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TREIA

terra del cuore e del sogno

Testi dal romanzo di Dolores Prato Giù la piazza non c’è nessuno

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Io la chiamer chiamerò paese, ma essa è città. La restituì alla dignità civica uun papa che ne monu riscosse un monumento librato ne nell’aria; in br bronzo il suo ritratto a mezzo busto; iil resto pietra, sslancio, luce; st sta alto nello sp spazio come un gigantesco ostensorio e per fondo non potrà mai avere che il cielo… Voltando le

spalle al Comune si aveva davanti qualcosa più vicina ad una visione che a una costruzione. Leggermente contenuta ai lati, di fronte la Piazza sfociava nel cielo; non c’era nulla, cielo e basta. Solo per limitare il vuoto, una balaustra di pietra che aveva nel mezzo un arioso ninfeo tutto aperto, perché le isolate colonne, la poca trabeazione, l’accenno di cupola, pur alzandosi contro il cielo non lo parasse. Balaustra e monumento lo

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ricamavano, non lo escludevano. Monumento, giacché in mezzo a quella nicchia ottica che non lo riparava, certo, ma lo stagliava sul cielo, c’era il semibusto di Pio VI. La balaustra di lontano sembrava quella di qualsiasi terrazzo, ma da vicino era poderosa c’erano anche degli scalini per arrivarci… Anche dalle mura di levante vedevo tutta la terra e tutto il cielo fino al loro congiungimento, ma le stesse cose viste di lassù furono un’impressione di vuoto nel centro della vita dove sta il sole del corpo: la terra s’era sprofondata e il cielo abbassato. La balaustra era la cimasa di una enorme scarpata che andava giù giù fino in fondo dove c’era una cosa che se fosse stata brutta, avrebbe potuto essere l’inferno tanto era profonda; ma era chiara, luminosa, liscia come un’altra piazza dentro la cornice di un lungo muricciolo e di due scalinate: quello era il gioco del pallone.

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Il bracciale era un manicotto di legno duro con grossi spunzoni come un bugnato a punta di diamante, attraversato nell’interno da qualcosa a cui si afferrava la mano del giocatore. I giocatori erano vestiti di bianco, calzoncini corti adorni di pizzi, legati al ginocchio con nastri sopra le lunghe calze bianche, scarpe basse, una giacchetta a sacco piena di falpalà e di trine come i matinée delle signore; in vita una sciarpa di seta colorata pendente da un lato con frange d’oro. Fiore, figlio di Lello il macellaio, alto, quasi biondo, bellissimo, quando passava vestito a quel modo pareva un arcangelo sceso dal cielo. Per il gioco del pallone ci voleva un muro. Macerata se l’era costruito

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tanto tempo prima che cadesse il papa, un muro interminabile, si chiamava lo Sferisterio perchè il pallone è una sfera. A Treja c’era il muro, ma non fabbricato per il gioco, era il muro che sosteneva la più bella piazza pensile del mondo… Da quel gioco del pallone era uscito un giocatore che se non era lui, era il diavolo; per la bravura di quel diavolo trejese, il recanatese Leopardi scrisse l’ode A un vincitore nel pallone. Quando giravo estasiata avanti ai banchi dei chincaglieri sotto le Logge… era il nome ad entrarmi di prepotenza negli occhi tanto era scritto grosso in una lapide: “Carlo Didimi”.

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Treja fu il mio spazio, il panorama che la circonda la mia visione: terra del cuore e del sogno La città che Dolores Prato descrive con prosa lirica nei suoi scritti si trova nelle Marche, in provincia

di Macerata. La Prato è nata a Roma nel 1892, ma, in quanto figlia illegittima, viene cresciuta fino ai 18 anni a Treia da due anziani zii, un colto ed eclettico prete che vive con la sorella nubile. Emozioni e descrizioni della scrittrice, tanto minuziose da essere quasi fotografiche, si ritrovano nel romanzo Giù la piazza non c’è nessuno, edito da

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“Noi cominciamo ad essere col

primo ricordo che riponiamo in magazzino. Il luogo dove si ebbero i primi avvertimenti della vita diventa noi stessi. Treja fu il mio spazio, il panorama che la circonda la mia visione: terra del cuore e del sogno... Roma e Treja hanno in comune il mistero del nome… Da un irrecuperabile mistero nacque Treja le cui lettere furono sempre su per giù

quelle della terra… Sia che si chiamassero paesi o città, ma prima dell’annessione, erano tutti straordinariamente ricchi di valori culturali e sociali. Nella fila delle costruzioni sopraelevate sul lato destro di quel fantastico belvedere a picco sopra il gioco del pallone, c’era la casa degli Oratoriani, un faro di sapienza e di cultura dove si tenevano corsi dottrinari come nelle più celebri università; lì si scriveva, l’Accademia Georgica, di fronte, ne raccoglieva gli studi e li conserva. Il processo unitario d’Italia ebbe bisogno di cacciarli e disperderli anche per adibire a uso burocratico l’edificio. Resta San Filippo la cui facciata mi pareva fatta un ferro al dritto, uno al rovescio... Insomma, un’atmosfera carica di storia mista a poesia che fa dire alla Prato: “…Avanti l’ospedale lo spazio era limitato da un muretto poco più alto d’un uomo: una riga tirata

sul cielo, l’orizzonte ne era coperto, al di là non c’era che un gran cielo, poteva esserci anche il mare sotto, occludeva lo spazio vicino e allargava a dismisura quello lontano. Se Giacomo Leopardi fosse stato di Treia avrebbe sentito lì il mistero dell’infinito…”

