Si avvicina l’attesissimo appuntamento con il World Dog Show 2026, che si terrà a Bologna dal 3 al 7 giugno e racchiude tre distinte manifestazioni: il WDS, l’ENCI WINNER e i Raduni.
“Si tratta di un appuntamento imperdibile per tutti gli allevatori italiani e stranieri, un enorme lavoro organizzativo che sta coinvolgendo il nostro Ente a tutti i livelli, un
momento di confronto unico per gli allevatori che porteranno il frutto della loro professionalità e della loro passione”, ha detto il Presidente dell’ENCI Dino Muto.
Per ogni razza, si potranno acquisire i titoli di Campionato Italiano, dell’ENCI Winner e dell’Alleanza
Cinofila Latina. Sono previste anche le qualifiche per il Crufts 2027.
A tal proposito ricordiamo che gli organizzatori del Crufts hanno voluto sottolineare la partnership con l’ENCI e l’importanza dell’evento apponendo per la prima volta il proprio logo a quello dell’ENCI e del WDS.
Oltre a Royal Canin, che ha sempre creduto nell’ENCI e che ci accompagna da molti anni, l’evento viene
patrocinato anche dal Ministero dell’agricoltura della sovranità alimentare e delle foreste (MASAF), che ha voluto sottolineare il valore zootecnico della manifestazione, e dal Comune di Bologna che ne ha evidenziato l’importanza per il territorio.
L’organizzazione del World Dog Show 2026 sta proseguendo sotto
Sul sito www.wds2026.it, tutte le informazioni necessarie.
Giocare col cane fa bene alla salute
Le oscillazioni delle onde Alfa e Beta hanno dimostrato scientificamente il valore dell’approccio
Una nuova ricerca della Konkuk University in Corea del Sud di Onyoo Yoo et al., rivela che specifiche interazioni con i cani producono cambiamenti misurabili nell’attività cerebrale legati al rilassamento e alla concentrazione, come dimostrato dagli Interventi Assistiti con gli Animali che vengono sempre più utilizzati negli studi che supportano vari effetti sulla salute delle persone. Sono state reclutate 30 persone adulte con un’età media di 27,9 anni che hanno svolto 8 diverse attività con un cane ben addestrato e certificato
- un Barbone grande mole - ciascuna della durata di tre minuti.
Le attività includevano l’incontro con il cane, il gioco con i giocattoli, l’offerta di premietti alimentari, il massaggio, la toelettatura, lo scatto di fotografie, l’abbraccio e la passeggiata.
I ricercatori hanno monitorato l’attività cerebrale delle persone partecipanti utilizzando l’elettroencefalografia (EEG) durante ogni interazione.
Questa tecnologia EEG wireless con elettrodi a secco per acquisire misurazioni precise dell’attività cerebrale – un approccio non invasivo - ha fornito informazioni rapide e accurate sui processi inconsci. Durante le attività, sono state misurate le onde cerebrali nei lobi prefrontali, frontali, parietali e occipitali. I partecipanti hanno inoltre compilato questionari sui loro stati emotivi subito dopo ogni attività.
continua
ogni punto di vista, dalla logistica ai servizi innovativi che verranno offerti ai cinofili.
La prima chiusura ha fatto registrare quasi 14.000 iscrizioni, preannunciando lo stesso importante successo del 2015, quando il WDS venne per l’ultima volta organizzato in Italia. La seconda chiusura è prevista per il 2.3.2026
Un amore meritato
Uno studio rivoluzionario condotto in Gran Bretagna e pubblicato su Plos One ha dimostrato che lo straordinario legame che si crea tra noi e i nostri cani è così profondo da creare un vuoto immenso e difficile da colmare in caso di perdita. Classificato dalla psichiatria umana come “disturbo da lutto prolungato” (PGD) per la perdita di una persona cara, è stato dimostrato tale anche quando è riferito alla perdita di un animale facente parte della famiglia. Si afferma, infatti, che le persone possono manifestare livelli clinicamente significativi di PGD in seguito alla morte di un animale domestico, e i sintomi della PGD si manifestano allo stesso modo indipendentemente dalla specie del defunto.
Se hanno meritato tanto amore in vita, altrettanto profondo sarà il loro ricordo.
La Redazione INC
Per lo studio completo
ENTE NAZIONALE DELLA CINOFILIA ITALIANA
A basso volume è meglio
Analisi tecnica della ipersensibilità sonora dei cani
La paura rappresenta uno stato emotivo fondamentale nei mammiferi, caratterizzato da risposte comportamentali e fisiologiche che emergono in presenza di stimoli percepiti come potenzialmente dannosi o minacciosi. Nel cane la paura può manifestarsi in risposta a una vasta gamma di stimoli ambientali, sociali e sensoriali, tra cui i suoni rivestono un ruolo particolarmente rilevante.
L’udito del cane è infatti significativamente più sensibile rispetto a quello umano, sia in termini di ampiezza di frequenze percepibili sia per la capacità di rilevare variazioni improvvise di intensità sonora. Questa caratteristica, sebbene adattativa dal punto di vista evolutivo, può esporre l’animale a una maggiore vulnerabilità nei contesti antropici moderni, dove i rumori artificiali sono frequenti, imprevedibili e spesso intensi.
La sensibilità ai suoni nei cani è stata tradizionalmente studiata in relazione a eventi acustici particolarmente sgradevoli ma episodici, come i temporali e i fuochi d’artificio, che sono comunemente associati a risposte di paura marcata, evitamento e stress. Tuttavia, un numero crescente di osservazioni cliniche e segnalazioni da parte dei proprietari suggerisce che molti cani manifestano reazioni negative anche a suoni di minore intensità, ma presenti nella quotidianità domestica o urbana.
Qui si inserisce uno studio australiano pubblicato nel 2025 sul Journal of Veterinary Behavior, che illustra i risultati di un’indagine svolta sulla reattività dei cani a diverse categorie di suoni, includendo non solo quelli classicamente considerati avversivi, ma anche rumori ambientali e umani comuni, con l’obiettivo di descrivere l’ampiezza e la distribuzione della sensibilità sonora nei cani, nonché di identificare le associazioni tra tale sensibilità e specifiche variabili demografiche relative sia all’animale che al proprietario.
CAMPIONE
E STRUMENTI DI MISURAZIONE
Lo studio si fonda sull’osservazione dei cani nella loro vita quotidiana e utilizza le segnalazioni dei proprietari come principale fonte di dati. Questa scelta metodologica, pur presentando limiti ben noti legati alla soggettività della valutazione, consente di accedere a informazioni che nascono dall’esperienza diretta del cane nel suo contesto abituale, offrendo così una prospettiva ecologicamente rilevante sul comportamento.
Il campione analizzato comprendeva 809 cani, con una distribuzione equilibrata tra maschi e femmine. La maggior parte dei soggetti apparteneva alla fascia di età compresa tra i 2 e i 6 anni, mentre cani più giovani e più anziani risultavano
comunque presenti in percentuali significative. Poco più della metà dei cani era di razza pura, mentre una quota consistente era rappresentata da soggetti meticci. La grande maggioranza dei cani risultava sterilizzata.
Queste caratteristiche delineano un campione eterogeneo, rappresentativo di una popolazione di cani inseriti in contesti familiari e urbani, nei quali l’esposizione ai rumori quotidiani costituisce una componente costante dell’esperienza di vita.
I rumori presi in esame sono stati organizzati in tre categorie principali.
Gli Aversive Sounds comprendevano stimoli tradizionalmente associati alla paura acustica, come fuochi d’artificio, tuoni, spari, sirene e allarmi delle automobili.
Gli Human Sounds includevano suoni prodotti direttamente dagli esseri umani, quali starnuti, urla e pianti di neonati.
Gli Environmental Sounds raccoglievano invece rumori generati dall’ambiente quotidiano, come aspirapolvere, lavori di costruzione, camion della spazzatura e tosaerba.
La reattività del cane a ciascun suono veniva valutata tramite una scala continua da 0 a 100, nella quale lo zero indicava l’assenza di una reazione osservabile e il valore cento la massima intensità percepita dal proprietario. Questo approccio consente di descrivere la sensibilità sonora non come una condizione dicotomica - pauroso Vs non pauroso - ma come un continuum di intensità, restituendo in modo più fedele la variabilità individuale.
FREQUENZA E INTENSITÀ
DELLE RISPOSTE
Aversive Sounds – suoni fastidiosi
La categoria degli Aversive Sounds ha mostrato la più alta frequenza di reazioni negative tra tutte le categorie analizzate. La maggioranza dei cani ha manifestato una risposta negativa ad almeno un suono in questa categoria, con il 78% dei cani che ha riportato reazioni avverse a uno o più AS. Tra questi, i suoni che più frequentemente hanno provocato reazioni negative sono risultati essere i fuochi d’artificio (59.8%) e i tuoni (55.7%), confermando quanto precedenti studi descrivono per la paura acustica legata a eventi atmosferici e festivi. Altri suoni meno tipici, come spari (35.8%), sirene (22.9%) e allarmi delle auto (22.6%), hanno comunque suscitato reazioni negative in una parte significativa dei soggetti.
Quando si considera l’intensità delle reazioni, i punteggi medi per questa tipologia sono risultati significativamente maggiori rispetto alle altre categorie, con punteggi medi che si distribuiscono su valori elevati della scala 0–100. La reazione
mediata da fuochi d’artificio e temporali spesso supera la soglia di 60/100, con una proporzione non trascurabile di cani per i quali le reazioni si avvicinano o raggiungono il punteggio massimo.
Human Sounds – suoni umani I suoni di origine umana risultano, nel complesso, meno frequentemente associati a reazioni negative. Quasi la metà dei cani non mostra alcuna risposta avversa a questa categoria di stimoli, suggerendo che tali suoni siano mediamente meno disturbanti rispetto ad altri tipi di rumore. Starnuti, pianti di neonati e voci elevate rappresentano gli stimoli più frequentemente segnalati, ma con intensità di reazione generalmente contenute.
Questo risultato contribuisce a ridimensionare l’idea che la voce o i rumori prodotti direttamente dalle persone costituiscano di per sé una fonte primaria di paura acustica, indicando piuttosto una risposta variabile e fortemente dipendente dal contesto e dall’individuo.
Environmental Sounds – suoni ambientali
Questa categoria ha mostrato una prevalenza di reazioni negative maggiore rispetto ai suoni umani ma inferiore rispetto agli Aversive Sounds. Circa la metà dei cani ha reagito negativamente a suoni ambientali come l’aspirapolvere (47.5%) e i rumori da costruzione (32.6%), mentre altri suoni come i camion della spazzatura (31.6%) e i tosaerba (28.8%) sono risultati anch’essi frequenti scatenanti di reazioni avverse. In molti casi, l’intensità delle risposte raggiunge livelli elevati, comparabili a quelli osservati per i rumori avversivi.
