici, imprenditori e amministratori nel ripensare i rapporti fra territorio e sviluppo. Il concetto di “Comunità sostenibili” non è nuovo. Era stato usato anche dall’Unione Europea in occasione del vertice informale di Bristol del 2005, nella cui dichiarazione finale si definiva "Comunità sostenibile" l’ambiente in cui le persone decidono di vivere e lavorare ora e nel lungo periodo. Vivere e lavorare in un luogo comporta dunque una scelta, non è solo un destino che riceviamo in eredità. Questo significa che la decisione di risiedere in un luogo si accompagna alla possibilità di soddisfare e migliorare le condizioni di benessere, di ampliare la gamma delle opportunità a disposizione, di accrescere il patrimonio di “ricchezze” economiche, sociali, ambientali a cui accedere. In altri termini, una Comunità è sostenibile se offre una prospettiva di sviluppo. È importante ribadire questo passaggio, specie nel momento di crisi che stiamo attraversando, perché quando si parla di sviluppo sostenibile è di solito all’aggettivo (sostenibile) più che al sostantivo (sviluppo), che si tende ad attribuire maggiore peso. Ma si tratta di due facce della stessa medaglia. Certo, affinché anche le generazioni future possano decidere di vivere e lavorare nello stesso ambiente, dobbiamo cercare di impiegare le risorse disponili – suolo, acqua, foreste, ma anche conoscenze, capitale sociale, capacità imprenditoriali – senza compromettere la loro riproducibilità nel tempo. Se possibile, dobbiamo semmai contribuire ad accrescere lo stock di ricchezze disponibili che, nel loro insieme, costituiscono le capacità di sviluppo di un territorio. Questa consapevolezza comincia a farsi largo anche nel Nordest, e le esperienze presentate nella tavola rotonda “Sostenibilità e politiche

per lo sviluppo locale” hanno documentato un promettente quadro di iniziative. Gli attori che si stanno misurando con la costruzione di Comunità Sostenibili sono diversi: da alcune Amministrazioni locali particolarmente sensibili (come il Comune di Santorso o il Consorzio dei Comuni Trentini), alle associazioni di imprese (fra cui Confindustria e Ance Veneto), al sistema finanziario (come le Fondazioni bancarie e alcune Banche di Credito Cooperativo). Non poteva mancare all’appello un’impresa industriale di successo quale Aquafil, che ha investito sulla sostenibilità ambientale – in particolare nell’uso efficiente delle risorse idriche ed energetiche – non solo per senso di responsabilità sociale, ma anche come leva di business. Dalla discussione che si è svolta nella tavola rotonda si possono trarre alcune utili indicazioni generali per rilanciare lo sviluppo e creare le condizioni per Comunità sostenibili. La prima è la capacità delle istituzioni e delle imprese di alzare lo sguardo oltre il presente, allungando l’orizzonte sul quale misurare il ritorno degli investimenti, sia pubblici che privati. Troppo spesso, specie in questa fase di difficoltà economiche, siamo portati a costruire strategie di breve periodo, frenando i progetti ambiziosi nell’attesa che le condizioni attorno a noi possano migliorare. Tuttavia, questo atteggiamento di attesa rischia di alimentare la sfiducia e, ciò che è peggio, incentiva chi ha idee e risorse ad investirle da un’altra parte. Una Comunità diventa sostenibile se, invece, trova il coraggio di darsi obiettivi di lungo periodo: ad esempio diventare la prima Oil free zone d’Europa, come in Trentino, oppure raggiungere i massimi standard energetici e ambientali nelle zone industriali, come nell’Alto Vicentino. In secondo luogo, deve cambiare il modo con cui guarda al territorio, che non può più essere ridotto ad uno spazio da occupare o da lasciare a se stesso, bensì ad un

insieme di risorse e beni comuni il cui valore futuro dipende dal modo in cui vengono impiegati (o non impiegati) oggi. Ad esempio, un bosco abbandonato può essere un’area a rischio incendi, mentre se gestito con cura può diventare una risorsa energetica, turistica, economica (sia per il legname, che per la vendita di certificati CO2). Lo stesso vale per una riserva d’acqua, che da minaccia per la sicurezza idraulica di un territorio può diventare una risorsa energetica, per lo svago o l’impiego produttivo (la sua maggiore qualità può essere pagata nelle tariffe del servizio idrico o da un’industria alimentare). Ancora più evidente questo approccio al valore del territorio si può vedere nel paesaggio, nel patrimonio storico, nelle tradizioni produttive e, soprattutto, nelle capacità delle persone e nelle istituzioni in cui si formano, come le scuole: si tratta di beni comuni che possono diventare elementi fondamentali per progetti di sviluppo locale. Ciò tuttavia implica una terza condizione: il superamento di una rigida divisione, quando non una contrapposizione, fra pubblico e privato. Solo attraverso la cooperazione fra queste due dimensioni dello sviluppo si possono in realtà creare Comunità sostenibili. È infatti difficile immaginare che un progetto di sviluppo possa essere efficace senza la capacità di innovazione e di investimento produttivo delle imprese e dei soggetti privati di un territorio. D’altro canto, se gli investimenti sono impegnativi e rischiosi, come fatalmente sono quelli più innovativi, è necessario un quadro di regole stabili e un insieme di azioni coordinate di lungo periodo che solo le istituzioni pubbliche possono garantire. Nell’ambito delle energie rinnovabili queste condizioni sono fin troppo evidenti. Un nuovo incontro fra pubblico e privato o, se vogliamo, fra beni comuni e mercato, è dunque una condizione essenziale, e forse quella preliminare, per rilanciare anche nel Nordest progetti moderni e ambiziosi per lo sviluppo sostenibile.


10 I quaderni di Energheia

Concepire una nuova governance: scenari e strumenti

IL PROGETTO FRESH a cura della Direzione Industria e Artigianato Regione del Veneto "FRESH – Forwarding Regional Environmental Sustainable Hierarchies" è un progetto co­finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del Programma INTERREG IVC, che promuove l’eco­innovazione attraverso l’edilizia sostenibile in otto diverse regioni. I partner sono Finlandia (capofila), Irlanda, Italia, Polonia, Romania, Regno Unito. Per l’Italia partecipano la Regione del Veneto (Direzione Industria e Artigianato) e l’Università di Padova (Dipartimento di Processi Chimici dell'Ingegneria). Il progetto, iniziato a gennaio 2010, terminerà con la conferenza di chiusura nel febbraio 2013 a Vienna. Obiettivi Con FRESH, i partner di progetto si sono proposti di condividere lo sviluppo della “Creazione di Valore Sostenibile” (CVS) e favorire l’inserimento di misure amministrative e legislative in grado di generare una crescita economica del territorio basata sull’implementazione di azioni ed attività coerenti con i principi dello sviluppo sostenibile. In questo contesto, la crescita economica, raggiunta attraverso attività improntate alla sostenibilità, supporta la “Creazione di Valore Sostenibile” quando le tre dimensioni – economica, ambientale e sociale – sono, tendenzialmente, in equilibrio. Considerati la strategia comunitaria sullo sviluppo sostenibile, le iniziative comunitarie a favore del mercato (LMI), il piano d'azione per le tecnologie ambientali (ETAP) e le politiche comunitarie regionali e di coesione, sono stati individuati tre obiettivi operativi: 1) incrementare l’impatto sul territorio delle politiche regionali volte allo sviluppo sostenibile; 2) migliorare il coinvolgimento degli stakeholder locali nella definizione congiunta delle azioni a favore dell’eco­design e dell’eco­innovazione; 3) includere i componenti della Creazione di Valore Sostenibile nelle strategie regionali di medio e lungo periodo.

Lo sviluppo della strategia ambientale consegue fattivi risultati solo se sinergicamente integrata con la dimensione sociale, dove il vivere umano rappresenta la centralità nelle scelte strategiche di breve e lungo termine. Al fine di raggiungere il benessere, sintesi condivisa tra sviluppo economico industriale e strategie di mercato, è necessario introdurre strumenti utili alla crescita del territorio, quali l’ecoinnovazione e l’eco-design, in grado di armonizzare esigenze diverse apportando benefici generalizzati nei settori coinvolti nelle dinamiche produttive e sociali. Modalità operative nuove e per certi aspetti innovative, in grado di supportare il passaggio ad un modello in cui il sistema economico e il sistema sociale, interagendo, costituiscono la base sulla quale i soggetti istituzionali sono chiamati a costruire la società del domani. Attività Le attività di progetto si possono riassumere in tre grandi filoni: I. Sviluppo piani regionali a. Condivisione dell’approccio relativo alla CVS b. Predisposizione di indicatori di CVS c. Misurazione dell’efficacia delle politiche di CVS II. Strategie a. Includere l’eco­design nelle strategie regionali volte all’innovazione b. Strumenti di valutazione dell’eco­design c. Strumenti di pianificazione dell’eco­ design III. Implementazione a. Metodi di disseminazione delle applicazioni di eco­design a favore delle PMI b. Metodi di impatto sulle preferenze dei consumatori c. Metodi per promuovere le attività di eco­innovazione a favore delle PMI.

Le buone pratiche Un aspetto importante del progetto FRESH è rappresentato dal cosiddetto “scambio di buone pratiche” in seno al partenariato. La Regione del Veneto, da un lato, si è interessata alla buona pratica GPI ­ Genuine Progress Indicator, elaborata dalle Regioni di Kainuu e Päijät­ Häme (Finlandia) e, dall’altro, ha identificato la Legge Regionale n. 4/2007 “Iniziative ed interventi regionali a favore dell’edilizia sostenibile”, come best practice da esportare. Il GPI è uno strumento di misurazione del benessere economico di un Paese, o territorio, che considera contemporaneamente aspetti economici, ambientali e sociali. Le Regioni di Kainuu e Päijät­ Häme (Finlandia), partner di progetto, in questi anni hanno sviluppato esperienze innovative sul tema e le hanno condivise all’interno del partenariato. Nell’ambito delle proprie competenze, la Regione del Veneto intende applicare il GPI nel proprio territorio. Per ciò che attiene alle buone pratiche del Veneto, i partner di progetto hanno manifestato interesse nei confronti della Legge Regionale n. 4/2007: “Iniziative ed interventi regionali a favore dell’edilizia sostenibile”, che prevede agevolazioni regionali per la realizzazione di interventi di costruzione o ristrutturazione secondo le tecniche e i principi costruttivi di edilizia sostenibile. Per informazioni: www.freshproject.eu


11 I quaderni di Energheia

Concepire una nuova governance: scenari e strumenti

THE FRESH PROJECT by Industry and Craft Department, Veneto Region "FRESH ­ Forwarding Regional Environmental Sustainable Hierarchies", is an Interreg IV C regional initiative project, co‐ financed by European Union, promoting eco innovation through sustainable construction in eight European regions. Partners are Finland (Lead partner), Ireland, Italy, Poland, Romania, United Kingdom. Italian’s partners are: Veneto Region (Industry and Craft Department) and University of Padua (Engineering Chemical Processes Department). The project has started in January 2010 and will end, with the closure conference, in February 2013 in Wien. Objectives FRESH Partners aims are to strengthen Sustainable Value Creation (SVC) development at regional level and favour the adoption of legislative and administrative measures, able to create an economic growth based on the implementation of activities consistent with sustainable development principles. In this framework, economic growth, reached through actions respecting sustainability concept, support the “Sustainable Value Creation” when the three dimensions – economic, environmental and social – are in balance. Considering the revised EU sustainable development strategy, the EU lead market initiative, the Environmental Technologies Action Plan (ETAP) and the European Cohesion and Regional Policies, partners have selected three specific objectives: 1) to increase the impact of regional polices linked to sustainable development; 2) to improve regional stakeholders involvement into the definition of actions in favour of eco‐design and eco‐innovation; 3) to embed the components of SVC (eco‐ design and eco‐innovation) into the partner regions’ mid and long term strategies. The environmental strategy achieves effective results only if synergically integrated with the social dimension, where the human being has a central position in the strategic choices of short and long term. In order to reach the “well‐ being”, synthesis between economic industrial development and market strategies, it is necessary to introduce useful tools for local development, as eco­innovation and eco­design. These instruments are able to harmonize different needs, giving widespread benefits in those sectors involved in the social and

productive trends. In this framework, policy makers are called to consider those innovative methods as able to support the shift towards a new development model to apply to our future economy and social system. Activities Project activities are divided into three different levels:

I. Regional Development Plan level a. Sharing SVC‐development objectives; b. Regional SVC‐development indicators; c. SVC‐policy performance measurements. II. Strategic level a. Embedding eco‐design into the regional innovation strategy; b. Eco‐design assessment tools; c. Eco‐design planning tools. III. Implementation level a. Methods to disseminate eco‐design application to SMEs; b. Methods to impact consumers’ preferences; c. Methods to promote eco‐innovation activities to SMEs.

Fresh good practices An important component of Fresh project is the best practice analysis, which collects partners contributions potentially interesting to be transferred. Veneto Region shows its interest to Genuine Progress Indicator, the best practice of Kainuu e Päijät‐Häme Regions (Finland) and, in the same way, identifies the Regional Law n. 4/2007 “Regional initiative and actions to favour sustainable constructions”, as best practice to export. The Genuine Progress Indicator (GPI) tries to capture the economic, social and environmental dimensions of well‐being in a specific territory in one single measure. In the last years, project partners Kainuu and Päijät‐Häme Regions (Finland) have reached interesting results by applying this indicator and shared their findings among partners. Within its competences, Veneto Region is working on applying the indicator to its territory. Regarding Veneto best practice, project partners demonstrate their interest to the Regional Law n. 4/2007: “Regional initiative and actions to favour sustainable constructions”, which consists of regional grants for building constructions or renovations, in compliance with sustainable principles and techniques. For more informations: www.freshproject.eu


12 I quaderni di Energheia

Concepire una nuova governance: scenari e strumenti

LE BANCHE DI CREDITO COOPERATIVO Un salto di qualità verso politiche di sostenibilità energetica e ambientale a cura della Federazione Veneta delle Banche di Credito Cooperativo Gli Statuti delle Banche di Credito Cooperativo parlano chiaro anche a proposito di politiche ambientali. Lo fanno con una modernità di contenuto e di obiettivi che sorprende, in considerazione della storia delle prime cooperative di credito del Veneto, sorte oltre 130 anni fa per contrastare l’usura e per favorire la concessione del credito. I vecchi padri delle odierne BCC già da allora, dimostrando intelligenza e lungimiranza, avevano posto come pilastri fondamentali nella missione delle piccole banche territoriali, nate all’ombra dei campanili, gli obiettivi della tutela ambientale e del minor consumo di energia: obiettivi che oggi vengono mantenuti e rilanciati per favorire «la crescita responsabile e sostenibile del territorio nel quale la BCC opera». L’evoluzione di questa sensibilità ha compiuto passi da gigante negli ultimi anni, con una riproposta dei temi ambientali che le BCC hanno raccolto non solo come cultura propria, ma anche come sfida. Oltre ad operare in modo sostenibile per sviluppare la green economy e generare ricchezza nel territorio e nuovi posti di lavoro, le Banche di Credito Cooperativo/ Casse Rurali ed Artigiane (BCC/CRA) promuovono innovazione in primo luogo al loro interno. La sede della Federazione Veneta delle Banche di Credito Cooperativo e le sedi di molte banche associate sono dotate di impianti fotovoltaici o sono alimentate con energia proveniente da fonti rinnovabili. Viene rivolta attenzione al contenimento dei consumi attraverso interventi di efficienza energetica, adottati da alcune Banche di Credito Cooperativo. Questi riguardano l’impiego della tecnologia a led per le insegne luminose, l’utilizzo di materiali di costruzione ecocompatibili nelle ristrutturazioni, il recupero delle acque piovane, il riciclo della carta usata (tramite associazioni senza finalità di lucro) e la scelta di carta riciclata o certificata PEFC.

Non solo. Le 38 BCC/CRA presenti nel Veneto attraverso i loro 640 sportelli, alla loro attività di banca hanno sempre affiancato un’opera di sensibilizzazione sulle tematiche ambientali, promuovendo comportamenti, prima ancora che investimenti, socialmente responsabili: convegni, seminari e incontri organizzati dalle Banche di Credito Cooperativo in collaborazione con l’Università, con le Associazioni, con gli Enti locali e con il mondo della scuola; ma anche incontri finalizzati a offrire occasioni di conoscenza e di approfondimento ai soci della Banca, ai clienti, alle ditte fornitrici ed installatrici di impianti. Le tematiche sono varie: si va dal fotovoltaico alle biomasse, dall’efficienza energetica alla green economy. Il Credito Cooperativo Veneto però non si limita a diffondere la cultura “ambientale”, ma si impegna nel favorirla concretamente attraverso linee di prodotti finanziari dedicati. Gli interventi che vengono presi in considerazione come meritevoli di essere incoraggiati e finanziati devono servire a rendere energeticamente più efficienti i processi produttivi. Altro obiettivo ambizioso è quello di realizzare centrali idroelettriche di piccola e media dimensione e impianti per la produzione di energia elettrica da biogas. Non è tutto. Nel 2008 è nata BIT SPA, la Società del Credito Cooperativo che offre consulenza e servizi nei settori delle “3A” (Agricoltura, Agroalimentare e Ambiente) e che ha messo in moto e in rete, grazie anche al coordinamento della Federazione Veneta in alcuni progetti di merito, esperienze nel campo dell’efficienza energetica, della sostenibilità e delle fonti alternative. E per fare in modo che i comportamenti virtuosi partano dal basso attraverso il modello a rete delle Banche di Credito Cooperativo, il sistema a livello nazionale

ha coinvolto 36 mila dipendenti in tutta Italia in una giornata dedicata al risparmio energetico definita “Eco day”. Un modo per focalizzare l’attenzione sui piccoli gesti quotidiani che, se ben calibrati anche nel lavoro, possono contribuire al risparmio di energia e di risorse, ma che ripetuti nel lungo periodo si sedimentano e diventano “Cultura”. Il futuro? Parte dalla realtà piccola, ma necessariamente arriva a quella globale. Il Progetto Jessica (Joint European Support for Sustainable Investment in City Areas), nato dalla sinergia tra la Commissione Europea, la Banca europea per gli investimenti e altre istituzioni finanziarie, favorirà l’impiego di risorse europee nell’ambito dei Piani Operativi Regionali per la riqualificazione e la rigenerazione urbana ed energetica a favore della Pubblica Amministrazione. Iniziative che dunque non sono estemporanee, ma che si pongono in piena sintonia con lo spirito e gli obiettivi rincorsi nell’Anno internazionale dell’energia sostenibile per tutti, proclamata dall’Assemblea delle Nazioni Unite per il 2012. Le BCC vogliono essere protagoniste, anche in questo, del loro futuro e di quello dei loro territori.


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Il ruolo delle intese programmatiche d'area

IL BES Verso una definizione condivisa di benessere equo e sostenibile di Enrico Giovannini, Linda Laura Sabbadini, Adolfo Morrone, Tommaso Rondinella ‐ Istat

Nel corso della storia, a seconda delle influenze culturali e dei regimi politici prevalenti, sono state elaborate diverse nozioni di benessere, di sviluppo o di progresso. Nel XX secolo il benessere è stato sostanzialmente considerato sinonimo di benessere economico, cosicché, dopo la grande depressione e la seconda guerra mondiale, la contabilità nazionale economica in particolare il suo indicatore più importante, il Prodotto Interno Lordo (PIL), è diventato via via lo strumento principale di misurazione dello sviluppo e del progresso economico e sociale. Nel periodo attuale è in corso a livello internazionale un ampio movimento di critica al PIL come indicatore di benessere e di progresso dei Paesi. Anche se le critiche sono giuste ed opportune, in quanto mirano a produrre un cambio di paradigma che permetta di concentrarsi su una visione più ampia del benessere e della qualità della vita, il PIL rimane un indicatore fondamentale se usato in modo corretto. Esso misura in maniera efficace e tempestiva importanti aspetti macroeconomici. Il problema risiede piuttosto nel ruolo errato che politici, media e la società nel complesso gli hanno attribuito negli anni. L’obiettivo non è quindi di sostituire il PIL con altri indicatori quanto piuttosto di ridare al PIL il suo giusto ruolo e di corredarlo con indicatori che misurino gli aspetti che il PIL non può e non deve prendere in considerazione. L’evoluzione del dibattito sul superamento del PIL è andata di pari passo con un’accresciuta richiesta di informazione statistica sullo stato e il progresso del nostro Paese. Tuttavia, la misurazione del benessere richiede non solo indicatori affidabili e tempestivi, ma anche la definizione, attraverso il coinvolgimento di tutti i settori della società, di un quadro di riferimento ampio e condiviso.

Per affrontare questa sfida è stato costituito dal Consiglio nazionale economia e lavoro (Cnel) e dall’Istituto nazionale di statistica (Istat) un “Comitato di indirizzo sulla misura del progresso della società italiana”, composto da rappresentanze delle parti sociali e della società civile. L’obiettivo del Comitato, in analogia con quanto sta avvenendo in altri Paesi, è quello di sviluppare un approccio multidimensionale, e condiviso, del “benessere equo e sostenibile” (BES). Partendo dalle indicazioni fornite dai cittadini e dai risultati delle esperienze internazionali già realizzate, il comitato Cnel­ Istat ha condotto nel corso del 2011 un intenso dibattito che ha permesso di sviluppare una definizione condivisa del benessere della società italiana, articolata in dodici domini. Nove domini misurano obiettivi primari per il benessere individuale e sociale e altri tre domini misurano fattori che influenzano il contesto sociale in cui vivono i cittadini. I domini che misurano obiettivi primari per il benessere individuale e sociale sono 1) L’ambiente: considerato come il nostro capitale naturale che influenza il benessere umano in molteplici domini, sia direttamente attraverso le risorse, sia indirettamente attraverso i servizi. Esso condiziona fortemente il benessere dei cittadini, dalle risorse che alimentano la produzione e l’economia, al piacere che ci dà il contatto con la natura. 2) La salute: dimensione essenziale del benessere individuale che ha conseguenze su tutte le dimensioni della vita delle persone e in tutte le sue diverse fasi, modificando le condizioni di vita e condizionando i comportamenti, le relazioni sociali, le opportunità e le prospettive dei singoli e, spesso, delle loro famiglie. 3) Il benessere economico: è il mezzo attraverso il quale un individuo riesce ad avere e sostenere un determinato standard

di vita. Un’analisi del benessere economico fa riferimento al reddito, alla ricchezza, alla capacità di consumo, ma anche ad alcune dimensioni di benessere materiale che tali strumenti permettono di acquisire (condizioni abitative, possesso di beni durevoli, ecc.). 4) L’istruzione e la formazione: i percorsi formativi hanno un ruolo fondamentale nel fornire agli individui le conoscenze, le abilità e le competenze di cui hanno bisogno per partecipare attivamente alla vita della società e all’economia del Paese. Inoltre livelli di competenze più elevate possono avere effetti positivi sul benessere delle persone relativamente alla salute, alla partecipazione sociale e alla soddisfazione personale. 5) Il lavoro e la conciliazione dei tempi di vita: il lavoro costituisce l’attività basilare di sostegno materiale e di realizzazione delle aspirazioni individuali. La piena e buona occupazione è uno dei parametri principali della stabilità economica, della coesione sociale e della qualità della vita. Se l’occupazione svolge un ruolo centrale nel proteggere le famiglie dalla povertà, la disoccupazione di lunga durata è una delle cause della povertà con conseguente deterioramento degli standard di vita. Obiettivo di questo dominio è misurare sia la partecipazione al mercato del lavoro sia la qualità del lavoro qualificando i diversi segmenti dell’occupazione in relazione alla stabilità del lavoro, al reddito, alle competenze, alla conciliazione degli orari tra tempi di lavoro, personali e familiari, alla sicurezza del lavoro e nel lavoro, alla partecipazione dei dipendenti alla vita dell’impresa/ente/amministrazione, alla soddisfazione soggettiva verso il lavoro. 6) Le relazioni sociali: le relazioni che si intrattengono con gli altri e la rete sociale nella quale si è inseriti non solo influiscono sul benessere psico­fisico dell’individuo, ma rappresentano una forma di “investimento” che può rafforzare gli effetti del capitale