I semi che nei negozi “Piante e sementi” stanno racchiusi in sacchettini di carta, sono piccole bombe vitali che per esplodere hanno bisogno di essere sepolte. Noi come loro, loro come noi. Io fui sepolta nel terremotato ventre di mia madre, di lì trapiantata in agro romano; messa a dimora a Treja nella casa del Beneficio dove continuò l’inconscia mia crescita.... Io non appartenevo a Treja, Treja apparteneva a me; essa non mi aveva chiamata, non gradiva la mia presenza per le sue strade, nelle sue chiese: lo vedevo benissimo e anche questo apparteneva a me. Essa non mi assorbì, come il corpo non assorbe la spina che ci si è conficcata; ci fu un processo di rigetto tra il paese e me. L’unica a non rigettarmi fu la signora Antonietta, fenomeno di ilare generosità, ma non era di lì. Ci stetti poco, l’infanzia, l’età delle carezze; non me ne fece, io non le appartenevo, essa apparteneva a me: a mia insaputa me la portai via...

Chiesa di San Filippo

Quodlibet. Da allora poco è cambiato. Il colore della città è ancora il caldo ocra dei mattoni illuminati dal sole che brilla nell’aria tersa sullo sfondo del cielo azzurro e del verde della campagna. Percorrendone le strade e le piazze, ad ogni angolo se ne scoprono i tanti tesori perfettamente conservati.

Teatro Comunale

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Non seppi mai che Treja fosse una città murata; che le Mura si chiamassero così perché giravano all’esterno dell’antica muraglia. Trea, Mon tecchio, Treia, ovvero 25 secoli di storia che vanno dall’età romana al medioevo all’epoca moderna. Dalla pas seggiata che costeggia le mura il panorama spazia dal Monte Conero ai Sibillini. Mura turrite che ci riportano al Duecento, i tempi

del Beato Pietro da Treia, di cui si parla nei Fioretti di San Francesco, e di Federico II, il cui figlio Enzo tentò invano di espugnarle attraverso Corrado

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Porta Vallesacco

Sul crinale lungo e stretto, cominciava a settentrione un’antichissima porta, vecchie case salivano ripidamente sino alla spianata del palazzo vescovile strozzata dal duomo. Di lì, con bei palazzi, una strada larga saliva, se non proprio ripidamente certo con forte pendio, finché s’appianava sfociando nella Piazza del Municipio e del monumento

aereo. Pianeggiante riappariva, si riapriva nella Piazzetta del Teatro: un salotto; si restringeva, si ramificava nell’irregolare fantastico spazio della Rotonda, precipitava a destra; a sinistra, quasi dritta, con breve discesa e breve salita arrivava allo spazio immenso davanti all’Ospedale: una sconfinata piazza d’aria, di luce, di vuoto; di lì s’entrava in qualche cosa che strade non erano, vicoli nemmeno; erano passaggi, scoscendimenti, fossi, tra scure casette accatastate; era la misteriosa Ojolina che finiva in uno slargo informe dove, oltre a un’interminabile scalinata per salire a un convento che lì pareva una montagna, e a

un’antichissima porta del paese, c’era un po’ di tutto: salite, discese, casupole e casette, due chiese, due sagrestie, un pozzo e nessuna bottega. Da quel basso ove affondava la pesantezza del duomo, sensibilmente o no, il crinale saliva sempre verso mezzogiorno; all’uscita da Ojolina, da quel sommosso slargo puntava per l’estrema, ardita, meravigliosa impennata della roccia che, spezzando di colpo il paese, protendeva al cielo il torrione di San Marco. Fuori c’era uno spazio erboso sotto al torrione: una prua da cui si vedevano solo lontananze. Tra il torrione e lo spazio erboso si congiungevano le Mura. Si diceva così, ma mura non erano, erano strada: una strada bianca che girandogli attorno, conteneva il paese: le Mura di ponente e quelle di levante; ci si affacciava il dietro delle case e gli orti sui terrapieni… Non seppi mai che Treja fosse una città murata; che le Mura si chiamassero così perché giravano all’esterno dell’antica muraglia. Eppure qualche mozzicone lo vedevo, ma era un pezzetto di paese fatto a quel modo, non era un superstite; alcune case sorgevano come vegetazione muraria su qualcosa che poteva essere roccia o anche resti di muri amalgamati con i secoli. Non supponevo il fascino delle rovine. La Torre di San Marco, per quanto mezzo diroccata, per me non era una rovina, era, dopo la Piazza, la cosa più bella del paese...

d’Antiochia. I treiesi lo vinsero a Porta Vallesacco che si erge ancora in tutta la sua imponenza come la Torre del-

Via Lanzi

l’Onglavina: estremo baluardo della città verso sud, risale al periodo longobardo.

