Issuu on Google+


Agatha Christie Mallowan

VIAGGIARE È IL MIO PECCATO Traduzione di Alessandro Ceni


Viaggiare è il mio peccato

A mio marito, Max Mallowan; al colonnello, a Bumps, Mac e Guilford, dedico affettuosamente questa cronaca vagabonda.


I

Partant pour la Syrie

Fra poche settimane partiremo per la Siria! Fare acquisti per un clima infocato in autunno o in inverno comporta inevitabili difficoltà. Gli abiti dell’estate scorsa, che avevamo ottimisticamente sperato “andassero”, adesso che è giunto il momento, scopriamo che non “vanno”. Da una parte ci appaiono (come nelle sconfortanti annotazioni che accompagnano le distinte delle compagnie di traslochi) “Gualciti, Sformati e Scadenti” (e anche Ristretti, Sbiaditi, Strani!); dall’altra – ahimè, doverlo ammettere! – sono diventati dappertutto troppo aderenti. Allora, andiamo per negozi e grandi magazzini e: «Naturalmente, signora, in questo momento non abbiamo richieste per questo genere di articoli! Ma abbiamo degli incantevoli abitini… ecco qui, taglie forti, nelle tinte più scure.» Oh, disgustose taglie forti! Che umiliazione essere “taglia forte”! E quanto più umiliante venir riconosciuta a colpo d’occhio della categoria “taglia forte”! (Benché si registrino anche giornate migliori, in cui, avviluppata in un lungo e nero e snello cappotto con un gran collo di pelliccia, può capitarti che una commessa ti dica vivacemente: «Ma sicuramente, signora, è soltanto un po’ pienotta».) Guardo gli abitini, con le rifiniture di impreviste pelliccette e le gonne plissettate. Spiego tristemente che quel che voglio è una seta o un cotone lavabile. «La signora potrebbe provare al Nostro Reparto Crociere.» La signora prova al Nostro Reparto Crociere, ma senza farsi troppe illusioni. La crociera è sempre circondata dalla magica atmosfera della fantasia romantica. Vi è un tocco di Arcadia in una crociera. Sono le ragazze a andare in crociera – ragazze magre e giovani, che indossano ingualcibili pantaloni di lino, amplissimi alle caviglie e aderentissimi ai fianchi. Ragazze deliziose in abiti sportivi. Ragazze per le quali esistono diciotto diversi tipi di calzoncini! L’amorevole creatura incaricata del Nostro Reparto Crociere si dimostra scarsamente comprensiva. «Oh, no, signora, non teniamo taglie forti.» (Vago ribrezzo! Taglie forti e crociere? Che c’è di romantico?) Aggiunge: «Non sarebbero adatte, non le pare?». Le confermo tristemente che non lo sarebbero. C’è ancora una speranza: il Nostro Reparto Tropicale. Il Nostro Reparto Tropicale è formato principalmente da caschi coloniali: caschi coloniali marroni, caschi coloniali bianchi, caschi coloniali brevettati. Tenuti un poco in disparte, vista la loro leggera frivolezza, ci sono i terai, gli ampli cappelli da sole, che sbocciano rosa, azzurri e gialli, simili ai fiori di strane piante esotiche. C’è pure un immenso cavallo di legno e un assortimento di calzoni da cavallerizzo.


Ma, sì, ci sono anche altre cose. Ecco qui il vestiario adatto per le mogli dei Costruttori dell’Impero. Shantung! Ammassi di giacche e gonne di shantung dal taglio sobrio – nessuna futilità da ragazzine qui – adatte alle taglie forti come alle acciughe! Scompaio in camerino con diversi modelli di diverse misure. E alcuni minuti dopo, eccomi trasformata in una Memsahib! Ho qualche scrupolo, che riesco però a soffocare. Dopo tutto, è fresco e pratico e posso entrarci. Volgo quindi la mia attenzione alla scelta del tipo di copricapo adatto. Attualmente, il tipo di copricapo che desidero non esiste; me lo devono fare. Non è così semplice come sembra. Quello che voglio, e che intendo avere, e che quasi sicuramente non otterrò, è un feltro di ragionevoli proporzioni in rapporto alla misura della mia testa. È quel tipo di cappello che una ventina di anni orsono si indossava per andarsene a passeggio coi cani o per giocare una partita di golf. Adesso, ahimè, esistono soltanto Cose da ficcarsi in testa – su un occhio, un orecchio, sulla nuca – secondo quanto prescrive la moda del momento – oppure il terai, del diametro di almeno un metro. Spiego che desidero un cappello con una cupola come quella di un terai ma con un quarto della sua tesa. «Ma, signora, vengono fatti così grandi per proteggersi appieno dai raggi del sole.» «Sì, ma dove mi devo recare soffia quasi costantemente un vento terrificante e un cappello con quella tesa non resisterebbe al suo posto per un minuto.» «Potremmo sistemare la signora con un elastico.» «Voglio un cappello con la tesa non più larga di questo qui che ho indosso.» «Naturalmente, signora, con una cupola bassa che gli doni.» «Senza cupola bassa! Il cappello deve rimanermi in testa!» Vittoria! Scegliamo il colore, uno tra quelle nuove tonalità dai graziosi nomi: Sporco, Ruggine, Fango, Marciapiede, Polvere, ecc. Qualche acquisto di minore importanza – acquisti che istintivamente so saranno o inutili o d’impiccio. Una borsa da viaggio con la lampo, per esempio. La vita, oggigiorno, è dominata e complicata dalla inesorabile zip. Le bluse si chiudono con una zip; le gonne si aprono con una zip; l’abbigliamento da sci prevede zip in ogni luogo. I “grembiulini” comportano per puro spasso imbrigliamenti perfettamente superflui di chiusure lampo. Perché? Esiste qualcosa di più micidiale di una zip che odiosamente si allenta e si apre? Ti invischia in un imbarazzo di molto superiore a qualsiasi comune bottone, fermaglio, automatico, fibbia o gancio. Ai primordi delle zip, mia madre, elettrizzata da questa incantevole novità, volle un paio di corsetti appositamente ingentiliti sul davanti da chiusure lampo. I risultati furono estremamente negativi! Non soltanto la zip risultava ricca di inenarrabili tormenti per chiudersi, ma i corsetti, una volta chiusi, si rifiutavano ostinatamente di riaprirsi! Rimuoverli in pratica equivaleva a un’operazione chirurgica! E a causa della incantevole e vittoriana modestia di mia madre, per un po’ parve addirittura possibile che dovesse vivere dentro quei corsetti per il resto dei suoi giorni: la versione moderna della Donna nel Corsetto di Ferro! Per questo, ho sempre considerato lo zip con occhio diffidente. Ma pare che tutte le borse da viaggio abbiano chiusure lampo. «I vecchi sistemi di chiusura, signora, sono completamente superati» dice il commesso considerandomi con aria compassionevole. «Vede, è così semplice» mi dice, dandomene dimostrazione. Non v’è alcun dubbio circa la semplicità – ma bisogna considerare che la borsa è vuota. «Bene,» dico sospirando «si deve andare al passo coi tempi.» Con un po’ di timore compro la borsa.


Sono adesso l’orgogliosa proprietaria di una borsa da viaggio con zip, di una giacca e di una gonna da moglie di Costruttore dell’Impero e di un cappello probabilmente soddisfacente. C’è ancora molto da fare. Passo dal reparto cartoleria dove compro diverse penne stilografiche. Più d’una, perché per esperienza personale so che, anche se in Inghilterra una stilografica si comporta in modo esemplare, nel momento in cui è lasciata in ozio nei pressi di zone desertiche, intuisce di avere la libertà di scendere in sciopero e di comportarsi di conseguenza, sia schizzando d’inchiostro indiscriminatamente me, i miei abiti, il mio taccuino e qualsiasi altra cosa a portata di mano, sia rifiutandosi riottosamente di operare alcunché se non invisibili scarabocchi sulla superficie della pagina. Acquisto anche soltanto due matite. Le matite, per fortuna, non sono di carattere capriccioso, e benché dotate della sorprendente capacità di scomparire, ho sempre una pronta risorsa. Dopo tutto, qual è il vantaggio di avere un architetto a portata di mano, se non quello di prendergli in prestito delle matite? Quattro orologi da polso è l’acquisto seguente. Il deserto non è gentile con gli orologi. Dopo poche settimane di permanenza nel deserto il nostro orologio cessa dal suo instancabile compito quotidiano. Il tempo, dice, è soltanto un’astrazione della mente. Quindi comincia a scegliere tra il fermarsi otto o nove volte al giorno per periodi di una ventina di minuti o l’andare indiscriminatamente avanti. Talvolta alterna in modo timido tra le due possibilità. E finalmente si ferma del tutto. Allora, si ricorre all’orologio numero due, e così via. Acquisto anche due orologi a buon mercato in previsione del momento in cui mio marito mi dirà: “Prestami un orologio per il caposquadra, vuoi?”. I nostri capisquadra arabi, per eccellenti che siano, possiedono quella che si potrebbe definire una “mano pesante” con qualsiasi genere di segnatempo. A ogni modo, leggere le ore richiede loro un considerevole impegno mentale. È possibile vederli afferrare e rigirare coscienziosamente sopra e sotto un orologio grande e rotondo come una luna piena, scrutandolo con una concentrazione veramente penosa, per sentirli poi concludere con la risposta sbagliata! Il loro modo di caricare questi tesori è così energico ed esauriente che ben poche molle possono resistere a un tale cimento! Perciò accade che al termine della stagione di scavi, gli orologi dei componenti la spedizione siano stati sacrificati uno dopo l’altro. I miei due orologi di riserva costituiscono l’unico mezzo valido per differire quell’infausto giorno. Preparare i bagagli! In merito ai bagagli esistono diverse scuole di pensiero. Ci sono quelli che iniziano a prepararli da una a due settimane prima. Ci sono quelli che mettono assieme quattro cose mezz’ora prima della partenza. Esistono gli scrupolosi, gli insaziabili consumatori di carta velina! E coloro che spregiano la carta velina e si limitano a ficcare tutto come viene e sperano per il meglio! Ci sono quelli che lasciano a casa quasi tutto quello di cui hanno bisogno! E ci sono quelli che si portano dietro immense quantità di cose di cui mai avranno bisogno! Per quanto riguarda un bagaglio archeologico si può tranquillamente affermare una cosa: consiste principalmente di libri. Quali libri prendere, quali libri possono essere presi, per quali libri c’è spazio e quali libri (con angoscia!) possono essere lasciati a casa. Io sono fermamente convinta che tutti gli archeologi preparino i bagagli nello stesso e seguente modo: decidono per il numero massimo di valigie che la tollerante Compagnia dei wagon-lit permette di caricare; quindi, colmano fino all’orlo le sopraddette valigie di libri; poi, riluttanti, tolgono qualche libro e riempiono lo spazio così ottenuto con camicie, pigiama, calzini, ecc. Un’occhiata alla stanza di Max e ho l’impressione che l’intero spazio cubico sia ricolmo di libri! Attraverso una fessura tra di essi colgo lo sguardo preoccupato di Max.


«Credi» mi domanda «che ci sarà spazio sufficiente?» La risposta sarebbe così ovviamente negativa che formularla parrebbe di un’assoluta crudeltà. Alle sedici e trenta compare nella mia stanza e mi chiede speranzoso: «Un po’ di spazio nelle tue valigie?» La lunga esperienza dovrebbe consigliarmi di rispondere con un chiaro “No”, ma esito e immediatamente la predestinata rovina mi piomba addosso. «Se potessi farci entrare un paio di cosette...» «Mica libri?» Max appare vagamente sorpreso e dice: «Libri, naturalmente… Che altro?». Di colpo, piazza due immensi volumi sull’abito della moglie del Costruttore dell’Impero che era rimasto mollemente abbandonato in cima a una delle valigie. Getto un grido di protesta, ma troppo tardi. «Sciocchezze,» fa Max «c’è un mucchio di posto!» E preme il coperchio della valigia, che vivacemente rifiuta di chiudersi. «Ci sarebbe ancora un pochino di posto» dice Max con ottimismo. Per fortuna, la sua attenzione è distratta da un abito di lino stampato ripiegato in un’altra valigia. «Cos’è?» Rispondo che si tratta di un vestito. «Interessante,» fa lui «presenta su tutta la parte anteriore simboli di fertilità.» Una delle cose più spiacevoli dell’essere sposate a un archeologo è la loro indiscutibile conoscenza dell’origine dei motivi pittorici dall’apparenza più innocua! Alle diciassette e trenta Max con noncuranza osserva che farebbe bene a uscire per comprare qualche camicia, calzini e altre cosucce. Ritorna indignato tre quarti d’ora più tardi: i negozi chiudono tutti alle sei. Quando gli comunico che da sempre è quella l’ora di chiusura, mi risponde che non se n’era mai accorto prima. E adesso, dice, non gli resta altro da fare che «riordinare le mie carte». Alle ventitré vado a letto lasciando Max alla sua scrivania (mai riordinata o spolverata, pena le più terribili punizioni), affondato sino ai gomiti in lettere, conti, opuscoli, disegni di vasi, innumerevoli frammenti di terracotta e svariate scatole di fiammiferi, nessuna contenente fiammiferi, bensì un assortimento di perline di grande antichità. Alle quattro del mattino entra tutto agitato in camera mia, con una tazza di tè in mano, per annunciarmi che finalmente è riuscito a trovare quell’interessantissimo articolo sulle scoperte in Anatolia scomparso dal luglio scorso. Aggiunge che spera di non avermi svegliato. Gli dico che sì, mi ha svegliata, e che farebbe meglio a dare anche a me una tazza di tè! Quando torna col tè, mi dice che ha anche rinvenuto una considerevole quantità di conti che pensava di aver già saldato. Anch’io sono passata per quest’esperienza. Concordiamo sul fatto che è deprimente. Alle nove vengo convocata in qualità di peso massimo per sedermi sulle strabocchevoli valigie di Max. «Se non riesci a chiuderle tu,» mi fa con scarsa galanteria «non ce la fa nessuno!» Questa impresa sovrumana è infine portata a termine grazie alla forza del puro e semplice peso; e io torno ad affrontare la mia sfida personale, vale a dire, come una profetica visione mi aveva rivelato, la borsa con la zip. Vuota, nel negozio di Mr. Gooch, appariva semplice, invitante e pratica. Con quale lepidezza allora la zip se ne andava in su e in giù! Ora, colma fino all’orlo, chiuderla è un miracolo di assestamento al di là dell’umano. I due bordi devono venir fatti collimare con matematica precisione,


ma ecco, mentre la zip vi scorre lentamente sopra, arriva l’inghippo, rappresentato dall’angolo di un nécessaire da toletta. Quando, infine, si chiude, prometto solennemente di mai più riaprirla fintanto che non sarò in Siria! Riflettendoci, però, è improbabile. Che dire del summenzionato nécessaire da toletta? Dovrei fare un viaggio di cinque giorni senza lavarmi? Al momento persino questo mi sembra preferibile a ritirare giù la zip! Sì, è arrivato il momento e siamo pronti per partire. Un sacco di cose importanti sono rimaste in sospeso: la lavanderia, al solito, ci ha piantato in asso; quella a secco, a mortificazione di Max, non ha mantenuto l’impegno… ma che importa? Si parte! Per qualche istante sembra che non ci si debba muovere! Le valigie di Max, dall’apparenza ingannevole, al momento di sollevarle risultano superiori alla forza del tassista. Questi e Max impegnano una lotta che, infine, col contributo di un passante, ha buon esito: vengono sistemate nel taxi. Ci dirigiamo alla stazione Victoria. Cara Victoria, porta sul mondo al di là dell’Inghilterra, come adoro il tuo marciapiede delle partenze continentali! E come mi piacciono i treni, sempre! Aspirarne estaticamente il sulfureo odore! Così diverso dal fiacco, indifferente, distante e oleoso odore di una nave, che immancabilmente frustra l’animo mio col profetico avviso dei nauseanti giorni a venire. Ma un treno – un grande, sbuffante, sollecito ma socievole treno, con la sua grande e famosa locomotiva, che emette nubi di vapore e pare dire impaziente: “Devo andare, devo andare, devo andare!” – è un amico! Condivide il tuo stato d’animo ed è anche per te che dice: “Sto andandomene, sto andando, vado, vado, vado…”. Vicino alla porta della nostra carrozza, ecco gli amici che sono venuti a salutarci. Ha luogo la solita banale conversazione. Le mie labbra pronunciano le famose ultime parole: istruzioni riguardo ai cani, ai bambini, a lettere da inviare, a libri da spedire, a cose dimenticate, «e credo che lo troverai sopra il piano, ma può essere che sia sulla mensola nel bagno». Insomma, tutto ciò che è già stato detto e che non dovremmo avere assolutamente bisogno di ripetere! Max è circondato dai suoi parenti e io dai miei. Mia sorella m’informa lacrimevolmente che ha il presentimento di non rivedermi mai più. Io non ne sono particolarmente colpita, dal momento che nutre questo genere di presentimento tutte le volte che parto per l’Oriente. E che farò, mi chiede, se Rosalind ha un attacco di appendicite? Non mi pare che esistano buone ragioni perché la mia figlia quattordicenne debba avere un attacco di appendicite e, pertanto, l’unica cosa che mi viene da risponderle è: «Non operarla tu!». Perché mia sorella gode di grande fama per le sue ardenti imprese con le forbici, imparzialmente dirette contro foruncoli, capelli e vestiario – e, solitamente, debbo ammetterlo, con molto successo. Scambio di parenti tra Max e me; e la mia cara suocera mi esorta ad avere gran cura di me, sottintendendo con questo che sto nobilmente esponendo la mia incolumità a un grande pericolo. Fischi; e scambio qualche ultima frenetica parola con la mia segretaria e amica. Riuscirà a occuparsi di tutte quelle cose che io non ho avuto il tempo di fare, come: compiere le dovute rimostranze alla lavanderia e a quella a secco; fornire di buone referenze la cuoca; spedire quei libri che non ho potuto imballare; riprendere il mio ombrello a Scotland Yard; scrivere in modo appropriato al sacerdote che ha scoperto quarantatré errori di grammatica nel mio ultimo libro; esaminare minuziosamente il catalogo delle sementi per il giardino e ibridare zucche e pastinache? Sì, riuscirà a fare tutto, e anche a informarmi con un cablogramma se sta accadendo qualcosa di critico in casa o nel mondo delle lettere. Non importa, le dico. Da parte mia ha piena procura. Faccia pure come preferisce. Mi pare piuttosto


allarmata e mi dice che procederà con la massima attenzione. Un altro fischio! Saluto mia sorella e le dico senza alcun ritegno che anch’io temo di non rivederla più e che forse Rosalind avrà un attacco di appendicite. Sciocchezze, fa mia sorella, perché dovrebbe? Ci arrampichiamo in carrozza, il treno grugnisce, brontola e parte – siamo partiti. Per circa quarantacinque secondi mi sento terribilmente, ma poi, mentre la stazione Victoria si allontana, l’esultanza ricompare. Abbiamo iniziato l’incantevole, emozionante viaggio verso la Siria. C’è qualcosa di imponente e presuntuoso in una carrozza pullman, quantunque non sia affatto confortevole come lo scompartimento di un normale vagone di prima classe. Noi viaggiamo sempre in carrozza pullman unicamente a ragione delle valigie di Max, che in una carrozza semplice non sarebbero tollerate. E poiché una volta del bagaglio spedito per raccomandata andò smarrito, Max non vuole più correre rischi coi suoi preziosi libri. Giungiamo a Dover: il mare è abbastanza calmo. Nondimeno, mi ritiro nel Salon des Dames, dove mi sdraio e medito con quell’umor nero che sempre in me produce il movimento delle onde. Ma ben presto tocchiamo Calais; lo steward francese mi indica un uomo grande e grosso vestito con una casacca blu al quale viene affidato il mio bagaglio. «La signora lo troverà ad attenderla alla dogana» mi dice. «Che numero ha?» chiedo. Lo steward mi rimbrotta all’istante. «Madame! Mais c’est le charpentier du bateau!» Mi sento giustamente imbarazzata – per poi riflettere, qualche minuto dopo, che quella in realtà non è una risposta. Diamine, per il fatto che è lo charpentier du bateau, sarebbe più facile da individuare tra diverse centinaia di altre casacche blu tutte vocianti: «Quatre-vingt treize», ecc.? E anche se se ne stesse zitto non è una particolarità sufficiente per l’identificazione. E inoltre, il suo essere lo charpentier du bateau lo rende per questo capace di individuare con assoluta certezza una donna inglese di mezza età in mezzo a una folla di donne inglesi di mezza età? A questo punto delle mie speculazioni Max mi raggiunge e mi comunica che c’è il facchino per il mio bagaglio. Gli spiego che lo ha già preso lo charpentier du bateau e Max mi chiede perché gliel’ho permesso. Il bagaglio dovrebbe viaggiare tutto assieme. Condivido, ma adduco a mia difesa che le mie facoltà mentali sono sempre indebolite dalle traversate. «Oh, be’, lo recupereremo alla dogana.» E ci spingiamo in quell’inferno di facchini urlanti per l’inevitabile incontro con l’unico genere di donna francese realmente spiacevole: la Femmina Doganale. Si tratta di un essere privo di fascino, di chic e di qualsiasi altra grazia femminile. Pungola, scruta, dice scettica: «Pas de cigarettes?» e, infine, con un riluttante grugnito, scarabocchia col gesso gli enigmatici geroglifici sul nostro bagaglio. Passiamo la barriera e siamo al binario e poi sul Simplon Orient Express: comincia il viaggio attraverso l’Europa. Molti e molti anni fa, quando andavo in Riviera o a Parigi, rimanevo affascinata alla vista dell’Orient Express a Calais e desideravo ardentemente poterci salire. Adesso, è diventato un vecchio amico di famiglia; ma l’emozione non è mai del tutto scomparsa. Ci sto viaggiando! Ci sono a bordo! In questo momento mi trovo dentro il vagone blu con sulla fiancata la semplice scritta CALAIS-ISTANBUL . È, indubbiamente, il mio treno preferito. Mi piace il suo tempo, attacca con un Allegro con furore ondeggiante e sferragliante, capace di sbatacchiarti da una parte all’altra nella sua folle furia di lasciare Calais e l’Occidente, per poi gradualmente diminuire in un rallentando, mentre marcia verso Oriente, fino a trasformarsi risolutamente in un legato. Alle prime ore del giorno seguente sollevo la tendina e ammiro i vaghi profili delle montagne svizzere e quindi la lenta discesa nelle pianure d’Italia, che sfiora l’incantevole Stresa col suo azzurro lago. Poi, più tardi, ecco la bella stazione di Venezia, che è tutto quanto riusciamo a scorgere della città; e ancora avanti, lungo il mare di Trieste e da Trieste in Jugoslavia. L’andatura si fa sempre più lenta, le fermate si prolungano, gli orologi delle stazioni indicano orari contrastanti. I nomi delle località sono


scritti in caratteri affascinanti e improbabili. Le locomotive si fanno tonde e assumono un’aria paciosa; i fumaioli emettono un fumo particolarmente nero e greve. I conti del vagone ristorante sono vergati in sconcertanti grafie e valute e fanno la loro comparsa bottiglie di strane acque minerali. Un omino francese seduto dall’altro lato del nostro tavolo, per qualche minuto studia in silenzio il suo conto, quindi solleva il capo e coglie lo sguardo di Max. Carica di emozione, si leva lamentosa la sua voce: «Le change des wagons-lits, c’est incroyable!». A un tavolo dal lato opposto al nostro, un uomo scuro col naso aquilino chiede che gli venga riferito l’ammontare del suo conto in (a) franchi, (b) lire, (c) dinari, (d) sterline turche, (e) dollari. Quando, dopo lunghe sofferenze, il cameriere riesce ad accontentarlo, il viaggiatore, con ogni evidenza un fine cervello di finanziere, calcola silenziosamente e paga col cambio a lui più vantaggioso. Con questo sistema, ci spiega, ha risparmiato cinque pence di valuta inglese! Al mattino salgono a bordo i funzionari della dogana turca. Procedono senza fretta e mostrano un profondo interesse per il nostro bagaglio. Perché, mi domandano, ha con sé così tante paia di scarpe? Sono troppe. Ma, rispondo, visto che non fumo non ho sigarette, e allora perché non qualche paio di scarpe in più? Al doganiere la mia spiegazione va a genio. Gli sembra ragionevole. Cos’è, mi chiede ancora, questa polvere dentro questa scatoletta? Polvere contro le cimici, dico. Ma vedo che non m’intende. Si acciglia e mi guarda sospettoso. È evidente che sospetta io sia una trafficante di droga. Non è polvere dentifricia, mi dice con tono di accusa, né cipria; a che serve, allora? Segue una mia vivace pantomima. Mi gratto molto realisticamente; catturo l’ipotetico intruso; mostro di cospargere di polvere la carpenteria dello scompartimento. Ah, ora è chiaro! Rovescia la testa all’indietro e scoppia in una fragorosa risata, ripetendo una parola turca. È per quelle! Ripete a un collega lo scherzoso episodio. Proseguono, divertendosi un mucchio. Ora è la volta del controllore dei wagon-lit che viene a istruirci. I funzionari della dogana sarebbero passati con i nostri passaporti per chiederci quanto denaro avevamo con noi, «effectif, vous comprenez?». Adoro la parola effectif: descrive con straordinaria esattezza di quanto denaro disponi realmente. «Voi dichiarerete» prosegue il controllore «esattamente tanto effectif!» e dice la cifra. Max obietta che ne abbiamo di più. «Non importa. Dirlo vi creerebbe degli impicci. Direte che possedete una lettera di credito o dei traveller’s cheque e di effectif tanto.» Aggiunge per chiarire: «Per loro non ha importanza, capite, quanto ne avete in verità, ma la risposta deve essere en règle. Direte tanto». Dopo poco, ecco arrivare l’incaricato per le faccende finanziarie. Trascrive le nostre risposte ancor prima di darci il tempo di dirle. Tutto è en règle. E stiamo per entrare a Istanbul, serpeggiando tra bizzarre costruzioni di legno, cogliendo rapide vedute di bastioni di solida pietra e, alla nostra destra, improvvisi scorci di mare. Istanbul è una città esasperante! Quando ci sei dentro non riesci a vederla! Soltanto una volta che hai lasciato la costa europea e attraversi il Bosforo, puoi realmente ammirarla. E in questo mattino è veramente bella: un mattino terso, di un tenue splendore, senza brume, con le moschee e i minareti ritagliati contro il cielo. «Santa Sofia è proprio bella» dice un signore francese. Tutti concordano, con la mia riprovevole eccezione. Io, ahimè, non ho mai ammirato Santa Sofia. Una disgraziata mancanza di gusto; ma così è. Mi ha sempre dato l’impressione di essere sproporzionata. Vergognosa della mia perversa opinione, non apro bocca. Il treno è fermo ad Haidar Pacha e quando, infine, riparte, colazione: colazione che giunge quando ormai si è ridotti a uno stato di voracità estrema! Quindi, un bel viaggio alla luce del giorno lungo le sinuose coste del mar di Marmora, punteggiato da graziose isolette avvolte di foschia. Penso per la centesima volta che mi piacerebbe possedere una di quelle isolette. Curioso desiderio avere un’isola! Siamo in molti, prima o poi, a esserne afflitti. Nel nostro intimo simboleggia libertà, solitudine, fine di


ogni affanno. Tuttavia, in realtà, suppongo che il possederla significherebbe non indipendenza ma schiavitù. Probabilmente, il mantenimento della propria casa dipenderebbe per intero dalla terraferma. Si sarebbe continuamente costretti a redigere lunghe liste della spesa, a ordinare carne e pane, a fare da soli tutte le incombenze domestiche, poiché ben pochi domestici sarebbero contenti di vivere in un’isola lontano dagli amici e dai cinema, senza neppure una linea di bus che li colleghi all’umanità. Un’isola dei mari del Sud, ho sempre pensato, sarebbe diversa! Là uno potrebbe starsene seduto a mangiare pigramente ogni genere di frutta favolosa, dispensato da piatti, coltelli, forchette, dal lavare le stoviglie e dal problema dell’unto nell’acquaio! In realtà, gli unici isolani dei mari del Sud che io abbia mai visto pranzare, stavano mangiando piatti ricolmi di stufato di manzo annegato nel grasso, disposti su una sudicissima tovaglia. No. Un’isola è e dovrebbe restare un’isola di sogno! Su quell’isola non esistono più lo spazzare, lo spolverare, il rifare i letti, il bucato, il rigovernare, l’unto, problemi di cibo, liste del droghiere, lampade da sistemare, sbucciapatate, pattumiere. Sull’isola di sogno ci sono la sabbia bianca e il mare azzurrissimo; e forse una casa fatata, là dove si possa vedere il levarsi e il calare del sole; e il melo, i canti e l’oro… A questo punto delle mie riflessioni, Max mi domanda a cosa stia pensando. Gli rispondo, semplicemente: «Al Paradiso!». E Max: «Ah, aspetta di vedere lo Jaghjagha!». Gli chiedo se è veramente bello. Mi dice che non ne ha idea, ma che si tratta di una zona del mondo molto interessante e di cui nessuno sa in realtà nulla! Il treno penetra in una gola; ci lasciamo il mare alle spalle. Il giorno seguente bussiamo alle porte della Cilicia: uno dei più bei panorami che io conosco. È come starsene sull’orlo del mondo a guardare la Terra Promessa che si stende al di sotto; ci si sente come deve essersi sentito Mosè. Perché questa tenue, sfumata, azzurra bellezza è una terra che non si potrà mai raggiungere: anche qui non esiste varco per penetrarvi… Le cittadine e i villaggi che toccheremo saranno soltanto parte del comune mondo quotidiano, non di questa incantevole beltà che ti fa cenno da laggiù… Il treno fischia. Riguadagniamo il nostro scompartimento. Aleppo. E da Aleppo a Beirut, dove dobbiamo incontrarci col nostro architetto e da dove prenderemo le mosse per il sopralluogo della regione dell’Habur e dello Jaghjagha, che ci condurrà alla scelta del Tell, il tumulo, la collinetta dove iniziare gli scavi. Perché qui sta il punto. Per prima cosa, come dicono i libri di cucina, prendete la lepre. Quindi, nel nostro caso, per prima cosa trovate il Tell. È quanto abbiamo intenzione di fare.


