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Sommario

pag. 6

LA PARIGI dell’arte e dell’atmosfera testo di Luisa Chiumenti pag. 12

CANNES tutto il fascino della Costa Azzurra testo di Mariella Morosi

pag. 30

TURCHIA viaggio a Edirne testo di Luisa Chiumenti

pag. 36

Le notti bianche sul BALTICO testo di Romeo Bolognesi

pag. 56

Incredibile INDIA testo di Alessandra Tesan

pag. 18

MRAUK U

splendori solitari ed etnie perdute

testo di Pamela McCourt Francescone pag. 24

pag. 64

pag. 70

Uganda

tra i gorilla di montagna

ZAGABRIA il museo dei cuori infranti testo di Marco De Rossi IL LAGO MAGGIORE uno specchio per Arona testo di Giuseppe Garbarino

pag. 76

LE GROTTE DI FRASASSI testo di Mirella Sborgia

pag. 80

MOZZARELLA DI BUFALA testo di Mariella Morosi

pag. 84

IL POLO uno sport da élite?

testo di Anna Maria Arnesano pag. 41

Viaggio in Etiopia

testo di Teresa Carrubba e Anna Maria Arnesano pag. 50

pag. 86

KALEIDOSCOPE

pag. 92

MUSICA PER VIAGGIARE

pag. 94

LIBRI

Molucche

le misteriore isole della noce moscata

testo di Anna Maria Arnesano

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Editoriale L’estate apre le porte ad un turismo che man mano si fa più selettivo quanto alle destinazioni. Sempreverdi le città europee d’arte, Parigi in testa che, aldilà dei monumenti e delle illustri esposizioni, rimane soprattutto la “Ville lumière”. Arte e archeologia ad Edirne, nella stupenda Turchia, che porta le tracce del sultano Solimano il Magnifico. La mondanità, invece, va cercata nella raffinatissima Cannes strettamente legata all’alone rutilante delle star cinematografiche che lasciano traccia di sé anche nel resto dell’anno. Rimanendo in Europa, il fascino dei Paesi Baltici attrae l’interesse per la loro impronta finnica pur mantenendo il proprio carattere culturale. I viaggiatori più audaci visitano mete lontane, e non solo geograficamente, dove scoprire il mistero di tracce di passato glorioso o di etnie dimenticate. A Mrauk U, in Birmania per esempio, oppure in Etiopia, costellata di cristianità e di un grande senso di umanità. Viaggio avventura? Alla ricerca dei protettissimi gorilla di montagna in Uganda, o del profumo intrigante della noce moscata nelle misteriose isole Molucche. Meta spirituale, l’India in cui il caos delle grandi città si quieta nel misticismo più avvolgente di maestosi mausolei come il Taj Mahal, Partimonio dell’Umanità. I turisti più tranquilli possono rilassarsi nelle pacifiche oasi lacustri come il Lago Maggiore, gli sportivi dedicarsi ad polo, di solito praticato in spettacolari locations.•

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LA PARIGI DELL'ARTE E DELL'ATMOSFERA

SPECIALE FRANCIA

LA PARIGI Testo di

Luisa Chiumenti

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orse non ha importanza il luogo in cui si soggiorna a Parigi, perché dovunque si coglie la sua immortale “magia”. Anche ritornando dopo molto tempo, le atmosfere che sono impresse nel ricordo di ciascuno vengono subito incontro spontaneamente da ogni angolo,

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da ogni ponte, dalla facciata di un palazzo, dal campanile di una chiesa, nonostante la vita vada pur sempre avanti, con l’incessante progredire dei tempi. Parigi ha saputo conservare un’atmosfera romantica, che scavalca le epoche e che i Parigini stessi sanno mantenere, particolarmente attraverso la musica.

E’ così ad esempio, che dopo avere ascoltato una bella Messa cantata nella chiesa di Saint Germain de- Près, si esce e, nella piazza, si può incontrare qualche amico, per un aperitivo da “Les deux Magots”, uno dei caffè storici di Parigi, una finestra su St. Germain per assaporare il gusto di chi vive qui. Ma non


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LA PARIGI DELL'ARTE E DELL'ATMOSFERA può sfuggire, per un pranzo raffinato, una sosta da “Le Procope”, caffè storico nel quartiere latino, in Rue de l’Ancienne – Comedie 13. Nel 1686 un giovane siciliano, Francesco Procopio dei Coltelli apre qui una “Maison de cafè”, che in precedenza, fin dal 1675, si trovava in Rue de Tournon. Considerato il più antico caffè del mondo, sicuramente il più antico della capitale francese, é questo locale ad avere lanciato la moda del caffè. Quando nel 1689 lì di fronte, al civico 14, si stabilisce la Comedie Française, il Procope diventa il luogo d’incontro degli attori, lo frequentano molte generazioni di artisti e uomini politici. Nel XVIII secolo diventa infatti il caffè dell’Illuminismo e il cuore della vita filosofica e letteraria di Parigi. Jean-Jaques Rousseau e Denis Diderot, contrariamente a quanto si racconta, non lo frequentano spes-

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so, ma Voltaire ci viene travestito per ascoltare le reazioni provocate dai suoi lavori teatrali, in particolare nel periodo della violenta polemica con Fréron, autore del lavoro satirico “I filosofi” al quale Voltaire replica qualche mese più tardi con “Il caffè” o “Lo scozzese”, ambientato proprio nella sala del Procope. Anche gli enciclopedisti ne sono stati assidui clienti: Condorcet, d’Alambert e il filosofo americano Benjamin Franklin, la cui morte sarà commemorata in pompa magna al Procope. E poi ancora, il Caffè avrebbe continuato ad essere frequentato sia da uomini come da Napoleone che da Romantici del XIX secolo, e anche Marat fu un assiduo frequentatore e poi avanti, fino a politici e letterati di oggi. Le sale sono diverse, tutte arredate con mobili e lumi d’epoca: dalla sala intitolata a Chopin che peraltro,

dalla natìa Polonia, dopo vari soggiorni a Parigi, vi si trasferì definitivamente al n.12 di Place Vendome, dove sarebbe vissuto fino alla morte. E la ricchezza espositiva del grande Louvre fra breve si amplierà ulteriormente, con una nuova ala. Ecco come si esprime il progettista: “Per un italiano è una soddisfazione straordinaria” dichiara l’architetto Bellini alle maggiori testate francesi “soprattutto se si pensa che ci provò anche il Bernini, a cui fu affidato l’incarico di progettare il Louvre quando ancora non esisteva e, purtroppo, per varie circostanze dovette rinunciare. Oggi siamo riusciti a terminare il secondo, e forse ultimo, edificio contemporaneo all’interno del complesso. Con massimo rispetto e massima soddisfazione”. Henry Loyrette, patron del Museo da circa dieci anni, promette di inaugurare il padiglione islamico


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entro l’estate 2012. Questa nuova sezione del museo, ricavata attraverso la creazione di una speciale copertura in vetro e metallo che ricalca le sembianze di un velo apposto sullo spazio del Cour Vincenti, uno dei cortili interni del Louvre, prevederà un’area articolata su due piani, all’interno dei quali saranno presenti circa tre o quattro mila opere esposte a rotazione tra le oltre diciottomila presenti nei depositi del museo. La collezione si dispiegherà su circa 3.500 mq, suddivisi in due livelli: il primo piano, al livello della corte, presenterà le opere comprese tra il VII e il X secolo; il secondo piano, al livello interrato ovvero al livello del “nuovo” piano terra, esporrà le opere dal XI al XIX secolo; un tesoro che comprenderà tappeti, oggetti in vetro, legni arabi intarsiati e ceramiche islamiche. Gra-

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LA PARIGI DELL'ARTE E DELL'ATMOSFERA

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zie al velo di copertura, dall’interno dei nuovi spazi museali si potranno ammirare le facciate classiche della corte in netto contrasto con il gioco di pieghe ed onde della copertura, un dolce contrasto che donerà a tutto l’insieme una poetica suggestione in cui la luce naturale e quella artificiale si mescolano, tra spazi aperti e chiusi, teche e muri in cemento nero. Ma numerosi sono anche i centri in cui si dipana lo sviluppo dell’arte contemporanea, come la Fondazion Cartier pour l’Art Contemporain inaugurata nella primavera del 1995, nel cuore di Montparnasse, su progetto di Jean Nouvel, Emanuel Cattani et

Associés, che promuove e supporta l’arte contemporanea ed internazionale. E che dire dello splendido sfondo che spesso appare dagli scorci più imprevedibili, delle ardite guglie della cattedrale di Notre Dame o della grandiosità lasciata dall'impero napoleonico nei ponti della Senna, o quella Torre che sopravanza il Trocadero che tanto stupì a suo tempo e che oggi resta come sola icona imperdibile di Parigi nel mondo. E come si può fare a meno di salire a Monmatre, il quartiere degli artisti dominato dalla chiesa del Sacrè Coeur? Nata e sviluppata lungo un tratto della Senna, Parigi é vitalizzata dal

suo percorso, dai palazzi che in essa riflettono le loro luci alla sera, dal Bateau Mouche, da cui si affacciano i turisti per scorgere da vicino la bellezza delle sculture che decorano i numerosi ponti, agli sportivi che la percorrono spesso in canoa o che si esercitano nelle corse lungo gli argini. Sempre navigabile, ancora oggi infatti la Senna è un fiume percorribile per piacevoli escursioni all’ombra dei monumenti che la costeggiano e un luogo lungo il quale è possibile svolgere tante attività. Le rive della Senna sono Patrimonio mondiale dell’Unesco dal 1991: lunghi viali in cui fare sport e passeggiate romantiche, con il clima mite


nomato d’Europa, la Sorbona, tra boulevard St. Michel e rue St. Jacques, con la piazza antistante che è un luogo piacevole con diversi caffè frequentati da studenti e professori. Vorremmo chiudere il nostro breve ricordo di Parigi con l’affascinante Place des Vosges, luogo incantevole con al centro un giardino circondato dai portici con negozi d’antiquariato, gallerie d’arte e qualche caffè. Un angolo di Parigi colmo di serenità che in passato ha ispirato gli scrittori che ne fecero la propria dimora. Circondata completamente da palazzi e realizzata per volere di Enrico IV, denominata inizialmente Royale, dopo la Rivoluzione fu intitolata al distretto francese che per primo aveva ricominciato a pagare le imposte. E intanto la Parigi contemporanea arricchisce il panorama, ma senza contrasti nei riguardi delle sue tipiche atmosfere. E’ avvenuto per il Centre Pompiodou, come per la Villette o la Defence e per l’affascinate complesso della Nuova Biblioteca Nazionale di Francia progettato dall’architetto Dominique Perrault, che a soli 36 anni aveva vinto il relativo concorso e che avrebbe poi firmato molti altri progetti in tutto il mondo oltre che a Parigi e in altre città della Francia.•

della stagione estiva, con tratti dei quais che ospitano “Paris Plage”, un’area con sabbia, lettini e attività tipiche dei litorali marini, per il relax e il divertimento. Ma ancora, nel quartiere Latino amiamo girovagare lungo la rue Mouffetard, l’asse principale di questa zona pittoresca, in cui troveremo librerie, negozietti di dischi, fumetti e caffè. La strada ha inizio a livello della Place de la Contrescarpe, una piazzetta con diversi locali, molto frequentata dai giovani. Numerose le vecchie insegne, come quella della Bonne Source al n. 122, risalente a Enrico IV e nel suo ultimo tratto, ogni mattina fino alle 13, ecco posizionarsi uno dei più vivaci mercati della città. Non siamo lontani da un’altra gloria di Parigi (contea forse con Bologna!) quella della più antica Università, la Sorbonne. Parigi venne riconosciuta formalmente nel XII secolo. Il secolo successivo venne fondato da Robert de Sorbon (1257) quello che diventerà l’istituto di teologia più ri-

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CANNES tutto il fascino della Costa Azzurra

SPECIALE FRANCIA

CANNES Testo di

Mariella Morosi

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' conosciuta come la città del cinema, ma già molto prima di ospitare negli anni Trenta la prima edizione del Festival, Cannes era una famosa località di villeggiatura, la più esclusiva della Costa Azzurra. Vi andavano a svernare principi e libertini, scrittori e giocatori d'azzardo, esiliati dorati e ballerine in cerca di una seconda occasione. Eppure era sempre stata un villaggio di pescatori e a percorrere i canneti lungo la spiaggia era solo qualche cacciatore di folaghe, come si può vedere da un grande dipinto impressionista esposto nel Museo della Castre. A lanciarla come città del buon vivere e ad inserirla nel ristretto circuito dello chic internazionale fu nella seconda metà dell'Ottocento un ex cancelliere di sua Maestà britannica, Lord Brougham, il quale arrivato un po' per caso se ne innamorò, restandoci ben 34 anni. Ancora oggi, dall'alto di un piedistallo, la sua statua continua ad ammirare il mare e a contemplare il passeggio della gente lungo i boulevard orlati di palme. Trasformata dallo sviluppo urbanistico della zona costiera e dalla parata di alberghi di lusso lungo la baia, oggi Cannes è divenuta un villaggio mondiale aperto a tutte le culture, pur restando luogo di fascino e di pace, tra il verde e l'azzur-

ro del mare. E' una città giovane e vivace, cresciuta intorno ad un nucleo storico datato anno Mille. La collina che la sovrasta, Le Suquet, era il posto di vedetta della Signoria di Rodoardo. Khan significa in lingua celto-ligure "il punto più alto", da cui Cannes ha preso il nome. Questa altura strategica ne ha vista di storia! Dalle invasioni spagnole e saracene alle vicende del misterioso personaggio della Maschera di Ferro, narrate da Voltaire e da Dumas. Ha visto le cruente battaglie delle armate di Carlo V contro quelle di Francesco I e anche lo sbarco di Napoleone Bonaparte. Tutta la storia è condensata nella città vecchia e nel fortificato Château de la Castre. Dal Suquet, raggiunto attraverso i vicoli di impianto medievale, si possono ammirare tutta la città e la baia, il porto con l'ottocentesco Le Quai St. Pierre, la Croisette e le isole di Lérins. Il "ventre" di Cannes è il coloratissimo mercato Forville con tutta la sua cintura di botteghe del pane, di salumerie, di pescherie con in vetrina trionfi di ostriche. Anche tutto il resto della città è una promessa per un soggiorno rilassante, con i suoi viali fioriti, e le spiagge e il clima mite in ogni stagione. L'azzurro e il verde, i colori della città, sono anche raffigurati sul suo blasone. Dopo Lord Brougham, inumerevoli


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CANNES tutto il fascino della Costa Azzurra

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furono le teste coronate e le celebrità che andarono a godersi il sole e le brezze marine di Cannes. Per loro furono eretti sontuosi alberghi, luoghi di festa e casinò che videro non poche fortune avite sfumare sul tavolo verde. Furono di casa anche Guy De Maupassant, Victor Hugo, Stendlal, Renoir e Picassso. Il Granduca Michele di Russia fondò nel 1890 il Golf Club, e le regate reali

fior fiore della nobiltà europea. La prima guerra mondiale fermò quel mondo dorato, ma poi Cannes si riappropriò del suo ruolo di regina de la Cote d'Azur, affermandosi ancora di più come luogo di vacanza e del bel vivere. Mondanità, eleganza e bellezza sono anche oggi dovunque: nelle spiagge dei grandi alberghi, come l'Hotel Du Cap, il Carlton, il Martinez eil Majestic. Ma è dai

le platinate dive di Hollywood e le starlette in attesa di essere scoperte, grandi registi e produttori, intellettuali e artisti. Le ingerenze politiche sul già famoso e consolidato Festival di Venezia spinsero il cinema internazionale a cercarsi un'altra sede per celebrare i suoi riti e così, sulle altre città candidate - Vichy, Biarritz, Alger- fu proprio Cannes a spuntarla per il suo "soleggiamento e la corni-

organizzate nella baia dal Duca di Vallombrosa e dal Principe di Galles, il futuro Edoardo VII, attirarono il

quei 20 scalini coperti dal red carpet che dagli anni Trenta in poi passerà tutto il bel mondo della celluloide:

ce incantevole", come si legge nella motivazione della scelta. La storia del Festival registrò purtroppo una


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falsa partenza sotto la presidenza di Louis Lumière, il 20 settembre 1939. Fu proiettato il film "Notre dame de

Paris", ma il giorno dopo Hitler invase la Polonia. E fu guerra. E' solo dal 20 settembre del 1946 che la manifestazione, nella sede dell'ex Casinò, diventa un appuntamento imperdibile per i professionisti e gli amanti della settima arte. E' al Palais de Cinema che Grace Kelly fa innamorare Ranieri di Monaco, mentre il miliardario greco Onassis si fa notare al largo con il suo yacht dai rubinetti d'oro zecchino. E' sulla Croisette che una diciottenne Brigitte Bardot mostra le sue grazie col ridottissimo bikini a quadretti, mentre il vento le scompiglia la coda di cavallo. Tra successi e colpi di scena, -memorabile nel 1968 la rivolta dei giovani registi, tra cui Truffaut e Godard, nel clima incandescente del Maggio Francese. Oggi il Festival, non solo evento culturale ma mercato mondiale dei film, ha festeggiato la sua 65 edizione con il nostro Nanni Moretti come presidente della giuria. Ogni anno a maggio per due settimane, con migliaia di proiezioni e di

incontri, Cannes parla solo il linguaggio del cinema. Su alcuni edifici, giganteschi murales raccontano la carriera di Marylin Monroe, di Alain Delon, di Buster Keaton. Il più ammirato e fotografato dai turisti è il superbo trompe l'oeil "L'arrivo di un treno nella stazione di Ciotat". Un itinerario cinematografico, anche fuori festival, propone visite guidate a tema. Numerose manifestazioni fieristiche e continue iniziative culturali, artistiche e musicali promuovono Cannes a meta turistica d'eccellenza per tutte le stagioni dell'anno, grazie alla scelta delle istituzioni di non concentrare gli eventi più attrattivi nel solo periodo estivo. Seguitissimo in aprile, con migliaia di arrivi, lo shopping Festival con eventi originali, musicali, artistici e sfilate di alta moda. L'enogastronomia francese anche qui mantiene tutto il suo appeal. Impossibile mangiar male nei 316 indirizzi disponibili, dalla Croisette alle alture del Suquet. Dalle brasserie alle eno-