Torre di San Marco

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Ero fissa sul nome Treja: copriva tutta Roma Trea, Mon tecchio, Treia: 25 secoli di storia segnata dagli uomini che l’hanno resa celebre nel mondo, perché a Treia, come scrive la Prato, ci sono s e m p re “stati

uomini di studio e di cultura, laici ed ecclesiastici”. Uomini come Luigi Lanzi, sepolto a Firenze in Santa Croce, autore della prima Storia dell’arte italiana; come Carlo Didimi, giocatore di pallone con il bracciale e patriota cui Leopardi ha dedicato una delle sue cinque canzoni; come Ilario Altobelli, frate francescano, astronomo nonché matematico, scopritore dei satelliti di Saturno, che basterebbe a giustificare le parole della Prato secondo

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Nella lunga monotona, stereotipata parentesi collegiale, il nome Treja appariva sulla posta che arrivava, per tutto il resto era scomparso, sostituito dal nome del collegio. Ma dal collegio esplosi a Roma e qui, di colpo, quando in un labirinto della vecchia città lessi “Piazza dell’Olmo di Treja”, uscì fuori tutta la tenerezza fascinosa di quel paese che m’ero portata dentro senza saperlo. Fu la prima delle tante epifanie. Ho ricercato quella piazza, non l’ho più trovata. Forse non c’è, forse non c’è mai stata. Ma io la vidi quella targa di un’epoca in cui vicoli, strade, piazze avevano il nome della loro essenza popolare; vidi il piccolo capriccioso slargo; l’albero non avrebbe potuto trovarci il suo centro, stava dove stava, l’olmo di Treja; non lo toccai. Ero fissa sul nome Treja: copriva tutta Roma. Ma se il nome di Treja non è stato mai piantato a Roma come albero, c’è disperso come cenere: a Campo de’ Fiori fu arso vivo Pomponio Rustici, prete di Treja. Questo è sicuro come è sicuro che Treja scorre da sempre nelle acque del Tevere. Dove le discorsive rovine di Faleri raccontano la sua favola, c’è Treja: è un breve corso d’acqua a

Pinacoteca

nessun altro simile… Le Mura di levante erano un balcone sinuoso: davanti a ondulazioni collinose, valli di fiumi, vallicelle di torrenti, lontanissimo l’orizzonte: linea interrotta dalla gobba del Conero e da paesi sopraelevati come diademi turriti; brillio di lumi palpitanti la notte. Un incavo nel mezzo della linea riempito da un chiarore: il mare, mai in sintonia col cielo, sempre più chiaro, o più scuro. In quella conca di mare chi aveva vista acuta scorgeva un cupolone come quello di San Pietro: la casa della Madonna.

la quale “eccetto quei pochi che non potevano esserlo, erano tutti dotti e studiosi i preti di Treja”. Guardando anche alla modernità degli studi agrari dell’ Accademia Georgica, si può definire la città come una strardinaria nicchia di natura e cultura.

Accademia Georgica

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P Pareva che la sottostante rroccia per ssuccessive ffratture, fosse ddiventata m mattone Nel 291 a.C. i Piceni si allearono con i Romani contro i Galli: Trea era gia municipium (Tito Livio X, 10-11). Come molta parte del mondo romano, subì il fascino delle religioni orientali ed abbracciò il culto di Iside. I reperti egizi custoditi nel Museo Archeologico

Porta Nuova o delle Scalette

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Quel tavolino sotto il quale nacque la mia coscienza, stava a metà di un’immensa sala da pranzo rettangolare nella casa del Beneficio. Come prete lo zio era un beneficiato, un mansionario; la casa era un usofrutto del beneficio... Questa strada pendente, dove era la casa del Beneficio, cominciava sullo slargo della Rotonda, quella che, venendo dalla piazza, precipitava a destra. Dico strada, ma strada non era, era una larga spaccatura creata dal capriccio delle case quasi mai allineate; una pareva che volesse voltare le spalle; l’altra che tentasse di andarsene; con uno spigolo una ci sporgeva, un’altra se ne ritirava; e ogni tanto l’apertura di un vicolo che scendeva, un’altra per quello che saliva; l’incrocio estroso evitava la croce; quando ne risultava un piccolo slargo, una casa ci si disponeva come il municipio davanti al cielo della piazza. In uno di questi slarghi c’era la fontanella; una casa s’era tirata indietro, con l’altra cominciava un ripido vicolo a cordonata. Tra questo e la strada il cuneo spuntato di una casa; l’amputazione ne era la facciata larga quanto bastava per aprirci un portoncino in basso e una finestra in alto. Poco più su della fontanella cominciavano a sinistra le Strade Basse… erano una strada lungo il fianco ponente della collina, sotto il crinale, diceva noi come il papa. Cominciava a sinistra con la casa lamata dei Mosci, quella casa eccezionale dove la parte diroccata e puntellata stava nel basso e sopra, pulita e intatta la casa di Eugenia come un bronzo sostenuto