II

Viaggio di sopralluogo

Beirut! Mare azzurro chiuso da una curva baia e il lungo profilo della costa di caliginose montagne azzurrine. Questo è il panorama che si gode dalla terrazza dell’albergo. La mia camera, che guarda verso l’interno, dà su un giardino di scarlatte poinsettie. La camera è alta, bianca, ricorda vagamente la cella di una prigione. Un moderno lavabo, completo di rubinetti e tubo di scarico, dona una nota vistosamente moderna all’ambiente. Sopra al lavandino e collegato ai rubinetti c’è un grande serbatoio quadrato con coperchio. L’interno è pieno di maleodorante acqua stagnante, che rifornisce soltanto il rubinetto dell’acqua fredda! L’arrivo degli impianti idraulici in Oriente ha provocato una proliferazione di insidie. Quante volte dal rubinetto dell’acqua fredda esce la calda e da quello della calda la fredda! E come dimenticare quella volta che mi lavai in una stanza da bagno appena terminata e dotata di comfort all’“occidentale���, in cui un sistema di scaldacqua che incuteva timidezza erogava acqua bollente in quantità terrificanti, senza che fosse possibile, però, ottenere anche la fredda, e in cui il rubinetto dell’acqua calda non si richiudeva e il chiavistello della porta era rimasto bloccato! Mentre osservo con vivo piacere le poinsettie e con astio le attrezzature idrauliche, bussano alla porta. Compare un armeno, basso e tarchiato, che mi sorride con aria suadente. Apre la bocca, si punta un dito alla gola e dice in tono incoraggiante: «Manger!». Con questo elementare espediente fa capire anche alla più debole delle menti che nella sala da pranzo la seconda colazione è servita. Ad attendermi ci sono già Max e il nostro nuovo architetto, Mac, che conosco appena. Nel giro di pochi giorni prepareremo una spedizione in tenda di tre mesi, durante la quale esamineremo la regione alla ricerca dei posti adatti. In qualità di guida, filosofo e amico, si unirà a noi Hamoudi, da anni caposquadra a Ur e vecchio amico di mio marito, che ci accompagnerà in questa campagna di scavi autunnale. Mac si alza e mi saluta compitamente; ci sediamo per consumare un ottimo pranzo, anche se leggermente grasso. Tento qualche affabile motivo di conversazione con Mac, che lui blocca completamente con degli «Oh, sì?», «Sul serio?», «Davvero?». Ho un senso di oppressione. Sono sopraffatta da uno spiacevole convincimento, che il nostro giovane architetto appartenga alla categoria di quelle persone che di tanto in tanto riescono a intimidirmi fino alla stupidità. Grazie al Cielo sono lontani i giorni in cui chiunque m’intimidiva. Con la mezza età ho conquistato una buona dose di calma e di savoir faire. E talvolta mi accade di congratularmi con me stessa per il fatto che tutta quella sciocca faccenda sia morta e sepolta! “L’ho superata” mi dico tutta contenta. E con la stessa sicurezza con cui lo penso, alcune persone mi riconducono nuovamente a uno stato di idiozia nervosa. È inutile ripetermi che probabilmente anche il giovane Mac è timidissimo e proprio a causa della sua


timidezza sfoggia quella armatura difensiva; di fatto, di fronte ai suoi modi freddamente superiori, al suo cortese levar di sopracciglia, alla sua misurata attenzione a discorsi che capisco immeritevoli di ascolto, perdo sempre più vigore e mi ritrovo a dire cose che, me ne rendo pienamente conto, non sono altro che complete sciocchezze. Verso la fine del pranzo Mac mi infligge un rimprovero. «È certa» mi dice, cortese, di rimando a una mia disperata affermazione sul corno da caccia «che sia così?» Ha, è naturale, perfettamente ragione. Non è così. Dopo mangiato, Max mi chiede cosa penso di Mac. Gli rispondo cautamente che mi pare di poche parole. È una cosa eccellente, dice Max. Non ho idea, continua, di quanto sia intollerabile ritrovarsi nel deserto con uno che non smette di chiacchierare! «E l’ho scelto proprio perché mi è sembrato un tipo riservato.» Ammetto che c’è del vero. Max prosegue dicendo che probabilmente è un timido, ma che presto si aprirà. «Con ogni probabilità sei tu che lo spaventi» aggiunge affabilmente. Rifletto a questo pensiero incoraggiante; ma non mi convince. A ogni modo, provo a impartirmi un piccolo trattamento mentale. Prima di tutto, mi dico, sei abbastanza anziana da potergli essere madre. Inoltre, sei una scrittrice – una scrittrice ben nota. Diamine, il nome di uno dei tuoi personaggi era perfino la chiave della soluzione in una delle parole crociate del «Times» (Oh, apice della fama!). E, ancora di più, sei la moglie del Capo della Spedizione! Andiamo, se qualcuno deve snobbare qualcun altro, sei tu che snobberai il giovanotto, non lui te. Più tardi, decidiamo di andare a prendere un tè; e sono io che vado alla camera di Mac per invitarlo a venire con noi. Sono decisa a comportarmi con naturalezza e amichevolmente. La stanza è incredibilmente in ordine e trovo Mac seduto su una coperta da viaggio ripiegata intento a scrivere il diario. Mi guarda con aria cortesemente interrogativa. «Le va di scendere per un tè?» Mac si alza. «Grazie!» «E dopo, immagino le piacerebbe andare a dare un’occhiata alla città» suggerisco. «È divertente gironzolare in un posto nuovo.» Mac inarca le sopracciglia e dice con freddezza: «Sì?». Piuttosto avvilita, faccio strada verso la sala dove ci attende Max. Mac consuma un generoso tè in felice silenzio. Max prende il suo lì con noi ma con la testa grosso modo intorno al 4000 a.C. Si risveglia dalle sue fantasticherie di colpo, non appena terminato di mangiare l’ultimo pezzo di torta, e propone di andare a vedere come procedono le cose col nostro camion. Ed eccolo qua: telaio Ford sul quale viene montata una carrozzeria indigena. Abbiamo dovuto ripiegare su questa scelta perché non ci è stato possibile trovarne uno di seconda mano in buone condizioni. La carrozzeria ha un aspetto decisamente ottimistico, tipo “Inshallah”, e tutto l’insieme si mostra grave e solenne, cioè sospetto, troppo buono per essere vero. Max è un po’ preoccupato dal ritardo di Hamoudi, che avremmo già dovuto trovare a Beirut. Mac disdegna l’invito a andare a visitare la città e se ne torna in camera per risedersi sulla sua coperta da viaggio a scrivere nel diario. Da parte mia, interessate speculazioni in merito a ciò ch’egli verga nel suo diario. Un risveglio mattiniero. Alle cinque del mattino si apre la porta della camera e una voce in arabo ci


annuncia: «È arrivato il vostro caposquadra!». Hamoudi e i suoi due figli irrompono nella stanza travolgendoci col magico calore che li contraddistingue. Ci afferrano le mani e se le premono sulla fronte. «Shlon kefek?» (“State bene?”) «Kullish zen.» (“Molto bene.”) «El hamdu lillah! Eh hamdu lillah!» (“Sia lodato il Signore!”) Dissolte le nebbie del sonno, ordiniamo il tè mentre Hamoudi e i suoi figli si accovacciano comodamente sul pavimento e prendono a conversare con Max. La barriera linguistica mi esclude dalla conversazione. Ho già usato tutto l’arabo che conosco. Ho un gran desiderio di rimettermi a dormire e avrei preferito che la famiglia Hamoudi avesse posposto i suoi saluti fino a un’ora più opportuna. Tuttavia, comprendo che per loro questo modo di presentarsi è la cosa più naturale del mondo. Il tè scaccia l’ultimo indugiare del sonno e Hamoudi mi rivolge più volte la parola e io gli rispondo, nell’un caso come nell’altro tramite la traduzione di Max. Tutti e tre sono raggianti di gioia e io mi rendo conto, una volta di più, che gente meravigliosa siano. I preparativi fervono. Acquisto di scorte; ingaggio di un autista e di un cuoco; visite al Service des Antiquités; un pranzo delizioso con M. Seyring, il direttore, e la sua affascinante moglie. Nessuno potrebbe comportarsi altrettanto gentilmente e, sia detto incidentalmente, il pranzo è squisito. Contrariamente all’opinione dei doganieri turchi, che ho troppe paia di scarpe, procedo ad acquistarne ancora! È una bellezza comprare scarpe a Beirut. Se la tua misura non è disponibile, te le fanno in un paio di giorni, di buona pelle e perfettamente calzanti. Devo confessare che comprare scarpe è una mia debolezza. Non so come farò a tornarmene a casa riattraversando la Turchia! Vagabondiamo per i quartieri arabi e acquistiamo diversi metri di un interessante tessuto: una specie di grossa seta bianca, ricamata con filo dorato o azzurro scuro. Acquistiamo degli abas di seta che spediremo a casa per regalo. Max è affascinato dalla varietà delle forme e dei tipi di pane. Chiunque abbia sangue francese nelle vene ama il buon pane. Per un francese il pane ha più significato di qualsiasi altro genere di alimento. Ho sentito dire, con profonda e accorata pietà, da un ufficiale dei Services Spéciaux di un collega in uno sperduto posto di frontiera: «Ce pauvre garçon! Il n’a même pas de pain là-bas, seulement la galette kurde!». Intratteniamo anche lunghi e complicati rapporti con la banca. Sono impressionata, come mi accade sempre in Oriente, dalla riluttanza delle banche a compiere qualsivoglia operazione. Tutti sono cortesi, affabili ma ansiosi di evitare ogni reale transazione. «Oui, oui!» mormorano con comprensione. «Écrivez une lettre!» E ritornano nella loro calma con un sospiro di sollievo al pensiero di aver ancora rimandato una qualsiasi azione. E quando, riluttanti, vi sono costretti, si vendicano col complesso sistema dei timbres. Ogni documento, ogni assegno, ogni e qualsiasi operazione bancaria, subisce ritardi e complicazioni con la richiesta di «les timbres». Si assiste al continuato stillicidio di piccole somme. E quando pensate che ogni cosa sia finalmente a posto, ecco un ulteriore ritardo! «Et deux francs cinquante centimes pour les timbres, s’il vous plaît.» Ciò nonostante, alla fine le operazioni vanno in porto, tra innumerevoli lettere e un incredibile numero di bolli. Con un sospiro di sollievo, l’impiegato della banca vede finalmente la possibilità di sbarazzarsi definitivamente di noi. Mentre usciamo dalla banca, lo udiamo dire con fermezza a un altro importuno cliente: «Écrivez une lettre, s’il vous plaît». Restano ancora da assumere l’autista e il cuoco. Il problema dell’autista è risolto per primo. Giunge Hamoudi raggiante per informarci che siamo fortunati: ci ha procurato un eccellente autista. E come è riuscito Hamoudi, chiede Max, a scovare questo tesoro?


Molto semplicemente. Se ne stava sul lungomare. E poiché era da un po’ senza lavoro e in stato di assoluto bisogno, ha accettato una paga molto conveniente. E così, per giunta, ci abbiamo anche risparmiato! Ma come facciamo a sapere se si tratta di un buon autista? Hamoudi respinge una simile questione. Un fornaio è un uomo che mette il pane dentro il forno e lo cuoce. Un autista è un uomo che tira fuori l’auto e la guida! Max, senza eccessivo entusiasmo, è d’accordo, in mancanza di meglio, nell’assumere Abdullah, che viene convocato per un colloquio. Rassomiglia in modo impressionante a un cammello; Max sospirando dice che, in ogni caso, gli pare stupido, il che è sempre una garanzia. Gli chiedo perché e Max mi spiega che per essere disonesto non è sufficientemente intelligente. Il nostro ultimo pomeriggio a Beirut lo passiamo nella zona del Fiume del Cane, il Nahr el Kelb. Là, in una gola boscosa dell’interno, c’è un posticino dove puoi ristorarti con un caffè e quindi piacevolmente andartene a zonzo per un ombroso sentiero. Ma l’autentica attrattiva del Nahr el Kelb risiede nelle iscrizioni incise nella roccia lungo un viottolo che conduce a un valico col Libano. Qui, durante innumerevoli guerre, gli eserciti hanno marciato e lasciato le loro tracce. Vi si leggono geroglifici egizi, dell’epoca di Ramsete II, assieme alle spacconate delle armate assire e babilonesi. Vi è raffigurato Tiglatpileser I, e Sennacherib vi ha lasciato un’iscrizione nel 701 a.C. C’è la testimonianza del passaggio di Alessandro. Esarhaddon e Nebuchadrezzar vi commemorarono le loro vittorie e, infine, accanto a queste antichità, l’esercito di Allenby nel 1917 vi ha inciso nomi e iniziali. Non mi stanco mai di guardare questa superficie di roccia scritta: qui la storia si fa manifesta… Sono così rapita da far osservare entusiasticamente a Mac che questo spettacolo è veramente elettrizzante, non lo pensa anche lui? Mac solleva le sue educate sopracciglia e dice, con un tono di voce del tutto neutro, che sì, naturalmente, è molto interessante… L’arrivo e il caricamento del nostro camion è un altro motivo di eccitazione. Per l’eccessivo carico nella parte superiore il camion ondeggia e si sbilancia ma, nondimeno, conserva un’aria dignitosa – in verità, maestosa – tanto da meritarsi prontamente l’appellativo di “Queen Mary”. Oltre alla Queen Mary prendiamo in affitto un “taxi”, una Citroën condotta da un affabile armeno di nome Aristide. Assumiamo un cuoco (’Isa) dall’aria melanconica, le cui referenze sono così buone da rendersi altamente sospette. E finalmente, il grande giorno arriva; e noi sette – Max, Hamoudi, io, Mac, Abdullah, Aristide e ’Isa – ci disponiamo a condividere nel bene come nel male i prossimi tre mesi. Ed ecco la prima scoperta: Adbullah è assolutamente il peggior guidatore che si possa immaginare; la seconda è che il cuoco è un cuoco assai scadente; la terza è che Aristide guida bene ma il suo taxi è in condizioni incredibilmente cattive! Lasciamo Beirut per la strada costiera. Passiamo il Nahr el Kelb e proseguiamo lasciandoci il mare a sinistra. Superiamo piccoli gruppi di bianche case, incantevoli baiette sabbiose e calette incastrate tra la scogliera. Vorrei fermarmi e fare il bagno ma ci siamo appena messi in marcia per la nostra impresa. Presto, troppo presto, piegheremo dal mare verso l’interno e poi, per mesi, non rivedremo più il mare. Aristide, secondo il costume siriano, suona incessantemente il clacson. Ci segue la Queen Mary, che s’inclina, si piega, beccheggia, per il gran peso sul tetto, come una nave in mezzo alle onde. Superiamo Babilonia; e adesso i gruppetti di bianche case diminuiscono, diradano. Alla nostra destra è la parete di roccia delle colline. E infine deviamo verso l’interno sulla strada per Homs.


C’è un buon albergo a Homs – un albergo molto bello, ci ha detto Hamoudi. La grandiosità dell’albergo si rivela concentrata soprattutto nella costruzione stessa. Spaziosa, con immensi corridoi di pietra. È l’impianto idraulico, ahimè, che non funziona molto bene! E per quanto riguarda il comfort le vaste camere da letto offrono assai poco. Contemplo le nostre con spirito riverente e poi, Max e io, usciamo per andare a visitare la città. Mac, scopriamo, è in camera sua, seduto sulla sponda del letto, con accanto la coperta da viaggio piegata, intento a scrivere il diario. (Ma cosa ci scriverà? Non manifesta il minimo entusiasmo di dare un’occhiata a Homs.) E forse ha ragione, perché non c’è da vedere granché. Consumiamo una cena pseudo-europea malamente cucinata e andiamo a dormire. Fino a ieri abbiamo viaggiato dentro i confini della civiltà. Oggi, di colpo, ce la lasciamo alle spalle. Nel giro di un paio d’ore non si vede più una macchia di verde. Dappertutto si stende una bruna desolazione sabbiosa. La pista è incerta. Talvolta, a rari intervalli, incrociamo un camion, che compare all’improvviso dal nulla. Fa molto caldo. Un po’ per il caldo e per l’irregolarità della pista e un po’ per l’inclemenza dei sobbalzi del taxi e per la polvere che inghiotti e che ti secca e indurisce la pelle del viso, cado preda di un terribile mal di capo. C’è qualcosa di pauroso e tuttavia di affascinante in questo vasto mondo privo di ogni vegetazione. Non è piatto come il deserto tra Damasco e Bagdad. Tutt’altro, è un continuo su e giù. Ti fa sentire come se fossi divenuta un granello di sabbia tra quelli innumerevoli dei castelli che da bambina costruivi sulla spiaggia. E poi, dopo sette ore di caldo e di monotono e desolato mondo: Palmira! Io credo che il fascino di Palmira consista in questo: la sua snella, vellutata bellezza si eleva fantastica nel mezzo del bollore della sabbia. È leggiadra, favolosa e incredibile come le artificiose impossibilità dei sogni. Corti e templi e rovinate colonne… Non sono mai riuscita a stabilire cosa realmente penso di Palmira. Per me conserva sempre l’onirica proprietà della prima visione. Il mal di testa e gli occhi doloranti me la fanno apparire ancor più come un’illusione causata dalla febbre! Non è – non può essere – vera! Ma, d’un tratto, eccoci in mezzo alla gente – una folla di allegri turisti francesi, che ridono e chiacchierano e fotografano. Ci arrestiamo dinnanzi a un bell’edificio: l’albergo. Max mi avverte in fretta: «Non devi preoccuparti dell’odore. Ci vuole un po’ per abituarcisi». Di sicuro! L’interno dell’hotel è attraente, sistemato con autentico gusto. Ma in camera l’odore di acqua stagnante è molto forte. «È un odore sanissimo» mi garantisce Max. E l’anziano e fascinoso gentiluomo che, intuisco, è il proprietario dell’albergo conferma con grande enfasi: «Mauvaise odeur, oui! Malsaine, non!» Ecco fatto! Ma, in ogni modo, non ha importanza. Prendo un’aspirina, bevo un tè e mi sdraio sul letto. Più tardi, dico, andrò a fare un giretto. Per adesso non desidero altro che l’oscurità della camera e il riposo. Dentro di me sono un po’ sbigottita. Sto diventando un cattivo viaggiatore? Io, che ho sempre amato i viaggi in auto? Comunque, un’ora più tardi mi alzo perfettamente in forma e con una gran voglia di vedere tutto quello che c’è da vedere. Persino Mac, per una volta, acconsente a essere strappato dal suo diario.


Si esce per trascorrere un delizioso pomeriggio. Quando ci troviamo nel punto più distante dall’hôtel c’imbattiamo nel gruppo dei gitanti francesi. Sono in difficoltà. Una delle signore, che calza, come tutte le altre, scarpe col tacco alto, ha perduto un tacco e si trova nell’impossibilità di coprire a piedi la distanza che la separa dall’hôtel. A quanto risulta, sono arrivati fin lì in taxi e il taxi si è guastato. Gli gettiamo un’occhiata. In questo paese sembra non esista che un solo tipo di taxi. Si tratta di un veicolo identico al nostro: la stessa tappezzeria rovinata e lo stesso aspetto generale di starsene su a furia di spago. L’autista, un siriano alto e dinoccolato, armeggia con aria sconsolata dentro il cofano. Scuote il capo. La comitiva francese c’informa di tutto. Sono arrivati qui ieri con l’aereo e ripartiranno domani con lo stesso mezzo. All’hôtel avevano preso a nolo il taxi per il pomeriggio e adesso è andato. Che farà la povera signora? «Impossible de marcher, n’est-ce pas, avec un soulier seulement.» Ci sprechiamo nel partecipargli la nostra comprensione e Max galantemente mette a disposizione il nostro taxi. Tornerà all’albergo e lo farà condurre fin qui. Con un paio di viaggi ci riporterà tutti indietro. La proposta è accolta con acclamazioni e gran profusione di ringraziamenti: Max va. Mentre io faccio conoscenza con le signore del gruppo, Mac si ritira dietro un impenetrabile muro di riserbo. Emette un arido “Oui” o “Non” in risposta a qualsiasi tentativo di conversazione ed è ben presto pietosamente lasciato perdere. Le signore dimostrano un affascinato interesse per i nostri spostamenti. «Ah, Madame, vous faites le camping?» Sono affascinata e stupita. Le camping! Definisce in modo inequivocabile la nostra avventura un passatempo! Come dev’essere simpatico, fa un’altra signora, fare le camping. Sì, dico io, molto simpatico. Trascorre del tempo; si chiacchiera e si ride. Improvvisamente e con mia grande sorpresa, rollando e sobbalzando vedo avanzarsi la Queen Mary. Max, con uno sguardo feroce, è al volante. Gli chiedo perché non ha preso il taxi. «Perché» mi risponde furiosamente «il taxi è già qui.» E punta drammaticamente il dito su quel veicolo senza cuore, nelle cui viscere lo smilzo siriano sta ancora ottimisticamente frugando. Segue un coro di esclamazioni di sorpresa e io capisco perché l’auto mi era parsa così familiare! «Ma» si duole la signora senza tacco «è l’auto che abbiamo noleggiato all’albergo.» Comunque sia, chiarisce Max, si tratta del nostro taxi. Il tentativo di Max per ottenere spiegazioni da Aristide ha effetti pietosi. Nessuna delle due parti comprende i reciproci punti di vista. «Non ho affittato io per tre mesi il tuo taxi?» chiede Max. «E devi cederlo ad altri, alle spalle mie, in questo modo vergognoso?» «Ma» ribatte Aristide, l’innocenza oltraggiata in persona «lei stesso non mi ha forse detto che non l’avrebbe adoprato questo pomeriggio? Allora, ecco, mi si è presentata l’occasione di guadagnare un piccolo extra. Mi sono messo d’accordo con un amico perché conducesse lui la comitiva in giro per Palmira. Quindi, che male le ho fatto, visto che la macchina non le serviva?» «Mi hai danneggiato,» replica Max «dal momento che, in primo luogo, questo non rientrava nei nostri accordi e, secondo, l’auto adesso dev’essere riparata e con ogni probabilità domani non potremo ripartire!» «In quanto a questo,» dice Aristide «non s’inquieti. Io e il mio amico staremo in piedi tutta la notte, se necessario!»


Max replica brevemente che sarebbe meglio lo facessero. E, com’era prevedibile, il mattino seguente, il fedele taxi ci attende dinnanzi alla porta dell’albergo, con un Aristide sorridente (e ancora non convinto del suo errore) al volante. Siamo arrivati a Der-ez-Zor, sull’Eufrate. Fa molto caldo. La città è maleodorante e non è attraente. Poiché non esistono alberghi adatti agli europei, gentilmente i Services Spéciaux ci forniscono alcune stanze, dalle quali si gode una bella vista sul cupo fluire del grande fiume. L’ufficiale francese premurosamente s’informa sulla mia salute e si augura che l’aver viaggiato sotto la calura non abbia rappresentato per me uno sforzo troppo grave. «Madame Jacquot, la moglie del nostro generale, quando arrivò qui era complètement knock out.» L’espressione mi piace. Spero, a mia volta, di non ritrovarmi complètement knock out per la fine del viaggio! Acquistiamo verdura e una gran quantità di uova; poi, con la Queen Mary piena fino al punto di piegare le balestre, si parte, questa volta per iniziare il sopralluogo vero e proprio. Busaira! Qui c’è una stazione di polizia. È un posto sul quale Max nutre grandi speranze, dal momento che si trova alla congiunzione dell’Eufrate con l’Habur. Il Circesium romano è sull’altra riva. In realtà, Busaira si rivela deludente. Non ci sono tracce di nessun insediamento antico, a eccezione di quello di epoca romana, che è trattato con l’appropriato disgusto. «Min ziman er Rum» dice Hamoudi, scuotendo la testa nauseato, mentre io gli faccio rispettosamente eco. Perché, dal nostro punto di vista, i romani sono inguaribilmente moderni: bambini del passato. Il nostro interesse si sveglia intorno al II millennio a.C., con le movimentate vicende degli Ittiti; e, in particolare, vogliamo scoprire qualcosa di più sulla dinastia militare dei Mitanni, truppe mercenarie delle quali ben poco si conosce, se non che qui si stanziarono e fiorirono ed ebbero la loro capitale, Washshukkanni, che dev’essere ancora identificata. Una casta dominante di guerrieri, quindi, che impose il proprio potere sull’intero territorio, che ebbe legami matrimoniali con la casa reale egiziana e che fu, a quanto sembra, formata da ottimi cavalieri, come possiamo dedurre da un trattato sulla cura e l’addestramento del cavallo ritenuto opera di un certo Kikkouli, un mitanno. E, naturalmente, da quel periodo vogliamo risalire ancor più indietro, nelle incerte ere preistoriche, un’epoca priva di testimonianze scritte, della quale restano soltanto vasi, tracciati di case, amuleti, ornamenti, perline, muta testimonianza dell’esistenza di quella gente. Lasciamo la deludente Busaira per Meyadin, più a sud anche se Max non vi ripone molte speranze. Dopo Meyadin attaccheremo la riva sinistra del fiume Habur in direzione nord. È a Busaira che per la prima volta ho visto l’Habur, rimasto così a lungo per me soltanto un nome, anche se un nome ripetutamente ricordato da Max. «L’Habur: ecco il posto giusto. Centinaia di Tell!» Prosegue: «E se non troviamo ciò che vogliamo lungo il corso dell’Habur, lo troveremo sullo Jaghjagha!». «E cos’è lo Jaghjagha?» chiedo io, la prima volta che lo sento nominare. Mi sembra un nome assolutamente fantastico! Max gentilmente mi risponde che immagina non lo abbia mai sentito? Come un buon numero di persone, ammette. Mi dichiaro colpevole e aggiungo che non avevo mai neppure sentito nominare l’Habur, fintanto che lui non me ne aveva parlato. Questo lo sorprende. «Non sapevi» dice, meravigliandosi della mia incredibile ignoranza «che Tell Halaf è sull’Habur?» La sua voce quando parla di quel posto famoso per i rinvenimenti di vasellame preistorico si abbassa


con reverenza. Scuoto la testa in segno di diniego ed evito di confermargli che se non mi fosse capitato di sposarlo probabilmente non avrei mai sentito parlare di Tell Halaf! Spiegare agli altri i posti dove avvengono gli scavi è cosa che comporta sempre un bel mucchio di difficoltà. La mia prima risposta usualmente si riassume in una parola: «Siria». «Oh!» esclama la media degli interroganti, già leggermente sconcertata. Sulla fronte appare una ruga. «Sì, certo, la Siria…», si risvegliano bibliche memorie. «Fammi capire, è la Palestina, giusto?» «È vicino alla Palestina» dico incoraggiante. «Sai, un po’ più su lungo la costa.» Ma la cosa, in realtà, non è d’aiuto, perché la Palestina, essendo usualmente connessa con la storia biblica e con le prediche domenicali, piuttosto che con un luogo geografico, richiama associazioni puramente letterarie e religiose. «Non riesco proprio a figurarmela» la ruga si approfondisce. «Da che parte scavate, voglio dire, vicino a quale città?» «Vicino a nessuna città. Vicino al confine tra l’Irak e la Turchia.» A questo punto un’espressione di disperazione balena sui volti degli amici. «Ma di certo, dovete essere vicini a una qualche città!» «Aleppo,» dico «a circa duecento miglia.» Sospirano e lasciano cadere l’argomento. Ma poi, illuminandosi, chiedono che cosa mangiamo. «Solo datteri, immagino.» Quando spiego che disponiamo di carne di montone, polli, uova, riso, fagioli, melanzane, cetrioli, arance di stagione e banane, mi guardano con riprovazione. «Non direi che sia stata dura» è la risposta. A Meyadin inizia le camping. Nel mezzo di un ampio recinto, o caravanserraglio, per me viene sistemata una sedia, sulla quale mi accomodo grandiosamente, mentre Max, Mac, Aristide, Hamoudi e Abdullah si affannano a montare le tende. Senza dubbio godo di una posizione privilegiata. Lo spettacolo è sommamente divertente. Dal deserto soffia un forte vento, che non è certo d’aiuto, e che trasforma l’operazione in un’impresa e fa apparire tutti dei novellini. Invocazioni alla compassione e alla pietà di Dio si levano da Abdullah; richieste di assistenza ai santi dall’armeno Aristide; grida selvagge d’incoraggiamento e pazze risate da Hamoudi; furiose imprecazioni da Max. Soltanto Mac lavora in silenzio, anche se persino lui talvolta borbotta sommessamente qualche parola. Infine, tutto è pronto. Le tende risultano un po’ inclinate, un po’ fuori centro, ma stanno in piedi. Tutti indistintamente inveiamo contro il cuoco che, invece di incominciare a preparare da mangiare, si è messo a godersi lo spettacolo. In ogni modo, abbiamo delle utili scatolette, che apriamo; si fa il tè; e adesso, mentre il sole tramonta e cessa il vento e la temperatura si abbassa subitaneamente, ce ne andiamo a letto. È la prima volta che mi provo a entrare in un sacco a pelo. Sono necessari gli sforzi concentrati di Max e i miei; ma, una volta dentro, mi sento d’incanto a mio agio. Quando vado all’estero porto sempre con me un morbido guanciale di piuma: per me segna la linea di separazione tra la comodità e il tormento. Dico a Max tutta contenta: «Credo che mi piacerà dormire in tenda!». Poi mi si presenta improvviso un pensiero. «Non pensi, dimmi, che durante la notte ratti, topi o qualcos’altro mi passeranno sopra mentre dormo?»