Questo risultato introduce un elemento di discontinuità rispetto alla concezione tradizionale della paura acustica. I rumori ambientali, infatti, non rappresentano eventi eccezionali, ma fanno parte in modo ricorrente del contesto di vita del cane. La presenza di reazioni intense suggerisce che la familiarità con lo stimolo non ne assicura la neutralità emotiva e che un’esposizione ripetuta possa, al contrario, contribuire alla costruzione di una risposta di disagio stabile nel tempo.
FATTORI ASSOCIATI ALLA SENSIBILITÀ AI RUMORI
Un primo risultato rilevante riguarda il ruolo dell’ansia generalizzata, riportata dai proprietari come tratto comportamentale preesistente. I cani descritti come ansiosi presentavano punteggi di reazione significativamente più elevati in tutte e tre le categorie di rumore, con un effetto particolarmente marcato per gli Aversive Sounds. L’analisi statistica mostra che la presenza di ansia generale è uno dei predittori più forti dell’intensità della risposta acustica, suggerendo che la sensibi-
lità ai rumori si inserisce spesso in un profilo emotivo più ampio piuttosto che costituire un fenomeno isolato.
In questa prospettiva si colloca anche un ulteriore contributo concettuale dell’indagine: le reazioni ai diversi tipi di rumore non si presentano come fenomeni indipendenti, ma mostrano una continuità tra loro. I cani che reagiscono intensamente ai rumori avversivi tendono infatti, in media, a reagire anche ai rumori ambientali e, in misura minore, a quelli di origine umana.
Ciò permette di ipotizzare che la sensibilità ai rumori non derivi da singole paure separate, ma da una vulnerabilità di base nei processi con cui il cane elabora gli stimoli sensoriali e regola le proprie risposte emotive.
L’età del cane rappresenta un ulteriore fattore rilevante. I soggetti più anziani tendono a manifestare una maggiore reattività, in particolare ai rumori avversivi e ambientali. Questo andamento suggerisce una possibile accumulazione nel tempo di esperienze negative o una ridotta capacità di modulare le risposte emotive agli stimoli intensi, sebbene lo studio non consenta di distinguere tra effetti di età cronologica ed effetti legati all’esperienza. È importante sottolineare che l’aumento della reattività con l’età emerge come una tendenza statistica, non come una regola assoluta, e che all’interno di ogni classe di età persiste un’elevata variabilità individuale.
Lo stato riproduttivo del cane è stato incluso nei modelli come variabile indipendente, ma il suo effetto risulta più contenuto rispetto ad altri fattori. I cani sterilizzati mostrano punteggi leggermente più elevati in alcune categorie di rumore, ma l’effetto non è uniforme e perde significatività in alcuni modelli corretti. Questo suggerisce che, pur potendo essere associato alla sensibilità ai rumori in determinate condizioni, lo stato riproduttivo non rappresenta un fattore determinante principale.
Contrariamente a quanto talvolta ipotizzato, nel campione complessivo né il sesso né la razza emergono come predittori forti e coerenti dell’intensità della risposta ai rumori. Pur essendo osservabili alcu-
ne differenze marginali, queste non raggiungono un peso statistico paragonabile a quello dell’ansia generale o dell’età.
Infine, l’età del proprietario risulta associata ai punteggi di reazione, in particolare per i rumori ambientali, mettendo in evidenza come le valutazioni basate su questionari riflettano inevitabilmente l’interazione tra il comportamento del cane e il contesto umano. Questo aspetto sottolinea che la sensibilità sonora non può essere compresa prescindendo dall’ambiente relazionale e quotidiano in cui il cane vive e viene osservato.
CONCLUSIONE
L’ipersensibilità sonora che emerge da questa indagine non appare come una reazione rara a singoli rumori, ma come una caratteristica stabile del modo in cui il cane percepisce e interpreta l’ambiente che lo circonda. Considerare anche i rumori quotidiani, oltre a quelli tradizionalmente ritenuti più fastidiosi, sposta l’attenzione dal singolo episodio al contesto generale, mostrando un cane immerso in un ambiente sonoro continuo, spesso più complesso di quanto l’esperienza umana faccia pensare.
Così, il rumore non è soltanto uno stimolo che provoca paura, ma una componente strutturale dell’ambiente di vita del cane, capace di interagire con la sua esperienza, la sua storia emotiva e con le caratteristiche del contesto in cui vive. Comprendere questo ci permette di accompagnare il cane all’interno del mondo sonoro che lo circonda per aiutarlo, ogni giorno, ad ascoltarlo senza paura.
Giulia Del Buono
Comunicare con gli occhi
L’intensità
e
la durata dello sguardo
verso gli umani supportano la comunicazione paraverbale in favore di una maggiore capacità cognitiva
I ricercatori dell’Università di Lubiana - Laura Peterca et al.- hanno pubblicato sulla rivista scientifica “Animals” uno studio dedicato alla razza Bouledogue francese, scelta per le caratteristiche morfologiche tipiche delle razze brachicefale e per il loro straordinario attaccamento - principalmente alla famiglia umana - e in generale alle persone. Nello specifico, lo studio ha esplorato la capacità di questi cani di comprendere la comunicazione non verbale, in particolare se un legame stretto con il proprietario li aiutasse a interpretare in maniera efficace i gesti di indicazione. Sono stati interessati 26 Bouledogue francesi e i loro proprietari, valutando se i cani riuscissero a seguire l’indicazione del proprietario per trovare un bocconcino nascosto in una ciotola. Per misurare il legame tra ciascun cane e il proprietario, è stato utilizzato un questionario e controllati i livelli di ossitocina salivare dei cani, un ormone legato alle emozioni positive. I risultati hanno mostrato che fattori come l’età, il sesso, la sterilizzazione e l’esperienza di addestramento del cane influenzavano la loro prestazione. Inoltre, i cani con legami più forti con i loro proprietari erano generalmente più bravi a comprendere i gesti di indicazione, sebbene i livelli di ossitocina non influenzassero direttamente le loro scelte.
camente sui Bouledogue francesi e ha ipotizzato che una relazione più stretta tra cane e proprietario avrebbe migliorato la comprensione dei segnali non verbali, in particolare dei gesti di indicazione. Per indagare questo aspetto i 26 Bouledogue francesi sono stati sottoposti assieme ai loro proprietari ad alcune prove in cui la persona familiare indicava la ciotola e il cane aveva due strade per raggiungerla, tenendo conto che la comprensione dei gesti di indicazione è influenzata dall’interazione uomo-animale che può essere positiva o negativa. Diversi fattori hanno influenzato l’esito delle scelte, come la cognizione sociale, l’età e il sesso del cane, l’interazione cane-proprietario, la vicinanza emotiva e il tempo di scelta (il tempo impiegato dal cane per raggiungere la ciotola della ricompensa), ma anche il fatto che i cani fossero sterilizzati o integri. Naturalmente, i soggetti che avevano un pregresso di addestramento hanno mostrato prestazioni cognitive migliori.
I ricercatori hanno riscontrato un numero molto elevato di risposte corrette, attribuibili agli alti punteggi ottenuti dai proprietari nella scala di interazione cane-proprietario.
L’INTENSITÀ
DELLO SGUARDO
È noto come lo sguardo del Bouledogue francese sia particolarmente intenso e accattivante. Ricerche recenti indicano anche che le prestazioni cognitive e il be-
nessere emotivo di un cane sono significativamente influenzati dalla qualità della sua relazione con il proprietario. Importanti fattori legati a questa relazione tra il cane e il suo proprietario sono riferiti al comportamento dello sguardo e alle prestazioni cognitive che sono associate all’ossitocina. Si ritiene che l’ossitocina, un ormone associato al comportamento sociale, agli stati emotivi positivi e al benessere degli animali, sia più alta nei cani che hanno una relazione più stretta o si sentono più a loro agio con il loro proprietario. Tuttavia, in questo studio è emerso che l’ossitocinavalutata con un campione salivare - non abbia svolto un ruolo preponderante. Alcuni ricercatori (Gácsi et al.) hanno scoperto che le razze di cani brachicefali hanno ottenuto risultati cognitivi migliori in un test di scelta bidirezionale di oggetti rispetto alle razze di cani dolicocefali, quando una persona sconosciuta indicava loro la ciotola. Poiché le cellule gangliari (neuroni specializzati nell’ultimo strato della retina, cruciali per il sistema visivo) nei cani brachicefali sono situate più centralmente nella retina, è stato ipotizzato che queste razze rispondano meglio agli stimoli nel campo centrale (cioè, sguardo in avanti) perché non sono distratte da stimoli visivi periferici. Un altro studio (Ujfalussy et al.) ha scoperto che le razze brachicefale erano molto più attente agli sguardi umani rispetto ai cani mesocefali, aiutandoli così nel successo dei compiti correlati all’uomo. Anche Bognár et al. hanno scoperto che i cani brachicefali guardavano più a lungo i volti umani nelle immagini mostrate loro, suggerendo influenze morfologiche sulle interazioni sociali. Gli stessi ricercatori hanno confermato che i cani con teste più corte stabilivano un contatto visivo più rapidamente con persone sconosciute, indicando che i tratti fisici hanno un impatto significativo sui comportamenti sociali.
FAMOSI IN TUTTO IL MONDO
La scelta della razza per questa ricerca è stata motivata dal fatto che è il cane brachicefalo più comune e popolare al mondo, avendo visto un aumento significativo della domanda negli ultimi anni. Un altro fattore significativo è che i proprietari di Bouledogue francesi hanno generalmente livelli di attaccamento molto elevato e ciò si presume possa essere determinato dalle caratteristiche fisiche e dalla capacità che i Buoledogue francesi mostrano nell’impegnarsi in interazioni comunicative con i loro proprietari.
I PROTAGONISTI
Ventisei Bouledogue francesi e i loro proprietari hanno partecipato a questo studio. I cani erano di entrambi i sessi: 16 femmine e 10 maschi (alcuni sterilizzati, altri integri). L’età era compresa tra 1 e 9 anni. Tutti i cani erano sani, socializzati, vivevano in casa e venivano portati a spasso regolarmente. Sedici cani non avevano una storia di addestramento formale (per esempio, corsi di addestramento). Ventiquattro cani sono stati acquistati in allevamenti, mentre due sono stati allevati in casa. I proprietari che accompagnavano i cani durante il test erano prevalentemente donne di età compresa tra 20 e 51 anni. Cinque uomini avevano un’età compresa tra 44 e 67 anni. Tutti proprietari erano la principale figura di attaccamento del cane.