da ricotta. Come finiva non dalla sso. Basse erano le sue case, sia dda una parte che dall’altra, bbenché quelle volte alle Mura, ddi laggiù, risultassero alte; pa pareva che la sottostante roccia pe per successive fratture, fosse di diventata mattone; benché a dest destra incombessero, altissime, molte case che lungo la strada centra centrale appoggiata sul crinale, erano medioc mediocri. Verso le Strade Basse esse volgev volgevano il di dietro con le porte delle cantine e dei magazzini quasi semp sempre chiuse; sopra a quelle porte gran grandi e disadorne, le finestre a ddue, a tre righe, con le persiane più spesso chiuse che aperte. Eppure di lassù potevano vedere Pitì e la Roccaccia come dirimpettai. Non sempre le case alte volgevano il dorso, più spesso erano un fianco o uno spigolo acuto, storture necessarie per le tante stradette anguste del pendio sopra alle Strade Basse. Un groviglio di brevissimi sdruccioli e vicoletti a sali e a scendi, selciati a cordonata con mattoni e in mezzo un incavo a canale per far scorrere l’acqua piovana e quella che buttavano fuori dalle case; accenni di scalette ripide e rotte, piccoli slarghi irregolari. Fare di quell’intrico una piccola proiezione orizzontale, difficile, se non impossibile...

Museo archeologico

Strade basse

sono venuti alla luce nella zona in cui sorgeva l’iseo di Trea, durante gli scavi per la costruzione del Santuario del SS. Crocifisso. Statue egizie e frammenti, considerati resti di copie romane,

f u ro n o c o l l o c a t i sulla facciata del campanile. Oltre ad un mosaico, una testa del dio Serapide ed una di Iside stessa, ci sono due pregevoli prodotti di arte egizia di epoca tolemaica più volte richiesti per l’esposizione nel corso di mostre a tema dai più grandi musei del mondo.

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Lo spirito francescano aveva attecchito puro e cresceva senza innesti I luoghi di culto sono sparsi per tutto il territorio treiese: cattedrali imponenti, pievi nate in prossimità di eremi ed antichi monasteri, abbazie di rara bellezza come la romanica Santa Maria in Selva di cui restano le residenze dei monaci e la grancia. Nella Chiesa di Santa Chiara, in puro stile barocco, c’è la statua della

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Un movimento della strada, una fontanella e si era arrivati ai Zoccolanti. È lì il profondo di Treja, ma io non lo sapevo. Dopo la fontanella ecco nella sua grossa mole il chiesone del Crocefisso. Con chiunque io fossi, quel chiunque faceva una piccola sosta e guardandolo diceva: “È del Bazzani” A me non importava di chi fosse, a me pareva che fosse cosa da città, non da campagna... Una volta dentro un cenno a un frate, quello accendeva delle luci, tirava un velo e si vedeva Gesù in croce colorato come se fosse vero. Noi si stava già alla sua sinistra a guardargli gli occhi. Sì, sì, sono aperti, spalancati proprio no, ma socchiusi, però è vivo. Passavamo a guardargli gli occhi di fronte. Sono tanto tanto socchiusi tra le palpebre c’è una fessurina come un rigo di penna; agonizza. Passavamo a destra, gli occhi erano chiusi, è morto. Quel gioco miracoloso mi interessava, ma passava presto, quello per cui avrei voluto restare in chiesa tutto il tempo che volevo, erano gli stendardi. I monti rendevano omaggio al Crocefisso, su ogni stendardo la sua figura e il suo nome... Non m’incontrai mai né col Monte Bianco, né con quello Rosa che pure incontravo a scuola sulle Alpi. Probabilmente quelli degli stendardi erano monti di quelle parti, monti conoscenti del Crocefisso… Lo zio andava spesso “a Fraticelli”, così lui diceva… si creò in me un’idea vaga come se quei luoghi fossero stati nei secoli passati, naturale rifugio per santi ribelli, per santi fuori legge. Quel pezzo di Marca dov’è Treja fu ospitale per i Fraticelli che, tutto sommato, erano frati a double face: per alcuni eretici, per altri santi. A Macerata e nelle terre vicine, lo spirito francescano aveva attecchito puro e cresceva senza innesti; erano terre per Fraticelli. I Fraticelli di Treja, eremiti del Clareno,