«Contaci» fa Max allegramente mezzo addormentato. Il sonno mi coglie mentre tento di mandar giù questo pensiero. Mi risveglio alle cinque del mattino: si leva il sole, è tempo di alzarsi e di iniziare una nuova giornata. I tumuli negli immediati dintorni di Meyadin sono privi di interesse. «Romane!» mormora Max con disgusto. Nessuna altra parola esprimerebbe altrettanto disprezzo. Reprimo qualsiasi residuo sentimento che posso coltivare sul fatto che i romani erano un popolo piuttosto interessante e faccio eco al tono della sua voce: «Romane» e mollo un frammento del disprezzato vasellame. «Min ziman… er Rum» ripete Hamoudi. Nel pomeriggio andiamo a Dovra a visitare gli scavi americani. È una visita piacevole e sono tutti molto gentili. Tuttavia dimostro poco interesse per i reperti e provo una certa difficoltà nel seguire o nel prender parte alla conversazione. Le difficoltà che hanno incontrato per assumere gli operai sono divertenti. In questa sperduta parte del mondo, il lavoro salariato è un’idea completamente nuova. La spedizione ha dovuto affrontare netti rifiuti o l’incomprensione. Trovandosi in difficoltà si sono appellati alle autorità militari francesi. Con pronto ed efficace effetto, i francesi hanno arrestato duecento persone o, in ogni caso, il numero di persone necessario, e le hanno mandate a lavorare per gli americani. I prigionieri erano garbati, di ottimo umore e parevano contenti di lavorare. Gli venne detto di ripresentarsi il giorno seguente, ma senza alcun esito. Nuovamente si ricorse all’aiuto francese e nuovamente gli operai furono arrestati. Di nuovo gli uomini lavorarono con evidente piacere. Ma ancora una volta non fecero ritorno e ancora una volta si ricorse ai militari. Infine la questione fu chiarita. «Non vi piace lavorare per noi?» «Sì, certo, perché no? A casa non abbiamo niente da fare.» «Allora, perché non venite tutti i giorni?» «Desideriamo venire, ma naturalmente dobbiamo attendere che gli ’asker (soldati) vengano a prenderci. Se si può dirlo, siamo molto offesi quando non vengono ad arrestarci! È il loro dovere!» «Ma noi vogliamo che lavoriate per noi senza che gli ’asker vi arrestino!» «Questa è proprio una stramba idea!» Alla fine della prima settimana ricevettero la paga, cosa che pose il sigillo definitivo sulle loro perplessità. Dissero che veramente non riuscivano a comprendere il comportamento degli stranieri. «Qui chi comanda sono gli ’asker francesi. Ovviamente, è loro diritto arrestarci e metterci in prigione o mandarci a scavare la sabbia per voi. Ma perché ci pagate? A che serve il denaro? Non ha senso!» Comunque, alla fine quella strana usanza occidentale venne accettata, malgrado gli scrollamenti di testa e i mugugni. Una volta la settimana ricevevano il denaro. Ma un vago malanimo nei riguardi degli ’asker permaneva. Il compito degli ’asker era quello di arrestarli ogni giorno! Sia vero o no, questa storia è proprio bella! Vorrei soltanto sentirmi un po’ più presente. Che cosa mi succede? Quando faccio ritorno al campo la testa mi gira. Mi misuro la temperatura: ho più di 39! Inoltre, mi duole la vita e mi sento estremamente prostrata. Sono molto contenta di farcela a infilarmi nel sacco a pelo evitando il penoso impegno della cena. Stamattina Max ha l’aria preoccupata. Mi chiede come mi sento. Gemo e dico: «Come morta!». È ancora più preoccupato. Mi domanda se mi sento veramente male. Lo rassicuro. Ho quel che in Egitto si dice uno stomaco da Egitto e a Bagdad uno stomaco da


Bagdad. Non è una cosa divertente quando sei nel mezzo del deserto. Max non può lasciarmi qui da sola e, in ogni modo, all’interno della tenda la temperatura diurna è intorno ai 55°! Il sopralluogo deve proseguire. Mi rannicchio dentro l’auto e a causa della febbre tutto ondeggia fantasticamente. Ogni volta che raggiungiamo un tumulo, scendo e mi sdraio in quel po’ d’ombra che l’altezza della Queen Mary riesce a gettare, mentre Max e Mac scarpinano qua e là esaminando il terreno. A dire il vero, i quattro giorni successivi sono un continuo e inesorabile inferno! A questo proposito mi sembra particolarmente adatta una delle storie che Hamoudi ama raccontare. Quella della bella moglie del sultano, che il sultano aveva rapito e che si lamentava giorno e notte con Allah perché non aveva compagnia ed era sola nel deserto. «E alla fine Allah, stanco delle sue lagne, le inviò compagnia. Le inviò le mosche!» Sto nutrendo un’antipatia speciale nei confronti dell’avvenente signora che scatenò l’ira di Allah! Per tutto il giorno nubi di mosche vanificano qualsiasi tentativo di riposo. Mi pento amaramente di aver voluto seguire la spedizione ma mi sforzo di non farlo capire. Dopo quattro giorni, con null’altro che tè leggero senza latte, d’improvviso mi riprendo. La vita torna a sorridermi. Divoro un pasto colossale a base di riso e verdure stufate annegate nel condimento. Mi pare la cosa più deliziosa che abbia mai mangiato! Mi arrampico sul tumulo ai cui piedi siamo attendati: Tell Suwar, sulla riva sinistra dell’Habur. Intorno non c’è niente, non un villaggio, non un’abitazione, neppure la tenda di un beduino. In alto nel cielo la luna; sotto serpeggia l’Habur tracciando grandi curve a forma di S. L’aria della notte odora di fresco dopo la calura diurna. «Che bella collinetta! Non la scaviamo?» faccio io. Max scrolla la testa tristemente e pronuncia la fatale parola. «Romana.» «Che peccato. È un posticino così carino.» «Te l’avevo detto che la zona adatta era quella dell’Habur! Ci sono Tell lungo tutto il suo percorso e su entrambe le rive.» Non ho potuto interessarmi ai Tell per diversi giorni, ma apprendo con piacere di aver perso ben poco. «Sei sicuro che qui non ci sia nulla di quanto cerchiamo?» gli chiedo con ansia. Mi sono incapricciata di Tell Suwar. «Sì, naturalmente c’è; ma sottoterra. Dovremmo scavare e scavare sotto lo strato di epoca romana. Abbiamo di meglio da fare.» Sospiro e mormoro: «È tutto così calmo, così riposante qui, non c’è anima viva». In quel preciso momento un uomo vecchissimo si materializza dal nulla. Da dove viene? Con grande lentezza sale il crinale della collinetta. Ha una foltissima barba bianca e tutto il suo aspetto emana un’inesprimibile dignità. Saluta educatamente Max. «Come va?» «Bene. E lei?» «Bene.» «Sia lodato Iddio!» «Iddio sia lodato!» Si siede accanto a noi. Segue un lungo silenzio. Quel cortese silenzio che scaturisce dalle buone maniere e che è un autentico balsamo alla frenesia del mondo occidentale. Infine il vecchio chiede a Max come si chiama. Max glielo dice. Il vecchio riflette. «Milwan,» ripete «Milwan… com’è lieve! Com’è luminoso! Com’è bello!» Siede con noi ancora per un po’. Poi, con la stessa calma con la quale è comparso, si allontana. Non lo vedremo mai più.


Adesso che mi sono rimessa in salute, comincio veramente a godermela. Si parte ogni mattina alle prime luci dell’alba, passiamo in rassegna tutti i tumuli che via via incontriamo, li scaliamo percorrendoli torno torno e raccogliendo ogni frammento di vasellame. Una volta sulle sommità, si esamina il materiale che ciascuno ha trovato; Max conserva i campioni utili etichettandoli e riunendoli in sacchetti di lino. Tra noi si scatenano vere e proprie competizioni per riuscire a trovare il pezzo migliore della giornata. Sto cominciando a capire perché gli archeologi hanno l’abitudine di camminare con lo sguardo a terra. Temo che presto anch’io mi scorderò delle altre direzioni e camminerò guardando in basso, come se soltanto per terra ogni interesse si concentrasse. Come già più volte mi è capitato, sono colpita dalle differenze fondamentali che intercorrono tra le razze. Ad esempio, non c’è nulla di più totalmente diverso dall’atteggiamento verso il denaro dei nostri due autisti. È quasi impossibile che passi giorno senza che Abdullah strepiti per ottenere un aumento. Se gli avessimo dato retta avrebbe voluto l’intero stipendio in anticipo, che avrebbe, immagino proprio, dissipato in meno di una settimana. Con la prodigalità araba lo avrebbe nel giro di pochi giorni scialacquato nei bar. Che figurone! Si sarebbe “fatto una reputazione”. Aristide, l’armeno, dimostra invece la più grande riluttanza a riscuotere un solo penny del suo salario. «Lo terrà lei per me, khwaja, finché il lavoro non sarà terminato. Se avrò bisogno di denaro per qualche spesuccia glielo chiederò.» Finora ha chiesto soltanto quattro pence per comperarsi un paio di calzini! Ultimamente si è fatto crescere una barbetta che lo fa rassomigliare perfettamente a un personaggio biblico. Non radersi, spiega, è più economico. Si risparmia il denaro della lama. E qua in mezzo al deserto non è poi sconveniente. Al termine del viaggio, Abdullah sarà di nuovo senza un soldo e, poco ma sicuro, tornerà ad abbellire il lungomare di Beirut, attendendo con fatalismo arabo che la misericordia divina gli procuri un altro lavoro. Aristide si ritroverà col denaro guadagnato pressoché intatto. «E che ne farai?» gli chiede Max. «Servirà per comprare un taxi migliore.» «E quando lo avrai?» «Allora, guadagnerò di più e avrò due taxi.» Posso con tutta facilità immaginarmi di tornare in Siria tra una ventina d’anni e di trovare che Aristide è diventato il ricchissimo proprietario di un enorme garage che abita una grande casa di Beirut. E anche allora, oso dire, eviterà di radersi quando andrà nel deserto per risparmiare il costo di una lama. Eppure Aristide non è cresciuto con la sua gente. Un giorno, vediamo passare alcuni beduini che lo salutano, e lui risponde e li saluta e li chiama affettuosamente. «Era la tribù degli Anaizah, alla quale appartengo» dice. «Come sarebbe?» chiede Max. Ed ecco che Aristide, con la sua voce lieta e gentile, col suo spontaneo sorriso, ci racconta la storia. La storia di un ragazzino di sette anni, che con la sua famiglia e assieme ad altre famiglie armene, fu dai turchi gettato vivo in una profonda fossa. Furono ricoperti di catrame a cui fu appiccato il fuoco. Suo padre, sua madre, due fratelli e due sorelle morirono arsi vivi. Lui, che era rimasto sotto tutti gli altri, era ancora vivo quando i turchi si allontanarono. Venne più tardi ritrovato da un gruppo di arabi Anaizah, che lo presero con sé e lo allevarono nella loro tribù. Crebbe come un arabo, vagabondando al seguito delle mandrie al pascolo. Ma raggiunti i diciotto anni si recò a Mosul dove chiese le carte che


attestavano la sua nazionalità. Era un armeno, non un arabo! Ma il legame di fratellanza non si spezzò e ancora oggi per i membri della tribù Anaizah è uno di loro. Hamoudi e Max stanno molto bene assieme. Ridono e cantano e si raccontano storielle, delle quali, quando l’ilarità è particolarmente forte, chiedo la traduzione. Ci sono momenti in cui sono invidiosa della loro allegria. Mac e io continuiamo invece a essere separati da un’insormontabile barriera. Sediamo accanto in silenzio sui sedili posteriori dell’auto. Qualsiasi osservazione io faccia è da Mac gravemente considerata e conseguentemente confutata. Non ho mai riscosso un così basso successo sociale! Mac, d’altro canto, sembra assolutamente felice. Da lui emana un senso di perfetta autosufficienza che non posso fare a meno di ammirare. Comunque sia, quando a notte, avvolta nel mio sacco a pelo nell’intimità della nostra tenda, parlo con Max degli avvenimenti della giornata, strenuamente ribadisco che il comportamento di Mac non è per nulla umano! Quando Mac si sbilancia con un commento originale è di solito di natura deprimente. Le critiche negative paiono procurargli una cupa soddisfazione. Oggi sono preoccupata per la crescente precarietà delle mie facoltà deambulatorie. Curiosamente, i miei piedi non sembrano andare d’accordo: ho una decisa tendenza a sbandare a sinistra. Sono disorientata. Che sia, mi chiedo spaventata, il primo sintomo di una qualche malattia tropicale? Domando a Max se ha notato che non riesco a camminare diritta. «Ma tu non bevi» mi risponde. «Dio solo lo sa» aggiunge con tono di rimprovero «se ce l’ho messa tutta per spuntarla.» Questo introduce un altro e controverso argomento. Ciascuno di noi lotta tutta la vita contro qualche sfortunata incapacità. La mia è quella di non riuscire ad apprezzare né l’alcool né il tabacco. Se soltanto potessi mettermi nell’ordine di idee di disapprovare questi indispensabili prodotti, il rispetto per me stessa sarebbe salvo. Invece, guardo con invidia le donne padrone di sé, che scuotono la cenere della sigaretta qua, là e in ogni dove, mentre io nei cocktail party mi trascino miserevolmente per il salotto in cerca di un posto dove occultare il mio bicchiere intonso. La perseveranza non serve. Per sei mesi ho provato religiosamente a fumare una sigaretta dopo pranzo e una dopo cena, masticando tabacco mezza soffocata e in lacrime per il fumo che levandosi dalla sigaretta mi pungeva gli occhi. Mi dicevo che avrei presto imparato ad amare il fumo. Non ci riuscii, e i miei tentativi furono severamente criticati come inartistici e penosi da osservare. Accettai la sconfitta. Quando sposai Max condividemmo il piacere della tavola in perfetta armonia, mangiavamo con saggezza ma sin troppo bene. 1 Si addolorò della scoperta che il mio apprezzamento per il buon bere o, in realtà, per il bere senz’altro, era nil. Si mise all’opera per educarmi, sperimentando con perseveranza su di me Bordeaux, Borgogna, Sauternes, Graves e, giunto alla disperazione, tokai, vodka e assenzio! Alla fine gettò la spugna. La mia unica reazione era che alcuni avevano un sapore peggiore di altri! Con un sospiro di noia, Max contemplò l’immagine di una vita in cui sarebbe stato per sempre condannato alla battaglia di ottenere al ristorante acqua per la signora! Cosa che, mi confessa, gli ha reso più gravosa l’esistenza. Da qui le sue osservazioni quando chiedo la sua comprensione per la mia andatura sghemba. «Ho sempre l’impressione di essere sul punto di cadere a sinistra» gli spiego. Max afferma che probabilmente si tratta di una di quelle rarissime malattie tropicali che si distinguono l’una dall’altra soltanto grazie al fatto di essere classificate col nome di qualcuno: la


sindrome di Stephenson o quella di Hartley. Quel genere di affezioni, prosegue allegramente, che hanno termine verosimilmente soltanto col distacco progressivo delle dita dei piedi. Medito su quella piacevole prospettiva. Poi mi accade di gettare un’occhiata alle scarpe. Il mistero è svelato. La parte esterna della suola sinistra e quella interna della destra sono completamente consumate. Mentre le fisso la soluzione del problema comincia a farsi strada nella mia mente. Da quando abbiamo lasciato Der-ez-Zor ho salito torno torno una cinquantina di tumuli, di altezze variabili, tenendomi sul lato più ripido della pendenza ma sempre con la collina alla mia sinistra. Non devo fare altro che procedere alla rovescia e cioè ascendere girando intorno alle collinette stando a destra anziché a sinistra. A tempo debito le mie scarpe risulteranno equamente consumate. Oggi siamo giunti a Tell Ajaja, già Arban, un Tell grande e famoso. La pista principale, quella da Der-ez-Zor, si ricongiunge negli immediati dintorni, cosicché adesso ci sembra di essere su una strada principale. A riprova, sorpassiamo tre auto che procedono a spron battuto in direzione di Der-ez-Zor! Il Tell è circondato da piccoli raggruppamenti di case di fango; e un buon numero dei loro abitanti trascorre la giornata assieme a noi su questo grosso poggio. In sostanza, si tratta di una zona civilizzata. Domani arriveremo ad Hasetshe, dove l’Habur si unisce allo Jaghjagha. Là saremo in piena civiltà. Hasetshe, oltre che un’importante città di questa regione, è un comando militare francese. E là, finalmente, vedrò per la prima volta il leggendario e a lungo sospirato Jaghjagha! Sono tutta eccitata. Grande agitazione al nostro ingresso in Hasetshe! Che è un posto poco attraente, con quattro strade, un paio di negozi e un ufficio postale. Due le visite di rigore: una al comando militare, l’altra all’ufficio postale. Il tenente francese che ci dà il benvenuto è estremamente gentile e sollecito. Ci offre ospitalità, ma lo assicuriamo che le nostre tende vicino al fiume sono più che confortevoli. Accettiamo, però, l’invito a cena per il giorno seguente. Per l’ufficio postale, dove andiamo a ritirare la corrispondenza, si tratta di faccenda più lunga. Il direttore dell’ufficio è assente e, di conseguenza, è tutto chiuso. Un ragazzino si presta ad andare a cercarlo e a tempo debito (mezz’ora!) eccolo arrivare. Pieno di urbanità ci dà il benvenuto a Hasetshe, ordina dei caffè e soltanto dopo un prolungato scambio di convenevoli si giunge al sodo: le lettere. «Ma non c’è fretta!» dice raggiante. «Venite domani. Sarò lietissimo di intrattenermi con voi.» «Domani dobbiamo lavorare» fa Max. «Vorremmo le lettere stasera.» Ah, ma ecco il caffè! Ci sediamo e sorseggiamo il caffè. Finalmente e in seguito a qualche educato invito, il direttore disserra la porta del suo ufficio privato e prende a frugare. Con autentica generosità ci sollecita a prendere anche altre lettere indirizzate ad altri europei. «Fareste bene a prendere anche queste. Sono qui da sei mesi e nessuno si è presentato a ritirarle. Sì, sì, di sicuro saranno per voi.» Educatamente ma con fermezza rifiutiamo la corrispondenza di Mr. Johnson, M. Mavrogordata e Mr. Pye. Lo deludiamo. «Così poche? Ma su, non volete neppure questa grande qui?» Insistiamo nel tenere unicamente quelle lettere e quelle carte che recano sopra il nostro nome. Ci è stato anche inviato, come d’accordo, un vaglia postale e Max introduce la questione della riscossione, che, a quanto pare, è incredibilmente complicata. Comprendiamo che il direttore non ha mai visto prima di adesso un vaglia postale ed è giustamente messo in sospetto dalla novità. Convoca due suoi impiegati e il problema è a lungo discusso, pur con ottimo umore: eccoli forniti di un argomento assolutamente vergine e dilettevole, sul quale ognuno può esprimere la propria opinione.


Quando, alla fine, la faccenda è risolta e si sono firmati svariati moduli, si scopre che nella cassa dell’ufficio postale non c’è traccia di contante! A questo, dice il direttore, potremo rimediare domani. Provvederà a rifornirsene al Bazaar. Lasciamo l’ufficio postale esausti e torniamo a piedi al nostro accampamento presso il fiume: a una certa distanza dalla polvere e dal fango di Hasetshe. Ci attende un triste spettacolo. ’Isa, il cuoco, è seduto fuori dalla tenda della cucina, la testa fra le mani, piange amare lacrime. Cos’è successo? Ahimè, esclama, sono disonorato. Dei ragazzini stanno facendosi beffe di lui. Il suo onore è perduto! In un istante di disattenzione dei cani hanno divorato la cena che aveva appena finito di preparare. Non c’è rimasto più niente, nulla se non un po’ di riso. Cupamente mangiamo il riso scondito, mentre Hamoudi, Aristide e Abdullah ripetono allo sciagurato ’Isa che il dovere principale di ogni cuoco è quello di non distrarsi neanche per un istante dalla cena che sta preparando, fino al momento in cui non venga senza alcun rischio servita a coloro cui era stata destinata. ’Isa dichiara di non sentirsi adatto al mestiere di cuoco, non ha mai fatto il cuoco prima («Questo spiega un sacco di cose!» esclama Max) e preferirebbe lavorare in un garage. Max potrebbe fornirgli una raccomandazione di autista di prima categoria? Certo che no: non l’ha mai visto guidare. «Ma» fa ’Isa «una mattina che faceva freddo ho caricato la manovella della grande Mary. Non se n’è accorto?» Max ammette di essersene accorto. «Allora, può raccomandarmi!»

1 Citazione, ironicamente capovolta, del verso dell’Otello (V, 2) di Shakespeare in cui Otello dichiara di essere uno che ha amato ‘‘senza

saggezza, ma troppo bene” («not wisely, but too well»).


III

L’Habur e lo Jaghjagha

Queste giornate d’autunno sono tra le più belle che io abbia mai visto. Ci alziamo presto, subito dopo l’alba, facciamo colazione con tè bollente e uova e partiamo. Fa freddo. Ho addosso due maglie e un cappotto di lana pesante. La luce è dolcissima: un tenue rosa sfuma i bruni e i grigi. Dalla sommità dei tumuli si spazia su un mondo apparentemente disabitato. Ci sono Tell dappertutto, almeno una sessantina. Vale a dire, sessanta antichi insediamenti. Qui, dove oggi soltanto le tribù nomadi trascorrono con le loro brune tende, un tempo ferveva la vita. Qui, circa cinquemila anni orsono, era il fermento del mondo. Qui ebbe inizio la civiltà; e questo frammento di una ciotola di terracotta da me raccolto, a disegni neri puntinati e a tratteggio incrociato, è quanto resta dell’antenata della tazza Woolworth, nella quale proprio stamattina ho versato il mio tè… Faccio la cernita dei cocci che mi gonfiano le tasche del cappotto (ho già dovuto rammendarne le fodere due volte); getto via i doppioni e osservo ciò che posso presentare, in competizione con Mac e Hamoudi, al responso del Giudice. Allora, qual è il mio bottino? Una ceramica grigia piuttosto spessa; parte del bordo di un vaso (frammento prezioso, perché ce ne segnala la forma); un pezzetto di una ruvida materia rossa; due frammenti di vasi dipinti, uno col motivo a puntini (il tipo Tell Halaf più antico!); un coltello di selce; parte della base di un sottile vaso grigio; svariati altri pezzetti di ceramica dipinta; un pezzettino di ossidiana. Max seleziona il materiale, scartandone la più parte ed emettendo talvolta grugniti di apprezzamento all’indirizzo dei reperti interessanti. Hamoudi ha trovato una ruota di carro in terracotta; Mac un frammento di ceramica incisa e parte di una figurina. Una volta scelto, il materiale viene raccolto in un sacchetto di lino, che Max lega accuratamente ed etichetta come al solito col nome del Tell sul quale i reperti sono stati rinvenuti. Questo Tell non è segnato sulla mappa: viene battezzato “Tell Mac”, in onore di Macartney, che ha fatto il primo ritrovamento. Nei limiti in cui il contegno di Mac può esprimere qualcosa, sembra esprimere ora un blando compiacimento. Scendiamo alla svelta dal Tell e montiamo in auto. Mi tolgo una delle maglie, il sole comincia a scottare. Passiamo in rivista altri due tumuli e sul terzo, che guarda sull’Habur, pranziamo: uova sode, carne di manzo in scatola, arance e pane più che raffermo. Aristide prepara il tè su un fornello a petrolio. Fa molto caldo adesso, sono scomparsi ombre e colori. Tutto è di un’uniforme tinta cuoio pallido. Max dice che siamo fortunati a compiere il nostro sopralluogo in questa stagione invece che in primavera: sarebbe molto più difficile rintracciare frammenti di vasellame quando la vegetazione ricopre


fittamente il terreno. Tutto qui a primavera sarà verde. È la fertile steppa. Dico con ammirazione che è un modo molto grandioso di esprimersi. Be’, fa Max, è vero che è la fertile steppa! Oggi ci spingiamo con la Mary lungo la riva destra dell’Habur in direzione di Tell Halaf; sulla strada visitiamo Tell Ruman (nome sinistro, anche se in realtà non sembra un luogo romano) e Tell Juma. Tutti i Tell di questa regione, a eccezione di quelli molto a sud, presentano delle possibilità. Il rinvenimento di frammenti di vasi del II e III millennio è piuttosto frequente, mentre sporadici sono quelli di età romana. Si rinvengono anche terrecotte dipinte dalla più antica preistoria. La difficoltà consiste nella scelta, dato l’elevatissimo numero di Tell. Max ripete e ripete con giubilo – e con una totale mancanza di originalità – che questa è indubbiamente la zona adatta! La visita a Tell Halaf si svolge in un clima di riverenza simile a quella con cui si va in pellegrinaggio a un santuario! Tell Halaf è un nome che in questi ultimi anni mi è risuonato così spesso nelle orecchie che a malapena riesco a credere che sto veramente andando a vederlo. È incantevole: l’Habur vi scorre sotto abbracciandolo. Mi torna in mente l’incontro col barone von Oppenheim a Berlino, quando ci condusse a visitare il museo che raccoglieva i suoi ritrovamenti. Il barone e Max parlarono con fervore per (credo) cinque buone ore. E niente su cui sedersi. Il mio interesse, dapprima vivissimo, prese a smorzarsi fino a svanire completamente. Con occhio spento guardavo le statue, estremamente brutte, che provenivano da Tell Halaf e che, secondo il parere del barone, erano contemporanee alle ceramiche, estremamente interessanti. Max si sforzava di dissentire garbatamente su questo punto, evitando di contraddirlo apertamente. Al mio occhio assonnato tutte le statue apparivano stranamente simili; e fu solo dopo un po’ di tempo che scoprii che erano simili, poiché, con una sola eccezione, si trattava di riproduzioni in gesso. Il barone von Oppenheim interruppe la sua ardente dissertazione per esclamare deliziato: «Ah, la mia bella Venere!» accarezzando affettuosamente la statua. Quindi, si rigettò nella discussione; e io desiderai tristemente, secondo un’antica espressione d’infanzia, smorzar la luce e dar la buonanotte! Sulle numerose collinette in prossimità di Tell Halaf capita spesso di conversare con gli abitanti del posto. Da queste parti circolano molte leggende su El Baron; in particolare quella sulle incredibili somme che egli pagava in oro. Persino il governo tedesco, è evidente, non avrebbe potuto sborsare i fiumi di prezioso metallo che la tradizione gli attribuisce! Un po’ dappertutto a nord di Hasetshe sorgono piccoli villaggi e ci sono tracce di coltivazioni. Ma è stato soltanto con l’arrivo dei francesi e con la rovina del dominio turco che la regione è nuovamente tornata a vivere dai tempi dell’età romana. Arriviamo tardi. Il tempo sta cambiando: si è levato il vento, che solleva la polvere e la sabbia. La cena coi francesi è piacevole, anche se è stato un bell’affare rimettersi un po’ in ghingheri o, direi piuttosto, ripulirci, visto che tutto quello che abbiamo potuto fare è stato di indossare io una camicetta pulita e gli uomini una camicia pulita! Facciamo ritorno al nostro accampamento sotto una pioggia sferzante, prologo a una notte agitata tra gli ululati dei cani e le tende scosse e battute dal vento. Oggi abbiamo deciso di abbandonare momentaneamente l’Habur per compiere un’escursione lungo lo Jaghjagha. Sono molto interessata a un immenso tumulo vicinissimo a noi, finché non scopro che si tratta di un vulcano estinto, il Kawkab. Il nostro particolare obiettivo è il Tell Hamidi, sul quale abbiamo sentito interessanti resoconti, ma poiché non esiste una pista diretta è piuttosto difficile da raggiungere. Ciò significa che dovremo seguire una nostra direttrice e superare innumerevoli piccoli canali e uadi. Stamattina Hamoudi è in gran forma mentre Mac è di umore tetro e opina che non riusciremo mai a raggiungere il tumulo.


Ci vogliono infatti sette ore, sette dure ore, con l’auto che s’inceppa e si blocca e si insabbia più di una volta. In queste occasioni Hamoudi supera se stesso. Egli considera l’auto come una specie di cavallo, inferiore benché più rapido. Quando c’è da attraversare uno uadi, la voce di Hamoudi si leva eccitata a dare frenetici ordini ad Aristide. «Svelto! Svelto! Non dar tempo alla macchina di rifiutarsi! Vagli addosso! Vagli addosso!» Sommo è il suo disgusto quando Max fa fermare l’auto, scende e va a esaminare la difficoltà che dobbiamo superare. Scuote la testa in segno di totale disapprovazione. Non è così, sembra dire, che devi trattare un’auto nervosa e di grande temperamento! Non darle il tempo di riflettere e tutto andrà bene. Dopo deviazioni, ritardi, fermate e l’aiuto di guide locali, riusciamo infine a raggiungere la meta. Tell Hamidi nel sole pomeridiano è molto bello ed è con un senso di conquista che la macchina procede orgogliosamente su per la tenue china fino alla sommità, da dove scorgiamo un acquitrino affollato di anatre selvatiche. Mac ne è colpito al punto di esprimere un’osservazione. «Ah!» esclama con un tono di cupa soddisfazione «vedo, acque stagnanti!» D’ora innanzi sarà il suo nomignolo! La nostra vita ha preso a scorrere sempre più febbrilmente. Giorno dopo giorno l’esame dei Tell diventa più minuzioso. Tre requisiti sono necessari per la scelta definitiva. Primo: dev’essere sufficientemente vicino a uno o più villaggi per la disponibilità della manodopera. Secondo: ci dev’essere rifornimento d’acqua, vale a dire, deve essere nei pressi dell’Habur o dello Jaghjagha, oppure deve esserci acqua di pozzo non troppo salmastra. Terzo: deve fornirci gli indizi di possedere il materiale giusto. Scavare è come il gioco d’azzardo: tra una settantina di Tell tutti risalenti allo stesso periodo, chi può dire se in uno si nascondano i resti di un edificio, o un deposito di tavolette, o una serie di oggetti particolarmente interessanti? E un Tell di modeste dimensioni offre le medesime possibilità di uno grande, giacché le città più importanti sono quelle che con maggior probabilità sono state depredate e distrutte nel più lontano passato. Il fattore determinante è la fortuna. Quante volte è capitato che una zona sia stata scrupolosamente e correttamente scavata, stagione dopo stagione, con risultati interessanti ma non straordinari, e poi, ecco, uno spostamento di pochi metri e improvvisamente si faceva una scoperta eccezionale. L’unica vera consolazione è che qualsiasi sia il Tell prescelto siamo certi di trovarvi qualcosa. Abbiamo compiuto un’escursione di un giorno sull’altra riva dell’Habur in direzione di Tell Halaf; e una di due giorni lungo lo Jaghjagha – un fiume, dal punto di vista dell’aspetto, parecchio sopravvalutato: una fangosa corrente marrone in mezzo a due alte sponde – e abbiamo preso nota di un Tell – Tell Brak – che ci è parso molto promettente. È un tumulo piuttosto grande, con tracce di diversi periodi di occupazione, dagli albori della preistoria all’età assira. Dista un paio di miglia dallo Jaghjagha, nei cui pressi sorge un insediamento armeno, e vi sono altri villaggi sparsi all’intorno. È a circa un’ora di macchina da Hasetshe, quindi agevole per i rifornimenti. L’aspetto negativo consiste nel fatto che sul Tell non c’è acqua, anche se con ogni probabilità sarà possibile scavarvi un pozzo. Tell Brak è nella rosa dei candidati. Oggi prendiamo la pista principale che da Hasetshe va in direzione nord-ovest a Kamichlie – altro comando militare francese e città di frontiera tra Siria e Turchia. Per un certo tratto la pista corre grossomodo nel mezzo tra l’Habur e lo Jaghjagha per poi seguire lo Jaghjagha fino a Kamichlie. Giacché è impossibile perlustrare tutti i Tell lungo la strada e far ritorno ad Hasetshe per la notte, decidiamo di passare la notte a Kamichlie e ripartire il giorno dopo.