LE VARIABILI
Cinque fattori hanno influenzato significativamente le scelte corrette dei cani: il sesso, il pregresso addestrativo, l’interazione cane-proprietario, la vicinanza emotiva e il tempo di scelta. Sostanzialmente, il numero di scelte corrette aumentava con l’aumentare dell’interazione cane-proprietario ma diminuiva con l’aumentare della vicinanza emotiva, come a dire che l’ansia da prestazione del proprietario aveva delle ripercussioni sul cane, tant’è che il numero di scelte corrette diminuiva anche man mano che il cane trascorreva più tempo a fare scelte.
IL FATTORE NEOTENICO
Questa somiglianza del Bouledogue francese con le caratteristiche dell’eterno cucciolo appena nato, è conosciuta per suscitare comportamenti di accudimento negli esseri umani, facilitando legami emotivi più forti e interazioni sociali più frequenti tra cani e i loro proprietari. Di conseguenza, è probabile che questo aspetto promuova un contatto visivo prolungato e una vicinanza emotiva tra i proprietari e i loro cani, il che a sua volta aumenta l’efficacia delle interazioni comunicative.
Queste interazioni migliorate ed efficaci potrebbero aiutare a spiegare perché i Bouledogue francesi mostrano prestazioni migliori nei test socio-cognitivi. Le interazioni frequenti e di alta qualità tra questi cani e i loro proprietari offrono maggiori opportunità di interpretazione dei gesti umani, contribuendo a una migliore qualità della vita sociale.
RIFLESSIONI
Le recenti ricerche scientifiche mettono in luce aspetti particolarmente rilevanti, come la pedomorfosi, ovvero il mantenimento di tratti giovanili nell’età adulta, che contribuisce al fascino e all’attrattiva di questi cani. È un aspetto ben noto nell’ambiente specialistico della cinofilia ed è davvero importante che la scienza lo abbia saputo dimostrare in ambito socio- cognitivo ed educativo.
Il successo del Bouledogue francese, per esempio, non si configura semplicemente come una tendenza
ragonabile per forza emotiva a quella sperimentata in attività come la caccia o altre situazioni di stretta collaborazione tra uomo e cane. I cani brachicefali, la cui morfologia è frutto di una selezione secolare, non rappresentano semplicemente una scelta estetica, ma il risultato di un processo volto a rendere questi animali sempre più adatti alla vita di relazione con l’uomo. Sebbene anche altre razze
o meticci possano instaurare legami profondi con i propri proprietari, nei brachicefali si osserva una particolare evoluzione: la posizione frontale degli occhi volta a favorire una migliore interazione visiva e comunicativa con l’essere umano. Il Bouledogue francese ne è un esempio emblematico, ma lo stesso discorso vale per altre razze da compagnia come il Carlino, il Pechinese, lo Shih-tzu, il Toy
Spaniel, i Griffoni del Belgio e molte altre, tutte accomunate da queste caratteristiche distintive. In sintesi, il proverbio “basta uno sguardo per capirsi” trova in queste razze una concreta applicazione scientifica e comportamentale, evidenziando il ruolo chiave della selezione morfologica nella costruzione di un rapporto unico e privilegiato tra uomo e cane.
Pietro Condò, Alberto Vergara
Per lo studio completo passeggera, ma come un riconoscimento concreto delle qualità che questi cani offrono, soprattutto a persone dal temperamento più sedentario che vivono il cane come presenza costante all’interno delle mura domestiche. La capacità di instaurare una relazione empatica e profonda, mediata da uno sguardo diretto e apparentemente “umano”, favorisce una comunicazione non verbale intensa e coinvolgente, pa-
Il futuro dell’allevamento, scenari globali e prospettive operative
Spunti e indirizzi dall’International Dog Health Workshop. Il ruolo dell’ENCI per la crescita
Affrontare oggi il tema della salute e del benessere del cane significa superare una visione limitata alla sola dimensione patologica o genetica, per interrogarsi più a fondo sul significato stesso dell’allevamento e della selezione. In gioco vi è la responsabilità che l’uomo esercita su popolazioni animali totalmente dipendenti dalle sue decisioni, così come il ruolo che la cinofilia contemporanea è chiamata a svolgere all’interno della società.
Il cane, primo e più diffuso animale domestico, è parte integrante della vita umana in molteplici ambiti: membro della famiglia, compagno nello sport e nel lavoro, supporto in attività assistenziali e terapeutiche, ma anche modello di riferimento per la ricerca scientifica in genetica e medicina comparata. La sua salute non è soltanto una questione etica, ma rappresenta un indicatore concreto della qualità delle pratiche allevatoriali e della capacità delle istituzioni cinofile di coniugare tradizione, conoscenza scientifica e responsabilità sociale.
Nella cinofilia moderna, l’impatto delle scelte umane sulle caratteristiche genetiche e comportamentali dei cani è profondo. Il benessere canino emerge quindi come un ambito complesso e multidisciplinare, che coinvolge genetica, etologia, medicina veterinaria, formazione dei proprietari e cultura cinofila. Rispondere efficacemente a queste sfide richiede strumenti condivisi, una visione di lungo periodo e una collaborazione strutturata tra tutti i soggetti coinvolti. In questo contesto si inserisce l’azione dell’International Partnership for Dogs (IPFD), che attraverso la piattaforma DogWellNet.com centralizza risorse scientifiche e operative e promuove momenti di confronto internazionale finalizzati all’elaborazione di strategie concrete per la salute del cane.
L’impegno dell’ENCI all’interno dell’IPFD – testimoniato anche dalla presenza del Presidente Dino Muto nel board dell’organizzazione
– conferma il ruolo attivo dell’Italia nel promuovere un modello di selezione capace di evolvere, coniugando tradizione e conoscenze scientifiche a tutela del benessere e della salute del cane.
L’International Dog Health Workshop (IDHW), svoltosi per la prima volta a Helsinki sotto l’egida dell’IPFD e con il supporto del Finnish Kennel Club, ha rappresentato una tappa significativa di questo percorso. In occasione del WDS di Bologna, momento non solo espositivo ma di approfondimento di ogni tematica riguardante il cane di razza, avrà luogo il sesto IDHW in cui saranno approfonditi e rianalizzati i punti di azioni e le tematiche affrontate dal gruppo di lavoro di Helsinki.
1. DOMANDA E OFFERTA: COMPRENDERE E ORIENTARE IL MERCATO DEL CANE
Uno dei temi più delicati affrontati riguarda il rapporto tra la crescente richiesta di cani e la capacità dei sistemi regolamentati di garantire un’offerta etica, tracciabile e attenta alla salute animale.
Negli ultimi anni, la domanda di cuccioli ha subito forti oscillazioni. Emblematico è il fenomeno dei pandemic puppies, esploso durante e dopo la pandemia da COVID-19, quando milioni di cani sono stati acquisiti in tempi rapidi, spesso senza una reale consapevolezza dell’impegno richiesto. Questo improvviso aumento della domanda ha favorito il ricorso ad allevamenti con standard insufficienti e, nei casi più gravi, a circuiti di commercio illegale, con cuccioli privi di adeguate garanzie sanitarie e provenienti da contesti di allevamento inadeguati.
Nel corso del workshop è stato ribadito che il mercato del cane non è un sistema neutrale: le preferenze degli acquirenti influenzano diret-
dell’allevamento cinofilo
tamente le pratiche di allevamento. La popolarità improvvisa di alcune razze, amplificata da media e social network, può incentivare una produzione orientata alla quantità piuttosto che alla qualità, con conseguenze negative sulla salute genetica e sull’equilibrio comportamentale dei cani. Ciò può tradursi in un aumento delle patologie ereditarie, dei problemi gestionali per i proprietari e, nei casi estremi, in un incremento dei cani indesiderati o abbandonati.
È emersa con chiarezza la consapevolezza che tali squilibri non possano essere risolti unicamente attraverso strumenti normativi, seppur necessari. Diventa quindi fondamentale un approccio integrato che coinvolga legislatori, organizzazioni cinofile, allevatori, veterinari e consumatori. In questo quadro si colloca la posizione dell’ENCI, che individua nella rigorosa applicazione delle norme vigenti, nel rafforzamento dei sistemi di identificazione e tracciabilità e nella netta distinzione tra allevamento responsabile e commercio opportunistico elementi chiave per la tutela della salute del cane.
Poiché le scelte degli acquirenti sono spesso guidate da fattori emotivi o da informazioni incomplete, il workshop ha sottolineato l’importanza strategica dell’educazione cinofila del pubblico. Parallelamente, il monitoraggio delle tendenze di mercato consente di anticipare picchi di interesse verso determinate razze e di prevenire distorsioni che, nel lungo periodo, potrebbero compromettere la sostenibilità della popolazione canina.
2.
ALLEVARE PER LA SALUTE
E IL BENESSERE:
OLTRE L’ESTETICA
A Helsinki è stato riaffermato con decisione che la qualità di vita del cane deve costituire il fulcro di ogni programma di allevamento, superando approcci storicamente incen-
trati quasi esclusivamente sull’aspetto morfologico o sul successo espositivo. È stato evidenziato come alcune pratiche selettive, pur conformi agli standard tradizionali, abbiano contribuito nel tempo all’aumento di problematiche sanitarie, rendendo indispensabile un’integrazione più sistematica delle conoscenze scientifiche nei processi decisionali.
In questo contesto, è stato riconosciuto il ruolo strategico delle Società Specializzate nel promuovere un cambiamento culturale, anche attraverso una comunicazione più strutturata con i giudici. Le loro valutazioni, infatti, influenzano in modo significativo le scelte allevatoriali e devono tenere conto delle ricadute a lungo termine sulla salute delle razze.
Le indicazioni emerse sono in linea con l’impegno dell’ENCI nel sostenere una selezione responsabile basata su criteri sanitari, funzionali e comportamentali, nonché nel promuovere la formazione continua di allevatori, giudici e operatori del settore. L’obiettivo è consolidare una cultura cinofila in cui le evidenze scientifiche accompagnino naturalmente le decisioni pratiche.
Rimane centrale il principio secondo cui la tutela delle razze non può essere disgiunta dalla salvaguardia della salute: l’identità di razza non è statica, ma deve poter evolvere alla luce del progresso scientifico, affinché la cinofilia resti eticamente sostenibile.
3. BIG DATA: TRASFORMARE I DATI IN CONOSCENZA OPERATIVA
Il terzo ambito tematico riflette un cambiamento di paradigma: non è più sufficiente raccogliere informazioni, ma è essenziale saperle integrare e utilizzare in modo strategico.
Kennel club, università, cliniche
veterinarie e laboratori hanno accumulato nel tempo enormi quantità di dati relativi a patologie ereditarie, test clinici e genetici, pedigree e valutazioni fenotipiche. Tuttavia, la frammentazione di queste informazioni in sistemi separati ne limita fortemente il potenziale.