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CANNES tutto il fascino della Costa Azzurra

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teche, dai locali di tendenza all'alta cucina degli alberghi stellati il marchio "Only Cannes" caratterizza le strutture che aderiscono alla formula qualità-affidabilità. La tavola resta saldamente un rito ed è chiaro fin dalla mattina quando al mercato Forville, tra il profumo del timo e del basilico, si vedono signore griffate e ingioiellate sceglier con cura un mazzo di carote o un patè, mentre eleganti signori passeggiano con la baguette sotto braccio. Cannes è anche una destinazione per il benessere: la città è piena di piccole oasi con piscina e bagno turco, dove si fa talassoterapia e tutto ciò che può regalare bellezza, relax e salute. Tra le strutture più belle, per design ed eleganza, quella del Radisson Blu 1835 Hôtel & Thalasso, un albergo che per la sua posizione vanta una visuale mozzafiato a 360 gradi. Per i visitatori più attivi non mancano sport nautici, golf e centri equestri. Cannes è l'unica città francese a ospitare ben tre casinò, mantenen-


do saldamente la sua fama di capitale del gioco d'azzardo, di roulette, Black Jack o Texas Hold'em che aveva durante i fasti della Belle Epoque. Tra le mete turistiche da non perdere, il Museo de la Castre, nel castello medioevale dei monaci di Lèrins dove sono esposte collezioni d’arte e oggetti provenienti dall’Oceania, dall’Himalaya, dalle Americhe, insieme a reperti delle regioni mediterranee e ceramiche precolombiane. Da vedere anche il Vecchio Porto la cui parte più antica risale al 1838, la Rue d'Antibes, l'ex strada imperiale ora itinerario dello shopping, la Rue Meynadier. Centri culturali per grandi mostre sono la Malmaison e L'Espace Miramar. Intorno al Palazzo del Festival del Cinema sono da vedere le centinaia di impronte delle mani e dei piedi dei divi, proprio come al Chinese Teatre di Los Angeles. Meritano una visita anche il Mulino di Forville con arredi e costumi provenzali, la Chiesa Russa di Saint Michel Archange e quella di Saint Georges dedicata al Duca d'Albany, figlio della Regina Vittoria, e infine lo storico il

cimitero del Grand Jas. Continue escursioni sono organizzate nelle due isole di Lerins di fronte alla baia: Saint Honorat, con l'abbazia dei monaci cistercensi che producono ancora oggi un vino prelibato, e Sainte Marguerite con la fortezza dove la leggenda assicura che si svolgero le vicende fantastiche della Maschera di ferro. "Cannes is yours", è lo slogan creato dai pubblicitari per promuovere la destinazione. Per aiutare concretamente il visitatore ad appropriarsi della città, il locale Ufficio del turismo, presso il Palais des Festival et des Congrès, è a disposizione per ogni informazione 7 giorni su 7 dalle ore 9 alle 19.• Info: www.cannes.travel www.franceguide.com www.cannes.travel www.palaisdefestivals.com www.radissonblu.com/hotel-cannes

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Mrauk U Splendori solitari ed etnie perdute - Solitary splendours and lost worlds

Mrauk U

Splendori solitari ed etnie perdute Testo di - Words by Pamela McCourt

Francescone Foto di - Photos by Pamela McCourt Francescone / Archivio

T

rovarsi di fronte a un tempio che risale a 458 anni fa, vestigia di un impero dimenticato e depositario di oltre 80.000 immagini scolpite. E, prima di accedervi, guardarsi intorno e scoprire di essere completamente solo. In un paesaggio pregnante e riarso, anni luce rimosso dal mondo. E’ molto più dell’emozione per la struggente bellezza del monumento, che si rivelerà ancora più commovente per il suo stato di abbandono, è il senso irreale di trovarsi a tu per tu con la storia. In un silenzio fatato che sussurra di re potenti, di una delle capitali antiche e più ricche d’Asia e di una dinastia che per secoli ha dominato il Golfo del Bengala con una flotta navale di 10.000 unità. Il tempio è il Shittaung Paya vicino a Mrauk U (che si pronuncia mrau oo) nello stato Rakhine in Birmania, non lontano dal confine con il Bangladesh. E per raggiungerlo il viaggio

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Mrauk U

Y

Solitary splendours and lost worlds

ou are standing in front of a temple that dates back 458 years, that holds a staggering 80,000 sculpted images, and is more or less all that is left of a forgotten empire. And before you step inside you look around, and discover that you are alone. In a pregnant, parched landscape, light years removed from the world. And even more than the emotions triggered by the poignant beauty of the monument, rendered even more moving by its state of abandonment, is the unreal feeling of finding yourself face to face with history. In an enchanted silence that whispers of mighty kings, of one of Asia’s richest capitals, and of a dynasty that for centuries controlled the Gulf of Bengal with its fleet of 10,000


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comincia a Yangon, con un volo di 90 minuti che porta a Sittwe, una vivace cittadina portuale alla foce del fiume Kalandan con circa 20.000 abitanti, e solo una manciata di veicoli a quattro ruote - quelli usati dai turisti. Per la popolazione ci sono i tipici tricicli a pedale e piccoli trattori con rimorchio. Lungo la polverosa strada principale c’è un gran viavai a tutte le ore, mentre nel mercato sul lungofiume si viene rapiti dai colori, dai profumi e dai sorrisi della gente, molti dalla pelle scura che richiama la vicina India, altri con i tratti somatici delle tante etnie del più grande paese sud-est Asiatico. Per sei ore, a bordo di una piccola barca a motore, si sale il fiume verso Mrauk U. A volte il corso d’acqua è talmente grande da sembrare un mare. Sulle sponde, uomini lavorano nei campi di arachidi, fagioli e patate, donne scendono al fiume per lavare i panni e per riempire urne panciute di metallo argentato che portano sulla testa e sui fianchi, e i bambini si inventano giochi secolari con l’acqua, bastoni e sassi. I templi di Mrauk U hanno la stessa importanza culturale di quelli molto più conosciuti di Bagan. Nel 17° secolo un prete portoghese scrisse che uno dei padiglioni del palazzo reale conteneva “sette idoli in oro puro, ognuno alto come un uomo di statura media….. incrostati di rubini, smeraldi e zaffiri…..”Murauk U fu capitale del regno Rakhine dal 1430 al 1785, e si dice che di templi ne avesse 6.342. Oggi ne rimangono pochi, colpa delle intemperie e dell’abban-

ships. The temple is the Shittaung Paya close to Mrauk U in the Rakhine state in Myanmar, not far from the border with Bangladesh. The journey to Mrauk U starts in Yangon with a 90-minute flight to Sittwe, a bustling port town at the mouth of the Kalandan river with some 20,000 inhabitants and a mere handful of motor vehicles - those used by the trickle of tourists who arrive here every year. By day the locals use trishaws and small puffing tractors with trailers which ply their way up and down the wide dusty main street, while in the market along the river bank you are carried away by the colours, perfumes and happy smiles of the vendors – many of whom have the dark skin of nearby India, while others have the features of the numerous ethnic groups that belong to this, the largest country in Southeast Asia. The journey upriver from Sittwe to Mrauk U takes six hours on a small chugging motorboat. On some stretches the river is so wide as to resemble an ocean. Along the banks men toil in fields of peanuts, beans and potatoes, women descend to the water’s edge to wash clothes, carrying silvery pot-bellied water urns on their heads or hips, and gambolling children play age-old games with water, sticks and stones. The Mrauk U temples are of no less cultural or historical importance than the more famous temples of Bagan. In the 17th century a Portuguese priest described one of the pavilions in Mrauk U’s royal palace as containing “several pure gold idols, each one as tall as a man of medium stature…….each one encrusted with rubies, emeralds and sapphires……” Murauk U was the capital


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dono. Del Palazzo Reale ormai si possono vedere solo le fondamenta, ma tra i più maestosi che si possono ammirare oggi c’è il Shitthaung, il cui pagoda si chiama Ran Aung Zeya che vuol dire "Vittoria contro il nemico" e fu costruita nel 1535 dal Re Minbun che regnò dal 1513 al 1553. E fu sempre Minbun che fece erigere il pilastro di pietra, alto dieci metri e coperto di scritture in Sanscrito, considerato “il libro di storia più antico del Myanmar”. Un altro dei monumenti più rilevanti è la Dukkanthein Pagoda dove molti dei bassorilievi – sul livello inferiore la gente comune, su quello superiore il re Mingbagri, le sue regine e cortigiani - sono quasi irriconoscibili. Basta toccarli e l’antica pietra si sgretola, mentre degli splendidi pavimenti di una volta rimangono pochi tasselli colorati di pietra e marmo. Un’usura secolare che rende ancora più malinconica la bellezza architettonica e artistica di questo e di altri monumenti come il Ratanbon Paya. E il tempio di Kothaung, costruito nel 18° secolo dal figlio di Re Mingbagri, che fece scolpire 90.000 immagini per dimostrare ai sudditi quanto lui fosse più illuminato del padre, che ne aveva fatto scolpire solo 80.000 a Dukkanthein. All’imbrunire, quando la vallata dei templi viene avvolta da una velatura di foschia, lungo le strade polverose donne e bambini si avviano verso casa. Le donne con grandi fasci di rami sulla testa, i bambini, anche quelli in tenera età, portando in mano ramoscelli e bastoncini per accendere i fuochi che servono per riscaldare la minestra serale e illuminare le ore notturne. La mattina presto,

of the Rakhine kingdom from 1430 to 1785, and is said to have had 6,342 temples. Today only a few are left standing, and of the royal palace all that remains are the foundations. One of the most majestic is the Shitthaung with the Ran Aung Zeya pagoda, meaning “victory over the enemy,” which was built in 1535 by King Minbun who reigned from 1513 to 1553. It was Minbun who erected the stone pillar, which soars 10 meters tall, is covered with Sanskrit writings and is considered “Myanmar’s oldest history book.” Another striking monument is the Dukkanthein Pagoda where many of the bas reliefs – on the lower level depicting the common people, and on the upper level King Mingbagri with his queens and courtesans - are so worn that by passing a hand over them yet more of the old stone crumbles to dust, and all that is left of the splendid floors of yesteryear are a few pieces of coloured and marble mosaics. A centuries-old wear and tear that gives the architectonic and artistic beauty of these and other monuments like the Ratanbon Paya, a poignant melancholy. Or the Temple of Kothaung, built in the 18th century by the son and heir of King Mingbagri, who had 90,000 images sculpted on the walls to show his subjects how much more enlightened he was than his father, who had only 80,000 images in his Dukkanthein temple. At dusk, when a mantle of wispy haze swirls through the valley of the temples, women and children make their way home along the dusty roads. The women carrying bulky bundles of branches on their heads, the children – even those who are little more than toddlers – clutching twigs and sticks that will be used to light the fires on which the evening soup will be warmed, and which will provide


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con la luce del giorno che filtra debolmente attraverso la nebbiolina bianca opaca, nei villaggi iniziano le attività quotidiane e si sale su una piccola barca per visitare un villaggio della minoranza etnica Chin. Tre ore sul fiume incrociando lunghe zattere di bamboo sulle quali gli uomini si spostano lungo il corso d’acqua per lavorare. Per dormire, un tettuccio di stuoie, e per cucinare un braciere sopra il quale cuocere il riso e il pesce appena pescato. Nel villaggio Chin l’incontro con le donne tatuate. Si dice che l’usanza – abolita una quarantina di anni fa – risalga ai tempi in cui era necessario “imbruttire” le ragazze in modo che non venissero rapite e portate alla corte del re, o di altri potenti. Oggi sono in poche, tutte ultrasessantenni, quelle che ancora portano una fitta ragnatela di tatuaggi sull’intero viso. Brutte? Tutt’altro! Invece di offuscare la loro naturale bellezza, i tatuaggi risaltano i lineamenti di queste donne allegre e sorridenti che si dicono fiere di essere l’ultima generazione a testimoniare questa discutibile e ormai proscritta usanza.•

warmth and light during the night hours. In the early morning, with daylight feebly filtering through the opaque white mist, another day begins in the villages and we take a small boat to visit a Chin ethnic group community. The journey takes three hours on the river, crossing paths with long bamboo rafts on which men make their way up and down the river, working as they go. On deck they sleep under small curved bamboo shelters, and cook rice and freshly-caught fish over small braziers. In the Chin village we meet the tattooed women. It is said that this custom – which was abolished over 40 years ago – dates back to the time when young girls were made less “beautiful,” to ensure they would not be kidnapped and sold to the court of the king or to a powerful warlord. Today these ladies are all over sixty years of age, and have intricate webs of tattoos covering their faces. Ugly? Anything but! Rather than tarnishing their natural beauty, the tattoos set off the fine features of these cheerful and smiling women, who say they are proud to be the last generation to bear witness to this debatable and, thankfully, outlawed custom.•

http://tourismmyanmar.org www.asiantrails.info

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Uganda tra i gorilla di montagna

UGAND

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DAtra i gorilla di montagna Testo di Anna Maria Arnesano Foto di Giulio Badini

La perla d’Africa” lo definì l’ex primo ministro inglese Winston Churchill, uno che di terre esotiche se ne intendeva parecchio. Infatti nel 1962, al termine del dominio coloniale inglese, l’Uganda era considerato uno dei paesi più prosperi e progrediti di tutta l’Africa. Questa nazione al centro del continente, poco più piccola dell’Italia, si presenta come un grande altopiano ad oltre mille metri di quota, costellato da una serie di vasti laghi, tra cui il Vittoria, il maggiore d’Africa e secondo nel mondo, da cui nasce il Nilo Bianco, e sui bordi da una serie di rilievi vulcanici tra cui i Virunga e il Ruwenzori, alti 4-5 mila metri, meglio noti con il nome gentile di Monti della Luna. Sebbene sia attraversato dall’Equatore, l’abbondanza di acque, l’elevata piovosità, l’altitudine e il clima mite ne fanno un paese assai fertile, con elevata produzione di caffè, cotone, the, cacao e tabacco. Vent’anni di conflitti tribali e razziali, di guerriglia e di guerre locali, di politica assurda, di corruzione, ruberie e di sanguinaria tirannia lo hanno messo economicamente in ginocchio, ma da oltre un decennio una classe dirigente illuminata lo sta riportando di nuovo tra i primi della classe. La stabilità sociale ed economica stanno favorendo anche un ritorno del turismo internazionale, per scoprire una delle mete più belle e più varie del continente africano, con una ricchezza faunistica di elevato pregio dove sono presenti tutti i grandi animali africani e parchi na-

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Uganda tra i gorilla di montagna zionali perfettamente funzionanti. La maggior attrattiva turistica è costituita dalla visita ai gorilla di montagna, una delle specie animali a maggior rischio di estinzione, che in Uganda hanno uno dei loro tre unici santuari di protezione (gli altri due sono nei confinanti Ruanda e Congo-Zaire). Il gorilla, Gorilla beringei il nome scientifico, è un animale possente, stupendo, quasi umano nell’aspetto e nel comportamento, tanto simile a noi da condividere ben il 97,7 per cento del patrimonio genetico, cosa che non avviene con nessun altro animale. Curiosamente questi primati sono rimasti ignoti fino al 1902, quando un ufficiale tedesco li scoprì tra le fitte foreste della catena vulcanica dei monti Virunga. Minacciati da guerre, caccia, bracconieri ed epidemie, nonché dalla progressiva riduzione dei loro habitat naturali, ne sopravvivono soltanto 670 esemplari in un breve tratto di foresta pluviale equatoriale centroafricana. Si tratta degli imponenti primati resi celebri dal libro, e dal successivo film, Gorilla nella Nebbia, autobiografia dell’etologa americana Dian Fossey che li studiò per vent’anni fino a trovarne la morte. Vivono in gruppi familiari di 10-15 esemplari composti da un maschio dominante, un massiccio patriarca dal pelo argentato, e un harem di femmine con i piccoli e i giovani, spostandosi di continuo nel fitto della foresta alla perenne ricerca di cibo fresco, foglie, germogli e bacche. Alcuni di questi nuclei sono stati addestrati, con anni di lavoro, ad accettare le visite dei turisti: solo due gruppi di sei persone al giorno, per un’ora di contatto, sotto il vigile controllo dei ranger. L’incontro, nella penombra della selva raggiunta