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Il ruolo delle intese programmatiche d'area

umano e sociale. 7) La sicurezza: essere vittima di un crimine può comportare una perdita economica, un danno fisico e/o un danno psicologico dovuto al trauma subito. L’impatto più importante della criminalità sul benessere delle persone è il senso di vulnerabilità che determina. La paura di essere vittima di atti criminali può influenzare molto le libertà personali, la qualità della vita e lo sviluppo dei territori. 8) Il benessere soggettivo: con questo dominio si intende misurare il benessere percepito dalle persone rilevando opinioni soggettive sulla propria vita. Questi dati soggettivi forniscono un’informazione complementare di quella fornita dai dati oggettivi. 9) Il paesaggio e il patrimonio culturale: il paesaggio, la ricchezza e la qualità del patrimonio artistico, archeologico e architettonico hanno una rilevanza particolare nel caso italiano. Il diritto alla bellezza e la tutela del paesaggio non sono un’attività “fra altre” per la Repubblica, ma una delle sue missioni più proprie, pubblica e inalienabile. L’articolo 9 della Costituzione recita infatti: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». I domini che misurano fattori che influenzano il contesto sociale in cui vivono i cittadini sono 10) La ricerca e l’innovazione: rappresentano il primo dei tre drivers del benessere indicati dal Comitato. Essi danno un contributo fondamentale allo sviluppo sostenibile e durevole, tanto più importante in un’economia come quella italiana che mostra un pesante ritardo in un contesto che attende risposte alle sfide del cambiamento economico, demografico e sociale. 11) La qualità dei servizi: l’analisi del benessere richiede una valutazione della dotazione infrastrutturale e dei servizi riletta alla luce della loro efficacia, del grado di utilizzo, delle misure di accessibilità, della qualità del servizio generato. 12) La politica e le istituzioni: la qualità del processo di decisione politica è essenziale per la fiducia nelle istituzioni e per il buon funzionamento della democrazia. Apertura e trasparenza migliorano i servizi pubblici e riducono i rischi di frode, corruzione e cattiva gestione dei fondi pubblici. Una società coesa esiste solo se i cittadini hanno fiducia

nelle loro istituzioni e nella pubblica amministrazione. L’opportunità di partecipare al processo decisionale è elemento rilevante per la qualità della vita. L’Istat ha inoltre costituito una Commissione Scientifica che ha il compito di selezionare per ciascun dominio un set di indicatori di elevata qualità. La Commissione, organizzata in gruppi di lavoro, ha finalizzato una proposta che sarà approvata dal Cnel in via definitiva entro luglio 2012. Gli indicatori saranno poi utilizzati per pubblicare – entro dicembre 2012 – il primo Rapporto sullo stato del benessere equo e sostenibile in Italia. Gli indicatori scelti per misurare il progresso rifletteranno necessariamente i valori e le

priorità di chi è stato incaricato di selezionarli. Per raggiungere una misura condivisa a livello nazionale è quindi essenziale affrontare un confronto e un dialogo tra i diversi attori rispetto ad un’idea di benessere che sia ritenuta comune. Di conseguenza, l’Istat (unico caso a livello internazionale) ha realizzato a febbraio 2011 la prima rilevazione statistica sull’importanza delle dimensioni del benessere su un campione di 45 mila persone dai 14 anni in poi, rappresentativo della popolazione residente in Italia. La consultazione ha dato risultati molto significativi: i cittadini hanno risposto sottolineando l’elevata importanza da essi attribuita alle dimensioni del benessere. Raramente i giudizi che i cittadini forniscono

PUNTEGGIO MEDIO ATTRIBUITO ALLE 15 DIMENSIONI DEL BENESSERE DALLE PERSONE DI 14 ANNI E PIÙ. Anno 2011


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Il ruolo delle intese programmatiche d'area

su altri aspetti della loro vita quotidiana sono risultati così omogenei in base al sesso, l’età e il territorio. Per i cittadini gli aspetti rilevati sono tutti importanti ma emergono anche delle indicazioni precise sulle priorità tra le dimensioni: ­ Essere in buona salute è la condizione più importante per il benessere individuale. Ben il 79,9% delle persone di 14 anni e più dà a questa dimensione punteggio 10. ­ Al secondo posto la possibilità di assicurare un futuro ai figli (voto medio: 9,3; 66,1% di 10). Per i cittadini è molto importante assicurare alle generazioni future un livello di benessere equivalente al nostro. Rilevante è anche la preoccupazione per le condizioni dell’ambiente (voto medio: 8,9). Queste due dimensioni rimandano al problema della sostenibilità economicofinanziaria, ambientale e sociale dell’attuale stile di vita. ­ Al terzo e quarto posto si situano due dimensioni correlate: avere un lavoro dignitoso (9,2) e avere un reddito adeguato (9,1) con rispettivamente il 59,5% e il 56% di 10. ­ Un'altra dimensione che emerge chiaramente è quella interpersonale: avere buone relazioni con parenti e amici (9,1) ed essere felici in amore (9,0). ­ La sicurezza personale e la fiducia sono elementi rilevanti: il potersi sentire sicuro nei confronti della criminalità ha un punteggio medio di 9 e una società in cui ci si possa fidare degli altri un punteggio appena inferiore (8,9). ­ La partecipazione politica e sociale è considerata meno rilevante, con punteggi medi inferiori a 8 sia per la possibilità di influire sulle decisioni dei poteri nazionali e locali, sia per la partecipazione alla vita della comunità locale. In particolare, la percentuale di chi ha dato punteggio 10 a questi aspetti è molto contenuta: rispettivamente 30,6% e 18,7%. Per coinvolgere il più possibile la società civile nel processo di selezione delle dimensioni del benessere, Cnel e Istat hanno creato il sito www.misuredelbenessere.it. Così come già realizzato in altri Paesi, il sito, oltre ad offrire strumenti d’informazione sul progetto, attraverso un blog di discussione, consente a cittadini, istituzioni, centri di ricerca, associazioni e imprese di contribuire a definire “che cosa conta davvero per l'Italia”, e a fare in modo così che il processo di individuazione delle dimensioni rilevanti sia realmente condiviso e legittimato.

Durante i mesi che vanno da ottobre 2011 a gennaio 2012, i cittadini sono anche stati invitati a rispondere online ad un questionario disponibile sul sito per esprimere le proprie opinioni sul set di 12 dimensioni del benessere proposto dalla Commissione, dando l’opportunità ai rispondenti di segnalare eventualmente dimensioni aggiuntive.

precondizione necessaria – ma nel riuscire a costruire una narrativa credibile ed efficace con le misure che saranno disponibili. Per le misure di benessere sarà necessario uno sforzo concettuale e comunicativo importante per costruire una narrativa chiara che non banalizzi la complessità di un concetto intrinsecamente multidimensionale.

Il consenso sull’importanza di andare “oltre il PIL” è quasi unanime. Solo il 2% dei rispondenti ritiene che non sia importante «valutare benessere e qualità della vita considerando anche aspetti della vita delle persone che vadano oltre i soli aspetti economici». Non tutti ritengono ugualmente importanti le dodici dimensioni. Le dimensioni del benessere considerate più importanti sono: salute (98%), ambiente (95,1%), istruzione e formazione (92,4%), qualità dei servizi (91,2%). Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, ricerca e innovazione, paesaggio/patrimonio culturale e relazioni sociali si trovano in una posizione intermedia, con una percentuale di rispondenti che li considerano importanti che va dal 76% (relazioni sociali) all’89% (lavoro). Molto interessante è rilevare che alcune dimensioni vengono considerate meno importanti da una quota non irrilevante di rispondenti, in particolare: benessere economico (44,8%), soddisfazione per la propria vita (44,3%), partecipazione politica e fiducia nelle istituzioni (37,2%), sicurezza (30,3%).

La necessità di costruire una narrativa efficace va di pari passo con l’altra grande sfida delle misure del benessere: riuscire ad utilizzarle per la valutazione ex ante ed ex post dell’impatto delle politiche. Questo rappresenta un obiettivo essenziale in quanto in una fase di crisi in cui le risorse sono scarse non è possibile permettersi l’adozione di misure poco efficaci.

Un risultato importante della consultazione on­line è che le dimensioni finora considerate sono ritenute sufficienti a misurare il benessere dei cittadini. L’unica mancanza che emerge sia dal blog – grazie ad un intervento di Slow food – sia dal questionario è quella della qualità del cibo che è ritenuto da molti uno degli aspetti fondativi del benessere del nostro Paese. Cnel e Istat recependo le indicazioni emerse dalla consultazione sono quindi chiamate ad integrare questo aspetto nel quadro di riferimento del benessere in Italia. La vera sfida per il prossimo futuro non consiste nel produrre indicatori nuovi e più tempestivi – per quanto questo sia una

Come sottolineato dal presidente dell’Istat nell’audizione parlamentare presso la Commissione V della Camera dei Deputati, il BES aspira a divenire una sorta di “Costituzione statistica” perché la riflessione su come si misura il benessere e su quali ne sono le dimensioni è anche una riflessione su come la politica definisce i suoi obiettivi e valuta i risultati della sua azione. Per questo motivo ci si augura che non appena gli indicatori di benessere equo e sostenibile saranno a disposizione dell’opinione pubblica, del Parlamento e del Governo, essi siano adottati nei processi decisionali. Ciò è stato già effettuato dal Ministero del Tesoro australiano, fin dal 2001, e, più di recente, da quello neozelandese, che hanno riconosciuto questa necessità ed elaborato uno schema concettuale, basato sul concetto di “benessere”, che permette una conoscenza più approfondita delle condizioni di vita dei cittadini e consente di orientare opportunamente l’azione politica verso gli obiettivi in esso enunciati.


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Il ruolo delle intese programmatiche d'area

LA SOSTENIBILITÀ POLITICA­ISTITUZIONALE La co­progettazione di indicatori di benessere condivisi con il territorio di Patrizia Messina, Università di Padova Sostenibilità dello sviluppo e ruolo delle istituzioni La “sostenibilità” è un concetto complesso, multi­dimensionale, da cui possiamo distinguere cioè più dimensioni, quella ambientale, economica, sociale e politica­ istituzionale. L’idea di sostenibilità dello sviluppo richiede quindi nuovi approcci e strumenti tecnici e gestionali orientati verso l’interdisciplinarità e l’integrazione dei saperi. Allo stesso modo, la sua traduzione in un assetto organizzativo dotato di competenze fissate in modo rigido e formalistico (Stato apparato) non appare adeguata. Anzi, le modalità di declinazione delle politiche, in Europa, sembrano piuttosto richiedere in tal senso profonde innovazioni in quella che possiamo chiamare la quarta dimensione dello sviluppo sostenibile: la dimensione politica­ istituzionale, nella sua accezione organizzativa. Del concetto di sostenibilità politicaistituzionale manca ancora una definizione chiara e condivisa, e questo si riflette anche nelle varietà di indicatori che vengono proposti per misurarlo. Per avere una misurazione adeguata alle nostre esigenze è necessario, infatti, calare il concetto nel contesto specifico delle istituzioni politico­amministrative in regimi democratici avanzati. “Agenda 21” definisce la sostenibilità istituzionale come: «la capacità di assicurare condizioni di stabilità, democrazia, partecipazione, informazione, formazione e giustizia […]. Uno dei prerequisiti fondamentali per raggiungere lo sviluppo sostenibile è la più ampia partecipazione nei processi decisionali». Altri autori mettono inoltre l’accento sulla «capacità dell’attore politico di “governare la governance”, ovvero di coordinare il processo di governance perseguendo l’obiettivo di produrre una decisione condivisa e vincolante» (Le Galès P., 1998,

La Nuova Political Economy delle città e delle Regioni, in Stato e mercato, 52, pp.53­91). Ciò che in sintesi si può ricavare da questi elementi è che, nel contesto istituzionale di un regime democratico, le politiche per la sostenibilità dello sviluppo di un territorio sono strettamente correlate a pratiche di “buona governance” dello sviluppo dello stesso territorio. Questo vuol dire focalizzare l’attenzione sul ruolo delle istituzioni per la sostenibilità dello sviluppo, poiché «Non c’è sviluppo sostenibile senza governo dello sviluppo, non c’è governo dello sviluppo senza istituzioni» (Lanzalaco L., 2009, Innovare le istituzioni: percorsi di sviluppo sostenibili, in P. Messina (a cura di) Innovazione e sostenibilità. Modelli locali di sviluppo al bivio, Padova, Cleup, pp.177­190). L’idea stessa di sviluppo sostenibile implica, necessariamente, un’azione incisiva di governo dei processi di sviluppo economico e sociale che, altrimenti, se lasciati a se stessi, si indirizzerebbero verso percorsi di non sostenibilità. Governare i processi di sviluppo richiede, a sua volta, istituzioni che siano in grado di indirizzare, limitare, vincolare e guidare il comportamento degli attori economici e sociali. «Lo sviluppo sostenibile è, quindi, essenzialmente uno sviluppo guidato da istituzioni politico­ amministrative che, oltre a svolgere funzioni di guida e indirizzo, delimitano e costituiscono il territorio rispetto al quale viene valutata la sostenibilità» (ibidem).

Pratiche di “buona goverance” e sostenibilità politica-istituzionale Le politiche per la sostenibilità dello sviluppo di un territorio sono quindi strettamente correlate a pratiche di “buona governance” dello sviluppo dello stesso territorio. La dimensione istituzionale va quindi intesa nella sua accezione dinamica e non statica. La sostenibilità politica­istituzionale è data, infatti, dalla capacità che un’istituzione specifica ha di sopravvivere nel tempo senza erodere le risorse a sua disposizione, senza dover ricorrere continuativamente al supporto esterno e svolgendo le funzioni a cui è preposta. Questo presuppone un’autonomia organizzativa, una leadership fortemente legittimata, spiccate capacità di apprendimento e adattamento. Un contesto è quindi politicamente e istituzionalmente sostenibile quando: ­ le decisioni vengono prese in modo condiviso e partecipato; ­ nelle decisioni sono coinvolti portatori di interessi diversi; ­ sono presenti forme di partnership pubblico/privato con coinvolgimento del terzo settore; ­ nelle decisioni viene coinvolta la cittadinanza; ­ è presente una leadership in grado di mediare i conflitti; ­ è presente un coordinamento; ­ le decisioni prese sono vincolanti; ­ le informazioni sono accessibili; ­ i diversi livelli di governo sono coordinati e congruenti fra loro (governance multilivello); ­ si programma per obiettivi, sulla base dei risultati di un processo di valutazione (ovvero: sono previsti criteri validi per la valutazione dei risultati); ­ l’azione di valutazione è praticata ed efficace (learning by doing).


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Il ruolo delle intese programmatiche d'area

Il benessere territoriale come «bene comune»

Verso un nuovo modo di regolazione dello sviluppo: il caso dell’IPA (Intesa Programmatica d'Area) del Camposampierese La sostenibilità politica­istituzionale richiede, in primo luogo, la capacità del territorio di costituirsi come “sistema territoriale”, o nodo strategico di una rete di governance multilivello. Questo obiettivo può essere raggiunto potenziando: ­ la capacità di coordinamento della rete di governance da parte dell’attore politico istituzionale (Unione dei Comuni, Regione, Stato); ­ la capacità per i sistemi locali (aree vaste) di raccordarsi alle reti di governance europea, tramite l’azione di coordinamento regionale; ­ la capacità di co­progettare con gli attori strategici dello sviluppo del territorio gli indicatori con cui misurare lo sviluppo, sperimentando forme alternative di governo, perseguendo il duplice obiettivo di creare le condizioni favorevoli per la crescita e, al tempo stesso, produrre benessere. Questa strategia, riscontrabile nel caso dell’Ipa del Camposampierese, parte dalla convinzione che definire e condividere il modello di benessere territoriale sia compito tanto delle Istituzioni pubbliche quanto del reticolo associativo, e che debba essere definito attraverso un nuovo patto sociale in grado di definire il concetto di benessere come “bene comune”. Se il benessere creato sul territorio non è un valore privato ma è un bene comune, ciò ha delle profonde implicazioni su tutto il modo di regolare i processi di sviluppo a partire da un diverso sistema di valori che sta alla base di un cambiamento epocale del sistema di welfare, riassumibile nell’idea “dal welfare

state al welfare community”, di cui dovrà farsi carico, cioè, non solo l’attore pubblico (lo Stato) ma tutto il sistema territoriale. Se la produzione del benessere diventa compito dell’intero sistema territoriale, ciò vuol dire che, per esempio, la responsabilità dell’impresa è certo quella di creare lavoro e crescita economica, ma con uno sguardo responsabile verso l’inclusione sociale (responsabilità sociale dell’impresa).

Per definire e governare il nuovo modo di sviluppo fondato sulla sostenibilità e sul benessere, occorre quindi definire in primo luogo un nuovo modo di regolazione, dotandosi di: ­ “occhi nuovi” per conoscere, misurare e valutare il territorio e il grado di benessere e l’impatto delle politiche; ­ nuovi modelli organizzativi per la governance e la gestione di funzioni e politiche adeguate per rispondere alle sfide dello sviluppo; ­ nuove procedure decisionali. Questo è quanto abbiamo potuto rilevare grazie a una ricerca sul tema (cfr. il progetto di ricerca di Ateneo dell’Università di Padova: Dalla città rinnovabile alla città rinnovata, coordinato da Antonio Scipioni), focalizzata sul caso dell’Ipa del Camposampierese che abbiamo coinvolto nella co­progettazione degli indicatori di sostenibilità dello sviluppo e di benessere territoriale in modo condiviso. I dati così raccolti e messi a sistema hanno permesso di attivare il sistema informativo (programma Charts) per condividere analisi, per supportare decisioni, per monitorare e valutare l’impatto sul territorio, sostenendo una cultura della valutazione orientata al risultato. Il caso del Camposampierese costituisce un sicuro esempio di “buona pratica” innovativa per traghettare il Veneto verso politiche di sviluppo sostenibile istituzionalmente consapevoli. Esso costituisce un esempio singolare di costruzione “dal basso” (a partire dai piccoli Comuni e dalla loro aggregazione territoriale) di innovazione istituzionale orientata allo sviluppo sostenibile. In questo processo, di fondamentale importanza è stata l’esperienza di intensa collaborazione fra Università e territorio che se, da un lato, risponde a una chiara domanda dei governi locali di dotarsi di nuovi modelli conoscitivi più adatti a governare processi di sviluppo complessi, dall’altro rende più agevole la messa in rete di una molteplicità di competenze e di saperi esperti, di cui l’Università è promotore e garante.


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Il ruolo delle intese programmatiche d'area

L’ARCHITETTURA DEL FUTURO Tra sostenibilità economica, ambientale e sociale di Matteo Civiero, ricercatore Ires Veneto Università Ca' Foscari di Venezia

Il 2030 rappresenta per molti un orizzonte temporale su cui misurare un punto di svolta nel percorso evolutivo della nostra civiltà. John Beddington, chief scientific adviser del governo inglese, l’ha definita una “tempesta perfetta”. Con una popolazione di otto miliardi di persone, le domande di cibo e di energia aumenteranno del 50%, quella di acqua del 30%. Riusciremo a garantire a tutti un adeguato livello di benessere e sussistenza, contrastando al tempo stesso i cambiamenti climatici, l’esaurimento di fonti fossili e di un numero crescente di risorse, affrontando la crisi economica, il tutto entro un orizzonte temporale di soli vent’anni? Ci sono indizi sufficienti per essere pessimisti. Ma anche almeno tre elementi per essere ottimisti: innanzitutto abbiamo tutte le conoscenze che già oggi possono risolvere i problemi citati; gran parte di questi tendono a rafforzarsi a vicenda, ma questo vale anche per le soluzioni (ad esempio sviluppare fonti di energia rinnovabile significa anche contrastare i cambiamenti climatici); infine la costruzione di una società sostenibile è un modo per dare una direzione, ma soprattutto un senso, ad un modello di sviluppo economico sempre più fuori strada, che ci ha portato in una delle crisi economiche più profonde degli ultimi secoli. Una crisi figlia di un sistema economico­ produttivo basato sulla crescita quantitativa, che ha portato i consumi oltre i livelli di sostenibilità ecologica (con tutti gli impatti ambientali del caso) ed economica (con un ricorso sempre più massiccio al debito). Anche dal punto di vista sociale i danni da riparare sono molti, a partire da una società non più capace di garantire occupazione ed equità, fondata sull’individualismo funzionale all’aumento della produzione di merci ma non alla crescita della felicità personale e collettiva. Per uscire da questo vicolo cieco occorrono innovazioni, soprattutto nel modo di

pensare e concepire gli stili di vita e le merci al loro servizio. Occorre in altri termini fare di più con meno, incrementando in maniera radicale la produttività delle risorse, ma anche la loro distribuzione; occorre ripensare il benessere più in termini immateriali e sociali, anziché materiali (necessari per le società in via di sviluppo, non per quelle opulente). Il modello auto­centrico, basato sulla copertura di grandi distanze per collegare luoghi di residenza, produzione e consumo, non ha futuro. Le pubbliche amministrazioni devono mettere nuovamente al centro delle loro politiche i trasporti pubblici locali, la mobilità lenta, le economie di prossimità, la produzione locale di cibo e l’agricoltura di qualità; le città dovranno trovare il modo di riappropriarsi di un numero maggiore possibile di funzioni e di scambi con gli ambienti rurali periferici. Realtà più dinamiche delle nostre stanno sperimentando processi di downsizing e di riappropriazione di funzioni un tempo radicate in città, come ad esempio la produzione di cibo negli orti urbani, negli spazi verdi o addirittura sui tetti degli edifici. Da questi percorsi nascono

opportunità per nuove attività economiche di piccola scala, spesso sviluppate da giovani dotati di spirito imprenditoriale e creatività. Nella ricerca di un nuovo paradigma le scelte energetiche saranno fondamentali e il settore edilizio giocherà un ruolo di primo piano, con gli edifici come colonne portanti della nuova infrastruttura energetica, a partire dallo strumento principe, ovvero l’efficienza energetica, in tutte le sue possibili declinazioni. In un futuro prossimo gli edifici saranno uno snodo fondamentale di un sistema intelligente di generazione e distribuzione di energia prodotta localmente con fonti pulite e rinnovabili, al quale saranno connessi non solo gli elettrodomestici o gli impianti di condizionamento, ma anche i sistemi di trasporto, come i veicoli elettrici. Gli spazi domestici saranno anche sempre più luoghi di nuovi lavori, ma anche spazi di condivisione sociale. Modelli quali il cohousing, gli eco­quartieri ed eco­villaggi, gli asili condominiali o i condomini solidali ci dicono che la socialità e le reti tra le persone emergono con forza come strategie per risolvere contemporaneamente il problema dell’abitazione, dell’accesso a servizi di base, del contenimento energetico e degli impatti, il tutto ad un costo ragionevole e alla portata dei più. Emergono lentamente i tratti di un nuovo modello, che tende a massimizzare i ritorni degli investimenti, perché con le stesse risorse si ottengono molteplici risultati: lotta ai cambiamenti climatici, riduzione degli impatti ambientali e dei costi energetici, nuova occupazione specializzata, riduzione del rischio d’impresa, mercati locali e domanda più stabile, benefici sociali e territoriali, stabilità e resilienza a lungo termine. Per far ciò serve coraggio per sfidare schemi mentali e prassi consolidate, che hanno funzionato per il passato ma che non hanno futuro e che quindi è necessario abbandonare. Che sia questo l’ostacolo più grande?


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Il ruolo delle intese programmatiche d'area

IL BEST – BENESSERE EQUO SOSTENIBILE TERRITORIALE La sostenibilità come motore dello sviluppo relatore Silvia Fattore, Presidente Ipa del Camposampierese

In occasione dell’incontro “Il ruolo delle intese programmatiche d’area. Una proposta di sviluppo strategico del Veneto per disegnare un modello di sostenibilità da condividere”, inserito nell’ambito di greeNordEsT week 2012 svoltosi a Trebaseleghe il 19 giugno scorso, il sindaco di Villanova di Camposampiero e presidente dell’Ipa del Camposampierese, Silvia Fattore, ha presentato l’esperienza della Federazione dei Comuni e l’intenzione di perseguire progetti sostenibili e duraturi nel tempo. Ponendo l’accento sull’importanza del nuovo strumento del B.E.S.T., Benessere equo sostenibile territoriale, e del ruolo dell’Intesa Programmatica d’Area (IPA) come strumento idoneo di organizzazione territoriale. «La Federazione dei Comuni del Camposampierese ­ spiega il presidente Fattore – nasce formalmente il 1° gennaio 2011 dalla fusione per incorporazione dell’Unione dei Comuni del Camposampierese e dell’Unione dell’Alta Padovana e comprende oggi undici comuni: Borgoricco, Campodarsego, Camposampiero, Santa Giustina in Colle, San Giorgio delle Pertiche, Loreggia, Massanzago, Piombino Dese, Trebaseleghe, Villa del Conte, Villanova di Camposampiero. La Federazione cerca di perseguire progetti ambiziosi in una rete collaborativa che coopera in modo armonioso seguendo in modo costante e continuo lo sviluppo ed i cambiamenti interni ed esterni al territorio stesso, attraverso idee innovative. Il concetto chiave della Federazione si inserisce nell’ottica del “noi”, della forza del gruppo coeso, superando l’individualismo, il “fai da te”, verso la realizzazione di una “comunità intelligente”: la comunità in grado di costruire “benessere equo sostenibile”. Questo comporta l’attivazione di intelligenze plurime e collaborative, capaci di creare significati, legami forti e valori riconosciuti e di tenere coese le comunità, di adattarsi alle mutate

esigenze, di specializzarsi nelle diverse risposte, il tutto per creare ben-essere.