L’approccio dei big data mira proprio a superare questa frammentazione, consentendo l’analisi integrata di fonti diverse per supportare decisioni più consapevoli. Un esempio discusso al workshop è quello degli Estimated Breeding Values (EBV), strumenti statistici che stimano il rischio di trasmissione di patologie ereditarie, come la displasia dell’anca. Basati su grandi dataset, spesso arricchiti da informazioni genomiche, gli EBV permettono di orientare la selezione a livello di popolazione, con benefici nel lungo periodo.
È stato tuttavia riconosciuto che l’adozione efficace di questi strumenti richiede infrastrutture tecnologiche adeguate, investimenti significativi e un coordinamento internazionale sempre più stretto. Restano aperte questioni legate alla standardizzazione, alla proprietà dei dati e alla tutela della privacy. Tra le soluzioni proposte figurano la creazione di registri internazionali delle malattie e modelli condivisi di consenso informato.
Un ulteriore fronte di sviluppo riguarda l’applicazione dell’intelligenza artificiale alle cartelle cliniche veterinarie elettroniche, una risorsa oggi ancora poco sfruttata ma con un enorme potenziale per il monitoraggio dei trend sanitari e la prevenzione basata su evidenze solide.
4. IL COLORE CONTA? RAZZA E VARIETÀ NELLA GESTIONE GENETICA
I confini tra le razze canine non sono solo biologici, ma anche storici e culturali. Il workshop ha evi-
denziato come una selezione rigidamente confinata all’interno di una razza possa ridurre progressivamente la variabilità genetica, aumentando il rischio di consanguineità e di fissazione di patologie ereditarie.
In questo contesto è stato analizzato criticamente il peso attribuito a caratteristiche fenotipiche secondarie, come il colore del mantello, che spesso determinano separazioni artificiali tra popolazioni geneticamente molto simili, limitando inutilmente le possibilità riproduttive.
La distinzione concettuale tra razza e varietà emerge come uno strumento operativo fondamentale per migliorare la sostenibilità genetica. Il riconoscimento di varietà all’interno di una stessa razza consentirebbe incroci regolamentati tra gruppi fenotipicamente differenti ma geneticamente compatibili, preservando funzionalità e comportamento e ampliando il pool genetico.
In diversi Paesi europei sono già in corso sperimentazioni in tal senso, che prevedono il crossbreeding controllato tra varietà strettamente correlate. Un esempio citato riguarda l’unificazione del Finnish Spitz e del Karelo-Finnish Laika in un’unica popolazione riproduttiva, con l’obiettivo di aumentare la variabilità genetica senza compromettere le caratteristiche funzionali. Sono stati inoltre ricordati programmi di inclusione controllata e progetti di crossbreeding mirato, come quelli avviati per il Cavalier King Charles Spaniel, finalizzati a ridurre l’incidenza di gravi patologie ereditarie senza alterare l’aspetto tipico.
Il gruppo di lavoro ha concluso che differenze estetiche prive di rilevanza funzionale o sanitaria non dovrebbero costituire barriere rigide nella gestione riproduttiva. Si auspica quindi un’evoluzione culturale e normativa che permetta di rivedere standard e regolamenti, spostando l’attenzione dalla “purezza” fenotipica alla salute, alla robustezza genetica e alla sostenibilità delle razze nel lungo periodo.
I contributi dell’International Dog Health Workshop delineano una visione condivisa in cui la cinofilia assume una responsabilità che va oltre la tutela delle singole razze, per abbracciare una prospettiva etica e sociale più ampia. L’approccio emerso a Helsinki sul quale ci si confronterà a Bologna, basato sull’integrazione tra rigore scientifico e collaborazione internazionale, propone un modello in cui la salute del cane diventa il riferimento centrale di ogni scelta futura.
Giulia Del Buono
Quando il latrato del cane supera la soglia di tollerabilità
Il vicino di casa deve essere risarcito anche senza danni alla salute. Decisiva
la consulenza tecnica
In tema di responsabilità civile per immissioni intollerabili (ex articolo 844 del Codice Civile) da latrato dei cani, il danno non patrimoniale derivante da emissioni acustiche eccedenti la normale tollerabilità è risarcibile anche in assenza di certificazione di un danno biologico. Lo ha confermato la Cassazione con una ordinanza analoga a precedenti contenziosi sul tema. È infatti sufficiente la compromissione dell’equilibrio psico-fisico conseguente alla lesione del diritto al riposo - notturno e diurno - e del diritto alla vivibilità della propria abitazione, quali diritti costituzionalmente garantiti.
DIRITTI COMPROMESSI
Se l’abbaio impedisce ai vicini di dormire, anche se non si verifica un danno di salute documentabile da un medico, la Cassazione ritiene che ci sia il diritto al risarcimento: l’equilibrio psico-fisico dei vicini
confinanti risulta compromesso dalla lesione al diritto al riposo e alla vivibilità della casa, mentre le abitudini di vita quotidiane costituiscono valori protetti dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Pesano sulla condanna le perizie fonometriche sulle registrazioni e le testimonianze di persone che frequentano la casa.
IL CASO
I proprietari del cane sono stati condannati a pagare un risarcimento di 3 mila euro, liquidato in via equitativa, a ciascuno dei quattro vicini che li hanno portati in giudizio. I proprietari sono genitori che hanno consentito al figlio (detentore e parimenti responsabile) di tenere nella casa in campagna quattro cani che abbaiano giorno e notte, turbando la serenità dei confinanti per cinque anni. L’azione contro le immissioni intollerabili (articolo 844 Cc) va in-
quadrata nell’ambito di un fatto illecito di cui all’articolo 2043 Cc. Il danno va dimostrato. Nel caso di specie, i vicini danneggiati hanno assolto l’onere probatorio anche grazie alle testimonianze di amici e conoscenti: a volte gli abitanti della casa non riuscivano neppure a sentirsi tra loro per il troppo rumore dall’esterno.
RILIEVI FONOMETRICI
Decisiva è però stata la consulenza tecnica d’ufficio, realizzata sulla base dei rilievi fonometrici contenuti nelle rispettive consulenze di parte: i picchi sonori sono dovuti al latrare dei cani e sforano il limite di normale tollerabilità fissato a 3 decibel e ciò benché pure i vicini abbiano un cane di grossa taglia e vi siano altri animali nei dintorni. (Cassazione Civile- Ordinanza 29784, sezione Terza del 11 novembre 2025)
Si ringrazia La Professione Veterinaria
Per lo studio completo
Ch. It. Bel. Lav. Int. Bel. QUENTIN DELLA BASSANA
Quando il cane inclina la testa
Dalla percezione uditiva all’elaborazione del significato
A chiunque viva o lavori con i cani sarà capitato di osservarli inclinare lateralmente la testa in risposta a parole “speciali”, richiami affettuosi o segnali verbali familiari. È un comportamento immediatamente riconoscibile, spesso accompagnato da uno sguardo attento e intenso, che suscita tenerezza e viene comunemente interpretato come segno di curiosità, ascolto o coinvolgimento emotivo.
Proprio questa apparente semplicità e immediatezza comunicativa hanno probabilmente contribuito, per lungo tempo, a relegare l’inclinazione della testa ai margini dell’indagine scientifica.
Tradizionalmente, infatti, questo movimento è stato ricondotto a un semplice adattamento sensoriale, utile a migliorare la percezione dei suoni o a individuare la loro provenienza, oppure interpretato come una risposta espressiva a stimoli particolarmente insoliti o rilevanti. Negli ultimi anni, tuttavia, questo gesto è divenuto oggetto di crescente interesse scientifico, e due studi recenti ne hanno ipotizzato un importante valore comunicativo nella relazione tra cane ed essere umano.
COGNIZIONE SOCIALE, COMUNICAZIONE TRA SPECIE E LATERALIZZAZIONE
Per comprendere il significato biologico e funzionale dell’inclinazione laterale della testa, è necessario collocare questo comportamento nel contesto più ampio della cognizione sociale canina. I cani, a seguito di un lungo processo di domesticazione e coevoluzione con l’uomo, hanno sviluppato capacità particolarmente sofisticate nell’elaborazione dei segnali sociali umani, che includono non solo gesti e posture, ma anche espressioni facciali, modulazioni vocali e strutture comunicative complesse.
Numerosi studi hanno dimostrato che il cane è in grado di distinguere diversi tipi di vocalizzazioni umane, riconoscere parole familiari e attribuire loro un valore funzionale, soprattutto quando tali segnali sono inseriti in un contesto relazionale coerente. Queste competenze non si basano su una generica sensibilità agli stimoli, ma su meccanismi neurali altamente organizzati, spesso caratterizzati da una marcata specializzazione emisferica. La lateralizzazione, intesa come differenziazione funzionale dei due emisferi cerebrali, è stata ampiamente documentata nel cane in relazione a diversi comportamenti, tra cui la preferenza nell’uso di una zampa, l’orientamento dello sguardo e della testa e la risposta a stimoli visivi e uditivi di varia natura. Tali asimmetrie non rappresentano semplici curiosità neurobiologiche, ma riflettono strategie di elaborazione cognitiva che consentono una gestione più efficiente delle informazioni, in particolare quando queste sono socialmente rilevanti. È in questo quadro che l’inclinazio-
ne laterale della testa assume un significato potenzialmente informativo. L’ipotesi centrale che guida entrambi gli studi è che questo gesto non rappresenti una risposta generica all’attenzione o alla stimolazione acustica, ma emerga in modo selettivo quando il cane si trova a elaborare uno stimolo dotato di significato all’interno della relazione con l’essere umano.
LO STUDIO DEL 2021: PAROLE, SIGNIFICATO E STABILITÀ DIREZIONALE
La ricerca ungherese si inserisce nel filone di studi sull’apprendimento delle parole nei cani, adottando un modello sperimentale che consente di verificare in modo oggettivo il significato attribuito allo stimolo verbale. I quaranta soggetti coinvolti sono stati addestrati ad associare specifiche etichette vocali a oggetti concreti, generalmente giocattoli, e successivamente valutati sulla loro capacità di recuperarli su richiesta.
Poiché solo una minoranza di cani è in grado di apprendere e distinguere un numero elevato di parole, questa caratteristica ha permesso ai ricercatori di confrontare soggetti con competenze verbali avanzate con individui privi di tali abilità. Il risultato più rilevante emerso dallo studio è che l’inclinazione laterale della testa si manifestava con una frequenza significativamente maggiore nei cani capaci di attribuire un significato alle parole, durante l’ascolto di etichette effettivamente apprese, mentre risultava rara o assente nei soggetti che non avevano stabilito tale associazione.