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mediante una impegnativa camminata, avviene sempre con un preciso rituale. Il maschio dominante, sorpreso e contrariato dalla presenza di intrusi e a difesa del proprio branco, si stacca dal gruppo emettendo un possente urlo in crescendo che fa raggelare la pelle; con un’espressione irosa si rizza sulle zampe posteriori, dispiegando tutta la sua mole fisica, percuotendosi il petto con le mani aperte a colpi rumorosi e veloci che echeggiano nel silenzio. Poi, continuando ad urlare, l’animale si lancia di corsa a quattro zampe e con la mascella spalancata in direzione dei terrorizzati intrusi, strappando e lanciandogli contro rami, foglie e erba. Per fortuna la sceneggiata finisce qui, senza nessun contatto, e porgendo la schiena argentea se ne ritorna al branco, pago dello spavento provocato, magari a coccolarsi l’ultimo nato. Un’esperienza unica, emozionante e indimenticabile, a detta di quanti l’hanno vissuta. I 500 dollari a testa del permesso, una cifra rilevante in Africa ma con una lista d’attesa internazionale di mesi, servono a finanziare la ricerca e la protezione di questi ormai rarissimi primati dal malinconico sguardo umano. Gorilla a parte, l’Uganda costituisce oggi una delle mete più belle, interessanti e varie, oltreché sicura e ben organizzata, del continente nero, con un patrimonio naturalistico e paesaggistico invidiabile e una ricchezza faunistica di gran pregio. Un possibile itinerario alla scoperta della natura di questo straordinario paese parte dalla capitale Kampala, attraversa una regione collinare di verdi piantagioni di the e banane, per approdare al Murchison Fall national park, il maggiore del paese, abitato da leoni, elefanti, giraffe


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e bufali, dove il Nilo Bianco forma suggestive cascate, e poi al Kibale Forest national park, regno di scimpanzé, scimmie colubus, cercopitechi e babbuini ai piedi del Ruwenzori, dove si registra la maggior concentrazione di primati del mondo, ma anche un gran numero di uccelli e farfalle. Si passa quindi al Queen Elizabeth national park, popolato da leoni, leopardi, elefanti, bufali, ippopotami, antilopi, scimmie, facoceri e innumerevoli specie

di uccelli, percorrendo in gommone il Kazinga, canale naturale che unisce i laghi Edward e George, dove ammirare uccelli acquatici e l’ordinata abbeverata di molte specie selvatiche, tra foreste e savane punteggiate da euforbie a candelabro, e visitando una serie di laghi che occupano antichi crateri vulcanici. Meta clou del viaggio sarà l’emozionante incontro con i gorilla nel Parco dei Vulcani sulla catena dei Virunga in Rwanda, oppure nella


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Foresta Impenetrabile di Bwindi in Uganda (a seconda dei permessi), inoltrandosi a piedi lungo impervi sentieri tra foreste di bambù e di cosso ad oltre 2.500 metri di quota. Ultima tappa il parco del Lago Bunyonyi, nell’Uganda meridionale, una zona di savana con acacie ombrellifere alternata a paludi e laghetti, dove si incontrano tutti gli animali selvaggi africani. L’operatore milanese “I Viaggi di Maurizio Levi” (tel. 02

34 93 45 28, www.deserti-viaggilevi.it), nel proprio catalogo “Deserti” propone in Uganda un percorso in fuoristrada di 10 giorni che ne tocca le principali attrattive naturalistiche, compresa ovviamente la visita ai gorilla. Partenze individuali settimanali (minimo 2, massimo 6 persone) per tutto l’anno con voli di linea KLM da Milano e Roma, autista guida di lingua inglese, pernottamenti in hotel e lodge di buon livello. •

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TURCHIA viaggio a Edirne

TURCHIA Testo di

Luisa Chiumenti

A

drianopoli é l’antico nome di Edirne, città della Tracia, la zona più occidentale della Turchia molto vicina sia al confine con la Grecia che a quello con la Bulgaria e tale nome, conservato tuttora in Grecia, rimase a Edirne fino alla prima guerra mondiale. Bella città situata a 240 Km a NordOvest di Istanbul, Edirne si raggiun-

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ge facilmente da Istanbul con una comoda autostrada, che poi prosegue verso il confine con la Grecia (7 km.) e con la Bulgaria (20 km.), con un viaggio di circa 2 ore e mezza. Si coglie subito, entrando in città un certo aspetto ridente, gioioso, attraverso i numerosi, moderni caffè, l’andirivieni di turisti attenti ed attratti oltre che dai grandiosi monumenti come la Moschea di Sinan,

dalle numerose curiosità cittadine. Siamo qui nella strada principale, ma se si prende una prima traversa, si vedrà un fermento di lavori edilizi per la ristrutturazione in atto di una serie di antiche case in legno a due piani, con graziose decorazioni nei parapetti delle scale e dei balconi e nei cornicioni dei tetti. Poi puntiamo sul capolavoro di Mimar Sinan, l’architetto noto in tutto il mondo


con l’appellativo di “Michelangelo” dell’impero ottomano. La sua statua, all’inizio della breve salita che conduce al complesso, ci é apparsa in tutta la fermezza e consapevolezza del proprio grande talento. Ed eccola, potente, ma aggraziata, la grande mole della Moschea Selimiye, circondata dai suoi 4 minareti.Il 27 giugno 2011 Edirne ha visto la propria iscrizione nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO ( Riferimento 1366 Criterio: Culturale),soprattutto proprio per il complesso architettonico della moschea di Selimiye, capolavoro di Sinan. Arrivando nei pressi del monumento si raggiunge il cortile esterno passando attraverso il mercato coperto tuttora funzionante, poiché in effetti la moschea è inserita in un complesso che comprende due madrasse (scuole coraniche), un hammam, una corte esterna, una biblioteca e un mercato coperto. Il complesso è circondato dai bei giardini molto curati sui quali si affacciano vari caffè all’aperto dove non solo i turisti, ma anche gli abitanti stessi di Edirne amano sedersi, per ripararsi dalla calura e per sorseggiare un the o rinfrescarsi con un gelato o un ottimo “caffè turco”. Ma, una volta entrati, il fascino della moschea, con la sua pianta così originale, colpisce fortemente. L’armonia delle forme raccolte dall’ampia cupola centrale completamente rivestita da decorazioni

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in ceramica di Iznik, dà veramente un po’ di vertigine, mentre notevoli appaiono anche il Mimber in marmo (pulpito) e l’abside rivolto verso la Mecca. Mentre le moschee convenzionali erano costituite da un interno segmentato, lo sforzo di Sinan a Edirne fu quello di realizzare una struttura che consentisse di vedere il mihrab da qualsiasi posizione all'interno della moschea. Membro della corte imperiale dal 1536, Sinān, noto anche come Mi'mār Sinān (ossia “architetto imperiale”), nato a Cesarea nel 1489 e morto a Istanbul nel 1588 ebbe l’incarico di architetto capo dell’impero (Mimarbaşı) nel 1539, dal sultano Solimano il Magnifico, ma conservò poi la carica anche sotto i due successori Selim II e Murad III. Costruita tra il 1568 e il 1574 questa moschea

che, grazie alla sua straordinaria cupola e ai suoi quattro svettanti minareti di oltre 80 metri, domina il panorama dell’antica città di Hadrianopolis, nella Turchia Europea, fu considerata il suo miglior capolavoro dallo stesso progettista. La bellezza derivante dalle forme geometriche è il culmine della ricerca progettuale di una lunga vita, da parte di Sinan, per ottenere uno spazio unitario interno. Contemporaneo di Michelangelo e Palladio, fu, nel corso di un periodo di cinquanta anni, responsabile della costruzione o della supervisione di tutti gli edifici più importanti dell' Impero Ottomano e più di trecento furono le strutture da lui firmate. Scendendo verso il centro della città si può raggiungere un complesso ancora più antico, quello della Moschea Eski


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(Moschea Vecchia) nota anche come Moschea Ulu, costruita tra il 1403 ed il 1414. Un esempio di architettura del primo periodo Ottomano, con un volume sormontato da nove cupole di uguali dimensioni, a differenza delle costruzioni caratterizzate da una grande cupola centrale tipiche del periodo Classico. L’interno di questa moschea si distingue per la semplicità delle decorazioni dominata dalle grandi iscrizioni calligrafiche. Ma se la città é conosciuta soprattutto per la moschea di Selimiye, certamente punto focale dell’impianto architettonico e urbanistico di Edirne, sono anche di notevole interesse i numerosi ponti sui due fiumi che solcano il nucleo abitato e i suoi dintorni. E non si può non ricordare anche una notevole, quanto originale iniziativa

sportiva che si svolge, tra la fine di giugno e l’inizio di luglio da oltre 400 anni, sull’isola di Kirkpinar, una zona boscosa tra i fiumi Meriç e Tunca, su cui si adagia la città. Si tratta dello “yagli güres”, lo sport nazionale della Turchia, strana competizione simile al “wrestling”, che richiama moltissimi spettatori da ogni parte della Turchia. Ho visitato Edirne poco prima che iniziasse il tradizionale Festival dei Tulipani, uno degli eventi più spettacolari in Turchia, che si svolge generalmente dal 15 aprile al 15 maggio, e avuto l’opportunità di ammirare le magnifiche colorazioni dei tulipani, che venivano piantati nelle aiuole dei giardini e lungo le strade. Durante il festival poi si sarebbero tenuti anche concerti, esibizioni fotografiche e pittoriche. Il tulipano, come

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TURCHIA viaggio a Edirne

noto, é il simbolo della Turchia e in particolare di Istanbul e quel fiore in effetti é giunto in Europa proprio attraverso i Turchi e più specificamente dal Kazakhistan all’Olanda passando dall’Impero Ottomano e le raffigurazioni di tulipani sono un motivo assai ricorrente in molte opere d’arte realizzate durante il periodo Ottomano. Tutti i bulbi di tulipani piantati per il festival provengono dal villaggio di Çumra (Konya) e da alcuni piccoli paesi nelle vicinanze di Istanbul; in questo modo la municipalità intende dare un supporto economico ai

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floricoltori locali. L’atmosfera piena di colori che si crea in città conferisce allegria alle persone e contribuisce anche alla salvaguardia dell’ecologia e, quando i fiori appassiscono, dai loro petali è possibile ottenere dei coloranti alimentari, che rappresentano una interessante entrata economica per il Paese. in pieno centro della città si può ammirare quello che si potrebbe definire il “monumento al tulipano”, una coloratissima composizione lignea ad altezza di circa due metri, con tanto di fiori e foglie del tulipano. •


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Estonia, Lettonia e Lituania, notti bianche sul Baltico

ESTONIA, LETTONIA e LITUANIA

notti bianche sul baltico

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Testo di

Romeo Bolognesi

E

stonia, Lettonia e Lituania sono i nomi di tre piccole nazioni nell’estremo nordest dell’Europa, schiacciate tra giganti come Russia, Bielorussia e Polonia e il mar Baltico sul quale si affacciano, meglio note con il nome comune di Repubbliche

Baltiche. Tre paesi ciascuno con una propria identità e con individualità peculiari, ma anche con forti caratteristiche comuni, soprattutto nella storia, nella geografia e nel clima. Tutte sono formate da ampie pianure alluvionali postglaciali disseminate di foreste miste a latifoglie e conife-

re, laghi, fiumi, torbiere e paludi, con modeste ondulazioni alle spalle, che offrono la medesima flora e fauna, e tutte si sono affacciate tardi alla storia subendo lunghe e frequenti dominazioni da parte dei potenti regni confinanti, in particolare da parte di quello russo e sovietico; hanno co-

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Estonia, Lettonia e Lituania, notti bianche sul Baltico

L’Estonia, grande poco più della Svizzera e con appena 1.330 mila abi-

la separano dalla Finlandia e da Helsinki. Al largo delle sue coste conta ben 1.500 isole, tra grandi e piccole, un decimo del territorio nazionale, ricoperto quasi per la metà da fitti boschi, di cui il 20 % aree protette. Per la sua posizione è stata un crocevia culturale e commerciale tra l’entroterra continentale slavo e i paesi scandinavi. Le dominazioni straniere sono avvenute da parte di vichinghi, svedesi, tedeschi, polacchi e russi, ma nonostante ciò gli estoni – di origini ugro-finniche come la loro lingua, sono riusciti a mantenere abbastanza intatti i propri caratteri culturali. La capitale Tallin (400 mila abitanti) sor-

meglio conservati del nord Europa, tanto da essere protetto dall’Unesco; racchiuso entro mura e torrette, offre guglie appuntite e tortuose stradine in acciottolato. Gli edifici più significativi sono la piazza del Municipio, l’ottocentesca cattedrale ortodossa, la cattedrale luterana del 1233, il castello di Toompea sede del Parlamento e il barocco Palazzo Kadriorg residenza dello zar Pietro il Grande. Nel quartiere moderno si trova lo stadio del canto, una grande conchiglia acustica per 35 mila coristi. Ma è anche una città modernissima: skype è nata qui, tramite internet si vota e si ordinano medicine ed esami clinici.

tanti, è la più piccola e la più settentrionale, compresa tra la Russia, con la quale condivide il lago Cindi (4° per dimensioni in Europa) e il Baltico: 80 km di mare, ghiacciato d’inverno,

ge su una collina e fu un importante porto commerciale della Lega Anseatica, cosa che contribuì ad arricchirla. Il centro storico medievale, con begli edifici del XIII-XIV sec., è uno dei

In mezzo si trova la Lettonia, grande come Piemonte, Lombardia e Trentino messi insieme e con 2.286 mila abitanti, confinante con Russia e

nosciuto l’indipendenza soltanto per 20 anni tra le due ultime guerre, ma sono state anche le prime nel 1990 a ribellarsi e a staccarsi dall’Unione Sovietica, aderendo nel 2004 all’Unione Europea. Tutte annoverano consistenti minoranze russe, con qualche problema, e registrano forti emigrazioni. Attorno al solstizio d’estate i tre paesi sono inondati dalla suggestiva luce crepuscolare offerta dalle notti bianche sul Baltico, prodotta dal fenomeno astrofisico del sole di mezzanotte.

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Torre della Polveriera, in un susseguirsi architettonico di stili romanico, gotico, rinascimentale, barocco e classico, con molti edifici ottocenteschi in legno Art Nouveau per i quali vanta un primato europeo.

Bielorussia, con coste piatte e sabbiose disseminate di lagune retrodunali e priva di isole; in compenso possiede ben 3 mila laghi e un decimo del territorio giace sotto il livello del mare. Le aree protette ammontano al 15 %. La capitale Riga, fondata nel 1201, si affaccia su un’ampia baia omonima ed è attraversata dal fiume Dvina. Questa vivace città in passato fu un porto importante della Lega Anseatica ed è oggi la maggiore delle capitali baltiche con 735 mila abitanti; famose per la loro bellezza le donne, tra le miglior top model del mondo, in numero decisamente superiore agli uomini. Il centro storico, anch’esso

La Lituania infine, grande quanto l’Irlanda e con 3,5 milioni di abitanti, è la più meridionale, la più estesa e la più popolata delle repubbliche, oltre alla più continentale con appena 100 km di coste sul Baltico ed è quella che per prima si è ribellata al giogo sovietico, pagando per questo anche un tributo di sangue. Le sue coste presentano belle dune con lagune,

statiche usata in gioielleria. La sua popolazione, che in passato ha subito maggiormente le influenze culturali dell’Europa centrale, è considerata dalle altre repubbliche più calorosa, estroversa e passionale, da gente del sud insomma. In compenso è stata l’ultima ad aderire al cristianesimo. Le sue influenze straniere sono state soprattutto tedesche e polacche, prima che russe: nel 1251 il Granducato lituano conquistò territori russi fino al mar Nero, poi nel 1368 si unì in confederazione con il regno polacco seguendone le sorti per quasi quattro secoli. La capitale Vilnius (574 mila abitanti), sorta nel 1300 come forte

protetto dall’Unesco, vanta parecchi edifici tedeschi plurisecolari. Di particolare rilievo il duomo duecentesco, il castello del 1330, la chiesa medievale di san Peter, l’arsenale e i fondaci, la

ma vanta meno superficie boscata e più paludi. Queste possiedono in compenso i maggiori depositi e della miglior qualità di ambra, la pregiata resina fossile dalle proprietà elettro-

di legno, si trova nell’entroterra a 250 km dal Baltico alla confluenza di due fiumi e presenta begli edifici barocchi e rinascimentali, protetti dall’Unesco, con case polacche e annessi cortili:

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Estonia, Lettonia e Lituania, notti bianche sul Baltico

uno dei più pregiati nuclei urbani del nord Europa. Nel 1544 ospitò la corte polacca, nel XVII sec. partecipò all’età d’oro polacca e nel 1800 fu sede di una nutrita comunità ebrea. Nel 2009 è stata la capitale europea della cultura. Da non perdere i negozi di monili d’ambra, la resina fossile del Baltico, di tessuti in lino e degli intarsiatori di legno. L’operatore milanese “Adenium – soluzioni di viaggio” (tel.