Il benessere è uno dei focus su cui puntiamo noi sindaci del Camposampierese, analizzandone in modo regolare le sue diverse dimensioni: economica, sociale, ambientale e politico­istituzionale. Nello studio e nell’analisi del benessere si è partiti da due quesiti peculiari: “chi è e cosa vuole divenire il Camposampierese?” e “che cosa conta per il Camposampierese?”, in modo da poter definire la strada idonea da percorrere. Di fronte alle complessità odierne e le sfide di domani, si è compreso come il benessere non possa più essere misurato attraverso i classici strumenti, ormai obsoleti, come il PIL (prodotto interno lordo). È importante, difatti, non trascurare i diversi elementi fondamentali e distintivi del territorio: la percezione della sicurezza, la salute, la produzione, il lavoro, l’inclusione sociale ecc. È nato così, grazie alla collaborazione tra l’Ipa del Camposampierese, i dipartimenti di Scienze Politiche, Architettura ed Urbanistica dell’Università di Padova e il Centro Studi Qualità Ambiente, un nuovo paradigma dello sviluppo: il B.E.S.T. (Benessere Equo Sostenibile Territoriale). Un patto, un’alleanza territoriale che fa del benessere la propria identità territoriale distintiva ed il proprio destino, definendone le dimensioni (equità e sostenibilità), gli indicatori che le definiscono e i criteri per misurarle. Con equità si intende la capacità di distribuire secondo giustizia le risorse, le opportunità, i benefici; mentre con sostenibilità si fa riferimento alla capacità di preservare le risorse di oggi per le generazioni future creando conseguentemente “comunità sostenibili” capaci di creare legami duraturi nel tempo. Il B.E.S.T. si autodefinisce propriamente come un’alleanza per lo sviluppo,

l’occasione per progettare la governance del territorio del Camposampierese, per fronteggiare la crisi di oggi, per promuovere comunità sostenibili all’insegna della coesione tra le istituzioni, come aggregazioni e reti territoriali. Occorrono occhi nuovi e nuove idee per una governance sostenibile del territorio. Ricordo anche lo strumento fondamentale di gestione territoriale che abbiamo rafforzato in questi anni: l’intesa programmatica d'area. Un’alleanza di concertazione locale, che ritiene la sostenibilità il vero motore di sviluppo per il Camposampierese per un progetto duraturo nel tempo, che riunisce diversi attori in un gruppo coeso e collaborativo».


20 I quaderni di Energheia

L'adesione al Patto dei sindaci e le prospettive per l'area triestina

PATTO DEI SINDACI Un bilancio più che positivo per l’Italia di Antonio Lumicisi, Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare

A quattro anni dal lancio europeo del Patto dei sindaci, nel 2008, sono circa quattromila gli enti locali che hanno aderito all’iniziativa in tutta Europa coinvolgendo circa 160 milioni di abitanti, oltre il 25% della popolazione residente europea. Quasi la metà sono enti locali italiani. Quindi, se da una parte la strada è ancora lunga nel nostro Paese (sono oltre ottomila i Comuni in Italia), pensare che quasi un quarto di essi abbia già aderito al Patto dei sindaci e tra loro oltre seicento abbiano già redatto il Piano di azione per l’energia sostenibile (Paes) ha qualcosa di incredibile. Non si era mai vista in Italia una tale mobilitazione territoriale su un tema quale quello della lotta ai cambiamenti climatici. E sembra quasi un paradosso che tale mobilitazione abbia avuto luogo negli anni centrali di una crisi internazionale che ancora è lontana dall’essere risolta. In effetti, non si tratta di un paradosso ma di una consapevolezza crescente a livello europeo come a livello locale, che dalla crisi si esce puntando l’attenzione sullo sviluppo e sulla crescita di alcuni settori ben identificati nel panorama industriale europeo: fonti di energia rinnovabile, efficienza energetica, mobilità sostenibile sono i settori che porteranno l’Europa, ma ancor più il nostro Paese, fuori dalla crisi. Se a livello nazionale le idee non sono ancora del tutto chiare, a livello locale una prima indicazione la possiamo desumere proprio dall’alto numero degli aderenti al Patto dei sindaci. Migliaia di amministratori locali, con l’adesione al Patto, hanno già assunto degli impegni di riduzione delle emissioni di CO2 (almeno il 20% entro il 2020) e tanti altri li seguiranno poiché è ormai certo che il Patto dei sindaci si diffonderà maggiormente nel nostro Paese ed iniziative come greeNordEsT aiuteranno sempre di più a promuoverlo.

Grazie a greeNordEsT siamo infatti riusciti ad essere presenti sul territorio triveneto con un appuntamento dedicato al Patto dei sindaci, inserendolo nell’ambito del Ciclo di convegni e seminari sul Patto di quest’anno. I seicento Paes presentati dagli enti locali italiani fanno parte del gruppo dei circa 1.500 Paes presentati a livello europeo. Da questo primo gruppo di Paes, la Commissione Europea (per il tramite del proprio Joint research center‐Jrc) evidenzia innanzitutto che tali Piani riguardano territori che ammontano ad oltre settanta milioni di abitanti (il 45% della popolazione residente in città aderenti al Patto dei sindaci) e che a fronte di un’emissione totale di 430 milioni di tonnellate di CO2 (6 t CO2 pro­capite), tali città si sono impegnate a tagliare le emissioni di 128 milioni di tonnellate, con una media di riduzione delle emissioni entro il 2020 ben al di sopra del minimo richiesto del 20%. Un elemento interessante riguarda il fatto che la maggioranza dei Paes (l’82%) fornisce informazioni su costi e piani di investimento che si aggirano attorno alla cifra non indifferente di quaranta miliardi di euro. Altro dato interessante evidenziato dall’analisi di questi primi Paes a livello europeo è che il settore dal quale ci si aspetta il maggior contributo è quello dell’efficienza energetica (in particolare, residenziale/edifici e piccola e media impresa) con circa il 40% sul totale delle emissioni attese. A livello nazionale, un primo riconoscimento politico formale dell’importanza del Patto dei sindaci nella strategia di lotta ai cambiamenti climatici è avvenuto con l’inserimento di un preciso riferimento a tale iniziativa nella bozza di delibera Cipe per la revisione del Piano nazionale di riduzione delle emissioni di gas serra. Tale Piano delineerà in particolare le azioni necessarie per ridurre le emissioni di gas

serra relativamente ai settori della decisione 406/2009/Ce (denominata “Effort sharing”) che, come è noto, riguarda le emissioni provenienti dai settori cosiddetti non­Ets, cioè esclusi dal sistema di scambio delle quote di emissione (emissions trading). I settori non-Ets sono i trasporti, il residenziale, la piccola e media impresa e il settore civile in generale. Proprio i settori ove le amministrazioni locali hanno una competenza maggiore e diretta e che riguardano oltre il 50% delle emissioni totali. Nella bozza della delibera Cipe, tra le misure presentate dal Governo (tecnico) italiano, in particolare su proposta del Ministro dell’Ambiente, si trova la richiesta di: ­ confermare fino al 2020 le detrazioni d’imposta (55%); ­ emanare il decreto sulla riforma dei titoli di efficienza energetica; ­ istituire un catalogo delle tecnologie, dei sistemi e dei prodotti per la decarbonizzazione dell’economia italiana; ­ introdurre una carbon‐tax; ­ destinare il 50% delle entrate derivanti dai proventi della vendita all’asta delle quote di CO2 (art.1, comma 11 della direttiva 2009/29/Ce) a specifiche azioni (indicate nella bozza stessa) di lotta ai cambiamenti climatici; ­ rafforzare il coinvolgimento degli enti locali nel percorso verso la sostenibilità energetica ed ambientale attraverso la prosecuzione della positiva esperienza del Patto dei sindaci. Di fatto, dal 2008, anno di lancio del Patto dei sindaci in Europa, è la prima volta che il nostro Paese indica chiaramente l’importanza del ruolo che gli enti locali potranno svolgere per contribuire al raggiungimento degli obiettivi nazionali vincolanti fissati per il 2020. Ci si augura che l’analisi e la discussione di tale bozza di delibera Cipe in sede di Conferenza unificata sia veloce e propositiva e possano provenire proprio da tale sede ulteriori spunti migliorativi. Quando ciò avverrà, potremo ben dire che


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L'adesione al Patto dei sindaci e le prospettive per l'area triestina

reduce greenhouse gas emissions. This plan will outline in detail the necessary actions to reduce greenhouse gas emissions related to the sectors included in the Decision 406/2009/EC (called "Effort sharing") concerning emissions from the so‐called “non‐ETS” sectors, that is, excluded from emission trading system. The non­ETS sectors are: transport, residential, small and medium business and the civil sector in general. In other words, those areas where local governments have a greater and more direct responsibility, affecting more than 50% of total emissions.

l’Italia ha tutte le carte in regola per mantenere la leadership in Europa sul Patto dei sindaci. È possibile consultare il calendario degli incontri del Ciclo 2012 sul Patto dei sindaci al sito: www.campagnaseeitalia.it/appuntamenti­ eventi/patto­dei­sindaci­ciclo­di­convegni­e­ seminari­2012

COVENANT OF MAYORS Highly satisfying results for Italy by Antonio Lumicisi, Ministry for the Environment and Land and Sea Protection Four years after the European launch of the Covenant of Mayors, in 2008, about four thousand local authorities have joined this initiative across Europe, involving about 160 million people, more than 25% of the European population. Almost half of them are Italian local authorities. So, if on one hand there is still a long way to go in our Country (municipalities in Italy are more than eight thousand), the fact that almost a quarter of them have already joined the Covenant of Mayors ‐ and among them, six hundred have already drawn up their Sustainable Energy Action Plan (SEAP) is somewhat amazing.

Such an extended territorial mobilization, on a theme such as the fight against climate change, is unprecedented in Italy. It seems a paradox that this mobilization has taken place in the middle years of an international crisis that is still far from being resolved. In fact, it is not a paradox, but a growing awareness at European and local level, that we can exit from the crisis by focusing on development and growth of certain well‐ identified fields in the European industrial scenario: renewable energy sources, energy efficiency, sustainable mobility are the sectors that will lead Europe, and especially our Country, out of the crisis.

While at a national level ideas are still somewhat confused, locally a first indication can be inferred from the high number of accessions to the Covenant of Mayors. Thousands of local authorities, with the accession to the Covenant, have already committed to reduce emissions of CO2 (at least 20% by 2020) and many others will follow as it is now certain that the Covenant of Mayors will grow more and more in our Country, and initiatives such as “greeNordEsT” are significantly helping to promote it.

Thanks to greeNordEsT, we have been able to be present in the North‐east of Italy with an event dedicated to the Covenant of Mayors, placing it as well within this year’s cycle of conferences and seminars on the Covenant. The six hundred SEAPs presented by Italian local authorities are part of the group of about 1,500 SEAPs presented at the European level. From this first group the European Commission (through its Joint Research Center‐Jrc) highlights first of all that these plans cover areas that amount to more than seventy million inhabitants (45% of the population living in cities participating in the Covenant of Mayors) and that, compared to the total emission of 430 million tons of CO2 (6 t CO2 per capita), these cities have committed to cut emissions by 128 million tons, with an average reduction in emissions by 2020 well above the required minimum of 20%. An interesting element is that the majority of SEAPs (82%) provide information on costs and investment plans that are around the non‐negligible amount of forty billion euros. Another interesting fact revealed by the analysis of these first SEAPs at an European level is that the sector from which the greatest contribution is expected is energy efficiency (especially residential / buildings and small and medium businesses) with about 40% of total emissions expected.

At the national level, a first formal political recognition of the importance of the Covenant of Mayors in the strategy to fight climate change occurred with the inclusion of a specific reference to this initiative in the draft of the CIPE resolution, for the review of the National Plan to

In the draft of the CIPE resolution, among the measures presented by the (technical) Italian Governement, and especially by the Minister of the Environment, is requested to: ‐ confirm the tax deductions (55%) until 2020; ‐ issue a decree on the reform of energy efficiency certificates; ‐ establish a catalogue of technologies, systems and products for the decarbonisation of the Italian economy; ‐ introduce a carbon‐tax; ‐ allocate 50% of the revenue from the auctioning of CO2 allowances (Article 1, paragraph 11 of Directive 2009/29/EC) to specific actions (referred to in the draft itself) aimed at fighting climate change; ‐ strengthen the involvement of local authorities in the way to energy and environmental sustainability through the continuation of the positive experience of the Covenant of Mayors. As a matter of fact, since 2008 (when the Covenant of Mayors was launched in Europe), it is the first time that our Country clearly shows the relevance of the role that local authorities can play in contributing to the achievement of the binding national targets for 2020. Hopefully the analysis and discussion of the CIPE resolution draft in the Joint Conference will be fast and proactive, and further ideas for improvement will come from this occasion. When this happens, we will be able to say that Italy has all it takes to maintain its leadership in Europe on the Covenant of Mayors. The complete calendar of the meetings cycle 2012 on the Covenant of Mayors can be visited at: www.campagnaseeitalia.it/appuntamenti‐ eventi/patto‐dei‐sindaci‐ciclo‐di‐convegni‐ e‐seminari‐2012


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L'adesione al Patto dei sindaci e le prospettive per l'area triestina

LAVORI IN CORSO NEL COMUNE DI TRIESTE Riuso e sostenibilità energetica e ambientale come principi guida per una revisione integrata di Regolamento edilizio e Piano regolatore generale di Elena Marchigiani, Assessore alla Pianificazione urbana, Mobilità e Traffico, Edilizia privata, Politiche della casa e Progetti complessi del Comune di Trieste Una premessa necessaria: l'integrazione di diverse politiche e procedure Recuperare, riqualificare e rifunzionalizzare il patrimonio edilizio esistente, perseguendo obiettivi di sviluppo sostenibile e contenimento del consumo di suolo, di tutela e salvaguardia delle risorse territoriali e paesaggistico­ambientali. Sono questi gli orientamenti strategici assunti dall'Amministrazione triestina nell'ambito delle direttive per la predisposizione del nuovo Piano regolatore, votate dal Consiglio comunale nel novembre del 2011. Orientamenti che, di fatto, implicano l'impegno a operare in maniera sinergica sia su scala urbana e urbanistica, attraverso il nuovo Piano (la cui adozione è prevista entro novembre 2013), sia su scala edilizia, tramite una riscrittura del Regolamento edilizio orientata a stimolare la riqualificazione degli edifici con criteri di sostenibilità energetica e ambientale. In termini ancora più generali, la costruzione di tali strumenti non può che essere l'esito di un intenso lavoro intersettoriale, orientato a una profonda revisione delle pratiche e delle procedure di governo della città e del territorio.

Un lavoro che, con la guida e il sostegno di diversi assessorati del Comune di Trieste (Pianificazione urbana, Ambiente, Sviluppo economico e Lavori pubblici), ha già portato a una serie articolata di azioni e atti di indirizzo: ­ adozione da parte della Giunta comunale di “Linee guida in materia di tematiche energetiche e ambientali” (gennaio 2012), con cui si è assunto l'impegno di dare, entro il 2020, traduzione concreta agli obiettivi sanciti dalla Commissione Europea (riduzione del 20% delle emissioni di gas a effetto serra, aumento del 20% di risparmio energetico e ricorso a fonti energetiche rinnovabili); ­ adesione alle azioni pilota promosse da AREA Science Park di Trieste nell'ambito del progetto europeo PATRES (Public Administration Training and Coaching on Renewable Energy Systems, specificamente rivolto a supportare le pubbliche amministrazioni nella redazione di Piani di Azione per l'Energia Sostenbile (PAES) e di Regolamenti edilizi improntati all'efficientamento energetico e alla promozione di fonti energetiche rinnovabili (gennaio 2012); ­ adesione del Comune di Trieste al Patto dei sindaci (giugno 2012).

Un nuovo Regolamento edilizio: quali ambiti di intervento e forme di incentivazione? Nel perseguire gli obiettivi europei al 2020, un'importanza fondamentale riveste la messa a punto di requisiti e misure per la qualità ambientale ed energetica sia dei nuovi edifici che dell'edificato esistente. Requisiti e misure che dovranno trovare traduzione nella redazione del nuovo Regolamento edilizio, alla cui stesura gli uffici comunali hanno già iniziato a lavorare nella prospettiva di completarne la revisione entro il prossimo anno. Tra gli assunti alla base di questo nuovo strumento vi è la consapevolezza che sostenere l'impiego di fonti rinnovabili rappresenti solo un tassello di una più ampia strategia, mirata a promuovere interventi integrati su una pluralità di fronti, quali: ­ il rapporto con l'ambiente urbano e il corretto inserimento nel contesto (dall'analisi del sito e dell'orientamento degli edifici, alla progettazione di spazi aperti, pubblici o di uso pubblico e privati, di percorsi ciclabili e pedonali); ­ la tutela del patrimonio edilizio storico (con particolare riguardo alla messa a punto di criteri di trasformazione compatibili con vincoli e valori monumentali, paesaggistici e storico­ testimoniali); ­ la qualità e il comfort ambientale (dai requisiti termici, igrometrici, illuminotecnici, acustici, a quelli dimensionali di alloggi e locali annessi, sino all'utilizzo di materiali ecosostenibili); ­ il risparmio energetico (prestazioni e isolamento dell'involucro edilizio, introduzione di serre solari, efficienza degli impianti termici e inserimento di fonti rinnovabili – solare, fotovoltaico, geotermico); ­ la sostenibilità ambientale (l'attenzione in questo caso si concentra sul risparmio dei consumi idrici e sulla permeabilità dei suoli).


23 I quaderni di Energheia

L'adesione al Patto dei sindaci e le prospettive per l'area triestina

La costruzione di un nuovo strumento – urbanistico o edilizio che sia – non può tuttavia essere disgiunta da un ragionamento sulla sua portata operativa, prescrittiva e di indirizzo. Questo è tanto più vero in un momento come quello attuale, in cui la crisi delle finanze pubbliche preclude la possibilità di ricorrere a forme di incentivazione e di premialità economiche o fiscali. L'unica via che si offre a un Comune che decida di cogliere la difficile sfida del recupero dell'esistente secondo criteri di sostenibilità è perciò quella di individuare forme di incentivazione urbanistica attentamente calibrate sui caratteri del contesto, in aggiunta alle disposizioni e agli obblighi stabiliti ai livelli nazionali e regionali. In riferimento a questo aspetto, le più recenti disposizioni emanate dalla Regione Friuli Venezia Giulia in materia di edilizia (l.r. 19/2009 e dpr. 018/Pres. pubblicato sul BUR in data 01.02.2012) non appaiono di particolare aiuto. Per l'esistente, ad esempio, esse stabiliscono deroghe alle distanze minime e alle altezze massime previste dagli strumenti urbanistici e dai regolamenti edilizi che, associandosi a un più ampio insieme di disposizioni generali sullo scomputo di superfici e volumetrie accessorie, di fatto riducono le possibilità di intervento e governo delle trasformazioni da parte delle Amministrazioni locali (si vedano gli artt. 3 e 37 della l.r. 19). Per essere più chiari: se le deroghe per finalità di efficientamento energetico male si adattano ai caratteri specifici del contesto triestino (altezze degli edifici da relazionare anche all'andamento orografico del terreno, frequente allineamento delle cortine edilizie a filo strada, presenza di ampie aree/edifici sottoposti a tutela e di zone sature ai sensi

del Piano regionale vigente dal 1978), gli scomputi generici tendono a consentire una realizzazione diffusa e difficilmente prevedibile di nuove volumetrie purché definite “accessorie”. Se queste sono le condizioni, è del tutto evidente che l'unica strada che il Comune può intraprendere – di concerto con la Regione – è quella di procedere in maniera coordinata: ­ alla revisione di parametri e indici urbanistici nell'ambito del nuovo Piano regolatore, in maniera tale da meglio governare gli effetti delle disposizioni regionali, definendo come e dove applicare ulteriori forme di incentivazione urbanistica espressamente mirate alla riqualificazione energetica e ambientale; ­ all'individuazione, all'interno del nuovo Regolamento edilizio, di specifici criteri e condizioni per accedere a tali forme di incentivazione. Indicatori e linee guida: verso un approccio contestuale e proattivo La volontà di calibrare il nuovo Regolamento edilizio su complessità e specificità del territorio triestino implica ulteriori riflessioni in merito sia agli indicatori da utilizzare come guida per l'erogazione degli incentivi urbanistici, sia all'attivazione di un più esteso processo di sensibilizzazione rivolto agli operatori locali. Controllo e informazione costituiscono, infatti, due ingredienti fondamentali nella costruzione di politiche che aspirino a raggiungere un ampio livello di diffusione ma che, soprattutto, intendano stimolare soluzioni innovative e pertinenti rispetto ai

caratteri del contesto locale. Per quanto attiene in particolare al sistema di indicatori, il protocollo ITACA/VEA non è ritenuto del tutto soddisfacente: ridotta appare (almeno rispetto agli obiettivi che il Comune si è dato) l'attenzione per la valutazione della sostenibilità ambientale, a fronte di complessità e incertezze legate alla sua applicazione. L'orientamento è perciò quello di tentare una maggiore integrazione tra scelta degli indicatori e aspetti direttamente disciplinati dal nuovo Regolamento edilizio, nonché di giungere alla definizione di una vera e propria lista di controllo che consenta la verifica dei contenuti minimi del progetto in merito alle misure energetiche e ambientali specificamente richieste. Per garantire una più ampia informazione e sensibilizzazione, il Regolamento edilizio conterrà inoltre un apparato di indicazioni accessorie e di indirizzo: un repertorio di linee guida e buoni esempi, che funga da supporto al progettista nella sperimentazione di soluzioni avanzate nei diversi campi disciplinati da questo strumento. Un repertorio che dovrà poter essere rivisto e implementato anche in maniera indipendente dal resto del Regolamento, proprio per garantire un adeguato livello di aggiornamento.


24 I quaderni di Energheia

L'adesione al Patto dei sindaci e le prospettive per l'area triestina

I MOLTEPLICI “QUADRI PROGRAMMATICI” A Trieste una “cornice” per racchiudere Regolamento edilizio, Patto dei sindaci e i piani regolatori di Fabio Omero, Assessore allo Sviluppo economico e fondi comunitari del Comune di Trieste

PRGC, Regolamento edilizio, PGTU, SEAP, Patto dei sindaci e ancora Piano regolatore del sociale e Piano dell’offerta educativa sono i molteplici “quadri programmatici” che vedono impegnati i diversi assessori del Comune di Trieste. A me resta solo da realizzare la “cornice” che li racchiuda. Nei mesi scorsi abbiamo definito la bozza del Piano strategico, che in coerenza con il programma del sindaco Roberto Cosolini individua quali sono le risorse per lo sviluppo del territorio triestino, il mare e la conoscenza, e quali sono le parole chiave: porto commerciale e passeggeri, innovazione e ricerca con loro trasferimento al comparto produttivo, conservazione e valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale, qualità della vita e turismo. Ora si pone la questione della governance in grado di affrontare gli aspetti amministrativi e operativi della gestione del Piano strategico e dei relativi progetti e la loro valutazione in itinere in un’ottica di rete istituzionale e di coinvolgimento dei cittadini. Le città europee più avanzate, come ricorda Mauro Bonaretti, direttore generale del Comune di Reggio Emilia, stanno affrontando il futuro con un’idea sistemica delle città ­ governare economia, società e territorio in modo integrato ­ e con un patto concertato tra una rete di attori responsabili ­ pubblico, impresa, lavoratori, terzo settore. Sul piano operativo, governare la rete significa poter contare su team di progetto interistituzionali: strutture temporanee o permanenti capaci di integrare i diversi attori per la realizzazione di obiettivi comuni. Siamo andati a guardare gli esempi più recenti delle associazioni "Smart city" di Genova e Bari e dall’Associazione per il Piano strategico di Torino.

L’ottica delle smart cities è quella che meglio si adatta all’ipotesi di sviluppo del territorio triestino, vista l’adesione del Comune al Patto dei sindaci e viste le strategie e le azioni integrate di sviluppo urbano sostenibile indicate nei FERS e nei FSE, oggetto della

negoziazione in corso per le Politiche di coesione europee 2014­2020. Negli approfondimenti di Forum PA e ANCI, le smart cities si qualificano infatti per: ­ visione strategica del proprio sviluppo; ­ economia basata su innovazione e formazione continue; ­ sistema sociale basato su inclusione, coesione e accessibilità; ­ sistema ambientale sostenibile con sviluppo urbano a basso consumo di suolo, recupero delle aree dismesse e incremento del verde pubblico, riduzione dei rifiuti e aumento della raccolta differenziata, riduzione delle emissioni di gas serra, promozione dell’edilizia a basso consumo energetico e ottimizzazione delle emissioni industriali; ­ mobilità agevole con trasporto pubblico innovativo e sostenibile, riduzione del trasporto privato, utilizzo di mezzi di trasporto a basso impatto come la bicicletta, incremento delle aree pedonalizzate e utilizzo di sistemi innovativi di informazione; ­ valorizzazione della propria identità storica e culturale; ­ promozione e fruizione turistiche e culturali del territorio intelligenti. Scopi e finalità delle associazioni "Smart city" sono quindi il miglioramento della qualità della vita, il rispetto e il superamento degli obiettivi energetici e ambientali del protocollo di Kyoto, lo sviluppo economico e la crescita occupazionale, il sostegno della ricerca e della collaborazione tra ricerca, innovazione, impresa, la partecipazione a bandi europei. Ovviamente i comuni aderiscono al Patto dei sindaci e quindi all’approvazione del Piano d’azione per l’energia sostenibile, quale occasione di crescita dell’economia in termini qualitativi e quantitativi e impegno reale verso il modello della green economy. I Piani strategici a loro volta si pongono come processi capaci di mostrare interazioni, coerenze e interdipendenze fra progettualità di natura varia, diverse sequenzialità temporali, effetti localizzativi ed

economici differenziati, scale di priorità alternative. Definiscono il campo di problemi, le reti di attori promotori e partecipanti, le modalità dei processi. Sono attenti più alla definizione dei problemi che alla loro soluzione, più all’interazione fra gli attori che alla sua regolazione (2° Piano strategico di Torino).

