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Petali di Sangue

Emma K. Clarke


Petali di sangue Copyright Š 2012 Emma K. Clarke All rights reserved. ISBN: 1481165305 ISBN-13: 978-1481165303 Prima Edizione https: //www.facebook.com/petalidisangue Copertina realizzata da Silvia Tessari


Dedicato a coloro che mi hanno amata, a chi mi ha sfidata e a chi mi sopporta tutti i giorni


Primo Capitolo- Giosy Mc Grey e Carter Passeggiare fra le tombe di un cimitero, il 31 ottobre, non era divertente, ma solo rilassante, almeno per quanto mi riguardava. Qualunque altra persona avrebbe evitato di passeggiare da sola fra migliaia di tombe durante la notte di Halloween, ma d’altro canto preferivo starmene lì, piuttosto che andare all’iniziazione di una ragazzina oca che non sapeva ancora cosa volesse dalla vita. Le ragazzine oche erano tutte uguali, pensavano tutte allo stesso modo e si comportavano tutte alla stessa maniera. Non c’era bisogno di un’indovina per sapere che avrebbero fatto di tutto pur d’ottenere l’eternità. Una cosa che proprio non tolleravo era il vedere come buttavano la propria esistenza queste giovani donne. Halloween aveva trasformato ogni piccola sciocchezza popolare in leggenda, motivo per cui speravo di essere l’unica a passeggiare in quel luogo sacro. L’hanno sempre chiamata “Notte di ognissanti”, ricorrenza in cui tutti gli spiriti tornano sulla terra per unirsi ai vivi, ma in verità è sempre stata usata come scusa per far festa, travestendosi da streghe, fantasmi, personaggi dello spettacolo, lupi mannari e ovviamente la categoria più quotata degli ultimi anni: i vampiri. A meno che non ne abbiate mai conosciuto uno di persona, difficilmente lo riconoscereste nel bel mezzo di una strada. Non è assolutamente vero che i vampiri bevono solo sangue come vogliono farci credere le più singolari leggende su Dracula. Non è neppure vero che bruciano al minimo contatto del Sole. Il sangue per loro resta l’attrazione più forte, questo è certo, ma lo è solo per via del profumo che per qualche mistero loro ritengono delizioso e ineguagliabile. Non è detto che, siccome assaporino del sangue, gli faccia male bere del vino o mangiare del cibo normale: la pizza è sempre stato il piatto preferito di Carter, anche se non beve birra, ma semplicemente per gusto personale.


È vero che bevendo troppo sangue gli immortali si ubriacano, mentre non succede altrettanto con il vino, che al contrario possono bere a litri, senza accusare alcun effetto. Dagli studi che avevo affrontato, sapevo che la categoria “vampiri”, come per gli umani, si divideva in vari gruppi. C’erano i fanatici che incentravano la loro vita su rituali e sacrifici, che a mio avviso non hanno mai avuto alcun scopo, mentre c’erano coloro che dormivano di giorno e vivevano di notte, ancora convinti che il Sole li riducesse in polvere. Poi c’erano coloro che ancora vivevano nel mito di Dracula e che stoltamente usavano ogni mezzo per adescare le ragazzine “oche”, soprannome gentilmente offertole dalla sottoscritta. Quest’ultima tipologia di immortale aveva due unici desideri: bere sangue giovane e fresco per poi portarsi a letto la “donatrice”. A dirsela tutta l’ultima parte valeva anche per la categoria “uomini non immortali”, che tanto normali non sembrano essere nemmeno loro. La tendenza più diffusa nell’uomo medio era far ubriacare la propria compagna per approfittarne in un momento meno lucido. Da non credere...che fine avrebbe fatto il nostro povero mondo? Infine, per rimanere in tema immortali, c’era chi credeva che tutta la propria esistenza s’incentrasse in alcuni momenti dell’anno, come la notte di Halloween per esempio. La categoria che rispettavo di più, seppur la parola “rispettare” fosse alquanto esagerata da parte mia, era quella dei vampiri che risolvevano il problema del Sole con un bel paio di occhiali scuri, giusto per far sì che gli occhi non subissero danni e che, nonostante tutte le leggende e tutti i miti, continuavano a vivere la loro esistenza lavorando, cenando fra amici e dormendo la maggior parte della notte. È vero che i vampiri sono immortali a meno che uno non li trafigga con un paletto, ma parliamoci chiaro, anche una persona normale muore se trafitta da un paletto. Quindi per tirare le somme possiamo dire che non sono tanto diversi dagli umani. Mangiano e bevono. Dormono se necessario, però possono farne anche a meno. Lavorano, se sono sani di mente, e se così non


fosse è perché tanti tra loro non sono riusciti a superare lo shock della trasformazione, sebbene fosse stata una loro libera scelta. Tanto per capirci vampiri si diventa e non si nasce. Ogni tanto scoppia qualche insurrezione per il potere, ma questo è dovuto al solito fanatico che vuole comandare sugli altri. Accadeva spesso nel passato e accadde tuttora seppur con frequenza inferiore. In passato erano molte le persone che si lasciavano trascinare dall’idea dell’immortalità e si facevano trasformare in vampiri, ma oggigiorno cerchiamo di tenere questa loro identità segreta per non alimentare la grande quantità di materiale che già li coinvolge e anche per limitare la schiera di fanatici che inseguono una vita simile alla loro. Le poche persone che diventano parte di questa categoria, lo fanno quasi tutti per amore, il che detto fra noi è una gran fregatura. Mettiamo che uno dei due cessi di vivere, l’altro che fa? Rimane da solo per l’eternità? Proprio non capivo. Purtroppo, raramente per fortuna, avveniva che qualcuno fosse trasformato per errore, forse per perdita di controllo da parte dell’immortale e dell’umano stesso. Non avete idea di quanti problemi crei una situazione simile, soprattutto quando è ora di spiegare l’accaduto alla famiglia del nuovo immortale. Di solito, all’iniziazione di un vampiro si deve partecipare, fanatici o meno, credenti o meno, soprattutto se si è uno di essi. Era un modo per incontrare il proprio sire e rinnovargli la propria fedeltà ancora una volta. Io ero obbligata a parteciparvi in quanto Amministratrice e Ambasciatrice degli Affari Pubblici tra umani e creature immortali magiche. Dovevo andarci anche se non facevo parte di alcuna categoria immortale o magica, solo per controllare che nessuno si facesse male. Anche in quel momento avrei dovuto presenziare ad uno di quegli stupidi eventi, ma la sola intenzione si era eclissata nella mia mente nel giro di pochi secondi. Sembrava che dopo la trasformazione tutti gli immortali si sentissero degli dei. Chi tra loro aveva secoli era ancor peggio, soprattutto nella categoria maschile.


Si vantavano delle gentil donzelle che abboccavano al loro amo e che in seguito avevano trasformato. Più che un ritrovo di vampiri somigliava ad un harem, per quanto era sovraffollato di donne. Erano cose che proprio non riuscivo a sopportare. Sono sempre stata una persona che ama la tranquillità, la pace. Amavo restare da sola, e forse per questo motivo non capivo i vampiri: secondo loro bisognava essere sempre accoppiati uno con l’altro. Lo Stato aveva creato delle leggi per vietare i matrimoni misti tra eterni e umani: non era assolutamente permesso ed era anche la primissima regola da sapere prima di esser trasformato in vampiro. Quindi, o uno di loro o da soli, e di certo se fossi stata una di loro avrei preferito sola piuttosto che starmene con uno di quei personaggi altezzosi a cui piaceva tanto esaltarsi da solo. Forse era per questo motivo che, quando iniziai il mio lavoro d’ambasciatrice, iniziarono a chiamarmi la “strana”. Vivevo la mia vita e loro vivevano la loro. Spesso venivo richiamata ufficialmente dai miei superiori perché non partecipavo volutamente ai loro banchetti, ma non avevo alcuna intenzione di cambiare modo di vivere. Oltretutto alcuni tra i miei colleghi impazzivano per partecipare a quelle buffale pubbliche: delegare il compito di sorveglianza a qualcun altro mi facilitava la vita. Se pensavo che un’altra ragazzina stupida di nome Ashley stava per diventare immortale, mi veniva il nervoso. Per la rabbia iniziai a sfogarmi sul cemento di una lapide, calciando una, due, tre volte. Un istante più tardi mi fermai: non mi sentivo di sfidare la sorte, magari procurandomi una ferita al piede da sola. Sarebbe stato proprio da stupidi. Starsene in un cimitero forse non era divertente, ma almeno era tranquillo. Nessuno camminava sui sentieri costeggianti le tombe in marmo. Nessuno disturbava la quiete e il riposo di quei morti. Una debole nebbiolina saliva lenta dalla terra, arrivandomi fino alla caviglia. La luna illuminava ogni piccola scultura all’interno del muro di cinta.


Nessun esaltato che strepitava per il sangue di una quindicenne e nemmeno la presenza di Carter. Erano le tre inoltrate. L’aria aveva qualcosa di magico quella mattina: sapeva di garofani, di crisantemi, di rose, il tutto mescolato a un sapore dolciastro, un po’ soffocante... Sgranai gli occhi e dopo essermi nascosta dietro una lapide, assottigliai la vista per capire chi ci fosse oltre a me. Chi poteva essere il pazzo che scorazzava in un cimitero alle tre del mattino, oltre alla sottoscritta? Una cosa era certa: si trattava di un umano e fortunatamente per lui non facevo parte della categoria creature immortali, semmai solo della categoria “strane”. Se al mio posto ci fossero stati loro, allora le cose sarebbero potute andar male. Inspirai forte: quel profumo mi arrivava fino ai polmoni ed era delizioso. Non mi era mai capitato di sentirne uno con una tale potenza. Inebriava tutta l’aria attorno a me. Per essere tanto perfetto doveva appartenere ad un umano sano, non fumatore e soprattutto solito a non eccedere in alcolici. Essere sani fisicamente non precludeva il fatto di esserlo mentalmente: restava il fatto che si trovava in un cimitero in piena notte. Poteva anche non saperlo che mi trovavo nello stesso luogo, ma restava il fatto che c’ero ed ero curiosa di vedere chi divideva quella quiete con me. Strisciai agilmente nel buio, nascondendomi tra le varie fosse mortuarie. Ad ogni passo il suo profumo si faceva sempre più intenso. Un vampiro o un lupo mannaro sicuramente non sarebbero stati capaci di resistere: per loro sarebbe stato come una dolce caramella. Sentii la disperazione e il pianto di un giovane uomo. Provai sulla mia pelle la sua sofferenza: un annientamento totale della coscienza e della forza umana. Tutto quel dolore mi fece dimenticare in un battito di ciglia il suo buon odore e quel ridicolo banchetto al quale avrei dovuto partecipare. Andai incontro all’uomo che inginocchiato, angosciato e piangente se ne stava davanti ad una fossa. «Ehm, scusi...va tutto bene?» chiesi alquanto imbarazzata.


Lui si girò e mi guardò con grosse lacrime agli occhi. «Mi scusi, non sapevo ci fosse qualcun altro» rispose, asciugandosi con il dorso della mano quelle piccole perle che scendevano sul suo viso. «Non si preoccupi» replicai comprensiva «Posso fare qualcosa per lei?». «No, grazie. E’ stato solo un momento di debolezza, niente di più. Adesso vado a casa...non so nemmeno cosa avevo in mente quando mi sono recato qui. Non venivo sulla tomba di famiglia da anni e mi ero ripromesso di non venirci più. Come ho detto, è stato solo un momento di debolezza, niente di più. Mi scusi...se non le dispiace tolgo il disturbo» disse, alzandosi dalla terra fredda, lasciando con la mano un bacio sulla lapide davanti a lui e voltandosi verso l’uscita del cimitero. «Sicuro che stia bene e che non serva aiuto?» chiesi preoccupata. «Grazie per la sua premura, ma non si preoccupi. Ora l’unica cosa che desidero è tornare a casa molto velocemente, mi scusi» disse proseguendo la sua strada. «Arrivederci» dissi quasi con un flebile suono della voce, mentre quel delizioso profumo si allontanava da me e con lui anche quell’uomo sconsolato. Quando se ne andò successe l’irreparabile: iniziai a soffocare. Sembrava che con il suo profumo se ne fosse andata tutta l’aria circostante. Iniziai a respirare boccate d’aria come se tutto ad un tratto fossi rimasta senza ossigeno. Che cavolo mi stava succedendo? Nessuno aveva avuto quell’impatto su di me prima d’allora. Miseriaccia. Avrei dovuto starci più attenta, sperando che non peggiorasse. Nonna Margiory quando ero bambina ripeteva che crescendo, con il tempo, avrei potuto provare queste sensazioni, ma da piccoli si crede a tutto, mentre crescendo ci si rende conto che la vita reale è ben diversa. Maturando si dimentica ciò a cui si crede da bambini: subirono la stessa sorte anche le storielle che raccontava nonna prima di mettermi a letto. Dovevo respirare lentamente, lentamente. Dovevo riprendere il controllo di me stessa.


Nonna, quando ero piccola, continuava a ribadire che prima o poi le mie capacità di strega si sarebbero rivelate, ma non ci avevo mai creduto, almeno non fino a quel momento. A nonna piaceva raccontare di streghe che sentivano le emozioni delle persone, delle creature magiche, attraverso profumi e odori. Diceva che, se ero fortunata, quando fossi cresciuta avrei potuto respirare l’essenza del mondo. Narrava di donne che nella nostra famiglia riconoscevano le anime buone dalle cattive attraverso questi aromi, ma nella mia mente erano rimaste solo storielle di pura fantasia inventate per farmi addormentare. Nonna voleva farmi credere che queste donne avrebbero potuto cambiare il mondo e che, accettando tale dono, amplificandolo, sarebbero diventate delle brave guardiane oltre che delle streghe potenti. Estendendo tali poteri, avrebbero potuto spostare gli oggetti col pensiero, avrebbero fatto incantesimi e avrebbero regolato il tempo. C’era colei che, se veramente capace, poteva perfino controllare tutti gli immortali e coloro dotati di capacità magiche. Scrollai la testa pesantemente e mi resi conto solo un momento dopo delle assurdità che stavo pensando. Che stupidaggine. Ma chi volevo prendere in giro? Magari quel profumo l’avevo solo immaginato: le storielle di nonna Margiory erano solo racconti della buonanotte. Respirai profondamente e alzai la testa al cielo, guardando le nuvole, inspirando ed espirando. Povera nonna: chissà che fine aveva fatto. Le avevamo fatto un funerale di circostanza, ma il suo corpo non fu mai trovato. In quel cimitero c’era una lapide che la ricordava, ma nessuna spoglia sul quale si potesse commemorare la morte: non avevo alcuna prova che fosse realmente deceduta. «Più dolce sarebbe la morte se il mio sguardo avesse come ultimo orizzonte il tuo volto, e se così fosse...mille volte vorrei nascere per mille volte ancor morire» pronunciò una voce che conoscevo bene, purtroppo. «Vattene Carter! Potrai anche recitare bene i versi di Shakespeare, ma non ne conosci il significato. Tu non sai cosa significa la parola “morte”» replicai con non curanza, voltandomi