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02 69 97 351, www.adeniumtravel.it), specializzato in turismo culturale con accompagnatore qualificato, propone dal 16 al 23 giugno 2012 un tour di 8 giorni attraverso le tre repubbliche baltiche e le rispettive capitali, nella magica luce crepuscolare delle notti bianche, con visita della penisola della Curlandia in Lettonia e delle isole di Saaremaa in Estonia.•


Viaggio in Etiopia, tra umanità e cultura

Viaggio in Etiopia Tra umanità e cultura Testo e foto di

Teresa Carrubba

M

al d’Africa. Per molti è l’atmosfera selvaggia dei parchi naturali, i branchi di elefanti, la fierezza dei leoni, di una terra sconfinata e senza tempo, delle tribù guerriere dai volti tinti di simboli, delle danze ossessive al suono ossessivo di tamburi, del mare caldo in cui vagano sinuosi sciami di pesci che sembrano dipinti a mano. A me è rimasto negli occhi e nel cuore quello sguardo…. Uno sguardo smarrito, dalla tristezza congenita che non cono-

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sce né spera alternative. Lo sguardo delle frotte di bambini malvestiti e scalzi che, come per una sorta di tacito tamtam, si precipitavano giù dalla montagna, sbucati non si sa da dove, ogni qualvolta la nostra carovana di fuoristrada faceva una sosta per permetterci di fotografare e sgranchirci le gambe. Scendevano giù, soli o con adulti, non una parola, ma con quello sguardo più eloquente di qualsiasi discorso. Ci circondavano stretti, occhi verso l’alto, mostrando timidamente l’accenno di una mano. Per ricevere. Non


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Viaggio in Etiopia, tra umanità e cultura

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soldi, no, che se ne farebbero in quel territorio aspro e desolato dell’acrocoro etiope, dove anche per istruirsi devono percorrere vari chilometri a piedi sotto un sole gagliardo prima di raggiungere la scuola? Quella mano incerta chiede una penna, un quaderno, dolciumi, una maglietta. Qualcosa in cui, seppur piccola, non sono avvezzi a sperare. E quello sguardo carico di rassegnazione, per un attimo veniva trafitto da un lampo di luce, un misto di gratitudine e di dolcezza, quando noi attingevamo nei sacchi di acquisti mirati regalando loro scarpe, magliette e biscotti. Indossandoli subito, si sentivano trasformati, ma prendevano volentieri il sacchetto con il vecchio lacero vestito da portar via. Dignità, saggezza? Forse tutte e due, forse l’indigenza è un’insegnante migliore del benessere. Mal d’Africa. Nostalgia di un mondo dimenticato, dove la scala delle priorità ha ben pochi gradini. Dove ci s’incanta, con gli occhi pieni di stupore, ammirazione e tristezza, di fronte alla commovente processione di persone che si spostano da un mercato all’altro scendendo dalla montagna in un percorso accidentato, con

pecore, asini, povere mercanzie e granaglie spesso trasportate da donne, in ceste sulla testa. Se non fosse uno scenario che stringe il cuore, ci sarebbe da ammirare la fierezza di uomini anziani che affrontano una fatica sedimentata negli anni ,tenendo a bada la loro capretta che con ogni probabilità cercheranno di vendere per sopravvivere. E la notoria bellezza delle donne etiopi dai coloratissimi abiti che portano con sé scialli di cotone lavorati al telaio o tonde ceste di paglia intrecciata in cui trasportano giganti sfoglie sovrapposte di ingera, pane etiopico ottenuto dalla fermentazione di un cereale locale, il teff. Una sorta di piadina dal gusto acidulo. Abbiamo incrociato una di queste processioni nei pressi di Bahar Dar, lungo la salita impervia necessaria per raggiungere Tississat, la spettacolare Cascata del Nilo Azzurro. Durante la salita, per noi più aspra che per gli avvezzi etiopi, il sole è impietoso, le leggere folate di vento alzano la sottile polvere e mescolano gli odori pungenti della frutta e delle erbe trasportate. E di ben altra merce, che qui in Etiopia si è diffusa rapidamente, il qat, una speciale

erba venduta in mazzetti più o meno grandi. Masticate a lungo, le foglioline fanno sparire la fame e la fatica e regalano un senso d'euforia, una via di fuga dai tanti problemi. In cima alla salita, annunciata dal fragore dell’acqua nel totale silenzio, la magnifica Cascata del Nilo che precipita per 50 metri in una gola suggestiva alla fine di una parete di basalto, tufo e ossidiana. Il sole violento rifrange luce sull’acqua nebulizzata creando spettacolari arcobaleni nell'aria tersa d'alta quota. L’effetto sorpresa è garantito in quest’oasi idilliaca che, ci hanno assicurato, a settembre si ricopre di coloratissimi fiori. Tutt’altro contesto a Gondar, considerata una delle città più interessanti dell’Etiopia, dal passato glorioso, che mantiene la maestosità del periodo degli imperatori (‘600 e ‘700) attraverso i castelli, come quello spettacolare di Fasiladàs con le sue imponenti torri, e quello di Iasù I, a pianta rettangolare. E alcune superstiti delle sue 44 chiese antiche, tra cui, davvero singolare, quella di Debre Berhàn Selassiè con un superbo soffitto interamente dipinto a teste di “serafini”. Ma la chicca dell’acrocoro dell’Etiopia, e forse di tutto


il Paese, è Lalibela, a un'altitudine tra i 2500 e i 3000 m. dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Ci si arriva attraverso una lunga strada costruita dai cinesi che costeggia villaggi e vallate e poi per strade sterrate di montagna che seguono il percorso del fiume Takazzè. E’ qui che deve venire il viaggiatore che intende scoprire l’Etiopia più genuina, quella che affascina. I mille villaggi con le case costruite con tralicci di legno, fango e paglia, talvolta in pietra nelle zone montane, sono la vera immagine di quest’area la cui vita quotidiana gravita intorno al mercato, alla chiesa e al bunna-bet, il caffè, punto d’incontro locale. La strada è uno spaccato della vivacità di questi centri abitati. Un continuo viavai di persone, di carretti, di animali. Bambini e ragazzi che vanno a scuola con le loro divise colorate, uomini che trascinano fagotti o camminano appoggiando i polsi su un leggero bastone posto sulle spalle, giovani donne vestite all’europea e ben curate. Lungo la strada capita di incrociare un nutrito gruppo di persone meste con vesti bianche, che seguono un funerale o, in aperta campagna, all’ombra di un’immensa acacia, un assembramento di uomini tutti in piedi attorno all’albero intenti a discutere di qualcosa d’interesse comune per il villaggio. Da lontano non si vede, Lalibela. Il luogo santo della città si apre quasi all'improvviso nella roccia su cui si cammina. Per primi si scorgono i tetti separati da profondi cunicoli che girano tutt'intorno ai templi, trasformandosi in cortili, passaggi, portici. Dopo la presa di Gerusalemme da parte del Saladino, per favorire i pellegrinaggi ormai impraticabili in Terra Santa, il re Lalibela decise di fondare qui una seconda Gerusalemme, a Roha, che divenne centro di attrazione per tutta l’Etiopia. Chiamò centinaia di architetti, scalpellini e manovali. Svuotarono giganteschi monoliti creando all’interno la struttura di una chiesa. Undici copie di altrettanti luoghi santi, che costituiscono il più interessante complesso di chiese rupestri del mondo. Chilometri di cunicoli collegano le sue diverse unità attraverso cripte e spelonche nella cui apertura c’è sempre un monaco rannicchiato sul suo libro

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di preghiera. Sorgenti sotterranee alimentano grandi vasche limacciose per le immersioni rituali. Attraverso lunghe scale di gradini stretti, gremite di fedeli, inizia una discesa nella Lalibela sotterranea dove la fede è fatta di gesti elementari, che uniscono i misteri del Cristianesimo con l'anima africana. C'è chi all’ingresso di ogni chiesa si prostra a terra e bacia la pietra che per questo diventa scivolosa. Poi rende omaggio alla croce che il monaco ogni volta tiene in mano per mostrarla ai fedeli. Una diversa dall’altra, le croci copte sono un prezioso amalgama di misticismo e arte orafa per via della perfetta realizzazione che le rende anche appetibili come acquisto per la memoria del viaggio. Le chiese sono ancora suddivise in tre settori, quello centrale è il sancta sanctorum, dove possono entrare solo i sacerdoti e che è chiusa alla vista del pubblico. Il secondo è riservato alla celebrazione della messa cui prendono parte i diaconi, mentre il terzo è aperto ai fedeli che intendono comunicarsi, cioè che sono puri. La maggior parte della gente resta fuori, nel cortile o nel giardino della chiesa, che è sempre la parte più affollata in

quanto la tradizione copta è molto esigente sullo stato di purezza necessario per entrare in chiesa.

Un po’ di storia

Son trascorsi tre quarti di secolo da quando andammo a conquistare l’Abissinia che diventò il nostro effimero impero. Oggi il Negus è sbiadito nella storia. Resta il fascino di uno spicchio d’Africa ancora ricco di malìa e di contrasti, dalla suggestione dei monasteri copti al volto arido e spietato del deserto della Dancalia. L’Etiopia è l’unico Paese africano a sud del Sahara ad aver avuto la scrittura da tempi antichi, il che ci permette di leggere il suo passato. Già all’inizio dell’era cristiana il nord dell’Etiopia fu sede di un importante regno, quello di Axum, che gareggiava in potenza con la Persia e Roma. L’Etiopia si convertì al cristianesimo nel IV secolo quando ancora gran parte dell’Europa era pagana. Grazie a ciò fu costellata da monasteri dove fiorirono la cultura, la preghiera e la trascrizione di testi sacri e ancor oggi sull’altopiano si trovano molte chiese che nascondono inestimabili tesori d’arte. Per lungo tempo sepa-

rata dal resto del mondo a causa di una fascia semidesertica che circonda gli altopiani e dall’inimicizia dei musulmani che li assediavano da più parti, l’Etiopia cristiana si richiuse in se stessa cristallizzandosi in forme culturali e religiose che sono rimaste immutate per secoli. Fino alla rivoluzione socialista del 1974 si viveva come un secolo fa: pochi centri abitati, un’immensa campagna punteggiata da villaggi, chiese e monasteri, un imperatore onnipotente, il Negus, che reggeva il Paese con l’appoggio del clero e dei nobili. Oggi le cose sono molto cambiate. La nobiltà è stata soppressa, la terra nazionalizzata. Una capillare campagna di alfabetizzazione sta creando una nuova coscienza sociale. In profondità però le cose mutano più lentamente e le campagne di questo immenso Paese continuano a presentare l’immagine di sempre.

Piatti etiopi

I cibi hanno come base del condimento una polvere chiamata berberè ottenuta da un miscuglio di peperoncini rossi, spezie e aromi triturati ed essiccati. C’è tutta un’arte e una


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cultura del mangiare: ci si siede tutti insieme attorno ad un grande vassoio di paglia tondo su cui è stata adagiata una sfoglia di ingera, il pane etiopico ottenuto dalla fermentazione del teff, tipico cereale locale. Sull’ingera vengono posti mucchietti di pietanze diverse che si portano alla bocca con le mani avvolgendole in un lembo di ingera. Rituale tipico durante il pasto è quello di preparare un boccone e portarlo con le proprie mani alla bocca dell’ospite di riguardo o di una persona cara. Le pietanze sono di vario tipo e con cottura assai elaborata. La carne di bovino, pecora o capretto è quasi sempre presente, ma c’è anche tutta una serie di piatti vegetariani perché la religione copta prescrive numerosi giorni nei quali si possono mangiare solo verdure. Scirò, un purè di farina di ceci, alliccià, una sorta di ratatouille di verdure non piccante, con zenzero, tanto per fare un esempio di piatti sfiziosi. Insieme a questi cibi si può bere il tej, bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del miele e che, sebbene dolce, ben si accompagna al cibo piccante e speziato. Esiste anche una birra di produzione artigianale chiamata tella e basata sulla fermentazione dell’orzo e l’arakè, distillato di cereali ad alta gradazione alcolica. A proposito di cucina sono da segnalare 4 sorelle etiopi, la cui intraprendenza e abilità le ha spinte ad aprire un ristorante a Gondar, Four Sister Restaurant, appunto, in cui si possono gustare piatti locali molto curati e godere del loro spiccato senso dell’ ospitalità. Niente di più facile che dopo il pranzo le quattro audaci fanciulle improvvisino una danza frenetica nel giardino del locale per poi tornare dentro e proseguire le “coccole” agli ospiti con il bellissimo rito del caffè. In Etiopia, infatti, il rito del caffè ha quasi un aspetto simbolico dell’ospitalità. Si accende il fornelletto a carbone, si lavano i chicchi verdi, li si tosta sul fuoco, li si macina in un pestello, si fa odorare la polvere agli ospiti, la si versa nel bricco di terracotta in cui l’acqua nel frattempo è giunta ad ebollizione, si attende, si serve il caffè aromatizzato con alcune erbe…e nel frattempo si brucia l’incenso che impregna l’ambiente di un aroma quasi mistico.

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Viaggio in Etiopia, tra umanità e cultura

Luoghi nascosti Testo di

Anna Maria Arnesano

Merita da solo un viaggio in Etiopia la visita del maggiore lago del paese, il Tana, situato a 1.860 metri d’altezza e grande dieci volte il nostro Garda (ma poco profondo), dove si trovano 37 piccole isole, una ventina delle quali ospitano, celati da una fitta vegetazione, monasteri e chiese ortodosse incredibilmente belli, i più antichi risalenti a partire dal XII secolo. Da questo vasto bacino vulcanico, ancora oggi solcato come millenni or sono da barche di papiro e ricco di avifauna per la sua pescosità, prende origine il Nilo Azzurro, maggiore fiume africano, che concluderà la sua corsa di 5.223 km sulle rive del Mediterraneo dopo aver attraversato Sudan ed Egitto. Prima di arrivare alla scoperta di queste vetuste oasi di spiritualità, non tutte visitabili dalle donne, bisogna attraversare a piedi estese piantagioni di caffè, in un’atmosfera quasi surreale. Sulle isole del lago, nella quiete lontana dalle vie di comunicazione, nel tempo hanno trovato rifugio e sepoltura monaci custodi di manoscritti e pitture risalenti al Medio Evo. Oggi come allora, gli affreschi che decorano le pareti narrano scene del Nuovo Testamento e della vita dei santi locali, mentre le icone e i manoscritti cerimoniali, le magnifiche croci in argento, le corone e i paramenti sacri sono ancora custoditi e mostrati al visitatore con grande fierezza, proprio dai monaci. Per raggiungere i monasteri del lago Tana si parte in battello dal porto di Bahar Dar e dopo un’ora di navigazione si arriva a quelli collocati su due isolotti più vicini: Ura Kidane e Asua Mariam. Per visitare i monasteri e le chiese è doveroso lasciare un’offerta ai monaci che si prendono cura del mantenimento dell’insieme dei complessi e rispettare alcune regole basilari, come ad esempio: togliersi le scarpe prima di entrare ed avere un abbigliamento decoroso. L’aria che si respira entrando risulta impregnata di storia e cultura. Si racconta che uno dei monasteri sia stato probabilmente utilizzato per nascondere in passato l’Arca dell’Alleanza, custodita oggi ad Axum.• “I Viaggi di Maurizio Levi” tel. 02 34 93 45 28, www.deserti-viaggilevi.it


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Ethiopian Airlines

Nuove tariffe dal primo giugno, anche per l’Oriente! Nuove destinazioni Hargeisa e Cotonou, e altre novità! - Finalmente dal primo giugno nuove e interessanti tariffe che inaugurano una nuova era per Ethiopian Airlines: a cominciare dal cambio di operativi da Roma (dal 15 giugno molti dei voli ROMA-ADDIS ABEBA diventano diurni invece che notturni, e sono operati con spaziosi Boeing 767-ER invece che dal B757) si aprono le porte dell’Oriente per i passeggeri diretti in Asia: Bangkok, Beijing, Guangzhou, Delhi, Hangzhou, Hong Kong, Mumbai, ma anche Dubai, Jeddah e Riyadh, a tariffe veramente interessanti e con coincidenza immediata! Tra le altre novità in arrivo per l’autunno, anche una nuova frequenza su Kuala Lumpur e – finalmente – su Windhoek! - Tra le novità più eclatanti, la diminuzione della durata dell’alta stagione, che è ora ridotta a un brevissimo lasso di tempo: dal 27 luglio al 12 agosto, e dal 21 dicembre al 7 gennaio 2013. - Dal 10 riprendono i voli giornalieri su Hargeisa, nel Somaliland, e dal 15 giugno inauguriamo Cotonou, nel Benin, una destinazione importante per il West Africa a tariffe molto competitive. - Presto le informazioni sulle nuove tariffe saranno disponibili anche nell’area riservata del sito italiano, dove ci si può iscrivere. Saranno caricate anche le tariffe esclusive per agenti di viaggio, con ottime novità: la tariffa speciale per agenti è disponibile anche per l’accompagnatore/trice, allo stesso livello tariffario! www.ethiopianairlines.it

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INDONESIA - MOLUCCHE, le misteriose isole della noce moscata

Molucche

INDONESIA

le misteriose isole della noce moscata

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Testo di Anna Foto di Giulio

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Maria Arnesano Badini/Archivio

er noi la noce moscata costituisce un additivo gastronomico secondario, usato per dolci, creme, purè e ravioli, acquistabile per pochi euro dal droghiere sotto casa. Ma ci fu tempo, un tempo piuttosto lungo in passato, nel quale questa noce dall’aroma raffinato dolce e piccante insieme rappresentava una delle spezie più ricercate e costose in assoluto, tanto da valere più dell’oro. Ne bastava un sacchettino per cambiare la vita ad una persona. Conosciuta e impiegata fin dall’antichità rivestiva, come altre spezie, un ruolo importante nella conservazione delle carni. Prima dell’invenzione recente del freddo artificiale, le carni

tendevano ad adulterarsi in fretta, pur conservando intatte le proprietà nutritive. Per allungare i tempi di durata e togliere i cattivi odori si faceva un ricorso massiccio alle spezie, capaci di bloccare i processi degenerativi e di confondere i sapori con i loro gusti prepotenti. E per millenni fu la fortuna delle spezie esotiche, un po’ il petrolio dell’antichità. A contribuire al grande successo della noce dal forte sapore di muschio intervennero anche medici e speziali, attribuendole un notevole numero di proprietà terapeutiche: un potente antisettico naturale capace di guarire da un sacco di malanni. E intanto il prezzo lievitava. A farlo arrivare alle stelle fu la diceria che fosse an-