I pareri sulla sistemazione discordano. Secondo il tenente francese, il cosiddetto hôtel di Kamichlie è impossibile, assolutamente impossibile! «C’est infecte, Madame!» Secondo Hamoudi e Aristide è un bell’hôtel, all’europea, coi letti! Di prima classe, proprio! Reprimendo l’intima convinzione che l’opinione del tenente francese si dimostrerà fondata, ci mettiamo in moto. Il tempo, dopo due giorni piovigginosi, si è rimesso. Speriamo che la cattiva stagione non arrivi sul serio prima di dicembre. Tra Hasetshe e Kamichlie ci sono due profondi uadi e, se si riempiono d’acqua, la strada diverrà impraticabile per alcuni giorni. Oggi vi scorre soltanto un po’ d’acqua e vi entriamo e usciamo senza troppe difficoltà – beninteso, a bordo del taxi di Aristide. Abdullah, com’è suo immutabile costume, vi scende con la marcia più alta e si sforza di risalirlo senza cambiare. Poi tenta di ingranare la seconda quando l’auto è ormai ferma. Il motore protesta e si spegne e Abdullah scivola dolcemente all’indietro sul fondo dello uadi, le ruote posteriori a mollo nella fanghiglia. Scendiamo tutti e diamo il nostro contributo. Max gratifica Abdullah di perfetto imbecille e «Perché non puoi fare come ti è stato detto di fare mille volte?». Hamoudi lo rimprovera per la mancanza di velocità: «Più svelto! Più svelto! Ci hai messo troppa cautela. Non devi dar tempo alla macchina di riflettere. Non si sarebbe rifiutata». Mentre Aristide esclama tutto allegro: «Inshallah, ne saremo fuori in dieci minuti!». Mac rompe il suo riserbo per formulare una delle solite frasi deprimenti: «Il posto peggiore in cui poteva impantanarsi. Guardate com’è inclinata! Non ne usciremo per un bel po’!». Abdullah leva le mani al cielo e pronuncia una petulante difesa del suo metodo: «Con una macchina ottima com’è questa potevamo con tutta facilità risalire in terza e quindi non ci sarebbe stato bisogno di cambiare marcia: avremmo risparmiato benzina! E tutto questo per compiacervi!». Il coro delle proteste dà il via all’azione pratica. Si tirano giù le tavole di legno, i picconi e l’altro equipaggiamento sempre pronto per questi impicci. Max prende il posto di Abdullah al volante; si piazzano le tavole; Mac, Hamoudi, Aristide e Abdullah si tengono pronti a spingere. Poiché le khatūn in Oriente non faticano (eccellente idea!), mi sistemo sull’argine pronta a gettare grida d’incoraggiamento e utili consigli. Max avvia il motore, lo manda su di giri e imballa; nuvole di fumo azzurrino si levano dal tubo di scappamento, asfissiando quelli che spingono; Max ingrana la prima e lascia la frizione; ne consegue un terrificante ruggito; le ruote slittano; la caligine azzurrina aumenta e dalla caligine si odono acute invocazioni all’eccessiva misericordia di Allah; Mary si sposta di qualche decina di centimetri: il clamore delle invocazioni cresce, Allah è veramente molto misericordioso… Ma, ahimè, non lo è a sufficienza! Le ruote non riescono a far presa e Mary riaffonda. Di nuovo si piazzano le tavole, si rinnovano gli sforzi, le grida, gli schizzi di fango e le azzurre fumate. Ci siamo andati molto vicino stavolta! È necessario soltanto un altro piccolo sforzo. Si attacca un canape al muso di Mary che viene assicurato al retro del taxi. Aristide prende posto al volante del taxi. Tutti pronti e in posizione. Aristide ci mette troppo entusiasmo e molla la frizione troppo presto. Il canape non regge. Nuovo avvio. Io fungo da sincronizzatore: quando gli farò segno col fazzoletto Aristide partirà. Le manovre ricominciano. Hamoudi, Abdullah e Mac si preparano a spingere, i primi due lanciando grida d’incoraggiamento alla macchina con un bell’anticipo. Nuovamente Max mette in moto e parte. E nuovamente una pioggia di acqua e fango mista alle esalazioni del motore, che ansima e imballa; le ruote girano; lascio cadere il fazzoletto; Aristide caccia un urlo selvaggio, si fa il segno della croce, grida Allah Kerim e con un fracasso assordante ingrana la marcia. Lentamente, gemendo e tremando, Mary si sposta in avanti; il canape si tende; l’auto esita; le ruote posteriori hanno un sussulto; Max zigzaga come un forsennato; l’auto si anima e zigzagando avanti e indietro per lo scosceso pendio viene fuori!


Due figure, completamente ricoperte di fango, le corrono subito dietro, strillando allegramente. Le segue con passo solenne una terza figura, anch’essa fangosa: l’imperturbabile Mac. Non dimostra nessun segno né di turbamento né di esultanza. Guardo l’orologio e dico: «Un quarto d’ora: non troppo male». Mac replica calmo: «Al prossimo uadi probabilmente andrà peggio». Decisamente, Mac non è umano! Si prosegue. Hamoudi anima la compagnia cantando. Lui e Max se la passano allegramente davanti, mentre Mac e io sediamo in silenzio di dietro. Ormai ogni mio tentativo di conversazione è ridotto a un farfuglio idiota. Mac sopporta le mie considerazioni da idiota con la solita pazienza e la solita educazione, concedendo loro una deliberata quanto immeritata attenzione, rispondendo con una o l’altra delle sue formule: «Davvero?», oppure, gentile ma con tono di rimprovero: «Certa che sia così?». Arriviamo a un secondo uadi. Ci fermiamo; Max sostituisce Abdullah al volante della Mary. Aristide va per primo senza inconvenienti. Max lo segue scendendo in seconda e mettendo la prima non appena fuori dall’acqua. Ed ecco anche la Mary, che ondeggia trionfalmente. «Capito?» fa Max ad Abdullah. Abdullah sfodera la sua migliore espressione da cammello. «Stavolta ce l’avrebbe fatta in terza» dice. «Senza bisogno di cambiare.» Max gli conferma che è un perfetto imbecille e aggiunge che, in ogni caso, per il futuro farà come gli viene detto. Abdullah replica serafico che ha sempre fatto per il meglio. Max rinuncia a insistere e proseguiamo. I Tell abbondano. Prendo a chiedermi se non sia giunto il momento di ricominciare a salirli in senso antiorario. Giungiamo a un Tell denominato Chagar Bazar. Dai raggruppamenti di casupole saltano fuori cani e bambini. Ed ecco apparire una figura dall’aspetto importante, abbigliato con una morbida veste bianca e un turbante verde brillante. È lo sceicco locale. Ci saluta con estrema bonomia e Max scompare con lui dentro la più grande delle costruzioni del villaggio. Dopo un po’ lo sceicco ricompare e grida: «Ingegnere! Dov’è l’ingegnere?». Hamoudi spiega che intende Mac. Mac va. «Ah,» esclama lo sceicco «prendete del leben!» e offre una ciotola del tipico latte acido. «Come preferisce il suo leben, ingegnere, normale o allungato?» Mac, a cui il leben piace molto, accenna alla brocca che lo sceicco tiene in mano. Vedo che Max tenta di far capire a Mac di non annacquarlo. Troppo tardi: si aggiunge acqua al leben e Mac lo beve quasi con piacere. «Ho cercato di avvertirti,» gli dice Max più tardi «quell’acqua praticamente non era altro che una nera fanghiglia!» I ritrovamenti sul Chagar Bazar sono buoni… e c’è un villaggio, dei pozzi, altri villaggi nelle adiacenze e uno sceicco ben disposto, benché senza dubbio rapace. È annoverato tra i possibili e si va avanti. Sul finire della giornata, a causa di alcune deviazioni su terreni paludosi per raggiungere dei Tell vicini allo Jaghjagha, accumuliamo ulteriore ritardo, ed è molto tardi quando, infine, arriviamo a Kamichlie. Con grande entusiasmo Aristide inchioda dinnanzi all’albergo di prima categoria. «Guardate!» esclama. «Non è bello? È fatto di pietra!» Evitiamo di fargli presente che l’interno di un hôtel è più importante dell’esterno. In ogni caso, l’hôtel è questo, comunque esso sia. Entriamo e ci arrampichiamo su per una tetra scala che mena in un ristorante coi tavoli di marmo e un greve odore di paraffina, aglio e fumo.


Max comincia a trattare con il proprietario. Certo che questo è un albergo. È un albergo coi letti, letti veri! E per provarci la veridicità di quanto afferma si precipita a spalancare la porta di una stanza, nella quale scorgiamo quattro letti occupati da quattro persone addormentate. Ci sono altri due letti liberi. «Ecco qua» ci dice. «E quest’animale qui» dà un calcio al più prossimo dei dormienti «può sloggiare! È il mio garzone di stalla.» Max formula l’irragionevole richiesta di una camera tutta per noi. Il proprietario assume un’espressione pensosa. Una cosa del genere, dice, sarebbe tremendamente cara. Max imprudentemente ribatte che non ha importanza se è cara. Quanto cara? Quello esita, si gratta un orecchio, ci squadra (per colpa del fango non dobbiamo avere un’aria molto plutocratica) e infine si azzarda a dichiarare che costerebbe almeno una sterlina per tutti e quattro. Con suo sbalordimento, a Max sta bene e senza mercanteggiare. Immediata esplosione di frenesia. Si svegliano i dormienti, si chiamano i domestici. Nel frattempo andiamo a sederci a uno dei tavoli di marmo e ordiniamo il miglior pasto che la casa può offrire. Hamoudi si incarica di sovrintendere alla sistemazione per la notte. Torna un quarto d’ora dopo tutto sorridente. La stanza è a nostra disposizione. Lui e Mac divideranno quella adiacente. Inoltre, «e per il bene della vostra reputazione», come afferma, si è accordato su un supplemento di cinque franchi per avere lenzuola pulite! Arriva da mangiare; è unto ma caldo e saporito. Mangiamo gagliardamente e senza altri indugi ci ritiriamo. Ci lasciamo andare sui letti dalle lenzuola pulite. Mentre sto per addormentarmi, nella mente comincia ad agitarsi l’interrogativo “cimici”. Max ritiene che non ce ne dovrebbero essere. L’edificio è di recente costruzione e i letti sono nuovi, in ferro. Dalla vicina porta del ristorante le esalazioni di fumo, aglio e paraffina penetrano nella camera assieme al rumoroso chiacchierio di voci arabe. Ma tutto ciò non ci impedisce di addormentarci. Dormiamo. Risveglio, senza morsicature. È più tardi di quanto pensassimo. Ci attende un’altra giornata piena. Max apre la porta di camera e impallidisce. Il ristorante è occupato dagli sloggiati delle due camere. Giacciono tra i tavoli – saranno almeno una ventina. L’aria è irrespirabile. Ci portano la colazione – tè e uova – e siamo in moto di nuovo. Hamoudi riferisce tristemente a Max di aver parlato a lungo e con molto interesse al khwaja Macartney la sera precedente ma, ahimè!, neppure adesso, dopo due mesi, il khwaja Mac riesce a comprendere una sola parola di arabo! Max chiede a Mac come va con l’arabo parlato del Van Ess. Mac gli risponde che teme di averlo smarrito. Dopo qualche spesa a Kamichlie prendiamo la strada per Amuda. È una via di comunicazione importante, si potrebbe quasi dire che si tratta di una vera strada e non di una pista. Segue parallelamente la ferrovia, oltre la quale c’è la Turchia. Le condizioni della strada sono spaventose: un continuo flagello di solchi e buche. Si rischia di uscirne a pezzi ma non c’è dubbio che vi s’incontra un po’ di vita. Sorpassiamo diverse auto e sia Abdullah che Aristide devono venir aspramente maledetti per la loro propensione allo sport favorito dei guidatori indigeni: travolgere o, almeno, spaventare gravemente gruppi di asini e cammelli affidati a vecchie e ragazzi. «La strada non ti sembra abbastanza larga per sorpassarli sull’altro lato?» chiede Max. Abdullah si volta verso di lui con eccitazione. «Sto o non sto guidando un camion? Non devo trovare i punti dove la strada è più liscia? Questi miserabili beduini devono starsene alla larga, loro e i loro maledetti asini!»


Aristide si avvicina piano piano alle spalle di un asino sovraccarico, con un uomo e una donna che gli arrancano accanto, e dà un terrificante colpo di clacson. L’asino si dà a una fuga precipitosa, la donna strilla e gli si precipita dietro, l’uomo ci minaccia col pugno e Aristide sbotta in una fragorosa risata. Anche lui viene maledetto; ma resta come sempre sereno e privo di rimorso. Amuda è una città a stragrande maggioranza armena e, va detto, per nulla attraente. Le mosche sono di proporzioni mai viste, i ragazzini si comportano nella maniera peggiore, e tutti hanno un’aria tediata eppure feroce. Nel complesso non regge al confronto con Kamichlie. Acquistiamo carne di dubbio aspetto, sulla quale ronzano sciami di mosche, un po’ di verdura piuttosto appassita e pane fresco molto buono. Hamoudi va in giro a chiedere informazioni. Torna quando abbiamo finito di fare la spesa e ci conduce in una strada laterale, nella quale a un certo punto si apre un cancello che dà in un cortile. Qui veniamo accolti da un sacerdote armeno, molto gentile, che sa un po’ di francese. Indicando con la mano la corte e l’edificio che sorge su un lato c’informa che quella è casa sua. Sì, sarebbe disponibile ad affittarcela la prossima primavera, se gli “accordi” si dimostrassero soddisfacenti. Sì, potrebbe sgomberare anche subito una stanza e darcela affinché ci si possa depositare le nostre cose. Iniziate così le trattative, partiamo per Hasetshe. Esiste una pista diretta che da Amuda raggiunge la strada di Kamichlie a Tell Chagar Bazar. Lungo la strada perlustriamo alcuni Tell e facciamo ritorno al campo senza contrattempi, ma molto, molto stanchi. Max chiede a Mac se ha subìto conseguenze per aver bevuto l’acqua sporca datagli dallo sceicco. La risposta di Mac è che non si è mai sentito meglio. «Te l’avevo detto che Mac era un ottimo acquisto» mi dice Max più tardi quando siamo arrotolati nei sacchi a pelo. «Uno stomaco di prima categoria! Non c’è nulla che gli possa fare male. Può mangiare quantità di grasso e di robaccia; e praticamente non dice mai una parola.» «Questo» dico io «andrà bene per te! Tu e Hamoudi non smettete mai di ridere e di chiacchierare. Ma io?» «Non capisco perché non riesci ad andarci d’accordo. Ci provi?» «Sempre. Ma lui mi ignora.» Max pare trovarlo divertente e se la ride sotto i baffi per un bel po’. Oggi torniamo ad Amuda, il nostro nuovo centro di attività. Parcheggiamo la Mary e il taxi nel cortile del sacerdote. Ci ha sgombrato e messo a nostra disposizione anche una stanza; ma Hamoudi, dopo un sopralluogo, raccomanda di continuare a dormire in tenda! Le montiamo con una certa difficoltà perché soffia un forte vento e sta per cominciare a piovere. A quanto pare, niente escursioni domani. Da queste parti ventiquattr’ore di pioggia sono sufficienti a paralizzare il traffico. È una fortuna avere una camera dove trascorrere la giornata, dove riesaminare i reperti e dove Max può prender nota degli sviluppi delle nostre indagini. Mac e io scarichiamo e sistemiamo il bagaglio nella stanza: il tavolo pieghevole, le sedie a sdraio, le lampade, ecc. Gli altri vanno in città a comprare il necessario. Fuori, è aumentato il vento e la pioggia comincia a battere. Le finestre hanno alcuni vetri rotti e fa molto freddo. Guardo bramosamente la lampada a benzina. «Vorrei che Abdullah tornasse» dico «e che accendesse la stufa.» Perché Abdullah, apparentemente privo di qualsiasi forma di intelligenza, pessimo guidatore, e sotto quasi tutti i punti di vista mentalmente deficiente, è comunque l’indiscusso signore di quei mutevoli


apparecchi: le lampade a benzina. Lui, e lui soltanto, sa come trattare le loro tortuosità. Mac si dirige verso la stufa e la guarda. Il principio scientifico, dice, è di una semplicità assoluta. Voglio che l’accenda? Certo che lo voglio e gli porgo una scatola di fiammiferi. Mac affronta l’impresa con assoluta sicurezza. Si riscalda il metilanato e poi così e poi cosà. Procede con mano abile, esperta, è chiaro che sa quel che sta facendo. Passa del tempo… non si accende. Mac ricomincia col metilanato… Dopo altri cinque minuti mormora più a se stesso che a me: «Il principio è abbastanza chiaro…» Gli lancio un’occhiata dopo che sono passati altri cinque minuti. Sta perdendo la pazienza. Neanche appare più così superiore. Principio scientifico o meno, la lampada a benzina non cede. Si sdraia sul pavimento e ingaggia una lotta con quella cosa. Comincia a sudare… Sono sfiorata da un sentimento molto prossimo all’affetto. Dopo tutto, Mac è umano! È sconfitto da una lampada a benzina! Mezz’ora più tardi Max e Abdullah rientrano. Mac è rosso in volto e la lampada è spenta. «Ah, lasci fare a me, khwaja!» esclama Abdullah. Afferra il metilanato, i fiammiferi. Nel giro di due minuti la lampada a benzina sfolgora, nonostante la mia non infondata impressione che Abdullah abbia ignorato completamente ogni principio scientifico… «Be’!» esclama Mac, laconico come sempre, eppure facendo intendere un sacco di cose con quell’unica parola. Durante la notte il vento aumenta fino a un’intensità furiosa; la pioggia flagella senza requie. Arriva di corsa Aristide a dirci che teme le tende non possano reggere. Ci precipitiamo tutti fuori nella pioggia. Ho l’impressione che sto per toccare con mano il lato spiacevole di le camping. Max, Mac e Aristide lottano valorosamente con la tenda grande. Mac è abbarbicato a un paletto. All’improvviso c’è uno schianto, il paletto si spezza e Mac finisce a capofitto nella melma. Scivolando nel terreno vischioso, con fatica si rialza: del tutto irriconoscibile. Ed ecco, la sua voce si leva in toni assolutamente naturali: «Mal----e---il------- ccia!» erompe infine Mac, divenuto completamente umano. Da quella notte Mac è uno di noi! Il cattivo tempo è finito; ma per un giorno intero le piste sono impraticabili a causa del terreno pesante. Ci avventuriamo con circospezione fino ai Tell più vicini. Uno possibile è il Tell Hamdun, un grande Tell non lontano da Amuda, che sorge proprio sul confine ed è parzialmente attraversato dalla linea ferroviaria, cosicché un pezzetto risulta in territorio turco. Ed eccomi qui un mattino, con un paio di uomini ingaggiati affinché scavino su un lato del Tell. Dove lavorano fa freddo e io mi sposto sul lato opposto, fuori dalla portata del vento. Le giornate si sono fatte proprio autunnali. Mi raggomitolo nel cappotto e mi siedo. All’improvviso, dal nulla, come al solito, un uomo a cavallo prende a salire la collinetta al piccolo galoppo. Mi raggiunge; tira le redini e comincia a gridare velocemente in arabo al mio indirizzo. Non comprendo una parola oltre i saluti, ai quali rispondo come si conviene, e lo informo che il khwaja è sull’altro lato della collina. Sembra sconcertato; mi chiede qualcos’altro, poi, di punto in bianco, arrovescia la testa e scoppia a ridere. «Ah, è una khatūn!» grida. «Che abbaglio! Sto parlando a una khatūn!» E via al galoppo verso l’altro lato della collina. È estremamente divertito dall’errore commesso: non aver riconosciuto una donna alla prima occhiata!


Il bel tempo è finito. Il cielo è coperto quasi ogni giorno. E abbiamo terminato il sopralluogo dei Tell. È giunto il momento di decidere dove le pale dovranno affondare la prossima primavera. Tre sono i Tell che si contendono l’onore della nostra attenzione: Tell Hamdun, che è situato in una zona geograficamente interessante; il primo dei prescelti, Chagar Bazar; e un terzo, Tell Mozan. Quest’ultimo è il più grande dei tre e la sua scelta dipende molto da quanto deposito romano, se c’è, dovremo scavare. È necessario fare dei sondaggi su tutti e tre. Cominciamo col Mozan. Nei suoi pressi sorge un villaggio e con l’intercessione di Hamoudi chiediamo e otteniamo degli operai. Tutti dubbiosi e sospettosi. «Non abbiamo bisogno di denaro, c’è stato un buon raccolto» dicono. E questo perché qui siamo in una semplice e, io credo, conseguentemente felice parte del mondo. Qui soltanto le provviste alimentari sono importanti. Se il raccolto è buono, sei ricco; per il resto dell’anno c’è l’ozio e l’abbondanza, finché non giunge nuovamente il tempo di arare e seminare. «Un po’ di denaro in più» spiega Hamoudi, come il serpente nel giardino dell’Eden «è sempre bene accetto.» E quelli, semplicemente: «Ma che ci compreremo? Abbiamo abbastanza da mangiare fino al prossimo raccolto». E qui, ahimè, l’eterna Eva fa la sua parte. L’astuto Hamoudi mette l’esca al suo amo. Possono comprare degli ornamenti per le loro mogli. Le mogli fanno di sì con la testa. Questi scavi, dicono, sono una buona cosa! Con riluttanza gli uomini prendono a esaminare la proposta. C’è un’altra cosa da tenere in considerazione: la dignità. A un arabo la propria dignità sta molto a cuore. E questa è cosa degna e onorevole da farsi? Adesso, spiega Hamoudi, si tratterebbe soltanto di pochi giorni. Potranno riconsiderare la faccenda a primavera. Così, infine, con l’espressione dubbiosa di coloro che s’imbarcano in un’avventura nuova e senza precedenti, una dozzina di anime intrepide fa un passo innanzi. I più anziani e tradizionalisti scuotono le bianche barbe. A un segnale di Hamoudi pale e picconi vengono scaricati dalla Mary e distribuiti agli uomini. Hamoudi per primo afferra un piccone e mostra come si fa. Sul tumulo si tracciano tre fossati di prova a tre diversi livelli. Si leva un mormorio di «Inshallah!» e i picconi affondano nel terreno. Tell Mozan è stato a malincuore depennato dalla nostra lista di possibilità. Presenta diversi livelli di insediamenti di età romana, e sebbene le epoche che c’interessano siano presenti a profondità maggiori, per raggiungerle sarebbero necessarie svariate campagne di scavi, vale a dire, molto più tempo e denaro di quanto disponiamo. Oggi ci spostiamo dal nostro vecchio amico Chagar Bazar. Qui gli accordi per la manodopera si svolgono rapidamente. Lo sceicco è un pover’uomo, pieno di debiti, come tutti i proprietari terrieri arabi, e nella nostra presenza vede la possibilità di concludere buoni affari. «Tutto ciò che possiedo è tuo, fratello» dice generosamente rivolto a Max ma con gli occhi scintillanti di astuzia. «Per la terra non c’è nulla da pagare. Prenditela tutta!» Poi, mentre Max affronta a gran passi il tumulo, lo sceicco prende a parte Hamoudi. «Senza dubbio» insinua «questo khwaja è immensamente ricco! Lo è quanto il famoso e leggendario El Baron, che pagava con borse d’oro?»


«Oggigiorno» fa Hamoudi «non si paga più in oro. In ogni modo il khwaja è generosissimo. Inoltre, è probabile che il khwaja voglia costruirsi qui una casa, una casa di bellezza e grandiosità tali che se ne parlerà in lungo e in largo. E quale prestigio questa campagna di scavi conferirà allo sceicco! Tutto il distretto dirà: “I khwaja stranieri scelgono questo posto per costruirvi e scavare a causa della vicinanza di sua altezza lo sceicco, un uomo che ha visitato la Mecca e che tutti riveriscono”.» Allo sceicco l’idea della casa piace. Volge lo sguardo pensieroso al tumulo. «Perderò tutto il raccolto che stavo per seminarvi. Una grossa perdita – proprio una grossa perdita!» «Ma veramente» obietta Hamoudi «quel terreno non avrebbe già dovuto essere arato e seminato?» «Ci sono stati ritardi; stavo per farlo.» «Ma lo avete mai coltivato? No di certo. Ci si mette ad arare una collina quando si ha la pianura tutt’intorno?» Lo sceicco replica con fermezza: «I raccolti che non avrò saranno una grossa perdita. Ma che importa? È un sacrificio che faccio volentieri per il bene del governo. Se ne sarò rovinato, che importa?». E con un’aria decisamente contenta si ritira in casa. Una vecchia si avvicina a Hamoudi tenendo per mano un ragazzo di circa dodici anni. «Il khwaja ha la medicina?» «Ha qualche medicina – sì?» «Mi darà della medicina per questo mio figliolo?» «Che cos’ha che non va?» È quasi inutile chiedere. Il volto idiota del ragazzo è fin troppo eloquente. «La testa. Non gli funziona la testa.» Hamoudi desolato scuote il capo; ma le dice che ne parlerà al khwaja. Gli uomini hanno cominciato a scavare i fossati. Hamoudi, la donna e il ragazzo vanno da Max. Max guarda il ragazzo e si rivolge con delicatezza alla donna. «Il ragazzo è così per volere di Allah,» le dice «non ho medicine adatte per lui.» La donna sospira – credo che una lacrima le righi la guancia. Poi con tono pratico dice: «Allora, khwaja, puoi darmi del veleno; non è meglio se smette di vivere?» Max le risponde gentilmente che neanche in questo può accontentarla. La donna lo fissa senza capire, poi scuote la testa risentita e se ne va seguita dal ragazzo. Gironzolo fino alla cima del tumulo, dove Macartney è indaffarato coi suoi rilievi topografici. Lo assiste, tutto orgoglioso, un ragazzino arabo, che barcolla sotto il peso del paletto per le misurazioni. Mac, che ancora non si arrischia a dire una parola in arabo, tenta di farsi intendere con gesti da alfabeto marittimo, che non sempre sortiscono il risultato desiderato. Aristide, sempre servizievole, lo soccorre. Mi guardo attorno. A nord c’è il profilo delle colline turche con un punto luccicante che è Mardin. A ovest, a est e a sud si stende uniforme la fertile steppa, che a primavera sarà tutta verde e cosparsa di fiori. Il paesaggio è costellato un po’ dappertutto dai Tell. Qua e là sorgono le tende dei beduini in bruni grappoli. Benché su molti Tell ci siano villaggi, non riesci a scorgerli e, in ogni caso, non si compongono che di poche capanne di fango. Tutto è immerso nella pace, lontano dall’uomo e dai segni della civilizzazione. Chagar Bazar mi piace e spero che la scelta definitiva cada su questo Tell. Mi piacerebbe vivere in una casa costruita qui. Se scaviamo a Hamdun presumibilmente vivremo a Amuda… Oh, no, io voglio questo Tell! Scende la sera. Max è soddisfatto dei risultati. Torneremo domani e proseguiremo coi sondaggi. Max ritiene che questo Tell non sia stato occupato dal XV secolo a.C., a eccezione dell’intrusione di qualche tomba romana e islamica. Tra i reperti ci sono eccellenti ceramiche dipinte del tipo Arpachiyah Tell Halaf arcaico.


Lo sceicco con aria gioviale ci scorta fino alla macchina. «Tutto ciò che possiedo, fratello, è tuo» insiste. «Per quanto povero diventi!» «Sarei felice» risponde Max con garbo «di avere in sorte di arricchirti con i miei scavi qui. Come d’accordo con le autorità francesi, ti indennizzeremo per ogni raccolto perduto; i tuoi uomini riceveranno la giusta ricompensa; ti pagheremo per l’affitto del terreno necessario per costruire una casa e inoltre, al termine della stagione, riceverai un bel regalo personale.» «Ah,» esclama lo sceicco al massimo del buonumore «non ho bisogno di nulla! Cos’è questo parlare di soldi tra fratelli?» Ci separiamo su questa nota altruistica. Trascorsi a Tell Hamdun due giorni freddi, quasi invernali. I risultati sono ragionevolmente buoni, ma il fatto che parte del Tell sia in territorio turco pesa in suo sfavore. La decisione è per Chagar Bazar, con un’ulteriore concessione per Tell Brak, che potrebbe combinarsi agli scavi di Chagar in una seconda campagna. Adesso non resta che procedere con i preparativi e gli accordi per la primavera. C’è da scegliere il posto adatto sul quale sorgerà la casa di Chagar; c’è il contratto d’affitto per la casa ad Amuda, che ci servirà mentre è in costruzione quella a Chagar; c’è da mettersi d’accordo con lo sceicco; e, cosa più urgente, c’è un altro vaglia che ci attende a Hasetshe e che dobbiamo andare a riscuotere senza indugio nel caso gli uadi si riempiano di nuovo e isolino la strada. Ultimamente, Hamoudi si è dato a spendere e spandere con una certa grandiosità a Amuda, sempre per la nostra “reputazione”. Per gli arabi spendere denaro pare un punto d’onore, vale a dire, la pratica di invitare e intrattenere gradevolmente nei caffè le persone eminenti! Apparire modesti è un terribile disonore. D’altro canto, Hamoudi senza alcun rimorso tira sul prezzo con le vecchie che ci forniscono il latte e con quelle che ci fanno il bucato e, a quanto sembra, per una somma irrisoria. Max e io partiamo per Hasetshe sperando per il meglio, anche se il cielo è coperto e pioviggina. Eccoci arrivati, senza inconvenienti, benché adesso piova con un’intensità tale che ci stiamo chiedendo se riusciremo mai a tornare indietro. Con nostra disperazione, quando ci presentiamo all’ufficio postale il direttore non c’è. Nessuno sa dirci dove sia ma sulle sue tracce vengono inviati dei ragazzini in tutte le direzioni. Piove sul serio. Max è preoccupato e mi comunica che non ce la faremo, a meno di non andarcene al più presto. Attendiamo con ansia mentre la pioggia non accenna a smettere. Improvvisamente, ecco il direttore che senza alcuna fretta risale la strada con un cestino di uova in mano. Ci saluta con piacere e sorpresa. Max taglia corto con le solite formalità facendo appello alla necessità di affrettarsi. Resteremo tagliati fuori, spiega. «E perché no?» fa il direttore «così potreste trattenervi qui per qualche giorno, per me sarebbe un autentico piacere. Hasetshe è una cittadina estremamente simpatica. Restate a lungo con noi» insiste ospitale. Max rinnova la pressante richiesta di celerità. Il direttore lentamente apre dei cassetti e, in modo poco convinto, comincia a perlustrarvi dentro senza cessare di illustrarci la desiderabilità di un lungo soggiorno. Strano, dice, che non riesca a trovare questa busta importante. Si ricorda del suo arrivo e di essersi detto: “Un giorno verranno i khwaja a ritirarla”. È per questo che l’ha messa in un posto sicuro; ma dove? Un impiegato giunge in aiuto e la ricerca continua. Infine, riescono a riportarla alla luce e


affrontiamo le solite difficoltà per ottenere il denaro che, come la volta precedente, bisogna far venire dal Bazar. E non smette di piovere! Alla fine otteniamo quanto desideriamo. Max compra del pane e della cioccolata nel caso dovessimo trascorrere una notte o due en route; rimontiamo sulla Mary e ripartiamo a tutta velocità. Superiamo con successo il primo uadi ma al secondo una sinistra visione ci attende. Ci è finito dentro il furgone postale e dietro si snoda una fila di auto in attesa. Tutti a mollo nello uadi: chi scava, chi piazza tavole di legno, chi lancia grida di incoraggiamento. Max, disperato: «La notte la passiamo qui». Non è una prospettiva allettante. Ho trascorso più di una notte in macchina nel deserto e mai in modo piacevole. Ci si sveglia infreddoliti e coi crampi, doloranti dappertutto. Ma stavolta la fortuna ci assiste. Il furgone faticosamente si libera dal pantano con un ruggito, le auto lo seguono e per ultimi anche noi traversiamo. Giusto in tempo: il livello dell’acqua sta rapidamente salendo. Il viaggio di ritorno ad Amuda è come un incubo: un interminabile e ininterrotto sbandamento. Almeno un paio di volte la Mary, nonostante le catene, slitta e si gira completamente voltando risoluta il muso in direzione di Hasetshe. Questo continuo slittare è una sensazione molto singolare. La solidità della terra non esiste più: anch’essa ha la consistenza fantastica di un incubo. Arriviamo che è già buio, accolti dalle grida di saluto della gente di casa che è corsa fuori con i lumi. Capitombolo fuori dalla Mary e a passo incerto mi trascino fino alla porta di camera. Camminare diventa estremamente difficoltoso allorché il fango dispiega la sua peculiare qualità di attaccarsi alle suole delle scarpe in foggia di enormi e piatte frittelle, e così pesanti che a malapena riesci a sollevarle. A giudicare dalle rumorose congratulazioni miste agli El hamdu lillah, nessuno si aspettava di vederci tornare. Scoppio a ridere vedendo le frittelle che ho ai piedi. Hai l’esatta sensazione di vivere in un sogno. Anche Hamoudi ride e dice a Max: «È bello avere la klatūn con noi: tutto la fa ridere!». Ogni cosa è sistemata. C’è stato un incontro formale tra Max, lo sceicco e l’ufficiale dei Services Spéciaux responsabile del distretto. L’affitto del terreno, i compensi, gli impegni di ciascuna parte, tutto è stato messo nero su bianco. Lo sceicco passava dal dichiarare che tutto quanto possedeva apparteneva ormai a Max al lasciare intendere che un migliaio di sterline in oro sarebbero state una somma confacente alla sua persona! Alla fine se ne va molto deluso, dopo essersi palesemente trastullato coi più sfrenati sogni di opulenza. Si consola, però, con una clausola del contratto, la quale prevede che la casa costruita per alloggiarvi i componenti la spedizione, quando avrà finito la sua funzione, spetterà a lui. Gli brillano gli occhi e la fluente barba tinta di henné rosso si dimena con soddisfazione. «C’est tout de même un brave homme» commenta il capitano francese quando finalmente lo sceicco se n’è andato. Fa spallucce. «Il n’a pas le sou comme tous ces gens-là!» Le trattative per l’affitto della casa a Amuda sono complicate dal fatto – venuto fuori soltanto adesso – che invece di una abitazione unica, come noi immaginavamo, sembra ce ne siano sei! E poiché le sei abitazioni sono occupate da undici famiglie, le complicazioni aumentano! Il sacerdote armeno non è che il portavoce di tutti i diversi proprietari! Si riesce comunque a giungere a un accordo. Entro una data stabilita le “case” devono essere lasciate libere e gli interni ridipinti con due mani di bianco. Insomma, tutto è a posto. Non resta che organizzare il viaggio di ritorno verso la costa. Le auto cercheranno di raggiungere Aleppo via Ras-el-Ain e Jerablus. Sono circa duecento miglia e con molti


uadi da attraversare nei primi tratti del percorso; ma con un po’ di fortuna ce la dovremmo fare in due giorni. Ma con dicembre qui il tempo è sul punto di peggiorare. Come farà la khatūn? La khatūn, ignobilmente, opta per un wagon-lit. Quindi il taxi mi conduce a una strana stazioncina; ed ecco avanzare dietro una sbuffante locomotiva una grande e solenne carrozza letto azzurra. Un controllore in uniforme color cioccolata si sporge. Si prelevano i bagagli di Madame, Madame in persona viene issata con difficoltà sull’alto gradino. «Mi pare che tu sia stata saggia,» mi dice Max «sta per piovere.» Ci salutiamo a una voce con un «Arrivederci ad Aleppo!» e il treno parte! Seguo il controllore lungo il corridoio. Spalanca la porta del mio scompartimento. Il letto è già pronto. Di nuovo la civiltà. Le camping è finito. Il controllore prende il mio passaporto, mi porta una bottiglia d’acqua minerale e: «Arriveremo ad Aleppo domani mattina alle sei. Bonne nuit, Madame». Sembra di essere in viaggio da Parigi alla Riviera! È strano trovare un wagon-lit qui, in mezzo al nulla… Aleppo! Negozi! Farsi il bagno! Lo shampoo! Ritrovare gli amici. Quando Max e Mac tre giorni più tardi fanno il loro ingresso in città, ricoperti di fango e con un sacco di otarde abbattute en route, li saluto con la superiorità di chi è nuovamente avvezzo al lusso. Hanno avuto un mucchio di disavventure e il tempo è stato brutto: sono contenta di aver scelto il partito migliore. A quanto pare, il cuoco al momento di essere pagato e congedato ha chiesto la sua raccomandazione in qualità di autista e Max, prima di dichiarare il falso, gli ha chiesto di compiere almeno un giro con la Mary intorno al cortile. ’Isa è saltato a bordo, ha avviato il motore, ha ingranato la retromarcia e ha cozzato contro il muro del cortile abbattendone una discreta porzione. È rimasto profondamente offeso quando Max si è rifiutato di garantire la sua abilità di autista! Il benservito che infine ha ricevuto dichiarava che ’Isa è stato nostro cuoco per tre mesi e che si è dimostrato di valido aiuto con la macchina! Quindi torniamo a Beirut e ci separiamo da Mac. Sverneremo in Egitto. Mac va in Palestina.