La semplice esposizione allo stimolo acustico non era quindi sufficien-
te a evocare il comportamento: ciò che appariva determinante era la presenza di un contenuto semantico riconosciuto ed elaborato dal cane. Un ulteriore aspetto di rilievo riguarda la direzione dell’inclinazione. Ogni soggetto tendeva infatti a inclinare la testa sempre dalla stessa parte, indipendentemente dalla posizione del proprietario o dalla direzione della fonte sonora. Questa costanza direzionale suggerisce l’esistenza di una solida base neurobiologica, compatibile con un’organizzazione laterale del sistema nervoso centrale, e difficilmente riconducibile a una semplice casualità.
LO STUDIO AMERICANO DEL 2025
La ricerca condotta da Buckley e collaboratori riprende il tema dell’inclinazione della testa e lo approfondisce, spostando l’attenzione dalle condizioni di laboratorio a situazioni più vicine alla vita quotidiana. Attraverso filmati registrati dai proprietari, i ricercatori hanno analizzato il comportamento dei cani in risposta a differenti contesti comunicativi, che vanno dall’assenza di stimoli verbali a situazioni caratterizzate da una comunicazione sociale e affettiva intensa.
Il campione comprendeva 103 cani di razze diverse e meticci, esposti a condizioni progressivamente più complesse: comandi semplici, parole prive di un significato specifico e, infine, una modalità comunicativa spontanea e tipicamente rivolta agli animali domestici, caratterizzata da tono affettivo e marcata espressività.
I risultati mostrano che l’inclinazione della testa compare con una frequenza significativamente mag-
ralizzazione ed elaborazione cognitiva del linguaggio.
Un ulteriore livello di analisi riguarda infine le differenze legate al sesso e allo stato riproduttivo. I maschi sterilizzati mostrano una maggiore frequenza di inclinazione rispetto alle femmine sterilizzate, mentre nei soggetti non sterilizzati tali differenze risultano meno evidenti. Sebbene questi dati vadano interpretati con cautela, suggeriscono che fattori biologici e ormonali possano contribuire a modulare l’espressione del comportamento.
Non (solo) un gesto “carino” Considerati nel loro insieme, questi contributi permettono di interpretare l’inclinazione della testa come espressione di processi cognitivi complessi, legati al riconoscimento, alla valutazione e al recupero di informazioni apprese.
giore nelle condizioni caratterizzate da una comunicazione diretta, affettiva e socialmente rilevante, rispetto a situazioni prive di un contenuto comunicativo significativo. Anche in questo caso, non è la semplice presenza di suoni a determinare il comportamento, ma la qualità e l’intenzionalità della comunicazione rivolta al cane. Particolarmente rilevante è il fatto che l’inclinazione risulti rara o assente in condizioni in cui il cane appare comunque vigile e orientato verso il proprietario. Questo dato consente di distinguere chiaramente tra attenzione sensoriale e attenzione cognitiva: la prima può manifestarsi senza l’emergere del gesto, mentre la seconda sembra essere accompagnata dall’inclinazione della testa.
Un altro elemento importante riguarda il momento in cui il gesto si manifesta. L’inclinazione compare infatti durante l’ascolto o immediatamente dopo la parola significativa, indicando che essa fa parte del processo di comprensione dello stimolo e non rappresenta una reazione tardiva o casuale.
L’analisi della direzione dell’inclinazione ha inoltre evidenziato, a livello di popolazione, una tendenza prevalente verso destra. Questo risultato è coerente con le attuali conoscenze sulla lateralizzazione cerebrale nel cane, secondo cui l’emisfero sinistro è maggiormente coinvolto nell’elaborazione di segnali vocali familiari e appresi, mentre quello destro risponde preferenzialmente a stimoli nuovi o caratterizzati da un’elevata intensità emotiva.
Il confronto con lo studio del 2021 rafforza questa interpretazione, mostrando che nei cani con competenze verbali avanzate tale tendenza risulta ancora più marcata, suggerendo una relazione diretta tra late-
Questo gesto emerge come parte attiva della comunicazione, segnalando il coinvolgimento del cane nell’elaborazione dei segnali umani e nella costruzione del significato all’interno della relazione. Riconoscerne la presenza significa affinare lo sguardo verso quei momenti in cui il cane non si limita a reagire a uno stimolo, ma vi si orienta mentalmente, integrando ciò che ascolta con la propria esperienza. Un movimento così discreto rende visibile un passaggio solitamente silenzioso: il momento in cui l’ascolto si trasforma in comprensione. In questa breve sospensione, l’inclinazione della testa diventa la traccia di una mente all’opera e l’esito di un lungo percorso di coevoluzione che ha reso possibile un dialogo tra specie diverse. Osservarlo e coglierne il valore significa riconoscere uno degli aspetti più affascinanti dell’incontro tra cane e uomo, quando la comunicazione smette di essere unidirezionale e diventa, finalmente, relazione.
Giulia Del Buono
Welsh Corgi Pembroke. Foto Maria Grazia Paradossi. Fotogallery ENCI
Da lupo a cane mille generazioni
Uno studio recente ha analizzato oltre duemilacinquecento genomi. I dati riferiti alle razze hanno sorpreso i ricercatori
L’analisi approfondita di 2.693 genomi di cani e lupi antichi e moderni ha permesso ai ricercatori di mappare le ascendenze e discendenze dei cani moderni rispetto ai lupi.
Le sorprese non sono mancate. Il Chihuahua contiene lo 0,2% lupino, mentre il Mastino Napoletano, il Cane di San Bernardo e il Bullmastiff non hanno alcuna ascendenza lupo rilevabile, sottolineando la specificità storica dell’evoluzione del cane e della selezione dei tratti morfologici e psicologici operata dall’uomo.
L’imponente ricerca, pubblicata nel novembre 2025 su PNAS (Preceedings of the National Accademy of Sciences USA) ad opera di Audrey T. Lin et al. ha combinato analisi filogenomiche (scienza che combina lo studio del DNA/RNA con la filogenesi) e analisi inferenziali (processo statistico dei dati riferiti a una popolazione), altamente sensibili di questi 2.693 genomi.
Nelle moderne razze riconosciute dai vari Kennel club mondiali si è rilevato che quasi i due terzi dei cani di razza presentano un’ascendenza lupo nel loro genoma nuclea-
re, che deriva da una mescolanza avvenuta quasi mille generazioni fa.
Inoltre, tratti morfologici come le dimensioni o psicologici come le caratteristiche dell’indole legate alla funzione, hanno trovato una correlazione bassa ma rilevabile con l’ascendenza dal lupo post domestico che, nel complesso, ha plasmato la loro evoluzione.
ANTICHE IBRIDAIZONI
Nel tardo Pleistocene i cani si sono evoluti attraverso le interazioni tra esseri umani e lupi grigi e da allora sono onnipresenti nelle società umane.
Nel complesso, l’incrocio cane-lupo è probabilmente stato un fattore importante nel plasmare l’evoluzione dei cani moderni.
L’ascendenza dal lupo nei cani, tuttavia, è stata per lo più non rilevabile a livello di genoma. In uno studio precedente (a livello statistico) l’ascendenza dal lupo non è stata rilevata nei genomi nucleari di 27 cani antichi che hanno abitato per circa 11.000 anni nell’emisfero settentrionale. Gli esseri umani hanno affermato di
aver intenzionalmente incrociato lupi e cani per secoli, come riportato da Aristotele (384 – 322 aC.) e Plinio (23 dC. 79 dC.).
Anche i popoli Inuit dell’Artico e i popoli indigeni preispanici dell’odierno Messico avrebbero utilizzato ibridi per rafforzare le linee di discendenza dei cani da lavoro. Tuttavia, i genomi antichi dell’era romana non mostrano alcuna prova di ascendenza dal lupo, né è stata rilevata un’ascendenza dal lupo negli antichi cani nell’Artico o nelle Americhe precoloniali.
I Cani lupo cecoslovacchi e di Saarloos, razze del XX secolo, create attraverso l’ibridazione deliberata, sono eccezioni degne di nota e possiedono rispettivamente circa l’11-12% e il 18-33% di ascendenza dal lupo.
NUOVE SCOPERTE
Alcune razze hanno sorpreso i ricercatori poiché presentano mag-
giori tratti di lupo rispetto ad altri cani: il Grand Anglo Francais
Tricolore e il Grand Anglo Francais Blanc et Orange, rispettivamente il 5,7% e 4,7% di ascendenza lupo; ~24 e ~17 generazioni dall’incrocio.
La recente ed estesa discendenza dal lupo nei Grand Anglo Francais Tricolore è inaspettata. Questa razza mostra la più alta varianza nell’ascendenza dal lupo tra tutte le razze analizzate (dallo 0,03 al 5,47%), con valori inferiori ma anche variabili nel correlato Grand Anglo Francais Blanc et Orange (dallo 0,004 all’1,8%).
I Grand Anglo-Français Tricolore sono una delle tre varietà dei grandi segugi anglo-francesi che sono stati creati incrociando segugi francesi come il Poitevin con i Foxhound tricolori inglesi e allevati per cacciare prede di grandi dimensioni come cervi rossi, caprioli e cinghiali.
Tuttavia, non è chiaro da dove possa aver avuto origine l’elevata discendenza dal lupo in questi individui.
DIFFERENZE TRA LE RAZZE
In termine di fenotipi e tratti dell’indole, l’ascendenza dal lupo è riscontrabile in un’ampia gamma di razze canine.
Uno dei fattori rilevati è la taglia, debolmente ma significativamente correlate. Infatti, un approccio a tratti misurabili (caratteristiche dell’indole) rivela che un’ascendenza del lupo più elevata si è concentrata nei cani di taglia più grande. Pertanto, la presenza di antenati lupini è trasversale a tutte le taglie di cani, compreso circa lo 0,2% del genoma del Chihuahua, ma le razze più grandi tendono ad avere una percentuale complessiva maggiore di antenati lupini.
GEOGRAFIA, STANDARD E INDOLE
Le razze, come da classificazione dei Kennel club mondiali, presenta-
Cane di San Bernardo. Archivo ENCI
Cane lupo di Saarloos. Foto Sophie Gobert. Fotogallery ENCI
no, come detto, un’ascendenza dal lupo moderata ma rilevabile. Alcuni gruppi, tuttavia, tra cui i cani da slitta artici e le razze autoctone dei territori isolati, hanno la maggiore ascendenza lupo, mentre in media, terrier, retriever, cani da ferma e segugi ne hanno meno. Le razze da guardiania hanno una bassa ascendenza lupo mediana (0,023%), ma una forte asimmetria positiva sostenuta da diverse razze individuali con un’elevata ascendenza lupo. Queste includono principalmente razze autoctone di grandi dimensioni per la protezione del bestiame provenienti dalla Turchia e da altre parti dell’Asia occidentale e centrale, in particolare il Cane da pastore dell’Asia centrale, il Cane da pastore dell’Anatolia, il Cane da pastore di Ciarplanina, il cane da Pastore di Kars e il Cane da pastore del Caucaso. Queste razze autoctone contengono dallo 0,553 all’1,19% di ascendenza lupo.