e guardandolo camminare su di una pietra sepolcrale con alcun sforzo. Sembrava danzasse coll’aria. I suoi capelli castani erano legati per mezzo di un piccolo nastro, lisci e impeccabili. Lo sapevo anche senza guardarlo. La sua eleganza non aveva pari, ma è normale se si cresce alla corte di Re Luigi XIV. Lui, con un impermeabile di pelle nera e un paio di jeans, sembrava sempre un Dio, ma era pur sempre un vampiro. Aveva due occhi profondi, scuri, che a volte in base all’umore divenivano di un acceso blu. Non guardavo i suoi occhi da anni e mi mancavano quanto mi mancava l’aria pochi istanti prima. Non lo guardavo più in volto da quando mi ipnotizzò con il pensiero, rubandomi un bacio che gli rinfacciavo costantemente. «O mia piccola Maggy, perché mi porti rancore in questa notte tanto gioiosa? E perché proprio tu, nostra rappresentante nel mondo umano, non sei a fare il tuo lavoro?» domandò contrariato. «Per prima cosa, non sono la tua piccola Maggy. Il mio nome è Giosy e lo conosci fin troppo bene» puntualizzai con rabbia nella voce «Secondo: oggi non avevo proprio voglia di venire al vostro banchetto. Ci sono due miei rappresentanti nella vostra delegazione. Se sei venuto qui per richiamarmi all’ordine è fiato sprecato». «Il tuo fiato è sprecato!» esclamò quasi adirato «Cosa facevi in compagnia di quell’uomo?Ne hai sentito il profumo, non è così? Lo sapevo che prima o poi la discendenza si sarebbe rivelata. Sai cosa vuol dire?». «Tu non sai niente. Vattene e torna al tuo stupido banchetto. E’ chiedere troppo starti distante per una notte? Devi sempre importunarmi così? A me non importa niente della vostra specie, hai capito?» replicai con altrettanta collera. Erano giorni che Carter vaneggiava sul fatto che fossi una strega come nonna e che prima o poi avrei avuto il desiderio di prendere ciò che era suo. Che andassero al diavolo lui e tutti i suoi vaneggiamenti. A me non interessava essere strega, quanto non m’importava essere a capo di quella stupida marmaglia di creature immortali che non


sapevano far altro che importunare le povere persone come me, proprio come stava facendo Carter ormai da anni. Iniziò a perseguitarmi quando scoprì che mia nonna era la famosa Margiory Mc Grey, che si mormorava parlasse con gli animali e con ogni forma di spirito, che vedesse le anime delle persone e che conoscesse l’aldilà. Carter invece era il sovrano della categoria immortali che non sopportavo: quella dei vampiri. Oddio, a dire la verità era lui che mi rendeva tutto insopportabile, visto che tendeva a complicare sempre di più le cose tra di noi. “Loro” lo chiamavano Milord Henry Carter, un nome altezzoso per una persona altrettanto presuntuosa; per me era semplicemente la creatura più assillante che esistesse sulla faccia della Terra e nell’universo intero. «Giosy cara, forse non sai che la paura non fa bene alle tue capacità. Non riuscirai mai ad amplificarle facendo così, ma per lo più le farai sparire» disse stranamente serio. «Non riesco proprio a vederne il lato negativo. Per quanto tu dica che la mia è paura, ti posso giurare che è più rabbia mescolata ad una piccola vena di seccatura. Oltretutto non mi interessa quello che hai da dire ora, come non mi interessava anni o giorni fa. Se dovessi perdere questa cosiddetta sensazione che ho, perché ti posso giurare che non è niente di più, per te sarebbe meglio. Mai sentito parlare di streghe in grado di sottomettere qualsiasi tipo di creatura magica?» chiesi con un minimo di sarcasmo. «Non capisci quanto saresti importante? Potresti rubarmi il trono, e per me effettivamente saresti una minaccia, ma saresti anche venerata dal mondo. Tua nonna temeva tutto questo, per questo ha deciso d’andarsene. Sapeva che sarebbe stata presa di mira. Tutte le creature desidererebbero fare di te la propria regina per avere il controllo su tutte le altre corti» spiegò con voce quasi sussurrata. Saltò giù dalla lapide sul quale camminava e mi venne incontro. Non alzai lo sguardo su di lui: niente mi avrebbe fatto commettere quell’errore una seconda volta. «Senti anche il mio profumo?» domandò a dieci centimetri da me, sempre con quella voce sussurrata e dolce che avrebbe fatto impazzire chiunque «Dimmi che riesci a vedere quanto ti


desidero. Per una volta guardami e fidati di me» implorò con la stessa voce suadente, avvicinando le sue labbra al mio orecchio. Trattenni un fremito di rabbia: sapevo che si comportava così solo per avere ciò che voleva. Non doveva essere attratto da me, la legge glielo vietava, e in quanto sovrano della categoria immortali, era il primo a non dover desiderare un’umana. «Carter, non sento il tuo profumo e non voglio sentirlo. Oltretutto non ti guarderò mai più dall’ultima volta che ne hai approfittato. È meglio se prosegui il tuo cammino verso il banchetto, per vedere quella ragazzina oca di Ashley che diventerà una di voi. Goditi la sua ultima alba da viva e non tornare domani notte a cercarmi. Non presentarti alla mia finestra. Potrei farti causa, volendo» replicai seria. Per un attimo fui indecisa se dirgli tutta la verità, almeno quella sera, anche se avrebbe significato dargli ragione. «Non farai mai una cosa del genere; se avessi voluto mi avresti già richiamato all’ordine, visto che ne hai le competenze e il potere. Oltretutto sappiamo entrambi che domani notte quella finestra sarà aperta per me, per il mio arrivo, per guardarti dormire, per vegliare sul tuo sonno» ribatté con un sorriso malizioso «Cara Giosy, prima o poi capirò se riesci a sentire il mio profumo, come io vedo la tua aura pura e densa di desiderio». «Non per te, Carter. Non sarà mai così per te» dissi voltandomi e lasciandolo solo ancora una volta, come tante altre notti in quegli ultimi anni. Se solo gli avessi detto la verità. Se solo gli avessi detto che ho sempre sentito il suo profumo e che era stato anche l’unico fino a poco prima. Se solo gli avessi detto che il suo arrivo era sempre preceduto da un denso bouquet di fiori primaverili e di miele, un profumo buono, dolce, ma allo stesso tempo inebriante. Non potevo dirglielo, perché così facendo lo avrei incoraggiato e di sicuro non volevo che il suo gioco continuasse per molto. Era vero che lasciavo sempre la finestra aperta e sapevo che lui entrava ogni notte, non solo per guardarmi dormire. A volte guardava uno dei tanti film che custodivo vicino al lettore Dvd: si divertiva a mettere l’ultimo che avevo visto. Qualche volta


ascoltava uno dei cd che avevo acquistato. A volte si litigava, ma non tanto spesso, visto che il più delle volte ero stanchissima a causa del lavoro e crollavo sul letto. Al mio risveglio spesso trovavo sul tavolo della cucina due brioche calde, appena sfornate, ripiene al cioccolato e due maxi cappuccini alla vaniglia spolverati al cacao: facevamo colazione assieme. Carter sarebbe stato l’uomo ideale per ogni donna, se il suo cuore pulsasse normalmente. Purtroppo non era così. Lui era il capo dei vampiri, era un immortale che non si poteva affezionare ad una persona umana e poco sapevo di chi realmente fosse. Si era adattato di sua spontanea volontà alle mie abitudini, ma non parlava mai di sé stesso, non esprimeva pareri sul suo regno o su quello delle altre creature immortali. Al contrario, ostinatamente il più delle volte desiderava esprimere pareri sulla mia vita privata, sui ragazzi che frequentavo, sul lavoro che svolgevo e sul come lo svolgessi. Si lamentava del fatto che la maggior parte delle volte non presenziassi ai suoi banchetti di iniziazione e per il fatto che cercassi di convincere quelle ragazzine oche a non farsi trasformare in vampiri o in altre creature sovrannaturali come i lupi mannari, che solitamente diventavano persone prive di qualsiasi scrupolo morale. A Carter piaceva parlare di quello che avrei potuto essere e di cosa avremmo potuto essere assieme, nel caso remoto in cui avessi avuto i poteri di nonna e se ovviamente avessi permesso che si amplificassero, proprio come aveva fatto Margiory: aveva fatto proprio una bella fine. Ero l’amministratrice degli affari pubblici tra umani e creature immortali-magiche e non mi era concesso frequentarle al di fuori dell’orario lavorativo, ma a Carter questo non era mai interessato. Continuavo a dirgli che prima o poi mi avrebbe messo nei guai, facendomi perdere il lavoro, e lui continuava a rispondermi che nessuno si sarebbe accorto della sua presenza, visto la donna meravigliosa che ero. Non sapevo quanto fosse convinto di quelle parole e meno ne sapevo, meno mi affezionavo.


Ero brava nel mio lavoro e dovevo continuare ad esserlo, imparziale e preparata. Vi chiederete com’è stato baciare Carter, nonostante fossi sotto l’ipnosi: vi posso dire che è stato un momento che non dimenticherò mai, un momento che a volte tenta di annientarmi come un paletto conficcato nel cuore, ma anche un momento che nonostante tutto non si dovrà ripetere mai più.


Secondo Capitolo- Henry Carter e Giosy Se ne andò ancora una volta, allontanandosi come sempre. Avrei giurato che la sua aura fosse diversa: più rossa, più vivace del solito. Sembrava si sentisse in colpa per qualcosa che aveva detto, forse per via di una bugia. Giosy era fatta così: parlava, ma il più delle volte rispondendo mentiva, mentiva tragicamente. Avevo la possibilità di capirlo ed a lei non importava pur sapendolo. A Giosy bastava che non conoscessi la verità, che non sapessi il reale significato della verità. La sua aura di solito appariva dorata ai miei occhi, ma quando fingeva diveniva arancione o rossa, soprattutto se era imbarazzata: questo però lo ignorava. Come potrei descrivere Giosy Mc Grey? Potrei ammettere che l’ondeggiare dei suoi capelli rossi, lunghi sulla schiena, mi avrebbe perseguitato tutta la mattina durante il banchetto di iniziazione di Ashley. I suoi occhi verdi si potevano confondere perfettamente con l’erba della primavera, quella dai germogli nuovi e freschi. Lei non era come le altre, non lo era mai stata e lo sapevo bene. Provavo a parlarne con lei, ma quasi sempre mi liquidava cambiando discorso. Sapevo che era diversa, anche se lei non si sentiva tale: lo sapevo per via della sua bellissima aura. Gli umani ce l’hanno di un colore azzurro appena accennato. I lupi mannari l’hanno marrone scuro, consentendogli di mimetizzarsi meglio nella foresta, mentre quella dei vampiri è un viola ammaliante. La nonna di Giosy possedeva un’aura color giallino sbiadito, ma Giosy l’aveva sempre avuta di un dorato sfolgorante, quasi accecante. Ero al corrente di cosa potesse diventare, sapevo cosa si celasse dentro lei, ma per far si che fosse reale, Giosy avrebbe dovuto


crederci con tutta se stessa. Peccato che si rifiutasse di ammettere la sola eventualità d’essere una strega. Vederla mentre si voltava, tutte le volte per allontanarsi ed andarsene, faceva male, ma non avevo ancora capito se era il mio orgoglio a risentirne di più oppure il mio cuore. Strano che proprio io parli di cuore, di un muscolo che non batte più nel mio petto da secoli. A volte avevo nostalgia della mia vita, del mio essere umano: forse era per questo che passavo tanto tempo a casa di Giosy, ma forse era solo un altro espediente per mentire a me stesso quanto faceva lei. La sua aura era una droga per i miei occhi. Mi piaceva guardarla e guardare lei mentre dormiva. Ascoltavo i cd che acquistava solo per capire che tipo di donna fosse Giosy e cosa le piacesse. L’ho vista per la prima volta proprio ad uno dei banchetti che lei tanto odia. La distinsi in mezzo a migliaia di persone: una luna splendente in mezzo a minuscole stelle. Era luminosa, irradiava calore: tutti gli altri sembravano pura oscurità dalle tonalità azzurre violacee. Quando venni a scoprire del suo ruolo di Amministratrice tra umani e immortali non seppi se esserne felice o disperato. Felice perché avrei avuto una scusa per rivederla. Disperato perché quel Sole non sarebbe mai stato solo mio. Durante i primi mesi mi accontentai di guardarla, di avvicinarmi, di sfiorarla per sbaglio, scaldandomi, raramente parlandole. Poi, col tempo, le nostre strade si incrociarono sempre più spesso a causa del suo lavoro. Essere ambasciatore e rappresentante dei vampiri costituiva una serie di obblighi, come e quanto essere il sovrano di uno Stato: se qualcuno si comportava male tra i miei protetti, ero il primo ad esserne informato, ma ero anche il primo a rispondere di tale comportamento. Giosy era colei che mediava tra me e gli altri regni immortali magici e umani. Sfortunatamente un giorno venni a conoscenza della discendenza del quale faceva parte e, non so per quale motivo, ma da quel istante iniziai ad avere paura, paura per la sua vita,


paura che qualcun altro me la portasse via, paura che si accorgessero di quanto fosse speciale. Giosy non sapeva che fine avesse fatto Margiory, ma chi ha vissuto tanto quanto me sapeva che la sua scomparsa aveva a che fare con il mondo sovrannaturale. Nessuno avrebbe tratto interesse nell’ucciderla, ma non si poteva sapere con certezza cosa le fosse accaduto. Una cosa sapevo per certo: quando sparì, cinque anni prima, tutti fremevano per volerla come strega personale, schiava tra le varie faide di corte. Quando seppi che Giosy ne era la nipote, il mio mondo si modellò attorno a lei. Tutto quello che importava era che lei fosse protetta, al sicuro dai miei simili, che non essendo altrettanto vecchi d’età, per fortuna non lo erano nemmeno per potere: lo dimostrava il fatto che non potevano vederne la meravigliosa aura. Non potevano vedere come quel dorato diventasse lentamente arancione quando mi avvicinavo e come risplendesse di rosso se sussurravo al suo orecchio. Sapevo che non gli ero indifferente, ma non sapevo in che misura e in quale modo. Continuai ad osservarla mentre se ne andava, sapendo che quando avrei fatto ritorno al banchetto organizzato a casa mia lei non ci sarebbe stata, sapendo che avrei dovuto accontentarmi di quelle aure azzurrine violacee che avevano caratterizzato i secoli della mia vita passata. Non vedevo l’ora che fosse mattina e che sorgesse l’alba di un nuovo giorno per portarle la colazione e per chiederle se avesse fatto buoni sogni. Soffrivo quando dovevo starle distante a lungo, senza sapere se fosse al sicuro. Non potevo fidarmi di mandare un sottoposto dei miei, perché la buona volontà non gli avrebbe evitato di prosciugarle le vene. L’unica cosa che dovevo fare era aspettare, immaginando quei capelli rossi sparsi su di un cuscino e quel volto rilassato e sereno. Quando non vidi più Giosy all’orizzonte, sforzandomi di non seguirla, mi voltai e corsi verso casa.


Ricorderò sempre il primo banchetto al quale partecipò Giosy e non solo per la sua aura, ma anche per quel bacio che le rubai, gesto che non mi perdonò mai. La vita umana è troppo breve per aspettare e per quanto mi riguardava avevo aspettato secoli per vedere una persona come lei, una strega come lei. Conoscevo sua nonna Margiory fin da quando era bambina, ma questo lei non lo sapeva. Ignorava il fatto che mi sentissi in debito a causa di Margiory e di quella dannata notte in cui mi salvò da un fanatico del telefilm “Buffy”, convintosi di essere un cacciatore in dovere di liberare il mondo dai vampiri. Ce n’è di gente strana al mondo e di sicuro i vampiri non sono la categoria più quotata. In poco tempo fui a casa: una mastodontica villa vittoriana a tre piani, composta da dieci camere da letto in cui nessuno dormiva, quattro bagni, una cucina spaziosa e luminosa, una cantina fredda e umida, una sala da pranzo e un salone da ricevimenti immenso, in grado di contenere quei banchetti di iniziazione che odia tanto Giosy. All’interno c’era già tutta la delegazione vampiresca di San Francisco e Los Angeles. Non ho mai capito come facevamo a starci tutti, ma c’era sempre chi veniva e andava, e viceversa. Come tutte le sere di iniziazione, avrei dovuto stringere patti politici, avrei dovuto ascoltare migliaia di persone che mi chiamavano “Milord”, titolo che tuttora non sopporto, e avrei dovuto trasformare personalmente quella piccola oca di Ashley: sotto questo punto di vista aveva ragione Giosy a dire che era una notte sprecata. Pensare che in quei momenti, al posto di essere lì, potevo stare disteso sul comodo divano di Giosy a guardare uno dei suoi ultimi film oppure restare a rimirarla da un angolo del suo letto. La vita del vampiro mi stava stretta, soprattutto quando dovevo fingere di sentirmi un sovrano, cosa che proprio non ero dal mio punto di vista. Lo facevo solo per mantenere l’equilibrio, per far in modo che i miei simili non eccedessero in determinati comportamenti, per mantenere la pace tra umani e immortali.