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INDONESIA - MOLUCCHE, le misteriose isole della noce moscata

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che un potente afrodisiaco e l’unico rimedio in commercio contro la peste, una pandemia che falcidiava ciclicamente la popolazione europea. Il commercio della noce moscata nel continente faceva capo ai Veneziani, che si approvvigionavano a Costantinopoli; i turchi la acquistavano dagli arabi, che si rifornivano in India, ma nessuno sapeva di preciso da dove arrivasse. Fatto sta che ad ogni passaggio di mano il prezzo lievitava. Verso la fine del 1400 si venne a sapere che l’albero della Myristica fragrans cresceva, endemico, unicamente in alcune minuscole isole chiamate Banda, estremo gruppo meridionale dell’arcipelago indonesiano delle Molucche, un migliaio di isole grandi e piccole disseminate in un enorme tratto di oceano Pacifico tra Sulawesi, Nuova Guinea, Filippine, Timor e Australia, da cui provenivano anche chiodi di garofano e cannella. Le Banda sono una decina di isolette e scogli montuosi, di dif-

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INDONESIA - MOLUCCHE, le misteriose isole della noce moscata ficile approccio, fuori dal mondo, con un vulcano piuttosto attivo, popolate per giunta da selvaggi cannibali e tagliatori di teste. Il miraggio di guadagni spropositati attingendo direttamente alla fonte (si sarebbe arrivati fino ad uno stratosferico 60 mila per cento !), mise le flotte europee in gara a chi fosse arrivata per prima, facendo nascere le famose Compagnie delle Indie Orientali per finanziare le spedizioni. Il percorso tradizionale, doppiando l’Africa, comportava rischi enormi: per un viaggio occorrevano almeno 2-3 anni, solo una nave su tre faceva ritorno e ben pochi erano gli uomini che riuscivano a rimettere piede in patria, falcidiati da tempeste, malattie, predoni. Possiamo anzi dire che la gran parte delle grandi scoperte geografiche dell’epoca non miravano a reperire nuove terre, ma a trovare una via più agevole per raggiungere le Indie e le sue spezie. Lo stesso Colombo non cercava affatto l’America, di cui neppure supponeva

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l’esistenza, ma una strada più corta per arrivare ai tesori del sud-est asiatico. Alla fine, nel 1600, la spuntarono gli olandesi su inglesi, portoghesi e spagnoli, dando in pratica inizio al colonialismo europeo, assicurandosi per tre secoli il lucroso monopolio della noce moscata in Europa, fino a quando nel 1800 il prezzo e i consumi crollarono e le piantagioni vennero spostate altrove. Per assicurarselo però dovettero fare agli inglesi una piccola concessione territoriale, in un altro luogo lontanissimo dove le due nazioni si stavano fronteggiando: dovettero cedere l’allora selvatica isola di Manhattan nel Nord America, tanto che la minuscola New Amsterdam divenne presto New York. E per secoli gli olandesi, che avevano il coltello dalla parte del manico, pensarono di aver fatto un buon affare. Un viaggio di scoperta alle Molucche (moluku in indonesiano), ancora poco avvezze al turismo e riservato pertanto solo ad esperti viaggiatori,

non consente solo di avvicinarsi un po’ come pionieri alle terre endemiche della noce moscata e dei chiodi di garofano, ma anche di visitare fortezze e abitati coloniali, uno dei più affascinanti e remoti parchi nazionali indonesiani, di navigare e nuotare tra stupende spiagge incontaminate e intatte barriere coralline ricche di biodiversità, nonché di entrare in contatto con popolazioni indigene selvatiche di ex cannibali. Si comincia ovviamente con l’arcipelago di Banda, dove non esistono auto, per perdersi tra le verdi e odorose piantagioni di Myristica fragrans, ville coloniali olandesi, spiagge da cartolina, acque cristalline, giardini di corallo e un vulcano attivo che sembra la versione ridotta del Fuji Jama giapponese. Si passa quindi a Seram, una delle isole maggiori delle Molucche, caratterizzata da imponenti montagne alte fino a 3.000 m. che scendono a picco su spiagge selvagge e barriere coralline, ricoperte da foreste e da odoro-


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se piante di chiodi di garofano. Da visitare c’è il Manusela national park, la cui fittissima giungla e la foresta pluviale rivierasca presentano mangrovie, palme, muschi e felci, e poi giganteschi alberi di marante, kelimbin e ficus dalle enormi radici aeree, dove trovano riparo cinghiali, cervi e coccodrilli e, soprattutto, un gran numero di uccelli come buceri, aquile, pappagalli e gli endemici rarissimi cacatua. Qui attende un’esperienza unica: si potrà essere comodamente issati su una piattaforma aerea ubicata sulla cima della canopea, la volta della foresta tropicale, per ascoltare i rumori della giungla. Ultima emozione il contatto con alcuni indigeni selvaggi ex tagliatori di teste, che vivono in maniera preistorica di caccia e di raccolta nascosti nell’intimo della foresta. L’operatore milanese “I Viaggi di Maurizio Levi” (tel. 02 34 93 45 28, www.deserti-viaggilevi.it), specializzato con il proprio catalogo “Deserti” in viaggi e spedizioni di interesse etnografico e ambientale negli angoli più remoti del pianeta, è il primo in Italia a proporre un viaggio di 16 giorni nel misconosciuto arcipelago indonesiano delle Molucche, le isole delle spezie. Partenze individuali settimanali con guida locale per tutto l’anno e mensili di gruppo il 23 dicembre e 10 febbraio 2012 (poi in luglio e agosto) con voli di linea da Milano e Roma, pernottamenti nei migliori hotel esistenti e 3 notti in tenda con pensione completa, guida italiana.•

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Incredibile India

Incredibile

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INDIA


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Testo di Alessandra

D

Foto di Alessandra

Tesan Tesan/Archivio

elhi mi conquista subito con i suoi ritmi caotici, frenetici e allo stesso tempo vibranti. Il primo punto di interesse turistico che visito è il Mausoleo di Humayun, una tomba di arenaria rossa che la vedova di Humayun Haji Began fece costruire per il marito nel 1573. Il Mausoleo è molto importante per l’architettura indiana poiché è considerato il capostipite degli edifici in stile Mogol. Dopo una sosta gastronomica all’Hotel Claridges, un 5 stelle di ottima qualità che mi dimostra subito quanto c’è di buono nella cucina indiana. La giornata prosegue con la visita del Parco Archeologico del Qutb Minar, patrimonio dell’Unesco,

simbolo della potenza dell’Islam, fatto costruire dal primo sultano di Delhi nel 1206. Per erigere i colonnati che circondano l’edificio furono distrutti 27 templi e accanto alla Moschea furono poste le basi di una grande torre di 5 piani, la Torre della Vittoria, Qutb Minar, che fu poi completata dal cognato e portata ad un‘altezza di 72,55 m. Prima di mettermi in viaggio per raggiungere l’Uttar Pradesh e la città di Agra faccio una breve sosta al mercatino di artigianato Dilli Haat. Il traffico a Delhi è disarmante ma in qualche modo fantastico, per fare qualche chilometro si impiega molto tempo ma i trasferimenti sono un’ottima occasione per cogliere

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Incredibile India la vivacissima atmosfera della città. Lungo la strada per Agra, a 250 km dalla capitale, si osserva un gran viavai. Carretti di ogni genere, mucche bianche e nere, commercianti, biciclette, asinelli, camion colorati, motorini con 3 passeggeri. La strada che collega Delhi ad Agra è la più trafficata di tutto il Paese ma costeggia villaggi e paesaggi di campagna. Sul ciglio della strada la vita dell’India scorre senza tregua, donne che lavano i panni, che cucinano o curano il raccolto, bimbi che giocano o aiutano nelle attività quotidiane, uomini che mercanteggiano, mangiano e bevono thè. Arrivo ad Agra di sera, all’hotel Trident, il 4 stelle dove dormirò questa notte. Ad Agra vivono circa 1mln e 200mila abitanti ed è una città notevolmente diversa da Delhi, anche se Il traffico e il caos cittadino sono caratteristiche comuni ad entrambe. Quando il sole sorge al mattino si comincia davvero, qui, ad assaporare la vera anima dell’India, quasi come se si venisse catapultati in un'altra fetta di mondo. Tutta la cittadina è molto particolare, vibra di atmosfere suggestive, brulica di colori, di voci, di odori intensi ed avvolgenti. Ad Agra si trova il monumento più famoso di tutta l’India, il Taj Mahal. Dicono che per avere il massimo dell’effetto bisogna percorrere il cortile d’ingresso guardando a terra, e alzare gli occhi soltanto quando si è di fronte al Taj Mahal. L’effetto sorpresa è garantito. Fu fatto costruire dal 5° imperatore della dinastia Mogol, Shah Jahan, in ricordo della moglie Mumtaz Mahal che nel dare alla luce il suo 14° figlio nel corso di una campagna bellica nel Deccan, morì di parto, nel 1631. Ventimila operai impiegarono più di 23 anni per terminare il mausoleo. Sorge sulle sponde del fiume Yamuna che bagna Agra, si riflette in una lunga vasca d’acqua longitudinale inca-

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strata tra marmo e giardini ed è di un marmo bianco accecante che sembra quasi ricamato con decori floreali. Al suo interno, sotto alla cupola di 60 mt, si trovano le tombe della principessa e dell’imperatore protette da una griglia di marmo completamente intarsiata che lascia filtrare la luce. Il Taj Mahal è noto al mondo anche come “il monumento all’amore eterno”. A 2 km dal Taj Mahal, anch’esso affacciato sulle sponde del fiume, si trova il Forte di Agra, un altro gioiello della storia indiana. Un’imponente opera realizzata nel 1565 da Akbar il Grande. Raggiungo Sikandra, a 9 km da Agra, dove sempre Akbar fece costruire un mausoleo all’interno di un parco. Anche questo in arenaria rossa e marmo bianco. Torno in città, ceno al ristorante Silk Route, che offre ai clienti spettacoli di marionette e danze tipiche dell’Uttar Pradesh. La giornata ad Agra è stata tanto bella quanto lunga ma non rinuncio a rientrare in hotel a piedi. E’ tardi, Agra dorme e dormono i suoi abitanti, molti sono su lettini all’aria aperta, davanti alle bancarelle a fare da custodi, molti ancora impegnati nel sistemare cavalli, mucche sacre e tuk tuk. Alcune bambine mi seguono, sono scalze, con vesti coloratissime, tanti braccialetti e gli occhi truccati con il Kajal. Mi chiedono una rupia e il cuore si stringe, ma l’India è anche questo, un’esperienza dell’anima. Quando sorge l’alba mi attende nuovamente una gran bella traversata, devo entrare nel Rajasthan e raggiungere la sua capitale, Jaipur, prima che faccia buio. Lungo il viaggio però faccio una sosta a Fatehpur Sikri, la città fantasma abbandonata nel 1580. Fatehpur Sikri ha una storia molto suggestiva. Nel villaggio di Sikri viveva un santone che aveva predetto ad Akbar la nascita di 3 figli maschi. Quando la profezia si avverò


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l’imperatore decise di farsi costruire un palazzo per stargli più vicino ed iniziò a spostarvi la capitale dell’impero. Con il passare del tempo però, tra campagne belliche lontane e la morte del santone stesso, Akbar non tornò più a Fatehpur Sikri, anche perché il luogo era troppo arido. La città venne così abbandonata ma la stessa aridità che ne aveva provocato l’abbandono l’ha conservata in modo perfetto. Le mura di arenaria rossa si estendono ancora per 9 km e la grande moschea è davvero bella. Con il caldo che continua a salire mi rimetto in cammino. La strada che collega Agra a Jaipur è meno trafficata di quella che si percorre arrivando da Delhi ma è sempre disseminata di villaggi, di storie di vita quotidiana. Passo il confine ed entro in Rajasthan. Il colore del sari delle donne inizia a cambiare, predominano il giallo e l’arancione, i toni sotto al sole sembrano

quasi fosforescenti, sono davvero belle le donne indiane! Belle mentre comprano la frutta, mentre lavorano nei campi, belle mentre abbracciano i loro bambini. Il Rajasthan, letteralmente “Luogo dei Principi”, è un territorio sconfinato, molto arido ma si dice sia tra i più belli da visitare in India. Ci vivono circa 55 mln di abitanti, 2 milioni nella sola Jaipur. E’ diviso in due dai monti Aravalli e confina a nord con il Pakistan. L’89% dei suoi abitanti è di religione induista e la scolarizzazione ha indici molto bassi, soprattutto tra le donne (21%). Quando arrivo a Jaipur, detta anche “la città rosa”, l’impatto è fortissimo. Ricomincia lo slalom tra i carretti, gli animali ed ogni mezzo di locomozione che la mente umana riesca ad immaginare. Sulla carreggiata in centro città ci sono addirittura gli elefanti. Incredible India! Ospite nuovamente della catena Trident, faccio una


piccola sosta in hotel, poi di nuovo via per la cena, una cena da mille e una notte, all’Hotel Taj Jaimahal Palace, splendido, che mi accoglie con profumi fortissimi di gelsomino e rosa indiana e chiude con un’atmosfera davvero magica la mia prima serata a Jaipur. Il programma della mattinata a Jaipur prevede la visita al Forte di Amber. La salita è molto ripida e alla fortezza si accede solo a dorso di elefante. Amber fu la capitale dal 1037 al 1727, quando Sawai Jai Singh II fondò Jaipur e il Forte, un sito perfetto per difendersi, tanto che non fu mai conquistato. Scoprirlo è interessante, è un labirinto di cortili che conducono a sale decorate, a balconi panoramici e all’ harem. Nella discesa, questa volta a piedi, mi fermo al vicino tempio di Vishnu. E’ l’ora della preghiera, tolgo le scarpe ed entro. Il bramino mi benedice e mi offre acqua benefica per lo spirito. Fuori dal tempio intanto, decine e decine di scimmie giocano e fanno chiasso. Dopo la visita al Palazzo di Città e all’osservatorio astronomico, una tappa al bazar centrale è d’obbligo. Qui non è semplice mercanteggiare perché si è presi letteralmente d’assalto dai venditori. Stoffe, argenti e pietre preziose la fanno da padrone. Sulla stessa via scatto qualche foto al Palazzo dei Venti, progettato per le signore dell’harem di Siwai Pratap Singh e composto da 953 finestrelle e balconcini. Jaipur pulsa di vita quando il sole cala, i rumori sono assordanti, le vie principali brulicano di chioschetti, i barbieri agli angoli delle strade rasano la barba dei loro clienti all’aperto, qualcuno chiede l’elemosina, molti vendono frutta e verdura, qualcun altro cerca turisti per proporsi come guida. I tuk tuk suonano all’impazzata, passano cavalli bardati a festa che corrono dagli sposi pronti per le cerimonie, passano mucche, maiali, elefanti dipinti, carretti, risciò, insomma… si ha quasi la sensazione di essere in un film. La serata la passo a Samode, per raggiungere questa località da Jaipur va fatto un tragitto di 1 ora circa. La valle del

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Incredibile India paesino ospita il Samode Palace, antica dimora convertita in un albergo di 40 stanze. L’hotel è molto elegante, mixa elementi della tradizione contadina ad affreschi e mosaici storici che si snodano lungo i cortili e i terrazzi di tutta la costruzione. Ricorda quasi un castello. Samode è un’ottima location, mi spiegano, anche per organizzare incentive o per rispondere alle esigenze di viaggiatori che cercano dimore di charme nelle campagne dell’India. Nell’ultimo giorno del mio viaggio, prima di rientrare a Delhi chiedo alla guida di accompagnarmi in un Ashram. Gli ashram sono delle case di meditazione in cui vivono i Guru, guide spirituali che hanno, nel popolo indiano e nel mondo, milioni di seguaci. Il guru indiano è un mistico, una figura che predica la pace e i buoni principi, che vive per insegnare la vita semplice e trasmettere alla comunità energia positiva.Per arrivare all’Ashram è necessario che si lasci la strada principale e si faccia un pezzetto a piedi. Attraverso un piccolo villaggio di campagna, la strada è sterrata e costeggiata da piantagioni. Siamo appena fuori da Jaipur, il paesaggio è quasi desertico. Fa caldo. In una casa sembra ci sia una festa. C’è un chiacchiericcio di donne, musica e tamburi. Decine di bambini mi vengono incontro all’ingresso chiedendo di essere fotografati. Un piccolo cortile di arenaria, decine di persone sedute a terra sotto le tende, gli uomini da una parte, le donne e i bambini dall’altra. Qualcuno canta, ride, gioca. Ogni donna è vestita con un sari di un colore diverso dall’altro. Ai colori dell’India ormai siamo abituati ma questa è un’immagine abbagliante, d’impatto. Stanno festeggiando il matrimonio di una giovane coppia. Su un piccolo falò cuoce il chapati, il loro pane, una sorta di piadina calda che accompagna tutti i pasti indiani. Le donne me lo offrono e lo assaggio. E’ davvero buo-