Al contrario, altri grandi molossoidi come il Mastino Napoletano, il Bullmastiff e il Cane di San Bernardo, non hanno alcuna ascendenza lupo rilevabile, il che sottolinea la specificità storica dell’evoluzione del cane e della selezione dei tratti morfologici.
INDICATORI
DEGLI STANDARD
Analizzando gli standard di razza dei Kennel club mondiali che descrivono anche i tratti caratteristici dell’indole di molte razze, è stato rilevato che le razze con maggiore sangue lupino sono descritte come “indipendenti”, “dignitosi”, “vigili”, “leali”, “riservati” e territoriali; al contrario, quelle con basso sangue lupino sono descritte come “desiderosi di compiacere”, “facili da addestrare”, “coraggiosi”, “vivaci” e “affettuosi.
È utile specificare che la presente analisi non considera i comportamenti dei singoli cani o l’univoca concordanza tra standard di razza e comportamento. Tuttavia, riflette forti associazioni tra il livello di ascendenza del lupo nelle razze e alcuni dei termini comunemente usati per descrivere tali razze e suggerisce un percorso per la futura ricerca comportamentale sul cane.
ADATTAMENTO LUPO
CANE E VICEVERSA
L’introgressione della variante EPAS1 (un gene chiave, fondamentale nell’adattamento all’ipossia) nei lupi locali dei territori di alta quota, conferisce probabilmente una tolleranza all’ipossia nelle razze autoctone in questi ambienti ostili, consentendo a questi cani di
sopravvivere negli Altopiani tibetani a basso contenuto d’ossigeno. A tal proposito, uno studio del 2017 di Bridgett vonHoldt et al. sostiene che la mescolanza tra lupi e cani in particolari situazioni può facilitare l’adattamento in maniera bidirezionale. Per esempio, i lupi neri hanno ottenuto la variante che causa il colore nero del mantello attraverso l’ibridazione con i cani domestici e hanno un benessere fisico più elevato rispetto ai lupi grigi. Un altro esempio recente del trasferimento di variazione adattativa tra le due specie è stato suggerito dalla somiglianza tra i Mastini tibetani d’alta quota e i lupi a livello del gene EPAS1, un fattore indotto in ambienti a basso contenuto di ossigeno.
LA MANO DELL’UOMO
I lupi dipendono molto dal loro senso dell’olfatto per orientarsi nell’ambiente circostante, trovare prede, marcare i loro territori e riconoscersi a vicenda.
Nei cani, cambiamenti fisiologici come la ridotta morfologia della lamina cribrosa (una porzione perforata dell’osso dermoide che separa le cavità nasali dalla scatola cranica, permettendo il passaggio dei nervi olfattivi) e cambiamenti al bulbo olfattivo sono stati associati a una ridotta capacità olfattiva rispetto ai lupi.
Anche nei lupi, la maggiore dipendenza dagli esseri umani, per cibo e riparo, potrebbe aver allentato la pressione selettiva durante la domesticazione, in merito alla capacità olfattiva necessaria per il tracciamento e la caccia a lunga distanza dei lupi stessi.
L’associazione tra l’ascendenza dal lupo e i tratti desiderabili operati dall’uomo durante la selezione come l’attenzione, la taglia e la diffidenza verso gli estranei nelle razze “da guardia”, suggerisce, per esempio, la possibilità che il materiale genetico del lupo possa aver rafforzato alcuni tratti ricercati dall’uomo stesso nei cani, anche se la completezza delle implicazioni funzionali relative all’interazione evolutiva tra cani e lupi restano da esplorare.
All’opposto, esistono comunque ulteriori prove che suggeriscono che i cani di villaggio allevati allo stato libero, senza l’ingerenza dell’uomo, subiscono una selezione naturale e sessuale più simile ai canidi selvatici che ai cani d’allevamento, a ribadire che le pressioni selettive ad opera dell’uomo agiscono su tratti associati allo sviluppo, al comportamento, al metabolismo e alla funzione del sistema nervoso.
Diecimila anni di migrazioni accanto all’uomo
Uno studio, pubblicato sulla rivista Science lo scorso mese di novembre ha scoperto che i cani sono parte integrante delle culture umane da migliaia di anni.
Shao Jie Zhang et al., hanno esaminato 73 antichi genomi di cani provenienti dalla Siberia, dall’Asia orientale, dalle steppe dell’Asia centrale e dalla Cina, risalenti all’epoca compresa fra il tardo Pleistocene e l’inizio dell’Olocene, trovando chiare prove di ascendenza poiché cani e popolazioni umane si sono spostati insieme nel tempo e nello spazio, suggerendo che i cani fossero parte integrante della cultura umana dell’epoca. Hanno anche scoperto che in alcuni casi, soprattutto dove particolari caratteristiche lavorative o fisiche erano preziose, come nell’Artico, i cani venivano probabilmente scambiati tra le popolazioni. Essendo la prima specie domestica, i cani si sono probabilmente dispersi con diversi gruppi culturali durante il tardo Pleistocene e l’Olocene. I risultati indicano correlazioni tra l’ascendenza dei cani e specifiche popolazioni umane antiche dall’Europa orientale alla Siberia orientale, inclusi gli antichi paleo-siberiani, i cacciatori-raccoglitori orientali, gli asiatici orientali e i pastori delle steppe. Inoltre, sono stati identificati molteplici cambiamenti nell’ascendenza dei cani che coincidono con specifiche dispersioni di cacciatori-raccoglitori, agricoltori e pastori.
] ] ]
In un comunicato stampa, uno dei ricercatori (in tutto, oltre 40 scienziati) Lachie Scarsbrook, paleogenetista, ha dichiarato:
“Prima che l’uomo avesse altri animali domestici – nessun ovino, nessun bovino, nessun maiale –aveva i cani”, ha detto Scarsbrook. “Erano così affezionati a loro che li portavano con sé ovunque andassero.” Allo stesso tempo, i ricercatori hanno notato cambiamenti nella genetica dei cani. Scarsbrook ha spiegato che i cani che un tempo si trovavano in una determinata area avevano un aspetto completamente diverso fra loro e ha notato un mix di variazioni genetiche che si dirigeva verso Est, seguendo modelli migratori simili a quelli degli esseri umani.
Lo studio ha scoperto che i cani avevano seguito i lavoratori dei metalli più di 4.000 anni fa attraverso la steppa eurasiatica, che si estende attraverso la Manciuria, la Mongolia, lo Xinjiang, il Kazakistan, la Siberia, la Russia europea, l’Ucraina, la Moldavia, la Romania, la Bulgaria, l’Ungheria e la Slovacchia.
Scarsbrook ha aggiunto che i cani trovati nell’Artico avevano la stessa genetica dei cani che si trovavano a migliaia di chilometri di distanza, in Cina.
“Finora, non c’era assolutamente alcun genoma di cane proveniente
da siti antichi provenienti dalla Cina”, ha detto. “Questa scoperta è stata rivoluzionaria, nel senso che finalmente abbiamo potuto dare un’occhiata alla diversità genetica degli antichi cani cinesi”. Ermelinda Pozzi
Per lo studio Editor’s Summary and Abstract
Per lo studio completo di Audrey T. Lin et al.
Per lo studio completo di Bridgett vonHoldt et al.
Pechinese. Archivio ENCI
Renata Fossati
Colori in divenire
Un’analisi genetica sulla comparsa della varietà roano e ticked nel mantello del cane, fattore invisibile
Il colore del mantello è uno degli aspetti più immediatamente riconoscibili del cane e, allo stesso tempo, uno dei più complessi dal punto di vista biologico. Nel corso della storia della cinofilia moderna, la colorazione ha progressivamente assunto un significato che va ben oltre la funzione estetica, diventando un elemento identitario, un criterio di selezione e un parametro normativo all’interno degli Standard di razza. Questa centralità ha favorito una classificazione dei mantelli basata soprattutto sulla descrizione visiva del fenotipo, che però non sempre riflette in modo accurato i meccanismi genetici e cellulari che ne sono alla base.
Tra i pattern (varietà) più discussi e, storicamente, meno compresi dal punto di vista genetico, rientrano quelli comunemente definiti roano, ticked (picchiettato) e clear. Non si tratta di colori in senso stretto, ma di diverse modalità con cui il pigmento compare e si distribuisce all’interno di aree del mantello che, in una fase iniziale, risultano prive di pigmentazione visibile. Una caratteristica condivisa da questi pattern è infatti la loro evoluzione nel tempo: i soggetti che li manifesteranno in età adulta nascono con aree bianche apparentemente uniformi, nelle quali la pigmentazione compare solo successivamente, con modalità e intensità variabili.
Lo studio di Brancalion e collaboratori, pubblicato nel 2021 su Animal Genetics, analizza in modo sistematico la base genetica di questi pattern, con l’obiettivo di chiarire se roano e ticked siano controllati da loci distinti oppure rappresentino espressioni diverse di un’unica regione genomica organizzata come una serie allelica. Mettendo insieme l’analisi dell’intero genoma, lo studio degli aplotipi e la verifica di specifiche varianti genetiche, la ricerca propone un modello in grado di spiegare in modo coerente la grande varietà di mantelli osservata nella pratica cinofila.
PIGMENTAZIONE DEL MANTELLO E RUOLO DEL BIANCO COME SUBSTRATO GENETICO
Per comprendere il significato biologico dei pattern roano e ticked è necessario partire dai meccanismi generali della pigmentazione nel cane. Il colore del mantello dipende dall’attività dei melanociti, cellule specializzate nella produzione dei pigmenti melanici, in particolare eumelanina e feomelanina. La distribuzione di queste cellule durante lo sviluppo embrionale determina non solo il colore di base del mantello, ma anche la presenza o l’assenza di pigmentazione in specifiche regioni del corpo.
Le aree bianche del mantello non
alla nascita
costituiscono un colore autonomo, ma rappresentano il risultato dell’assenza o della mancata migrazione dei melanociti. Questo fenomeno, noto come white spotting, è regolato principalmente dal gene MITF (micropthalmia-associated transcription factor), la cui attività determina l’estensione delle aree non pigmentate. Lo studio sottolinea un punto fondamentale: i pattern roano e ticked non generano nuove aree pigmentate, ma si manifestano esclusivamente all’interno di regioni che, per effetto di MITF, sarebbero altrimenti completamente bianche.
È proprio questa interazione il punto chiave.