Avevo assistito a vere e proprie tragedie prima di decidermi a prendere il controllo della situazione. Avevo visto e vissuto periodi di guerra del quale avrei voluto fare a meno. Desideravo solo un po’ di pace e tranquillità. Camminai fino all’entrata di casa, inspirando una boccata d’aria fresca prima di catapultarmi fra le mille tradizioni e manie dei miei simili. Per loro ogni scusa era buona per festeggiare e banchettare. L’unica cosa che interessava alla maggior parte di loro era sfruttare i propri poteri per adescare ragazzine sempre più giovani da portare a letto e trasformare. Quasi nessuno resisteva alla tentazione dell’immortalità, soprattutto se la maggior parte dei vampiri erano maschi avvenenti e giovani. Non mi sono mai sentito tale, ma faceva piacere il fatto che una donna al quale pensassi assiduamente lo potesse pensare. Una boccata d’aria e provai a trattenere con me il ricordo di Giosy. Aprire la porta davanti a me significava tuffarmi per un'altra notte nei titoli altisonanti con il quale mi invocavano. Significava guardare le bevute frenetiche di sangue in coppe di champagne che a volte raggiungevano livelli di stordimento, mentre me ne stavo seduto sul mio scranno solitario. Mi feci coraggio e varcai la soglia. «Milord Henry Carter, lieto di poterla rivedere. La vostra casa è splendida in questa notte buia e nebbiosa. Niente potrebbe essere più lucente della bellissima Ashley» disse l’ambasciatore dei vampiri di Brooklyn, facendo un inchino, per poi lasciarmi avanzare verso il centro del salone. Passo dopo passo, continuavo a stringere mani di persone che nemmeno conoscevo e che sicuramente non tenevo a conoscere. Cercavo di sembrare allegro e spensierato, ma dentro di me urlava una tempesta. Gruppi di vampiri ballavano a ritmo di una musica sfrenata, mentre il salone tendeva ad essere fin troppo caldo e soffocante per i miei gusti. C’erano uomini e donne appartati in ogni angolo della casa. Piccole aure violacee rendevano buia la sala e due soli puntini


azzurri si avvicinavano lentamente allo scranno sul quale svogliatamente mi ero appena accomodato. Nessun bagliore dorato o appena giallino...cosa avrei dato pur di essere in altri luoghi. La luce soffusa delle poche lampade accese rendeva quasi tetra quella festa. Molti pensavano che essere un vampiro significasse trasmettere un senso di mistero. A me sono sempre piaciute le case colorate ed infatti tutte le altre sale di casa erano coloratissime, compresa la cucina che era stata tinteggiata d’un bel arancione acceso. Forse era per quel motivo che l’organizzatore della festa aveva tappezzato le pareti con una carta scura, dai ricami rossi. Evidentemente secondo lui casa mia era troppo allegra per gli altri immortali. Più di tre secoli di vita, sempre che si possa chiamar vita, e non avevo ancora imparato ad amare la mia nuova esistenza. Passavo il più del tempo libero a leggere e a studiare per puro interesse personale. Amavo viaggiare, ovviamente prima di conoscere Giosy. I due puntini azzurri intanto si fecero sempre più vicini, seppur contornati da una debole sfumatura verde fatta di paura. Facevano bene a provare timore, ma sapevo altrettanto bene che nessuno avrebbe potuto fargli del male dentro casa mia durante quegli eventi pubblici al quale, grazie a Giosy, erano costretti a partecipare. «Siamo venuti a informarla personalmente che siamo qui per far le veci di Giosy Evelyn Mc Grey, per controllare che tutto vada secondo le norme prefissate dal codice di comportamento umani-immortali» disse un giovane uomo dai capelli biondi e dagli occhi azzurri, con completo d’ordinanza e una pistola infilata nella fondina. Giosy Evelyn? Un’altra informazione del quale non ero a conoscenza: chissà quante cose non sapevo di lei. Quell’uomo era troppo giovane per lavorare al suo fianco secondo i miei gusti. Magari avevano scrivanie vicine e si conoscevano molto bene. Forse lei lo trovava addirittura simpatico. Mi dava sui nervi quell’uomo. Continuava a fissarmi con sfida e insistenza.


Mi infastidì talmente tanto che feci una cosa per cui probabilmente mi sarei pentito l’indomani: gli sorrisi mettendo bene in evidenza i denti aguzzi, sforzandomi di trasformare quel che doveva essere un sorriso di circostanza in un ghigno malefico. Che gran cosa la finzione: avevo frequentato anche un corso di teatro tanti anni prima, ma non avevo mai trovato modo di mettere a nudo le mie capacità recitative. L’uomo comunque distolse subito lo sguardo, mentre il mio si posò sull’uomo accanto, quello dall’aura più verde, che continuava a guardarsi attorno nervosamente. Non mi aveva nemmeno degnato di uno sguardo per la paura. Non usai l’ipnosi su quei due uomini per due motivi precisi: per prima cosa era illegale e per secondo non me ne avevano dato alcun motivo. «Posso sapere i vostri nomi o devo leggerli nella vostra mente?» chiesi stancamente, facendo un gesto dettato dalla pura noia. «Sono Lucas Petterson, mio signore, e lui è il mio collega Elia Terrens. Lavoriamo come sott’ufficiali al reparto di amministrazione per i rapporti umani, non umani» disse il secondo uomo, voltandosi verso me, ma non guardandomi negli occhi. Lui si che mi stava simpatico. Avrei dovuto ricordarmi il suo nome per informare Giosy che avrei preferito ci fosse di nuovo lui al posto del suo collega Elia Terrens. Nemmeno il nome esprimeva fiducia in quell’uomo. «Piacere di fare la vostra conoscenza» risposi alzandomi da quella poltrona piena di cuscini, che i miei simili usavano chiamare “trono” «Ora se volete scusarmi devo presenziare personalmente all’iniziazione della nostra giovane Ashley. Potete liberamente guardare, ma state attenti a non immischiarvi: potrebbe essere pericoloso» aggiunsi osservando il primo uomo con la fondina, che istintivamente portò la mano sulla pistola che aveva nascosto con poca cura sotto la giacca d’ordinanza. «Niente armi. Sono le regole» ammonii l’uomo che mi stava osservando con rancore. «Lo so Signore, lo so bene» rispose con un velo di odio. Quell’uomo voleva la guerra: il suo sguardo era di chiara sfida. Più lo guardavo, più non riuscivo a togliermi dalla testa che


poteva avere una scrivania vicina a quella di Giosy e che probabilmente lei ammiccava ad ogni sua battutina stupida. No, non la mia Giosy, non lei. Era diversa dalle altre: dovevo ricordarlo a me stesso. Davanti ai miei occhi c’era una ragazzina bionda dagli occhi marroni, super truccata di nero: chissà perché tutti pensavano che essere vampiri significasse portare il lutto. Ogni nuovo iniziato, specialmente la categoria femminile, era costantemente truccata e vestita con colori scuri, fin troppo scuri. Già avevo poca voglia di morderle e berne il sangue, se oltre a questo si conciavano tutte a quel modo…fosse stato per me non sarebbero mai diventare immortali. Speravo per lo meno che i suoi gusti cambiassero con il tempo e che non fosse tanto sciocca da farsi fregare la prima sera, mentre gioiva nel sangue di un uomo innocente: se fosse stato così, l’indomani sarebbe stata chiusa in una cella di massima sicurezza fino al processo definitivo, che quasi sempre si concludeva con una pena di morte definitiva. Quella ragazzina mi guardava con occhi ammaliati, come se fossi un Dio: che spreco dover fermare la sua vita a soli quindici anni. I suoi stupidi genitori, fanatici del vampirismo, le avevano dato il benestare per diventare un’immortale, ma quale famiglia sana di mente avrebbe desiderato che la propria bambina non diventasse mai una donna a tutti gli effetti? Questo è precisamente quello che intendevo poco prima nell’affermare che i vampiri non erano la categoria più quotata per le stranezze. Secondo voi i suoi genitori erano normali? Secondo me non avevano nemmeno una briciola di pane al posto del cervello. E lei, questa ragazzina oca, come piaceva chiamarle Giosy, se ne stava di fronte a me, piena di speranza, non pensando che in quanto quindicenne avrebbe dovuto frequentare il liceo per il resto della sua vita, mantenendo così l’anonimato tra la gente comune. Era proprio oca. Per certi versi capivo benissimo il motto di disgusto che provava la nostra amministratrice. «Mio Signore, sono eccitata per il fatto che siate voi a trasformarmi» disse la bambina, con una vocina rauca e per nulla


graziosa. Eccitata: secondo me non sapeva nemmeno cosa volesse dire. La ignorai, come facevo con tutti gli altri sbandati della categoria e iniziai quel rito stupido. La musica sfrenata improvvisamente tacque, lasciando posto ad un silenzio riverente. «Ashley Devlin, sei venuta a chiedere l’immortalità, cosciente del fatto che questa richiesta comporterà dei doveri e degli obblighi, quali l’anonimato con il genere umano, il non cibarsi di umani non consenzienti, il vivere in pace con il mondo umano, magico e immortale?» chiesi ad alta voce, in modo che ogni persona presente potesse sentire il suo giuramento. «Si» dichiarò la piccola quindicenne con voce piena «Manterrò il mio giuramento». «Offrimi il tuo sangue affinché io possa donarti l’immortalità con il mio» replicai guardandola negli occhi. Ashley tolse una ciocca di capelli che le ricadeva fra la testa e la spalla, portandosela dietro la schiena e offrendomi il suo collo. Bevvi il suo sangue. Poi, consapevole del fatto che Elia mi stesse ancora guardando, alzai il viso nella sua direzione con i denti e la bocca sporca di sangue, sfoderando un sorriso alquanto minaccioso. Non stavo facendo nulla di illegale: volevo solo divertirmi un po’ e magari spaventarlo. Vi posso assicurare che guardare la sua faccia mentre passava dal rosa ad un colore verde pallido, fu più che gratificante, senza contare che la sua aura da azzurrino verde divenne solo verde: missione compiuta. Da quel momento non avrebbe più fatto lo strafottente dentro casa mia o in mia presenza. Con un coltellino affilato mi tagliai un polso. Odiavo quella parte del rituale: era dannatamente dolorosa. Offrii il mio sangue ad Ashley. Lei bevve avidamente e poco dopo la staccai. In meno di cinque minuti sarebbe morta, per risorgere all’alba. Quando svenne davanti agli occhi di Elia, lui con rabbia si buttò nella folla, pronto a raggiungermi con la pistola ben salda fra le mani. Oltre a vederne velocemente l’aura verde marcio farsi spazio per avvicinarsi, sentii anche il suo respiro accelerato, che sicuramente lo fregò in quei pochi secondi. Mi voltai appena in tempo per accorgermi che aveva la pistola puntata all’altezza del


mio cuore. Peccato che non avesse ancora fatto a meno di quel pessimo vizio di fissarmi negli occhi: avrebbe dovuto lavorare dietro una scrivania per il resto della sua miserabile vita e non venire a fare il James Bond della situazione. Lo ipnotizzai prima che avesse il tempo necessario di premere il grilletto della sua Ruger P95. «Agente Petterson, sarebbe tanto gentile da togliere la pistola dalle mani del suo collega, per favore?» chiesi con voce asciutta e piuttosto calma. Vidi l’uomo a me simpatico togliere l’arma dalle mani di Elia, per poi allontanarsi e venire al mio fianco, lasciando il collega a mani vuote e sguardo vacuo, solo nel mezzo di un cerchio di soli vampiri. Con la mente e l’ipnosi lo costrinsi a portare quella stessa mano alla sua testa, come se stringesse ancora la sua Ruger P95. Poi tesi la mia a Lucas perché mi consegnasse la pistola, che mi diede senza alcuna riserva e senza alcun timore. La puntai al soffitto e dopo aver risvegliato Terrens dall’ipnosi, sparai un colpo. Nell’immediato non si rese conto di non stringere più l’arma e si lasciò andare sulle ginocchia. Poco dopo accorgendosi che non arrivava né dolore, ne l’incoscienza, alzò lo sguardo su di me per l’ennesima volta. «Rammenta che questo colpo poteva essere riservato a te, piuttosto che al soffitto e ricorda che mai più porterai armi nella mia casa che potresti usare contro di me» dichiarai nel silenzio più totale. Terrens, dopo essersi ripreso, si alzò in piedi. Sapevo che stava per dar di stomaco, ma prima che uscisse definitivamente dalla porta di casa mia, gli bloccai il braccio. «Prova a puntarmi ancora un’arma contro e sarai morto prima di poter premere quel dannato grilletto. È una promessa!» esclamai guardandolo fisso negli occhi, con rabbia «Questa la porterò al tuo Capo, le spiegherò la situazione e tu non metterai più piede dentro casa mia. Ora va a vomitare su un luogo che non sia il mio pavimento» conclusi, lasciandogli il braccio e spingendolo con poca cura verso la porta.


Terrens andò a rimettere sul mio giardino e Lucas lo seguì a ruota, verificando che il suo collega si riprendesse. Mi voltai per assicurarmi che qualcuno si fosse preso cura della piccola Ashley svenuta. Era stata sollevata dal pavimento e se ne stava distesa incosciente fra quattro braccia forti. Feci cenno di portarla in uno dei tanti letti liberi al piano superiore, nell’attesa dell’alba nuova e del suo primo risveglio da non-morta. Stufo di tutto, guardai l’orologio al polso, notando che erano le cinque e mezza del mattino e che in poco più di mezz’ora Ashley si sarebbe risvegliata. Lasciai la festa per andare in bagno a lavarmi. Ero tutto sporco dopo quel piccolo spettacolo insulso che avevo inscenato per Terrens. Mi diedi una lavata veloce e indossai un paio di jeans slavati con una camicia bianca appena inamidata dalla mia cameriera Liz. Se non ci fosse lei a pulire dopo ogni banchetto, sarei perso. Era stata Liz a insegnarmi il più delle faccende domestiche ed era stata sempre lei ad insegnarmi a cucinare pizza, pollo fritto e patate al forno: i miei piatti preferiti. Non avevo alcuna voglia di tornare al piano inferiore, tra tutti quei festaioli che non aspettavano altro che l’incedere della neo vampira Ashley, ragazzina quindicenne che avrebbe frequentato sempre il liceo: che noia. Mi distesi sul mio letto, pensando a Giosy. Forse dormiva. Forse era sveglia e stava pensando al suo penultimo incontro nel cimitero, a quell’uomo del quale intuivo avesse sentito il profumo: avevo visto la sua aura cambiare da dorata ad una sfumatura giallo verdina. Aveva paura. La mia Giosy era spaventata ed io lo fui con lei. Qualcosa stava mutando e non sempre i cambiamenti hanno conseguenze positive. Cercai di collegare i miei pensieri alla mente di Giosy, per capire cosa stesse facendo: se stesse dormendo o se contrariamente fosse già sveglia. Solitamente non si alzava mai prima delle sette del mattino. Nella sua mente giravano immagini diverse e molte veloci.