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no. Quando arrivo all’Ashram purtroppo mi dicono che il Guru non c’è, è in Italia per una missione. Ironia della sorte… lo cerco in India e lui è nel Belpaese! Entro comunque però, perché anche senza guru la casa svolge le sue regolari attività quotidiane. La prima sala a cui si accede è quella dei riti e della meditazione. E’ tutto coloratissimo e fumano incensi. Un uomo medita davanti a pitture mistiche, le donne lavano i bambini e preparano il chai. La casa è formata da varie stanze, nell’ashram il guru vive regolarmente, dorme e cucina. Saluto Jaipur a pranzo,

quando la città è in pieno fermento, i bazar brulicano di gente, gli elefanti e le vacche mandano in tilt gli incroci. La capitale del Rajasthan mi lascia dei gran bei ricordi. Parto per Delhi. A Delhi arrivo alle 21,30, questa sera sono ospite a cena nell’hotel Leela Kempinsky, un struttura di gran lusso in zona Gurgaon, non troppo lontana dall’aeroporto. Il mio viaggio è terminato, domani mattina rientrerò a Milano con il volo Jet Airways delle ore 12. Un tour così forte e profondo che quasi non ho sentito il tempo che passava. Un viaggio in India è

prima di tutto una crescita interiore oltre che conoscenza di una cultura millenaria. L’India non è soltanto bella, l’India è forte, e lascia un segno nell’anima. E le parole descrivono solo una piccola parte di ciò che gli occhi osservano e lo spirito ascolta in questa piccola grande fetta di mondo. Namastè ! • Viaggi dell’Elefante www.viaggidellelefante.it Jet Airways www.jetairways.com/IT

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Zagabria, il museo dei cuori infranti

Zagabria Il Museo dei cuori infranti


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Testo di

Marco De Rossi

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agabria è proprio dietro l’angolo, molto più vicina di quanto appaia sulla carta geografica. Un paio d’ore di auto da Trieste o di volo da Roma sono sufficienti per raggiungere la capitale croata, che aspetta fiduciosa l’ingresso nella Ue, che dovrebbe avvenire il prossimo anno. Nel frattempo si è attrezzata adeguatamente per diventare una meta turistica appetibile, e lo ha fatto talmente bene che Time Out, la prestigiosa rivista londinese, che

ha da poco sfornato un’edizione croata, l’ha inserita fra le prime 20 mete turistiche europee da visitare. Città verde, ben curata, architettonicamente asburgica, con una bella isola pedonale ed un eccellente servizio pubblico di tram, Zagabria ha tutte le carte in regola per onorare il riconoscimento di Time Out. Il simbolo di Zagabria è un cuore rosso perché, secondo la loro tradizione, la capitale croata si trova al centro dell’Europa. Visto che di cuori se ne intendono, proprio nella parte alta (e più ro-

mantica) della città, nascosto quasi nell’anonimato, è stato aperto nel 2010 il “Museo dei cuori infranti”, traduzione un po’ ruffiana del “Museum of broken relationships”, una singolare e deliziosa collezione permanente di opere e reperti che testimoniano la fine, burrascosa o meno, di rapporti affettivi. Tanto che, per quattro anni, sulle pagine di molti giornali di tutto il mondo, come il Guardian, il New York Times, Der Spiegel, nella televisione statunitense Nbc, campeggiava il seguente annuncio: “Se avete un

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Zagabria, il museo dei cuori infranti

cuore infranto, venite a Zagabria, Croazia”, come se fosse un universale “refugium peccatorum”. Seguiva la spiegazione: “Vi state chiedendo come superare il dolore di un amore finito? La risposta è semplice: la trovate al Museo!” . Fin qui gli slogan. Socrate diceva che “gli amori più bollenti finiscono nel modo più gelido”. E forse per ricordare che “non bisogna piangere ogni volta che il sole tramonta”, ma che “per fermare le lacrime basta guardare le stelle”, all’angolo della romantica piazza di Santa Caterina, al piano terra del palazzo della famiglia Kulmer, è situato il museo, nel quale gli oggetti sono esposti senza protezione alcuna (anche perché non hanno nessun valore economico), tanto da poterli anche toccare, nonostante il divieto di farlo.

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Zagabria, il museo dei cuori infranti

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E’ tutto bianco, il “Museo dei cuori infranti”, e non rosso, come normalmente è il colore delle ferite, soprattutto di quelle che rimangono aperte a lungo. Sulle pareti e sui piani espositivi fanno bella mostra di sé oggetti di ogni genere, come un negozio di chincaglierie in attesa di gonzi da spennare: una bicicletta usata, un polveroso coniglio di peluche, un abito da sposa, un collare per gatti, pezzi di uno specchio rotto, manette erotiche, lettere, dipinti. Sono oggetti d’uso comune, di nessuna velleità artistica che ne possa giustificare la pubblica esposizione. Sono le storie comuni che stanno dietro a quegli oggetti, alcune sanguinose (c’è anche un’ascia appesa ad un muro), altre semplicemente dolorose, storie finite che non rinasceranno più, congelate in un semplice manufatto, che danno un significato a tutto l’insieme. Un’unica storia che ne racchiude tante. Le persone che hanno donato gli oggetti, protette dall’anonimato, desiderano semplicemente condividere un’esperienza dolorosa, magari esorcizzarla con la sola esposizione pubblica. L’idea del museo è venuta ad una coppia che si è separata ma che ha continuato ad avere rapporti professionali, l’artista e produttrice Olinka Vistica, e lo scultore Drazen Grubisic Il progetto, prima di approdare in forma permanente a Zagabria, dove è stato inaugurato ad ottobre del 2010 (mille visitatori nella prima settimana), ha girato mezzo mondo, da New York a Cape Town, da Istanbul a Singapore. Il museo è diviso in tre parti: una virtuale (www.brokenships.com), dove chiunque può condividere in rete la propria esperienza ed esporre (sempre in rete) gli oggetti e i luoghi che hanno avuto un significato nella relazione interrotta. Poi c’è il luogo fisico, l’esposizione permanente, dove dopo un po’ di tempo gli oggetti in mostra vengono sostituiti con nuovi arrivi, e finiscono a loro volta nell’ archivio virtuale. Infine c’è la parte interattiva, la “Confession Room”, dove i visitatori lasciano messaggi di testo, confessioni personali, poesie, e via testimoniando. L’idea di fondo, oltre alla conservazione della memoria, è quella dell’educazione, della possibilità di imparare qualcosa dalla visita. L’esposizione è divisa per argomenti: la stanza matrimoniale, quella della passione, la collera, rabbia e delusione, viaggio e piacere, ed infine la stanza delle lacrime per relazioni finite a causa della morte di uno dei partner. Alla fine del giro, il visitatore rimane emozionato e confuso, sentimenti diversi si accavallano, dalla meraviglia per l’originalità dell’idea, alla delusione per la consapevolezza di non aver visto nulla di imperdibile. Tuttavia molti pensieri vanno alle proprie, di relazioni interrotte, una sorta di deja-vù catartico che disinfetta anche i ricordi incancellabili. Di fatto, il museo va visto come un luogo di riflessone sulla caducità dei rapporti umani e sulla loro “sostituibilità”, sulla rigenerazione personale dopo una caduta nella polvere. Nello shop del museo, una matita da spezzare in caso di rabbia, ed una gomma per cancellare i cattivi ricordi. Poi bisogna comprare un cuore rosso, con scritto “Zagreb”, e portarselo via. In attesa di trovarne uno che batte per davvero.•


Uno specchio per Arona, il Lago Maggiore

Testo di

Giuseppe Garbarino

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l primo raggio del sole che si alza dalla sponda lombarda illumina il portico di Piazza del Popolo, mentre le immobili acque del Lago Maggiore sono appena increspate dal passaggio leggero di una famiglia di germani reali. Siamo sul lungo lago di Arona, l’antico centro commerciale e civile dell’elegante e dolce cittadina piemontese, in un orario nel quale la quiete tutto avvolge, come una nebbia, mentre il profumo intenso del pane appena sfornato si mescola con quello dolciastro ed invitante

dei cornetti che presto saranno consumati nei bar della zona. Tutto il Vergante, quel territorio che degrada verso Arona, si sveglia con il pensiero rivolto al lago, quella striscia malinconica che accompagna in modo ritmato le stagioni, dall’imbocco inferiore del Ticino fino alla sponda Svizzera. Ai nebbiosi autunni e agli inverni grigi si sostituisce quell’avanzare, a ritmi sempre più veloci, dell’estate che trasforma ogni cosa in luce e colore. Le magie dei giardini che si affacciano sul lago sono


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Uno specchio per Arona, il Lago Maggiore

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note da sempre in questo luogo di villeggiatura che ha saputo attirare fin dal passato la crema di quelle famiglie che da sempre ricercano il gusto del bello, la quiete, l’eleganza e la sobrietà. Arona e tutto il Lago Maggiore non sono luoghi mondani, ma un insieme di piccoli angoli ricchi di storia e di emozioni continue; di una vita fatta di piccole cose, una gita in bicicletta, magari addobbata a festa con ricchi bouquet di fiori appena recisi, una passeggiata al San Carlone, leg-

gere il giornale con lo sguardo che ogni tanto si perde verso la rocca di Angera, oltre quelle acque di confine con la sponda lombarda. La bella stagione inizia con la famosa Biciclettata in Fiore del mese di maggio, un torrente di ruote e fiori che quest’anno ha raggiunto la decima edizione con la numerosa partecipazione di grandi e piccoli in un momento in cui la fantasia floreale non ha limiti. Ma sono gli eventi che si tengono la sera sulla centrale Piazza del Popolo

quelli che più di altri rendono giustizia alla bellezza del luogo, quando le luci del crepuscolo lentamente vengono annullate dal buio costellato di mille stelle, quelle del cielo e quelle artificiali che si accendono lungo le sponde del lago. Spazio naturale oggi come ieri per gli incontri la Piazza del Popolo è il tradizionale posto del mercato, dove i loggiati del 1400 accoglievano gli eterni gesti del dare e dell’avere per comprare, vendere o barattare i propri prodotti. Oggi è rimasto solo il


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fascino dell’architettura medievale, mentre qualche persona con il gelato da passeggio si attarda a scrutare le secolari pietre. Arona si affaccia naturalmente sul lago e il panorama è sulla sponda lombarda, dove si trova il bellissimo e arroccato castello di Angera. Le due sponde sono oggi simbolicamente legate dalla regata chiamata “I Leoni delle Due Rocche” che ai primi di giugno viene organizzato dalla locale sezione della Lega Navale. Da sempre la secolare rocca di Angera, una volta proprietà dell’illustre famiglia dei Borromeo, veglia sulle sponde del lago innalzandosi su quel luogo strategico che è lo sperone di roccia calcarea a picco sulle acque. Il folklore accompagna oggi il passare del tempo e gli

incontri con la gastronomia locale sono momenti di esaltazione e gioia, come per il concorso “Il piatto del Tredicino”, una simpatica iniziativa che coinvolge molti ristoranti della zona, alla ricerca di ricette della tradizione, di assaggi di cacciagione locale, di inedite avventure con il riso coltivato alle Alzate di Momo o i formaggi che arrivano dal Mottarone la montagna detta dei “due laghi”, quella che separa il Lago Maggiore dal Lago d’Orta o dalla vicina Val d’Ossola. Più che fantasia a volte le ricette in concorso sono al limite del coraggio, abbinamenti e ricercatezza nella preparazione ci spingono a pensare che siano i piatti preparati alla ricerca di assaggiatori che non il contrario; questo è l’apice della cucina popolare che sfocia nel tocco degli chef. Mentre si consumano i riti estivi, tutti sono in attesa della Lunga Notte, una manifestazione che si tiene nel mese di agosto, quando le acque del lago saranno illuminate da un suntuoso spettacolo pirotecnico che tiene tutti con il naso all’insù, mentre lo specchio naturale davanti ad Arona riflette il dondolante movimento delle luci e dei colori delle imbarcazioni che partecipano alla tradizionale gara per la barca più addobbata da torce e fiaccole. E’ questo un grande evento che attira la curiosità della gente da tutto il circondario, con la presenza di oltre 30 mila ospiti che si assiepano sulle sponde del Lago Maggiore per assistere a qualcosa di spettacolare, un modo forse per omaggiare le acque che tutto danno e a volte prendono, il ricordo di lontane tradizioni popo-

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Uno specchio per Arona, il Lago Maggiore

lari dimenticate e sopite nel tempo, quando il lago era motivo di lavoro, sopravvivenza e a volte di tristezza. L’estate anche quest’anno finirà in bellezza con il Palio Nautico, quando le contrade di Arona si contenderanno la vittoria a filo acqua, mentre sulla terraferma alcuni gruppi di folklore popolare intratterranno i presenti con la sfilata in costume del cinquecento. Ancora oggi le sfide tra singoli e gruppi sono parte viva delle tradizioni di Arona, sono forse il ricordo di antichi scontri, di quando Arona era una cittadina fortificata, con il porto sul lago chiuso da alte mura merlate e la fortezza dei Borromeo che sovrastava il piccolo abitato. Tutto si modella sugli avvenimenti storici, come quando nel 1503, con la Pace di Arona, venne siglato quell’accordo che vide nel tempo la nascita del vicino territorio chiamato Canton Ticino, un riconoscimento al quale le genti del luogo hanno sempre guardato con curiosità ed interesse, pur restando legati alla tradizione e alla cultura della nostra Italia, in fin dei conti anche le acque del Lago Maggiore si mescolano con quella sponda svizzera che chiude la sua parte più settentrionale.•

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Le Grotte di Frasassi - uno spettacolo unico al mondo

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Le Grotte di Frasassi

Uno spettacolo unico al Mondo!

Testo di

Mirella Sborgia

La Scoperta e La Storia

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l complesso delle Grotte di Frasassi, all’interno dell’Appennino marchigiano, è uno dei percorsi sotterranei più grandiosi e affascinanti del mondo. Splendide stalattiti e gigantesche stalagmiti si mescolano a colate di cristalli, in un susseguirsi di forme armoniche. Furono scoperte il 25 settembre del 1971, quando il Gruppo Speleologico Marchigiano Club Alpino Italiano di Ancona, trovò un piccolo imbocco scoprendo così un fantastico mondo disegnato dall’acqua! Sul finire del 1972 venne costituito il "Consorzio Frasassi", con l'obiettivo di salvaguardare e valorizzare le grotte di Frasassi e il territorio comunale entro cui si trovano. L'apertura al pubblico risale

al 1° settembre 1974; da allora numerosi turisti continuano a visitare questi luoghi incantevoli in cui possono apprezzare la bellezza, lo splendore e la maestosità della natura, uno spettacolo unico al mondo! Un lungo itinerario in cui è fiorito un paesaggio surreale, un mondo incantato che ci riporta ai primordi della natura. Un ecosistema sotterraneo completo, in cui è ancora possibile osservare la formazione delle concrezioni, le gocce che scavano e costruiscono le proprie architetture e in cui la vita continua indisturbata da milioni di anni. Un ambiente incontaminato, nascosto e bellissimo, fatto di spazi suggestivi e ricchi di straordinarie concrezioni. Da allora le Grotte di Fra-

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Le Grotte di Frasassi - uno spettacolo unico al mondo

sassi sono visitate da diverse centinaia di migliaia di persone che provengono da tutto il mondo per partecipare a questa fantastica favola disegnata dall’acqua. La gran parte dei visitatori effettua il percorso turistico, un’ora e un quarto circa di visita guidata all’interno delle grotte accompagnati da una guida, questo tipo di percorso è effettuato da oltre il 90% dei visitatori. Novità di quest’anno sono i percorsi didattici realizzati con Legambiente Suola e Formazione. Inoltre, già attivi da qualche anno i percorsi speleoavventura con 2 percorsi che hanno livelli di difficoltà differenti per i più esperti ed appassionati. I percorsi Il Percorso Turistico Le Grotte di Frasassi attualmente si estendono per una lunghezza di 30 km. Ad oggi è il terzo complesso ipogeo al mondo per vastità, ma il primo in termini di fruibilità: la parte riservata alle visite turistiche, attrezzata e facilmente percorribile per tutti, sia anziani che bambini accompagnati, in totale sicurezza, prevede un percorso di circa 1,5 km per circa 1 ora e mezzo di visita. I visitatori sono accompagnati da guide professionali. La temperatura interna è di 14° costanti tutto l’anno, per la visita sono consigliate scarpe da passeggio e una

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felpa, per proteggersi dall’escursione termica durante i mesi estivi. Percorsi speleo-AVVENTURA Per i più esperti e appassionati, ma anche per chi vuole semplicemente provare un’esperienza diversa, sono disponibili due percorsi speleo-avventura di diversa difficoltà: il percorso azzurro, di difficoltà medio/bassa e della durata di circa 2 ore e il percorso rosso, di difficoltà media della durata di circa 3 ore. Tutti i sabati, domeniche e festivi i visitatori, accompagnati da guide speleo specializzate, potranno addentrarsi tra cunicoli, strettoie e scivoli per ammirare magnifiche sale nascoste allo sguardo del “normale” turista. È possibile anche prenotare i percorsi per piccoli gruppi e individualmente, durante tutto l’anno. Il percorso azzurro è adatto a tutti, compresi i bambini maggiori di 12 anni accompagnati, e le scuole; il percorso rosso è un po’ più tecnico. I percorsi speleo-avventura sono sconsigliati a persone che soffrono di cardiopatia, claustrofobia e persone con difficoltà motorie. Tutte le attrezzature necessarie sono fornite in loco e comprese nel costo del percorso.• Per informazioni e prenotazioni: www.frasassi.com


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Mozzarella di Bufala, la regina dei formaggi

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MOZZARELLA di BUFALA la Regina dei formaggi