In assenza di aree bianche di base, i fenotipi roano e ticked non sono osservabili. Di conseguenza, qualsiasi analisi genetica che non tenga conto della presenza del white spotting rischia di identificare erroneamente MITF come locus causale
tale da conferire al mantello un aspetto omogeneamente spruzzato, privo di macchie nettamente distinguibili.
Il fenotipo clear indica la condizione in cui questa pigmentazione secondaria è assente o minima, e le aree bianche rimangono sostanzialmente prive di peli colorati. Nella pratica cinofila, queste tre condizioni vengono spesso considerate categorie distinte; tuttavia, l’osservazione empirica ha da tempo messo in evidenza l’esistenza di soggetti intermedi e di una marcata variabilità individuale, anche all’interno della stessa cucciolata.
Un elemento condiviso da ticked e roano è la loro comparsa dopo la nascita. I cuccioli nascono con aree bianche “pulite” e la pigmentazione si sviluppa solo nelle settimane successive, con la perdita del pelo neonatale. Questo suggerisce che il controllo genetico di questi pattern agisca in una fase successiva allo sviluppo embrionale, influenzando la comparsa e la distribuzione del pigmento.
IMPOSTAZIONE DELLO STUDIO E SCELTA DELLE POPOLAZIONI ANALIZZATE
Per indagare la base genetica di questi fenomeni, gli autori hanno scelto come modelli due razze strettamente imparentate: l’English Cocker Spaniel e l’English Springer Spaniel. Le due razze condividono una struttura genetica simile, ma differiscono per frequenza e modalità di espressione dei pattern roano, ticked e clear, rendendole particolarmente adatte allo scopo.
Un risultato centrale dello studio è che questa associazione emerge chiaramente solo quando l’analisi viene limitata ai soggetti che presentano white spotting. Se questo fattore non viene controllato, il segnale principale viene invece attribuito al locus MITF, portando a una localizzazione fuorviante. Questo mostra quanto il controllo del contesto fenotipico sia determinante per interpretare correttamente i risultati.
L’analisi condotta sugli English Springer Spaniel ha individuato segnali compatibili nella stessa regione cromosomica, ma associati a marcatori differenti. Questo suggerisce che i fenotipi roano e ticked siano riconducibili a varianti distinte, localizzate all’interno della stessa area genomica, piuttosto che a un’unica mutazione condivisa.
APLOTIPI E SERIE ALLELICA: UN MODELLO UNIFICANTE
Un’analisi più approfondita, resa possibile da una genotipizzazione più densa della regione associata, ha consentito di identificare tre principali aplotipi, ciascuno associato in modo coerente a uno specifico fenotipo del mantello.
Il primo aplotipo, coincidente con la sequenza di riferimento, è associato al fenotipo clear ed è recessivo. Il secondo aplotipo è associato al fenotipo ticked ed è dominante rispetto al clear.
Il terzo aplotipo, caratterizzato dalla presenza di ulteriori varianti sia puntiformi sia strutturali, è associato al fenotipo roano e mostra un comportamento di dominanza incompleta.
per il roano, confondendo il substrato necessario con il meccanismo specifico responsabile della pigmentazione secondaria. Lo studio affronta esplicitamente questo problema metodologico, limitando le analisi ai soli soggetti che presentano bianco nel mantello.
DESCRIZIONE FENOTIPICA: TICKED, ROANO E CLEAR COME ESPRESSIONI CONTINUE
Dal punto di vista fenotipico, il ticked è caratterizzato dalla presenza di macchie pigmentate ben delimitate all’interno delle aree bianche. Queste puntinature possono variare notevolmente per dimensione, densità e distribuzione, ma tendono a concentrarsi con maggiore frequenza su muso e arti.
Il roano, al contrario, si manifesta come una mescolanza più uniforme di peli pigmentati e peli bianchi,
Nel caso dell’English Cocker Spaniel, l’analisi dell’intero genoma ha confrontato soggetti roani con soggetti parti-color, ossia con aree bianche prive di roano. I soggetti self-color (a mantello unicolore) sono stati esclusi, poiché l’assenza di bianco rende impossibile osservare il fenotipo oggetto di studio.
Negli English Springer Spaniel, invece, il confronto è avvenuto tra soggetti ticked e soggetti clear.
L’IDENTIFICAZIONE DI CFA38 COME REGIONE ASSOCIATA
L’analisi di associazione genome-wide condotta sugli English Cocker Spaniel ha individuato un segnale di associazione molto forte sul cromosoma canino 38. Dopo un accurato filtraggio dei marcatori genetici, la regione associata al fenotipo roano è risultata estendersi per oltre un megabase e ha mostrato livelli di significatività nettamente superiori alla soglia genome-wide corretta per i test multipli.
Gli autori precisano che questa gerarchia rappresenta un modello funzionale semplificato e non una classica ereditarietà monogenica: oltre ai tre aplotipi principali, esistono aplotipi minori che contribuiscono alla variabilità fenotipica osservata. Questo assetto genetico offre una spiegazione unitaria e coerente della gerarchia fenotipica descritta nella letteratura classica e osservata nella pratica cinofila. I fenotipi ticked e roano non dipendono da geni distinti, ma rappresentano espressioni differenti della stessa regione genomica, organizzata come una vera e propria serie allelica. In questo modo, la continuità osservata tra la puntinatura discreta e la mescolanza diffusa del pigmento trova una solida base genetica.
IL RUOLO DI USH2A E DELLE VARIANTI STRUTTURALI
All’interno della regione del cromosoma canino 38 individuata dallo studio, il gene che emerge come
Cocker Spaniel Inglese. Foto archivio ENCI
principale protagonista è USH2A, responsabile della produzione della proteina usherina. Tutte le varianti genetiche associate ai diversi pattern del mantello si trovano all’interno di questo gene o nelle sue immediate vicinanze, rafforzando l’idea che USH2A abbia un ruolo centrale nel determinare il fenotipo.
Incrociando questi risultati con i dati di sequenziamento del Dog Biomedical Variant Consortium, gli autori hanno identificato diverse varianti potenzialmente rilevanti, tra cui varianti missenso, varianti che interferiscono con i meccanismi di splicing e, soprattutto, una duplicazione di DNA di circa 11 kilobasi localizzata in un introne di
USH2A. Questa duplicazione è presente esclusivamente sull’aplotipo associato al fenotipo roano ed è fortemente associata alla presenza di una pigmentazione diffusa nelle aree bianche del mantello, anche in razze diverse.
La validazione sperimentale tramite PCR ha confermato lo stretto legame tra questa duplicazione genetica e la comparsa del mantello roano. Sebbene il meccanismo molecolare preciso non sia ancora completamente chiarito, la posizione intronica della duplicazione suggerisce un possibile effetto regolativo sull’espressione o sullo splicing di USH2A. Un’alterazione di questo tipo potrebbe agire in una fase successiva alla nascita, influenzando la
comparsa e la distribuzione del pigmento nel mantello e offrendo così una spiegazione plausibile per l’aspetto caratteristico del roano.
CONCLUSIONE
Lo studio di Brancalion et al. dimostra in modo convincente che i pattern roano, ticked e clear nel cane non sono determinati da fattori genetici indipendenti, ma rappresentano diverse espressioni di una stessa architettura allelica localizzata sul cromosoma 38, in una regione genomica che comprende il gene USH2A.
Grazie a un approccio metodologico progressivo e ben controllato, il la-
LA SCIENZA RIVELA DOTI ECCEZIONALI
voro riesce a ricondurre osservazioni fenotipiche note da decenni a un modello genetico chiaro, capace di spiegare in modo unitario i rapporti di dominanza funzionale, la continuità tra i fenotipi e una parte significativa della variabilità individuale. Senza attribuire a questi pattern significati funzionali o implicazioni che vadano oltre i dati sperimentali, lo studio chiarisce che la comparsa del pigmento nelle aree bianche del mantello dipende da un meccanismo specifico, distinto dalla genetica del white spotting ma ad essa subordinato. In questo quadro, roano e ticked non appaiono come anomalie né come semplici curiosità cromatiche, ma come manifestazioni ordinate di una grammatica
genetica invisibile che, grazie al progresso scientifico, comincia a rivelare i propri colori.
Abilità cognitive: cani superdotati
Lo studio ha prodotto sorprendenti risultati, attenzione però alle pretese di noi
L’intelligenza dei cani contiene diverse variabili. Gli esperti in materia come Joël Dehasse, Adam Miklòsi, Turid Rugaas, Roger Abrantes, Stanley Coren, Clarissa v. Reinhardt, solo per citarne alcuni poiché l’elenco sarebbe lunghissimo, hanno anche caratterizzato le diverse qualità di intelligenze, quali: emotiva, adattativa, istintiva, relazionale, ecc. ecc.
Ho sempre sostenuto che “I cani non sono tutti uguali”, già a partire da un articolo pubblicato su I Nostri Cani, aprile 2010 intitolato “La memoria genetica dei cani e il riflesso sul comportamento”, dal quale ripropongo qui un breve estratto… “Inoltre, adeguarsi all’idea che le razze canine presentano caratteristiche differenti tra loro sia morfologiche che psicologiche e cognitive e, conseguentemente, le loro aspettative, le loro emozioni, le loro rappresentazioni mentali e le loro reazioni all’ambiente sono differenti”.
Fortunatamente, di recente si discute in maniera costruttiva su questo aspetto, dato che è stata la selezione mirata alla funzione che ha creato la “memoria di ceppo” (o memoria di razza) sulla quale si sviluppa la memoria di selezione e la memoria soggettiva dei cani.
Inoltre, un altro costrutto fondamentale della moderna psicologia canina registra un generale consenso nel definire il concetto di “indole del cane” come la somma - indefinita tra le parti - del corredo genetico e dell’influenza complessiva che esercita l’ambiente.
PAROLE E INTUIZIONI
Il recente studio dell’Università di Budapest ad opera di S. Dror, A. Miklòsi et al., pubblicato lo scorso gennaio su Science, rivela come 10 Border Collie definiti “superdotati” abbiano arricchito il loro vocabolario di parole riferite ad oggetti, attraverso prove complesse, svolte
anche a distanza di alcuni giorni. È stata valutata la capacità di questi cani di apprendere le parole attraverso conversazioni non rivolte a loro, utilizzando un approccio progettato per studiare la comprensione nei bambini piccoli. Si è scoperto che i cani erano in grado di imparare le parole ascoltando di nascosto - proprio come dei bambini di un anno e mezzo - le conversazioni degli umani.
Lo studio delle abilità socio-cognitive che supportano questo processo di apprendimento, appaiono quindi non esclusivamente umane, ma potrebbero essersi evolute o svilupparsi in altre specie, offrendo preziose informazioni sulle origini della cognizione linguistica. Infatti, questo studio ha dimostrato che un piccolo gruppo di cani dotati di eccezionali capacità di apprendimento delle parole, che già possedeva un ampio vocabolario di parole riferite ad oggetti, è stato in grado di apprenderne di nuove ascoltando di nascosto le conversazioni dei loro proprietari, capacità definite dai ricercatori come parallele a quelle dei bambini di 18 mesi d’età.