Nei modelli di governance esaminati, il ruolo di capofila spetta al Comune capoluogo. Nel caso di Trieste gli interlocutori con competenze nel campo dello sviluppo economico, da coinvolgere fin da subito, sono Provincia, CCIAA, Autorità portuale, Ezit e il Comune di Muggia. Seguiranno gli altri Comuni del Carso e poi l’Università, l’AREA Science Park, la SISSA, il BIC, quali interlocutori scientifici, e l’ASS e l’ATER, quali interlocutori nel Piano regolatore del sociale. E infine, per i progetti "Smart city”, saranno coinvolti la multiutility Acegas­Aps e le imprese private. La costituzione dell’associazione triestina sarà accompagnata dall’avvio di un primo progetto concreto e coerente di smart city locale. Singoli progetti dimostrativi possono infatti svolgere la funzione di contaminare il territorio. Si può partire da un progetto di smart city di 1 kmq, purché ci sia un coordinamento che governi la strategia complessa e che renda il cambiamento e l’innovazione pervasivi in tutto il territorio. Negli esempi italiani ed europei per governare le buone prassi delle smart cities è stato necessario istituire proprio le partnership sul territorio, quale metodo di lavoro integrato e quale forma di risparmio. Le città si confrontano con problemi complessi di trasformazione urbana non affrontabili singolarmente e non risolvibili con soluzioni esclusivamente tecniche. La smart city va “integrata” all’interno della stessa pianificazione integrata (Roma, 5 giu 2012, Kyoto club). Il percorso di "Smart city" sarà così anche per Trieste lo strumento per integrare la pianificazione complessa avviata dal Comune. Ne sarà appunto la “cornice”.


25 I quaderni di Energheia

L'adesione al Patto dei sindaci e le prospettive per l'area triestina

PATRES ­ Public Administration Training and Coaching on Renewable Energy Systems di Elena Banci, Luca Mercatelli, Fabio Tomasi ‐ Consorzio per l'AREA di ricerca scientifica e tecnologica di Trieste

Sviluppato nell’ambito del programma Intelligent Energy Europe e finanziato dalla Commissione Europea, il progetto PATRES è iniziato nel maggio 2010 ed è coordinato dal Consorzio per l’AREA di ricerca scientifica e tecnologica di Trieste. Si propone di supportare le amministrazioni pubbliche nel realizzare strumenti di pianificazione edilizia pubblica o privata volti a promuovere l’integrazione di sistemi energetici da fonti rinnovabili negli edifici, ponendo l'attenzione anche sulle procedure di appalto verde per la Pubblica Amministrazione, e sulla promozione all’adesione da parte dei comuni al Patto dei sindaci nei sei Paesi europei coinvolti dall’iniziativa. PATRES ha realizzato un programma formativo ed un servizio di consulenza ad hoc espressamente studiato per dirigenti e responsabili tecnici di enti pubblici, adattato alle peculiarità di ogni singolo Paese che si struttura nel seguente modo: ­ una prima fase di formazione (corsi da dieci giornate in ognuno dei sei Paesi coinvolti nel progetto) tenuta da figure esperte nelle materie giuridiche, urbanistiche­ architettoniche ed energetiche riferite alle pubbliche amministrazioni; ­ una conferenza internazionale a Trieste dedicata a tutti i 160 rappresentati di pubbliche amministrazioni dei paesi rappresentati dal progetto atta a favorire lo scambio di esperienze sul tema; ­ lo sviluppo di 26 pilot action, supportate da un servizio di coaching da parte di esperti del progetto e accompagnate da una serie di incontri personalizzati con best practice a livello nazionale ed europeo. Nel dettaglio, la fase di coaching prevede un’attività di supporto da coach esperti tesa a facilitare la redazione da parte dei Comuni di regolamenti e relativi allegati o lo sviluppo dei propri PAES. In questa fase, oltre all’appoggio dei coaches, l’apprendimento reciproco e lo scambio di esperienze tra i partecipanti giocano un ruolo chiave.

Il progetto, inoltre, prevede la pubblicazione di una guida che suggerisca come migliorare i

regolamenti edilizi per quanto riguarda l’introduzione di sistemi energetici da fonti rinnovabili negli edifici e le relative misure di supporto sulla base delle esperienze progettuali. A conclusione del progetto, nell’aprile 2013, è prevista a Bucarest una conferenza finale. Un'opportunità per effettuare un bilancio del lavoro svolto, che si stima raggiungerà i seguenti risultati: ­ 40 nuovi regolamenti edilizi a supporto dell’introduzione di sistemi basati sulle energie rinnovabili; ­ 9 nuovi regolamenti atti a migliorare le procedure relative agli appalti pubblici che coinvolgono le energie rinnovabili (il cosiddetto Green Public Procurement); ­ 16 nuovi PAES; ­ 11 nuove città aderenti al Patto dei sindaci. PATRES Public Administration Training and Coaching on Renewable Energy Systems by Elena Banci, Luca Mercatelli, Fabio Tomasi ‐ AREA Science Park Trieste

Developed within the Intelligent Energy Europe Programme and funded by the European Commission, the PATRES project began in May 2010 and is coordinated by the Consortium for the Scientific and Technological AREA Research of Trieste. PATRES aims at supporting local governments in developing public or private building planning tools, to promote the integration of renewable energy systems in buildings, focusing also on “green” tender contract procedures for Public Administration, on the promotion of the accession to the Covenant of Mayors in the six European countries involved in the initiative. PATRES project has developed a training program and a dedicated advisory service, specifically designed for managers and technical managers of public sector, and adapted to the peculiarities of each Country, structured as follows: ‐ a first phase of training (ten‐days‐courses in each of the six countries involved in the project) held by experts in law, architecture,

Project partners Austria: società di consulenza STENUM GmbH; Croazia: Università di Rijeka; Repubblica Ceca: società di consulenza ENVIROS s.r.o; Romania: Polytechnic University of Bucharest; Spagna: centro di ricerca CIRCE. Italia: Consorzio per l'AREA di ricerca di Trieste (capofila del progetto), ente di formazione ForSer, Formazione e Servizi per la Pubblica Amministrazione.

urban planning and energy services related to public administrations; ‐ an international conference in Trieste dedicated to all 160 representatives of PAs of the countries involved in the project, with the aim of promoting the exchange of experiences on the subject; ‐ development of 26 pilot action, supported by a coaching service by experts of the project and a series of tailored meetings with best practice representatives at both national and European level. Specifically, the coaching phase provides support by coaching experts, to help municipalities in the drafting of regulations and their attachments, or in the development of their SEAP. At this stage, in addition to the coaching support, mutual learning and exchange of experiences among participants plays a key role.

The project also includes the publication of a guide suggesting how to improve building regulations regarding the introduction of renewable energy systems in buildings and the related support measures, based on project experiences. At the conclusion of the project a final conference will be held in Bucharest as an opportunity to present and evaluate PATRES, that should achieve the following results: ‐ 40 new building regulations to support the introduction of renewable energy‐based systems; ‐ 9 new regulations to improve public tender contracts procedures involving renewable energy (the so‐called Green Public Procurement); ‐ 16 new SEAP; ‐ 11 new member cities of the Covenant of Mayors.


27 I quaderni di Energheia

Sostenibilità delle aree produttive e degli edifici industriali

SOSTENIBILITÀ DELLE AREE PRODUTTIVE E DEGLI EDIFICI INDUSTRIALI IN VENETO di Lorenzo Ranzato, INU Veneto

Introduzione Questo intervento ha un duplice scopo. Innanzitutto ha il compito di riassumere i risultati del Convegno sulla Sostenibilità delle aree produttive e degli edifici industriali, che ci ha presentato una gamma diversificata di esperienze innovative e buone pratiche, illustrate dai vari relatori che hanno spaziato dal tema della simbiosi industriale alla concezione degli Eco-Industrial Park, dalle Aree produttive ecologicamente attrezzate all’eco­efficienza degli edifici industriali (emblematico il caso di Schüco Italia), dalle iniziative promosse da Confindustria Padova ai progetti innovativi della Zip di Padova. In secondo luogo, si pone l’obiettivo di portare un contributo specifico al dibattito regionale, proprio nel momento in cui si discutono questioni cruciali per il futuro del nostro territorio. A partire dal nuovo assetto istituzionale delle Province e delle Città metropolitane sino alle politiche innovative delle Smart Cities promosse dall’Unione Europea, per finire con gli impegni altrettanto importanti della Regione del Veneto che sta predisponendo il nuovo Programma regionale di Sviluppo (Prs) e la Variante al Piano territoriale regionale di coordinamento (Ptrc). Come coniugare ecologia con economia Nel passato il settore artigianale­industriale è stato responsabile dell’inquinamento e del degrado ambientale del territorio, per diversi motivi dipendenti dall’adozione di modelli di produzione insostenibili che hanno riguardato in particolare l’emissione di sostanze inquinanti, lo spreco energetico e la produzione di rifiuti. Solamente negli ultimi decenni, grazie anche alle nuove richieste di qualità ambientale da parte di fasce sempre più ampie di cittadini, il tema della qualificazione ambientale degli insediamenti produttivi ha assunto un’importanza crescente.

Ciò ha spinto gli organismi internazionali e alcuni governi a promuovere un nuovo modo di gestione delle aree produttive in termini di sostenibilità ambientale e di tutela della salute ed ha consentito lo sviluppo di una specifica materia: l’Ecologia Industriale, che sta acquisendo una sempre maggiore importanza nella pianificazione dei sistemi produttivi. L’Ecologia industriale ­ termine introdotto nel 1989 da Frosch e Gallopoulos – si è sviluppata soprattutto durante gli anni Novanta. In particolare, Hardin Tibbs [1] individua nell’Ecologia Industriale la possibilità di progettare le

infrastrutture industriali “come se fossero una serie di ecosistemi artificiali interconnessi che si interfacciano con l’ecosistema globale naturale”. Lo studioso propone di applicare ai sistemi industriali ed ai cicli di produzione e trasformazione i principi che regolano il funzionamento dei sistemi naturali caratterizzati da rapporti simbiotici, in cui i flussi di materia ed energia tendono alla chiusura dei cicli, favorendo in questo modo il riciclo e l’uso oculato delle risorse. L'idea centrale è quella di sfruttare lo scarto, il rifiuto come risorsa, analogamente a quanto avviene all’interno dei processi di interazione dei sistemi naturali, dove non esiste, grazie alla chiusura dei cicli, il concetto di rifiuto. Ad esempio, nel caso di una zona produttiva, va ricercata la possibilità di creare forme di simbiosi industriale tra diversi stabilimenti, dove prodotti secondari (di un processo chimico), acque reflue (che possono ancora essere utilizzate per alcune funzioni) o il calore contenuto nell'acqua di

raffreddamento di alcune aziende sono recuperati e usati da altre aziende, con benefici tangibili per l'ambiente e le aziende coinvolte. Sull’Ecologia industriale si basano numerose sperimentazioni che si sono sviluppate negli Stati Uniti e si sono diffuse successivamente in Asia e in Europa. Si tratta delle esperienze degli Eco­Industrial Park (EIP), ovvero sistemi industriali basati sulla pianificazione degli scambi di materia ed energia, tesi a minimizzare l’uso di energia e materie prime, ridurre la produzione di rifiuti e, in generale, costruire rapporti ecologicamente, socialmente ed economicamente sostenibili fra le stesse imprese e fra queste e le comunità locali[2]. Infine, un nuovo modo di concepire il rapporto impresa­ambiente è stato introdotto dal paradigma dell’eco­ efficienza, inteso come modello che incoraggia le aziende a migliorare la loro competitività, la loro capacità di innovazione e la loro responsabilità nei confronti dell'ambiente. Secondo il World Business Council for Sustainable Development, "l'eco­efficienza viene raggiunta fornendo a prezzi competitivi prodotti e servizi che soddisfino i bisogni umani e conducano ad una maggiore qualità della vita, riducendo progressivamente l'impatto ecologico e l'uso di risorse naturali durante il ciclo di vita del prodotto ad un livello per lo meno in linea con la capacità di carico della Terra". Le Aree produttive ecologicamente attrezzate (Apea) In Italia, in campo industriale l’attenzione verso un nuovo modello di insediamento, finalizzato al miglioramento complessivo delle condizioni ambientali interne ed esterne al contesto produttivo, si manifesta alla fine degli anni Novanta, con la L.59/1997 e il successivo D.Lgs. n. 112/98 cosiddetto "Decreto Bassanini"[3] . Con questa legge viene introdotto il


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Sostenibilità delle aree produttive e degli edifici industriali

UNA STRATEGIA PER MIGLIORARE LA QUALITÀ E LA SOSTENIBILITÀ DEGLI INSEDIAMENTI PRODUTTIVI IN VENETO

di Lorenzo Ranzato, Inu Veneto e Rossella Verza, Inbar Padova Esempio di progettazione di un'APEA da www.edilone.it

concetto di Area Produttiva Ecologicamente Attrezzata (Apea), che si sta sperimentando in alcune realtà regionali che hanno provveduto all’emanazione di specifiche norme in materia: Emilia­ Romagna, Lombardia, Toscana e Marche. Di particolare interesse sono le linee guida elaborate da queste Regioni, che hanno definito i criteri e i requisiti innovativi per la progettazione e gestione delle aree produttive, secondo elevati standard tecnologici ed ambientali per la gestione eco­sostenibile delle aree stesse e l’ottimizzazione dei servizi interni. I principali obiettivi riguardano i seguenti campi d’azione: la garanzia di un sistema di gestione integrato degli aspetti ambientali, la riduzione e prevenzione dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, la tutela della salute e della sicurezza e il miglioramento sociale e ambientale diffuso sul territorio. L’Apea rappresenta un modello innovativo di area industriale riconducibile, anche se con alcune differenze, al già citato modello degli Eco­parchi industriali: essa va intesa come uno strumento di tutela ecologico­ ambientale del territorio, privilegiando atteggiamenti preventivi, piuttosto che riparatori nei confronti dell’impatto ambientale. Per le imprese l’Apea può rappresentare un’opportunità localizzativa di “eccellenza”, qualora si doti di infrastrutture e servizi comuni, promuova una gestione ambientale condivisa e persegua economie di scala, mediante una riduzione dei costi per l’approvvigionamento idrico ed energetico.

Il sistema produttivo veneto prende forma tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, sviluppandosi nell’area centrale fra le città di Padova, Mestre­ Venezia e Treviso, attorno al polo veronese e nella fascia pedemontana. L’abbandono del vecchio modello fordista e la revisione delle teorie economiche che per lungo tempo avevano considerato la piccola impresa come una forma di organizzazione industriale arretrata ed obsoleta, contribuiscono all’affermarsi di un nuovo modello basato sul decentramento produttivo, estremamente competitivo ma poco polarizzato, dove si registra una dimensione media delle aree industriali (su scala regionale) di poco superiore ai 7 ettari[4]. Nel trentennio che va dagli anni Settanta sino alla fine del secolo scorso, la diffusione degli insediamenti produttivi trova ampi spazi di crescita, sulla scia di una politica regionale basata sul laissez faire, dimostrandosi per molti versi un modello “vincente” sul piano economico, che ha però indotto fenomeni di localismo e frammentazione ed ha comportato in molti casi un notevole consumo di suolo e il degrado delle risorse ambientali e paesaggistiche. Oggi, di fronte alla profonda crisi che si ripercuote pesantemente sui sistemi locali e che ci obbliga a rivedere il “modello di sviluppo diffuso” del Veneto e a confrontarci con nuove forme di sostenibilità anche sociali e politico­istituzionali, il mondo produttivo veneto si trova a dover fare i conti con cambiamenti non più congiunturali bensì strutturali, che rendono necessario un ripensamento delle forme organizzative degli insediamenti su nuove basi territoriali. Ecco perché la formazione del nuovo Prs e la revisione del Ptrc costituiscono

un’occasione irripetibile per delineare un quadro di riferimento ­ articolato per ambiti intercomunali e aree vaste ­ all’interno del quale promuovere iniziative e progetti sperimentali di riorganizzazione e riqualificazione delle aree produttive. Per ottenere risultati significativi è però necessario un nuovo patto fra istituzioni e mondo produttivo che si basi sui seguenti punti: la creazione di forme di aggregazione e cooperazione, il coinvolgimento delle Comunità locali, un nuovo rapporto fra Università e Impresa, una nuova attenzione al contesto e ai problemi evidenziati da tutti gli attori coinvolti nel processo di riqualificazione. Ciò significa che le istituzioni devono abbandonare l’approccio particolaristico, autoregolativo e spontaneistico, e attivare ­ come stanno facendo alcune Intese Programmatiche d’Area (IPA) ­, forme di governance a livello di area vasta, in grado di orientare il comportamento dei diversi stakeholder, all’interno di una visione condivisa del futuro del proprio territorio. Infatti, non si deve dimenticare che, oltre alle tre dimensioni della sostenibilità (ambientale, economica e sociale), oggi va anche perseguita una sostenibilità politico­istituzionale, indispensabile per guidare i processi di sviluppo locale. Come ci ricorda Patrizia Messina nel suo intervento sulle Ipa, «non c’è sostenibilità senza governo, e non c’è governo senza istituzioni autorevoli e responsabili». Per concludere, si segnalano sinteticamente alcuni temi che la Regione Veneto dovrebbe approfondire, avviando una sperimentazione da attuare mediante progetti pilota. 1 ­ Innovazione organizzativa e gestionale delle aree Per prima cosa è indispensabile costruire una Rete di coordinamento fra imprese, basata sulla collaborazione e la fiducia reciproca. Sono possibili due differenti tipologie di sinergie: ­ sviluppo di processi produttivi simbiotici, per ridurre al minimo il consumo di energia e gli scarti di materiali, attraverso lo scambio interno e/o la condivisione, nell'uso dei flussi di acqua, calore, rifiuti o sottoprodotti generati dalle aziende; ­ sviluppo di servizi rivolti alla mobilità, ai trasporti e alla logistica, alla creazione di


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Sostenibilità delle aree produttive e degli edifici industriali

infrastrutture materiali e immateriali e di impianti tecnologici. E’ possibile prevedere, ad esempio, la costituzione di gruppi di acquisto per la fornitura delle materie prime o dell'energia, lo sfruttamento di impianti comuni centralizzati per il trattamento degli scarichi o la produzione energetica, la condivisione dei sistemi di trasporto e trattamento dei rifiuti. 2 ­ Gestione delle acque La gestione delle acque va affrontata in tre modi. Con il controllo dei deflussi delle acque provenienti dalle precipitazioni, che incidono soprattutto sulle falde acquifere. Con lo smaltimento e il riuso delle acque reflue generate dai processi produttivi mediante specifici trattamenti di depurazione. Con idonee forme di approvvigionamento idrico per le imprese idroesigenti, coordinate con la formazione dei bacini di laminazione necessari per la messa di sicurezza del territorio.

3 ­ Gestione integrata dei rifiuti La gestione dei rifiuti deve agire almeno a livello di comprensorio, attraverso sinergie tra differenti distretti industriali e spingersi, ove possibile, verso sistemi a “ciclo chiuso” di simbiosi industriale. Gli obiettivi da perseguire riguardano: il contenimento della produzione e la differenziazione delle tipologie dei rifiuti; la costituzione di strutture per la raccolta collettiva dei rifiuti; il recupero energetico in loco e il monitoraggio. 4 ­ Risparmio e Sostenibilità energetica Una forma di razionalizzazione energetica può essere la produzione dell’energia all’interno degli stessi luoghi dove viene consumata, assieme ad una accorta politica di risparmio energetico che riguarda sia i singoli edifici (eco­efficienza e bio­edilizia) sia le diverse reti interne alle aree attrezzate: gas metano, energia elettrica, fibre ottiche, pubblica illuminazione, ecc. Per ottimizzare l’uso dell’energia, oggi esistono tecnologie che utilizzano fonti rinnovabili o assimilate, per realizzare centrali di generazione termica ed elettrica a servizio delle imprese insediate, privilegiando la tecnica della cogenerazione. Non è da escludere la possibilità di utilizzare residui cellulosici (carta, stracci, cartoni, legno di scarto) o biomasse naturali, quando le condizioni locali di approvvigionamento lo consentono. Questi impianti vanno integrati con sistemi di produzione di energia da fonti rinnovabili quali il solare termico e il fotovoltaico. Infine, in particolari contesti è possibile produrre energia pulita con il ricorso a fonti geotermiche, idroelettriche ed eoliche.

Crewe Business Park in Inghilterra: veduta aerea e particolare

5 ­ Integrazione con il contesto Sulla scorta delle esperienze straniere (Crewe Business Park in Inghilterra, Parco tecnologico di Lione), si dovrebbero sperimentare progetti con standard di qualità elevata del verde, che fra l’altro garantisce sempre una buona permeabilità dei suoli, indispensabile per il nostro territorio soggetto a ricorrenti allagamenti. Note

[1] ­ Tibbs, H. (1993), Industrial Ecology: An Environmental Agenda for Industry, Global Business Network. [2] ­ Cfr.: Conticelli E., Tondelli S., “Valutazione ambientale e requisiti di sostenibilità delle aree produttive”, in Il Progetto Sostenibile n.20/2008, Edifici e Aree produttive, EdicomEdizioni. [3] ­ L’art. 26 del Decreto stabilisce che le Regioni e le Province disciplinino con proprie leggi le aree industriali e le aree ecologicamente attrezzate, dotandole delle infrastrutture e dei sistemi necessari a garantire la tutela della salute, della sicurezza e dell’ambiente; sono inoltre tenute a regolare le forme di gestione unitaria delle infrastrutture e dei servizi. [4] ­ Fonte: Piano territoriale regionale di coordinamento, ricerca condotta dal Daur dell’Università di Padova.


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Sostenibilità delle aree produttive e degli edifici industriali

IL RISPARMIO ENERGETICO VOLANO DI UNA NUOVA ECONOMIA di Alessandro Zan, Assessore all’Ambiente del Comune di Padova

La partecipazione al ciclo di eventi greeNordEsT, con particolare accenno alla sostenibilità delle aree produttive e degli edifici industriali, ci ha dato l’occasione di evidenziare l’utilità del “Modello S.I.A.M.” (Sustainable Industrial Area Model), ormai esperienza comune a diverse realtà cittadine e che per Padova ha permesso l’analisi della Z.I.P. (Zona Industriale di Padova). Tale paradigma concettuale dimostra che una riqualificazione urbanistica, come evidenziato nel mio intervento, è passaggio obbligato per lo sviluppo di un sistema economico­produttivo rispettoso dell’ambiente ed attento al sociale. Gli elementi che caratterizzano la gestione sostenibile di un’area industriale, infatti, sono: visione sistemica (subsistemi sociale­economico­ecologico che insistono su una stessa area industriale); modalità per la condivisione delle scelte tra le parti interessate nel Sistema Locale in modo sinergico; presenza e gestione di infrastrutture comuni che consentano di ottimizzare i comportamenti delle singole aziende insediate nell’area. Sottesi all’utilizzo di tale modello risultano gli obiettivi e le strategie rappresentate fra l’altro per Padova dal progetto “Cityporto”, attivo dal 2004 come sistema innovativo e tecnologico di trasporto e distribuzione delle merci da una piattaforma logistica all’Interporto verso la città (compresa la ZTL) con sette mezzi a metano, euro 4 ed elettrici.

La gestione dell’iniziativa è stata affidata alla società Interporto di Padova S.p.A. e coinvolge anche Comune, Provincia, CCIAA e Aps. L’attività offre un servizio di qualità, grazie a mezzi idonei alla distribuzione di merci a collettame, oltre che medicinali ed alimentari a temperatura controllata. Tale iniziativa ha aumentato, inoltre, la sicurezza pedonale e migliorato la fruibilità del centro storico della città. L’utilizzo del Modello S.I.A.M. e le sperimentazioni fatte nella Z.I.P. sono collegati tra loro nell’analisi sistemica e conducono al dilemma competitività economica/sostenibilità sociale ed ambientale che si risolve in un nuovo modo di produrre, distribuire e realizzare assicurando lo sviluppo delle aziende all’interno delle aree industriali riqualificate.

interessate e non a caso la green economy, intesa non solo come settore produttivo ma anche come nuovo modo di governare e organizzare la produzione e il consumo di beni e servizi, è uno dei pochi settori a non conoscere la crisi economica incontrando il favore di quote sempre crescenti di consumatori alla ricerca di nuovi beni e servizi in grado di soddisfare esigenze e necessità emergenti nei riguardi dell’ambiente e del sociale. Va da sé che l’utilizzo delle tecnologie innovative deve comportare anche il mantenimento delle biodiversità del territorio circostante, dando garanzia della continuità biologica all’interno dell’area industriale.

L’economia sostenibile non è più solo un modello astratto e sperimentale ma una realtà concreta in grado di attrarre risorse e nuovi finanziamenti per le attività esistenti, accrescere o innovare le professionalità della forza lavoro, introdurre nuove tecnologie e progetti per la ricerca scientifica. Essenziale è la capacità di riciclare le risorse economico finanziarie all’interno del sistema mediante l’acquisto di beni e servizi locali accrescendo il valore economico degli insediamenti produttivi e delle infrastrutture con ricadute positive per la reddittività dell’impresa. Naturalmente occorrerà preservare le diversità culturali presenti e al tempo stesso valorizzare condizioni e specificità locali, educando i singoli operatori e cittadini a comportamenti sostenibili, legando allo sviluppo sostenibile la formazione delle professionalità indispensabili. L’approccio sistemico è garanzia di informazione trasparente periodica e sistematica nei confronti delle parti

Con queste premesse e con gli auspici di un maggior affermarsi dei concetti di sostenibilità, riqualificazione urbanistica e sviluppo tecnologico, che sempre hanno guidato l’azione del Comune di Padova in questi ultimi anni, chiudiamo questo contributo ringraziando la rivista Energheia Magazine per lo spazio offerto e la preziosa opera di divulgazione.