IV

Prima campagna a Chagar Bazar

È primavera quando facciamo ritorno a Beirut. Il primo volto che ci saluta dalla banchina è quello di Mac, ma di un Mac trasformato. Che sorriso! Non c’è dubbio, è contento di vederci! Fino a questo momento non ci era riuscito di capire se gli piacessimo o meno. I suoi sentimenti rimanevano celati dietro l’impenetrabile maschera della sua cortesia. Ma adesso è chiaro che sta ritrovando degli amici. Non riesco a dirvi la gioia! D’ora innanzi non potrò più sentirmi timida con lui. Gli domando addirittura se dall’ultima volta che ci siamo visti ha continuato a sedere ogni giorno sulla sua coperta per aggiornare il diario. «Naturalmente» mi risponde con aria leggermente sorpresa. Da Beirut procediamo per Aleppo, col solito darsi da fare per procurarsi scorte, materiali, ecc. Assumiamo un autista per la Mary ma stavolta non del tipo “economico” da lungomare, bensì un armeno, alto e dallo sguardo perplesso che, in ogni modo, possiede un certo numero di referenze per onestà e capacità. Ha lavorato per degli ingegneri tedeschi; e, sulle prime, il suo principale difetto sembra risiedere nella voce, che tende a un irritante e acuto tono di lagna. Non c’è dubbio, comunque, che rappresenterà un miglioramento rispetto al subumano Abdullah. Ricerche di Aristide, che ci piacerebbe avere nuovamente con noi, ci conducono alla scoperta che egli è attualmente con orgoglio al “servizio del governo”. Guida un’autobotte comunale a Der-ez-Zor! La data fatidica è giunta, e caliamo su Amuda in due manche. Hamoudi e Mac vanno per primi con la Mary (stavolta destituita degli onori regali e semplicemente chiamata la “Blue Mary”, dal momento che le è stata data una mano di orribile vernice azzurra), e si assicurano che tutto sia a posto per il nostro arrivo. Max e io viaggiamo grandiosamente in treno fino a Kamichlie, dove passiamo la giornata a sbrigare le pratiche necessarie richieste dalle autorità militari francesi. Sono circa le quattro quando lasciamo Kamichlie per Amuda. Non appena arriviamo è evidente che le cose non sono andate secondo i nostri piani. Dal disordine generale si levano alte recriminazioni e lamenti. Hamoudi ha l’aria turbata e Mac sfoggia un atteggiamento stoico. Siamo messi a conoscenza dei fatti. La casa che abbiamo preso in affitto e che avrebbe dovuto essere libera, pulita e imbiancata da almeno una settimana, all’arrivo di Hamoudi e di Mac il giorno prima non era stata né imbiancata né tantomeno pulita e, soprattutto, era ancora occupata da ben sette famiglie di armeni! Quanto poteva essere fatto in ventiquattr’ore era stato fatto ma il risultato non è dei più incoraggianti! Hamoudi, ormai esperto dell’essenziale dottrina che il comfort delle khatūn ha la precedenza su


tutto, ha dedicato ogni sua energia a liberare una stanza dagli armeni e dalle scorte vive, affrettandosi a imbiancarne le pareti. Ha montato due letti da campo per me e Max. Il resto della casa è tuttora nel caos e capisco che Hamoudi e Mac hanno trascorso una nottata poco piacevole. Ma tutto adesso andrà per il meglio, ci rassicura Hamoudi, il volto illuminato dal suo abituale irresistibile sorriso. Fortunatamente, le conseguenti discussioni e recriminazioni tra le famiglie armene e il sacerdote che fungeva da loro portavoce non ci riguardano; anzi, Max sollecita i contendenti a cercarsi un altro posto per litigare! Donne, bambini, galline, gatti, cani, tutti tra pianti, lamenti, strilli, grida, insulti, preghiere, risa, miagolii, chioccii e abbaii, tutti lasciano lentamente la corte come in un immaginario finale d’opera! Per quanto ci è dato capire, arguiamo che ognuno di loro ha ingannato tutti gli altri! La confusione sotto il profilo economico è ancora più totale e i rabbiosi alterchi che scoppiano tra fratelli, sorelle, cognate, cugini e bisnonni sono troppo ingarbugliati per sperare di comprenderli. Comunque, in mezzo a tutto questo caos, il nostro cuoco (uno nuovo, di nome Dimitri) ha continuato serafico a preparare la cena. Ci sediamo e mangiamo con gusto; poi, esausti, andiamo a letto. A letto – ma non a dormire! Non ho mai avuto un esagerato disgusto per i topi. L’occasionale presenza di qualche topolino in una camera da letto non mi ha mai turbato e una volta ho persino coltivato del sincero affetto per un testardo ficcanaso affettuosamente battezzato “Elsie” (benché in realtà ne ignorassi il sesso). Ma la nostra prima notte ad Amuda fu un’esperienza che non dimenticherò mai. Avevamo appena spento il lume che un gran numero di topi – credo che fossero veramente centinaia – prese a uscire dai buchi nelle pareti e nel pavimento. Correvano squittendo allegramente sopra i nostri letti. Topi che ti passavano sulla faccia, topi che ti tiravano i capelli, topi! Topi! TOPI !… Accendo una torcia. Orribile! Le pareti sono ricoperte da strane, pallide, striscianti creature simili a blatte! Un topo è seduto ai piedi del mio letto intento a lisciarsi i baffi. Queste orribili cose striscianti sono dappertutto! Max mormora qualche parola tranquillizzante. Basta addormentarsi, dice. Una volta che ti sei addormentata, neanche una di queste creature ti disturberà. Ottimo consiglio! Ma non di facile applicazione! Innanzitutto si deve prendere sonno e con i topi che compiono i loro salutari esercizi ginnici e che considerano la tua persona alla stregua di un campo sportivo diventa affatto impossibile. O almeno, è impossibile per me. Max, al contrario, ne sembra capacissimo! Mi sforzo di controllare il tremito che mi scuote. Per un poco riesco a addormentarmi ma le loro zampette che mi passano sul volto mi risvegliano. Faccio lampeggiare la luce. Le blatte sono aumentate e un enorme ragno nero sta calandosi sopra di me dal soffitto! Così le ore della notte avanzano e mi vergogno di dichiarare che alle due ho raggiunto il grado dell’isteria. Affermo che quando, alla fine, farà giorno, me ne andrò a Kamichlie ad aspettare il treno che mi riporterà dritto dritto ad Aleppo! E da Aleppo di volata in Inghilterra! Non posso sopportare una vita così! Non intendo sopportarla! Me ne vado a casa! Max affronta la situazione magistralmente. Si alza, apre la porta e chiama Hamoudi. Cinque minuti più tardi i nostri letti vengono trascinati in cortile. Per un po’ giaccio con lo sguardo al sereno cielo stellato. C’è un’aria fresca e dolce. Mi addormento. Max, me lo figuro, dà in un sospiro di sollievo prima di cedere anch’egli al sonno.


Non vuoi tornartene sul serio ad Aleppo? Mi chiede con ansia Max il mattino seguente. Arrossisco leggermente al ricordo del mio scoppio d’isteria. No, dico. Non ripartirei per nessun motivo. Ma voglio continuare a dormire nel cortile! Hamoudi afferma con pacatezza che presto tutto si metterà a posto. Si stanno otturando col cemento i buchi nelle pareti. Si darà un’altra mano di bianco. E, inoltre, avremo un gatto in prestito. È un gatto di prim’ordine, un gatto professionista, altamente specializzato. Domando a Mac che razza di nottata hanno trascorso lui e Hamoudi quando sono arrivati. Quelle orribili cose vi hanno scorrazzato addosso senza tregua? «Credo di sì,» fa Mac con la solita flemma «ma dormivo.» Che tipo meraviglioso! Il nostro gatto arriva all’ora di cena. Non potrò mai dimenticare quel gatto! Si tratta, come ci ha annunciato Hamoudi, di un autentico professionista. Conosce perfettamente il lavoro per cui è stato ingaggiato e procede a svolgerlo con la precisione dello specialista. Mentre ceniamo si acquatta dietro una cassa da imballaggio. Quando parliamo o ci muoviamo o facciamo troppo rumore ci getta un’occhiata d’insofferenza. “Debbo chiedervi” ci comunica con quell’occhiata “di starvene calmi. Senza collaborazione come posso fare un buon lavoro?” L’espressione del gatto è talmente eloquente che gli obbediamo all’istante, ci esprimiamo a sussurri e mangiamo riducendo al minimo il rumore delle posate e dei bicchieri. Durante la cena per cinque volte un topo esce dal suo buco e attraversa il pavimento e per cinque volte il nostro gatto balza dal suo appostamento. Effetto immediato. Con la sua vittima non s’intrattiene nei tipici trastulli e giochetti all’occidentale. Il gatto, molto semplicemente, azzanna il capo del topo, lo sgranocchia rapido e procede col resto del corpo! È orribile ma assolutamente efficiente. Il gatto resta con noi per cinque giorni; dopodiché non c’è più ombra di topo. E una volta che il gatto se n’è tornato a casa sua i topi non sono più ricomparsi. Non avevo mai e non ho più conosciuto un gatto tanto professionale. Non gli interessavamo affatto, né mai ci ha chiesto del latte o un bocconcino. Era freddo, scientifico e impersonale: un vero e proprio esperto! Ci siamo sistemati. Le pareti sono state imbiancate, i davanzali delle finestre e le porte ridipinti; un falegname e i suoi quattro figli lavorano nel cortile per fabbricarci il mobilio. «Tavoli,» dice Max «soprattutto tavoli! I tavoli non bastano mai.» Faccio umile richiesta per un cassettone e Max gentilmente concede un armadio con gli attaccapanni. Poi i falegnami riprendono a fabbricare ancora tavoli: tavoli su cui distribuire le ceramiche, un tavolo da disegno per Mac, un tavolo per mangiare, un tavolo per la mia macchina per scrivere… Mac disegna un portasciugamani e i falegnami si mettono a costruirlo. Quando è finito il vecchio me lo porta orgogliosamente in camera. È diverso da quello disegnato da Mac e una volta a terra mi accorgo del perché. Ha dei piedi colossali, in forma di grandi e rotonde volute. Sono di proporzioni così colossali che ovunque lo sposti invariabilmente ci inciampi. Dico a Max di domandargli perché ha fatto quei piedi invece di attenersi al disegno che gli è stato dato. Il vecchio ci guarda con dignità. «Li ho fatti così perché fossero belli. Volevo che quanto ho fabbricato fosse una cosa bella!» A questa dichiarazione d’artista non c’è nulla da ribattere. Chino il capo e mi rassegno a inciampare


in quegli spaventosi piedi per il resto della stagione! Fuori, nell’angolo più appartato del cortile, dei muratori mi stanno costruendo una ritirata di mattoni di fango. La sera, a cena, chiedo a Mac qual è stato il suo primo impegno di architetto. «La mia prima esperienza di lavoro in concreto» mi risponde «è quello: il suo gabinetto!» Sospira tristemente e io provo molta comprensione per lui. Temo che non si tratterà di un bell’episodio da ricordare allorché Mac si deciderà a stendere le sue memorie. Le trepide speranze di un giovane architetto non dovrebbero trovare la loro prima espressione in un gabinetto di mattoni di fango progettato per la moglie del suo capo! Oggi il capitano le Boiteux e due monache francesi vengono per il tè. Andiamo loro incontro al villaggio e li portiamo a casa. Appoggiata orgogliosamente fuori della porta d’ingresso ecco l’ultima realizzazione del nostro falegname: la seggetta del mio gabinetto! La casa è pronta. La stanza nella quale dormimmo la prima volta (e che è tuttora preda delle incursioni notturne delle blatte) è diventato lo studio progettazione. Qui Mac può lavorare in pace, senza che nessuno lo disturbi. Egli è, comunque, completamente indifferente alla presenza delle blatte! Accanto, c’è la stanza da pranzo. Più avanti quella delle “antichità”, dove i nostri reperti verranno conservati, le ceramiche riparate, gli oggetti selezionati, classificati e etichettati (è piena di tavoli!). Segue un piccolo studio con soggiorno, dove è sistemata la mia macchina per scrivere e dove ci sono le sedie a sdraio. In quella che era la casa del sacerdote abbiamo ricavato tre camere da letto, libere da topi (grazie al gatto), libere da scarafaggi (grazie alle numerose imbiancature?), ma disgraziatamente non libere dalle pulci! A causa loro dovremo soffrire un bel po’. La pulce possiede una vitalità esuberante e pare essere dotata di vita miracolosa. Prospera con ogni sorta di antiparassitario o insetticida. Ungere i letti con fenolo ha il mero risultato di stimolarle a sempre maggiori imprese atletiche. Non è tanto, spiego a Mac, il loro morso, quanto la loro instancabile energia, le loro corse a ostacoli senza fine torno torno ai fianchi che ti fanno ammattire. È impossibile prender sonno quando le pulci tengono i loro interminabili giochi ginnici in notturna attorno alla cintola. Max è afflitto dalle pulci ancor più di me. Un giorno ne ho catturate centosette che alloggiavano nella cintura del suo pigiama! Le pulci, mi dice, mi infiacchiscono, mi snervano. Sembrerebbe che su di me agisca soltanto l’eccesso delle pulci, quelle che non sono riuscite a trovare dimora sul corpo di Max. Le mie sono di seconda classe, pulci inferiori, inabili ai grandi salti! Mac, a quanto pare, non ha pulci. È una cosa molto ingiusta: apparentemente, non lo ritengono un buon terreno di gioco! La vita ha preso a marciare coi suoi soliti ritmi. Ogni giorno, all’alba, Max parte per il Tell. Il più delle volte lo seguo ma occasionalmente resto a casa a occuparmi d’altro; ad esempio, della riparazione delle ceramiche e degli altri oggetti o della loro etichettatura, e, talvolta, esercito il mio mestiere con la macchina per scrivere. Due giorni alla settimana resta a casa anche Mac a lavorare nel suo studio. Le giornate sono lunghe sulla collinetta; ma, in fondo, non troppo lunghe se il tempo è buono. Fa freddo finché il sole non è alto, ma poi è tutto molto bello. Ci sono fiori ovunque, in particolare i piccoli anemoni rossi, come io impropriamente li chiamo (credo che il termine esatto sia ranuncoli). Max ha fatto venire un gruppetto di operai da Jerablus, la città natale di Hamoudi. I due figli di questi, dopo aver terminato il lavoro a Ur per la stagione, si sono uniti a noi. Yahya, il maggiore, è un giovane alto, con un grande, aperto, allegro sorriso. È come un cane affettuoso. Alawi, il minore, ha un


bell’aspetto e probabilmente è il più intelligente dei due. Ma ha un temperamento vivace che talvolta lo induce alla lite. Un cugino più anziano, Abd es Salaam, è come Hamoudi caposquadra. Hamoudi, dopo averci dato l’avvio, se ne torna a casa. Una volta che il lavoro è cominciato, grazie agli stranieri di Jerablus, gli operai del posto si affrettano per essere arruolati. Gli uomini del villaggio dello sceicco hanno già cominciato a lavorare e adesso, uno o due alla volta, altri uomini dai vicini villaggi iniziano ad aumentare le nostre fila. Sono curdi, uomini provenienti dalla frontiera turca, alcuni armeni e qualche yezidi (i cosiddetti “adoratori del diavolo”) – uomini gentili, dall’aria melanconica, spesso vittimizzati dagli altri. Il metodo di lavoro è dei più semplici. Gli operai sono organizzati in squadre. Coloro che hanno già una qualsiasi precedente esperienza di scavi e quelli che paiono più intelligenti e pronti ad apprendere sono scelti come picconieri. Uomini, ragazzi e bambini ricevono tutti lo stesso compenso, al quale si aggiunge il bakshish (caro al cuore degli orientali), vale a dire, un piccolo sovrappiù in denaro per ogni oggetto ritrovato. All’interno di ogni squadra è il picconiere quello che ha le maggiori possibilità di rinvenire degli oggetti. Una volta assegnatogli il suo quadrato di terreno, comincia a picconare. Quando ha finito, l’opera è proseguita dallo spalatore: col badile riempie di terra i canestri, che tre o quattro ragazzi “porta-ceste” trasportano poi nel punto di scarico dove rovesciano la terra e la vagliano alla ricerca di qualche possibile oggetto sfuggito al Qasmagi e allo spalatore. E poiché spesso si tratta di ragazzini dotati di vista acuta non è infrequente il caso che qualche piccolo amuleto o qualche perlina procuri loro una buona ricompensa. Raccolgono e legano in una cocca dei loro sdruciti drappeggi i reperti che mostreranno al termine della giornata. Di quando in quando, capita che vadano subito da Max per mostrargli l’oggetto rinvenuto ed è il suo verdetto, «… tienilo», oppure «… shiluh (“gettalo”)…», a deciderne il destino. Questo per quanto concerne gli oggetti di piccole dimensioni: amuleti, frammenti di ceramica, perline, ecc. Quando si rinvengono un gruppo di vasi in posizione, o le ossa di una sepoltura, o le tracce di muri in mattoni di fango, il caposquadra di turno fa chiamare Max e le cose procedono con la dovuta cautela. Max o Mac liberano con grande attenzione dalla terra il gruppo di vasi – o il pugnale, o qualsiasi altra cosa sia stata rinvenuta – con l’aiuto di un coltellino, soffiando via le scorie e la polvere. Poi, prima di venire rimosso, il reperto è fotografato e se ne fa un rapido schizzo. Anche riportare alla luce resti di edifici è un affare delicato, che necessita dello specialista. Normalmente è il caposquadra in persona che prende il piccone e segue attentamente il tracciato dei mattoni di fango; ma anche un picconiere intelligente, anche se privo di esperienza, può con rapidità imparare l’arte di far riemergere i mattoni, e ben presto lo sentirai dire baldanzosamente mentre scava: «Hadha libn» (“questo è mattone”). Dei nostri operai, gli armeni sono, nel complesso, i più intelligenti. A loro svantaggio gioca l’atteggiamento provocatorio: riescono sempre a far infiammare gli animi dei curdi e degli arabi. Le discussioni, in ogni caso, sono quasi all’ordine del giorno. Tutti i nostri operai sono di sangue bollente e tutti portano con sé i mezzi per farsi intendere: grandi coltelli, randelli e una sorta di mazza o grosso bastone! Teste rotte e furiosi scontri sono pressoché quotidiani, e gli uomini devono venir separati di forza, mentre Max proclama le regole in vigore durante gli scavi. Coloro che si picchiano saranno multati! «Sistemate le vostre faccende nelle ore non di lavoro. Mentre si lavora non ci devono essere risse. Sul lavoro sono come vostro padre e quello che vi dice il padre deve essere fatto! Né voglio stare ad ascoltare le ragioni delle vostre dispute, altrimenti non riuscirei a far nient’altro! Per litigare si deve essere in due, quindi tutti quelli che si picchiano verranno multati allo stesso modo.» Gli uomini lo ascoltano, fanno di sì con la testa. «È vero. È il nostro padre! Non dobbiamo picchiarci, o qualcosa di valore e di buon guadagno potrebbe andare distrutto.»


Le risse, però, continuano. E per le continue risse che suscitava un uomo è stato licenziato. Questo non significa che sia stato licenziato definitivamente. Uno può venir sospeso dal lavoro per un giorno o due; e, anche quando viene allontanato per sempre, di solito eccolo ricomparire il giorno seguente a quello della paga a chiedere di essere ripreso con la prossima squadra. Il giorno paga è stato fissato, dopo qualche esperimento, ogni decina di giorni circa. Alcuni uomini provengono da villaggi discretamente distanti e si portano dietro il cibo (un sacco di farina e qualche cipolla), che di consueto viene consumato entro una decina di giorni; allora avendo finito le scorte, chiedono di tornare a casa. Ci siamo accorti che uno degli inconvenienti peggiori è che gli uomini non lavorano con regolarità. Non appena ricevono la paga abbandonano il lavoro. «Ho il denaro, adesso. Perché dovrei continuare a lavorare? Me ne vado a casa.» In una quindicina di giorni il denaro è finito, tornano e chiedono di essere riassunti. Per noi è una cosa seccante, dal momento che una squadra già affiatata lavora con ben maggiore efficienza di una formata ex novo. I francesi, per ovviare a questa consuetudine, che aveva provocato grandi difficoltà nella costruzione della rete ferroviaria, hanno un loro sistema. Tenevano gli operai sempre in arretrato di mezza paga e così si garantivano la continuità lavorativa. Il tenente aveva consigliato a Max di adottare questo sistema, ma, dopo esserci consultati, abbiamo deciso di farne a meno, perché nell’opinione di Max si trattava di un metodo fondamentalmente scorretto. Gli uomini si erano guadagnati il loro denaro e avevano diritto a essere pagati per intero. Così, abbiamo dovuto sorbirci quel continuo andare e venire, con un mucchio di lavoro in più nella contabilità che dev’essere incessantemente rivista e modificata. Arriviamo sul Tell alle sei e mezzo del mattino e facciamo una sosta per la colazione alle otto e mezzo. Mangiamo uova sode e pane arabo; Michel (l’autista) porta del tè, che beviamo in tazze smaltate, seduti sulla vetta del tumulo, al sole che comincia piacevolmente a scaldare, con le ombre del mattino che rendono il paesaggio incredibilmente bello, le azzurre colline della Turchia a nord e tutt’intorno una fioritura scarlatta e gialla di piccoli fiori. L’aria è dolcissima. È uno di quei momenti in cui apprezzi di essere vivo. I capisquadra sorridono felici; i bambinetti che conducono le mucche ci lanciano occhiate timorose. Sono vestiti di cenci e nel sorriso balenano i bei denti bianchi. Come sembrano felici e quanto è bella la loro vita! Come nelle antiche fiabe vagano su per i colli pascolando gli armenti e di tanto in tanto si siedono a cantare. A quest’ora del giorno, i bambini cosiddetti fortunati dei Paesi europei se ne vanno a scuola, in aule affollate, lontano dalla purezza dell’aria, per sedersi su panche o ai banchi a sgobbare con le lettere dell’alfabeto, ad ascoltare l’insegnante, a scrivere coi crampi alle dita. Mi chiedo se un giorno, fra un centinaio d’anni o giù di lì, si dirà con tono scandalizzato: “In quei tempi costringevano i poveri bambini a andare a scuola, seduti per ore e ore ogni giorno, dietro i banchi, in edifici al chiuso! È terribile soltanto a pensarci! Dei bambini piccoli!”. Riavutami da questa visione del futuro, sorrido a una bambinetta con un tatuaggio sulla fronte e le offro un uovo sodo. Immediatamente scuote la testa allarmata e se ne va di corsa. Sento di aver commesso una scorrettezza. I capisquadra fischiano. Di nuovo al lavoro. Prendo a vagare a passo lento intorno alla collinetta, soffermandomi di tanto in tanto a osservare le varie fasi delle operazioni. Si spera sempre di capitare nel momento in cui è appena stata fatta una scoperta interessante. E, naturalmente, non si verifica mai! Dopo essere rimasta per una ventina di minuti curva sul mio bastoncello, piena di speranza, per seguire il lavoro di Mohammed Hassan e della sua squadra, mi sposto verso quella di ’Isa Daoud. Apprenderò poi che la scoperta del giorno – un grazioso vaso di ceramica incisa – è stata fatta non appena mi sono allontanata.