Santa Chiara

stavano in luoghi appartati, vestiti poveramente, più poveramente vivevano; vivevano con la fede nella fede di Gioacchino da Fiore; erano tutti spirituali; volevano riportare il francescanesimo alla primitiva letizia. La curiosa denominazione restava da secoli a testimoniare la vitalità che ebbero a Treja i Fraticelli. Mio zio non aveva certo lo spirito dei Fraticelli, ma il loro carattere sereno e lieto sì. Che una bambina sentisse quanta ragione aveva la gente che per quello lo ammirava, di quello parlava, è segno che la sua serena letizia era veramente fenomenale... Del resto anche lui era fatto come tutti di tanti cartoccetti come le dalie. Nel suo fondo, nel centro del fiore, c’era anche un lieto Spirituale: per pochi soldi, per un pugno di grano, andava così contento a elemosinare.

Madonna di Loreto, esposta nella Santa Casa in sostituzione di quella portata a Parigi da Napoleone. Tradizione vuole che la statua in Santa Chiara sia quella originariamente venerata a Loreto e che lo scambio, dopo la restituzione del prezioso simulacro da parte dei francesi, non sia mai avvenuto.

SS. Crocifisso

Duomo, Venerdì Santo

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Quello lassù l’ha fatto lo zio Se San Francesco è per la Prato la chiesa più bella di tutte, la Catterale, opera di Andrea Vici, discepolo del Vanvitelli, viene considerata uno dei maggiori templi delle Marche per ampiezza, maestosità e purezza delle linee. È uno scrigno d’arte in cui, tra l’altro, si ammirano (oltre al ciborio donato dalla famiglia della Prato) una tela di Vincenzo Pagani, una pala di Giacomo da Recanati, un busto di Papa Sisto V opera di Bastiano Torrigiani detto il Bologna una cui copia si conserva presso il Victoria and Albert Museum di Londra.

Duomo, ciborio

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Dopo i palazzi Acquaticci e Castellani veniva la chiesa più bella di tutte, San Francesco, una chiesa senza archi, senza colonne, senza pilastri tra i quali le cose bisogna cercarle come se facessero a nascondarella; in questa s’entrava e si vedeva tutto; era un immenso salone col soffitto altissimo, mo, tutta luce, tutta colori, tutta quadri ri e affreschi, tutta cornici e stucchi dorati, altari, pareti e soffitto. Sapevo che il soffitto l’aveva fatto lo zio, “opera sua” sentivo dire. ura” “Quando stava in cima all’armatura” disse la zia e un’altra volta, dentroo la chiesa: “Quello lassù l’ha fatto lo zio”, ma non so se “lassù” era tutto il soffitto o qualche particolare. Adesso non lo so, ma allora lo sapevo: era tutto opera sua e la maggior parte del tempo stavo in chiesa guardando il soffitto. Certo è che indorò, stuccò. dipinse, restaurò, qualcosa fece lassù, sul soffitto, la mano e il cuore di mio zio nella luce sempiterna… Il Duomo non aveva facciata, ma solo quell’entrata principale di fronte all’altar maggiore, perché era unità, conversione a un centro, distanze ugauli. Quando lo ricostruirono, eccetto la torre campanaria, tutto rifecero, senza alterare la croce greca… Il ciborio dell’altare del sacramento mi interessava assai più della lapide che faceva da sfondo alla sedia del conte Grimaldi. Nel braccio sinistro della croce, era una costruzione tutta d’oro, stava sopra un grande altare isolato e, tolto il breve spazio per celebrare, l’occupava tutto. Rappresentava un tempio raccolto intorno a una grandissima alta cupola con quattro cupolette minori a croce, come sarebbe stato San Pietro se non l’avessero allungato. “È dono dei Ciaramponi” disse la zia più d’una volta, mai però aggiunse una parola di più…

San Francesco

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Per Pasqua si facevano anche i calcioni La qualità della vita si misura anche dalla tavola: il calcione di Treia è riconosciuto prodotto tradizionale re regionale. È un disco di sfoglia tirata al mattarello ripieno di un impasto di

farina, uova, pecorino, z u c c h e ro , o l i o . Dal caratteristico sapore agrodolce, è un prodotto unico della tradizione marchigiana. La Sagra del Calcione lo propone anche fritto ed al forno ogni terza domenica di maggio, Treia vanta anche una varietà autoctona di grano turco, il Quarantino di Treia, base di una polenta dal sapore particolare che è