RIASSUMENDO
LE TRE PROVE
Questi cani superdotati, definiti “gifted word learners” hanno superato tre test. Nel primo, i proprietari mostravano loro dei nuovi oggetti, ripetendo più volte il nome del giocattolo proposto per pochi minuti e interagendo con loro. Nel secondo test, i cani non erano in alcun modo coinvolti in quelle che erano le conversazioni tra le persone, in cui venivano pronunciati i nomi di altri oggetti sconosciuti ai cani.
Successivamente alle due fasi, nella terza prova gli esperti hanno disposto in una stanza tutti gli oggetti utilizzati in entrambe le fasi di sperimentazione in cui c’erano anche i
umani
giocattoli preferiti, quelli con cui i cani avevano già familiarità. È stato quindi chiesto loro di riportare alcuni giocattoli, sia che fossero quelli a loro familiari che quelli “origliati” durante le conversazioni tra umani, ed è venuto fuori che 7 cani su 10 hanno riportato il giocattolo richiesto; in altre parole, rispondendo alle intuizioni generate dall’ ascolto fortuito delle conversazioni tra umani.
Infine, un’ulteriore prova, effettuata a distanza di qualche giorno, ha prodotto lo stesso risultato, inducendo i ricercatori ad affermare che non fosse necessaria una immediata associazione ma che il ricordo di ciò che avevano precedentemente compreso era rimasto fissato nella loro memoria.
PENSIERI FINALI
È ormai consolidata l’idea che il Border Collie, il Malinois e il Barbone siano considerate le razze “più intelligenti” poiché sono, in generale, tra le più collaborative nei nostri confronti.
Apprendono velocemente, si adattano alla nostre richieste e si stressano di meno rispetto ad altre razze durante le fasi addestrative. Per questo, sono prese ad esempio in molte ricerche che, è necessario specificare, impiegano esclusivamente cani di famiglia, scegliendo tra quelli che possiedono già un pregresso addestrativo efficace e utile ai test da proporre loro. La ricerca in oggetto merita attenzione perché ha compiuto un ulteriore passo in avanti sulle abilità cognitive di certi “cani superdotati”, definendoli “gifted word learners” (letteralmente: studenti dotati di parole), paragonando la loro funzionalità cognitiva a quella di bambini di 18 mesi, poiché sono state utilizzate complesse scale psicologiche e tecnologie avanzate che hanno permesso la comparazione. Tuttavia, una frase che definirei
molto “etica” è stata sottolineata da questi ricercatori: “The findings presented in this study should not be extended to the general dog population” che, tradotto in italiano suona così: “i risultati presentati in questo studio non dovrebbero essere estesi alla popolazione canina generale.”
È un monito alle pretese di noi umani, bisogna dirlo.
Ed è necessario ribadire sempre un concetto fondamentale: “I cani non sono tutti uguali”. La loro visione del mondo è condizionata sia dalla genetica che dall’ambiente in cui vivono e siamo noi che scegliamo per loro, non è mail il contrario. Come ci sono alcuni cani superdotati, ci sono invece moltissimi cani che vivono nella normale quotidianità, al nostro fianco. Di certo, hanno bisogno di essere educati e, a seconda delle loro capacità cognitive, possono imparare addestramenti complessi.
In ogni modo, teniamoli lontani dalle nostre pretese, spesso inadeguate e mal gestite. Cerchiamo invece di comprendere chi ci sta davanti e ci osserva in continuazione con l’intenzione di capire cosa vogliamo da loro. Perché in questo, loro, sono molto più bravi di noi.
WORLD DOG SHOW 2026 è la più importante esposizione canina internazionale che si tiene in Italia e che richiama circa 25.000 cani nei prestigiosi padiglioni di Bologna Fiere.
Cinque giorni dove allevatori e proprietari potranno confrontarsi e scambiarsi esperienze, mentre gli amanti dei cani avranno la possibilità di ammirare, conoscere e scoprire la simpatia, la bellezza e le attitudini delle diverse razze. Saranno rappresentate 400 razze che verranno sottoposte al giudizio di 230 esperti che avranno il compito di selezionare i migliori che concorreranno per il titolo di BEST IN SHOW 2026. Bologna Fiere è uno dei poli fieristici più all’avanguardia al mondo: 375.000 metri quadrati, tra aree interne ed esterne; 20 padiglioni cablati, climatizzati e con sistema di ventilazione; 10.000 posti auto coperti; dotato di un casello autostradale dedicato e una fermata ferroviaria; offre un accesso agevole e diretto con 5 ingressi indipendenti. n. 12 padiglioni n. 100 ring n. 230 Esperti giudici n.
10.000 parcheggi n.
100.000 mq. copertura
con il patrocinio di
GIOCARE E CAMMINARE FAVORISCONO IL RILASSAMENTO
I risultati hanno mostrato che diverse attività innescavano risposte cerebrali distinte. Giocare e passeggiare con il cane aumentava le oscillazioni della banda Alfa, che indicano uno stato di veglia rilassata. L’attività delle onde Alfa è stata collegata a un miglioramento della memoria e a una riduzione dello stress mentale . Questa scoperta suggerisce che tali attività potrebbero essere particolarmente utili per promuovere la calma e la stabilità emotiva.
TOELETTATURA E MASSAGGIO
AUMENTANO LA CONCENTRAZIONE
Le attività che richiedono maggiore concentrazione, come la toelettatura e il massaggio delicato sul cane, hanno aumentato le oscillazioni della banda Beta. Questi modelli di onde cerebrali sono associati a una maggiore attenzione e concentrazione. L’attività delle onde Beta indica in genere che il cervello è attivamente impegnato e concentrato su un compito specifico. L’aumento durante le attività di cura manuale suggerisce che queste interazioni possano migliorare le funzioni co-
gnitive. I partecipanti hanno anche riportato una significativa riduzione di affaticamento, depressione e stress dopo tutte le attività legate al cane. Queste emozioni soggettive erano in linea con le misurazioni cerebrali oggettive.
CONCLUSIONI
In definitiva, i ricercatori affermano che questo studio fornisce informazioni fondamentali per chiarire gli effetti terapeutici e i meccanismi alla base degli Interventi Assistiti con gli Animali, dato che risultati dimostrano come le specifiche attività con i cani possano attivare un rilassamento più forte e duraturo, stabilità emotiva e attenzione, facilitando una maggiore attività cerebrale.
ORGANO UFFICIALE DELL’ENCI
Ente Nazionale della Cinofilia Italiana n. 2 febbraio – Anno 72°
DIRETTORE RESPONSABILE: Fabrizio Crivellari
REDAZIONE: Renata Fossati
PROPRIETÀ ED EDITORE: ENCI Milano
HANNO COLLABORATO: Pietro Condò, Giulia Del Buono, Ermelinda Pozzi, Andrea Tureddi, Alberto Vergara
NOTIZIE ENCI CANE DA PASTORE BELGA, RIPRODUZIONE SELEZIONATA
DISPOSIZIONI TRANSITORIE
Si informa che il Consiglio Direttivo dell’ENCI del 26 novembre 2025, recependo la comunicazione del Club Amatori del Pastore Belga (CAPB) relativa alle criticità emerse nell’ambito della riproduzione selezionata del cane da pastore belga, ha deliberato l’adozione di una norma transitoria, che consenta l’inserimento nel Registro dei riproduttori selezionati dei soggetti che, entro il 31 marzo 2026, risultino in possesso dei seguenti requisiti:
• età minima di 18 mesi;
• qualifica di buono in mostra speciale o raduno;
• superamento di una delle seguenti prove organizzate dal CAPB: FCI IGPV, FCI IPO R Livello V, FCI HWT, FCI IGP FH, FCI IGPV, FCI HWT, FCI IGP FH o livelli successivi. A partire dal 1° gennaio 2025 FCI IGP1, FCI SAR RH LIVELLO V, FCI HWT, FCI-IGP FH, Mondioring cat. 1 o livelli successivi; restano valide le prove conseguite antecedentemente nel rispetto dei regolamenti previsti.
• requisiti sanitari: HD A,B e ED 0, BL,1.
AVVISO
Si avvisa che, essendo la raccomandata a.r. ritornata al mittente, in applicazione dell’art. 39.3 del Regolamento di attuazione dello Statuto Sociale ENCI presso la Segreteria della Commissione di Disciplina di 1a istanza è stata depositata lettera di contestazione relativa al procedimento disciplinare n. 159/25 nei confronti di BIGOZZI ALESSANDRO Il Presidente
AVVISO
Si avvisa che, essendo la raccomandata a.r. ritornata con motivazione “il destinatario è irreperibile”, in applicazione dell’art. 39.3 del Regolamento di attuazione dello Statuto Sociale ENCI presso la Segreteria della Commissione di Disciplina di 1a istanza è stata depositata decisione relativa al procedimento disciplinare n. 4/25 nei confronti di CIRINA ENRICO Il termine perentorio per l’eventuale appello è di 30 gg. dalla presente pubblicazione. Trascorso tale termine la decisione verrà dichiarata definiva.
Il Segretario Istruttore
CAMPIONATO INTERNAZIONALE AICEB A BECCACCE - SPAGNA 2025
Per la prima volta nella storia del Club Italiano Epagneul Breton l’Italia vince il Campionato a Beccacce. Questa è un’ulteriore conferma del serio lavoro svolto dal Club e da tutti i Soci. Complimenti al selezionatore Vincenzo Milazzo e a tutti i concorrenti.
Dal Toe Gianfranco con Odina e Tito Basiliano Domenico con Z de Casa Ato Zerbin Fabio con Sere di Monte Salubio Valcanover Stefano con Nina della Torre Antica e Vera del Trovese (riserva)
IMPAGINAZIONE GRAFICA: DOD artegrafica - Massa Lombarda (RA)
STAMPA: Postel spa Viale Europa 175 00144 Roma
SPEDIZIONE PER L’ITALIA E PER L’ESTERO: POSTE ITALIANE SPA
La quota associativa dei Soci Allevatori è pari a euro 51,65 e dei Soci Aggregati a euro 5,00; ai soli fini postali, euro 2,00, sono da considerarsi quale quota di abbonamento alla rivista.
La Direzione non si assume alcuna responsabilità sulle inserzioni pubblicitarie inoltrate senza bozzetto, sulle quali, peraltro, si riserva di operare eventuali tagli al testo, compatibilmente con lo spazio prenotato. Articoli e fotografie, anche se non pubblicati, non si restituiscono. La responsabilità per i contenuti e le opinioni espresse negli articoli