Svolgo anche un altro incarico. Tengo d’occhio i ragazzi addetti alle ceste, perché i più svogliati quando vanno a scaricarle nel punto convenuto non tornano indietro subito. Si siedono al sole a frugare nella terra scaricata dalle ceste, spesso attardandovisi per un buon quarto d’ora! E, cosa ancora più riprovevole, alcuni si accoccolano comodamente sulla discarica e si fanno una bella dormitina! Verso la fine della settimana, fedele al mio ruolo di capospia, comunico le mie risultanze. «Quel ragazzino piccolino, quello col turbante giallo, è di prim’ordine, non molla mai, neppure per un minuto. Mentre manderei a spasso Salah Hassan: sta sempre a dormire sulla discarica. Abdul Aziz è un po’ fannullone, come pure quello là col mantello azzurro sbrindellato.» Max concorda su Salah Hassan ma sostiene che Abdul Aziz ha una vista così acuta che non gli sfugge nulla. Durante la mattinata, quando saltuariamente Max fa un giro, si assiste a un dispiegamento di energie del tutto fittizio. Tutti gridano «Yallah!», sbraitano, cantano, danzano. I ragazzi con le ceste vanno e vengono di corsa dalla discarica, lanciano le ceste vuote in aria, strillano e ridono. Poi tutto smuore nuovamente e le cose procedono ancor più lentamente di prima. I capisquadra tengono in serbo una serie di «Yallah!» di incoraggiamento e una specie di formula sarcastica, che, a forza di ripeterla, è presumibilmente divenuta del tutto priva di significato. «Da come vi muovete parete delle vecchiette! Di sicuro, non degli uomini! Come siete lenti! Sembrate vecchie mucche ammalate!» ecc., ecc. Mi allontano dalla zona degli scavi e vago intorno al lato più distante della collinetta. Qui, lo sguardo a nord, in direzione della linea azzurrina delle colline, mi siedo tra i fiori e cado in una specie di piacevole sopore. Da lontano un gruppetto di donne avanza verso di me. A giudicare dalla gaiezza dei colori si tratta di donne curde. Sono indaffarate a estrarre radici e raccogliere foglie. Avanzano diritto nella mia direzione; ed eccole sedute in cerchio intorno a me. Le donne curde sono allegre e attraenti. Si vestono di colori brillanti. Queste indossano turbanti arancio vivo e vesti verdi, porpora e gialle. Alte, la testa e le spalle erette, così da avere sempre un’aria fiera. Hanno volti bronzei, dai tratti regolari, le gote rosee e gli occhi solitamente azzurri. Quasi la totalità della popolazione maschile curda ha una marcata somiglianza con un’immagine a colori di Lord Kitchener che era appesa nella mia cameretta di bambina: il volto color mattone, i grandi mustacchi bruni, gli occhi blu, l’aspetto feroce e marziale! In questa zona il numero dei villaggi curdi e di quelli arabi si equivale. I due gruppi etnici conducono la stessa vita e hanno la medesima religione, ma neanche per un istante potrai confondere una donna curda con una araba. Le donne arabe sono immancabilmente modeste e riservate; quando rivolgi loro la parola stornano il volto; se ti guardano lo fanno da una certa distanza e se sorridono è sempre con ritrosia e tenendo gli occhi bassi. Si vestono soprattutto di nero o con colori scuri. E non esiste donna araba che ardirebbe rivolgere la parola a un uomo! La curda non ha dubbi sul fatto che vale quanto o più di un uomo! Escono di casa a loro piacere e scherzano con chiunque, trascorrendo le giornate nella massima affabilità. Quando si tratta di dirne quattro ai loro uomini non hanno peli sulla lingua. Gli operai di Jerablus che non sono abituati ai curdi ne sono profondamente colpiti. «Mai avrei pensato» esclama uno «di sentire una donna rispettabile rivolgersi in quel modo al proprio marito! Davvero, non sapevo da che parte guardare.» E stamattina le donne curde di cui dicevo mi esaminano con sincero interesse scambiandosi commenti salaci. Molto amichevolmente mi fanno cenno col capo, ridono, domandano, sospirano e scuotono la testa toccandosi le labbra con le dita. Mi stanno chiaramente comunicando: “Che peccato che non possiamo capirci!”. Afferrano un lembo


della mia gonna e l’esaminano con vivo interesse; mi tirano una manica. Indicano la collinetta: sono la donna del khwaja? Assentisco. Segue una bordata di domande, poi risa: si rendono conto che non possono ricevere risposta. Senza dubbio, vorrebbero sapere tutto su quanti figli ho avuto e quanti ne ho persi in un aborto! Si sforzano di farmi intendere a cosa serviranno le piante e le erbe che stanno raccogliendo. Ah, ma è inutile! Un’altra esplosione di risate. Si alzano, sorridono, fanno cenni col capo e riprendono il loro vagare. Sembrano grandi fiori dai colori vivaci… Vivono in tuguri di fango, forse senza possedere nient’altro che qualche pentola per cucinare, e tuttavia il loro riso e la loro gaiezza sono spontanei. Hanno una visione positiva della vita, condita da un sapore rabelaisiano. Sono belle, sanguigne e felici. Passa conducendo le mucche la mia ragazzina araba. Mi sorride vergognosa e subito distoglie gli occhi. Odo lontano il fischio del caposquadra. Pausa! Sono le dodici e mezzo: sosta di un’ora per il pranzo. Torno sui miei passi, là dove Max e Mac mi attendono. Michel sta tirando fuori e disponendo i cibi preparati e impacchettati da Dimitri. Fette di montone freddo, altre uova sode, pane arabo e formaggio, il formaggio di campagna di produzione locale per Max e Mac (formaggio di capra, dal sapore deciso, di color grigio pallido e d’aspetto leggermente scabroso), mentre per me c’è la sofisticata varietà di un gruyère confezionato, avvolto in carta argentata nella sua rotonda scatola di cartone. Max lo considera con disprezzo. Per finire arance e tè bollente. Dopo pranzo andiamo a dare un’occhiata al luogo dove sorgerà la nostra casa. È a un centinaio di metri oltre il villaggio e la casa dello sceicco, in direzione sud-est rispetto al Tell. Il tracciato è già pronto e chiedo dubbiosa a Mac se non gli sembra che le stanze siano troppo piccole. Ha un’aria divertita; mi spiega che si tratta dell’effetto dato dallo spazio aperto circostante. La casa avrà una cupola centrale con un grande soggiorno-studio nel mezzo e due camere su ciascun lato. La zona della cucina sarà separata. Si potranno aggiungere altri locali alla struttura principale se gli scavi si prolungheranno e ne avremo necessità. Ci allontaniamo un poco dalla casa per stabilire il posto dove faremo scavare un nuovo pozzo, in modo da non dover dipendere da quello dello sceicco. Max sceglie il punto e quindi torna al lavoro. Io mi trattengo il tempo di vedere Mac, che gesticolando, scuotendo la testa, fischiando – insomma, con ogni mezzo a eccezione della parola! – prende a dirigere le operazioni. Intorno alle quattro Max fa il giro delle squadre distribuendo mance agli uomini. Via via che ne raggiunge una, gli uomini interrompono il lavoro, si mettono in fila e ciascuno mostra ciò che ha trovato nella giornata. Uno dei più intraprendenti tra i ragazzi con le ceste ha lucidato il proprio bottino con lo sputo! Max apre il suo librone e comincia. «Qasmagi?» (“Picconiere”.) «Hassan Mohammed.» Che ha trovato Hassan Mohammed? La metà di un grosso vaso, diversi frammenti ceramici, un coltello d’osso, un pezzetto o due di rame. Max volta e rivolta il materiale, getta via spietatamente il ciarpame – di solito, quelle cose che avevano acceso le maggiori speranze nel picconiere – mette gli utensili d’osso in una delle scatolette che Michel gli porge, le perline in un’altra. I frammenti ceramici vanno in una delle grandi ceste sorretta da un ragazzino. Max comunica la valutazione, due penny e mezzo, o forse quattro, e la trascrive nel libro. Hassan


Mohammed ripete la cifra inscrivendola nella sua capace memoria. Alla fine della settimana ci attendono terrificanti calcoli aritmetici. Una volta sommate tutte le mance quotidiane, e aggiunte alla paga giornaliera, viene corrisposto il totale. E chi lo riscuote solitamente già sa quanto deve ricevere! Potrà capitare che dica: «Non è sufficiente: ci dovrebbero essere altri due penny»; oppure e più frequentemente: «Mi avete dato troppo; mi spettano quattro penny di meno». È raro che si sbaglino. Se accadono errori, è per la somiglianza dei nomi. Spesso ci sono tre o quattro Daoud Mohammed, che a loro volta bisogna distinguere tra Daoud Mohammed Ibrahim e Daoud Mohammed Suliman. Max va avanti col prossimo. «Il nome?» «Ahmad Mohammed.» Ahmad Mohammed non ha trovato molto. Anzi, per essere chiari, nulla di quanto vogliamo; ma lo si deve incoraggiare, magari con poco, e Max sceglie alcuni frammenti ceramici che getta nella cesta annunciando la ricompensa: un paio di centesimi. Tocca ora ai ragazzini delle ceste. Ibrahim Daoud mostra un oggetto dall’aria molto interessante ma che, ahimè, si rivela soltanto il frammento di un cannello da pipa arabo con delle incisioni! Ma ecco il piccolo Abdul Jehar che presenta esitante alcune fragili perline e un oggetto che Max ghermisce dando segni di viva approvazione. Un sigillo cilindrico, intatto e di ottima epoca: una scoperta coi fiocchi. Si loda il piccolo Abdul e cinque franchi vengono ascritti a suo nome. Si leva un brusio di eccitazione. Non c’è dubbio che per gli operai, tutti giocatori per natura, l’incertezza insita in questo tipo di ricerca sia l’attrazione principale. E è sorprendente come alcune squadre godano dei favori della fortuna. Talvolta, quando si è appena iniziato un nuovo sterro, Max dice: «Sposterò Ibrahim e la sua squadra su quel muro più esterno; ultimamente hanno trovato tantissimo. E il povero vecchio Rainy George non ha avuto neanche un po’ di fortuna. Lo sistemerò in un buon posto». Ma ecco! Nella zona di Ibrahim, quella dove sorgevano le case del più misero quartiere della antica città, è immediatamente rinvenuto un tesoro: un vaso di terracotta contenente un mucchio di orecchini d’oro – probabilmente, la dote di una figlia di quegli antichi giorni, oggi divenuta lo strumento della ricompensa di Ibrahim. E Rainy George, che scava in una promettente area cimiteriale dove i ritrovamenti dovrebbero abbondare, rintraccia soltanto pochi resti di sepolture. Gli uomini che hanno ricevuto la ricompensa tornano al lavoro ma in maniera discontinua. Max va avanti fino all’ultima squadra. Manca mezz’ora al tramonto. Di nuovo i fischi. Tutti strillano: «Pausa! Pausa!», le ceste volano in aria e tutti, gridando e ridendo, si lanciano a rotta di collo giù per la collina. Un altro giorno di lavoro è terminato. Quelli che provengono da villaggi distanti due o tre miglia si avviano a casa. I reperti, nelle ceste e nelle scatole, vengono portati giù dalla collina e con ogni cautela caricati sulla Mary. I pochi operai che abitano lungo la nostra strada si arrampicano sul tetto della Mary. Mettiamo in moto: a casa. Un altro giorno è andato. Per una curiosa coincidenza, il pozzo che abbiamo iniziato a scavare si rivela nell’esatta posizione in cui ne era stato scavato uno nell’antichità. La cosa ha una tale risonanza che alcuni giorni più tardi cinque austeri e barbuti signori sono in attesa di Max quando discende dal Tell. Sono venuti, spiegano, dai loro villaggi a molte miglia di distanza. Hanno bisogno d’acqua. Il khwaja conosce i posti dove si nascondono i pozzi: i pozzi dei romani. Se volesse indicare loro i posti gliene sarebbero eternamente grati. Max spiega che è stato un puro caso essersi imbattuti nel luogo dove in precedenza esisteva un


pozzo. Gli austeri signori sorridono, educati ma increduli. «Khwaja, tu possiedi una grande saggezza, lo sappiamo. I segreti dell’antichità per te sono come un libro aperto. Dov’erano le città, dov’erano i pozzi, tu sai tutte queste cose. Pertanto indicaci i posti giusti, e ti porteremo dei doni.» Nessuna delle proteste di Max è presa sul serio. Anzi, è considerato alla stregua di un mago che tiene per sé i suoi segreti. Egli sa, mormorano, ma non vuol parlare. «Sarebbe stato meglio non avessimo mai incappato in quell’abominevole pozzo romano,» fa Max mestamente «mi sta procurando un’infinità di guai.» Altre complicazioni sorgono allorché gli uomini devono essere pagati. La moneta corrente nel paese è il franco francese. Ma da queste parti il mejidi turco è rimasto in uso così a lungo che gli abitanti più conservatori non considerano altrettanto soddisfacente nessuna altra valuta. I bazaar commerciano con quella moneta anche se le banche non la prevedono. I nostri uomini rifiutano ostinatamente di essere pagati con qualsiasi moneta non sia il mejidi. Di conseguenza, una volta ottenuta dalla banca la valuta ufficiale, si manda Michel nei bazaar a cambiarla con quella illegale, che è localmente l’“effectif”. Il mejidi è una moneta grande e pesante. Michel rientra barcollando con cassettate di mejidi – manciate, borsate piene di mejidi! – che rovescia sul tavolo. Tutte monete molto sporche che puzzano d’aglio! Le serate che precedono il giorno della paga le trascorriamo come in un incubo contando mejidi, semiasfissiati dal puzzo! Michel è inestimabile sotto diversi aspetti. È onesto, puntuale ed estremamente scrupoloso. Incapace di leggere o scrivere, riesce a tenere a mente i conti più complicati, a tornare dal mercato con lunghe filze di acquisti, talvolta non meno di una trentina, a ridire di ognuno il suo prezzo e a restituire l’ammontare esatto del resto. Nella contabilità non commette mai un solo errore. D’altro canto, ha un carattere prepotente all’eccesso, estremamente litigioso con tutti i maomettani, molto ostinato e per disgrazia dotato di mano pesante con gli strumenti meccanici. Forca! esclama con gli occhi scintillanti e subito dopo si ode un sinistro schianto. Ancor più disastrose sono le sue economie. Si sente mortificato nello scoprire che le sue banane putrescenti e arance rinsecchite non vengono apprezzate. «Non ce n’erano, insomma, di migliori?» «Sì, ma molto care. Queste sono più economiche.» Che grande parola: economia! Ci costa un bel po’ in scarti e rifiuti. Il terzo motto di Michel è «Sawi proba» (“prova”). Lo dice in tutti i toni di voce possibili: speranzoso, persuasivo, caloroso, fiducioso, talvolta disperato. Il risultato è sempre fallimentare. Poiché la nostra lavandaia è diventata inspiegabilmente lenta nello spedirmi i vestiti di cotone, mi arrischio a indossare la gonna e la giacca di shantung da moglie del Costruttore dell’Impero, che ancora non avevo avuto il coraggio di mettermi. Max mi dà un’occhiata. «Che cosa ti sei messa addosso?» Dico, a scopo difensivo, che è una stoffa graziosa e fresca. «Non puoi portarla,» fa lui «va’ a togliertela.» «Ma devo: l’ho comprata.» «È spaventosa. Sembri il tipo più sgradevole di memsahib: dritta dritta da Poonah!»


Ammetto tristemente che avevo nutrito il sospetto di produrre quest’impressione. Max, incoraggiante: «Mettiti quel giaccone verdastro col motivo a losanghe sgocciolate tipo Tell Halaf». «Vorrei che tu non usassi termini ceramici per descrivere i miei abiti» rispondo irritata. «È verde tiglio! E definirlo a losanghe sgocciolate è disgustoso! Sa di qualcosa di mezzo succhiato e abbandonato da un bambino sul banco di un negozio di provincia. Non riesco a pensare come tu possa immaginare simili disgustose descrizioni per i motivi ceramici!» Che fantasia, commenta Max. E le losanghe sgocciolate sono un motivo decorativo del tipo Tell Halaf molto bello. Me lo disegna su un pezzo di carta e io gli dico che so tutto di quel motivo e che certamente è uno dei più belli. È la descrizione che è rivoltante. Max mi guarda mestamente e scuote il capo. Mentre attraversiamo il villaggio di Hanzir ci capita di ascoltare la seguente conversazione. «Questi chi sono?» «Gli stranieri che scavano.» Un vecchio signore ci osserva con aria grave. «Come sono belli» sospira «pieni di denaro!» Una vecchia si slancia verso Max. «Khwaja! Pietà! Intercedi per mio figlio. L’hanno portato a Damasco, in prigione. È un brav’uomo, non ha fatto nulla – proprio nulla, lo giuro!» «E allora perché l’hanno messo in prigione?» «Per nulla. È un’ingiustizia. Salvalo per me.» «Ma cos’ha fatto, mamma?» «Nulla. Lo giuro di fronte a Dio. Di fronte a Dio, è la verità! Nulla, ha soltanto ucciso un uomo!» C’è un nuovo grattacapo. Diversi operai di Jerablus si sono ammalati. Sono attendati a Chagar Bazar. Tre sono gravi e le difficoltà nascono perché gli altri uomini non vogliono avvicinarli. Non vogliono portar loro né cibo né acqua. Questo rifuggire dalla malattia è molto strano. Ma tutto appare strano in una comunità in cui il valore della vita umana non è considerato importante. «Moriranno di fame se nessuno porta loro da mangiare» dice Max. I compagni di lavoro si stringono nelle spalle. «Inshallah, se questo è il volere di Dio.» I capisquadra, sebbene con riluttanza, mostrano di sapere cosa sia la civiltà e si prestano a render loro qualche servizio. Max con tatto avanza l’ipotesi del ricovero ospedaliero. Può mettersi d’accordo con le autorità francesi affinché i due più gravi vengano ammessi all’ospedale. Yahya e Alawi scuotono la testa perplessi. È una vergogna andare all’ospedale perché all’ospedale accadono cose vergognose. E la morte è sempre preferibile alla vergogna. Penso immediatamente a diagnosi sbagliate, a incurie. Chiedo: «Cosa sono queste cose vergognose che sono accadute all’ospedale?». Max s’incarica di approfondire la faccenda. E infine, dopo una lunga serie di domande e risposte che io non comprendo, si volge nuovamente a me e mi spiega. Un uomo venne ricoverato all’ospedale e gli venne praticato un clistere… «Sì» dico e aspetto che il racconto prosegua.


Max mi dice che è tutto. «Ma l’uomo è morto?» «No, ma avrebbe preferito morire.» «Cosa?» esclamo incredula. Max conferma. L’uomo tornò al villaggio covando un amaro e profondo rancore. La vergogna era troppo grande! La morte sarebbe stata preferibile. Abituati come siamo alla nostra idea occidentale dell’importanza della vita, ci risulta difficile adattare il nostro modo di pensare a una diversa scala di valori. Eppure per la mente orientale il ragionamento è abbastanza semplice. Siamo destinati a morire – una volta nati, la morte è inevitabile. E se giungerà presto oppure tardi dipende soltanto dalla volontà di Allah. Questo credo, questa remissività al destino sgombera il campo da quella che è diventata la maledizione del nostro attuale mondo: l’ansietà. Forse non c’è libertà dal bisogno, ma certamente vi è libertà dalla paura. Così l’inattività è uno stato beato e naturale, mentre il lavoro è un’innaturale necessità. Ripenso a un vecchio mendicante incontrato in Persia. Aveva la barba bianca e un contegno nobile e dignitoso. Parlava con orgoglio a dispetto della mano tesa. «Donami un’inezia della tua munificenza, o mio principe. È perché io possa ancora evitare la morte.» Il problema dei due malati si fa più serio. Max va a Kamichlie a esporre le nostre preoccupazioni al comandante francese. Gli ufficiali si sono sempre dimostrati cortesi e disponibili. Max è presentato al medico militare francese, che lo segue fino al nostro Tell per visitare i due pazienti. Conferma i nostri timori: i due sono malati seriamente. Uno, dice, doveva essere già in pessime condizioni di salute quando è venuto da noi, e forse non aveva mai avuto molte speranze di guarigione. Per entrambi ci raccomanda il ricovero ospedaliero. Riusciamo a convincerli e li facciamo condurre immediatamente all’ospedale. Molto gentilmente il dottore ci fornisce anche una certa quantità di un medicamento molto forte, che, ci assicura, è capace di smuovere un cavallo! Di certo è di gran utilità, dal momento che gli uomini vanno costantemente da Max per esprimergli pittorescamente i loro problemi di stitichezza e i normali lassativi paiono non sortire alcun effetto. Uno dei due malati è morto all’ospedale. L’altro è sulla via della guarigione. La notizia della morte ci giunge con due giorni di ritardo e sappiamo che è già stato sepolto. Alawi si presenta da noi con la faccia scura. C’è la questione, dice, della nostra reputazione… Ho un attimo di sconforto. La parola “reputazione” precede sempre l’esborso di denaro. Quell’uomo, continua, è morto lontano da casa. È stato sepolto qui. Questo ci provocherà un gran discredito a Jerablus. Ma non potevamo impedire che l’uomo morisse, obietta Max. Era già malato quando è venuto da noi e abbiamo fatto tutto il possibile. Alawi tralascia l’argomento morte. La morte non è nulla. La faccenda non riguarda la morte di quell’uomo bensì la sua sepoltura. In quale posizione si troveranno adesso i parenti di quell’uomo? La sua famiglia? È stato sepolto in terra straniera. Pertanto, dovranno lasciare la propria casa e stabilirsi qua, dov’è la sua tomba. È una grande sventura non essere sepolti nel proprio paese, là dov’è la propria casa. Max gli dice che non vede che cosa può farci adesso: l’uomo ormai è sepolto. Che cosa suggerisce Alawi, forse un dono in denaro alla addolorata famiglia?


Sarebbe bene accetto, certo. Ma quanto Alawi sta realmente suggerendo è di dissotterrarlo. «Che! Tirarlo fuori?» «Sì, khwaja. Rimanda il corpo a Jerablus. Così tutto sarà fatto onorevolmente e la tua reputazione non ne soffrirà.» Max afferma di non sapere se una cosa del genere sia possibile. A lui non sembra fattibile. Alla fine, andiamo a Kamichlie e ci consultiamo con le autorità francesi. Ovviamente ci prendono per matti! Inaspettatamente, questo rafforza la determinazione di Max. D’accordo, si tratta senza dubbio di una follia, ma è possibile? Il dottore fa spallucce. Ma sì, è possibile! Ci vorranno moduli, un mucchio di moduli. «Et des timbres, beaucoup de timbres.» «È naturale,» commenta Max «inevitabile!» Le cose si mettono in moto. Un tassista, che tra breve dovrà andare a Jerablus, accetta con entusiasmo il compito di trasportare la salma (opportunamente disinfettata). Un operaio, cugino del defunto, farà da scorta. Tutto sistemato. Primo: dissotterramento; secondo: firma di una serie di moduli con molti bolli; poi, intervento del medico militare armato di un enorme vaporizzatore di formalina; collocazione della salma nella bara; ancora formalina; chiusura della cassa; l’autista la colloca allegramente a posto. «Holà!» grida. «Ci faremo un bel viaggetto! Bisogna far bene attenzione, questo nostro fratello non deve cascar giù lungo la strada!» Il tutto assume adesso quell’intensa gaiezza che può esser paragonata soltanto allo spirito che pervade una veglia irlandese. Il taxi parte tra i canti a squarciagola dell’autista e del cugino. Per loro è proprio una magnifica occasione! Se la spassano. Max tira un sospiro di sollievo. Ha appena appiccicato l’ultimo bollo e pagata l’ultima tassa. I moduli necessari (un voluminoso fastello) sono stati affidati al tassista. «Ah, bene,» fa Max «e con questo abbiamo chiuso!» Si sbaglia. Il viaggio del morto, Abdullah Hamid, potrebbe essere materia di una saga. Per un momento pare che il suo corpo non debba mai conoscere l’eterno riposo. A tempo debito, la salma giunge a Jerablus, dove è accolta con le opportune lamentazioni e, apprendiamo, con un certo orgoglio, considerato lo splendido trasporto. C’è una grande celebrazione, una vera e propria festa, di fatto. Il tassista, invocato Allah, riprende il viaggio verso Aleppo. Una volta partito, ci si accorge che gli importantissimi “moduli” sono scomparsi assieme a lui. Caos. Senza i moduli necessari il morto non può essere sepolto. Bisognerà rispedirlo a Kamichlie? Su questo punto si accendono vivacissime discussioni. Vengono inviati messaggi: alle autorità francesi, a noi, e al molto incerto indirizzo dell’autista ad Aleppo. Il tutto eseguito con la consueta calma araba (e nel frattempo Abdullah Hamid rimane insepolto). Quanto dura – chiedo ansiosamente a Max – l’effetto della formalina? Otteniamo e inviamo a Jerablus una seconda serie di moduli (corredata di timbres). Ci giunge voce che stanno per rinviarci via treno la salma. Messaggi telegrafici urgenti vanno e vengono. Improvvisamente, tutto finisce bene. L’autista ricompare a Jerablus brandendo i moduli. «Che svista!» esclama. Il servizio funebre riprende con ordine e decenza. La nostra reputazione, ci assicura Alawi, è salva! Le autorità francesi insistono nel considerarci matti. Gli operai approvano solennemente. Michel è indignato: che totale mancanza di economia! Per dar sfogo al suo stato d’animo martella tutti con gran fracasso sotto le finestre nelle prime ore del mattino, finché non gli viene energicamente detto di smetterla.


Tutti è la denominazione onnicomprensiva per ogni tipo e uso di latte di benzina. Cosa farebbe la Siria senza le latte di benzina è inimmaginabile! Le donne le adoprano per attingere acqua dai pozzi; gli uomini le tagliano e le martellano in strisce per ricoprire i tetti o accomodare le case. Una delle ambizioni di Michel, ci ha confidato in un accesso di confidenza, è di possedere una casa costruita interamente di tutti. «Sarà bello,» dice pieno di desiderio «proprio bello.»


V

Fin de saison

A Chagar Bazar le cose vanno bene e B. è arrivato da Londra come ulteriore aiuto per l’ultimo mese. È interessante osservare B. e Mac assieme: formano un assoluto contrasto. B. è un perfetto animale sociale, laddove Mac è del tipo asociale. Vanno molto d’accordo ma ciascuno considera l’altro con perplessa meraviglia. Un giorno, mentre stiamo per partire alla volta di Kamichlie, B. d’un tratto ci esprime una sua preoccupazione. «Mi sembra piuttosto brutto lasciare il vecchio Mac da solo tutto il giorno. Forse sarebbe meglio che restassi assieme a lui.» «A Mac piace stare solo» lo rassicuro. B. mi guarda incredulo. Va nello studio progettazione. «Senta, Mac, vuole che resti? È noioso starsene soli tutto il giorno.» Un’espressione di costernazione balena sul volto di Mac. «Oh,» esclama «non vedevo l’ora.» «È proprio un tipo bizzarro» fa B. mentre rimbalziamo da un solco a un altro sulla strada per Kamichlie. «Vi ricordate che tramonto l’altra sera? Magnifico! Sono salito sul tetto per ammirarlo. C’era anche Mac. Forse sono stato un po’ troppo entusiasta, lo ammetto, ma il vecchio Mac non ha aperto bocca. Non mi ha neppure risposto. Eppure, immagino fosse salito per guardarlo.» «Sì, di solito va su la sera.» «Allora, mi sembra così strano che non abbia detto nulla.» Mi figuro Mac sul letto, distaccato e silenzioso, e B. che chiacchiera senza tregua al suo fianco. Più tardi, non c’è dubbio, Mac, nella sua camera scrupolosamente in ordine, si sarà seduto sul plaid e avrà aggiornato il suo diario… «Voglio dire – viene da pensarlo –, non credete…» va avanti B. con ostinazione, ma è interrotto da Michel, che sterza bruscamente e taglia la strada, spinto da una diabolica ispirazione, pestando sull’acceleratore e caricando un gruppetto di arabi (due vecchie e un uomo con un asino). Si sparpagliano, strillano e Max supera se stesso nell’inveire rabbiosamente contro Michel. Che diavolo ti salta in mente? Potevi ucciderli! Il che, apparentemente, era più o meno l’intenzione di Michel. «E che importanza poteva avere?» chiede, agitando le mani e permettendo così all’auto di andarsene per i fatti suoi. «Non sono forse musulmani?» E dopo aver pronunciato queste parole, nelle sue opinioni perfettamente cristiane, si chiude nel silenzio dei martiri, proprio di colui che non è capito. Che razza di cristiani sono questi, par che dica a se stesso, deboli e irresoluti nella fede? Max dichiara come norma immutabile che non è consentito nessun tentativo di omicidio di


musulmani. Michel borbotta mestamente: «Sarebbe meglio se tutti i musulmani morissero!» Oltre ai nostri soliti affari a Kamichlie – banca, acquisti da Yannakos, visite di cortesia ai francesi – B. ne ha uno personale, cioè il ritiro di un pacco inviatogli dall’Inghilterra contenente due paia di pigiama. Avevamo già ricevuto notifica ufficiale che il pacco in questione era giacente presso l’ufficio postale e là ci dirigiamo. Il direttore non si vede, ma viene chiamato al suo dovere da un sottoposto strabico. Fa il suo ingresso sbadigliando, intabarrato in uno spaventoso pigiama a righe. Nonostante sia stato palesemente appena svegliato da un sonno profondo, si comporta educatamente e amabilmente, porge la mano a tutti, s’informa sull’andamento degli scavi: trovato oro? Gradiremmo prendere una tazza di caffè con lui? Soddisfatte così le esigenze della cortesia, lentamente ci spostiamo sull’argomento corrispondenza. Le nostre lettere arrivano adesso all’ufficio postale di Amuda, il che non rappresenta una soluzione molto felice, visto che l’attempato direttore di Amuda le considera talmente preziose e importanti da serrarle molto spesso nella cassaforte, dimenticandosi, poi, di distribuirle. Il pacco di B., in ogni modo, è stato trattenuto a Kamichlie; e incominciamo le trattative per la sua liberazione. «Sì, certo, il pacco c’è» conferma il direttore. «Viene da Londra, Inghilterra. Ah, che gran città dev’essere! Come mi piacerebbe vederla! È indirizzato a Monsieur B. Ah, è lei Monsieur B., il nuovo collega?» Stringe nuovamente la mano a B. e gli rivolge qualche espressione di circostanza. B. gli risponde in arabo con cordialità e cortesia. Dopo questo interludio, torniamo alla questione del pacco. Sì, fa il direttore, è stato qui, effettivamente proprio in questo ufficio! Ma non è più qui, è stato prelevato e preso in custodia dalla dogana. Monsieur B. deve capire che i pacchi sono soggetti a dazio. B. spiega che si tratta di effetti personali. Il direttore: «Senza dubbio, senza dubbio; ma riguarda la dogana». «Allora, dobbiamo andare alla dogana?» «Sarebbe infatti la procedura giusta» conferma il direttore. «Se non che è inutile andarci oggi. È mercoledì e il mercoledì la dogana è chiusa.» «Quindi, domani?» «Sì, domani è aperta.» «Mi spiace» dice B. a Max. «Immagino che dovrò quindi tornare domani a prendere il pacco.» Il direttore conferma che certamente Monsieur dovrà tornare l’indomani, ma che neppure l’indomani riuscirà ad avere il suo pacco. «E perché no?» chiede B. «Perché, dopo che la dogana ha sbrigato le formalità del caso, il pacco deve essere rinviato all’ufficio postale.» «Volete dire che dovrò tornare qui?» «Precisamente. E che domani non sarà possibile perché domani l’ufficio postale resterà chiuso» conclude trionfalmente il direttore. Cerchiamo di penetrare nei dettagli del caso, ma la burocrazia trionfa su ogni punto. A quanto pare, non esiste giorno della settimana in cui la dogana e l’ufficio postale restino aperti contemporaneamente! Subito ci volgiamo verso il povero B. per rimproverarlo chiedendogli per quale motivo non si è portato dietro i suoi sciagurati pigiama, invece di farseli inviare per posta!


«Perché» spiega B. tentando di difendersi «sono pigiama molto speciali.» «Lo spero bene,» ribatte Max «considerato il fastidio che stanno provocando! Il camion va e viene quotidianamente dagli scavi; e non da Kamichlie come se fosse un servizio postale!» Cerchiamo di convincere il direttore a lasciar firmare a B. adesso i moduli dell’U.P., ma è irremovibile. Le formalità dell’U.P. si sbrigano sempre dopo quelle doganali. Sconfitti lasciamo tristemente l’ufficio postale, mentre il direttore, con ogni probabilità, se ne torna a letto. Siamo raggiunti da Michel, che, tutto eccitato, ci annuncia di aver concluso un affarone con l’acquisto delle arance. Ha comperato duecento arance a un prezzo supereconomico. Come al solito è ricoperto di improperi. Come pensa che riusciremo a consumare duecento arance prima che vadano a male, o meglio, se non sono già andate a male? Talune, ammette, sono forse un pochino passate, ma sono veramente a buon prezzo e c’è un grosso sconto sull’acquisto di tutte e duecento. Max acconsente a esaminarle e le rifiuta senza indugio: la più parte sono già ricoperte di muffa! Michel mormora mestamente: «Economia!». Dopo tutto, sono arance. Se ne va per ritornare brandendo alcune galline economiche, tenute, com’è consuetudine, per le zampe e legate a testa in giù. Dopo qualche altro acquisto economico e antieconomico, si riparte. Chiedo a Mac se ha trascorso una bella giornata. «Splendida!» mi risponde con un entusiasmo che non lascia adito a dubbi. B., fissando Mac con lo sguardo di chi non comprende, si siede su una sedia che non c’è, e la magnifica giornata di Mac trova così una perfetta conclusione. Non ho mai visto nessuno ridere così di gusto! Anche durante la cena a tratti non riusciva a trattenere le risa. Se soltanto avessimo saputo prima che cosa solleticava il buonumore di Mac, ci saremmo dati da fare per procurargli un bel mucchio di quei tranquilli spassi! B. insiste nel suo arduo compito di essere comunicativo. Nei giorni in cui Max è agli scavi e noi tre restiamo a casa, B. vaga per le stanze come un’anima in pena. Va nello studio progettazione e prova a parlare con Mac, ma fallendo nello scopo, si spinge mogio nel mio studio, dove mi trova indaffarata alla macchina per scrivere a buttar giù i truculenti particolari di un omicidio. «Oh,» mi dice «è impegnata?» «Sì» taglio corto. «Scrive?» chiede. «Sì» (ancora più laconico). «Pensavo» fa speranzoso «che forse potrei portare qui le etichette e il materiale da catalogare. Non dovrei esserle di disturbo, no?» Bisogna essere decisi. Gli spiego più chiaramente che posso che mi è assolutamente impossibile proseguire col cadavere se un vivente si muove, respira e, con ogni probabilità, parla nelle mie immediate vicinanze! Il povero B. se ne va abbacchiato, condannato al lavoro in solitudine e silenzio. Ho la convinzione che se mai B. dovesse scrivere un libro, lo farebbe molto facilmente in compagnia di una radio e di un grammofono accesi a portata di mano, e di qualche piacevole conversazione condotta nella stessa stanza! Ma allorché giungono visite, che siano sulla collinetta come a casa, B. è finalmente nel suo elemento. Suore o ufficiali francesi, archeologi di passaggio o semplici turisti, B. riesce a trattare con tutti, dimostrandosi sempre abile e volenteroso. «È arrivata un’auto con delle persone. Scendo a vedere chi sono?»