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Per Pasqua si facevano anche i calcioni, enormi agnolotti ripieni d’un impasto in cui eccedeva o il formaggio, o la cioccolata. Pur preferendo questi poco mi piaceva il dentro, molto l’involucro. Tagliato un rotondo di sfoglia come un piattino, ripiegato su se stesso dopo averci messo il ripieno, bisognava far energica pressione sui bordi perché col calore del forno non si aprissero. Quella funzione fu un mio divertimento: avevo trovato un aggeggio che non solo premeva, ma ci lasciava un disegno. Quando tornavano dal forno cercavo quelli e li guardavo sorridendo… Andavo a mangiare la polenta… Sulla fiamma, sotto il camino, dentro al caldaio attaccato alla catena, Angelina faceva piovere dalle dita appena appena vibranti, veli di farina gialla, un pugno dietro l’altro, diminuiva la farina del cestello, s’addensava la polenta nel caldaio; col bastone la rimestava forte forte, la sbatteva con fatica alla fine. Sul tavolino in mezzo alla cucina c’era la spianatora; sulla spianatora versava la polenta che scendeva lenta, pesante; un grande ovale giallo… Boccio alto, bello mi sorrideva il caldaio, retto con due stracci dalle mani di Angelina, lentamente versava dal suo gran labbro la gialla polenta fumante; un grande ovale con qualche lieve insenatura, qualche piccolo promontorio come in tutte le isole; le forchette di stagno battevano sulle spianatora… Lui mi diceva: “Ecco, guarda, ci fa un O, mai una volta che ci faccia il riccio”. Lei severa, con l’orciolo dell’olio, da cui ne scendeva un filo, faceva il famoso O e, davvero, senza neppure l’accenno del riccio, un O ovale perfetto. Era tutto il condimento della polenta che a me piaceva tanto. Angelina non mi guardava, non mi sorrideva, metteva la forchetta di stagno al mio posto, e basta…

quello gustato dalla Prato. La Sagra della Polenta è in p ro g r a m m a o g n i terza domenica di settembre. Tra i piatti tipici tradizionali anche il ciauscolo, salume morbido di carne di maiale da spalmare su pane fresco o abbrustolito. Assaggio obbligato per i vincisgrassi, pasta sfoglia tirata a mano e tagliata a strisce larghe sovrapposte e condite con ragù di carne e besciamella.

Ognuno con la propria forchetta stendeva quel poco olio sul pezzo che presumibilmente avrebbe mangiato; sulla provincia che gli apparteneva. Avanti a ognuno di noi si scavava un golfo, tra ognuno di noi si formava una penisola stretta come un nastro. Io non l’avrei mangiata, ma qualcuno mangiava anche quella. La poca polenta che restava, oramai fredda, Angelina la tagliava a fette, si staccava dalla spianatora netta, sotto luccicava, ammonticchiava i pezzi su un piatto: la sera, abbrustoliti sulla graticola sarebbero stati una parte della cena, forse la più consistente. Anche noi si faceva la polenta, ma per allegria. Non era come quella dei poveri. Angelina la rimestava con forza, la sbatteva, la bastonava con un grosso bastone lucido, in casa la rimestavano con un lungo cucchiaione di legno; la versavano sui piatti piani, la condivano col sugo e nel mezzo mettevano una salsiccia.

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C’erano tre zone che si movevano nel paese ondeggiando fra di loro. Quattro oggi le zone in cui è ripartito il variegato popolo treiese che rivive nella Disfida del Bracciale ogni prima domenica di agosto. I giocatori, vestiti dei colori dei quartieri cittadini, imbracciano il classico manicotto in legno irto di punte in cerca di una volata che la pesante e velocissima palla di cuoio rende assai difficile. La città è pavesata a festa: l’azzurro è del Borgo (contadini), il viola del Vallesacco (artigiani), il verde del Cassero (nobili) e il giallo dell’Onglavina, per i treiesi Ojolina, la zona in cui si stabilì la comunità

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“Ojolina dicevamo noi, strada nera, stretta, un poco storta. Casucce buttate a caso, emergenti, sprofondate, sconquassate, molte puntellate: casa e stalla si fondevano … Da un tetto all’altro, canne o corde cariche di cenci, cenci alle finestre, cenci sui muri, cenci addosso alla gente. Quella gente era un mistero. Una famiglia per ogni buco, ma tutti insieme erano una cosa sola: erano i Mòsci. Di dove venissero, che cosa facessero, che magia praticassero non so, certo erano una razza a sé. C’era chi diceva che facessero le fatture, che di notte rubassero… Dicevano, ma non era mai né ieri, né oggi, era chissà quando… Gli uomini parevano brutti, forse più per l’espressione e la barba ba non fatta che per i lineamenti. Le donne bellissime o bruttissime, erano Mòsce. Alte, andatura ndatura superba, zigomi larghi, bocca grande con labbra sporgenti, occhi hi stretti e lunghi, palpebre pesanti sempre pre abbassate, ne filtrava luce di pietra tra nera. Voce bassa e rauca. Una Mòscia non avrebbe mai parlato di testa come certe vecchie signore… I Mòsci non solo non si sa, ma vedevano mai in chiesa, ure non si vedevano neppure ravano per il paese. S’incontravano fitti fitti come moschee nel na”… giulebbe, solo o Ojolina”… C’erano tre zone che si movevano nel paesee ro. In ondeggiando fra di loro. ati, in quella più alta i titolati,