Prima sognò sua nonna Margiory, che rimboccandole le coperte, raccontava delle storielle per la buonanotte, come le chiamava lei. Sapevo che storielle fossero: me ne aveva parlato proprio Margiory durante uno dei nostri ultimi incontri. Poi passò all’immagine dell’uomo visto nel cimitero: era straordinario come ricordasse perfettamente i suoi lineamenti e la sua tristezza. Che odio. Non sopportavo sognasse proprio quell’uomo. Ben presto il suo sonno la riportò indietro di alcuni anni. Sognò il nostro bacio, quell’unico bacio che le avevo rubato da ormai troppo tempo. Ci ripensava con gusto e con desiderio, ma allo stesso tempo dentro di lei si fronteggiava una guerra che vedeva come avversari la passione contro ciò che era giusto. Vinse come sempre la sua razionalità, e dopo pochi minuti seppi che si svegliò. Il mio telefono iniziò a suonare all’impazzata. Lo presi con poca cura e mi stupii che fosse proprio lei a chiamarmi. Presi la telefonata, ma non feci tempo a parlarle. Giosy iniziò a insultarmi in ogni modo possibile. «Sei scemo? Ti rendi conto che sequestrare un’arma ad un ufficiale amministrativo è reato? Cosa ti ha detto la testa? Hai bevuto troppo sangue per caso? Ti rendi conto che Terrens adesso sporgerà denuncia verso di te e che io ne sarò tirata in mezzo? Sai che potrei perdere il lavoro a causa tua? Dovevi per forza farmela pagare a questo modo, solo perché non ho presenziato al tuo stupido banchetto? Non sforzarti nemmeno a rispondere. Ci vediamo alle dieci e mezzo nel mio ufficio e porta la pistola del sott’ufficiale Terrens» disse concludendo la chiamata con tono isterico, senza lasciarmi il tempo di spiegarle la situazione. Benissimo: un motivo in più per odiare Elia Terrens. Quel subdolo, stupido, umano antipatico. Non aveva proprio capito contro chi si stesse mettendo, ma lo avrebbe scoperto presto. Se Giosy pensava che avrei aspettato le dieci e mezza per chiarire questo malinteso, allora si sbagliava di grosso.


Ormai era sveglia. Tanto valeva che si sfogasse di persona. Mi recai in cucina, presi due belle brioche ripiene al cioccolato e le misi dentro al microonde: quindici secondi al massimo e sarebbero state pronte. Nel frattempo avrei fatti due bei cappuccini alla vaniglia. Mi presentai alla sua porta dopo pochi minuti. Non sapevo se quella ragazzina oca di Ashley si fosse svegliata e sinceramente non mi interessava affatto. La questione “chiarire con Giosy” aveva la precedenza su qualsiasi altra cosa. Speravo che mi aprisse la porta e che non mi costringesse a passare per la finestra. Se apriva la porta significava che era disposta a chiarire, in caso contrario mi aspettava una dura battaglia con l’intraprendente Amministratrice degli Affari Pubblici, che di pessimo umore era quasi diabolica, più che una strega.


Terzo Capitolo- Giosy e l’ennesima discussione Iniziai a sentirne prepotentemente il profumo pochi minuti prima, e ad ogni secondo si faceva sempre più forte. Guardai fra le mie cose, in cucina. Mi assicurai di non avere fiori freschi per casa o barattoli di miele aperto. Attorno a me però non c’era nulla del genere: né fiori, né miele. Quel profumo poteva significare solo una cosa. «Giosy, apri la porta. So che sei lì dietro che ascolti» disse Carter con tono tranquillo e pacifico. Era tipico suo essere sempre calmo, anche quando doveva essere arrabbiato. Quando litigavamo, io urlavo, lui aspettava che mi calmassi e poi iniziava quasi a sussurrare, costringendomi a far silenzio per ascoltarlo. I nostri scontri finivano sempre con me più nervosa che sbattevo la porta chiudendomi dentro la camera da letto e lui che, tranquillo e pacifico, si distendeva sul mio divano ad ascoltare ad alto volume un mio cd: tipicamente musica pacata, dai suoni armoniosi, che riusciva a rasserenarmi, facendomi uscire dalla stanza in un quarto d’ora o poco meno. Ogni volta lo trovavo lì con un sorrisetto sincero alle labbra, pronto a chiedere scusa anche se non era in torto. Lasciarlo fuori dalla porta mi faceva innervosire ancora di più. Da una parte avrei voluto aprire e farlo entrare, dall’altra non avevo proprio voglia di vederlo. Aveva combinato un bel pasticcio con Terrens e non volevo parlargli. «Mia piccola Maggy, apriresti per favore? So che sei dietro questa porta. Sento il dolce battito del tuo cuore» continuò Carter senza alzare minimamente la voce «Dammi la possibilità di spiegare. Ho portato cappuccino e brioche. Ti prego, non costringermi ad entrare dalla finestra. Potrei versarmi tutto addosso e poi Liz mi ucciderebbe con il suo mestolo da cucina preferito: un bel cucchiaione di frassino». Già me la immaginavo una Liz arrabbiata che rincorreva Carter con un paletto in mano. Il pensiero mi fece quasi ridere.


Non avevo mai visto Liz, ma Carter me ne parlava come se fosse sua madre. Me la sono sempre ideata come una signorotta bassa, con i capelli bianchi raccolti in un chignon, la traversa candida e la cuffietta di servizio: più o meno come Mrs Brick de “La Bella e la Bestia”. Infantile, lo so, ma vero. Anche se non fosse stata come me la raffiguravo, Liz non avrebbe mai fatto del male a Carter perché era fin troppo buono a volte. Ho sempre pensato che i vampiri fossero creature dall’aspetto dannato, cattive ed egoiste, ma conoscendo Carter mi dovetti ricredere. «Ho detto che ci vediamo nel mio ufficio alle dieci e mezzo» dichiarai seria e un po’ divertita al pensiero che Carter si potesse sporcare col cappuccino che puntualmente portava ogni mattina. «Mi spiace, ma non avevo intenzione d’aspettare che si freddasse» replicò lui, dietro le mie spalle. Mi voltai di scatto e colpii proprio il bicchiere che teneva in mano, quello che gentilmente mi stava allungando. Si versò irrimediabilmente sulla camicia bianca, colando anche sui suoi bei jeans. «E brava Maggy. Ora Liz mi ucciderà davvero. Dammi un bacio d’addio perché potresti non rivedermi più dopo questa mattina» dichiarò con voce pacata. «Scusa, non volevo» replicai, precipitandomi a prendere uno strofinaccio in cucina «Potevi far a meno d’entrare dalla mia finestra. Dovevi rimanere ad aspettare alla porta. È colpa tua!» esclamai nervosa. Gli andai incontro e istintivamente posai il canovaccio sulla camicia di Carter, per rendermi conto solo poco dopo che la sua mano sfiorava la mia, intenta a tener su anch’essa il canovaccio. Tolsi subito la mano, ma Carter me la trattene, probabilmente fissandomi in viso. «Voglio chiarire questa situazione e non voglio aspettare le dieci e mezza» dichiarò serio, per lasciarmi andare in seguito. Mi riparai in cucina con la scusa di dover prendere qualcosa con cui asciugare le gocce di cappuccino sul pavimento, ma in verità mi ero appartata per far sì che non si vedesse quanto ero


arrossata a causa di quel breve contatto. Le mie guance rischiavano d’esplodere per l’imbarazzo. Pochi secondi e tornai in entrata con uno straccio pulito per il pavimento. «Giosy, lascia che faccia io» disse Carter, tentando di prendere il canovaccio dalle mie mani. «Non ti preoccupare. So pulire il pavimento anche da sola» replicai asciutta, senza guardarlo nemmeno una volta in volto, nemmeno per sbaglio. Sicuramente sentiva il battito piuttosto accelerato del mio cuore, ma non importava. Lui faceva finta di niente, e per non dargli soddisfazione, feci finta di non notarlo neppure io. «Giosy, voglio sapere cosa ti ha detto quell’umano di Terrens» dichiarò Carter, quando mi alzai dal pavimento, prendendo il canovaccio che tenevo stretto tra le mani e portandolo con l’altro nel cesto della biancheria sporca in bagno. Riemerse dalla stanza in una frazione di secondo, con pantaloni e camicia bianca completamente rovinati. «Terrens è umano tanto quanto me, per tua informazione» replicai stizzita per aver segnato il confine umano-immortale «E non venirmi a dire che è lui che ha sbagliato. È sott’ufficiale d’ordinanza da due anni e lo avevo mandato in quanto mio rappresentante perché è molto efficiente nel suo lavoro» risposi con voce indecisa, pensando per la prima volta che avrei potuto avere pienamente torto, nonostante fosse un mio sott’ufficiale. «Non volevo offenderti, mia piccola Maggy, ma quell’uomo deve essere un gran bugiardo se stai cercando di dar la colpa a me» replicò lui voltandosi verso la cucina. Possibile che fosse una nota di delusione quella che avevo sentito nella sua voce? No, non era possibile. Non da Carter. A lui non poteva interessare cosa pensassi. «Carter, Elia ha detto che tu hai dato spettacolo, che hai fatto del male a quella ragazza e che l’hai lasciata andare sul pavimento come se fosse un oggetto. Cosa ben più grave ha detto che lo hai minacciato» replicai a voce alta, cercando di raggiungerlo in cucina. Appena arrivai, lui mi porse il bicchierone con il cappuccino ancora intatto e una brioche ripiena di cioccolato su di una salviettina, mentre mordeva lentamente la sua.


«Grazie» dissi sovrappensiero prendendo il cappuccino alla vaniglia, bevendone un sorso «Se ha ragione Terrens sarò denunciata. Penseranno che non abbia fatto bene il mio lavoro durante tutto questo tempo. Non posso permettermi di perdere il lavoro. Ho faticato per arrivare fin qui e non sarai tu a rovinare tutto». «Vedo che non hai nemmeno voglia di ascoltare quello che ho da dire. Dimmi: il tuo caro collega Terrens è tanto simpatico da continuare a proteggerlo così? A te non interessa se ho qualcosa da dire. Ti interessa solo salvare il tuo lavoro» replicò tenendo fissata l’isola della cucina davanti a lui «Conosci questo Elia Terrens da due anni. Noi da quanto ci conosciamo? Ti fidi più di lui che di me. Se credi ciecamente a Terrens allora me ne andrò da casa tua adesso, e mi vedrai alle dieci e mezzo nel tuo ufficio, ma se hai un solo minimo dubbio su quell’uomo, ascolta quello che ho da dire» concluse, alzando il volto, cercando di fissarmi negli occhi, mentre per istinto spostavo lo sguardo. Lo vidi muovere la testa come in un gesto di incredulità. «Sappiamo entrambi che di me non ti fidi e posso capirlo, visto che non sono umano come Terrens, ma sai anche che non ho mai fatto nulla di male finora. Non ho mai fatto del male a te o ad altre persone. Credi veramente che Terrens abbia pienamente ragione o sei disposta ad ascoltarmi, almeno questa volta? Non ho mai preteso d’aver ragione e questo lo sai benissimo, ma oggi non mi assumerò colpe che non ho!» esclamò serio, con voce autoritaria. Era vero: Carter non mi aveva mai fatto del male. Avevo capito che si era offeso quando avevo spostato lo sguardo, non degnandolo di fiducia. La mia però non voleva essere scortesia: fu un semplice gesto d’abitudine, anche se lui la prese male. Non l’avevo mai visto comportarsi immoralmente durante quei banchetti. Non aveva mai fatto nulla per essere trattato così da me. Posai lo sguardo sulla tazza di cappuccino, sconfortata: avevo chiamato all’alba, proprio durante una di quelle feste a loro tanto importanti, urlandogli addosso come una pazza, solo perché da


quando lo avevo conosciuto mi sentivo insicura, insicura su tutto. Aveva fatto crollare il mio castello di carte. Sono cresciuta fin da bambina pensando che qualsiasi tipo di creatura immortale fosse malvagia, che fosse da tenere sotto controllo, senza alcuna comprensione. Poi conobbi Carter e dovetti cambiare idea. Non sarebbe mai potuto essere il contrario: mi portava cappuccino e brioche tutte le mattine, anche quando gli urlavo in faccia al telefono, arrabbiata più di un’arpia. Terrens mi aveva riferito la propria versione dei fatti, ma a Carter non lasciavo nemmeno una possibilità: dovevo proprio sembrargli una stronza antipatica e meschina. Pensavo armeggiando con la mezza brioche che avevo in mano, mentre Carter improvvisamente uscì dalla cucina, lasciandomi sola. «Carter? Dove stai andando?» chiesi, andandogli dietro. «Carter?» gli urlai in salotto quando non si girò, avvicinandosi precipitosamente alla porta dell’appartamento. «Fermati Carter!» esclamai, con la voce mezza rotta dal nervoso «Cazzo, fermati! Non credo che Terrens abbia pienamente ragione, ma non potrò mai saperlo se non mi dai la tua versione fatti» dissi seria «Perché te ne vuoi andare? Non vuoi combattere per te stesso?». «Ti sbagli. Questa volta voglio combattere per me stesso: non voglio darla vinta a quel strafottente antipatico di Elia Terrens. Sono sempre ben lieto di soprassedere sopra ogni discussione tra me e te, ma non farò finta di niente con quest’insolente di un umano» dichiarò con rabbia, come se sputasse offese ad ogni parola. Non l’avevo mai visto arrabbiato: era la prima volta. Non volevo vederlo in viso, perché probabilmente non avrei retto all’immagine del suo volto deformato dalla collera. Avevo sentito dire che i vampiri, quando si cibavano e quando si irritavano, trasformavano il loro volto in qualcosa di mostruoso, che gli umani non avrebbero mai potuto comprendere. Non sapevo se fosse stato altrettanto con Carter. «Giosy, sono venuto qui solo per spiegarti. Se pretendi di conoscere bene Terrens allora sono problemi tuoi, ma ti posso


dire che si è presentato a casa mia con un’arma» disse estraendo da una tasca posteriore dei jeans una pistola Ruger P95 «Tienila! Mi son stufato di portarmela appresso. Quella stessa pistola mi è stata puntata alla testa. Avrebbe premuto il grilletto se non l’avessi ipnotizzato. Il suo collega Petterson gentilmente gliel’ha sfilata dalle mani e me l’ha consegnata. Non ho fatto nulla di male, se non proteggermi. Dovevo farmi sparare? Avrei dovuto aspettare che premesse quel dannato grilletto per essere dalla parte della ragione? Scommetto che il sott’ufficiale Lucas Petterson non è ancora stato interpellato in questa vicenda. Prima d’accusarmi di qualcosa che non ho fatto, la nostra amministratrice dovrebbe informarsi un po’ di più!»esclamò seccato, sempre con collera. «Adesso sarebbe colpa mia? È per questo che sei venuto? Per rinfacciarmi il fatto che non sia venuta a quella stupida festa?» replicai furiosa urlandogli contro tutta la mia frustrazione e il mio improvviso senso di colpa. Aveva ragione: avrei dovuto chiamare per primo Petterson e non lui. Stargli a quella breve distanza m’annebbiava i pensieri, ed era dovuto tutto al suo profumo, a quel dolce aroma che mi sembrava quasi di gustare sulle labbra. «Giosy, sai che non voglio darti la colpa per quel che è successo. Non lo farei mai. Dico solo che non dovresti puntare subito il dito contro di me. Sei una strega e hai la capacità di capire se una persona mente oppure no, proprio come me. Ne hai la capacità, ma non la vuoi sfruttare» riprese con voce più calda e avvolgente, calmandosi. Sempre la stessa storia, sempre quel discorso sull’essere o non essere una strega. Mi innervosii ancor più, senza volerlo. «Ancora? Vuoi ancora parlare della remota possibilità che sia una strega? Non sono una strega Carter. Nonna forse lo era, ma non io. Non lo voglio essere e non lo sarò mai, chiaro? Essere strega porta solo guai: guarda che fine ha fatto nonna Margiory. Non sappiamo nemmeno dove sia il suo corpo senza vita. Se è questo ciò che significa essere strega, allora non voglio esserlo» ribattei stanca, armeggiando con la pistola di Terrens fra le mani. «Giosy, non sai se tua nonna sia viva o meno. Tu non lo sai». «Perché tu lo sai?» replicai con un improvviso senso d’allarme.