«Oh sì, per piacere!» Ed ecco il gruppetto si avanza, destramente guidato da B., che, se necessario, chiacchiera in qualsiasi lingua. In queste occorrenze, come gli diciamo, B. vale tanto oro quanto pesa. «Mac non va altrettanto bene, non è vero?» dice B., ghignando all’indirizzo di Mac. «Mac» gli rispondo severa «non va bene affatto. Non vuole neppure provarci.» Mac ha uno dei suoi sorrisi teneri e distanti… Abbiamo scoperto che Mac possiede un punto debole. Questo punto debole si chiama cavallo. Il problema dei pigiama di B. è nuovamente affrontato dopo aver fatto scendere Mac al Tell e aver proseguito verso Kamichlie con l’auto. A mezzogiorno Mac vuole tornare a casa e Alawi gli suggerisce che potrebbe tornarci a cavallo. Lo sceicco ne possiede più d’uno. All’improvviso il volto di Mac s’illumina e il suo consueto educato riserbo dilegua sostituito da una vampa di entusiasmo. Da allora in poi, non appena si presenta la benché minima opportunità, Mac fa ritorno a casa in sella. «Il khwaja Mac» dice Alawi «non parla mai; fischia. Quando vuole che il ragazzo col palo si sposti a sinistra, fischia; quando vuole che venga il muratore, fischia; e adesso fischia anche per chiamare il cavallo!» La faccenda dei pigiama di B. è tuttora irrisolta. La dogana chiede l’esorbitante somma di otto sterline! B. fa presente che i pigiama costano soltanto due sterline il paio e rifiuta di pagare. Le cose si complicano. Allora, cosa intendiamo fare del pacco? chiedono alla dogana. Venga restituito al direttore dell’ufficio postale, che, però, non può darlo a B. né può rimandarlo indietro! Sprechiamo a Kamichlie ore e ore, giornate intere, per dibattere la questione. Si coinvolgono il direttore della banca e gli ufficiali dei Services Spéciaux. Persino un alto dignitario della Chiesa maronita, solenne nel suo abito porpora, l’immensa croce sul petto e l’enorme crocchia di capelli, che è in visita dal direttore della banca, si presta a darci una mano! Sarà difficile che lo sventurato direttore dell’ufficio postale, nonostante sia ancora in pigiama, riesca a dormire! La questione si è rapidamente trasformata in un incidente internazionale. D’un tratto tutto va a posto. Un doganiere di Amuda si presenta a casa nostra col pacco. Ogni difficoltà è stata appianata: trenta scellini per i diritti di dogana, douze francs cinquante pour les timbres et des cigarettes, n’est-ce pas? (lo colmiamo di pacchetti di sigarette). «Voilà, Monsieur!» Grandi sorrisi suoi, di B., di noi tutti. E siamo tutti intorno a B. che svolge l’involto. Ed ecco che ci mostra orgoglioso l’agognato contenuto, spiegandoci che si tratta di una sua invenzione. «Zanzare» spiega. «Evita la necessità delle zanzariere.» Max afferma che da queste parti non ha mai visto una sola zanzara. «Sì che ci sono» insiste B. «Si sa: acque stagnanti!» Il mio sguardo si sposta immediatamente su Mac. «Qui non ci sono acque stagnanti» dico. «Se così fosse, Mac le avrebbe rilevate!» B. dice trionfalmente che c’è una pozza d’acqua stagnante subito a nord di Amuda. Max e io ripetiamo che non abbiamo mai visto o sentito dire che ci siano zanzare. B. non ci dà retta e si dilunga sulla sua invenzione. I pigiama sono di seta bianca lavabile. Tutti di un pezzo con un cappuccio che copre per intero la testa e con le maniche terminanti in guanti senza dita. Si chiudono con una zip sul davanti, in modo che le uniche zone esposte agli attacchi delle zanzare sono gli occhi e il naso. «E la respirazione del naso tiene alla larga quelle che ci provano» conclude B. con aria trionfale.


Max ripete freddamente che non ci sono zanzare. B. ci lascia intendere che quando tutti noi saremo preda delle pene e dei tremori della malaria desidereremo aver adottato la sua idea. Improvvisamente Mac scoppia a ridere. Lo guardiamo con aria interrogativa. «Stavo pensando a quella volta che ti sei seduto su una sedia che non c’era» e si allontana ridendosela sotto i baffi. Quella notte, mentre siamo profondamente addormentati veniamo svegliati da un frastuono terrificante. Balziamo dal letto, pensando sulle prime di essere oggetto di una visita dei ladri. Ci precipitiamo nel soggiorno. Una bianca figura si agita selvaggiamente urlando e saltando in qua e in là. «Santo Cielo, B., che ti piglia?» grida Max. Per un istante pensiamo che a B. abbia dato di volta il cervello. Ma ecco la spiegazione. Non si sa come un topo è riuscito a infilarsi nel pigiama antizanzare! E la zip si è incastrata. È ormai giorno quando smettiamo di ridere. B. è l’unico che non si è divertito… Fa sempre più caldo. Sbocciano fiori d’ogni tipo. Non m’intendo di botanica e quindi non so come si chiamino ma, per dirla franca, non m’interessa granché (che piacere c’è nel sapere il nome delle cose?). Ce ne sono di azzurri e di color malva, simili a minuscoli lupini, e altri come piccoli tulipani selvatici; di dorati, come calendule e delicate spighe lanuginose color pulce. Tutte le collinette sono un’orgia di colori: è veramente la “fertile steppa”. Vado nella stanza delle “antichità”, dove prelevo alcuni vasi di forma adatta. Vana è la ricerca di Mac, che desidera farne il disegno: sono tutti pieni di fiori. La casa cresce rapidamente. La struttura di legno è stata eretta e vi vengono cementati i mattoni di fango. Il risultato sarà ottimo. Mi congratulo con Mac mentre siamo insieme sulla collinetta. «È infinitamente meglio del mio gabinetto» gli dico. L’architetto di successo condivide. Si lamenta, però, amaramente dei suoi operai, che non sanno cosa sia la precisione. Gli dico che di sicuro non lo sanno. Mac, con la stessa amarezza, dice che si limitano a riderne e a pensare che non è una cosa importante. Sposto allora la conversazione sui cavalli e Mac subito si fa animo. Con l’aumento della temperatura aumenta anche il temperamento già caldo dei nostri operai. Max infittisce il ritmo delle multe per le teste rotte e, infine, giunge a una decisione estrema. Ogni mattina gli uomini prima di iniziare a lavorare devono consegnare le armi. È una decisione impopolare ma che, pur con riluttanza, accettano. Sotto l’occhio di Max, randelli, mazze e lunghi coltelli dall’aria micidiale vengono consegnati nelle mani di Michel che li mette sotto chiave dentro la Mary. Al tramonto vengono restituiti ai loro proprietari. È una perdita di tempo oltre che una noia, ma almeno gli operai sono così al sicuro da maggiori e più seri danni. Uno di essi, uno yezidi, viene a lamentarsi del suo stato di debolezza causato dalla mancanza d’acqua. Non può lavorare senza acqua da bere. «Ma l’acqua c’è, perché non la bevi?» «Non posso bere quell’acqua. È del pozzo e questa mattina il figlio dello sceicco vi ha lasciato cadere della lattuga.» La religione degli yezidi prescrive che non si deve mai menzionare la lattuga o toccare qualsiasi cosa da essa contaminata perché si crede vi risiedesse Shaitan. Max lo rassicura: «Temo che ti abbiano raccontato delle bugie. Proprio stamattina a Kamichlie ho


visto il figlio dello sceicco che mi ha detto di essere lì da due giorni. Ti hanno raccontato questa storia per ingannarti». Segue un severo ammonimento a tutti gli operai riuniti. Nessuno deve raccontare bugie o altrimenti molestare gli operai yezidi. «Per il periodo degli scavi tutti devono comportarsi come fratelli.» Un musulmano dagli occhi ridenti fa un passo innanzi. «Tu segui Cristo, khwaja, e noi Maometto ma entrambi siamo nemici di Shaitan (il diavolo). Pertanto è nostro dovere perseguitare coloro che venerano Shaitan e credono nel suo ritorno.» «Allora, da qui in avanti compiere il tuo dovere ti costerà cinque franchi ogni volta!» Per qualche giorno non riceviamo più lamentele da parte degli yezidi. Gli yezidi sono gente strana e singolarmente mite; e la loro adorazione di Shaitan (Satana) ha soprattutto le caratteristiche di una propiziazione. Inoltre, credono che questo mondo sia stato affidato a Shaitan da Dio e che all’era di Shaitan seguirà quella di Gesù, che riconoscono come uno dei profeti, ma del quale non è ancora venuto il momento. Né la parola Shaitan né le parole che abbiano un suono simile a quella devono mai essere pronunciate. Il loro santuario, Sheikh ’Adi, sorge sulle colline curde nei pressi di Mosul, e ci capitò di visitarlo nell’occasione di una campagna di scavi in una zona circostante. Io credo non esista luogo al mondo altrettanto bello e altrettanto sereno. Sali per le colline, tra querce e melograni, seguendo il movimento serpeggiante di un torrente montano. L’aria è fresca, chiara, pulita. Le ultime miglia di strada bisogna coprirle a piedi o a cavallo. Si dice che da quelle parti la natura umana è così pura che le donne cristiane possono bagnarsi nude nei torrenti. E poi, all’improvviso, giungi dinnanzi alle bianche guglie del santuario. Qui è la calma e la pace. Ci sono alberi, un cortile, acqua corrente. I miti guardiani del tempio ti offrono da mangiare e te ne puoi stare seduto in perfetta pace sorseggiando del tè. L’ingresso al tempio è dalla corte interna, e sul lato destro è scolpito un grande serpente nero. Il serpente è animale sacro, poiché gli yezidi credono che l’arca di Noè si arenò sul Jebel Sinjar e che in essa si aprì una falla; allora, il serpente, affinché l’arca potesse proseguire il suo viaggio, si arrotolò su se stesso e turò la falla. Ci togliamo le scarpe e siamo introdotti nel tempio, facendo attenzione a scavalcare d’un sol passo la soglia perché è proibito posarvi il piede. Come è proibito mostrare la pianta dei piedi: una prodezza non trascurabile quando si è seduti a gambe incrociate sul pavimento. L’interno è scuro e fresco e si ode gocciolare dell’acqua, la sacra fonte, che si vuole comunichi con la Mecca. Durante le festività si porta dentro il tempio l’immagine del Pavone, il simbolo di Shaitan, secondo alcuni prescelto perché è il nome più dissimile da quello proibito. In ogni modo, incarna Lucifero, il figlio del mattino, l’angelo pavone della fede yezidi. Torniamo all’aperto e ci sediamo nella pace e nel fresco silenzio della corte. Entrambi proviamo un senso di avversione a dover lasciare questo santuario montano per fare ritorno nel tumulto del mondo… Non dimenticherò mai Sheikh ’Adi, né mai potrò dimenticare l’assoluta calma e il sentimento di pienezza che là pervasero il mio spirito… Una volta, il capo degli yezidi, il Mir, venne a farci visita mentre eravamo impegnati negli scavi in Iraq. Un uomo alto, dal volto melanconico, interamente vestito di nero. Riassume in sé le funzioni di capo e di guida spirituale, benché, secondo quanto si racconta, questo particolare Mir fosse completamente “guidato” dalla zia, la khatūn del santuario di Sheikh ’Adi, e dalla madre, una bella donna di grande ambizione, che si diceva tenesse il figlio sotto il costante effetto di droghe, in modo da poterlo manovrare a suo piacimento. Durante un viaggio attraverso il Jebel Sinjar ci fermammo a far visita allo sceicco yezidi del Sinjar,


Hamo Shero, un uomo vecchissimo, che si diceva avesse novant’anni. Durante la guerra del 1914-18 centinaia di armeni in fuga dai turchi ebbero salva la vita riparando nel Sinjar. Per il giorno di riposo è scoppiato un altro furioso dissidio. Il giorno che segue quello della paga è sempre festivo. I musulmani sostengono che poiché agli scavi lavorano più musulmani che cristiani il giorno di riposo deve cadere di venerdì. Però gli armeni si rifiutano di lavorare la domenica, e dal momento che la campagna di scavi è diretta da cristiani, dicono, il giorno festivo dovrebbe essere la domenica. Decretiamo che il giorno di riposo sarà sempre il martedì che, per quanto ne sappiamo, non è il giorno festivo di nessuna particolare religione. Tutte le sere i capisquadra vengono a casa, bevono il caffè con noi e c’informano delle difficoltà e dei problemi sorti durante la giornata. Stasera il vecchio Abd es Salaam è particolarmente eloquente. La sua voce si leva in un lungo appassionato monologo, del quale non riesco ad afferrare il significato, nonostante vi presti la massima attenzione, ma che è così drammatico da suscitare il mio desiderio di saperne di più. Quando finalmente Abd es Salaam fa una pausa per riprendere il fiato chiedo a Max di cosa si tratta. Max mi risponde con una sola parola: «Stitichezza». Accortosi del mio interesse, Abd es Salaam si rivolge a me dando la stura a ulteriori dettagli retorici sulle sue condizioni. Max: «Ha provato l’eno, il beecham, i lassativi vegetali e l’olio di ricino. Ti sta raccontando con esattezza quali effetti ha avuto da ciascun preparato e come nessuno di essi lo abbia condotto al desiderato risultato!». È chiaro che è il caso di somministrargli la medicina da cavalli del medico francese. Max gliene fornisce una dose terrificante! Abd es Salaam se ne va pieno di speranza e tutti noi facciamo voti per una felice conclusione! Sono indaffaratissima. Oltre a restaurare il vasellame bisogna anche fotografarlo. A tale scopo mi è stata assegnata una “camera oscura” che, per certi versi, ricorda una cella di tortura medievale. Non ci si può stare né in piedi né seduti! Una volta penetrati carponi, sviluppo le lastre ginocchioni e a testa bassa. Ne riemergo praticamente asfissiata dal caldo e incapace di reggermi in piedi. Provo una viva soddisfazione nel descrivere in dettaglio le mie sofferenze, benché i miei ascoltatori siano distratti: il loro totale interesse è per i negativi, non per il tecnico. Talvolta Max si ricorda di dirmi calorosamente, ma con discrezione: «Cara, sei meravigliosa» in un tono leggermente astratto. La casa è terminata. Dalla sommità della collinetta ha un aspetto sacrale con la grande cupola che si erge bianca dal suolo cotto dal sole. L’interno è molto piacevole. È fresca e la cupola le conferisce una sensazione di spazio. Su un lato si aprono la “stanza delle antichità” e la camera da letto mia e di Max. Sull’altro lato lo studio progettazione e la camera in cui alloggiano Mac e B. Per quest’anno vi risiederemo soltanto per un paio di settimane. È ormai tempo di raccolto e gli uomini ogni giorno lasciano il lavoro per andare a mietere. I fiori sono scomparsi, svaniti d’un tratto, con l’arrivo dei beduini dalle colline; tutt’intorno brulicano le loro tende brune e il loro bestiame al pascolo via via che scendono lentamente verso sud. Torneremo il prossimo anno; torneremo alla nostra casa, sì, perché questa casa con la cupola sorta in mezzo al nulla già la sentiamo casa nostra. Lo sceicco nel suo candido abbigliamento le gira intorno con aria compiaciuta, gli occhi allegri e


scintillanti. Alla fine gli spetterà di diritto e già la considera un ulteriore lustro. Sarà bello rivedere l’Inghilterra. Bello rivedere gli amici e l’erba verde e i grandi alberi. Ma sarà altrettanto bello tornare qui il prossimo anno. Mac sta facendo uno schizzo del Tell, una veduta molto formale ma che io apprezzo molto. Non ci sono figure umane, soltanto linee curve e arabeschi. Mi rendo conto che Mac non è soltanto un architetto, è un artista. Gli chiedo di disegnare la copertina del mio prossimo libro. Entra B. lamentandosi che tutte le sedie sono imballate e che non c’è da sedersi. «Che ti vuoi sedere a fare?» gli chiede Max uscendo. «C’è un mucchio di lavoro da sbrigare.» E B. con tono di rimprovero: «Suo marito, che uomo di polso!». Mi chiedo chi lo crederebbe se soltanto lo vedesse addormentato in un pomeriggio d’estate in Inghilterra… Mi viene da pensare al Devon, alle sue rocce rosse e all’azzurro del mare… Che incanto tornarsene a casa… mia figlia, il cane, coppe di panna del Devonshire, mele, fare il bagno… Ho un sospiro estatico.


VI

Fine del viaggio

Le nostre scoperte sono state fruttuose, tanto che si è deciso di proseguire le ricerche per un’altra stagione. Quest’anno il gruppo di lavoro sarà diverso. Mac è in Palestina per altri scavi, ma spera di riunirsi a noi nelle ultime settimane della nostra campagna. Dunque, avremo un nuovo architetto. E un membro in più: il colonnello. Max spera di poter eseguire un certo numero di scavi a Tell Brak contemporaneamente a quelli di Chagar: il colonnello seguirà l’andamento degli uni mentre Max si occuperà degli altri. Max, il colonnello e il nuovo architetto partono assieme; io li seguo un paio di settimane più tardi. Una quindicina di giorni prima della partenza, ci telefona l’architetto chiedendo di Max, che non è in casa. Il tono è preoccupato. Gli domando se posso fare qualcosa per lui. «Be’, riguarda il viaggio. Sono alla Cook per prenotare la cuccetta per il posto che mi ha detto Max, ma mi dicono che quel posto non esiste.» Lo rassicuro. «Lo fanno spesso. Nessuno chiede mai di andare nel genere di località dove andiamo noi, ed è quindi naturale che non lo abbiano mai sentito nominare.» «Dicono che in realtà la località dove devo andare è Mosul.» «No, non è Mosul» lo tranquillizzo. Ho un’intuizione. «Ha chiesto per Kamichlie o Nisibin?» «Kamichlie! Non è questo il nome del posto?» «Sì, è il nome del posto, ma la stazione è Nisibin. È dalla parte turca della frontiera. Kamichlie è dalla parte siriana.» «Ora capisco. Max non le ha detto se c’è qualcos’altro che debba portarmi dietro?» «Non mi pare. Ha fatto una buona scorta di matite?» «Matite?» il tono è di sorpresa. «Naturalmente.» «Avrà bisogno di un sacco di matite» gli dico. E lui, senza rendersi pienamente conto del sinistro significato delle mie parole, riattacca. Il viaggio per Istanbul è sereno e riesco a far passare indenne la frontiera turca alla mia aliquota di scarpe! A Haidar Pacha devo dividere lo scompartimento con una signora turca di considerevoli dimensioni. Viaggia con un bagaglio composto da sei valigie, due cesti di foggia singolare, alcune borse e diversi pacchi di vettovaglie. Dopo aver aggiunto le mie due valigie e la cappelliera, non sappiamo più dove mettere i piedi!


A salutare la signora grassa c’è un’altra signora più magra e più vivace. Mi si rivolge in francese e conversiamo amabilmente. Va ad Aleppo? Ah, mia cugina non abita distante! Parla tedesco? Mia cugina parla un po’ di tedesco. No, ahimè, non parlo tedesco! Il turco? Neppure! Che sfortuna! La cugina non parla il francese! E allora, come faremo? Come potremo conversare? A quanto pare, le dico, non potremo. «È proprio un gran peccato» dice la vivace cugina. «Sarebbe stato interessante per entrambe. Ma, prima che il treno parta, raccontiamoci tutto. È sposata, sì?» Ammetto di esserlo. «E bambini? Ha un mucchio di figli, senza dubbio. Mia cugina ne ha soltanto quattro… ma» aggiunge con orgoglio «tre sono maschi!» Intuisco che per il prestigio dell’Inghilterra non posso dichiararmi soddisfatta di avere solo una figlia; vi aggiungo un paio di maschi, mentendo spudoratamente. «Eccellente!» fa la cugina raggiante. «E aborti? Quanti aborti ha avuto? Mia cugina cinque: due a tre mesi, due a cinque e un settimino nato morto.» Sono in forse se inventarmi anche un aborto per aumentare l’amichevole atmosfera della conversazione, allorché ecco il fischio del treno che fa schizzar via la vivace cugina dallo scompartimento e dal corridoio. «Dovrete scambiarvi tutti i particolari a gesti» mi grida. La prospettiva è allarmante; ma ce la caviamo molto bene a furia di ammicchi, cenni e sorrisi. La mia compagna di viaggio mi offre generose porzioni delle sue immense scorte di cibo fortemente piccante e io, per contraccambiare in qualche modo la cortesia, le porto una mela dal vagone ristorante. Dopo l’estrazione delle vivande dalle ceste lo spazio a nostra disposizione si è fatto ancora più esiguo e l’odore di cibo e di muschio è quasi insopportabile! Quando scende la notte la mia compagna si assicura che il finestrino sia ben chiuso. Io riparo nella cuccetta superiore e attendo finché odo provenire dal piano di sotto un gentile e ritmico russare. Furtivamente mi calo giù e con ogni precauzione dischiudo d’un millimetro il finestrino. Ritorno al mio posto senza esser stata scoperta. Al mattino, grande pantomima di sorpresa al rinvenimento del finestrino socchiuso. Con un’infinità di gesti la signora turca cerca di assicurarmi che non è colpa sua. Pensava di averlo chiuso. A mia volta la rassicuro gesticolando che non la biasimo affatto. Le faccio intendere che sono cose che capitano. Quando giungiamo alla stazione dove la signora turca deve scendere vengo salutata con la massima gentilezza. Ci sorridiamo, ammicchiamo, c’inchiniamo ed esprimiamo il nostro disappunto per l’ostacolo della lingua che ci ha impedito un vero e proprio scambio di opinioni sui fatti essenziali della vita. All’ora di pranzo siedo di fronte a un’anziana e cordiale signora americana. Guarda fuori pensosa le donne al lavoro nei campi. «Poverette!» sospira. «Mi chiedo se si rendano conto di essere libere!» «Libere?» Non riesco a comprenderla molto bene. «Diamine, proprio così; non indossano più il velo. Mustafà Kemal lo ha abolito. Adesso sono libere.» Rifletto guardando le donne al lavoro. Non mi pare che questa faccenda abbia per loro un qualche significato. La loro giornata è una fatica senza fine e dubito molto che si siano mai concesse il lusso di velarsi il volto. Nessuna delle mogli dei nostri operai lo fa. In ogni caso, non discuto sull’argomento. La signora americana chiama il cameriere e gli chiede un bicchiere d’acqua calda. «Je vais prendre» spiega «des remèdes.» L’uomo ha un’espressione perplessa. Desidera del caffè o del tè? Con una certa difficoltà gli facciamo capire che gli si è chiesto semplicemente dell’acqua calda. «Prende un po’ di sali con me?» mi chiede confidenzialmente la mia nuova amica, col tono di chi


propone di prendere un cocktail insieme. La ringrazio ma le dico che i sali non mi piacciono. «Ma le farebbero bene» insiste. Fatico molto a evitare di venir sottoposta a una drastica purga. Mi ritiro nel mio scompartimento chiedendomi come va quest’anno la stitichezza di Abd es Salaam! Interrompo il viaggio ad Aleppo dal momento che Max mi ha chiesto di procurargli delle cose in quella città. Visto che ho un giorno a disposizione prima del prossimo treno per Nisibin, mi unisco a un gruppetto che va in gita in automobile a Kalat Siman. Il gruppetto si rivela composto da un ingegnere minerario e da un sacerdote molto anziano e pressoché sordo. Il sacerdote, per una qualche ragione, si mette in testa che l’ingegnere minerario, che vedo ora per la prima volta, sia mio marito. «Suo marito parla l’arabo molto bene, mia cara» commenta sulla strada del ritorno dandomi un buffetto affettuoso sulla mano. Piuttosto confusa gli grido: «Sì, ma non è…» «Oh, lo è,» fa il sacerdote con aria di rimprovero «è un grande esperto di arabo.» «Non è mio marito» urlo. «Sua moglie non parla l’arabo per nulla, suppongo» continua quello rivolgendosi all’ingegnere, che diventa d’un color rosso mattone. «Non è…» comincia ad alta voce. «No,» dice il sacerdote «immaginavo che non fosse esperta di arabo.» Sorride. «Dovrebbe insegnarglielo.» Gridiamo all’unisono: «Non siamo sposati!» Il sacerdote muta espressione. Ci guarda con severa aria di rimprovero. «Perché no?» vuole sapere. L’ingegnere minerario mi dice smarrito: «Ci rinuncio». Ridiamo e il volto del sacerdote si distende. «Ah, capisco,» dice «avete voluto burlarvi di me.» L’auto si ferma all’albergo. Il sacerdote scende con estrema cautela liberando i bianchi favoriti dal lungo sciarpone. Si volta e ci sorride benevolo. «Che Dio vi benedica, vi auguro una lunga e felice vita assieme!» Arrivo trionfale a Nisibin! Come al solito, il treno si ferma in un punto in cui c’è un dislivello di ben cinque piedi tra lo scalino e il terreno disseminato di aguzze pietre! Un passeggero, molto cortesemente, balza a terra per primo e allontana col piede le pietre permettendomi di saltar giù a mia volta senza procurarmi la distorsione di una caviglia. In lontananza scorgo Max che mi viene incontro assieme a Michel, l’autista. Mi ricordo delle tre parole-chiave di Michel: Forca, ossia l’impiego della forza bruta (usualmente con risultati disastrosi); Sawi Proba ed Economia, il principio generale dell’economia, che già ci ha condotti a restare in mezzo al deserto senza carburante. Prima che ci si possa incontrare, un turco in uniforme mi apostrofa severamente: «Passaporto». Lo prende e rimonta sul treno. Seguono i saluti. Stringo la mano callosa di Michel, che mi dice: «Bonjour. Come sta?» aggiungendo in arabo un «Dio sia lodato» per il mio felice arrivo. Diversi facchini afferrano le valigie che il controllore lancia dai finestrini. Domando del mio passaporto, che è scomparso in compagnia del turco in uniforme.


L’azzurra Mary – il nostro camion – ci attende fiduciosa. Michel apre il portello posteriore ed ecco una vista familiare: galline (legate alla meno peggio), taniche di benzina e mucchi di tela di sacco, che, a una seconda occhiata, si rivelano esseri umani. Il mio bagaglio è stivato sopra le galline; poi gli umani e Michel vanno in cerca del mio passaporto. Temendo che Michel possa applicare il principio della Forca e causare un incidente internazionale, Max li accompagna. Dopo una ventina di minuti eccoli tornare trionfalmente. Si parte: cigolii, rollii, rantoli, balzi e rimbalzi dentro e fuori voragini. Passiamo dalla Turchia in Siria. Cinque minuti più tardi facciamo il nostro ingresso nella fiorente contea di Kamichlie. Prima di poter proseguire verso casa ci sono parecchi affari da sbrigare. Per prima cosa da “Harrods”, vale a dire, l’impresa di Yannakos, dove vengo ossequiata e invitata a sedermi dietro la cassa per prendere un caffè. Michel deve concludere l’acquisto di un cavallo, che tirerà il carro per il trasporto dell’acqua dal fiume Jaghjagha agli scavi di Tell Brak. Ha trovato un cavallo eccellente, un cavallo estremamente economia. «Un cavallo economico in che senso?» chiese Max sospettoso. «È un buon cavallo? Robusto? Resistente? Meglio un buon cavallo un po’ più caro di uno di qualità inferiore a prezzo conveniente.» Uno dei fastelli di tela di sacco ha lasciato il camion e si rivela il ribaldo che fungerà da battelliere – un uomo che, così dice, s’intende di cavalli. Andrà con Michel e riferirà sul cavallo. Nel frattempo, noialtri compriamo da Yannakos frutta in scatola, bottiglie di dubbio vino, marmellata di prugne e di mele e altre delicatezze. Andiamo quindi all’ufficio postale, dove ritroviamo il nostro vecchio amico, il direttore, con barba lunga e pigiama da lavare. Pigiama che dà tutta l’impressione di non essere mai stato cambiato o di non aver conosciuto acqua sin dall’anno precedente. Ritiriamo il fascio dei giornali e un paio di lettere, rifiutandone altre tre indirizzate in calligrafia europea a un tal Thompson, che il direttore ci porge con ansiosa insistenza, e proseguiamo in direzione della banca. La banca è un edificio di pietra, grande, fresco, vuoto, molto riposante. Nel mezzo c’è una panchina, sulla quale sono seduti due militari, un vecchio in stracci pittorescamente colorati e barba tinta con l’henné, e un ragazzo in laceri abiti europei. Tutti e quattro siedono in silenzio, lo sguardo perduto, sputando di tanto in tanto. In un angolo, enigmaticamente, c’è un letto con coperte scure. L’impiegato allo sportello ci riceve con piacere. Max mostra un assegno da cambiare. Ci fanno accomodare nell’ufficio di M. le Directeur. M. le Directeur è un uomo grosso e loquace, color caffè, che ci accoglie con la massima cordialità. Manda a prendere dei caffè. Ha sostituito il direttore dello scorso anno e per questo è piuttosto rattristato: ha dovuto lasciare Alessandretta, dove, afferma, c’è un poco di vita! Ma qui (agita le mani) «On ne peut même pas faire un bridge!». «No,» rimarca, vieppiù risentito «pas même un tout petit bridge.» (Nota: in cosa consiste la differenza tra un bridge e un tout petit bridge? Presumibilmente, necessitano entrambi di quattro giocatori?) Trascorre una mezzora di chiacchiere sulla situazione politica e sulle amenità (o la mancanza di amenità) di Kamichlie. «Mais tout de même on fait de belles constructions» ammette. Vive, a quanto pare, in uno di questi nuovi edifici, che non hanno luce elettrica, fognature, né alcun’altra civile comodità; ma la casa è almeno una construction, «une construction en pierre, vous comprenez! Madame la potrà vedere sulla strada per Chagar Bazar». Gli prometto che farò attenzione. Parliamo degli sceicchi locali. Si assomigliano tutti, dice. «Des propriétaires – mas qui n’ont pas le sou!» Sono costantemente in debito. A intervalli, durante la conversazione, fa il suo ingresso il cassiere con cinque o sei moduli, che Max firma, oltre a sborsare piccole somme, come sessanta centesimi pour les timbres. Arriva il caffè e dopo quaranta minuti rientra il piccolo cassiere con gli ultimi tre documenti e la


definitiva richiesta di «et deux francs quarante cinq centimes pour les timbres, s’il vous plaît», lasciando intendere che le estreme formalità si sono concluse e che il denaro può finalmente essere riscosso. «C’est à dire, si nous avons de l’argent ici!» Freddamente, Max gli precisa che aveva avvisato della sua intenzione di cambiare un assegno con una settimana di anticipo. Il cassiere si stringe nelle spalle, sorride. «Ah, bene, vediamo!» Per fortuna, tutto è a posto, c’è disponibilità di denaro. Si attaccano i bolli, possiamo andare. Nell’atrio ci sono sempre le stesse persone sempre sedute sulla medesima panchina e tuttora impegnate a sputare con lo sguardo nel vuoto. Torniamo da Harrods. Il battelliere curdo ci sta aspettando. Ci riferisce del cavallo di Michel – be’, se si può chiamarlo cavallo! Non è affatto un cavallo. È una femminuccia, proprio così: una femminuccia! Eccola qua, l’economia di Michel. Max va a esaminare il cavallo e io mi rimetto a sedere dietro alla cassa. Yannakos Junior m’intrattiene con una zoppicante conversazione sugli eventi del gran mondo. «Votre roi… votre roi… vous avez un noveau roi.» Confermo che abbiamo un nuovo re. M. Yannakos si sforza di esprimere concetti che superano la sua conoscenza della lingua. «Le roi d’Angleterre!» esclama. «Grand roi… plus grand roi dans tout monde… aller… comme ça.» Fa un gesto espressivo. «Pour une femme!» 1 No, è al di là della sua comprensione. «Pour une femme!» No, una cosa simile è incredibile. È possibile che in Inghilterra si dia tutta questa straordinaria importanza alle donne? «Le plus grand roi au monde!» ripete sgomento. Ecco di ritorno Max, il curdo e Michel. Michel, per un momento umiliato dal giudizio negativo sul suo cavallo, ha recuperato tutto il suo aplomb. Adesso stanno discutendo l’acquisto di un mulo. Michel mormora che un mulo costerà parecchio. Il curdo dice che un mulo è sempre un valore. Il curdo e Michel vanno in cerca di un uomo che ha una cugina di secondo grado il cui marito conosce un uomo che ha un mulo da vendere. Improvvisa comparsa di Mansur, il nostro cameriere idiota. Ci dà il benvenuto con un sorriso radioso e mi stringe calorosamente le mani. Ci è voluta un’intera campagna di scavi per insegnargli a preparare la tavola e nonostante ciò è ancora incline a procurare eruzioni di forchettine da tè. Rifare i letti prostra le sue capacità mentali al massimo grado. Ha movimenti tardi, ostinati, e qualsiasi cosa faccia è paragonabile a un giochetto insegnato con successo a un cane. Vogliamo andare a casa di sua madre (che, per inciso, è colei che si occupa del nostro bucato) a esaminare una raccolta di reperti archeologici? Andiamo. La stanza in cui entriamo è molto pulita e decorata. Per la terza volta in due ore bevo caffè. Vengono portate le antichità: bottigliette di vetro di età romana, frammenti di ceramica invetriata e vasellame, monete assortite e un bel po’ di assoluta paccottiglia. Max divide il tutto in due gruppi, uno di scarti e uno per il quale offre una cifra. Entra una donna, che chiaramente è parte interessata. È un punto controverso se voglia prima concludere la vendita oppure avere i gemelli. A giudicare dal suo aspetto potrebbero essere persino cinque. Ascolta la traduzione di Mansur e scuote il capo. Usciamo e torniamo al camion. Le trattative per l’acquisto del mulo sono già cominciate, così andiamo a controllare i barili per l’acqua che dovranno essere trasportati sul carro che il mulo tirerà. Anche stavolta Michel è nei guai. Ha ordinato un barile di proporzioni talmente straordinarie da non entrare sul carro e che probabilmente ucciderebbe qualsiasi cavallo o mulo. «Ma» si lagna Michel «un solo barile grande è più economia di due piccoli, e poi contiene più acqua!» Viene bollato con l’epiteto di dannato imbecille: per il futuro faccia come gli viene detto. Mormora speranzoso: «Sawi proba?». Ma anche quella speranza è fatta a pezzi. C’incontriamo poi con lo sceicco, il nostro particolare sceicco. Con la sua immensa barba tinta con


l’henné assomiglia più che mai a Enrico VIII. Indossa la solita veste bianca e il capo è avvolto da una stoffa verde smeraldo. Con grande giovialità propone di visitare al più presto Bagdad, anche se, è ovvio, ci vorranno diverse settimane prima di avere pronto il passaporto. «Fratello,» dice rivolto a Max «qualsiasi cosa possegga è tua. Per farti piacere quest’anno non ho seminato nulla e quindi tutta la mia terra è a tua disposizione.» Mio marito: «E io sono contento che questo tuo nobile gesto torni anche a tuo vantaggio. Quest’anno il raccolto va male. Chi ha seminato ci ha rimesso: congratuliamoci col tuo acume». Soddisfatto così l’onore, si separano in ottimi termini. Saliamo sulla Blue Mary. Michel scarica una montagna di patate e di arance sulla mia cappelliera acciaccandola completamente. Le galline starnazzano. Arabi e curdi intorno al camion supplicano un passaggio: ne salgono due. Si fanno posto tra le galline, le patate e i bagagli e si parte per Chagar Bazar.