quella più bassa gli artigiani e i contadini, in mezzo tutti gli altri, i piccoli benestanti, gli impiegati, i professionisti… Quelle terre prima dell’Annessione furono una riserva per cacciare titoli di nobiltà… il papa non era troppo difficile… Anche una distrazione papale poteva conferire il titolo… Se una signora, inginocchiata avanti a lui seduto in trono, si stava chinando al bacio della sacra pantofola, egli con parole e con gesto la invitava a rialzarsi, ma poteva avere dimenticato chi fosse e che distrattamente dicesse: “Si alzi, si alzi contessa”. Al coniuge che la seguiva automaticamente diveva conte. Il titolo era conferito. Nobili, conti, marchesi non si contavano in città e nella campagna. Le loro ville erano luoghi incantati, stavano zitte zitte a occhi socchiusi in una pace sconfinata. Non tanti quanti i preti, ma di fattori ce n’erano parecchi; dove metterli? Tra i poveri no, tra gli aristocratici, giammai! tra i ricchi neppure, se lo fossero stati non avrebbero lavorato; dovevano essere in una scala rurale perché si occupavano delle terre di chi le possedeva e dei relativi contadini… Il martedì i contadini venivano in paese per comprare o vendere, vestiti meglio di quando stavano per i campi, ma non con la muta buona della festa… La domenica tutti si vestivano con gli abiti più belli: signori, artigiani e contadini. Villano in paese voleva dire maleducato; a me quel nome richiamava le ville davanti alle quali passavo di corsa senza mai potermi fermare, neppure per il salice piangente. Stavano con la terra, con le piante, con gli animali tutta la settimana perché anche se venivano in paese il martedì ci venivano per la terra, per le piante, per gli animali. La domenica per gironzolare, per incontrarsi tra di loro e per la Messa Cantata… Aprile, il bello tessere e il dolce dormire”.

di zingari calderai cui Dolores Prato si riferisce chiamandoli con la versione treiese dell’eponimo magiari: Mòsci). La sfilata in costume e gli addobbi delle vie, ricreano le atmosfere della prima metà del secolo d’oro di Carlo Didimi, l’Ottocento. Treia apre taverne,

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botteghe artigiane e portoni centenari. Se è vero che la città è testimonial illustre del bracciale grazie a Didimi e Leopardi, è altrettanto vero che il bracciale non è l’unico dei suoi gioielli. In ogni periodo non mancano proposte interessanti di soggiorno tra gusto, natura, arte e cultura. Tra tradizione e folklore si collocano le rievocazioni sacre di Passione e Presepio Vivente, quelle ludiche del Carnevale con i suoi carri allegorici, gli appuntamenti con i sapori delle tipicità come la Sagra del Calcione e del Raviolo (terza domenica di maggio), la Sagra del Maialino alla Brace (luglio) e la Sagra della Polenta (ogni terza domenica di settembre).

Lo dicevano in paese e non sembrava un vecchio detto perché dentro qualche casa c’era ancora il telaio. Riempiva quasi una stanza; la donna seduta di dentro, faceva tuttuno con lui: manovrando pettine, spola e pedali tesseva la vita… un’altra seduta fuori della porta, al fianco sinistro la conocchia che s’alzava dritta come un missile di canna, filava. Già, a Treja in quell’epoca c’era ancora la conocchia, rocca diceva il libro di lettura. Era una canna spezzata a un suo termine, ma prima che finisse in più strisce alte un palmo, tra una striscia e l’altra infilate a forza stecchette di canna che gonfiavano il tratto spezzato; intorno a quel gonfiore avvolgevano quel che era da filare: lana, lino, canapa. La mano sinistra traeva il filamento, la destra l’annodava alla cima del fuso e lo scoccava; quello girava vorticoso torcendo il filo; con una spinta del pollice scioglievano il nodo e avvolgevano il filo ritorto intorno alla parte centrale del fuso, quella un po’ gonfia, tenendone una punta appoggiata alla persona, girando l’altra e con la sinistra conducendo il tratto di filo già ritorto. Poi riprendeva a trarre il filo dal pennecchio passandolo tra le labbra per inumidirlo. I merletti e la tessitura furono l’antica industria del paese. Anche i merletti oramai erano scaduti. Non conveniva più smerlettare e tessere, le fabbriche mandavano tutto. A Treja crescevano i mulini e le fornaci.