Carter s’infilò le mani nelle tasche dei jeans: classico segno di tensione. Se poi nell’aria non ci fosse stato quel leggero aroma di rosmarino a dar senso a quel gesto… «Carter, cosa mi stai nascondendo?». «Come fai a sapere che ti sto nascondendo qualcosa?» replicò asciutto e un po’ seccato, ma sempre con voce sussurrata. «Non ti riguarda. Tu però devi dirmi cosa mi stai nascondendo» ribattei, non sicura di volerlo sapere veramente. Quell’aroma di rosmarino mi preoccupava. Era come uno schiaffo in faccia. Non che fosse cattivo o sgradevole, anzi, era buono, come ogni altro profumo che precedeva l’arrivo di Carter. Il sesto senso mi diceva che non era nulla di piacevole. Era solo una sensazione, però. Quante volte nella nostra vita abbiamo semplici sensazioni, intuizioni che poi si rivelavano vere? Certamente non vuol dire che siamo tutte streghe, ma se la mia sensazione fosse stata davvero reale e non solo una coincidenza? Carter se ne stava con le spalle alla porta dell’appartamento, indeciso se andarsene subito o se dirmi la verità. Sapevo che era così. Lo si vedeva dal continuo movimento delle mani nelle tasche. Quei jeans per poco non chiedevano pietà. «Carter? Ti prego» dissi piano con voce tremante. «Non credo che tua nonna sia morta. Tra i miei si mormora che è stata vista con Selene, la sovrana dei lupi mannari. Dicono che è per questo motivo che tu non l’hai trovata: Margiory non è morta». Bastarono poche parole per rompere una convinzione durata mesi. Carter non avrebbe potuto mentirmi su una cosa del genere, non l’avrebbe mai fatto, giusto? «Giosy, non so se sia vero quello che dicono, ma lo voglio scoprire» sussurrò avvicinandosi lentamente per prendermi le mani, in un gesto di puro conforto. Ero ammutolita: non sapevo cosa dire. Nonna era in gamba. Se avesse voluto sarebbe tornata da me, per tranquillizzarmi. È sempre stata il mio angelo custode. È stata lei a crescermi quando mio padre e mia madre decisero che ero un peso per la loro carriera politica, proprio mentre affrontavano la scalata per il Senato. Mi avevano lasciato con nonna Margiory, ogni tanto


quando ero adolescente mandavano un messaggino sul mio telefono cellulare, ogni tanto chiamavano oppure spedivano cartoline. In tutti questi anni abbiamo trascorso assieme solo cinque Natali. Nonna Margiory era tutta la mia famiglia per quel che pensavo e sapevo. Al mondo avevo lei e basta. Nessun altro che fosse degno del termine “famiglia”. «Nonna non può essere con Selene. Abbiamo cercato nella cerchia di Selene e non l’abbiamo trovata. Vi sbagliate sicuramente. Mi avrebbe scritto. Mi avrebbe avvertita che è viva. Sono solo voci. Nonna è morta» dichiarai con voce rotta per il pianto, mentre toglievo con un gesto repentino le mie mani dalle sue. «E se fosse viva? Io devo saperlo» replicò con sicurezza «Se fosse come dicono e si fosse alleata con Selene, per il mio popolo sarebbe la fine. Ho il dovere di mantenere la pace nel mio regno. Desidero solo pace». «Smettila di farneticare: nonna è morta! Non c’è niente da sapere o da scoprire. Abbiamo già fatto le nostre ricerche tanto tempo fa. Se fosse viva si sarebbe fatta vedere: sono l’ultima persona che le rimane» annunciai sincera. «Scoprilo con i tuoi poteri. Annusa l’aria attorno a te. Sei una brava strega e dovresti localizzare Margiory, anche se è molto distante. Siete legate dal sangue e nessun altro potere è più forte di un legame di sangue. È possibile che sia stata soggiogata da Selene e dai suoi giochini mentali. Se scopre che ha una nipote sarà pericoloso anche per te, non solo per me. Devo trovarla» esclamò calmo. «Ti ho detto che nonna è morta e che io non sono una strega. Non lo voglio essere» urlai presa da un improvviso attacco di panico, al pensiero che la nonna fosse veramente prigioniera dei lupi mannari. «Ma lo sei ugualmente, che tu lo voglia o meno. E a loro non interesserà cosa sei. Ti vorranno, proprio come hanno fatto con Margiory, probabilmente» replicò con voce pacata «Non lo posso permettere». «Non puoi permetterlo perché altrimenti il tuo popolo sarebbe finito, vero?» continuai ad urlargli contro «Due streghe contro il


povero Carter, sarebbero un problema, non è così? Lo fai solo per salvare i tuoi simili». Carter alzò il viso per guardarmi, ma lo spostai nuovamente per non incrociare i suoi occhi. Evidentemente deluso per la seconda volta, si lasciò cadere sul divano, sedendosi e portandosi le mani alla testa. «Si, lo faccio per il mio popolo. Evidentemente mi preoccupo solo per i miei simili» aggiunse con voce sommessa, lasciando un piccolo buco nel mio cuore. Cosa diavolo volevo dimostrare a me stessa? Che lui avesse bisogno di me? Carter non aveva bisogno di me. Non poteva avere bisogno di me. Lui era un vampiro e io ero un’umana. Un’umana con capacità diverse dagli altri, anche se non volevo ammetterlo a me stessa: ero una strega che mi piacesse o meno. Erano state scritte fin troppe leggi sui rapporti umani-vampiri e io le avevo studiate tutte. Cosa mi diceva il cervello? Però quel profumo di rosmarino si faceva prepotentemente strada nella mia testa, nel mio cuore. Quel profumo di fiori e miele che invitava ad avvicinarmi, e non a stargli distante. Stavo impazzendo. Nonna Margiory viva, Carter che viene denunciato da un sott’ufficiale, la sovrana Selene: la testa mi stava scoppiando. Carter se ne stava immobile come una statuina, seduto su quel divano, sempre con le mani alla testa forse a pensare. Improvvisamente mi cadde una lacrima, una piccola luccicante lacrima sul pavimento. Tanto piccola da farmi fuggire in camera come una bambina di otto anni. Mi chiusi la porta alle spalle, sapendo che di lì a poco Carter avrebbe messo un bel cd di musica, forse classica, per convincermi a tornare nell’altra stanza da lui, come se niente fosse successo. Aspettavo, ma la musica non arrivò. Passarono cinque minuti e dal salotto non sentii giungere alcuna armonia. Quel profumo di fiori e miele mi abbandonò a breve: rimase solo quello al rosmarino. Dopo dieci minuti mi preoccupai e tornai da Carter.


La nostra ormai era una routine. Era come con il cappuccino e la brioche. La nostra era un’abitudine, una bella abitudine. Quando me ne tornai nella stanza accanto, vidi il divano vuoto, senza nessun Carter ad accogliermi. Pensai che fosse in cucina, ma non lo trovai nemmeno lì. Se n’era andato. Per la prima volta, dopo una discussione, Carter mi aveva lasciata. Fu la prima volta in cui mi sentii veramente sola, senza nessuno. Nonna Margiory non c’era più, era vero, ma vicino a me era sempre rimasto Carter. Sapere che in quel momento non c’era neppure lui mi fece star male, non fisicamente, ma emotivamente. Mi sentii persa, come dimenticata. Mi accorsi solo pochi istanti dopo che sul tavolo, vicino alla brioche da me abbandonata, c’era un bigliettino, scritto con una calligrafia antica. “La natura cattiva dei messaggi rende sgradito il messaggero. Scusa Giosy, era meglio che non sapessi. Carter”. Una citazione di Shakespeare e una breve giustificazione. Niente di più, niente di meno. Nemmeno il suo dolce profumo, nemmeno quello al rosmarino. S’era portato via tutto, lasciandomi sola. Sola.


Quarto Capitolo- Carter e gli imprevisti Lasciai solo un piccolo biglietto sopra il tavolo. Poche parole che riuscii a scrivere per non farla star male, per non deluderla della mia improvvisa scomparsa dal suo salotto. Camminavo lungo il corridoio conducente al suo appartamento, pensando che di lì a pochi minuti Giosy sarebbe uscita dalla sua stanza, aspettandosi di trovarmi con il solito sorriso affettuoso sulle labbra. Magari si stava preoccupando per l’assenza della nostra musica: non la sua, ma la nostra. In poche occasioni potevo usare l’aggettivo “noi” o “nostra”, e questo era uno di quei momenti, semplicemente perché avevamo qualcosa in comune, qualcosa che sarebbe restato solo mio e suo. L’avevo lasciata con due frasi, brevi ma concise. Un piccolo messaggio per evitare di scaricare su di lei tutte le mie insicurezze. Sentirle dire che mi interessavo solo della mia gente, mi fece male, più di quanto mi aspettassi. Sapevo che la situazione presto o tardi avrebbe avuto i suoi risvolti negativi per me, ma non avrei mai immaginato tanto. Durante quei brevi minuti che stetti a casa sua, pensai a quanto volasse veloce il suo cuore e a come cambiasse repentinamente il colore della sua aura: un momento arancione, quello successivo rossa e poi di nuovo dorata. Giosy era un continuo mutamento di sensazioni ed emozioni. Quell’imbarazzo quasi dolce, mentre tentava goffamente di pulire la mia camicia, o quella rabbia troppo pesante per i miei pensieri, quando le dissi che sua nonna Margiory poteva essere viva. Ho sempre temuto che non mi credesse, come infatti avvenne. Desideravo parlarne con lei da settimane, ma non me ne diede mai la possibilità. Ogni volta che azzardavo questo discorso trovava una scusa per scappare o qualcosa più importante di cui discutere. Forse era solo colpa mia.


Forse non dovevo dirle nulla, anche se era giusto che sapesse. Proprio non la capivo. Se Giosy fosse scomparsa, avrei lottato per cercarla, non sarei riuscito a darmi pace. Non avrei inscenato un funerale per zittire il mio dolore. Per lei avrei sfidato tutti e tutto. Non mi sarei arreso. Non riuscivo a capire Giosy e non mi capacitavo del fatto che non si rendesse conto di quanto fosse reale l’eventualità che sua nonna fosse viva. I lupi mannari hanno sempre avuto un buon controllo della mente umana, anche se si trattava di streghe. Giosy insisteva a dire che, se avesse voluto, Margiory le avrebbe fatto sapere che era ancora viva. La verità era che nonna Margiory non era nemmeno lontanamente potente quanto Giosy e le loro aure diverse lo dimostravano. Scappato dalla casa di Giosy, me ne andai dritto alla mia dimora, un po’ per difesa personale e un po’ a causa di quella strana sensazione che avevo iniziato a provare pochi minuti prima: una percezione di pericolo, come se qualcuno a me caro stesse soffrendo. Non l’avevo mai provata prima, nemmeno assieme a Giosy. Fu per questo che andai dritto a casa, visto che mi spinse lì il mio sesto senso. Non sapevo cosa vi avrei trovato, ma ci andai ugualmente. Tornai a piedi, visto che era ormai mattina. Le prime luci dell’alba avevano fatto capolinea nell’orizzonte ad est, donando una gradevole colorazione dorata a tutto il paese. Non era sicuro che mi trasformassi in un pipistrello solo per volare fino a casa. Il pipistrello è un animale notturno e vederne uno alle prima luce del mattino, avrebbe senza dubbio spaventato i comuni mortali e fatto sorgere sospetti. Oltretutto avevo scelto di comprare casa il più vicino possibile a quella di Giosy. Me ne andai a piedi, correndo, coperto da un bel paio di lenti da sole per far sì che i miei occhi restassero illesi dalla luce. Ero talmente veloce, da non destare alcun sguardo indiscreto. I mortali non mi vedevano se non glielo permettevo.


Nascondermi al resto del mondo implicava il consumo di molta energia. Poi c’era sempre quella strana sensazione che mi suggeriva di far in fretta: lo sentivo come se avessi una mano che mi spingesse ad andare sempre più avanti. Quella sensazione di pericolo era troppo potente: stava succedendo qualcosa, ma non potevo immaginare cosa. Quando giunsi davanti l’abitazione, fui colpito dall’improvviso silenzio che riempiva casa. Potevano esserci solo due spiegazioni: o tutti i vampiri erano tornati alle proprie dimore, lasciando la mia alle sapienti mani di Liz che avrebbe provveduto a sistemarla, oppure erano in uno stato da coma ematico. Ad ogni modo quell’assenza di rumori era inquietante e strana. Spalancai la porta di casa e lo spettacolo che mi si presentò davanti fu quasi naturale. Sulla soglia c’erano vampiri strafatti di sangue che se ne stavano distesi sul pavimento con bottiglie in mano oppure seduti a terra, appoggiati al muro, reggendo ancora tra le dita le coppe di cristallo completamente vuote. Quasi tutti avevano occhi vacui, chi per il troppo bere, chi per la stanchezza. Macchie qua e là di sangue sporcavano lo splendido pavimento di legno: Liz avrebbe dovuto strofinare per toglierle. Avanzai fra il gruppo di vampiri ubriachi, accorgendomi solo poco dopo che alcuni di loro non stavano affatto dormendo. La loro aura viola non esisteva più: erano morti. Avanzando nel salone attorno a me c’erano vampiri troppo ubriachi di sangue per esser svegli, ma altri che se ne stavano come statuine fredde e pallide appoggiate al pavimento, con fori di proiettile nel petto dal quale non sgorgava nessun liquido, né sangue, né acqua. Nessuno attorno a me era minimamente cosciente: o erano morti o erano troppo ubriachi. Ero solo e dovevo capire cosa fosse successo in mia assenza. Mi lasciai andare sul pavimento per lo sconforto, inginocchiato fra la mia gente: nessuna lacrima poteva uscire dai miei occhi, solo qualche goccia di sangue per farmi ricordare quanto fossi diverso dal resto del mondo e quanto fossi solo in quell’istante. Guardai la sala con cura, per rendermi conto solo dopo alcuni minuti che i genitori di Ashley non erano più al banchetto.