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Sostenibilità delle aree produttive e degli edifici industriali

ECO MARKETING PER I PARCHI INDUSTRIALI: UNA PROSPETTIVA EUROPEA di Marino Cavallo, coordinatore del progetto Med Ecomark

Negli ultimi anni si sono diffusi in Europa e nel mondo i parchi ecoindustriali (ecoindustrial parks). Queste strutture vorrebbero caratterizzarsi come insediamenti industriali con concezioni innovative dal punto di vista ambientale. Un parco ecoindustriale prevede un'attenta pianificazione dell'utilizzo dell'energia e la capacità di risparmiarne; il ridotto impiego di materie prime e la possibilità di riutilizzarle in altri processi produttivi; la stretta integrazione tra le attività economiche e la qualità sociale. In definitiva, un ecoparco mira ad un rapporto simbiotico tra ambiente e produzione industriale e si orienta verso una tendenziale chiusura dei cicli di impiego delle risorse. Così si riducono gli scarti e si limitano gli effetti nocivi della produzione sull'ambiente circostante. Affinchè si realizzino dei parchi ecoindustriali devono verificarsi innumerevoli condizioni: dal punto di vista economico, per esempio, è essenziale che emergano con chiarezza risparmi e convenienze per le imprese. Dal punto di vista organizzativo è indispensabile la presenza di un clima collaborativo tra le diverse aziende e la volontà espressa di instaurare relazioni cooperative e di scambio tra i divesi soggetti presenti in un'area produttiva. Infine, è cruciale la presenza dell'autorità pubblica per favorire e promuovere politiche di sostegno e incentivazione degli ecoindustrial parks. In Europa e nel mondo troviamo oggi una pluralità di modelli di parchi ecoindustriali: da modelli simbiotici puri, basati sull'integrazione di processi industriali all'interno di una stessa area a sistemi misti dove le produzioni industriali interagiscono con quelle agricole e con altre filiere e settori produttivi dell'economia locale. Addirittura in alcuni casi si parla di sistemi simbiotici virtuali, che utilizzano procedure di cooperazione basate sull'impiego delle nuove tecnologie e che si sviluppano grazie a iniziative

progettate tramite network organizzativi di scambio digitale delle informazioni. I parchi ecoindustriali rappresentano una delle più concrete attualizzazioni dei principi della blue economy e dei processi produttivi simbiotici applicati non a un singolo prodotto o processo ma a un'area produttiva complessivamente intesa. Molti sono i vantaggi di un parco ecoindustriale: in primis la capacità di conseguire un approccio sistemico alla sostenibilità. In questo modo processi ecocompatibili, responsabilità ed etica sociale della produzione e del lavoro, qualità architettonica e urbanistica si integrano e conferiscono la massima efficacia alle azioni previste dai progetti di nuovi insediamenti industriali. In secondo luogo la qualità ecologica "paga", le imprese diventano più competitive e i loro prodotti maggiormente appetibili ai consumatori. Infatti, si tratta di prodotti dotati di una sorta di "aura ecologica" percepita come tratto distintivo positivo di un determinato bene o servizio. Infine, un parco ecoindustriale garantisce migliori relazioni tra imprese e comunità locali. I cittadini e gli abitanti sono tranquillizzati da insediamenti attenti agli impatti della produzione sull'ambiente circostante e conferiscono maggior fiducia a siti industriali concepiti con criteri di elevata qualità ambientale. Quello che manca in questi progetti è il marketing, cioè la capacità di comunicare all'esterno tutti questi benefici, di farli cogliere con chiarezza all'opinone pubblica. Per colmare queste lacune e questo gap di conoscenza è stato realizzato Ecomark, un progetto di promozione e marketing delle aree industriali ecologicamente attrezzate. Gli obiettivi del progetto sono la progettazione, lo sviluppo e

l'implementazione di strumenti di green marketing e la comunicazione esterna dei parchi industriali e delle aree produttive. Le modalità di realizzazione di questi obiettivi passano attraverso l'analisi iniziale della situazione, l'individuazione dei punti di forza e di debolezza delle diverse aree, la progettazione del marketing operativo e di strategie di brand per la promozione della sostenibilità presso gli stakeholders locali, il monitoraggio delle azioni e il benchmarking a livello europeo nei paesi parter del progetto (Francia, Spagna, Grecia, Slovenia).

L'obiettivo finale è quello di convincere nuove imprese a insediarsi negli ecoindustrial parks o garantire un contesto ideale per le imprese già presenti sul territorio che desiderano ampliarsi. Per cogliere questi impegnativi risultati sono previste diverse azioni di supporto: elaborazione di linee guida per i piani di green marketing delle aree, azioni di promozione rivolte ad opinioni pubbliche specializzate e a decision makers del settore industriale, progettazione di servizi innovativi per le imprese su temi chiave quali l'energia e la logistica dell'area. Il messaggio da veicolare è che la produzione ecologica è un fattore di competitività e di innovazione per le imprese e che siti produttivi attrezzati dal punto di vista ambientale sono il contesto ideale per aprire o sviluppare un'azienda.


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Sostenibilità delle aree produttive e degli edifici industriali

ECO­EFFICIENZA DEGLI EDIFICI INDUSTRIALI

di Andrea Mercusa, ANCE Veneto

Negli anni della crescita economica, fino ad oggi, il modello espansivo basato sul consumo di suolo è stato dominante, con le zone industriali coprotagoniste dello sprawl urbano e dell’impermeabilizzazione dei suoli. Il suolo è una risorsa limitata. La prassi di intervento del futuro sarà la trasformazione, la ri­pianificazione e la rigenerazione delle aree produttive esistenti, riducendo al minimo i nuovi insediamenti. Molte zone produttive, nate tra gli anni Cinquanta e Settanta ai margini della città, si trovano, oggi, inglobate nel tessuto urbano in una posizione diventata strategica. Non mancano le criticità in queste operazioni di trasformazione, a partire dalla complessità e dai costi di bonifica delle aree. Ciò non impedisce, tuttavia, di guardare alle aree produttive esistenti come una risorsa e come una grande opportunità per una nuova competitività territoriale. Le aree industriali sono attrezzature urbane, l’area industriale è città, e la città è il “luogo decisivo dei processi di rafforzamento della coesione sociale e di accrescimento della capacità competitiva del Paese”. (Ance­ Censis, Un piano per le città – Trasformazione urbana e sviluppo sostenibile, aprile 2012). Il tema della qualità e della sostenibilità delle aree industriali deve essere affrontato a due livelli di ragionamento, che corrispondono a

due diverse scale operative: a scala territoriale (programmazione e pianificazione) e a scala architettonica (la realizzazione dell’opera, dell’elemento costruttivo). In primis serve una governance del territorio chiara, decisa, e rassicurante per i cittadini, le Amministrazioni locali e le imprese; che definisca le competenze e la priorità degli obiettivi complessivi e di sostenibilità. Perché la “sostenibilità”, se non valutata e perseguita con attenzione, può rivelarsi un mare magnum ove è facile perdersi con il rischio di vanificare i buoni propositi e le buone intenzioni. Una governance efficace è condicio sine qua non per ottenere dei risultati e raggiungere degli obiettivi. Servono decisioni; servono programmi che dirigano lo sviluppo e che si traducano in pianificazione sostenibile di aree produttive nuove (il meno possibile) o ripianificazione e rigenerazione di aree produttive esistenti (il più possibile) e che stimolino la cultura dell’efficienza energetica e della sostenibilità sia nell’implementazione di nuove funzionalità, sia nel caso di costruzione, ricostruzione o riqualificazione degli edifici industriali. La strada di riferimento sarà “costruire sul costruito”, privilegiando il riuso del brownfield, ossia delle aree già urbanizzate ed edificate, piuttosto che costruire fabbricati nuovi su aree libere (greenfield); prestando particolare attenzione alla programmazione di “mix funzionali”. L’esperienza delle APEA (Aree Produttive Ecologicamente Attrezzate) della Provincia di Bologna è molto interessante e va seguita con attenzione; è un esempio di programmazione pubblica e pianificazione territoriale con obiettivi intelligenti e lungimiranti. I concetti di chiusura dei cicli naturali e delle aree industriali come “luoghi ambientali” sono un grande strumento per favorire l’assimilazione e l’accettazione delle aree industriali come “parchi eco industriali”; si integrano con le nuove esigenze di sviluppo e trasformazione del territorio che mirano ad una dimensione più a misura d’uomo che cerca,

oggi, uno “status di felicità”. Esperienze come le APEA, con le linee guida proposte, contribuiscono a spingere il processo costruttivo degli edifici produttivi verso un continuo miglioramento sia tecnico che tecnologico. Per ottenere dei risultati bisogna che le linee guida diventino, in toto o in parte, prescrizione. La prescrizione, quindi, è fondamentale ma deve essere accompagnata al controllo sui progetti e sulle realizzazioni. Il controllo fa sì che la pianificazione e gli obiettivi di sostenibilità siano rispettati; o, almeno, che si riducano il più possibile le differenze tra ciò che viene dichiarato in sede progettuale e il risultato. Prescrizione e controllo sono le leve su cui agire per indirizzare lo sviluppo delle aree industriali verso la sostenibilità. Anche nella programmazione, pianificazione e realizzazione delle aree e degli edifici industriali ci devono essere qualità e garanzia sull’operato di tutti gli attori coinvolti nel processo costruttivo. In questo modo si stimolerà il nuovo paradigma del costruire opifici e il trasferimento di innovazione attraverso la filiera. Oggi il mercato delle costruzioni chiede alle imprese specializzazione e conoscenza. Prescrizione e ricerca di qualità certificata spingeranno la filiera delle costruzioni verso questi obiettivi oramai improcrastinabili, che potremmo definire, addirittura, di sopravvivenza. Il secondo livello di ragionamento è la scala architettonica, ossia la costruzione degli edifici e degli spazi esterni. Il paradigma delle costruzioni è cambiato irreversibilmente negli ultimi anni. È in atto un cambiamento generazionale che non è anagrafico ma culturale. L’opificio non può sottrarsi a questo cambiamento. Un edificio costruito dieci o quindici anni fa è lontano parente degli edifici realizzati oggi, poiché la ricerca e la richiesta di prestazioni energetiche sempre più spinte hanno modificato le caratteristiche degli elementi costruttivi e le scelte impiantistiche.


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Sostenibilità delle aree produttive e degli edifici industriali

La prefabbricazione in calcestruzzo, in acciaio e, in maniera sempre più diffusa, in legno ha un ruolo prevalente nella costruzione degli edifici industriali. Anche il mondo della costruzione prefabbricata sta compiendo rilevanti progressi in innovazione di prodotto e di processo e sta spostando in avanti il punto di non ritorno tecnico e tecnologico, favorendo il trasferimento di innovazione all’interno della filiera. Ciò permette alle politiche ambientali, di tutela e salvaguardia del territorio, di risparmio ed efficienza energetica di trovare più facile diffusione nella progettazione, nella realizzazione o nella riqualificazione delle aree industriali. Ad esempio, aumenta l’attenzione nella progettazione del “suolo” e degli spazi esterni, con una particolare attenzione ai materiali del progetto; le aree verdi diventano elementi fondamentali nella pianificazione e non sono più relegate a “spazi di risulta”. La programmazione di “mix funzionali” nelle aree industriali favorirebbe la progettazione e la realizzazione di fabbricati più flessibili con caratteristiche tecniche non più finalizzate

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esclusivamente alla funzione industriale (magazzino, produzione) ma predisposti a ricevere attività di altra natura (si vedano le recenti tendenze dell’adattamento di fabbricati produttivi a loft abitativi), agevolandone il riuso. Serve un’integrazione più efficace che aiuti il superamento della resistenza culturale a non considerare le aree industriali come parti integranti della civitas urbana. Devono aumentare l’attenzione e il rispetto per il “ciclo dell’acqua”; i tetti devono diventare una “risorsa” non solo per alloggiare le rinnovabili ma anche per la mitigazione idraulica, per la riduzione del surriscaldamento estivo, per contenere il fenomeno dell’isola di calore. Si devono promuovere soluzioni impiantistiche più efficienti come, ad esempio, la cogenerazione per sfruttare energie altrimenti disperse (chiusura, nei limiti del possibile, dei cicli anche nell’ambito energetico dove “il mio calore residuo inutilizzato diventa la tua fonte”); si deve stimolare la diffusione di sistemi di gestione intelligente dell’energia sia a

scala territoriale che a scala architettonica di building automation, per il controllo della sicurezza, dell’ambiente e per il miglioramento dell’efficienza energetica complessiva. Pensare a una sorta di smart areas in smart cities. Non si può superare l’equazione latente nell’immaginario collettivo: “area industriale = cemento e asfalto” se non si pianificano e realizzano aree verdi funzionali, marciapiedi, piste ciclabili, servizi, se non si migliora l’accessibilità nelle aree produttive. Ossia, se non si integrano le aree industriali con l’attuale trasformazione territoriale e se non si tiene conto delle dinamiche di cambiamento della domanda sociale ed economica. Questi sono obiettivi da perseguire per trasformare le aree industriali da luoghi dequalificati e quasi emarginati a luoghi attrattivi.


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NUOVI SISTEMI DI MERCATO PER L’EDILIZIA SOSTENIBILE, LE SMART GRID E I PICCOLI IMPIANTI PER LA PRODUZIONE DISTRIBUITA DI ENERGIA di Paolo Gurisatti, ECLT Università di Venezia

L’Italia è in una fase difficile da almeno vent’anni, da subito dopo la prima crisi finanziaria del 1992. Soffre di un rallentamento preoccupante della produttività per addetto, non riesce a far decollare forme di sviluppo endogeno nel Mezzogiorno e si ritrova un sistema di servizi pubblici costoso, dispendioso dal punto di vista energetico e in molti casi “arretrato” dal punto di vista tecnologico. Deve trovare il modo di risolvere questi problemi, mettendo in efficienza la rete delle imprese, i quartieri delle città e anche i piccoli paesi, sparsi negli Appennini e nelle vallate alpine. Dopo la crisi del 2008 (segnata da una forte crescita dei costi delle materie prime e dell’energia in particolare) è apparso chiaro che la riduzione dei consumi energetici, il ricorso a fonti rinnovabili locali e il contenimento dei costi ambientali sono condizioni indispensabili per garantire la permanenza della nostra economia all’interno del gruppo delle economie avanzate. In prima linea su questo fronte si collocano, paradossalmente, gli enti locali che governano il territorio e le società di gestione dei servizi pubblici essenziali. E’ vero, infatti, che una parte del rinnovamento del nostro sistema dipende dalle grandi aziende nazionali, a partire da quelle che si occupano del problema energetico (come ENI, ENEL, TERNA). E’ anche vero però che gli investimenti che possono dare migliori risultati sono quelli decisi a livello locale da reti di piccola impresa ed enti territoriali, che possono incidere sul patrimonio edilizio e paesaggistico, sulla ri­progettazione delle reti in bassa tensione e sulla produzione distribuita di energia. Negli ultimi anni è prevalsa la convinzione che i problemi energetici del Paese debbano essere risolti a livello nazionale, da investitori privati che costruiscono grandi centrali collegate alla rete. Molto è stato fatto con i parchi eolici e con la creazione di campi fotovoltaici. Ma il

sistema di mercato dell’energia e delle costruzioni non è cambiato. Poco si è fatto per creare migliori competenze sull’efficienza energetica, poco per cambiare le abitudini dei consumatori (pubblici e privati), che devono imparare a investire su edifici e impianti più sostenibili, poco per incoraggiare i produttori nazionali (progettisti, costruttori e manutentori di piccoli impianti) a offrire soluzioni energetiche personalizzate, adatte alla configurazione specifica del nostro territorio. Nei prossimi anni sarà necessario cambiare direzione, limitare i grandi investimenti “standard” e far crescere invece un’industria nazionale dell’efficienza energetica e della produzione distribuita in piccoli impianti, secondo un modello più vicino all’esperienza tedesca. Questa prospettiva è all’origine del distretto tecnologico dell’energia e dell’ambiente del Trentino (oggi rappresentato da Habitech e da GBC Italia). Il distretto si è sviluppato in base all’idea che la diffusione dei piccoli impianti dipenda dal cambiamento nel “sistema di mercato” dell’energia, vale a dire dalle modalità con cui si incontrano domanda e offerta. Perché un “nuovo sistema di mercato” nell’edilizia e nei servizi pubblici locali Un sistema di mercato è l’insieme delle regole (tra le quali ci sono anche i prezzi e gli incentivi, ma soprattutto le consuetudini contrattuali e le convinzioni culturali) che consente alla domanda e all’offerta di incontrarsi e, se possibile, evolvere e apprendere insieme. David Lane e Robert Maxfield hanno codificato il concetto come segue: «Per sistema di mercato intendiamo un insieme di agenti che si relazionano tra loro in base a modelli di interazione ricorrenti. Queste interazioni sono organizzate attorno ad una famiglia di artefatti in evoluzione». Si tratta di una definizione semplice, che

riesce a compendiare diversi aspetti del processo di innovazione. Non si deve dare per scontato che bisogni e soluzioni siano chiare agli operatori sin dall’inizio. Nei settori in evoluzione l’incontro tra domanda e offerta dipende da numerose condizioni di contesto, che devono essere “costruite”. Ad esempio investendo su modelli di interazione ricorrente o sistemi di valutazione delle prestazioni degli artefatti. Questi ultimi consentono, a compratori e venditori, di “riconoscere” le qualità specifiche delle nuove famiglie di prodotti e di intendersi sul mercato. I sistemi di relazione ricorrente consentono un apprendimento reciproco e quindi una co­ evoluzione (innovazione) di clienti e fornitori. Se osserviamo il mondo dell’edilizia e dei servizi energetici da questa prospettiva, possiamo osservare le seguenti condizioni in Italia: ­ gli edifici si comprano e si vendono in ragione di quanto costano a metro quadro e non in ragione dei costi di gestione energetica (quanto consumano a metro quadro) nel corso della loro esistenza; si valutano in ragione del numero dei vani e dei bagni e non in ragione delle prestazioni energetiche; ­ le reti di distribuzione dell’energia si pianificano in ragione di un modello ingegneristico che privilegia il rendimento della centrale di produzione, rispetto alle dispersioni e alla flessibilità del sistema. La capacità di risparmiare, accumulare energia, effettuare scambi sul posto, sono considerati elementi secondari rispetto ai costi e ai “rendimenti” delle turbine; ­ gli impianti per produrre energia da fonti rinnovabili si comprano e si vendono non in ragione del grado di autonomia che garantiscono al consumatore e del fatto che possono concorrere alla nascita di isole efficienti dal punto di vista energetico (ad esempio aumentando lo scambio sul posto), ma in ragione degli incentivi del governo, dalle procedure di autorizzazione delle banche e delle istituzioni pubbliche.


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Queste condizioni impediscono all’Italia di diventare un mercato efficiente per una nuova generazione di edifici e di servizi energetici e ambientali. Sarà difficile raggiungere gli obiettivi di efficienza energetica e di bilancio energetico più equilibrato di cui abbiamo bisogno per crescere nell’era della green economy. Queste condizioni vanno modificate facendo leva su nuovi strumenti di politica industriale, nuove strategie di investimento dei governi locali (come il Patto dei Sindaci), ma anche su nuove strutture di supporto al mercato (come sono le associazioni che sviluppano sistemi di valutazione, standard di qualità e criteri di sostenibilità, sistemi contrattuali e di finanziamento). “Green, smart & small” è lo slogan adottato dal Distretto Tecnologico Trentino per identificare le famiglie di artefatti attorno alle quali il sistema Italia dovrebbe investire con maggiore determinazione, come ha fatto peraltro il sistema Germania. Spostare il punto di incontro tra cliente e fornitore nel settore delle costruzioni e dei servizi energetici e ambientali non è facile, perché bisogna creare nuovi modelli di relazione ricorrente e nuovi strumenti culturali. Come fa a decollare una nuova industria dell’edilizia o delle ristrutturazioni (come il Piano Casa) se clienti e fornitori non riescono ad intendersi sul significato e sul valore dei green buildings (edifici che non consumano), delle smart grids (reti intelligenti anche in bassa tensione) e dei small plants (piccoli impianti da pochi kilowatt che producono energia vicino ai luoghi in cui questa viene consumata)? L’attuale sistema di mercato (fortemente distorto da regolamenti e incentivi pubblici) tiene questi artefatti ai margini della nostra economia. Nonostante le soluzioni tecnologiche esistano già, gli investimenti crescono molto lentamente, sono ostacolati da vincoli amministrativi e culturali di diverso tipo e vengono resi più incerti dalla concentrazione delle risorse pubbliche su artefatti e servizi tradizionali. Il caso di Habitech in Trentino, ma anche altre incoraggianti esperienze nelle regioni del Sud, ci aiutano a capire in che modo sia possibile modificare questa situazione e promuovere la nascita di nuovi sistemi di mercato nel settore dell’edilizia e nei servizi pubblici locali del nostro paese.

Il caso dell’edilizia sostenibile (e il ruolo di agenzie per l’innovazione come Habitech o GBC Italia) Il settore dell’edilizia è entrato in crisi strutturale per gli eccessivi investimenti fatti negli ultimi quindici anni. Il “mattone”, come sappiamo, ha attirato in Italia più investimenti e risparmi che in altri Paesi. Non solo abbiamo costruito troppo, ma abbiamo anche costruito male. Dall’inizio di questo decennio alcuni territori, più sensibili ai temi della sostenibilità, hanno iniziato a introdurre correttivi all’andamento generale del mercato. L’Alto Adige, ad esempio, seguendo un filone di pensiero molto diffuso in Germania e in Austria (quello della “casa passiva”), ha introdotto vincoli energetici ai sistemi costruttivi. Ha introdotto il regolamento di Casaclima e investito sulla cultura della certificazione energetica degli edifici. L’iniziativa ha avuto molto successo, anche fuori dai confini regionali, tanto che una parte del mercato italiano ha iniziato a scambiare edifici certificati dall’agenzia Casaclima in ragione dei loro consumi, come accade per i frigoriferi e le lavatrici (Classe A per gli edifici che consumano meno di 25 Kw per metro quadro, Classe B per gli edifici che ne consumano 40 e così via). Oggi non sono pochi i compratori orgogliosi di possedere una “Casaclima”. Lo standard è diventato addirittura identificativo di una nuova famiglia di artefatti nel settore costruzioni. Il ruolo dell’agenzia Casaclima, nel campo degli edifici privati di piccole dimensioni, è stato dunque decisivo per modificare il mercato. L’autorevolezza e la credibilità dell’Alto Adige in materia di sostenibilità hanno concorso all’emergere di un’offerta innovativa in un settore in crisi strutturale nei segmenti più tradizionali. Una fascia di consumatori pionieri ha iniziato a investire su edifici “Euro 6” nella convinzione di ottenere due benefici: da un lato un manufatto meno costoso dal punto di vista della sua gestione e manutenzione, dall’altro un bene di investimento destinato a mantenere il suo valore nel tempo, in un

mercato inflazionato da prodotti­edificio di scarsa qualità. Sulla falsariga dell’esperienza di Casaclima, il Trentino ha deciso di compiere un secondo passaggio importante a sostegno del sistema di mercato degli edifici ad alte prestazioni (o green buildings) in Italia: ha deciso di investire sulle competenze e sulle regole di mercato nel segmento dei grandi edifici con funzioni commerciali (scuole, ospedali, banche, caserme, edifici pubblici, centri commerciali e direzionali), non ancora adeguatamente coperto da Casaclima. Nel 2005 il segmento non residenziale delle costruzioni stava entrando in una fase di difficoltà e differenziare i prodotti sembrava essere un’opportunità interessante per le imprese trentine. L’intervento si è articolato in due direzioni: da un lato nel sostegno delle competenze locali dei produttori di edilizia e impiantistica sostenibile, attraverso la creazione di un centro di servizi specializzato; dall’altro nella “importazione” in Italia di uno standard di valutazione, complementare al già esistente sistema di misurazione delle prestazioni energetiche. Uno standard in grado di calcolare le prestazioni acustiche, la qualità dell’aria, l’impiego di risorse scarse come territorio e acqua, ma, soprattutto, un sistema culturale in grado di promuovere la diffusione di una nuova logica progettuale. Nella prima direzione si sono mosse le imprese, d’intesa con la Provincia Autonoma di Trento, con il MIUR e le associazioni locali di categoria. Le imprese hanno costituito un consorzio a maggioranza privata, Habitech (www.habitech.it) capace di offrire servizi di assistenza tecnica per l’innovazione e servizi di certificazione (LEED in particolare). LEED è acronimo di Leadership in Energy and Environmental Design ed è il sistema di valutazione complesso appena citato. È internazionale, è adottato da molti paesi, è gestito da una comunità di professionisti e costruttori che comprende ormai alcune centinaia di migliaia di operatori di tutto il mondo. Nella seconda direzione si sono mossi operatori privati, istituzioni locali e università interessati a creare la sezione italiana dell’organizzazione internazionale che promuove e gestisce lo standard LEED, vale a dire il World Green Building Council. In questo modo è nata


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l’associazione Green Building Council Italia (www.gbcitalia.org), che ha rapidamente coinvolto più di 600 operatori interessati e svolto funzioni analoghe a quelle di Casaclima. È ancora presto per dire se queste iniziative siano veramente riuscite a cambiare il sistema di mercato dell’edilizia nel nostro paese. Le resistenze opposte dalle organizzazioni che difendono il sistema di mercato tradizionale è stata molto forte e in questo momento sono ancora pochi gli edifici comprati e venduti secondo le logiche di Casaclima e LEED. Ma si può certamente affermare che sia decollato un nuovo spazio di incontro tra domanda e offerta che alcuni anni fa non esisteva. Soprattutto dopo la crisi energetica del 2008 è aumentata in modo significativo la domanda e l’offerta di green buildings in quasi tutte le regioni del Paese. Mancano ancora strumenti finanziari dedicati e canali commerciali adeguati, ma basta osservare l’evoluzione delle fiere di settore per riconoscere che l’innovazione procede. Oltre al SAIE di Bologna, sono oggi molto frequentate Green Building /Solarexpo a Verona, Made Expo a Milano, Casaclima a Bolzano e, recentemente, Re+Build a Riva del Garda. Crescono inoltre le iniziative di comunicazione specializzate, si moltiplicano le riviste, gli incontri, i corsi di formazione per operatori e semplici cittadini. Il sistema pubblico degli appalti, semmai, è rimasto lievemente arretrato. Salvo casi isolati, la maggior parte delle regioni e dei comuni non ha modificato i regolamenti edilizi, introducendo principi di sostenibilità e criteri di valutazione analoghi a quelli suggeriti da Casaclima e GBC Italia. Nella migliore delle ipotesi i compratori pubblici fanno riferimento a ITACA (www.itaca.org) e non utilizzano ancora bandi che escano dalla logica del “massimo ribasso”. Il sistema di mercato del green building, nonostante la crisi, continua a crescere e potrà presto contribuire all’efficienza energetica del nostro patrimonio immobiliare. Deve tuttavia trovare sponde più reattive all’interno della pubblica amministrazione e misurarsi, più di quanto avvenuto finora, con il difficile tema delle ristrutturazioni. Nel Mezzogiorno, la questione è strettamente intrecciata con il ruolo dei borghi storici e dell’economia locale, soprattutto nei territori montani e collinari dell’interno. In questi territori la questione dell’efficienza energetica si intreccia a doppio filo con la ricerca di una nuova identità del paesaggio e con la costruzione di sistemi energetici coerenti con la vocazione agro­industriale e turistica degli abitati. Obsoleti sistemi di

metanizzazione, campi eolici e fotovoltaici non sembrano essere sempre coerenti, né dal punto di vista dei costi, né dal punto di vista dell’impatto sulla dinamica dell’economia e della società locali. Ruolo delle utility locali e delle politiche pubbliche per l’energia Migliori risultati complessivi saranno possibili se, a fianco del sistema di mercato dell’edilizia sostenibile, riusciranno a decollare gli altri due sistemi di mercato citati all’inizio: quello delle smart grids e dei piccoli impianti per la produzione distribuita di energia da fonti rinnovabili. Torniamo per un momento al sistema di mercato dell’edilizia sostenibile e osserviamo come gli agenti coinvolti (pubblici e privati) abbiano investito sui tre livelli che configurano il sistema stesso: ­ a livello macro (ove è necessario definire regole, parametri di misura, istituzioni di riferimento e sistemi di relazione che accompagnano lo scambio di mercato) hanno fatto nascere agenzie come Casaclima, GBC Italia e strutture di indirizzo che allineano domanda e offerta su nuovi parametri di prodotto; ­ a livello micro (ove è necessario definire formule contrattuali che facilitano lo scambio e permettono a compratori e venditori di intendersi senza eccessiva difficoltà) hanno predisposto tool kit di progettazione, certificazione, costruzione, sistemi di accreditamento delle competenze, strumenti pratici di gestione dei cantieri, misurazione degli edifici, gestione dei processi produttivi, degli appalti, dei prezzi, ecc.; ­ a livello meso (ove è necessario costruire le competenze che assicurano all’innovazione nazionale di non perdere il contatto con l’innovazione globale) hanno fatto nascere scuole di formazione, riviste specializzate, promosso comunità professionali efficienti, attivato contatti con il circuito internazionale del sapere.