Testo di

Mariella Morosi

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onda, lucida, di colore bianco porcellanato, elastica e dal sapore inconfondibile. La mozzarella di bufala è chiamata l'oro bianco del Meridione, la perla della tavola, la regina della dieta mediterranea. Il suo gusto è unico, ruba il podio a qualsiasi altra mozzarella di mucca, anche se di eccelsa qualità. La produzione di mozzarella di bufala Dop, quella certificata e derivata unicamente dal latte di bufala, è strettamente legata soltanto alla Campania, al Basso Lazio e ad una zona ristretta della Puglia e del Molise. In questi territori il sole e i pascoli costituiscono le condizioni

ideali per l'allevamento di questo massiccio quadrupede dal manto nero, arrivato in Italia nella notte dei tempi da terre lontane, forse dall'India, in seguito alle migrazione dei popoli. Comunque sia arrivata, ora si chiama Bufala Mediterranea Italiana e rappresenta con orgoglio una delle nostre identità. Una bufala pesa in media 5 quintali, ama l'acqua e la vita all'aria aperta, è forte e longeva e non teme il caldo. Ha una gestazione di 10 mesi e produce latte per 270 giorni. Per razionalizzare la produzione e avere latte tutto l'anno gli allevamenti hanno dovuto programmare i parti, ma questa è l'unica forzatura nella vita

di questi animali dalla complessa personalità, nutriti con buoni foraggi, coccolati, spazzolati e dotati di "piscine" fangose in cui crogiolarsi. Sono intelligenti, pazienti, hanno un legame stretto con l'allevatore. Quando vengono chiamate -tutte hanno un nome- si staccano dal branco e vanno docilmente per farsi mungere. Il primo documento scritto sull'uso del termine “mozzarella” risale al 1570, in un testo di Bartolomeo Scappi, il cuoco della corte papale. Ma c'è chi sostiene che già nell'XI secolo i monaci dell'Abbazia di San Lorenzo ad Septimum, presso Aversa, offrivano ai pellegrini un pezzo di pane con la "mozza". Il

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Mozzarella di Bufala, la regina dei formaggi nome mozzarella deriva infatti dalla mozzatura, cioè dal gesto che fa il casaro per separare dalla massa ottenuta dalla cagliata i singoli pezzi che diventeranno ovoline, bocconcini, trecce e treccioni e la classica "aversana", la pezzatura più grande. Tutto avviene ancora oggi con i saperi e le tecniche antiche. Fare questo tipo di formaggio richiede grande sensibilità ed esperienza. E' un gioco di destrezza vedere la filatura della cagliata e le mozzarelle prendere magicamente forma dalle mani dei casari, curvi sui fumi bollenti delle caldaie. Sulla superficie della mozzarella artigianale rimangono delle piccole increspature che stanno a segnalare il punto del distacco dalla massa. Appena fatta, ancora calda, la mozzarella è consistente ed elastica, ma con il passare delle ore diventa più fondente. Fresca o matura, ce n'è per tutti i gusti. Piace da sola o con un filo d'olio, fusa sulla pizza, fritta "in carrozza" tra pane e un filetto di acciuga, oppure elaborata in mille altre combinazioni. E' stata l'eccellenza gastronomica più usata in tutte le celebrazioni, per i 150 anni dell'unità d'Italia, col rosso del pomodoro e il verde del basilico .per celebrare golosamente il

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nostro glorioso tricolore. Persino Roberto Saviano, per un attimo ha abbandonato i suoi temi impegnativi per scrivere, nel libro "Vieni via con me" che la mozzarella di bufala "è al primo posto tra i dieci motivi per cui vale la pena di vivere". E se non basta, il suo valore nutritivo è un concentrato dei benefici del latte. Quello bufalino è molto più ricco di quello di mucca: da un solo quintale si ricavano 24 kg di mozzarella, (da quello vaccino soltanto 14), 6 kg di burro e 4 kg di ricotta. L'allevamento specialmente negli ultimi anni si è esteso in altre regioni italiane, come la Puglia, il Piemonte e la Lombardia perché questo latte non è soggetto al regime delle quote, cioè non viene limitata la produzione secondo le normative agricole comunitarie. Il prodotto derivato tuttavia non è Dop, e non può neppure fregiarsi della dicitura "di bufala", riservata ai territori rigidamente indicati dal disciplinare (Decreto ministeriale 21/7/98). Molto gradita dai consumatori è la versione affumicata, esposta per qualche minuto al fumo della paglia di grano bagnata. Apprezzatissima anche la ricotta che da cibo povero, sottoprodotto della lavorazione dei


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formaggi, è diventata una specialtà gourmet, nutriente, versatile e digeribilissima. Anch'essa, tecnicamente un latticino, non un formaggio, può essere affumicata o stagionata, in varie forme e pezzature. La città di Paestum e i suoi magnifici templi sono il crocevia delle Strade della Mozzarella di bufala campana Dop. Per iniziativa del Consorzio e del comune di Capaccio, tutti gli anni a maggio viene organizzato un grande evento. Nello scenario dell’area archeologica della città e del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, si sono esibiti in gustosi show cooking i migliori chef d'Italia, come Gennaro Esposito, Davide Scabin, Mauro Uliassi, Chicco Cerea, Ilario Vinciguerra, Igles Corelli, Francesco Sposito, Christian e Manuel Costar-

di, Paolo Barrale e tanti altri. Oltre alle degustazioni del prodotto interpretato da questi grandi della cucina, sono stati scelti gli abbinamenti migliori con i vini della Campania. Non sono mancati laboratori, momenti di approfondimento e convegni con il mondo della comunicazione, con gli addetti ai lavori e con i nutrizionisti. "Con questo evento – ha detto il presidente del Consorzio di tutela Domenico Raimondo – la mozzarella Dop gioca in casa. Stavolta non è il Consorzio a portare in giro per il Paese e per il mondo il nostro prodotto, ma è l’Italia dei tanti estimatori e dei tanti professionisti dell’enogastronomia che si riunisce in Campania per celebrare la mozzarella Dop. L’autorevolezza degli ospiti e la qualità degli appuntamenti sono il segnale concreto dell'appeal sempre più forte che registra questo prodotto a livello in-

ternazionale. Questa è la strada che il Consorzio intende seguire, legando sempre più il consumo di mozzarella di bufala Dop all’alta ristorazione, ai piatti dei grandi chef, e nel contempo aprendosi al contributo dei foodblogger, che stanno avendo un ruolo fondamentale nel far conoscere e distinguere la mozzarella Dop da tutte le altre in commercio". Un elemento di eccellenza che caratterizza questo squisito prodotto è dato dal forte legame con il territorio in cui è prodotta: l’area Dop comprende complessivamente ben 3 parchi nazionali (Circeo, Cilento e Valle di Diano, Gargano) e 10 parchi regionali. Mozzarella significa anche solidarietà e legalità. A Castelvolturno, nel caseificio Le Terre di don Peppe Diana - Libera Terra, si fa un ottimo prodotto con gli allevamenti impiantati sui territori confiscati alla camorra.•

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Il Polo uno sport da élite?

Il POLO uno sport da élite?

Intervista a Paola Galantino, Responsabile dell’Argentario Polo Club A cura di

Teresa Carrubba

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aola Galantino frequenta la facoltà di Scienze Politiche presso l’Università Statale di Milano, dopo 3 anni, non trovando più stimoli dalla vita cittadina, intraprende un viaggio solitario in Patagonia., in questa terra lontana a El Calafate trova lavoro e per due stagioni, 1999-2001 gestisce un Hostel (Ostello della gioventù di categoria superiore). Al suo rientro in patria decide di lavorare nell’impresa di famiglia ma nell’aprile 2004 la voglia di scoprire e fare nuove esperienze la porta a partire nuovamente questa volta per Panama da dove si avventura su una

barca a vela per attraversare l’Oceano Pacifico. Dopo aver percorso 8900 miglia arriva in Nuova Zelanda da dove rientra in Italia nell’ottobre 2004, dopo 6 mesi di navigazione tra le remote Isole del Pacifico. Capendo di non poter seguire uno stile di vita metropolitano decide di affiancare l’organizzazione familiare nell’ambito del polo,(passione tramandata dal padre) che la porta nel marzo 2007 a Monte Argentario per gestire l'attività dell’Argentario Polo Club, di proprietà della stessa famiglia Galantino, anche a seguito della realizzazione dei nuovi impianti e della Club House.


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In Italia ci sono pochi circoli, da cosa dipende? Il polo è soprattutto tradizione e nonostante in Italia ci siano regioni tradizionalmente legate al cavallo (Toscana e Sardegna per esempio) questo sport non ha trovato ancora lo sviluppo desiderato da chi ha questa profonda passione, in Italia difficilmente lo sport è visto come tempo libero da passare anche in famiglia, è una questione culturale ma anche di spazio territoriale, un campo da polo è lungo 300m per una larghezza di 180m, qui da noi non è facile trovare questi spazi. E' uno sport impegnativo dal punto di vista fisico? E' uno sport molto complesso, ci vuole dedizione, impegno, allenamento costante ed una passione vera per il cavallo, è una unione importante quella tra cavallo e cavaliere, una sintonia fondamentale. Il polo richiede di far emergere l' Io Sportivo anche nello stile di vita.

Il polo, ancora oggi è considerato uno sport elitario. Perché? Senza dubbio il polo non è uno sport poco costoso soprattutto per via del mantenimento dei cavalli, ma ritengo che, soprattutto in Italia venga fatta una comunicazione sbagliata o meglio, mirata per far rimanere attaccata al gioco del polo l'etichetta di sport d'élite, ambiente di lusso, ecc. “Il gioco dei re, il re degli sport”, questa è la frase ricorrente che si legge nella maggior parte degli articoli riguardanti questa disciplina e con voi vado ad analizzarla per arrivare al cuore di questo meraviglioso sport: Il gioco dei re: questa frase rappresenta la storia del polo che dagli altipiani della Persia si trasferì alla Corte Inglese con la colonizzazione dove per ragioni ovvie si sviluppò esclusivamente all'interno della casta nobiliare. Con l'emigrazione degli inglesi verso il SudAmerica e principalmente in Argentina, il gioco del polo trova la sua patria ideale grazie agli ampi spazi ed alla grande disponibilità di cavalli. Da questo momento l'ambiente del polo si trasforma ed entra a far parte della tradizione famigliare, dove la passione per questo sport si tramanda di padre in figlio, diventa un momento di condivisione, di relazione. Dagli ambienti altolocati piano piano questa disciplina si sviluppa all'interno delle diverse classi sociali. Il re degli sport: concentrazione, abilità, agilità, altruismo (gioco di squadra), tattica, eleganza, trovare un'altra disciplina sportiva che racchiude tutte queste qualità... forse non esiste!

Quanto tempo dura la preparazione per acquisire la necessaria abilità? Ho girato questa domanda ad un giocatore di polo che mi ha risposto :”Tutta la vita!”... Dipende dalla capacità o meno di andare a cavallo e ovviamente dalla predisposizione soggettiva, comunque in generale per una persona che sa montare bene con un minimo di 10 lezioni in 1 anno impara a giocare. Il polo, al contrario del golf e del tennis, richiede un'età maggiore per il primo approccio? Assolutamente no, al contrario bisogna iniziare molto giovani, soprattutto per il rapporto con il cavallo, mi ricollego allo stile di vita di cui accennavo sopra. La famiglia, la natura, il cavallo, lo sport, avvicinarsi al polo vuol dire condividere questo stile di vita e volerlo farlo proprio. Visto il riferimento al golf ed al tennis chi ha praticato o pratica uno di questi due sport è sicuramente più avvantaggiato nella pratica del polo perché ha già l'occhio abituato a colpire una pallina, sia in velocità (tennis) che ferma, nel polo non bisogna dimenticarsi però che si è in due all'inseguimento... cavallo e cavaliere! L'organizzazione sportiva dell'Argentario Polo Club è stata la prima ad organizzare Tornei Junior da 10 ai 15 anni. In che proporzione influisce il ruolo del cavallo sulla buona riuscita della partita? Per affrontare una partita di polo di 4 chukkers (tempi) si ha bisogno come minimo di 2 cavalli a giocatore, un cavallo non è in grado di giocare tutti e 4 i tempi. Per esprimersi in percentuale, il cavallo influisce il 50% .•

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MUSE Kaleidoscope

il rifugio chic a Ramatuelle, St Tropez

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pochi minuti da Place de Lices, situato a Ramtatuelle lungo la “strada delle spiagge”, il lussuoso Hotel MUSE è immerso in un paesaggio ecologico di giardini pensili. Ognuna delle 15 suite, prende il nome da altrettante Muse dell’arte, appunto. Quella dedicata ad 'Edith', in onore di Edith Piaf,

a 'Catherine', da Catherine Deneuve ed a 'Lauren' in ricordo di Lauren Bacall. Molte delle suite, godono di un affaccio sui giardini terrazzati disegnati da Sophie Agata Ambroise. Ogni suite ha la sua particolarità nel design e nell’arredo, anche se tutte hanno in comune i pavimenti in pietra fredda e le pareti spatolate. Dieci di esse hanno una piscina privata,

molte dispongono di una cabina esclusiva per la Spa, ma tutte hanno cabine guardaroba, docce di grandi dimensioni, decor naturale e le più recenti apparecchiature tecnologiche tra cui uno schermo al plasma Loewe di 42” con oltre 100 canali, Playstation, iPad e iPhone. I servizi esclusivi per gli ospiti comprendono una navette per la spiaggia con la


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Kaleidoscope

Bentley, la disponibilità di un maggiordomo in spiaggia per qualsiasi necessità e in generale un livello di ospitalità in linea con la qualità eccezionale dell’albergo. L'accesso ai più esclusivi ristoranti e beach club della zona viene garantito da un efficiente team di concierge.Il bellissimo ristorante dell’hotel è ispirato alla filosofia dello Slow Food, “M” dove l’executive chef Nicolas Le Toumelin, che ha appena terminato di collaborare con Pascal Proyart allo One O One dello Sheraton di Knightsbridge, con l’assistenza del consultant chef Clement Bruno di Chez Bruno famoso per un esclusivo Menu al Tartufo. Tra i piatti meritano di essere menzionti: il Royal King Crab alla Thermidor, il tortino di triglie con melanzane, il caviale e Baby Mozzarella, il risotto di aragoste “Brittany Blue Lobster”, il filetto di manzo scozzese 'Aberdeen Angus' con salsa di vino rosso, il branzino al forno in crosta di sale o flambé con timo. Il particolare ed elegante bar del Muse si affaccia sulla bella piscina e sui giardini. E’ disponibile una vasta gamma di bevande alcoliche e non alcoliche per gli ospiti. Durante il giorno, si possono ordinare bevande salutari come centrifugati di verdure o cocktail analcolici a base di frutta fresca frullata o spremuta. Se si vuole gustare un drink al tramonto, una serie di cocktail e aperitivi saranno serviti con deliziosi e creativi canapés. E’ anche il luogo ideale per rilassarsi prima o dopo cena con una bottiglia di vino fresco da sorseggiare in compagnia ammirando i dintorni sublimi. Muse - Un bellissimo hotel con una filosofia che riflette l'arte di ascoltare, sorridere ed coccolare che caratterizza tutto il suo staff.jg

http://www.muse-hotels.com/

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La Spa dell’InterContinental Shanghai Expo

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n santuario di benessere sobriamente lussuoso la Spa dell’InterContinental Shanghai Expo, l’albergo che sorge a Pudong, il quartiere futuristico della dinamica città cinese. “Better city, Better Life” fu il tema scelto per simbolizzare il nuovo volto che Shanghai ha indossato nel 2010 per l’Expo, e questo stesso augurio si sublima nell’elegante albergo con viste mozzafiato sulla location

dell’Expo e sul fiume Huangpu. Ispirate ai principi dei tradizionali rituali di benessere cinesi le proposte nella Spa, personalizzate secondo le esigenze del cliente e fondate sui cinque fondamenti del wellness: il massaggio, il controllo del peso, il bilanciamento dell’energia, la salute interiore e la bellezza, per un approccio olistico al benessere del corpo e della mente. Tra i programmi, due mirati al riequilibrio fisico e spirituale - i rituali Yin e


Yang. Il primo per rilassare e calmare la mente e disintossicare il corpo con l’uso di erbe e fragranze come il geranio, il fiore di loto e la menta piperita. E il Rituale Yang, rigenerante e al tempo stesso rilassante, che stimola i flussi di energia Qi con tecniche della medicina tradizionale cinese. Nell’attrezzato Centro Balance Fitness della Spa anche classi di yoga e spinning e, all’esterno, una pista per il jogging e una piscina con Jacuzzi. La carta dei trattamenti, concepita per intervenire a più li-

velli, propone massaggi per riprendersi dopo un lungo viaggio, per raggiungere una perfetta armonia fisica e interiore, massaggi plantari, trattamenti di scrub e per il viso con cosmesi a base di sostanze naturali, piante, fiori e frutti come il caviale, l’acqua di giglio, le alghe marine e il Ginka Biloba. E poi soluzioni che fanno uso delle pietre calde, degli olii essenziali e delle sostanze linfodrenanti per un viaggio sensoriale alla scoperta di uno stato di reale benessere, grazie anche alle cocco-

le dello staff attento e competente. Mentre l’Oriente secolare, con le sue seduzioni sottili, si riflette nei materiali naturali e negli arredi originali dell’artigianato cinese, in un ambiente sofisticato dove la luce soffusa e un dolce sottofondo musicale si fondono in un’oasi di rara tranquillità e serenità. pmf www.ichotelsgroup.com/intercontinental/en/gb/locations/shanghai-expo