Per un breve secondo tirai un sospiro di sollievo: almeno quegli stupidi umani avevano fatto ora a prendere la loro stolta figlia ed andarsene. Poi un rumore al piano superiore attirò la mia attenzione: il rumore di una finestra che si apriva. Un rumore lieve che nella mia testa iniziò ad echeggiare con quella strana sensazione di emergenza. Senza pensarci due volte, mi alzai dal pavimento e veloce come il vento mi recai al primo piano. Sentivo sempre il lieve frusciare del vento sulla finestra aperta. Proveniva dalla stanza in cui deposero mezz’ora prima Ashley, priva di sensi, nell’attesa della sua rinascita da immortale. La porta della stanza era spalancata, e senza esitazione entrai nella stanza. La porta si chiuse dietro le mie spalle e volgendomi, mi stupii di vedere proprio lei dentro casa mia. Selene se ne stava in piedi con un ghigno malefico alle labbra, davanti alla piccola Ashley. Mi servirono pochi secondi per apprendere ogni piccolo o grande dettaglio in quella stanza. Selene se ne stava davanti alla piccola Ashley con un’espressione famelica, come se stesse giocando con il suo prossimo pasto. Era vestita con un paio di short jeans sbrindellati che gli coprivano solo il sedere, lasciando scoperte il resto delle gambe, ed una magliettina corta aderente che metteva in mostra il suo prosperoso seno e lasciava scoperta gran parte della pancia. I suoi capelli neri, lunghi fino al fondoschiena, unti e crespi, odoravano d’immondizia, come se non facesse una doccia da anni. I suoi occhi gialli erano affamati: voraci di gustare ancora il sangue di un neo-vampiro. Selene non si era mai azzardata ad entrare dentro casa, soprattutto in mia assenza. Si dicesse abitasse nella discarica del paese e che vi fossero anche tutti i suoi seguaci. Si erano abituati a vivere in mezzo alla spazzatura come creature reiette: i lupi mannari erano proprio stupidi. Selene avrebbe incantato qualsiasi uomo se avesse fatto un buon bagno e avesse sostituito quegli stracci. Purtroppo i lupi mannari perdevano quella poca intelligenza quando assaggiavano per la prima volta il sangue di un vampiro appena


iniziato. Non si sa per quale motivo, ma ne andavano pazzi. Alcuni secoli prima venivano organizzate delle vere e proprie cacce al vampiro. Chi portava l’immortale vivo alla sovrana o al sovrano, poteva avere l’onore d’assaggiarne il sangue. Si dice che Selene sia il lupo mannaro che abbia bevuto più sangue fra tutti e che sia proprio per questo motivo che divenne la sovrana di tale categoria. I lupi mannari paragonavano una bevuta di questo tipo al sesso: stupido, ma vero. Ashley era evidentemente spaventata. Il pianto era in arrivo: piccole lacrime rosse si stavano formando nei suoi occhi da quindicenne. Selene sembrava divertirsi a tenerla inchiodata tra il suo corpo da predatrice e il muro. Con il fisico ondeggiava a destra e poi sinistra come a ritmo di musica, continuando a tenere gli occhi fissi sulla piccola Ashley. «Selene, lascia immediatamente libera Ashley» dichiarai con calma, fin troppa calma. Come avevo fatto a diventare tanto impassibile nei secoli? Anche quando litigavo con Giosy ero sempre calmo: dentro me urlavo, ma poi dalla mia bocca uscivano quasi sempre toni pacati e tranquilli. «Oh oh, il signore dei vampiretti tra noi...che onore! Vuoi assaggiarne un po’ anche tu?» replicò la sovrana con una voce graffiante, procurandomi mille brividi gelidi sulla schiena «Non dirmi che quelle sulla tua camicia sono lacrime di sangue. Vampiretto hai pianto? Povero caro vampiretto». Sentir la sua voce era come ricevere degli schiaffi in piena faccia. Avrei voluto farle del male. Avevo la camicia sporca delle mie lacrime e anche del cappuccino versato per sbaglio da Giosy. Non avevo tempo per cambiarmi e nemmeno mi interessava. «Vi prego Milord: aiutatemi» urlò Ashley disperata, con quanto fiato avesse in gola. Selene al sol sentir pronunciare tali parole, scatto in avanti e trasfigurò una delle sue braccia in una zampa pelosa dotata di unghie. Prese la neo-vampira con la mano libera, la librò in aria e con la zampa la schiantò addosso al muro, sospesa ad un metro


da terra, tenendo un artiglio della sua zampa pelosa ben accostato al collo di Ashley, pronto per tagliarle la gola. «Selene mettila giù. Non ti permetterò di farle del male» ribattei veloce, prendendo le fattezze di una pantera nera. Con un salto agile, puntai alle sue caviglie, mordendola. Presa alla sprovvista, per l’agilità e la velocità con la quale l’attaccai, lasciò velocemente Ashley, che scappò senza ritegno fuori dalla camera da letto. Piccola bambina viziata! Provai a collegare la mia mente a quella di Ashley. Quando sentii la sua mente aperta e ricettiva, le dissi di andare in cucina e chiamare il numero che trovava scritto sul frigo. Le dissi di riferire che ero in pericolo e che avevo bisogno di lei e del suo aiuto. Speravo solo che Ashley riferisse tutto il mio messaggio a Giosy. Selene nel frattempo si voltò arrabbiata: il suo sguardo diffondeva solo collera e odio profondo. Sapevo che mi avrebbe attaccato. Le leggi ci impongono di non guerreggiare con gli altri sovrani immortali o magici, ma per diavolo, cosa dovevo fare? Dovevo lasciarle ciucciare Ashley come fosse un biberon? Non le avrei permesso di far male ad altre persone, ad altri miei simili. C’era già il salone vuoto a farmi ricordare quanto fossi stato egoista a lasciare il mio popolo, solo per seguire gli istinti e i miei sentimenti. Se non fossi andato da Giosy tutto ciò forse non sarebbe mai avvenuto. Speravo solo che Ashley facesse presto ad avvertirla. Selene con un balzo si tramutò in lupo e mi fu addosso. Il suo sporco manto grigio si scagliò sulla mia pelliccia nera, imbrattandomi, mentre i suoi denti affondarono dentro la mia spalla con un unico morso. Per scrollarla via rotolai sul pavimento e si staccò, mollando la presa dalla mia spalla. Mi rialzai e lei pure. Girammo in cerchio per un poco e poi si scagliò ancora su di me. Con un balzò verso l’alto schivai le sue fauci, poco dopo le morsi una zampa con molta energia. Lei ululò di dolore, allontanandosi e riprendendo la sua forma umana, sempre che sembrasse tale. Feci altrettanto visto che non aveva più voglia di attaccarmi.


Ritornare alla forma normale mi procurò un bel po’ di dolore e dovetti stringere i denti per non gridare. Selene continuava a guardarmi con odio, tenendosi un braccio con una mano. Le usciva un bel po’ di sangue, che ovviamente finii sul mio bel tappeto bianco. «Stupido vampiretto» dichiarò seccata e arrabbiata, sempre con quella sua voce sgraziata «Guarda cosa hai fatto». «Son ben felice di averti recato danno Selene, considerando che i tuoi denti si sono infilati nella mia spalla» commentai serio «Avrei voluto farti più male, ma le leggi me lo impediscono». «A me non hanno impedito di giocare con i tuoi amichetti di sotto» replicò con un sorriso soddisfatto, mettendo in mostra i denti ormai gialli «Ti è piaciuto il mio regalino? Hai visto che tocco di grazia?». «Dove sono i genitori di Ashley, e chi ha ucciso i miei uomini?» le gridai, facendola tacere. La sua aura scura non mi dava la possibilità di capire se stesse nascondendo qualcosa: era una piccola mancanza del mio essere vampiro. In compenso avrei potuto sondare la sua mente come quella di qualsiasi altro uomo, se me ne avesse lasciato il tempo. «Piccolo caro vampiretto, tu con me non vuoi giocare, ma pretendi di sapere. Sappi che là fuori hai meno alleati di quelli che pensi e che prima o poi riuscirò ad avere il sangue della piccola Ashley». «Perché sei venuta a casa mia? Solo per un po’ di sangue? Nel mondo è pieno di vampiri, lo sai anche tu. Perché rischiare di venire proprio qui? Per quanto ne sapevi potevo essere presente». «Vampiretto hai bevuto troppo sangue? Mai sarei venuta in questa casa se tu fossi stato presente. Sapevo che non eri qui» dichiarò seria. Voleva continuare a parlare, ma entrambi sentimmo il rumore delle sirene in lontananza che pian piano si avvicinavano. «Dove sono i genitori di Ashley?» domandai veloce «Dimmelo oppure me ne infischio delle leggi e ti spezzo anche l’altro braccio». «Oh che paura vampiretto. Vieni a trovarmi e ti ridarò i genitori della piccola Ashley. Anzi, porta anche lei con te, così faremo una


piccola festa privata» disse, ancheggiando lentamente fino alla finestra aperta della camera, tenendosi il braccio ferito con la mano «Vampiretto, ti devo salutare. Mi spiace non poter giocare un po’ di più con te. Che peccato! Magari giochiamo la prossima volta» annunciò con un sorriso furbo «Sono sicura che ci sarà da divertirsi». «Chi ha detto che te ne andrai tanto presto da qui?» chiesi balzandole addosso e bloccandola al pavimento «Non ti lascerò fuggire per rimanere impunita. Devi pagare per quello che hai fatto ai miei». Parlavo con cattiveria, ma Selene mi guardava con un sorrisetto furbo, come se non fosse minimamente spaventata. «Cosa diranno le forze dell’ordine quando ti vedranno sopra una bella donna? Penseranno che stiamo facendo follie assieme oppure che te ne stai approfittando» disse asciutta, con sguardo malizioso. «Non ci saranno tante parole da dire. Ci sono almeno cinque dei miei che non possono più fiatare. Credo che siano una prova più che sufficiente per la tua colpevolezza» dichiarai serio, mentre il suono delle sirene si avvicinava sempre più. «Ma vampiretto, mio caro, io non ho armi e se non sbaglio i tuoi amichetti hanno dei fori di pallottola nel petto» replicò, iniziando a opporre resistenza, cercando di sollevarmi. «Non agitarti così tanto: il tuo odore mi arriva fino allo stomaco» ribattei tenendole i polsi ancorati al pavimento con uno sguardo schifato. «E’ odore di donna, mio caro! Ti manca?» replicò sempre più spudorata «Potrei fartelo provare in cambio di qualche goccia di sangue». «Nessuna donna puzza così tanto. Solo tu sai di spazzatura e discarica, e non lo proverei nemmeno se tu fossi l’ultima a questo mondo». «Senti, mi piacerebbe rimanere a giocare con te ancora un po’, ma il tempo stringe e devo abbandonarti» annunciò facendo un cenno leggero con la testa al di sopra di noi. Una forza sconosciuta mi sollevò da lei e mi schiantò addosso al muro, intontendomi per pochi secondi.


Selene si alzò in piedi, appoggiandosi al braccio illeso, e poi estrasse una boccetta di vetro dai pantaloni, piccola ed intatta. Di solito i vestiti si salvavano durante le nostre trasformazioni, sparendo con la nostra forma umana e ricomparendo poco dopo quando riprendevamo le sembianze reali, ma che si potesse fare altrettanto con gli oggetti, per me era una vera e propria novità. Selene si avvicinò. Provai ad alzarmi per allontanarmi da lei, ma quella strana forza invisibile mi tenne ancorato fra il pavimento e il muro, impedendomi di muovere anche le braccia. Selene mi si avvicinò con la boccetta di vetro e con l’unghia di una mano incise la pelle sul mio braccio: un taglio profondo che mi fece urlare. Accostò la boccetta e la riempì con il mio sangue. «Sapevo che saresti stato tanto gentile da offrirmi poche gocce del tuo sangue fresco. Dovrebbero darti una medaglia al merito, caro sciocco vampiretto. Ne farò buon uso non ti preoccupare. Ora se non ti dispiace, togliamo il disturbo. Comunque sono sicura che ci vedremmo presto. Abbiamo sempre i genitori di Ashley con noi. Credo che non tarderai tanto per venirteli a prendere» continuò con un ghigno malefico. «Chi c’è con te? Chi mi sta facendo questo? È Margiory, non è vero? A cosa ti serve il mio sangue?» urlai, mentre lei se ne andava ancheggiando fuori dalla camera da letto con molta calma, mezza nuda, senza alcun ritegno. Quella sensazione d’ancoraggio al pavimento cessò dopo alcuni minuti. Il tempo necessario per scivolare fuori dalla finestra, atterrare sul giardino e seguire il maleodorante profumo di Selene. Non era più tanto vicina: si era assicurata d’avere il tempo necessario per sfuggirmi. Non c’era nessuno dietro di lei, solo un’aura marroncino chiaro quasi gialla, come se appartenesse ad un fantasma. Avevo già visto quell’aura nella mia vita. Erano troppo distanti per essere inseguite e troppo vicine per essere ignorate. Le sirene della polizia irruppero nel cortile di casa mia e dovetti tornare sui miei passi, lasciando perdere la mia personale caccia a Selene e a quell’ombra strana che avrei giurato fosse di nonna Margiory.


Andai incontro agli agenti, sperando che fra loro ci fosse anche la mia Giosy. Poi ricordai che avevo mandato via Ashley e che dovevo trovarla. Se era intelligente sarebbe rimasta in casa, ben nascosta, tentando di non seguire quei dannati lupi mannari che si erano portati via i suoi genitori. Al contrario, se non fosse stata intelligente, avrebbe decisamente fatto tutto il contrario. Arrivato nel vialetto di casa gli agenti mi puntarono tutti la pistola contro. «Si fermi, altrimenti spariamo!» esclamarono in tre, tutti in coro. Come ordinato mi fermai. Cinque agenti mi furono addosso, placandomi a terra, come se fossi un criminale, schiacciandomi il volto sull’erba del mio giardino. Poi qualcuno si fece spazio fra tutti gli agenti che mi stavano sopra e li fece alzare. «Idioti che non siete altro!» esclamò una voce che ben conoscevo «Lui è il proprietario della casa». Cercai di sollevarmi, ma l’assalto dei poliziotti fu troppo anche per la mia povera spalla. Lei si inginocchiò accanto a me, tentando di aiutarmi a sollevarmi. Le presi la mano che gentilmente mi allungò e mi lasciai tirar su dall’erba, seppur con la spalla dolorante. La guardai per un breve momento, come se fosse la cosa più bella che avessi visto in vita mia, e poco dopo l’abbracciai, anche se non l’avevo mai fatto prima. Rimase immobile come una statuina e non disse nulla. Probabilmente i suoi colleghi la stavano osservando, ma non importava. La sua aura divenne di un bel rosso acceso e le sue guance pure. «Carter, che stai facendo?» domandò imbarazzata «Carter, ci staranno guardando tutti» continuò in un sussurro. La stringevo, ma lei rimaneva tesa come una corda di violino, impassibile fra le mie braccia. Il suo cuore la tradiva: battiti veloci, troppo veloci perché fossero di puro imbarazzo. Felice rimasi a sentirlo battere solo per me. Per quanto mi respingesse, la sua aura e il suo cuore mi facevano capire cosa realmente volesse Giosy.


E quella leggera sfumatura dorata nella sua aura mi fece capire che fu sollevata di rivedermi.