Anche nei settori della produzione e distribuzione di energia è indispensabile fare altrettanto. Per avere sistemi di mercato efficienti nelle smart grids e nei piccoli impianti, è necessario immaginare interventi analoghi a quelli sperimentati nell’edilizia a livello macro, micro e meso. In questo ambito è decisivo il ruolo degli enti locali, delle utility, dell’ENEL e più in generale delle agenzie preposte alle politiche pubbliche per l’energia. La politica energetica, in primo luogo, potrebbe svolgere un ruolo di supporto alle nuove tecnologie (piccoli impianti e smart grids) decidendo di investire con maggiore determinazione (ispirandosi al modello tedesco) sullo scambio sul posto, sulle soluzioni di piccolissima scala, sulla riduzione dei tempi e dei costi di autorizzazione per gli impianti da pochi Kw. A livello macro possono intervenire le associazioni di utility, commissionando la progettazione di impianti integrati “su misura” da parte di EPC italiane (Engineering, Procurement, Construction) o ESCO (Energy Service Company) che garantiscano la realizzazione e gestione di impianti basati su parametri di autonomia, circolarità, interoperabilità dei componenti. Questa prospettiva, anche per la mancanza di concorrenza, è oggettivamente difficile. Ma possibile in un ambiente culturale più ricco. Smart grid e piccoli impianti restano oggetti misteriosi e non possono dimostrare il loro valore se non sono supportati da agenzie analoghe a Casaclima e GBC. Qualche anno fa si sono create associazioni per lo standard elettrico come Lon World oppure Konnex Italia, ma non sono state capaci di offrire agli operatori del settore sistemi di valutazione delle prestazioni, parametri di controllo della qualità, sistemi normativi favorevoli all’innovazione. Politiche pubbliche, utility e grandi monopoli nazionali sono rimasti allineati in difesa dell’esistente. Unico segnale in controtendenza è forse la pubblicazione dei bandi MIUR dedicati al tema delle smart cities, all’interno dei quali potrebbero trovare ospitalità alcuni esperimenti avanzati. Ma nel settore energetico, paradossalmente, esiste un contesto molto meno dinamico di quello dell’edilizia. A livello meso cominciano ad esistere comunità di tecnici che discutono e dipartimenti del CNR o dell’ENEA che costruiscono relazioni globali. Ma il filone culturale prevalente è tuttora dominato dai difensori delle economie di scala, dei grandi impianti e dei sistemi di distribuzione unidirezionali. Siamo lontani dalla creazione di network di competenze analoghi a quelli promossi dalle associazioni della


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communities. Vale a dire un’associazione di professionisti dello sviluppo locale e della pianificazione energetica che credono nella possibilità di progettare sistemi efficienti in accordo con le rappresentanze dei sistemi locali (comuni, unioni di comuni, ma anche distretti produttivi e aggregazioni d’impresa). Per green community la rete intende «un territorio che punta ad essere autonomo dal punto di vista energetico ed è in grado di gestire i propri problemi ambientali nel giardino di casa».

bio­edilizia, da Casaclima e dal GBC Italia. Le stesse associazioni di rappresentanza delle imprese che operano nel settore delle rinnovabili (ANEV, FIRE, Itabia, APER, ecc.) stentano ad emergere e a svolgere un ruolo riconosciuto nel sistema di governance degli investimenti nazionali. Nord e Sud sono accomunati da una medesima condizione di arretratezza. A livello micro, in un contesto incerto e continuamente scosso da decisioni governative che modificano le regole di funzionamento del mercato (non solo le variazioni introdotte nel Conto Energia, ma anche le decisioni assunte a proposito delle utility in house) mancano ancora oggi strumenti minimi di allineamento tra domanda e offerta. E il sistema di mercato stenta a decollare. Verso una rete nazionale di green communities Nel contesto sin qui descritto potrebbero assumere un ruolo propositivo gli enti locali che avvertono l’importanza delle scelte di investimento dei territori. Se è vero che il paese è costituito da ambienti produttivi molto diversi tra loro, con esigenze energetiche diverse e con una dotazione di fonti rinnovabili differenziata, è proprio a livello locale che può nascere un sistema di mercato più efficiente per le rinnovabili. Per definire ipotesi di investimento realmente efficaci e in grado di dare un contributo concreto alla ristrutturazione del sistema energetico locale i comuni, le unioni di comuni e gli altri tipi di aggregazione territoriale hanno tuttavia bisogno di linee guida, strumenti di valutazione e modelli di interazione con i fornitori di tecnologia. A questo scopo è nata, su iniziativa del Ministero dell’Ambiente e UNCEM (associazione dei Comuni di montagna, recentemente confluita in ANCI), l’idea di costituire una rete italiana di green

L’idea si è già trasformata in progetto e coinvolge attualmente quattro territori del Mezzogiorno (www.greencommunities.it) e altrettanti territori del Nord. In termini operativi, sulla base dell’esperienza compiuta nel settore dell’edilizia, il progetto cerca di mettere a punto un sistema di valutazione degli investimenti (lungo alcuni assi fondamentali per lo sviluppo energetico del territorio) e un pacchetto di linee guida per le decisioni degli enti locali (o di altre strutture di rappresentanza del territorio) in campo energetico. Il percorso è appena cominciato e si affianca a quello proposto dal Patto dei sindaci. Nella fase iniziale si sta concentrando sui problemi tipici dei piccoli comuni di montagna o collocati in aree non urbanizzate. Punta, come già detto, a sviluppare un sistema di valutazione e un insieme di linee guida che possano “allineare” le decisioni delle istituzioni territoriali (incluse agenzie di sviluppo, utility, distretti e delegazioni locali di reti nazionali) con quelle degli operatori privati, arrivando a “configurazioni energetiche” più efficienti e coerenti con le strategie di sviluppo locale. Ad esempio, in territori di montagna ricchi di biomasse forestali e con una forte vocazione al turismo si tratta di immaginare

sistemi alternativi alla mera importazione dall’esterno di gas naturale ed energia elettrica via elettrodotto. Allo stesso modo, in territori con una vocazione agro­ alimentare o manifatturiera, che produca scarti di lavorazione utili alla filiera energetica, si tratta di immaginare sistemi di recupero degli scarti che migliorino il bilancio energetico complessivo, annullando i costi di conferimento in discarica e nello stesso tempo riducendo il peso della bolletta energetica “esterna”. In tutti questi casi si tratta di attivare sistemi di analisi e progettazione “su misura”, sperimentando impianti energetici innovativi, complementari a quelli disponibili nella rete nazionale gestita da ENEL, ENI e della grandi utility a capitale misto. Non si tratta di un’operazione semplice, poiché travalica i limiti delle competenze e del ruolo degli attuali enti locali, di molte utility e anche di molti dipartimenti delle agenzie nazionale. Ma si tratta di un’operazione più facilmente realizzabile se gli agenti interessati riusciranno a costruire un “ambiente” (una rete nazionale) nel quale domanda e offerta di impianti innovativi possano definire insieme le regole d’ingaggio, i parametri di misura delle prestazioni energetiche, l’impatto di ogni investimento su diversi assi di sviluppo locale. La rete nazionale delle green communities si propone di svolgere, nel sistema di mercato dell’energia, un ruolo analogo a quello assunto da Casaclima o GBC Italia nel sistema di mercato dell’edilizia sostenibile. Il percorso è appena cominciato, ma la logica perseguita è la stessa.


38 I quaderni di Energheia Il primo passo: fare rete

UNA NUOVA GOVERNANCE TERRITORIALE

relatore Luciano Gallo, Direttore della Federazione dei Comuni del Camposampierese

Il direttore della Federazione dei Comuni del Camposampierese, Luciano Gallo, è intervenuto all’incontro nell’Alto Vicentino, a Santorso dal titolo “Il primo passo: fare rete. Verso un modello di green communities ­ pubblico e privato si confrontano e delineano la roadmap per le comunità sostenibili”, nell'ambito del ricco programma di greeNordEsT week 2012. Dopo aver ricordato il momento di profonda difficoltà economica che stiamo vivendo, che ha portato ad una conseguente indeterminatezza anche per gli enti locali, soggetti ormai ad un’amministrazione controllata direttamente da uno Stato che si sta ripensando con fatica, ha cercato di portare in evidenza il caso concreto della Federazione dei Comuni del Camposampierese. «La Federazione è un chiaro esempio di istituzione nuova che cerca di adottare una geometria idonea ad affrontare le sfide di domani. I cardini su cui si basa il percorso intrapreso da un po’ di tempo sono sostanzialmente tre. Il primo è la volontà di superare l’individualismo, per dare invece forza al “noi”, alla cooperazione e alla volontà di unirsi con collaborazione armonica tra le diverse parti ma non perdendo le proprie peculiarità e i propri carismi. Nella Federazione, i Comuni si aggregano esaltando politicamente, non cancellando, le proprie identità e ricercando economie di scala, flessibilità, comunità e adeguatezza nell’esercizio delle funzioni. La Federazione è un modo di fare le cose in grande mantenendole piccole, cercando di creare una rete dove si gioca alla pari, dove vincono le idee, la capacità di saper influenzare, di riconoscere, di orientare, di dare fiducia, di creare progetti sostenibili in grado di fronteggiare la crisi economica globale odierna. Si crea in modo tale un gruppo eterogeneo che mantiene le proprie caratteristiche, unito dagli stessi progetti comuni, in grado di essere maggiormente competitivo di fronte alle nuove dinamiche che si presentano.

Il secondo cardine è l’attenzione per l’identità territoriale distintiva, cercando di legare sempre il prodotto con l’identità territoriale in modo da poter esaltare i prodotti esistenti del Camposampierese rafforzando l’immagine e la tradizione dell’area di riferimento. Infine, la Federazione si focalizza sulla creazione di “comunità intelligenti” che sanno collaborare mettendo assieme le diverse competenze». Di fronte a queste riflessioni si è riportato in evidenza il nuovo paradigma del B.E.S.T. (benessere equo sostenibile territoriale), come risposta diretta al monitoraggio del benessere del Camposampierese, superando lo strumento obsoleto del PIL (prodotto interno lordo). Il B.E.S.T. prende in considerazione quattro dimensioni fondamentali, per le quali sono stati creati un set di indicatori. Le quattro dimensioni considerate sono: ­ dimensione sociale: il Camposampierese come territorio collaborativo, sicuro e solidale; ­ dimensione economica: il Camposampierese come territorio del bello e ben fatto con vocazione produttivo­ manifatturiera; ­ dimensione ambientale: il Camposampierese come territorio del sano e buono; ­ dimensione politico-istituzionale: il Camposampierese come territorio del “noi”. «I due strumenti adottati dal B.E.S.T. sono l’equità e la sostenibilità, che ci permettono di capire se stiamo perseguendo la strada e gli obiettivi che ci stiamo prefissando. Per governare il B.E.S.T., come nuovo modello di sviluppo, servono nuovi occhi, che indichino la rotta da seguire. È fondamentale, inoltre, creare nuovi modelli partecipativi, decisionali, organizzativi, finanziari e tecnologici che rendano sempre più il B.E.S.T. un bene relazionale e comune affermando il “noi” positivo e vincente. Infine, non dimentichiamoci l’importanza della

creazione di una governance chiara con organismi efficienti e dinamici: esemplare l’esperienza della stessa Federazione dei Comuni del Camposampierese e l’Intesa Programmatica d’Area che ne deriva, prima organizzazione che riunisce parti sociali, terzo settore e pubblica amministrazione. Ecco la nostra visione: che la Federazione continui nel tempo a rafforzare il proprio territorio mantenendo gli obiettivi prefissati, con attenzione costante verso le potenzialità e le risorse caratteristiche presenti al suo interno, cercando di crescere in modo intelligente e sostenibile rispondendo in modo adeguato ad un ultimo quesito, chi voglio divenire come territorio?»


39 I quaderni di Energheia Il primo passo: fare rete

UN NUOVO RUOLO DEI COMUNI Lo sviluppo delle comunità locali di Pietro Menegozzo, Sindaco di Santorso

La pesante situazione economica generale che attanaglia famiglie, imprese ed istituzioni è alla base di un generale pessimismo con economisti e liberi pensatori che si ergono a profeti di future catastrofi e miserie. Uno dei pericoli di questa situazione è certamente la sensazione collettiva che non esistano più delle opportunità di sviluppo e tutto sia appiattito in un decadimento progressivo che coinvolgerà certamente l’Italia, ma più probabilmente il mondo intero. Non c’è spazio per una prospettiva futura, per un piano strategico, perché c’è la sensazione che se non si destineranno tutte le risorse alla gestione del contingente cadremo nel baratro. Le amministrazioni locali sono concentrate nel rispettare i vincoli di bilancio, in un quadro di risorse in progressiva diminuzione, gestendo anche in questo caso la parte corrente ed evitando grandi impegni negli investimenti. La nascita di un nuovo modello di comunità locale che fa della sostenibilità ambientale la base del benessere può essere un antidoto alla stagnazione imperante di pensieri ed azioni. Progettare una green community può essere lo stimolo per ricostruire percorsi strategici di sviluppo, per tornare a porsi obiettivi alti e per prospettare elementi di speranza alle nostre comunità. Nel corso dei dibattiti e degli incontri di greenNordEsT si è potuto constatare quanto il tema delle green communities possa coinvolgere cittadini, istituzioni ed imprese nella costruzione di un obiettivo comune. Si riscontra un grande interesse quando si affronta l’argomento di una comunità locale, non solo sensibile alle tematiche ambientali, ma che fa della sostenibilità l’essenza del "ben­essere" individuale e collettivo, l’elemento di eccellenza nel fare impresa, la base per una corretta alimentazione e per un sano stile di vita, un sogno o meglio un grande obiettivo da

proporre ai giovani per costruire il loro futuro. Un obiettivo strategico che non necessità di grandi infrastrutture e di colossali investimenti, perché sfrutta prevalentemente l’intelligenza del singolo ed il know­how collettivo, che esige un utilizzo costante delle nuove tecnologie e ne è promotore e catalizzatore esso stesso. Per fare questo, però, l’ambito comunale è troppo ristretto; ragionare di programmi strategici in contesti ambientali vuol dire parlare di territori. Per questo le amministrazioni devono fare rete, lavorare insieme tanto per passare da un Comune green a un Territorio green. Il lavoro di rete deve essere un’azione di sistema territoriale e coinvolgere le scuole, le categorie produttive, il mondo dell’associazionismo ed in particolare chi

opera in programmi educativi per i giovani. Le intese programmatiche d’area potrebbero essere lo strumento ideale per avviare questo processo, ma attualmente la partecipazione di amministratori e portatori di interesse sembra troppo debole. D’altra parte, nel mondo globalizzato la competizione è tra territori non tra piccole comunità e l’ambiente con la sua corretta gestione è già, e lo diverrà sempre più nel futuro, un fattore determinante e positivo nella competizione globale.


40 I quaderni di Energheia Il primo passo: fare rete

IL FONDO KYOTO Un’opportunità vera di risparmio per l’ambiente di Paolo Monaco, Direttore provinciale CNA Vicenza

Un pianeta Terra solo non basta più per soddisfare le esigenze di vita di un’umanità che si va espandendo e di una civilizzazione che sta finalmente prendendo piede anche nelle aree storicamente indicate come “terzo mondo”. Sulla base di questa consapevolezza, alla quale aggiungiamo pure i rischi crescenti dell’inquinamento ambientale prodotto dai “costi” della civiltà postindustriale, oggi si stanno moltiplicando appelli e convegni per individuare soluzioni e mezzi che evitino il collasso del sistema. Il recente incontro del cosiddetto “20­20­ 20” tenutosi a Rio de Janeiro è stato solo l’ultimo in ordine di tempo di una serie di appuntamenti mondiali, dove politici ed amministratori si sono riuniti con l’obiettivo di condividere misure, tempi e modalità attraverso cui ridurre i rischi per la sopravvivenza del pianeta. Obiettivo, purtroppo, sempre difficile da raggiungere, perché sconta una serie incredibile ed immorale di interessi, mediazioni e distinguo che sta portando ad un pericoloso immobilismo nell’affrontare con la decisione necessaria queste problematiche. Qualcosa però si sta muovendo ed esistono associazioni (spesso non governative), persone e movimenti che stanno contribuendo in maniera decisiva ad aumentare la consapevolezza collettiva del rischio che vivremo, se non cominciamo da subito a ridurre l’uso dei fattori inquinanti. All’inizio fu Kyoto, con il suo protocollo, peraltro non sottoscritto da importanti potenze mondiali come gli Stati Uniti e disatteso da chi, come l’Italia, aveva deciso di aderire al compromesso finale che uscì da quel primo, comunque importante, momento di sensibilizzazione mondiale sul tema dell’ambiente, che al tempo fissò le linee guida per la riduzione delle emissioni di gas serra responsabili del riscaldamento globale. Sulla scia di quell’evento storico, anche se i risultati derivati sono stati ampiamente al

di sotto delle aspettative e delle reali necessità, recentemente il Ministero dell’Ambiente e quello dello Sviluppo economico, attraverso la Cassa depositi e prestiti ed in accordo con ABI e Regioni, hanno attivato un ricco fondo, finalizzato all'attuazione del “Protocollo di Kyoto”.

Il Fondo Kyoto dispone complessivamente di circa 600 milioni di euro, finalizzati al finanziamento della realizzazione di interventi, anche piccoli, di riduzione delle emissioni responsabili dell'effetto serra. I relativi finanziamenti, a disposizione di privati, associazioni, aziende, soggetti pubblici, hanno le seguenti caratteristiche significative: ­ tasso agevolato, pari allo 0,50% annuo; ­ durata compresa fra i 3 e i 6 anni (15 anni per i soggetti pubblici); ­ rate di rimborso semestrali. La seconda tranche, che si aprirà in primavera 2013 e metterà a disposizione altri 200 milioni di euro, prevede qualche variazione: il tasso sarà dello 0,25% ma riservato ad Esco e Reti di Impresa, con ulteriori agevolazioni per chi assume nuovo personale. Da non sottovalutare, inoltre, il fatto che i benefici del Fondo Kyoto sono cumulabili con le altre agevolazioni contributive o finanziarie previste dalle normative comunitarie, nazionali e regionali (nel limite dei massimi previsti dalla vigente normativa dell'Unione Europea). L’attenzione ad attività volte a favorire la cultura dell’utilizzo delle cosiddette energie rinnovabili e il risparmio energetico è finalmente valorizzata e premiata anche dall’attore pubblico, che ha deciso di dirottare su questo genere di interventi le sue sempre più scarse risorse. CNA Vicenza, la Confederazione Nazionale dell'Artigianato e della Piccola e Media Impresa, da tempo sostiene ed opera per far sì che gli investimenti nella green economy e negli interventi di energia sostenibile siano la principale prospettiva per rilanciare le nostre imprese in settori che, peraltro, devono ancora sviluppare

tutte le loro potenzialità. In particolare, promuovere e realizzare interventi di risparmio energetico e di utilizzo di energie rinnovabili (fotovoltaico, solare termico, cogenerazione, etc.) nelle piccole e medie imprese che popolano e caratterizzano il territorio del Nord Est, raggiunge due risultati: un abbassamento dei costi e una maggiore compatibilità con l’ambiente della produzione artigiana e industriale. Il Fondo Kyoto, in tal senso, è un primo segnale di attenzione concreta a queste attività che va nella direzione giusta, in quanto offre l’opportunità di avere finanziamenti altamente agevolati per aumentare il risparmio energetico delle nostre imprese e sviluppare energie autoprodotte e rinnovabili. È sulla base di queste considerazioni che è nata la collaborazione forte e costante con il Comune di Santorso, che ha reso possibile attivare uno sportello CNA per cittadini e imprese intenzionati ad attivare domande e proposte di intervento per accedere al fondo. Nella Casa del Custode della suggestiva Villa Rossi di Santorso, dunque, è attivo dallo scorso giugno uno sportello settimanale, aperto tutti i lunedì dalle ore 17 alle 19, per fornire assistenza e consulenza gratuita ai soggetti che intendono beneficiare del finanziamento a tasso agevolato. L’accordo tra CNA Vicenza e il Comune di Santorso, inoltre, ha un’altra importante e non secondaria rilevanza: si tratta di un modello di collaborazione locale che dovrebbe costituire un esempio per la governance territoriale del futuro. Un futuro, purtroppo, che si prospetta difficile e con risorse scarse, per cui il vero valore e la vera ricchezza per i cittadini e le imprese saranno sempre più il prodotto di partnership efficaci e concrete. Dove l’impegno autentico e sentito sarà mettere in rete le reciproche conoscenze e competenze, a beneficio esclusivo della collettività e delle future generazioni. Perché il tempo è poco, e la Terra è, purtroppo, sempre e solo una.