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In&Out

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asce nel prestigioso e futuristico quartiere dell’EUR a Roma In&Out Restaurant, attiguo al punto vendita del più grande centro Apple di Roma sud, che mantiene lo spirito innovatore e al tempo stesso rigoroso, puntuale e dedicato del Premium Reseller Apple. Ariosi gli spazi interni che riflettono la filosofia di rigore ed eleganza dei piatti proposti, e che

accolgono gli ospiti in un'atmosfera serena e minimalista, mentre all’esterno sulla grande terrazza ci si rilassa con una tazza di caffè, il tempo di un pranzo veloce, per sorseggiare un aperitivo all’imbrunire o per una cena sotto il manto stellato. I principi che ispirano il ristorante sono il rispetto rigoroso della grande tradizione culinaria italiana realizzata con materie prime di alta qualità e con assoluta attenzione alla sta-

gionalità dei prodotti per i piatti realizzati dallo Chef Andrea Cricenti e dal suo team nella cucina a vista: un vero spettacolo nello spettacolo. Ed ecco tra gli antipasti, sui menu estivi (diversificati per pranzo e cena) realizzati espressi i Gamberoni al Guanciale di Cinta Senese, Rosty di Patate e Salsa Balsamica, e la Seppia Scottata su Panzanella, Parmigiano e Salsa Balsamica. Per proseguire con un primo di Paccheri alla Gricia o di


Tonnarelli al Cacio e Pepe e Fiori di Zucca o di Linguine all' Astice o di Spaghetti alle Vongole e Bottarga di Tonno o, perché no?, un bel Risotto allo Zafferano e Carciofi Fritti con Ricotta e Maggiorana. Tra i secondi spiccano il Baccalà Fritto con Scarola e Olive nere, il Galletto Grigliato con Spinaci Croccanti e Pancetta Crispy, l’Ombrina Scottata con Bietolina Ripassata e Pesto di Pistacchio e la Guancia di Vitello Brasata con Purea di Patate e Datterini. 
E come rinunciare ad uno degli strepitosi dolci del Sous Chef Ercole, come il Tiramisù con Gentilini e Gelato all'Amaretto di Saronno, o la Pastiera Napoletana di Grano e Gelato all'Arancia? Da

In&Out, un nuovo tempio della gastronomia capitolina, queste e tante altre prelibatezze originali e abbinamenti geniali, creati per essere mangiati prima di tutto con gli occhi, e poi gustate per compiacersi di un’esperienza sensoriale delle più raffinate. pmf

In&Out, Viale del Oceano Atlantico 271, 00144 Roma, Tel 06-98963236 www.ineout271.it

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MUSICA per viaggiare

Testi di

Marco De Rossi

Enzo Avitabile Black Tarantella (Cni)

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ino Daniele, Raiz (Almamegretta), Enrique e Solea Morente (icone del flamenco spagnolo), Francesco Guccini , Idir (il più grande degli algerini), Bob Geldorf ( ex-Boomtown Rats), Franco Battiato, David Crosby (California anni ‘70), Mauro Pagani (il maestro dei maestri di Genova), Daby Tourè (Mauritania, pupillo di Peter Gabriel), Co’ Sang (hip hop partenopeo), Toumani Diabatè (Mali), i Bottari (gruppo campano che percuote botti, tini e falci). E’ questa la lista degli invitati a casa Avitabile, per ballare e suonare la sua “Black Tarantella”. Album splendido, quasi commovente, con il 57enne sassofonista che dirige con maestria ed umiltà un parterre de rois a dir poco stratosferico. World music? Un eufemismo. Cosmopolita? Non rende lo stesso l’idea. Qui siamo al passaggio successivo, all’assemblaggio sonoro di vecchi artigiani della musica, di quelli che producono cose che nessun altro, tantomeno le macchine, è in grado di fare. Brani dalla ritmica mediterranea, che parlano di grandi temi personali e sociali, l’amicizia, la religione, le morti bianche, i soprusi, la pace. Ogni ospite ha scritto una canzone nella canzone (Guccini canticchia in modenese in “Gerardo nuvola ‘e povere”), due linee che viaggiano parallele in un solo spartito e che, alla fine, come le strade che corrono verso orizzonti lontani, finiscono per incontrarsi, anche se è solo un’ illusione ottica. Invece, qui, la fata Morgana trasforma tutto in realtà.•

Pino Daniele

La grande madre (Blue Drag)

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er non avere più a che fare con gente (“i discografici) che dei dischi sa solo che sono tondi, il musicista napoletano s’è costruito la sua etichetta, la Blue Drag, dal titolo di un brano jazz degli anni ’40 di Django Rejnard. Sarà l’entusiasmo per la sua nuova creatura, ma se il buongiorno si vede dal mattino, potrebbe esserci un futuro non solo per Pino Daniele, che ormai da buon 57enne il futuro ce l’ha alle spalle, ma per i molti giovani di talento esclusi dai talent show. Si comincia dal booklet, curato come se fosse un oggetto da collezione. Biligue, belle foto sgranate, addirittura gli spartiti delle canzoni. E un curioso scritto di Enzo Avitabile sulla “parlesia”, il gergo a tradizione orale usato dagli orchestrali napoletani per non farsi capire dal pubblico. “La ricerca della grande madre è il viaggio che ognuno di noi sogna di intraprendere per un futuro migliore. La grande madre sta in tutte le radici che ci danno una mano per volare, se non per scappare, da una società preda di un cupio dissolvi, precipitata nel tunnel dell’autodistruzione”, ha spiegato l’artista. Sono tredici, le tracce de “La grande madre”, tutti a firma Daniele, tranne una reinterpretazione all’italiana di

“Wonderful Tonight” di Eric Clapton. Progetto complesso e omogeneo, “La grande madre” viaggia fra il classico blues alla napoletana, le variazioni jazz, una chitarra che s’insinua alla Santana maniera, e un pugno di strumentisti “da paura”, per dirla alla romana. A cominciare da Omar Hakim, uno dei più grandi batteristi viventi, al solito sax di Mel Collins, per finire con mezza backing-band di Eric Clapton (Steve Gadd e Chris Stainton).•


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Jack White

Blunderbuss (XL recordings)

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ono in molti a sostenere che Jack White, ex-leader del pluriosannato duo dei White Stripes (lui Jack, voce e chitarra, lei, Meg, alla batteria) , nato e cresciuto a Detroit, sia un genio. Genio è una parola grossa, ma nella categoria dei coraggiosi Jack White lo si può tranquillamente inserire. Grazie, ad esempio, a quell’idea di affidare le melodie della sua mini-band a due soli strumenti, e farli suonare come se fossero un’orchestra. Sciolta la mini-band, Jack White se n’è andato a vivere a Nashville, culla del country, e lì ha inciso la sua prima opera solista, “Blunderbuss” (l’archibugio). Si è costruito uno studio su misura, pieno di mirabilie analogiche vintage, s’è chiuso dentro ed è uscito solo ad operazione compiuta. La musica dei White Stripes è stata definita “punk-blues”, per quella del suo ex-leader sarebbe difficile trovare un aggettivo esaustivo. C’è sicuramente molto folk bianco, c’è molto rock acido, ci sono evidenti allusioni a Robert Plant ed agli Zeppelin degli inizi, c’è una spruzzata di jazz (“Take me with you when you go”), ci sono incursioni soul nei duetti con la cantante ghanese Ruby Amanfu (“Love interruption”), c’è ancora un bel po’ di acidume nei suoni, marchio di fabbrica di White, che anche con la voce a volte strimpella più che cantare. Ma il risultato complessivo, che sicuramente non piacerà ai nostalgici di Frank Sinatra o agli ammiratori di Michael Bublè, è che questo archibugio non spara a salve.•

Norah Jones

…little broken hearts (Blue note)

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e si parla di musica in grado di riparare l’anima, anche Norah Jones va messa nel novero dei guaritori. Anzi, la Jones rimargina le ferite del cuore, di quei “...piccoli cuori infranti” che sanguinano finché qualcuno non cauterizza le ferite. Domenticate la Norah Jones di “Come away with me”, che dieci anni fa ne decretò il successo mondiale, con 25 milioni di copie vendute, e quel jazz-pop raffinato che diventò un marchio di fabbrica della seduzione sonora, e non solo. A proposito di seduzione: la Jones si propone truccata da sexy-girl di Russ Meyer (il famoso regista americano degli anni ’60 con la fissa delle tette enormi), e si mette in gioco come femme fatale, quasi una Jane Birkin della contemporaneità, cantando licenziosa come se la serata fosse già avviata verso prospettive peccaminose. Voluttuosa e sensuale, novella Jessica Rabbitt senza le forme d’ordinanza, Norah Jones si gioca tutto con una sensualità vocale e raffinata, quella delle donne che ammiccano promettendoti il Paradiso, ma che al momento decisivo fuggono come Cenerentola a mezzanotte. L’ album è splendido, anche perché il compagno di giochi si chiama Brian Burton, produttore fra i più innovativi e richiesti sul mercato. E’ lui che ha trasformato il pop-jazz di Norah Jones in qualcosa d’altro, tant’è che il pianoforte, strumento principe della ragazza, è praticamente scomparso. Sensuale e malinconico, “…little broken hearts” è un buon viatico per chi ha mal di cuore virtuale.•

anno2 n°5 - Estate 2012


da leggere

VIANDANDO da Roma a Benevento sulle tracce dell’Appia Antica Carlo Santoro Rita Barone Editore Marcelli

Testo di

Luisa Chiumenti

L

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azio, Campania e Puglia: tre sono le Regioni attraversate dalla via Appia, in cui si osservano tre visioni diverse della cultura del territorio, ma sempre vissute in un attento spirito di rispetto per l’ambiente, attraverso l’impegno delle Amministrazioni, ma anche delle Associazioni e dei cittadini stessi, in una vera e propria missione nel lasciare intatto il più possibile per le prossime generazioni. Particolarmente la guida accompagna il viaggiatore in modo nuovo, stimolandolo ad avvicinarsi ai beni culturali incontrati, superando la “cultura del Museo”, ossia sentendo la necessità della “conservazione”, ma anche quella della rifunzionalizzazione, che renda i luoghi storici, monumentali, ambientali, naturalistici, vivi e vitali nel tempo. In tal modo si realizza anche un investimento nel futuro economico del Paese, che avvicina la cultura e la storia al godimento turistico, nella riappropriazione e

cura anche da parte dei cittadini. Ma soprattutto l’Appia fu, come ha giustamente sottolineato Aniello Cimitile, Presidente della Provincia di Benevento, la “cinghia di trasmissione dei traffici commerciali” perché veniva percorsa da commercianti, artigiani, emigranti, ma anche dagli eserciti “e, persino, dall’ultimo Rettore pontificio, governatore di Benevento (l’enclave pontificia dal 1070 al 1860), allorché ne fu cacciato dal garibaldino Salvatore Rampone ed ebbe inizio la storia moderna di questo territorio.” E del resto non é da dimenticare che la città di Benevento, divenuta colonia romana nel 268 a.C. e rimasta sempre fedele a Roma durante le guerre annibaliche, dal 214 al 212 a.C., ebbe un periodo di grande prosperità, dovuto proprio alla sua posizione sulla via Appia, “quando la strada, tra il III e il II sec. a.C., fu prolungata da Capua a Benevento e in seguito fino a Brindisi”. Non possiamo quindi

non fermarci in questa sede, su un capolavoro di architettura e scultura che é rappresentato dall’Arco Traiano (in pieno centro città), che segna appunto tale inizio dell’Appia Traiana. Lungo la superficie di tale arco, alto ben 16 metri, si può leggere tuttora, scolpito nel bellissimo marmo pario, “il racconto della vita e delle imprese dell’imperatore Traiano, divisa in tre temi: le imprese compiute per la pacificazione e lo sviluppo delle province; le scene di pace e benemerenze civili acquisite da Traiano e, all’interno del fornice, “i rapporti di Traiano con la città di Benevento”. Inoltre, nella parte alta, sopra la trabeazione, é rappresentato il trionfo dell’imperatore nelle guerre daciche”. Invitando quindi il lettore a percorrere l’itinerario indicato, portando con sé la pregevolissima Guida, ci uniamo a quanto sottolineato da Nicola Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma, nell’applaudire all’idea degli autori e dell’editore, di “raccogliere in un volume l’itinerario dell’Appia Antica da Roma a Benevento”, perché, quale patrimonio viario tra i più importanti in Italia, il volume “aiuta a riconnettere un’asse di transito di merci, persone e idee, che ha segnato lo sviluppo della penisola italiana fin dall’antichità”.•


Canada

Touring editore

Testo di

Luisa Chiumenti

N

ella collana “Guide Verdi” del Touring, é stata pubblicata recentemente la guida “Canada”, redatta da Pietro Tarallo. Si tratta di una guida molto particolare, che si propone non solo di “formare il nuovo viaggiatore” ma anche, come sottolinea l’autore, di stimolare la sua curiosità per poi di accompagnarlo, nella conquista “in loco” di quei luoghi che, attraverso lo scritto, hanno già “impegnato” il suo immaginario inducendolo a girovagare nelle città o negli ampi spazi offerti dal paesaggio naturale. I percorsi sono stati creati all’insegna del turismo culturale, con un ampio panorama di appuntamenti , anche su un palcoscenico internazionale, con molti legami particolari

con l’Italia, con la quale sono stati potenziati i collegamenti aerei (16 voli no-stop per Montreal da Roma, Venezia e Lamezia Terme e sei voli per Toronto da Roma-Fiumicino). La Guida si articola in due parti: una parte formata dalla “classica guida” e una arricchita da informazioni aggiornate anche da un fascicolo di informazioni pratiche, a parte. E in effetti la “Guida verde” coinvolge i cinque sensi, dall’ ambiente urbanizzato a quello naturale, a quello culturale, in una sintesi affascinante operata sulle eccellenze di un paese sconfinato. Il volume si apre con capitoli dedicati alla preparazione del viaggio, con particolare riguardo ad una prima presa di contatto con la storia, la cultura, le caratteristiche ambientali e naturali e alle tradizioni

del territorio che ci si prepara ad attraversare. Sei sono i capitoli di visita, accompagnati dalla corrispondente cartografia, come é la consuetudine delle classiche guide Touring che si aprono sui paesaggi di grande ampiezza, tra laghi, fiumi, cascate scenografiche, foreste infinite, le terre degli Inuit e i ghiacci del Grande Nord. Di grande utilità é inoltre il fascicolo estraibile da una tasca in quarta di copertina, con tutte le informazioni pratiche relative al “mangiare, dormire, fare, visitare, comprare”, fascicolo che verrà aggiornato frequentemente. Ed é altresì a eliminare un luogo comune, pe ril quale il Canada viene considerato come una destinazione molto lontana, costosa e difficile da raggiungere: infatti ad esempio Air Transat, del Gruppo turistico Transat A.T, si offre subito come la principale compagnia aerea canadese dedicata al segmento leisure con collegamenti non stop dall’Italia verso il Canada con partenza da Roma, Venezia e Lamezia Terme. E si giunge davvero in un Paese in cui regna la serenità, per il fatto soprattutto che non esiste microcrimilaità; inoltre i percorsi interni sono garantiti da una rete di trasporti fenomenale: quella autostradale arriva quasi ovunque e inoltre ci si può spostare con i treni o con piccoli aerei. Paese di grande tradizione enogastronomica, tiene conto del fatto che lo “slow-food” ha sottolineato l’importanza del “chilometro zero” degli alimenti ed ecco che la Natura, grande risorsa economica viene offerta ai cittadini per la cura de loro orti. Da segnalare inoltre l’opportunità di fruire della “mobilità dolce”che vede manifestazioni di gruppi in bicicletta che chiedono che vengano allestite più piste ciclabili. E concludiamo queste pur minime indicazioni di una pregevolissima guida, ricordando come Toronto sia la città con la comunità italiana più elevata al mondo. Articolata in due parti, la Guida quindi presenta, oltre ad una sezione “classica”, un fascicolo di informazioni pratiche che arricchisce il testo e, posizionato a parte, viene in continuazione aggiornato. La “Guida verde” peraltro coinvolge davvero i cinque sensi, portando il viaggiatore dall’ ambiente urbanizzato a quello naturale, a quello culturale, in una sintesi affascinante operata sulle eccellenze di un paese sconfinato. E come sottolinea il presidente ....•

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foto di Pamela McCourt Francescone

Direttore Responsabile Teresa Carrubba tcarrubba@emotionsmagazine.com www.emotionsmagazine.com Progetto Grafico, impaginazione e creazione logo Emotions Ilenia Cairo icairo@emotionsmagazine.com Collaboratori Anna Maria Arnesano, Giulio Badini, Romeo Bolognesi, Luisa Chiumenti, Marco De Rossi, Giuseppe Garbarino, Josée Gontier, Pamela McCourt Francescone, Mariella Morosi, Alessandra Tesan Foto Giulio Badini, Teresa Carrubba Pamela McCourt Francescone, Alessandra Tesan Responsabile Marketing e Comunicazione Mirella Sborgia msborgia@emotionsmagazine.com Traduzione Pamela McCourt Francescone mccourt@tin.it Tipografia Sograf Srl - Litorama Group Via Alvari 36 - 00155 Roma - tel. +39 062282333 www.litorama.it Editore Teresa Carrubba Via Tirso 49 - 00198 Roma Tel. e fax 068417855

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