Quinto Capitolo- Giosy e un mistero da risolvere Calma e sangue freddo. Dovevo controllarmi. Non potevo lasciarmi andare tra le sue braccia davanti all’intero ufficio e a tutta la squadra di Polizia. Stetti immobile nella stretta gentile di Carter, non sapendo cosa fare o come comportarmi. «Dimenticati di loro». Lo disse al mio orecchio con quel suo tono dolce e sussurrato. Inspirai forte il suo profumo di fiori e miele, per farlo solo mio. Avrei voluto intrappolare quel delizioso profumo per non farlo sentire a nessun altro. Il cuore batteva all’impazzata e quelle poche parole scavarono una consapevolezza quasi amara nel mio petto: desideravo Carter, non come vampiro o immortale, ma come uomo. Fin dalla prima volta che lo vidi, per me fu solo un uomo: quella notte non la dimenticherò mai. Restò tutto impresso nella mia memoria: la camminata, il suo incedere aggraziato verso me, lo sfiorarmi leggero della sua mano facendo finta di parlare con altri e quel bacio che nessuno vide, nascosti dietro una porta della sua grande villa vittoriana. L’avevo semplicemente guardato negli occhi. Una sola fugace volta, solo per curiosità: mi ipnotizzò, ordinando alla mia mente di nascondermi dietro quell’infisso dove poco dopo mi venne incontro e mi baciò. Mi destò dall’ipnosi mentre mi sfiorava le labbra con le sue. Quando me ne accorsi, non scappai: starmene lì era talmente bello che non lasciai finisse quel momento per colpa mia. Sentire la sua risata, quando tutto cessò, mi demoralizzò, mi fece sentire una ragazza anonima come tutte le altre. Gli diedi uno schiaffo in faccia. Il solo risultato che ottenni fu un livido viola sulla mia fragile mano da mortale e nemmeno un segno sul suo fisico da immortale.


Promisi a me stessa di non procurargli più la possibilità di ipnotizzarmi per prendersi gioco di me. Quella sua risata mi aveva messa talmente in imbarazzo da convincermi di esser stata una completa stupida. Eppure in quel momento, davanti a casa sua, nel suo giardino, nonostante tutti gli sguardi indiscreti dei colleghi, avrei voluto contraccambiare il suo abbraccio: volevo stringerlo al mio corpo. Pochi istanti prima Ashley mi aveva chiamata in preda al panico, riferendomi il messaggio di Carter. Da quel brevissimo attimo ebbi paura di non rivederlo più, di non potergli più dire quello che realmente pensavo di lui. Nonostante tutto, desideravo crogiolarmi in quel dolce momento di ritrovo. Era impossibile nascondergli il battito veloce del mio cuore ed il mio involontario sospiro di sollievo. Per una volta mi permisi di fregarmene di tutto e tutti, posando una mano sulla spalla di Carter, come in un gesto d’assenso, una mia muta approvazione. Mi occorse un solo palpito di ciglia per accorgermi che la mano toccava qualcosa di bagnato, caldo e appiccicoso. La sollevai dalla sua spalla e l’osservai preoccupata: su di essa c’era del sangue. «Carter, sei ferito!» esclamai in un motto di panico improvviso. «Non ti preoccupare, non è nulla di grave» rispose velocemente, senza lasciarmi. «Carter» replicai spingendolo via, osservando la sua spalla «Questo è “grave”. Guarda quanto stai sanguinando. Vieni con me sull’ambulanza, dobbiamo disinfettare la ferita e fasciarla, altrimenti potresti fare infezione» continuai prendendolo per mano e trascinandolo dietro me, verso i paramedici. «Giosy, tranquillizzati. Non sto rischiando un bel niente. Forse ti dimentichi che sono già morto. Non morirò definitivamente per una ferita tanto marginale» annunciò, prendendomi per le spalle, bloccandomi e voltandomi verso lui. Volevo ribattere alle sue parole, ma la consapevolezza che fosse un immortale si fece un buchetto nel mio cuore, senza lasciarmi nient’altro da rispondere. Che scema! Mi ero completamente dimenticata che Carter non era più realmente vivo.


Respirava, parlava, mangiava come me e spesso con me, ma non mi era simile. Come avevo fatto ad imbrogliarmi da sola di una cosa tanto elementare? Non sapevo se era più per quello che ci rimasi male, o per essermi illusa, seppur per un breve momento, che lui fosse come desideravo, solo un uomo e niente più. Guardai di nuovo la sua spalla. La camicia ormai era da buttare. Forse poteva essere ripulita dal cappuccino secco e dal sangue raggrumato, ma la cara Liz non avrebbe potuto far nulla con quei strappi. Spostai lo sguardo sul suo viso. Ebbene sì, guardai i suoi occhi, nonostante mi fossi promessa di non farlo mai più. Mi mancavano da morire quegli abissi blu scuro. Carter era distratto: non guardava me, ma attorno a noi, con espressione grave e preoccupata. Gli toccai lievemente la spalla, senza interrompere il mio contatto sul suo viso. «Carter, fai disinfettare questa ferita e bendala. Fallo per me, per farmi stare tranquilla, ok?» chiesi seria in modo troppo dolce, mentre incontrava i miei occhi. Si meravigliò. Forse non riusciva a spiegarsi il perché lo guardassi fisso negli occhi dopo tanti anni di resistenza. «Mia piccola Maggy» sospirò Carter, mentre una lacrima di sangue gli scendeva dal viso. «Che succede?» chiesi preoccupata «Ti sto facendo male?» continuai togliendo la mano dalla sua spalla per paura di recargli dolore, nonostante la mia fosse una leggerissima pressione quasi impercettibile. Carter mi guardò confuso, ma poi dalle sue labbra spuntò un sorriso sincero e mi abbracciò ancor più forte. «Carter» brontolai fra le sue braccia «Smettila, abbiamo del lavoro da fare e devi far guardare quella ferita da un dottore» dissi cercando di farlo ragionare. Sapevo che ci stavano guardando. I poliziotti avevano il brutto vizio di far un gran baccano per far sapere a tutto il vicinato che era accaduto qualcosa di brutto. In quella circostanza, per causa nostra regnava solo silenzio.


Poi, tutto d’un tratto iniziarono a fischiare. Fischi d’apprezzamento e battutine stupide. «Ehi, non consumarla, mi raccomando» disse uno tra loro. «E brava Giosy, l’hai preso nel sacco, eh? Sei una bomba» continuò un altro, proseguendo con un ulteriore fischio. «Quando finisci con lui, puoi venire da me Giosy!» esclamò un altro, senza pudore. Era ovvio che mi prendessero in giro. Non sapevano che Carter fosse un vampiro, come non sapevano che io non ero un semplice poliziotto. Erano anni ormai che mi dividevo tra il ruolo del poliziotto e quello di Amministratrice per mantenere l’anonimato della categoria “magici – immortali”: pochi tra noi sapevano la dura e cruda verità. Per loro Carter era un semplice uomo che abbracciava una donna, proprio come avrei desiderato. Il mio imbarazzo raggiunse livelli inesprimibili per tutti quei fischi e commenti spudorati. Con cautela mi slegai dal corpo di Carter, seppur con un po’ di disappunto da parte di entrambi. Carter asciugò la lacrima dal viso con una manica della camicia ormai sporca. Aveva la spalla ferita ed anche un taglio profondo sul braccio. «Voglio che fai controllare quel brutto taglio» continuai indicando il suo braccio sfregiato «Forse per quello ci vogliono dei punti, anche se sarai contrario». «Forse hai ragione» annunciò serio, guardandomi ancora negli occhi, come fosse la prima volta che mi vedesse veramente. «Dai, ti accompagno, così mi racconti cosa è successo». Ci avviammo assieme verso l’ambulanza, ma tutti continuavano a guardarci. «Smettetela di fissarci» ammonii gli altri poliziotti «Qui ci sarà bisogno solo della Squadra Speciale della Polizia di Stato che sono pregati di mettersi velocemente al lavoro. Tutti gli altri sono invitati a sgomberare la zona e tornare in centrale» dichiarai in tono autoritario. «Certo Comandante» rispose uno degli agenti in divisa. «Comandante? Non sapevo che fossi un Comandante» disse Carter con un sorrisetto divertito «Quante cose si vengono a


scoprire in un solo giorno» continuò tra sé. Mi girai e l’osservai con curiosità. «Cosa vorresti dire?» replicai sovrappensiero. «Ora scopro che sei un Comandante della Polizia, mentre questa notte ho scoperto che hai un secondo nome Giosy Evelyn Mc Grey» borbottò contrariato. «E allora? Molte persone hanno un secondo nome. Non vedo che differenza faccia se l’ho anch’io» commentai sincera, sempre camminando verso l’ambulanza, dando ordini con la mano agli agenti della Squadra Speciale affinchè entrassero in casa a controllare la situazione. «Non mi da fastidio il fatto che hai un secondo nome...è che non me l’hai mai detto» affermò Carter fermando il passo. «Cambierebbe qualcosa se te lo avessi detto?» domandai seria, senza guardarlo. «Non lo so. Forse sì, forse no» dichiarò sincero «Ogni giorno che passa mi accorgo che so pochissimo su di te» continuò con un filo di voce, quasi timido. «Se ti può consolare sai più di tanti altri. Oltretutto non sono una persona che ama parlare di sé stessa. Se domani scoprissi che hai un secondo nome, a me non farebbe alcuna differenza. In fondo conosco l’essenziale di te, non credo che un nome influirebbe su tutto il resto. In ultima, giusto per non farti restar male, mi hanno promossa a Comandante della Polizia due settimane fa perché Bredford è andato in pensione». Assurdo il solo fatto che mi stessi giustificando con lui. Perché poi? Carter riprese a camminare e stemmo in silenzio fino all’ambulanza, dove salì per farsi medicare come gli avevo calorosamente consigliato. «Comandante Mc Grey, potrei scambiare due parole con lei?». Era Lucas Petterson, mio sott’ufficiale. Quella stessa notte era stato incaricato di presiedere al banchetto di iniziazione a casa di Carter con Terrens, in vece di miei sostituti. Non l’avessi mai fatto;comunque era troppo tardi per lamentarsene . «Lucas, hai ricevuto la mia notifica? Mi spiace farti fare gli straordinari, ma alle dieci e mezza dovrai presentarti nel mio ufficio. Terrens vuole sporgere denuncia contro Carter: ha detto


che si è comportato in maniera disumana con la ragazzina quindicenne e che è stato anche minacciato da Carter. Avrei piacere di sentire la tua versione dei fatti, se non ti dispiace» dichiarai sincera. «Giosy, volevo parlarti proprio di Terrens» affermò sottovoce, prendendomi in disparte «Quando siamo venuti via da questa casa, io sono tornato in centrale, ma lui era furibondo e non è venuto con me a fare rapporto sulla nottata trascorsa. Era arrabbiatissimo e so per certo che oltre alla pistola requisita da Carter, ne aveva un'altra infilata nei pantaloni. Non so dove sia. Dopo aver chiamato te, ha spento il telefono cellulare. Non riesco più a rintracciarlo. Ha spento anche il cercapersone» annunciò con sguardo grave, mentre i suoi capelli castani seguivano il movimento della brezza mattutina. «Sei sicuro che abbia spento il telefono?» chiesi con interesse, guardando l’ambulanza dove Carter si stava lentamente togliendo la camicia ormai distrutta per farsi medicare. La ferita alla spalla era più grave di quel che si poteva vedere da vestito. Aveva lacerazioni profonde sia sul torace, sia sul dorso. Aveva un bruttissimo taglio anche sul braccio: sembrava una ferita da coltello. Il suo intero corpo era chiazzato da piccole gocce di sangue. Vederlo in quello stato era penoso e preoccupante. Chissà quante altre simili ferite aveva subito durante i suoi secoli di vita. «Giosy sono sicurissimo di ciò che dico» affermò Lucas, richiamando la mia attenzione «Non ho mai visto Elia comportarsi come questa mattina. Ha perso la testa, davvero. Conosce la legge. Sa che gli vieta di portare armi agli incontri con i vampiri, ma lui l’ha violata ugualmente. Ha portato due pistole in casa di quell’uomo. Una gli è stata sequestrata, ma l’altra l’ha ancora in possesso. Quando siamo usciti era furioso: non era se stesso. Non l’ho mai visto così! Sono preoccupato. Potrebbe fare qualche sciocchezza con quella pistola» dichiarò seriamente inquieto. Elia Terrens aveva portato due pistole in casa di Carter? Non potevo credere a quello che sentivo. Elia è sempre stato una testa calda, sia come agente che come sott’ufficiale, anche all’accademia dove studiammo assieme, ma non aveva mai fatto


nulla di male e non aveva mai infranto la legge. Aveva già partecipato ad altri banchetti prima d’allora e non aveva mai creato problemi. Perché avrebbe dovuto portare due armi dentro casa di Carter? Non lo sapevo, ma dovevo scoprirlo. Dovevo anche scoprire dove fosse Elia Terrens. Al telefono disse che avrebbe partecipato alla riunione delle dieci e mezza nel mio ufficio, ma a quel punto non sapevo nemmeno cosa pensare. Guardai per un breve momento Lucas in viso, indecisa. Elia era un mio sottoposto, quindi avevo il dovere di controllare i suoi movimenti e le sue azioni. «Petterson, fammi il favore di continuare a chiamare Elia. Voglio essere informata su qualsiasi suo movimento o intercettazione. Controllate il suo telefono e cercate di capire dove cavolo si trova. Devo parlargli il prima possibile e…». «Comandante Mc Grey, abbiamo bisogno di lei» esclamò a voce alta un agente dall’interno della casa, affacciato da una finestra del piano terra. «Agente Crosby, è un’emergenza? Avete trovato qualcosa di importante?» domandai preoccupata, fissando Carter dentro l’ambulanza, che ricambiava il mio sguardo angosciato. Poi abbassò lo sguardo, come si vergognasse di qualcosa che aveva fatto. Carter si sentiva in colpa, ma per cosa? I miei pensieri furono interrotti di nuovo dall’agente Crosby che, privo di tatto e discrezione, si mise ad urlare dalla finestra. «Comandante, qui ci sono dei cadaveri. Sono stati uccisi con armi da fuoco» dichiarò serio, ma con uno sguardo indeciso «Però non sono sicuro che si tratti di cadaveri al cento per cento. Dovrebbe venire a controllare. È lei l’esperta» continuò, abbassando leggermente il tono, alla vista del mio sguardo infuriato per la sua mancanza di riservatezza. «Vengo immediatamente. Nel frattempo, caro signor Crosby, le consiglio di non parlare più fino al mio arrivo» esclamai acidamente, con tono fermo. Dovevo muovermi più in fretta. Per prima cosa andai da Carter, che si trovava ancora sull’ambulanza. Stavano finendo di bendarlo.


«Come va?» domandai preoccupata, squadrando le grosse bende che gli stavano applicando. «Insomma, diciamo che è stato fortunato. Gli abbiamo dato sette punti sul braccio e altri quindici sulla spalla, tra davanti e dietro» rispose il medico indicando il corpo fasciato di Carter. L’osservai amareggiata, senza sapere chi fosse stato a fargli quelle ferite. Non mi aveva ancora detto nulla dell’aggressione o dell’eventuale colpevole. Chiunque fosse avrei voluto trovarlo e fargli male. Seppur non avesse mai rischiato la sua non-vita per simili ferite, in un certo senso desideravo vendetta. Strano anche il solo pensarlo nel mio caso. «È ora che io e te scambiamo qualche parola. Voglio sapere cosa è successo dentro casa tua e voglio anche sapere chi è l’artefice di quelle ferite» dichiarai in tono serio a Carter, facendolo risultare un ordine. In verità non volevo che lo fosse, ma la rabbia trasformò quelle poche parole in un’imposizione. Carter scese dall’ambulanza. Ci avviamo verso la casa. La sua vicinanza mi permetteva d’assaporare il suo buon profumo, rilassandomi. Carter era una specie di calmante, in alcuni rari casi. «Giosy, non so cosa sia successo dentro casa prima del mio arrivo. Quando sono tornato ho trovato alcuni dei miei per terra, morti, con fori di pallottole sul petto. Selene al piano superiore stava per aggredire Ashley. Ho dovuto correre da lei per salvarla. Selene voleva berne il sangue. Mi sono scontrato con la sovrana dei lupi mannari e questi sono stati i risultati. Hanno preso in ostaggio i genitori di Ashley. Oltretutto non so nemmeno dove sia finita quella ragazzina. Spero abbia avuto l’intelligenza di non seguirla». Era pensieroso: anche troppo per i miei gusti. Rimise la camicia stracciata addosso, lasciandola aperta. «Bisogna trovare la ragazzina. Forse ha visto cosa è successo in tua assenza» replicai con sguardo grave «Agente Petterson, ho bisogno che vada a cercarmi la ragazzina che questa notte è stata iniziata. Devo parlarle. Dovrebbe trovarla in casa» dichiarai, riprendendo l’attenzione del mio sott’ufficiale che si era fatto da parte, per lasciarmi parlare in privato con Carter. «Certo capo. Vado subito» rispose lui, come un bravo soldato.