41 I quaderni di Energheia

Scelte di pianificazione sostenibile: utility e aggregazioni territoriali

LA SVOLTA VERDE DI GENOVA

di Pinuccia Montanari*, Progetto Sostenibilità Ambientale Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia

Il Comune di Genova, dopo aver aderito nel 2009 al Patto dei sindaci, primo grande comune italiano assieme a Torino, ha presentato alla Commissione europea, alla fine di agosto 2010, il Piano d'Azione per l'Energia Sostenibile ­ Sustainable Energy Action Plan (PAES/SEAP) stabilito dalla formale ratifica, realizzato grazie alla collaborazione dell’Agenzia regionale per l’energia della Liguria (Are) e l’Università degli Studi di Genova (Cruie). Il Piano di Azione, la seconda tappa dopo l’adesione, è considerato dall’Unione Europea uno strumento operativo che ha come obiettivo la definizione delle politiche energetiche del Comune. A tutt’oggi, il PAES del Comune di Genova è il primo piano validato in Europa. Genova, infatti, è stata la prima città italiana ad ottenerne il riconoscimento dalla Commissione Europea. Non è un esercizio letterario, ma un vero e proprio piano, sottoposto a verifica da parte sia dell’Agenzia JRC della Commissione europea sia dell’Ispra, i cui indicatori misurabili e le azioni previste (più di ottanta dal Comune di Genova) sono stati supportati da una struttura interna di riferimento che ha permesso: l’avvio e la gestione del processo; il coinvolgimento di stakeholder e cittadini; l’organizzazione puntuale di monitoraggio e implementazione con una verifica biennale; l’attività di comunicazione, diffusione e condivisione delle esperienze correlate. Il PAES di Genova si basa sui risultati del Baseline Emission Inventory (BEI), che costituisce una fotografia della situazione energetica comunale rispetto all’anno di riferimento adottato, il 2005. È costituito da delle schede di azione che indicano, per ciascun intervento, il responsabile dell’attuazione, gli obiettivi, la descrizione dell’azione, i risultati ottenibili, i tempi di attuazione, gli attori coinvolti e i soggetti promotori, la copertura finanziaria, i possibili ostacoli e vincoli e le indicazioni per il monitoraggio.

Il dato di Genova, frutto della BEI, ha consentito di valutare i consumi energetici nei settori civili e dei trasporti del Comune, pari a 8.076.600 MWh e così suddivisi: 27% terziario, 5% edifici comunali, 21% trasporto privato, 2% trasporto pubblico comunale, 45% residenziale e le relative emissioni di CO2 (2.271.900 t. CO2 equivalenti), in cui fanno la parte del leone nella città di Genova il settore residenziale con il 42% di emissioni, il terziario con il 29% e il trasporto privato con il 23%. Il PAES, inoltre, ha consentito la realizzazione di una banca dati di riferimento. Gli obiettivi del Piano d'Azione per l'Energia Sostenibile si inseriscono tra le strategie e i programmi elaborati da Urban Lab, l’esperienza di urbanistica coordinata a Genova da Renzo Piano per il futuro della città. Urban Lab delimita Genova con la linea blu e la linea verde (Fig.1) e individua quali strategie prioritarie adottare, ovvero l’attuazione di nuovi metodi di governo, con la realizzazione di una città creativa e accessibile dove si vive bene. Genova città sostenibile favorisce il trasporto pubblico, con l’intermodalità delle varie tipologie di trasporto mediante

soluzioni alternative ecocompatibili (via ferro, via mare, attraverso lo sviluppo della mobilità verticale, ascensori, funicolari). Una città che privilegia il costruito rispetto all’espansione (costruire sul costruito), la riqualificazione, il completamento e la qualità urbana, l’integrazione sociale e l’eliminazione della periferia nella città. Quali i settori e le azioni? A Genova, edilizia e illuminazione pubblica possono contribuire alla riduzione di CO2, con un 6,9%, se si attuano azioni misurabili di risparmio energetico, domotica e interventi di efficienza energetica sugli impianti di illuminazione. Le azioni di rilievo previste dal PAES di Genova nel settore dei trasporti potranno portare ad un complessivo 5% di riduzione, intervenendo su svecchiamento della flotta municipale, potenziamento del trasporto ferroviario metropolitano, isole ambientali, politica di tariffazione ed estensione delle aree blu, soft mobility, ciclabilità e rete metropolitana wireless. Le azioni di rilievo previste nel settore della produzione locale di elettricità riguardano: l’energia eolica (parco minieolico); un accordo con privati per l’installazione di

Fig. 1


42 I quaderni di Energheia

Scelte di pianificazione sostenibile: utility e aggregazioni territoriali

fotovoltaico e lo sfruttamento delle superfici a tetto di proprietà comunale; incentivi all’installazione di impianti di micro cogenerazione in strutture ricettive, centri commerciali, impianti sportivi; biogas da rifiuti post raccolta differenziata. Il risultato è un meno 7,4% di emissioni. La riduzione complessiva rispetto al totale delle emissioni del Comune di Genova prevista dal PAES è di meno 538.014 tonnellate di CO2, pari al 23,7%. Un risultato importante che potrà migliorare raggiungendo un meno 40% di CO2, se Genova riuscirà anche ad essere "Smart city". Strategia già avviata dalla giunta guidata dall’ex sindaco Marta Vincenzi con una delibera che coinvolge più di novanta aziende genovesi. Anche in questo caso Genova si è aggiudicata, con i tre progetti di "Smart city", l’8% delle risorse messe a disposizione dalla Comunità Europea, ovvero sei milioni di euro. Come a dire che la sostenibilità passa attraverso un ruolo fondamentale delle città sostenibili. *Già Assessore ai Parchi storici e Patto dei sindaci del Comune di Genova (2009/2012)

GENOA TURNING GREEN by Pinuccia Montanari *, University of Modena and Reggio Emilia The Municipality of Genoa, after joining the Covenant of Mayors in 2009, was the first big Italian town, together with Turin, to present to the European Commission, at the end of August 2010, the SEAP ‐ Sustainable Energy Action Plan as determined by the formal ratification, achieved through the

collaboration with ARE (Regional Energy Agency of Liguria) and the University of Genoa (Cruie).

According to the European Union, the Action Plan, which is the second stage after accession, is an operational tool that aims to define the energy policies of the City. Genoa’s SEAP appears to be the first validated plan in Europe, and Genoa was the first Italian city to obtain the European Commission’s recognition. In Genoa’s Action Plan, which as all SAEP was verified both by the European Commission’s Agency JRC and by ISPRA (the Italian institute for environment protection and research), are more than 80 measurable indicators and actions. All of them were supported by an internal reference structure that allowed initiation and management of the process; involvement of stakeholders and citizens; organization of monitoring and implementation with checks every two years; communication, dissemination and sharing of related experiences.

Genoa’s SEAP is based on the results of the Baseline Emission Inventory (BEI), which is a snapshot of municipal energy situation, compared to a specific “reference year”, in this case 2005. It is made of “action sheets” pointing out, for each project, who is in charge for the implementation, the objectives, a description of the action, the results obtained, the timing, actors and promoters, financial coverage, possible problems and constraints, instructions for monitoring.

Genoa’s BEI resulting figures helped to appraise energy consumption in several private and public fields. The total, amounting to 8,076,600 MWh, is divided as follows: services 27%, municipal buildings 5%, private transport 21%, public transport 2%, residential 45%. Considering CO2 emissions (2,271,900t CO2 equivalent), the main role is played by the residential sector with 42% of emissions, followed by the service sector with 29% and private transport with 23%. The SEAP has also allowed the development of a reference database. The objectives of the Sustainable Energy Action Plan are part of the strategies and programs developed by Urban Lab, Genoa’s experience of urban planning coordinated by Renzo Piano for the future of the city. Urban Lab illustrates Genoa as bordered by the blue line and the green line (fig.1) and identifies the overriding strategies to take,

i.e. the implementation of new government systems with the realization of a creative, accessible and easy‐to‐live city. Genoa, as a sustainable city, fosters public transport, with mixed‐mode commuting between environment‐friendly alternatives: by train, by sea, through the development of vertical mobility, lifts, funiculars. A city that privileges building on existing buildings rather than expansion, focusing on requalification, completion and quality of urban life, social integration and the elimination of the suburbs of the city. Which sectors and actions? In Genoa, housing and public lighting can help for a 6.9% in reduction of CO2 just by implementing energy‐saving measurable actions, home automation and lighting efficiency. For transports, actions included in Genoa’s SAEP will bring an overall reduction up to 5%, thanks to the renovation of the public fleet, the expansion of city rail transport, environmental islands, price policy and extension of blue areas, soft‐mobility, cycling, metropolitan‐area wireless network.

Relevant actions are also planned for the local electricity production: wind energy (small‐scale wind park); private agreements for PV installation and exploitation of roofs in municipal properties; incentives for the installation of micro cogeneration systems in accommodation structures, shopping malls and sports facilities; biogas from waste after sorting. The result is a decrease of 7.4% in emissions. The SEAP forecasts an overall reduction of total emissions of 538,014 tons of CO2, equal to 23.7%. If Genoa will manage in being a Smart City, this important result could increase up 40%. This strategy was launched by former local government headed by Mayor Marta Vincenzi, which approved a resolution involving more than 90 local companies and businesses. With three Smart City projects, Genoa was awarded with 8% of the resources made available by the Community, i.e. six million euros. That’s to say that sustainability goes through the fundamental role of sustainable cities.

*Former Councillor for Parks and Covenant of Mayors of the Municipality of Genoa (2009/2012)


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Scelte di pianificazione sostenibile: utility e aggregazioni territoriali

IL COMUNE

DI PADOVA E IL PROGETTO CONURBANT di Daniela Luise, Settore Ambiente del Comune di Padova

Per rispondere efficacemente all’obiettivo di contribuire localmente agli impegni nazionali per la riduzione delle emissioni di CO2, l’Amministrazione Comunale di Padova si è dotata progressivamente di strumenti di pianificazione: il Piano Energetico Comunale (P.EN.CO) dal 1999; il Piano di Efficienza Energetica dal 2004; il Piano Operativo Energia dal 2009; il Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile (PAES) dal 2011. Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile La realizzazione e l’approvazione del PAES nel 2011 hanno permesso di organizzare e mettere a sistema tutte le azioni volte a conseguire gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 del 20% entro il 2020 proposti dall’Unione Europea, attraverso l’adesione al Patto dei sindaci (sottoscritto dal Comune di Padova nel 2010). Il PAES, con 39 azioni suddivise in cinque macro aree di intervento, prevede una riduzione di 398.412 tCO2, corrispondenti al 20,1% delle emissioni del 2005. Nello specifico, le linee d’intervento riguardano 1. Nuove energie a zero CO2 ­ Produzione locale di energia rinnovabile dell’ente e del territorio (­4%) 2. Una città più verde ed efficiente – Diffusione dell’efficienza energetica negli edifici, attenzione alle politiche urbanistiche, aumento delle aree verdi (­7%) 3. Reti e servizi intelligenti – Efficientamento delle reti di illuminazione pubblica, acqua, rifiuti del Comune (­3,7%) 4. Una città che si muove meglio – Promozione della mobilità sostenibile: flotta veicoli comunali, trasporti sul territorio (­3%) 5. Un’economia a basse emissioni – Riduzione delle emissioni nel settore industriale, agricolo, commerciale, terziario e consolidamento degli acquisti verdi dell’ente (­3,3%) La riduzione dell'utilizzo di combustibili

tradizionali, contestualmente alla diffusione di fonti rinnovabili, è stata promossa dall’Amministrazione Comunale su due fronti: gli interventi diretti su edifici pubblici e l’incentivazione di interventi privati. ­ Nel 2008 con incentivi comunali (ad ottobre 2009 installati 612 metri quadrati di pannelli solari termici e 1.363 metri quadrati di pannelli solari fotovoltaici, per un totale di 190 kWp). ­ Nel periodo 2009­2011 con gruppi di acquisto solare promossi dallo Sportello Energia dell’Assessorato all’Ambiente del Comune di Padova, in collaborazione con Legambiente ed Ente di Bacino Padova 2 (350 impianti, 1200 kW). ­ Nel 2010 con la campagna “Fai entrare il sole a casa tua e risparmia” che ha offerto un “pacchetto” di condizioni agevolate per l’installazione di impianti fotovoltaici “parzialmente integrati” (a fine 2010, circa 1.500 le richieste di installazione pervenute e circa 150 sono gli impianti realizzati). ­ Nel periodo 2010­2011, grazie al progetto Padova Solare, sono stati installati impianti fotovoltaici sui tetti di 52 scuole cittadine e palestre scolastiche (potenza installata pari a 1045 KWp) e altre tipologie di edifici (impianti sportivi, tettoie dei parcheggi dello stadio) con una potenza sviluppata pari a 4 MWp. CONURBANT è un progetto europeo “Intelligent Energy Europe” Il progetto ha lo scopo di incentivare la firma del Patto dei sindaci e l’elaborazione di PAES in alcune città europee. È prevista la creazione di un consorzio, formato da otto città “allieve”, che riceveranno supporto e formazione con un approccio di rete da due città “tutor” dotate di maggiore esperienza. Sono coinvolte città provenienti da sette stati europei, che vedono una presenza significativa dell’est europeo: Italia, Spagna, Cipro, Croazia, Romania, Lettonia e Bulgaria.

Oltre alle otto città “allieve”, che coprono complessivamente una popolazione di circa due milioni di abitanti, si cercherà di coinvolgere quaranta piccoli Comuni che fanno parte dell’area circostante alle città partecipanti, al fine di coordinare strategie che necessitano di essere perseguite su un territorio più ampio in modo coerente. Tuttavia, tali Comuni non saranno partner del progetto. A farne parte, invece, saranno cinque consulenti tecnici. Gli obiettivi previsti dal progetto sono creare un approccio di rete tra città medio­grandi per sviluppare Piani di Azione per l’Energia Sostenibile, assicurare una loro implementazione nel tempo e aumentare la diffusione di tale strumento in numerose altre città. Durante la stesura del Piano, ogni città “allieva” potrà contare sul sostegno e la supervisione di una delle due città “tutor” a cui è stata precedentemente abbinata. Inoltre, ogni città si terrà costantemente in contatto con un'altra città “allieva”, al fine di scambiarsi informazioni e monitorarsi a vicenda, portando avanti un vero e proprio approccio di rete. Sono previste anche visite reciproche tra le città “allieve” gemellate. Una volta ultimato il Piano, le città dovranno attuare almeno due azioni tra quelle stabilite entro il primo anno. I partner del progetto si attiveranno per trovare meccanismi di finanziamento, in particolare verranno sottoposte proposte al Fondo ELENA della Banca di Investimento Europea, che presumibilmente arriverà a finanziare cinque delle otto città.


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THE MUNICIPALITY OF PADUA AND THE CONURBANT EU PROJECT by Daniela Luise, Environment Office ‐ Municipality of Padua In order to effectively achieve the goal of local contribution to national commitments to reduce CO2 emissions, the City Council of Padua has progressively developed planning tools: the Municipal Energy Plan (P.EN.CO) in 1999, the Energy Efficiency Plan in 2004; the Energy Operational Plan in 2009 and the Sustainable Energy Action Plan (SEAP) in 2011.

Sustainable Energy Action Plan The implementation and approval of SEAP in 2011 has allowed to organize and systematize all the actions to achieve the goals of reducing CO2 emissions by 20% by 2020 as proposed by the EU, through the accession to the Covenant of Mayors (signed by the city of Padua in 2010). The SEAP, with its 39 actions divided into five macro‐areas of intervention, implies a reduction of 398,412 t CO2, corresponding to 20.1% of 2005 emissions. Specifically, the areas of intervention are: 1. New CO2‐free energies ‐ Local production of renewable energy (‐4%) 2. A greener and more efficient city ‐ Increasing energy efficiency in buildings, attention to planning policies, expansion of green areas (‐7%) 3. Intelligent networks and services ‐ efficiency of the city's networks of public lighting, water, waste collection (‐3.7%)

4. A better moving c ‐ Promotion of sustainable mobility: municipal vehicles, local transport (‐3%) 5. A low carbon economy ‐ Reduced emissions in industry, agriculture, commercial activities and in services; consolidation of green purchasing by the Municipality (‐3.3%)

The reduction in the use of traditional fuels, together with the diffusion of renewable sources, has been promoted by the Town Council in two ways: the direct intervention on public buildings, and the encouragement of private interventions.

‐ In 2008, with municipal incentives (in October 2009, 612 square meters of solar panels and 1,363 square meters of solar photovoltaic panels were installed, for a total 190 kWp). ‐ In 2009‐2011, with the “solar buying groups” promoted by the Energy Office of the Environment Department of the City of Padua, in collaboration with Legambiente (350 plants, 1200 kW). ‐ In 2010 with the campaign "Let the sunshine in your home and save", offering a "package" of favorable conditions for the installation of "partially integrated" photovoltaic systems (at end of 2010, about 1,500 requests were received and about 150 plants actually built). ‐ In the period 2010‐2011, thanks to the Solar Padova project, photovoltaic systems were installed on the roofs of 52 city schools and school gyms (installed capacity of 1045 kWp) and other buildings (sports facilities, parking of the stadium) with a power output of 4 MWp.

CONURBANT is an Intelligent Energy Europe project The project aims at encouraging the signing of the Covenant of Mayors and the development of SEAP in some European cities. It implies the creation of a consortium of eight “trainee” cities, which will receive support and training with a network approach, from two “tutor” cities with more experience. Cities from seven European countries are involved, with a significant presence of Eastern Europe representatives: Italy, Spain, Cyprus, Croatia, Romania, Latvia and Bulgaria. In addition to the eight “trainee” cities, covering a total of about two million inhabitants, there will be an effort to involve forty small towns located in the surrounding area of the participating cities, in order to coordinate strategies that need to be pursued on a larger area and in a consistent way. However, these municipalities will not be partners in the project. On the contrary, five technical consultants will be. The aim of the project is to create a network approach between towns and cities to develop Sustainable Energy Action Plans, to ensure their implementation over time and spread the use of this tool in other cities. During the drafting of the Plan, every “trainee” city can count on the support and supervision of the “tutoring” cities previously appointed to them. In addition, each city will keep in touch with another “trainee” city in order to exchange information and monitoring each other, developing a real network approach. Visits between the two combined “trainee” cities are also organized.

Once the Plan is ready, the city must implement at least two of the planned actions within the first year. The project partners will work actively to find funding mechanisms, and in particular proposals will be submitted to the ELENA Fund of the European Investment Bank, which will likely fund five out of the eight cities.


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Scelte di pianificazione sostenibile: utility e aggregazioni territoriali

IL RUOLO DELL’UTILITY AIM motore di sviluppo sostenibile a Vicenza di Paolo Colla, Amministratore unico Gruppo AIM Il ruolo di AIM nello sviluppo di un modello di città sostenibile deve essere definito alla luce della recente evoluzione della normativa riguardante i Servizi Pubblici Locali (SPL). In particolare è necessario assegnare il significato corretto ai termini privatizzazione e concorrenza, che vengono usati congiuntamente con grande disinvoltura per sintetizzare l’indirizzo della nuova normativa. Essi hanno, al contrario, significati diversi. La privatizzazione riguarda la proprietà del capitale, convertita da pubblica a privata. Si tratta di una scelta ideologica basata sull’assunto che la proprietà privata garantisca più efficacia e più efficienza della proprietà pubblica. La concorrenza, invece, prescinde dalla proprietà del capitale e assegna alla competizione tra aziende l’effetto di massimizzare efficacia ed efficienza, in contrapposizione al monopolio, nel quale la mancanza di alternative consente di cristallizzare sacche di inefficienza, rendite di posizione e immobilismo. I trattati dell’Unione Europea optano per la concorrenza, non per la privatizzazione. E così è anche per la recente normativa italiana dopo la sentenza della Corte Costituzionale n. 199 del 20 luglio 2012, che ha sancito l’incostituzionalità delle norme contrastanti l’esito del referendum del 2011. Il D.L. 18 ottobre 2012, n. 179 (c.d. Decreto Crescita 2) richiama il rispetto «della disciplina europea, la parità tra gli operatori, l’economicità della gestione» e la necessità che venga garantita adeguata informazione alla collettività di riferimento. Quindi la norma vigente, come la disciplina europea, non indirizza verso la privatizzazione, lasciando liberi gli enti affidanti di motivare la propria scelta in materia di affidamenti dei SPL. Tuttavia, con riferimento ai servizi pubblici locali, è necessario chiarire un secondo aspetto critico. Gli utenti, infatti, non sono meri consumatori, che nel mercato sono liberi di acquistare o meno un prodotto, o di scegliere la combinazione prodotto/prezzo che più soddisfa le loro esigenze ma cittadini titolari di diritti di cittadinanza. La raccolta e

lo smaltimento dei rifiuti, il trasporto pubblico, la manutenzione delle strade e del verde, la distribuzione dell’energia offrono opportunità, sostanziano la qualità della vita, favoriscono la redditività degli investimenti e, non ultimo, misurano la tutela dei diritti delle future generazioni. Diventa allora decisivo definire il contenuto dei servizi, la cui erogazione deve essere affidata alle aziende più efficienti. E tale contenuto deve incorporare le caratteristiche critiche, qualificanti del servizio pubblico, che deve essere «il più vicino possibile alle esigenze degli utenti» e deve affermare i valori comuni dell’Unione Europea quali «un alto livello di qualità, sicurezza e accessibilità economica, la parità di trattamento e la promozione dell’accesso universale e dei diritti dell’utente» (Trattato di Lisbona, Protocollo sui servizi di interesse generale). Questo è l’indirizzo che il Gruppo AIM sta seguendo in una proficua collaborazione con la proprietà, definendo i contenuti del riposizionamento strategico imposto dalla nuova normativa. I capitoli già definiti e/o in fase di realizzazione sono: ­ la recente costituzione di AIM Ecoenergy s.r.l.. Una newco a partecipazione privata per l’offerta “retail” di fotovoltaico ai privati, caratterizzata da snellezza burocratica (le pratiche per le autorizzazioni e il finanziamento sono oggi una vera barriera all’entrata), accesso al finanziamento, qualità dei pannelli (di produzione europea) e qualità dell’istallazione (effettuata da AIM); ­ la costituzione di un laboratorio di ricerca e sviluppo, sui temi delle smart grid e dell’efficienza energetica. Energy City Lab (ECL) ha l’obiettivo di produrre conoscenze applicate e modelli replicabili di intervento, di sperimentare sul campo soluzioni integrate a problemi energetici e ambientali di parti importanti della città. A partire da casi concreti, con il coinvolgimento di esperti collocati in tutte le fasi della filiera energetica, Energy City Lab intende sperimentare nuovi strumenti per la “costruzione sociale della rete locale”, a

misura degli utenti; ­ il primo passo compiuto da ECL consiste nella recente partecipazione al bando Smart Cities & Communities indetto dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR) con un progetto molto innovativo (in partnership con le università di Padova e di Bologna e aziende private innovative) relativo alla sperimentazione di “moduli di rete” ad alta efficienza per la distribuzione di energia (smart grid). Il progetto intende trasformare alcuni quartieri e aree omogenee di territorio in “comunità sostenibili” (green communities), attraverso una relazione più matura e generativa tra gli utenti, i fornitori di tecnologia e le strutture di finanziamento; ­ la ristrutturazione del Trasporto Pubblico Locale (TPL), favorita dall’integrazione tra gli operatori e finalizzata all’eliminazione delle sovrapposizioni del servizio, alla sinergia tra funzioni comuni, alla semplificazione del rapporto con l’utenza, al soddisfacimento di esigenze oggi insoddisfatte, alla riduzione dell’impatto ambientale e all’accrescimento della competitività del TPL rispetto al mezzo privato; ­ la riconversione, per quanto possibile malgrado la forte riduzione dei contributi regionali al TPL, del parco automezzi mediante acquisizione di sei nuovi mezzi a basso impatto ambientale; ­ l’aumento della quota di raccolta differenziata dei rifiuti, con l’estensione, già in attuazione, a nuove zone della raccolta differenziata mediante cassonetti intelligenti di carta e plastica, le campagne informative e di sensibilizzazione; ­ l’investimento in nuovi impianti e nuove tecnologie per lo smaltimento e il riciclaggio della plastica e per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Tali azioni, integrate alle politiche del Comune di Vicenza indirizzate alla sostenibilità dello sviluppo e alla riqualificazione dell’ambiente urbano, sostanziano la nuova mission del Gruppo che vuole diventare motore di crescita sostenibile della comunità servita.


46 I quaderni di Energheia

Scelte di pianificazione sostenibile: utility e aggregazioni territoriali

UN SISTEMA SOSTENIBILE Le possibili ricadute sull’economia locale di Pietro De Lotto, Direttore Generale Confartigianato Vicenza

L’iniziativa "Futuro Elettrizzante" sulla mobilità elettrica nasce da un’ambiziosa visione di Confartigianato: far divenire Vicenza e il suo territorio uno spazio di dimensioni europee in cui sperimentare nuovi modelli per la mobilità sostenibile. Gli orizzonti delineati dalla Commissione Europea con le politiche comunitarie Europa 2020 indicano le trasformazioni che subirà la mobilità di cose e persone verso un sistema di trasporto concorrenziale, che dovrà rimuovere i principali ostacoli nelle aree strategiche, alimentando sviluppo e occupazione e riducendo al contempo la dipendenza dal greggio e le emissioni di anidride carbonica. Di fronte a questo scenario ci siamo interrogati sugli effetti che queste politiche avranno sulle nostre imprese. Il risultato dell’analisi condotta sulla base associativa di Confartigianato Vicenza ha evidenziato che almeno diecimila imprese usano oggi mezzi aziendali su tratte inferiori ai cento chilometri al giorno e che la mobilità è una variabile vitale per l’efficienza competitiva delle imprese. D’altro canto, altri spunti di riflessione nascono dalle nostre analisi sul governo del territorio. Il vicentino, con un modello insediativo diffuso, è caratterizzato da frequenti spostamenti per brevi tragitti, interurbani e intercomunali, che incidono, come evidenziato dall’Arpav, Agenzia Regionale per la Prevenzione e protezione Ambientale del Veneto, sulla qualità dell’aria. I livelli raggiunti d’inquinamento da particolati e polveri sottili ci pongono, infatti, tra le provincie più inquinate del Paese. Inoltre, le caratteristiche imprenditoriali, insediative, strutturali, ambientali e socioeconomiche della provincia vicentina costituiscono un contesto estremamente significativo, a livello europeo, per sperimentare e trasferire buone prassi, vista la concentrazione di imprese di elettronica di potenza.