Perché ero sola, perché non avevo quello che avevano gli altri bambini certi episodi diventavano cippi miliari di una strada deserta; si dilatavano proprio perché intorno avevano il deserto. Forse proprio per questa mia solitudine m’incantavo avanti a tutto, anche a un ombrello… La solitudine mi dava le meraviglie, le meraviglie cancellavano la solitudine… Mai m’era capitato che qualcuno mi mettesse a cavalcioni sulle sue ginocchia e ridesse e scherzasse con me. Non sapevo neppure che agli altri ragazzini potesse capitare di stare sulle ginocchia di qualcuno come su un cavallo a dondolo. “Staccia minaccia”... mi buttava giù, mi tirava su, mi ributtava giù, più mi buttava e più godevo. “Staccia minaccia, buttiamola giù la piazza”...; cominciava così, non so come continuasse, ma finiva con un “giù” lungo e profondo, atroce e dolcissimo che mi capovolgeva. Emozione e felicità. Il pavimento era la piazza, io il bbr rivvid idoo de dell llaa ca ccaduta. aduuta ta. brivido della Non l’l’ho Non No ho iimp m ar mp arat ata ta la la filastrocca; quando imparata tent te ntaavo di di rricostruirla, icos ic o tr trui uirl ui rlla, aarr rriv ivat ataa a “g giù tentavo arrivata “giù la ppiazza”, iazz ia z a”, a”, atti aattimi at t imi dd’inutile ’iinu nuti tile ti l le aat ttteesaa, po oi il ppensiero e siieerrroo co en ome m attesa, poi come see pparlasse, aarrla lass sse, dic ss icev evva “Giù “G Giùù llaa diceva piaz pi aazzza za nnon o cc’è on ’è nnessuno”. essu es sunno su no”.. piazza An ncchhe ad ades esso s se, nne el Anche adesso nel ttentativo tent te enttat ativ ivoo di di ffar ar rrisorgere ar isor is o ge g re ill rresto, estoo, ca es esto ant ntil ilen il eenno “S ““Staccia tacc ta ccia ia cantileno m mina mi inaacc ccia i , bu butt ttia iamola iamo ia moola la ggiù iiùù minaccia, buttiamola la ppiazza” la iazz zza” a” e ssf forz fo rzoo un una sforzo rresurrezione re suurr r ezzio i ne chee no ch nnon on aavviene, av vien vi enne, ddii pper pe er sèè aar rriv rr iva: a: arriva: ““Giù “G iù llaa ppiazza iazza zaa nnon onn c’ ’è ne nnessuno”. ssun ss u o” o. c’è

DOLORES PRATO NASCE A ROMA IL 12 APRILE 1892. DAI CINQUE AI DICIOTTO ANNI VIVE A TREIA. APPRENDE LE PRIME NOZIONI IN CASA DEGLI ZII; DAL

1910

1901-1902

AL

STUDIA NEL COLLEGIO

SALESIANO DELLA VISITAZIONE,

TREIA; COMPLETA I SUOI ROMA, SINO ALLA LAUREA . R ITORNA NELLE MARCHE COME INSEGNANTE A

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DI LETTERE PRESSO SCUOLE DI

SAN GINESIO E DI MACERATA; SUCCESSIVAMENTE È TRASFERITA A SANSEPOLCRO, IN TOSCANA,

ROMA,

E INFINE A

DOVE SI

STABILISCE DEFINITIVAMENTE.

PUBBLICA ARTICOLI DI CULTURA, SPECIALMENTE ROMANA , PRESSO VARI QUOTIDIANI .

RESTA

TUTTAVIA QUASI DEL

TUTTO SCONOSCIUTA E ANCHE DUE VOLUMI RIMAN RIMANGONO SEMICLANDESTINI. LA SC SCOPERTA DELLA PRATO AVVIENE Q QUANDO LA SCRITTRICE HA COM COMPIUTO OTTANTASETTE ANNI, GRAZIE ALLA PUBBLICAZIONE P PRESSO

E INAUDI

DEL RACC RACCONTO

AUTOBIOGRAFICO

G IÙ

LA

PIAZZA NON C ’ È NE NESSUNO

(1980). SUCCESSIVA UCCESSIVAMENTE M ONDADORI (199 (1997) E Q UODLIBET (2009) (2009 NE PUBBLICANO L ’ EDI EDIZIONE INTEGRALE. MUORE IL 13 LUGLIO 1983 NELLA C CLINICA “VILLA DEI PINI” AD ANZIO. B U O N A PA R T E D E G L I SCRITTI SONO CONSER CONSERVATI A

FIRENZE

PRESSO L’AR RCHIVIO

CONTEMPORANEO

G. G B.

VIEUSSIEUX.

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Come e dove Auto/Bus Autostrada A14: uscita Civitanova Marche + Superstrada 77 uscita Pollenza (8 km da Treia) oppure uscita Porto Recanati + Provinciale 571 + Statale 77 fino a deviazione per Treia Treno Stazione di Macerata + bus 15 km

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Treia, terra del cuore e del sogno  

Testi dal romanzo di Dolores Prato "Giù la piazza non c'è nessuno"

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