Mi volsi verso Carter, il quale non mi diede alcuna attenzione, proseguendo indifferente per la sua strada. «Non sei l’unico ad avere dei problemi con persone scomparse» dissi, con un sospiro abbattuto «Però prima di darti altre informazioni ho bisogno di fare i miei controlli. Appena so qualcosa di certo ti avverto. Intanto voglio vedere i cadaveri dentro casa. Forse riusciamo a risalire al proprietario dell’arma, se sono stati uccisi con delle pallottole». I capelli di Carter erano sempre legati dietro la schiena, ma non erano impeccabili come poche ore prima. In quel momento sembrava un uomo normale, alle prese con la brutta faccia della vita. Si girò e mi guardò con attenzione. «Se ti fermi ad ogni passo solo per guardarmi, non arriveremo nemmeno ai gradini della veranda» mi disse, disincantandomi. Mi ero fermata in mezzo al vialetto. Solo per guardarlo. Ma che mi diceva il cervello? Ripresi a camminare a passo svelto, imbarazzata, sperando che nessuno mi avesse vista. Se fosse stato altrimenti, avrebbero creato dei nuovi soprannomi sulla sottoscritta. Accelerai e superai con freddezza Carter, che stranamente non sfruttò l’occasione per prendermi in giro come il suo solito. Doveva essere grave la situazione all’interno se non faceva nemmeno un po’ di sarcasmo sul mio comportamento. Varcai la soglia di casa sua senza aspettarlo. Alcuni tra gli agenti erano intenti a far rialzare o rianimare chi tra quei vampiri era troppo stordito dal sangue bevuto. Erano agenti specializzati, della polizia di Stato, e tutti i giorni avevano a che fare con creature immortali, con esseri magici. Per il resto del mondo non esistevano, ma noi sapevamo la verità. Altri agenti esaminavo i corpi di chi era morto. Nessun segno di colluttazione e alcun danno alla casa. Sul corpo avevano solo un foro all’altezza del cuore. Il possibile assassino doveva aver avuto una mira perfetta e veloce, altrimenti avrebbe rischiato che i vampiri se ne accorgessero e si difendessero. Però tutta quella gente aveva partecipato alla festa e probabilmente avevano bevuto troppo: i


loro potenti riflessi potevano essere stati rallentati dall’eccessivo sangue ingerito. Tutte quelle considerazioni non presagivano nulla di buono. C’erano troppe variabili in quel massacro. L’assassino poteva essere un vampiro, un lupo mannaro o anche un umano, considerati i riflessi lenti degli immortali dopo quelle bevute sfrenate. L’assassino poteva avere il possesso regolare dell’arma, oppure poteva averla acquistata illegalmente. Ma quale umano poteva procurarsi il tempo necessario per sparare a dieci vampiri? Cosa più importante, come avrebbe fatto? Se il killer fosse stato un professionista umano, per scegliere il bersaglio e prendere la mira, gli sarebbero occorsi almeno cinque o dieci secondi a persona. Per dieci persone il killer avrebbe impiegato circa un minuto e mezzo in tutto: troppo tempo perché non fosse fermato da qualcuno dei presenti. I vampiri erano molto veloci, anche con i riflessi leggermente annebbiati. Tutto dipendeva dal grado ematico avente in corpo. Per bloccare un uomo, un vampiro impiega generalmente una frazione di secondo, non di più. In quella sala era tutto perfetto. Nessun colpo sbagliato. Nessuna scalfittura ai mobili, segni di lotta o di resistenza. Tutte le pallottole erano andate a segno perfettamente. Esaminai silenziosamente ognuno dei corpi con Carter sempre appresso, come un esperto segugio. Mi chinai su ogni cadavere. Scrutai ogni ferita: dieci colpi perfetti, dritti al cuore. Mi rialzai in piedi e guardai attorno: nulla era in qualche modo fuori posto o in disordine. Nessuno tra i presenti si era difeso: perché? «Giosy, a cosa stai pensando?» chiese Carter, mentre osservavo con calma ogni angolo della stanza. «A svariate cose» replicai seria e indecisa «Devo avere più informazioni però». Mi diressi dall’agente Crosby, che se ne stava in un angolino a guardare, dirigendo gli altri uomini.


«Crosby, avete trovato l’arma?» domandai un po’ infastidita per la sua superficialità. «No, Comandante. Nessun’arma» rispose amareggiato. «Abbiamo qualche proiettile tra quelli che sono stati sparati?». «Nessun proiettile ha attraversato da parte a parte il corpo delle vittime. È decisamente strano. Oltretutto sembra che siano stati fatti a brucia pelo sulle vittime. Chi poteva fare una cosa del genere? Chi poteva essere tanto pazzo da andar vicino a un vampiro per sparargli. Solo per lo spostarsi nella sala incontro ad ogni vittima, correndo, il killer avrebbe impiegato almeno due minuti in tutto» disse con sguardo severo. «Il che ci fa arrivare ad un massimo di tre minuti e mezzo se fosse stato un killer umano. Non so nemmeno se prendere in considerazione il fatto che possa esser stato un umano a far tutto questo» replicai con mille dubbi «Crosby, voglio che facciate analizzare i corpi. Voglio i risultati dell’esame di livello ematico che avevano nel corpo e voglio sapere con quali proiettili è stato fatto questo massacro e da quale pistola provengono. Informatevi e controllate nei registri tra le pistole autorizzate» dichiarai guardando Carter. Poi con il cuore in mano aggiunsi «Crosby, devi controllare anche tra le armi distribuite agli agenti, anche fra i nostri della Squadra Speciale». «Non crederai che sia stato uno di noi a far tutto questo?» domandò scandalizzato. «Non voglio tralasciare questa eventualità. Ho le mie buone ragioni per chiederti una cosa simile, anche se sono sempre meno convinta che possa esser stato un umano» confessai. La verità era che ero stata turbata nel sapere che Terrens avesse due pistole con sé, e mi preoccupai ancor di più quando vidi i cadaveri di quelle persone. Nessun lupo mannaro aveva il permesso di tenere un’arma: chiamatela anche discriminazione, ma erano tutti delle teste calde. Le norme vigenti però, purtroppo, non impedivano di potersele procurare con il contrabbando illegale. Anche ammettendo che fosse stato Terrens a fare quel disastro, come avrebbe fatto ad avere tre minuti e mezzo a sua disposizione per compiere quel massacro? E se fosse stato un vampiro? Ma per quale motivo?


«Carter, all’interno della tua congrega ci sono dei problemi? Conosci qualcuno che avrebbe potuto fare una cosa simile?» domandai esaminando bene la sua faccia. «Non che io sappia. Nessuno ha mai avuto nulla da ridire, a meno che non sia uno scontro premeditato. Comunque non avrebbe senso. Ogni rivalità avviene tra il regnante in carica e uno dei suoi sottoposti. Quale motivo avrebbe spinto a far del male agli altri? Avrebbero dovuto prendersela con me, non con loro» ribatté calmo, guardando gli agenti che chiudevano in buste di plastica i cadaveri sparsi nella sala. «Carter, se hai un’idea o anche solo una supposizione devo saperla, chiaro?» avvertii severa. «Un’idea l’avrei, ma non mi crederesti mai se te la dicessi» replicò brevemente, continuando a guardare gli agenti al lavoro. Lo presi per un braccio e lo trascinai via dalla sala. «Carter, non so dove sbattere la testa. Ho bisogno di sapere qualsiasi cosa mi possa essere d’aiuto» dichiarai sincera, distante da orecchie indiscrete «Quindi sei pregato di parlare». «Bene, farò come dici, ma tanto non mi crederai. Sono quasi sicuro che potrebbe esser stato un umano a fare tutto questo. Non avrebbe avuto problemi a procurarsi il tempo necessario per compiere questo delitto» disse serio, guardandomi negli occhi. Il suo sguardo mi trasmetteva sicurezza. Era una sensazione strana, ma guardandolo capii che non mentiva. Pensava realmente ciò che diceva. «Spiegati meglio. Cosa vorresti dire?» domandai confusa. «Selene non mi ha mai battuto in uno scontro fisico. Tutti sanno che i vampiri sono più veloci e forti dei lupi mannari. Selene questa sera però aveva qualcuno al suo seguito che gli permise di battermi, immobilizzandomi come una marionetta» dichiarò serio. «Perché ho la netta sensazione che quello che dirai non mi piacerà?» replicai quasi spaventata. «Sei una strega Giosy. È normale che tu abbia certe sensazioni» affermò con naturalezza, nonostante il mio evidente disappunto «E come te, è una strega anche tua nonna Margiory. L’unica cosa che non capisco è dove trova il coraggio di servire una cagna come Selene e come faccia a rimanere invisibile ai miei occhi».


«Carter, stai cercando di dirmi che hai visto mia nonna Margiory con la sovrana dei lupi mannari? Speri che ci creda davvero?» ribattei stizzita. «Giosy, non sei costretta a credermi se non vuoi. Tu mi hai chiesto cosa penso di questa storia e io ti ho dato la mia versione dei fatti, nulla di più. Sta a te decidere se credermi o meno. Comunque ti ho detto che era invisibile. Ho visto la sua aura» confessò con severità. «Cos’è che hai visto? La sua aura? È la novità del giorno?» chiesi contrariata. «Senti Giosy, esistono cose che io non so di te e ci sono cose che tu non sai di me. Solo perché non te l’ho detto non vuol dire che non sia vero» dichiarò quasi arrabbiato. «Adesso te la prendi con me? Guarda che sei tu che mi hai sempre nascosto questa cosa. Perché dovresti arrabbiarti adesso?» replicai scontrosa. «Fammi capire bene: va bene il fatto che io non sappia alcune cose di te, ma ti da fastidio non sapere tutto di me? Non ti sembra di essere un po’ ipocrita? Io non dovrei arrabbiarmi scoprendo che hai un secondo nome, mentre tu hai il diritto di arrabbiarti se io ti ho nascosto di saper vedere le aure delle persone? È questo il problema?» ribatté ancor più infastidito. Aveva ragione. Perché avevo reagito in quel modo? Carter mi stava privando anche del mio minimo autocontrollo, che già di per sé era labile. Inspirai una boccata d’aria e assieme ad essa anche il dolce profumo di Carter, che mi tranquillizzò di nuovo. «Come fai ad essere tanto sicuro che l’aura che hai visto appartenesse proprio a mia nonna e non a qualcun altro?» chiesi dopo un minuto di silenzio, un po’ scettica. «Ognuno di noi ha aure diverse, dal colore diverso. È come se fosse incisa la storia di una persona sulla propria aura. Possiamo leggervi le emozioni e possiamo capire che tipo di creature siano. Io l’ho viola, come tutti gli altri vampiri, gli umani normali come Terrens ce l’hanno azzurra - verdina, mentre gli umani come te e Margiory l’hanno diversa e cambia in base all’umore. La tua passa da dorato a rosso, quella di tua nonna era un giallo sbiadito, come se fosse sporco. L’aura che ho visto era


esattamente come la sua» disse Carter, con sguardo amareggiato «Oltretutto conosco una sola persona che è in grado di far levitare oggetti o di immobilizzare le persone col pensiero, come è successo a me: quella persona è tua nonna, Giosy. Solo lei era in grado di fare queste cose. Solo una strega può fare una cosa del genere». «Carter, hai detto che l’aura di mia nonna era gialla, ma non hai detto che potrebbe essere l’unica ad averla così. Oltretutto mia nonna non era in grado di rendersi invisibile. E poi sono ancora convinta che se fosse viva non si nasconderebbe da me» dichiarai con voce ferma, quasi. «Giosy, so dell’esistenza di sole due streghe: una sei tu e una è Margiory. È per questo che do per scontato che sia lei. Se preferisci credere che non sia così, fai pure, ma sarà peggio quando scoprirai che ho ragione» rispose, prendendomi le mani e sollevandomi il viso per guardarlo negli occhi «So che hai paura che si sia dimenticata di te, ma non è così. Non potrebbe mai dimenticarsi di te». Quelle poche parole lacerarono la mia anima fragile. Aveva ragione ancora una volta: temevo quello che diceva Carter perché non riuscivo a spiegare il motivo di quel distacco da parte di nonna. Era sempre stata tutta la mia famiglia. «Giosy, scusami» sentii dire dall’agente Petterson «Ho provato a cercare la ragazzina, ma dentro casa non c’è. Ho guardato in tutte le stanze, ma niente. Ho guardato anche in giardino e non l’ho trovata. È scappata, mi spiace». «Bene, così abbiamo un altro problema. Grazie comunque Lucas. A proposito, mi faresti il piacere di seguire personalmente le analisi di questo caso? Non mi fido di Crosby» affermai con una smorfia, voltandomi per guardare l’agente che se ne stava ancora in disparte a dare ordini «Per favore, fammi questo piacere». «Certo Giosy, non ti preoccupare». Poi Lucas si avviò nella sala, per accertarsi che tutto andasse bene. Carter aveva gli occhi chiusi e i pugni serrati. Se ne stava immobile. «Carter, va tutto bene?» domandai seria «Stai male?». «Non c’è niente che vada bene. Hanno ucciso alcuni dei miei, non abbiamo alcun indizio sull’assassino, i genitori di Ashley sono


nelle mani di Selene, non sappiamo dove sia questa ragazzina stolta e forse tua nonna è con la sovrana dei lupi mannari. Giosy, niente va bene» disse grave. «Non te l’ho detto prima perché pensavo reagissi male, ma a questo punto mi sembra giusto riferirti ciò che so, visto che esiste l’eventualità che la mia supposizione sia vera. L’agente Petterson prima mi ha informata che Terrens aveva due armi la scorsa notte. Ne hai sequestrata una sola…lui ne aveva un’altra. A questo punto abbiamo buone prospettive per pensare che sia stato lui a massacrare queste persone, anche se non ne capisco il movente» confessai a Carter, che al nome di Terrens aveva sbarrato gli occhi e aveva iniziato a guardarmi con furore. «Perché?» fu l’unica cosa che chiese, e si sentiva che la sua voce tradiva un nota di tristezza «Non ho mai fatto del male a nessuno. Mai». Gli presi una mano e l’osservai. «Farò di tutto per scoprirlo, te lo prometto. Questa volta però ho bisogno di te e del tuo aiuto» affermai guardando attentamente, poi aggiunsi «Prendi alcune tra le tue cose. Verrai a stare da me per un po’. Devo porre sotto sequestro l’intera casa, fino a quando il caso non sarà risolto. Dai, abbiamo molto lavoro da fare e una ragazzina oca da trovare, prima che si faccia male». Carter mi fece un cenno con la testa e se ne andò al piano superiore a prendere le sue cose. Tornò dopo pochi secondi con una valigia fra le mani, ripulito e con una camicia nera che nascondeva le fasciature appena fatte. «Andiamo» fu l’unica cosa che disse, prima di avviarsi fuori da casa sua.

Petali di sangue (preview)  

L’armonia del mondo si conserva negli anni grazie al delicato equilibrio che si è generato tra immortali, umani, creature sovrannaturali e m...

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