Traendo spunto da questa situazione, abbiamo proposto una roadmap alle nostre imprese, ai player dell’automotive e alle amministrazioni locali per riflettere sulle tecnologie legate alla mobilità elettrica sostenibile, consci che l’impegno che comporta questa sfida non può prescindere dalla costituzione di un’ampia e rappresentativa partnership. Siamo scesi in campo, dunque, proponendo soluzioni concrete per nuove filiere produttive da una parte e per contribuire a realizzare un nuovo modello di sviluppo territoriale sostenibile dall’altra abbiamo coinvolto attivamente i 121 comuni del territorio. Dal marzo del 2011 ad oggi, sono 84 i comuni (86% della popolazione) che hanno aderito al protocollo d’intesa di Confartigianato Vicenza per lo sviluppo e la promozione della mobilità elettrica, considerandolo un’opportunità per cittadini, pubblica amministrazione e imprese. L’impegno è promuovere lo sviluppo della mobilità sostenibile, tramite la formulazione di misure incentivare l’introduzione di veicoli elettrici, la diffusione di informazioni alle imprese e ai cittadini sui veicoli puliti, il sostegno alla produzione locale e la distribuzione di energia elettrica pulita, prodotta da fonti energetiche rinnovabili, promovendo una rete di ricarica e supportando le attività imprenditoriali locali attraverso misure d’agevolazione per accessi e soste in zone a traffico limitato (ZTL). Si tratta di un risultato importante sul piano del coinvolgimento e della condivisione di obiettivi in materia di ambiente e mobilità,

che non ha precedenti sul piano nazionale. Infatti, abbiamo destato l’interesse della Commissione Europea e del Ministero dell’Ambiente che hanno concesso i loro patrocini sulle iniziative organizzate. In quest’anno e mezzo, ci siamo resi conto dei potenziali effetti economici, ambientali e sociali generati da un nuovo distretto tecnologico dedicato alla mobilità sostenibile. Abbiamo stretto collaborazioni con le maggiori case automobilistiche europee impegnate nello sviluppo di auto green, abbiamo scoperto piccole e grandi aziende innovative che, riunite in consorzi o in alleanze di filiera, sono entrate nel business della nuova mobilità, utilizzando le più moderne tecnologie e l’artigianalità tipica del made in Italy. Oggi le piccole imprese innovative realizzano con reattività prodotti di alta tecnologia e all’avanguardia in questi nuovi settori, dimostrando che il percorso intrapreso è quello giusto. La sfida che abbiamo colto e che ci appassiona ogni giorno di più, quindi, è essere propositori di un laboratorio territoriale per la mobilità sostenibile che, con il sostegno della Commissione Europea e del Ministero dell’Ambiente, realizzi, testi e proponga soluzioni concrete per imprese, pubbliche amministrazioni e cittadini.


47 I quaderni di Energheia

Scelte di pianificazione sostenibile: illuminazione pubblica

PLUS ­ PROGETTARE LA CITTÀ Il caso di Bassano del Grappa di Andrea Zonta, Assessore alla Sostenibilità e Mobilità del Comune di Bassano

Il Comune di Bassano del Grappa, assieme ad alcune tra le città europee maggiormente sensibili al tema della luce e alla programmazione di politiche di illuminazione pubblica attente e rispettose dell’ambiente, partecipa in qualità di partner al progetto europeo PLUS “Public Lighting Strategies for Sustainable Urban Space”. Il progetto ha come obiettivo lo scambio di esperienze e politiche sviluppate a livello locale e regionale dai vari partecipanti nell’ambito del settore dell’illuminazione pubblica, con la finalità ultima di ridurre il consumo delle risorse energetiche, ridurre i costi per le amministrazioni attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie e mitigare i fenomeni di “inquinamento luminoso”. Con Bassano ci sono Eindhoven (NL), Lyon (FR), Nice Cote d'Azur Urban Community (FR), Burgos (ES), Patras (EL), Iasi (RO), Birmingham (UK), Tallinn (EE), Leipzig (DE), Plovdiv (BG), Lighting Urban Community International (FR). Da questa particolare esperienza e dalla volontà di adottare politiche che tutelino l’ambiente e la qualità della vita di tutti, è maturata la decisione dell’Amministrazione comunale di dotare Bassano del Grappa di un Piano Comunale di Illuminazione (PICIL), che tenga conto delle molte variabili che ruotano attorno ad una realtà complessa e affascinante come quella della luce. La scelta di concentrare la nostra attenzione su queste tematiche è dettata da vari fattori, primi tra tutti il risparmio energetico, la sostenibilità e l’attenzione all’ambiente, la riduzione dell’inquinamento luminoso e una migliore illuminazione della nostra città, in particolare del suo centro storico. Siamo perfettamente consapevoli del fatto che solo facendo rete, a tutti i livelli, si possano ottenere risultati di rilievo, per questo siamo stati onorati di essere stati inseriti in un progetto europeo che ci permette di confrontarci con realtà che sul piano dell’illuminazione propongono casi avanzati rispetto al nostro e per questo, fin dall’inizio, abbiamo organizzato momenti di

presentazione per i portatori d’interesse del territorio. I primi dati che i tecnici ci hanno presentato sono confortanti: il nuovo PICIL ci permetterà di risparmiare almeno il 30% del costo attuale, con una notevole riduzione dell’inquinamento luminoso e una maggiore percezione di sicurezza da parte della cittadinanza. Il centro storico avrà un’illuminazione a LED, così come i viali di ingresso alla città, e saranno studiate soluzioni specifiche per le esigenze dei vari quartieri cittadini. Dopo le presentazioni pubbliche avvenute nel mese di 2012, l’elaborazione del PICIL è proseguita nei mesi estivi all’interno dei tavoli di lavoro riservati ai tecnici. Gli incontri con la cittadinanza del mese di settembre saranno tre serate dedicate all’illuminazione, nelle quali presentare le esperienze di altre città europe; uno studio sull’illuminazione attuale e sulle prospettive per la nostra città e per il territorio e l’impatto che l’illuminazione pubblica può avere sulla qualità della vita delle persone. PLUS ­ DESIGNING THE CITY The case of Bassano del Grappa by Andrea Zonta, Councillor for Sustainability and Mobility of Bassano The Town of Bassano del Grappa, along with other European cities most sensitive to the theme of lighting and environmentally friendly planning of public lighting, participates as a partner in the PLUS European project "Public Lighting Strategies for Sustainable Urban Space". The project is aimed at exchanging experiences and policies developed at local and regional level by the participants in the public lighting sector, with the goal of reducing energy resources consumption, cutting costs for the administrations through the use of new technologies and mitigating the effects of "light pollution". Together with Bassano, Eindhoven (NL),

Lyon (FR), Nice Cote d'Azur Urban Community (FR), Burgos (ES), Patras (EL), Iasi (RO), Birmingham (UK), Tallinn (EE), Leipzig (DE), Plovdiv (BG), Lighting Urban Community International (FR) take part to the project. From this special experience and a willingness to adopt policies that protect the environment and everybody’s quality of life came the Municipality’s decision to provide Bassano del Grappa with a Municipal Lighting Plan (PICIL) that considers the many variables related to such a complex and fascinating issue as that of light. The decision to focus on these issues is determined by several factors, first of all energy saving, sustainability and respect for the environment, the reduction of light pollution, better lighting of our city, especially in the old town centre. We are well aware of the fact that just by networking, at all levels, we can achieve significant results. We were honoured to be included in an European project that allows us to exchange views with other realities which propose more advanced lighting plans than our own, and this is why from the very beginning of our journey we have organized presentation events for the stakeholders in the area.

The first data presented by the experts are encouraging: the new PICIL will allow us to save at least 30% of the current expense, with a significant reduction of light pollution and an increased perception of safety by citizens. The city centre will be provided with LED lighting, so as the main avenues of the city, and specific solutions to the needs of the different districts of the city will be developed.

After the public presentation in June, the PICIL processing continued during the summer with the networking tables for technicians. Yet in the month of September public meetings with citizens will start again. Subject will be public lighting: experiences from other European cities will be presented, together with a study on the current lighting system and the perspectives for our city and for the surroundings; and the impact that public lighting may have on people’s life quality.


48 I quaderni di Energheia

Scelte di pianificazione sostenibile: illuminazione pubblica

PAESAGGIO URBANO NOTTURNO Idee per l’illuminazione del centro storico di Bassano del Grappa di Claudia Calabrese, Claudia Campana, Luisa Stevan, Marina Vio ‐ Tetractis s.r.l.

Nel passato, quasi seguendo i silenziosi comandi del levarsi e del declinare del sole, l’uomo collegava alla luce la propria vita, alzandosi quando la prima luce si mostrava e ritirandosi quando la luce calava. La luce naturale suggeriva l’evolversi del tempo atmosferico, l’altezza e la posizione del sole, l’avvicendarsi continuo delle stagioni: quanto l’uomo percepiva mutava lentamente sotto i suoi occhi stimolandolo al continuo guardare. In modo opposto la luce artificiale si mostra troppo spesso indifferente al tempo e al modo con cui vengono usati gli spazi: identica nel corso delle stagioni, illumina le stesse cose durante tutte le notti. Senz’altro questo tipo di luce fa vedere, ma certamente non fa guardare. Ci si dovrebbe chiedere se abbia senso illuminare sempre allo stesso modo, riproporre lo stesso livello luminoso, la stessa intensità, lo stesso colore della luce in tutti i momenti della notte. Se, infatti, l’illuminazione notturna serve all’uomo, essa dovrebbe essere dosata secondo la sua presenza: la luce avrebbe così non solo un ruolo funzionale, ma diverrebbe anche comunicazione.

Nell’illuminazione proposta per il centro storico di Bassano, la luce artificiale riacquista la sua valenza suggestiva, riproponendo la variabilità della luce naturale, diventando sostanza immateriale capace di sottolineare i ritmi della città e lo svolgersi degli eventi al suo interno. Essa viene pensata sia per la dimensione pubblica della vita cittadina (quando la città deve accogliere visitatori e perciò deve mostrarsi), sia per la dimensione più propriamente intima (quando la città deve ritornare luogo che appartiene agli abitanti). La logica di illuminare dove e quando serve, collegando la luce alla presenza delle persone, suggerisce di dosare l’illuminazione regolando i livelli luminosi e riducendo, con l’avanzare della notte, anche l’estensione delle superfici illuminate. La tonalità della luce, pur sempre “bianca”, cambia per segnalare le mutazioni dei ritmi della città. Le immagini ia fianco rappresentano in modo concettuale, e assolutamente non progettuale, l’effetto scenografico conseguente all’applicazione del concept, considerando i diversi giorni settimanali alla medesima ora (prima delle 23).


49 I quaderni di Energheia

Scelte di pianificazione sostenibile: illuminazione pubblica

La città, che è di fatto il teatro della nostra vita e il palcoscenico dove si svolgono le nostre attività quotidiane, trova nella luce un’impalpabile scenografia che fa sentire il cittadino contemporaneamente attore e spettatore. Nella bella stagione, quando un numero rilevante di turisti visita la città e i suoi monumenti, nel centro storico di Bassano le attività culturali aggiungono un interesse ulteriore alle bellezze locali. La luce diviene allora elemento di comunicazione: un aumento di luminosità o una diversa tonalità di luce mostrano gli edifici o le zone cittadine in cui si sta svolgendo l’evento (vedi immagini sotto). Con questo approccio innovativo, secondo il quale il Piano Regolatore dell’Illuminazione Comunale intende affrontare il problema del centro storico, viene sviluppata una linea guida progettuale che ha lo scopo di armonizzare gli interventi luminosi.

Il metodo di analisi prescelto è una lettura per layer, la cui sovrapposizione permette di stabilire la gerarchia degli elementi da illuminare e di individuare gli elementi cittadini determinanti. Poiché un oggetto urbano non deve mai essere pensato singolarmente, ma piuttosto inserito nel suo ambito, la guida progettuale porta successivamente ad approfondire l’analisi luminosa e cromatica dell’intorno progettuale, ovvero di quell’ambito cittadino (strada, piazza, edifici adiacenti, ecc.) con il quale il progetto instaura un inevitabile dialogo. La richiesta di una progettazione precisa e documentata garantisce, infine, il rispetto della qualità. Lo scopo è rendere il più possibile obiettivo il percorso creativo del singolo progettista, in modo che esso possa operare liberamente ma in accordo con l’idea di base, mantenendo l’armonia delle soluzioni luminose per Bassano.


50 I quaderni di Energheia

Scelte di pianificazione sostenibile: illuminazione pubblica

LUCE ED ENERGIA Il futuro piano di illuminazione di Bassano del Grappa di Ivo Zancarli, Studio Stain di Trento

Il Piano di illuminazione comunale (PICIL) riguarda impianti di illuminazione esterna sia pubblici che privati. Tale piano è reso obbligatorio per ogni comune della Regione Veneto in seguito al recepimento della legge regionale N. 17 del 7 agosto 2009: “Nuove norme per il contenimento dell'inquinamento luminoso, il risparmio energetico nell'illuminazione per esterni e per la tutela dell'ambiente e dell'attività svolta dagli osservatori astronomici”. Le finalità di tale legge si possono sintetizzare in: a) la riduzione dell'inquinamento luminoso e dei consumi energetici; b) l'uniformità dei criteri di progettazione per il miglioramento della qualità luminosa degli impianti; c) la protezione dall'inquinamento luminoso dell'attività di ricerca svolta dagli osservatori astronomici; d) la protezione dall'inquinamento luminoso dell'ambiente naturale; e) la protezione dall'inquinamento luminoso dei beni paesistici; f) la salvaguardia della visione del cielo stellato, nell'interesse della popolazione regionale; g) la diffusione tra il pubblico delle tematiche relative all'inquinamento luminoso. Per una corretta ed esaustiva redazione del piano si devono prevedere due fasi operative: rilievo ed analisi dello stato di fatto, piano di intervento e risanamento. Rilievo ed analisi dello stato di fatto Il PICIL non è un progetto definitivo dell’illuminazione esterna del Comune, ma una linea guida che deve regolamentare l’utilizzo di sorgenti luminose ed apparecchi sul territorio in modo da ottenere le finalità sopra esposte. Saranno presenti, quindi, elaborati grafici e documenti in grado di descrivere lo stato di fatto e lo stato di progetto (obiettivo). Una classificazione illuminotecnica della

studio parallelo in grado di affiancare alle esigenze tecniche di base un valore emozionale e un valore aggiunto sulle peculiarità storico ­ architettoniche della città, per migliorare la vivibilità e l’aggregazione di abitanti e turisti. Per quanto riguarda gli impianti di illuminazione pubblica è stato condotto un rilievo preciso di tutti i punti, prevedendo la schedatura tecnica, il rilievo fotografico e il posizionamento geo­referenziato sul territorio.

viabilità, una distribuzione obiettivo di sorgenti luminose ed apparecchi sul territorio comunale permetteranno ai professionisti di progettare impianti che siano coordinati ed omogenei. Nel caso del PICIL del Comune di Bassano del Grappa, il rilievo è stato effettuato con un sistema informatico in grado di essere facilmente aggiornato nel tempo. Un’attenzione particolare è stata rivolta, quindi, al centro storico che costituisce uno

Apparecchio

Numero

ARA

PL

Apparecchi

%

Numero

%

3

0,0%

3

0,0%

ARB

323

3,7%

335

3,3%

ARC

143

1,6%

155

1,5%

ARE

88

1,0%

88

0,9%

GLC

20

0,2%

20

0,2%

GLE

985

11,3%

1.440

14,3%

PRA

8

0,1%

13

0,1%

PRG

351

4,0%

866

8,6%

RES

123

1,4%

123

1,2%

STA

1.844

21,1%

1.908

19,0%

STB

750

8,6%

809

8,0%

STE

2.970

34,0%

2.974

29,5%

TCA

819

9,4%

1.002

10,0%

TCB

50

0,6%

59

0,6%

TCC

243

2,8%

243

2,4%

TCE

2

0,0%

6

0,1%

8.733

100%

Fig. 1 Distribuzione statistica della tipologia di apparecchio

10.066

100%


51 I quaderni di Energheia

Scelte di pianificazione sostenibile: illuminazione pubblica

PL

APPARECCHI

Sorgente

Numero

%

Numero

%

SAP

5.074

58,1%

5.863

58,2%

MBF

3056

35,0%

3.092

30,7%

JM

233

2,7%

642

6,4%

FLU

228

2,6%

313

3,1%

SBP

18

0,2%

30

0,3%

LED

126

1,4%

126

1,3%

8.733

100%

10.066

Fig. 2 (distribuzione statistica delle sorgenti luminose)

Le statistiche di rilievo sono riportate nelle tabelle che rappresentano la distribuzione del tipo di sorgente ed apparecchio sul territorio.

Il PICIL, oltre a relazioni tecniche che descrivono le linee guida, sarà composto da tavole grafiche che identificano la distribuzione “obiettivo” di sorgente luminosa e tipologia di apparecchio sul territorio comunale. Per gli impianti privati non si è eseguito un rilievo puntuale, ma si sono determinate le zone critiche che evidenziano illuminazioni elevate ed inquinanti. La metodologia per determinare tali aree

100%

Tipologia di apparecchio prevalente presente sul territorio:

Analisi luminanze con scala logaritmica del 2° ordine

Piano di intervento e risanamento Per quanto riguarda il tipo di sorgente luminosa, si evidenzia la prevalenza del sodio alta pressione (58% SAP a colorazione gialla) con una quota discreta di vapori di mercurio (31% MBF colorazione bianca di vecchia generazione); tale sorgente (MBF) è considerata a bassa efficienza e presenta delle problematiche di smaltimento. Per quanto riguarda il tipo di apparecchio, invece, si evidenzia la prevalenza di armature stradali di classe E (30%, considerate poco efficienti ed inquinanti), una quota discreta di armature stradali di classe A (19%, considerate efficienti e poco inquinanti) e una quota discreta di apparecchi a globo (14%, considerati per niente efficienti ed altamente inquinanti). Gli apparecchi artistici costituiscono il 6%.

Tipo STE (stradale classe E, sorgente MBF)

Analisi luminanze con scala logaritmica del 3° ordine

prevede una o più foto panoramiche effettuate da posizione elevata; l’analisi delle luminanze viene eseguita tramite un software, che opera una mappatura utilizzando varie scale logaritmiche in modo da apprezzare le distribuzioni di luminanze basse o alte. Tipo STA (stradale classe A, sorgente SAP)

Il piano d’intervento dovrà fornire linee guida sulla scelta di sorgente luminosa e tipologia di apparecchio “obiettivo”, conformi alla legge e omogenee alle zone del comune, evidenziando costi ­ benefici di massima delle soluzioni adottate.

Tipo GLE (globo classe E, sorgente MBF e SAP)

Identificate le zone maggiormente inquinanti, si esegue un’analisi locale per verificare il motivo dell’anomalia rilevata dall’analisi generale. Si tratta, in genere, di aree commerciali, spazi prevalentemente aperti, facciate verticali, con livelli d’illuminazione molto elevati ed apparecchi di potenza in genere orientati in modo errato. Il piano d’intervento prevede, quindi, un risanamento degli impianti pubblici e privati con l’obiettivo di raggiungere i valori illuminotecnici minimi per garantire la sicurezza, diminuendo il consumo energetico e l’inquinamento luminoso.


52 I quaderni di Energheia

Scelte di pianificazione sostenibile: illuminazione pubblica

COMUNICARE IL PIANO DI ILLUMINAZIONE Una progettazione che valorizzi la città: il caso di Bassano del Grappa di Gaia Bollini, Istituto Nazionale di Bioarchitettura®, Sez. di Vicenza

Il Comune di Bassano è attualmente impegnato nella redazione del nuovo PICIL (Piano dell'Illuminazione Comunale per il contenimento dell'Inquinamento Luminoso), così come stabilito per legge. La L.R. n. 17/2009, recante “Nuove norme per il contenimento dell'inquinamento luminoso, il risparmio energetico nell'illuminazione per esterni e per la tutela dell'ambiente e dell'attività svolta dagli osservatori astronomici” che all’art. 5 prevede che i Comuni si dotino del predetto strumento. Esso deve essere orientato al perseguimento di obiettivi quali: ­ il contenimento dell'inquinamento luminoso per la valorizzazione del territorio; ­ il miglioramento della qualità della vita; ­ la sicurezza del traffico e delle persone; ­ il risparmio energetico.

in merito al Piano. L'Istituto, ente morale senza fini di lucro, è un'associazione culturale tra professionisti (www.bioarchitettura.it). È un punto d’incontro di discipline diverse, convergenti nella ricerca di soluzioni ecosostenibili e biocompatibili per il nostro habitat. La sensibilizzazione, l'informazione e la formazione sui temi dell'abitare sano, della riqualificazione del territorio e della riconversione ecologica del settore delle costruzioni sono le finalità prime dell’Istituto. La Sezione di Vicenza sta offrendo il suo contributo e appoggio al Comune di Bassano già dal 2010, anno di avvio del Regolamento Edilizio Sostenibile e delle attività divulgative e formative correlate.

Alla base delle modalità con cui è stato affrontato il lavoro, vi è l’esperienza che l’Amministrazione sta conducendo in seno al progetto di cooperazione territoriale europea PLUS (Public Lighting for Sustainable Urban Spaces); si tratta di un progetto di scambio di buone pratiche, che ha come obiettivo ultimo lo sviluppo e la diffusione di un nuovo e più corretto modo di affrontare il tema dell’illuminazione pubblica e la sua pianificazione. Ma toccare il tema “luce” in ambito pubblico non è cosa da poco. Il ventaglio di implicazioni è ampio e il rischio di generare, anche solo a priori, del malcontento e dei timori è alto. Poter condividere le scelte con i cittadini e spiegare loro quali siano e perché, diventa fondamentale per la buona riuscita del progetto. Lo stesso PLUS spinge in questa direzione, vedendo nella “partecipazione” un modo nuovo ed efficace di affrontare questi passaggi.

Dopo un primo confronto sul concetto di progetto partecipativo in ragione delle tempistiche che questo richiede e dei vincoli espressi dall’Amministrazione, si è concordato il compimento della prima fase della proposta di partecipazione redatta dalla Sezione. Riguarda esclusivamente la corretta comunicazione del Piano, nella consapevolezza che ciò non rappresenti “partecipazione”, ma per lo meno vada nella direzione di un’informazione e comunicazione chiara e fattiva nei confronti della città, necessaria affinché quest’ultima possa offrire adeguati e consapevoli contributi anche nei momenti istituzionali (osservazioni) su un tema di particolare complessità. Un’adeguata comunicazione, infatti, è la prima fase nei processi di condivisione e confronto. Questa esperienza potrebbe avviare un successivo processo partecipativo, quale metodo di consultazione sulle scelte riguardanti il territorio.

In ragione di ciò, il Comune prova ad avviare per la prima volta un diverso percorso di relazione con la cittadinanza. La Sezione di Vicenza dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura® (INBAR), con sede a Bassano del Grappa, viene coinvolta dall’Amministrazione con l’obiettivo di affiancarla nell’avvio di tavoli di concertazione

Come già evidenziato, l’obiettivo finale è fornire alla cittadinanza temi e strumenti di lettura relativi al PICIL, attraverso un’informazione corretta e capillare. Gli output attesi sono duplici: in primo luogo dare ai cittadini gli strumenti per poter esercitare il loro pensiero consapevolmente nella fase dettata alle osservazioni; in

secondo luogo essere in grado di comprendere le ragioni che sono alla base delle scelte che l’Amministrazione introduce con il nuovo Piano. Ciò non significa necessariamente condividerle; poter capire i motivi di qualunque azione, però, specialmente quelle introdotte nel governo e gestione della città, aiuta ad affrontarle con meno severità o timore. La strategia comunicativa attuata dal Comune, con il supporto e coordinamento di INBAR Vicenza, parte dalle macro problematiche dell'inquinamento luminoso e dalla necessità di risparmio energetico. Si passerà, poi, all'illustrazione delle criticità locali e ai conseguenti scenari di progetto. Per fare ciò è essenziale precisare, informare e comunicare alla cittadinanza le ragioni e le finalità del progetto e i risultati delle indagini compiute, in sintesi: ­ gli obiettivi perseguiti dal progetto europeo PLUS e i contenuti del PICIL; ­ le criticità attuali dell’illuminazione pubblica a Bassano (spreco energetico, costi, scarsa efficienza illuminotecnica, ecc.) attraverso l’illustrazione delle analisi dello stato di fatto (per temi e ambiti territoriali) con modalità comprensibili al più vasto pubblico; ­ gli indirizzi e criteri progettali; ­ la spesa prevista per il progetto e disponibilità finanziarie; ­ le indicazione dei tempi e delle modalità esecutive; ­ l’indicazione delle priorità (per temi e/o ambiti territoriali) e delle fasi operative. Concretamente il progetto di comunicazione si articola in una serie di incontri e attività rivolti ai vari ambiti della città, spaziando dai singoli portatori di interesse alla cittadinanza, che si terranno dalla metà di giugno a novembre. Vi parteciperanno gli Amministratori, i professionisti incaricati di redigere il piano, i relatori esterni, il gruppo locale degli astrofili, alcuni partner esteri del progetto PLUS, ecc. L’avvio ufficiale è stato il convegno del 25 giugno, organizzato in seno alla settimana di greenNordEsT 2012.



I quaderni di Energheia "Costruire comunità sostenibili" - speciale greeNordEsT 2012