1 Il libro è stato iniziato, come ricorda l’autrice, prima della Seconda guerra mondiale. Yannakos Junior allude dunque all’abdicazione di

Edoardo VIII che rinunciò al trono per sposare la divorziata Wallis Simpson.


VII

Vita a Chagar Bazar

È con un’immensa ondata di eccitazione che finalmente vedo la Nostra Casa. Eccola là, con la sua cupola, simile a un santuario consacrato a un qualche venerabile santo! Max mi racconta che lo sceicco ne è orgogliosissimo. Ogni tanto, in compagnia di alcuni amici, lo si vede girarle intorno ammirato; Max sospetta che ci stia già speculando sopra spacciandola per sua e sostenendo che a noi è stata semplicemente affittata. La Mary si arresta col solito brutale impiego del freno da parte di Michel (forca). Tutti corrono fuori dalla casa per salutarci. Volti noti e volti sconosciuti. Dimitri, il cuoco, con la sua faccia lunga e mite ha un’espressione decisamente materna. Indossa pantaloni lunghi di mussola fiorita e sorride tutto contento. Mi prende la mano e se la preme sulla fronte; poi, con orgoglio, ci mostra una scatola di legno con quattro cuccioli appena nati. Questi, ci dice, saranno i nostri futuri cani da guardia. Ed ecco Alì, l’aiuto cuoco, che era con noi anche lo scorso anno, soltanto che adesso è passato di rango, poiché è stato assunto un altro aiuto cuoco, ma in seconda, di nome Ferhid. Su di lui c’è poco da dire, se non che sembra preoccupato da qualcosa. Ma, m’informa Max, per Ferhid si tratta di una condizione cronica. Abbiamo anche un nuovo cameriere: Subri. Subri è un tipo alto, dall’aria selvaggia, con lo sguardo molto intelligente. Ride mostrandoci una chiostra di denti bianco e oro. Il colonnello e Bumps ci hanno preparato il tè. Il colonnello fa ogni cosa con precisione militare. Ha già istituito la nuova consuetudine di allineare gli uomini in formazione militare il giorno delle mance. Lo considerano un gran gioco. Passa un sacco di tempo a riassettare e i giorni in cui Max va a Kamichlie costituiscono i suoi grandi momenti. La casa, ci annuncia con orgoglio, adesso è lucida come uno specchio. Tutte le cose sono al loro posto e tutte quelle – moltissime – che non l’avevano l’hanno trovato! E talmente bene che ne avremo inconvenienti di ogni tipo! Bumps è il nuovo architetto. Il soprannome se l’è guadagnato per una sua ingenua osservazione rivolta al colonnello durante il viaggio di andata. All’alba, mentre il treno si avvicinava a Nisibin, Bumps tirò su la veneziana del finestrino e con vivo interesse contemplò il paese in cui avrebbe trascorso i prossimi mesi. «Che posto curioso» osservò «è pieno di bernoccoli (bumps)!» «Già, bernoccoli!», esclamò il colonnello. «Ma non ti rendi conto, mio irriguardoso amico, che ognuno di questi bernoccoli rappresenta una città sepolta, antica migliaia di anni?» E da allora il nome del nostro nuovo collega è Bumps! Ci sono da vedere anche i nuovi acquisti. Innanzitutto, una Citroën di seconda mano, che il colonnello ha battezzato “Poilu”. Poilu mostra di possedere un bel caratterino. Per una ragione o per l’altra, quando decide di


comportarsi male – rifiutandosi ostinatamente di partire o inscenando un guasto in qualche luogo inopportuno – sceglie come sua vittima il colonnello. La soluzione a questo mistero mi appare un giorno improvvisa. Spiego al colonnello che la colpa è sua. «Che significa: la colpa è mia?» «Non doveva chiamarla Poilu. 1 Dopotutto, se il nostro camion porta il nome di Queen Mary, il minimo che poteva fare era di battezzare la Citroën Imperatrice Giuseppina. Se lo avesse fatto non avrebbe avuto guai!» Il colonnello, da uomo d’ordine qual è, mi risponde che, in ogni caso, ora è troppo tardi. Poilu resta Poilu e dovrà comportarsi come si deve. Do una sbirciatina a Poilu che pare considerare il colonnello con aria sbarazzina. Poilu, sono certa, sta meditando il più grave dei crimini militari: l’ammutinamento! E ora è la volta dei capisquadra che si precipitano a salutarmi. Yahya rassomiglia più che mai a un cagnone contento; Alawi, come sempre, è molto bello; e il vecchio Abd es Salaam, come al solito, ha una gran parlantina. Chiedo a Max come va la stitichezza di Abd es Salaam: la più parte delle sere viene dedicata all’esaustiva discussione dell’argomento! Andiamo infine nella stanza delle antichità. I primi dieci giorni di lavoro si sono appena conclusi con l’eccezionale bottino di circa un centinaio di tavolette: esultiamo. Entro una settimana inizieremo gli scavi a Tell Brak contemporaneamente a quelli di Chagar. Adesso che sono rientrata a casa ho l’impressione di non essermene mai allontanata, anche se, a causa della passione per l’ordine coltivata dal colonnello, la casa è pervasa da un lindore che non le ho mai conosciuto. La qual cosa mi induce a narrare il triste episodio dei formaggi Camembert. Max aveva comperato ad Aleppo sei forme di Camembert con la convinzione che si potesse trattare questo tipo di formaggio alla stregua di quello olandese e quindi conservarlo fintanto che si vuole. Una forma era stata consumata prima del mio arrivo; le restanti cinque erano state ordinatamente alloggiate dal colonnello (che vi si era imbattuto durante una delle sue ronde di pulizia) sul fondo di una credenza nella sala da pranzo. Vennero rapidamente ricoperte da fogli di carta da disegno, risme di carta da macchina, pacchetti di sigarette, dolcetti turchi, ecc. e rimasero a languire nell’oscurità della credenza: dimenticate e ignote ma non, ahinoi, inavvertite. Una quindicina di giorni dopo eravamo tutti impegnati ad annusare e ad azzardare congetture. «Se non sapessi che non abbiamo fognature…» dice Max. «E che la più vicina conduttura del gas sarà a un duecento miglia di distanza…» «Immagino quindi che debba trattarsi di un topo morto.» «Un ratto, come minimo!» Infine, visto che continuare a vivere dentro casa diventa quasi insopportabile, si dà il via alla ricerca sistematica dell’ipotetico cadavere del ratto. Allora, e soltanto allora, facciamo la scoperta di una pestilenziale massa collosa, un tempo i cinque Camembert che, raggiunta la fase coulant, erano ormai coulant all’ennesimo grado. Sguardi di accusa all’indirizzo del colonnello. Gli orribili resti vengono affidati a Mansur affinché dia loro solenne sepoltura in un angolo remoto dalla casa. Max spiega appassionatamente al colonnello che quell’episodio lo conferma in quel che ha sempre saputo: che l’idea dell’ordine è un grande errore! Il colonnello replica che mettere via le forme di formaggio era stata una buona idea; lo sbaglio era da ricercarsi nella distrazione degli archeologi, che non ricordano di possedere del Camembert in casa. Io affermo che il vero errore è stato l’acquisto di forme di Camembert maturo en bloc per immagazzinarlo! E Bumps: in ogni caso, perché comprare del Camembert? A lui non è mai piaciuto! Mansur porta via gli


orribili resti e, obbediente, li seppellisce ma è, al solito, confuso. È presumibile che ai khwaya piacciano queste cose, visto che le pagano in denaro sonante. Perché, allora, distruggerle, quando le loro buone qualità si sono fatte vieppiù evidenti? È ovvio che tutto è parte essenziale dell’eccentrico modo di vivere dei padroni! Il problema della servitù sulle rive dell’Habur è assai diverso dal problema della servitù in Inghilterra. Si può affermare che qui è la servitù ad avere il problema dei padroni! I nostri ghiribizzi e i nostri pregiudizi, le nostre preferenze e le nostre antipatie risultano del tutto fantastici, tanto da non rientrare, secondo l’opinione dei nativi, in una qualsiasi struttura logica! Per esempio, i padroni dispongono di numerose pezze di tessuto quasi uguale e dai bordi diversamente colorati che dovrebbero venire impiegate ciascuna per uno scopo particolare. Perché questa complicazione? Perché quando Mansur usa una tovaglietta da tè bordata d’azzurro per togliere il fango dal radiatore dell’auto, una furibonda khatūn si precipita fuori di casa piena di riprovazione? La tovaglietta rimuove il fango ottimamente. E ancora, perché quegli immeritati rimproveri allorché un sopralluogo in cucina rivela che il servizio da colazione una volta lavato è stato asciugato con un lenzuolo? «Ma» protesta Mansur, desideroso di giustificare la propria condotta «non abbiamo adoperato un lenzuolo pulito, è sporco!» Incomprensibilmente, la cosa pare peggiorare l’accaduto. Parimenti, l’invenzione della posateria da parte della civiltà comporta il perpetuo mal di capo dell’angosciato cameriere. Mi è capitato più di una volta di scorgere attraverso il vano di una porta lasciata aperta Mansur che si faceva coraggio per l’incombenza di apparecchiare la tavola da pranzo. Prima sistema la tovaglia: con espressione molto compresa la stende da un lato e poi dall’altro, arretrando di un bel po’ per osservare quale effetto risulta più artisticamente piacevole. Inevitabilmente preferisce la soluzione del lato lungo posto attraverso quello corto della tavola, cosicché si assiste a un grazioso ricadere della tovaglia sui due lati mentre le estremità della tavola mostrano almeno un paio di pollici di nudo legno. Fa un cenno di approvazione e poi, la fronte aggrondata, scruta entro un cesto piatto e mangiato dalle tarme (acquistato per pochi soldi a Beirut) nel quale giacciono posate assortite. Ecco il vero problema. Con attenzione, e con tutti i segni di un grave sforzo mentale, dispone una forchetta su ogni tazza e piattino e un coltello alla sinistra di ciascun piatto. Arretra e considera l’effetto con la testa piegata da una parte. Scuote il capo e sospira. Qualcosa sembra suggerirgli che così non va. Qualcosa sembra anche dirgli che mai, neppure al termine della stagione di scavi, riuscirà a padroneggiare sul serio il principio che si nasconde dietro le varie combinazioni di quei tre elementi: coltello, forchetta e cucchiaio. Persino al tè, il più semplice dei pasti, la sua sistemazione di una sola forchetta non incontra il favore sperato. Per qualche imperscrutabile ragione chiediamo, in un momento in cui non c’è nulla da tagliare, un coltello! È una cosa semplicemente priva di senso. Con un profondo sospiro Mansur prosegue nel suo arduo compito. Oggi è perlomeno determinato a riuscire gradito. Guarda di nuovo. Mette un paio di forchette alla destra di ogni piatto e aggiunge un cucchiaio o un coltello alternativamente. Col fiato grosso aggiusta i piatti, si china su ognuno e ci soffia sopra con veemenza per rimuovere qualsiasi eventuale traccia di polvere. Barcollando leggermente a causa dell’intenso sforzo mentale, lascia la stanza per avvertire il cuoco che tutto è pronto e che può togliere le omelette dal forno, dove sono rimaste al caldo per venti minuti affinché risultassero squisitamente coriacee. A questo punto, compare Ferhid, l’aiuto cuoco. Ci si avvicina con uno sguardo preoccupato, come se dovesse annunciarci una catastrofe, così che è un vero sollievo sentirlo semplicemente annunciare che il


pranzo è servito. E stasera abbiamo tutti i piatti che Dimitri considera di suprema raffinatezza. Si comincia con l’antipasto: uova sode affogate nella maionese, sardine, fagiolini lessi freddi e acciughe. Segue la specialità di Dimitri: spalla (?) di montone ripiena di riso, uvetta e spezie. L’aspetto è dei più misteriosi. Bisogna tagliare una lunga sutura di filo di cotone; dopo di che la massa della farcia è facilmente raggiungibile, mentre la presenza della carne resta inavvertita fintanto che, alla fine, rivoltando improvvisamente il tutto si scopre il montone! Mangiamo poi delle pere sciroppate poiché abbiamo fatto divieto a Dimitri di preparare l’unico dolce che conosce – e che a nessuno di noi piace –, la crème caramel. Ma ecco che il colonnello ci annuncia con orgoglio di aver insegnato a Dimitri a preparare un appetitoso fine-pasto. Si passano i piatti, dove viene disposta una piccola fetta di pane arabo annegata in una sostanza gialla fumante, dal vago gusto di formaggio. Esprimiamo al colonnello le nostre riserve sul suo appetitoso fine-pasto! In ultimo, sono portati in tavola dei dolcetti turchi e della squisita frutta di Damasco in scatola; e a questo punto fa il suo ingresso lo sceicco che è venuto a farci visita. L’aver deciso di scavare a Chagar ha cambiato la sua posizione dalla disperata bancarotta a quella di un uomo sul quale a ogni istante una pioggia d’oro è sul punto di cadere. Forte di questo, secondo quanto riferitoci dai capisquadra, si è comperato una nuova e bella moglie yezidi e ha aumentato enormemente i suoi debiti in conseguenza del rinnovato credito accordatogli! Di sicuro, è di ottimo umore. Come sempre è armato fino ai denti. Con noncuranza si libera del fucile gettandolo in un angolo, per diffondersi sui pregi di una pistola automatica che ha or ora acquistato. «Guardate che meccanismo!» esclama spianandola sul colonnello «Semplice ed eccellente. Metti il dito sul grilletto – così –, e via, una pallottola dietro l’altra.» Con voce angosciata il colonnello chiede se la pistola sia carica. Naturale, che è carica, replica lo sceicco con sorpresa. A che mai servirebbe una pistola se non fosse carica? Il colonnello, che prova un giusto orrore di militare per le armi cariche puntategli contro, cambia prontamente di posto, mentre Max distrae lo sceicco dal suo nuovo balocco offrendogli dolcetti turchi. Lo sceicco si serve generosamente, si lecca le dita in segno di apprezzamento e ci sorride raggiante. «Ah,» fa accorgendosi che sono impegnata a risolvere un cruciverba sul «Times» «così la tua khatūn sa leggere? E sa pure scrivere?» Max gli conferma che è proprio così. «Una khatūn molto istruita» dice lo sceicco con approvazione. «E dà la medicina alle donne? Se sì, una sera farò venire le mie mogli affinché le spieghino tutto ciò che le affligge.» Max risponde che le mogli dello sceicco saranno le benvenute, ma che la sua khatūn, sfortunatamente, non conosce bene l’arabo. «Ci arrangeremo, ci arrangeremo» dice allegro lo sceicco. Max s’informa sul suo viaggio a Bagdad. «Non è ancora combinato. Ci sono difficoltà, formalità.» Tutti noi nutriamo il sottile sospetto che le difficoltà siano di tipo finanziario. Corre voce che lo sceicco abbia già finito tutto il denaro datogli da noi in aggiunta alla percentuale che riceve dagli operai del suo villaggio. «Ai tempi di El Baron…» attacca. Ma prima che possa far cenno a un anticipo in oro, Max con rapida mossa lo previene chiedendogli dov’è la ricevuta ufficiale per le sessanta sterline siriane che lo sceicco ha già incassato. «Il governo la


richiederà.» Lo sceicco molla prontamente l’idea del prestito e cambia argomento dicendo di aver lì fuori un caro amico e parente con un occhio malato. Vorremmo uscire a dargli un’occhiata e un consiglio? Usciamo e alla luce di una torcia osserviamo l’occhio in questione. È ridotto a una pappa sanguinolenta. Non possiamo farci nulla: un occhio in questo stato va fatto vedere a un medico, dice Max. E prima possibile, aggiunge. Lo sceicco annuisce. Il suo amico sta per recarsi ad Aleppo. Potremmo dargli una lettera di presentazione per il dottor Altounyan? Max acconsente e senza indugio comincia a prepararla. «È suo parente, ha detto?» «Sì.» «E il suo nome?» chiede Max continuando a scrivere. «Il suo nome?» Lo sceicco è colto un po’ alla sprovvista. «Non so. Devo chiederglielo.» Lo sceicco esce nuovamente e torna per dirci che il nome del suo congiunto è Mahmoud Hassan. «Mahmoud Hassan» ripete Max scrivendolo. «O è il nome del passaporto che vuoi?» chiede lo sceicco. «Quello del passaporto è Daoud Suliman.» Max è sconcertato e gli domanda qual è il suo nome vero. «Chiamalo come preferisci» conclude lo sceicco generosamente. Gli viene consegnata la lettera; lo sceicco raccoglie il suo equipaggiamento guerresco, ci benedice allegramente e scompare nella notte insieme al suo misterioso accompagnatore. Il colonnello e Bumps prendono a discutere in merito a re Edoardo VIII e Mrs. Simpson. Discussione seguita da un’altra che ha per oggetto il matrimonio in generale e che li conduce, a quanto pare con la massima naturalezza, ad argomentare sul suicidio! A questo punto li lascio e vado a letto. C’è un forte vento stamattina. Aumenta, finché verso mezzogiorno si è trasformato in tempesta di sabbia. Bumps, che è salito sul Tell col casco coloniale, ha il suo daffare per tenerselo in testa in mezzo alla tormenta, fintanto che i lacci non gli si aggrovigliano intorno al collo. Michel, sempre pronto alla bisogna, arriva al salvataggio. «Forca!» esclama tirando forte una delle cinghie. Bumps si fa paonazzo via via che lentamente lo strangolamento procede. «Beaucoup forca» insiste Michel allegro, tirando ancora più forte e il colorito di Bumps vira al nero. Arriviamo in suo soccorso giusto in tempo! Finito il lavoro scoppia un violento alterco tra il sanguigno Alawi e Serkis, il nostro falegname. Alterco provocato, come al solito, da un niente, ma che tocca altezze omicide. Max è costretto a impartire uno dei suoi (come lui li definisce) “colloqui propedeutici”. Ogni giorno che passa, dice, si sente sempre più adatto a rivestire il ruolo di preside, vista e considerata la nauseante facilità con la quale riesce a impartire insegnamenti morali! Lo sproloquio è dei più solenni. «Voi credete» chiede Max «che io e il khwaja colonnello e il khwaja con la Pertica abbiamo sempre lo stesso identico pensiero? Che non desideriamo mai scontrarci? Ma forse alziamo la voce, gridiamo, tiriamo fuori i coltelli? No! Tutte le nostre divergenze ce le gettiamo dietro le spalle fintanto che non saremo ritornati a Londra! Qui c’è innanzitutto il Lavoro! Sempre il Lavoro! Ci controlliamo!» Alawi e Serkis ne sono profondamente colpiti; la discussione è dimenticata e la loro commovente reciproca cortesia su chi debba varcare la porta per primo è una cosa che tocca veramente il cuore.


Abbiamo comprato una bicicletta: una bicicletta di fabbricazione giapponese estremamente economica. È destinata all’orgoglioso possesso di Alì, l’aiuto, che avrà l’incarico di andare a Kamichlie due volte la settimana per ritirare la posta. Parte all’alba, tutto contento e pieno di importanza, per fare ritorno verso l’ora del tè. Dico a Max con aria dubbiosa che si tratta di un bel po’ di strada: Kamichlie è a quaranta chilometri. Formulo mentalmente calcoli piuttosto sommari e mormoro: «Venticinque miglia, e ventiquattro al ritorno». E aggiungo costernata: «Il ragazzo non può assolutamente farcela. È una distanza troppo grande per lui». E Max (con deplorevole indifferenza, a mio avviso): «Oh, no, non credo!». «Dev’essere esausto» mormoro. Esco dalla stanza e vado in cerca del disfatto Alì. Nessuna traccia. Alla fine Dimitri capisce di cosa sto parlando. «Alì? Alì è tornato da Kamichlie una mezz’ora fa. Dov’è adesso? È andato in bicicletta al villaggio di Germayir, a otto chilometri, a trovare un amico.» La mia sollecitudine nei riguardi di Alì si smorza repentina, tanto più che all’ora di cena ci serve a tavola con un’aria tutta contenta e senza alcun segno di fatica. Max mi prende in giro e mi sussurra enigmaticamente: «Ricordi Swiss Miss?». Ecco che mi ritrovo a ripensare a Swiss Miss e ai suoi tempi. Swiss Miss era uno dei cinque cuccioli che ci ritrovammo ad avere durante il nostro primo scavo ad Arpachiyah, vicino a Mosul. Rispondevano (o quanto meno non li rifiutavano) ai nomi di Woolly Boy, Boujy, Whitefang, Tomboy e Swiss Miss. Boujy morì ancora piccolo per un’indigestione di klechah, una sorta di pasticcino straordinariamente pesante che viene consumato da alcune sette cristiane durante le festività pasquali. I nostri capisquadra cristiani ce ne avevano regalati alcuni che si dimostrarono di impiccio. Avendone noi stessi subiti gli effetti – oltre ad aver seriamente danneggiato la digestione di un’innocente ragazza nostra ospite che se n’era servita con entusiasmo all’ora del tè – passammo di nascosto i superstiti a Boujy. Boujy, incredulo, avanzò lentamente nel sole, inghiottì quel ricco pasto e in un batter d’occhio morì! Una morte estatica, invidiabile! Swiss Miss, che era la favorita del padrone, divenne il capo della restante cucciolata. Andava da Max al tramonto, finita la giornata di lavoro, e lui diligentemente le toglieva le zecche. Poi i cani si mettevano in fila dinnanzi al fabbricato della cucina, Swiss Miss in testa, e via via che venivano chiamati si facevano avanti per ricevere la cena. E un giorno, per qualche avventura, Swiss Miss si ruppe una gamba e la vedemmo tornare balzelloni, gravemente malata. Ma non morì. Quando giunse il momento di ripartire, il destino che attendeva Swiss Miss mi gravò addosso con tutto il suo peso. Zoppa com’era, come avrebbe potuto sopravvivere una volta che ce ne fossimo andati? L’unica cosa da fare, sostenevo, era sopprimerla. Non potevamo lasciarla morire di fame. Ma Max non ne voleva sapere. Mi assicurò ottimisticamente che Swiss Miss se la sarebbe cavata. Gli altri… sì, è possibile, ribattei, avrebbero potuto badare a se stessi, ma Swiss Miss era un’invalida. La questione andò avanti, sostenuta con sempre più passione da entrambe le parti. Alla fine, Max ebbe la meglio e partimmo dopo aver consegnato del denaro al vecchio giardiniere pregandolo di «badare ai cani, specialmente a Swiss Miss», ma senza nutrire eccessive speranze sulla loro sorte. Di tanto in tanto, nei due anni seguenti, fui tormentata dall’angoscia al pensiero del destino a cui avevamo abbandonato Swiss Miss, senza mancare ogni volta di rimproverarmi per la mia poca fermezza. Quando, due anni dopo, ci capitò di ripassare da Mosul ci recammo a vedere la nostra vecchia casa. Vuota: nessun segno di vita da nessuna parte. Mi venne di chiedere a Max in un soffio: «Che ne sarà stato di Swiss Miss?». Udimmo un ringhio. Seduto sui gradini di casa c’era un cane – un cane dall’aspetto spaventoso


(persino da cucciolo Swiss Miss non era stata una bellezza). Si alzò in piedi e vidi che zoppicava. Chiamai Swiss Miss e la sua coda accennò a scodinzolare, pur senza smettere di ringhiare sordamente. E poi, dai cespugli sbucò un cuccioletto, che corse dalla madre. Swiss Miss doveva aver trovato un bel marito dal momento che il cucciolo era un cagnetto dei più graziosi. La madre col suo cucciolo ci guardarono tranquillamente, pur senza riconoscerci. «Vedi,» disse Max trionfante «te l’avevo detto che se la sarebbe cavata. Diamine, è bella grassa. Swiss Miss ha cervello, è per questo che è sopravvissuta. E ora pensa di cosa l’avremmo privata se avessimo deciso di sopprimerla!» Da allora, quando comincio a cedere all’ansietà, le parole Swiss Miss vengono impiegate per placare le mie obiezioni! Alla fine, si è rinunciato al mulo; al suo posto abbiamo comprato un cavallo – un cavallo vero, non una femminuccia, un cavallo superbo, un principe dei cavalli. E col cavallo, apparentemente inseparabile, è arrivato un circasso. «Che uomo!» esclama Michel, la voce strozzata in un acuto di genuina ammirazione. «I circassi sanno tutto sui cavalli. Vivono per i cavalli. E che attenzioni, che premure quest’uomo riserva al suo! Si preoccupa continuamente che stia bene. E com’è educato! Che buone maniere ha… con me!» Max non si scompone, limitandosi a osservare che il tempo ci dirà se quell’uomo vale qualcosa. Ci viene presentato: ha i capelli arruffati e indossa stivaloni, e per qualche verso mi ricorda un personaggio dei balletti russi. Oggi è venuto a trovarci un collega francese, di Mari, accompagnato dal suo architetto. Come molti architetti francesi, ha l’aspetto che ricorda uno di quei santi minori, il volto incorniciato da una vaga e rada barbetta. Quando gli si offre qualcosa si limita a un «Merci, Madame» di cortese diniego. Il signor Parrot c’informa che ha mal di stomaco. La visita passa piacevolmente e quando sono pronti per ripartire abbiamo modo di ammirarne l’auto. Parrot commenta con tristezza: «Oui, c’est une bonne machine, mais elle va trop vite. Beaucoup trop vite» e aggiunge: «L’année dernière elle a tué deux de mes architectes!». Quindi salgono a bordo; l’architetto con l’aria da santo siede al volante e, senza por tempo in mezzo, partono e si allontanano in un vortice di polvere a quasi novanta chilometri all’ora, per buche e dossi, serpeggiando per i villaggi curdi. Pare del tutto probabile che un altro architetto, per nulla scosso dal destino toccato ai suoi predecessori, sarà vittima della risoluta velocità del mezzo. È chiaro che da biasimare è sempre l’automobile! Mai l’uomo che tiene il piede sull’acceleratore. L’esercito francese ha iniziato le manovre. Per il colonnello, il cui spirito marziale si è d’un botto risvegliato, la cosa è elettrizzante. I suoi ardenti approcci di conversazione con gli ufficiali francesi vengono però accolti con estrema freddezza. Lo considerano con sospetto. Gli dico che lo credono una spia. «Una spia? Io?» fa il colonnello indignatissimo. «Come possono pensare una cosa simile?» «Be’, è evidente che lo pensano.» «Ma ho rivolto soltanto qualche semplice domanda e tutte d’interesse esclusivamente tecnico. E ho avuto risposte sempre così vaghe.» Certo, considerata la fermezza con cui la sua brama di parlare del proprio mestiere viene respinta, per il povero colonnello si tratta di un notevole disappunto. Le manovre preoccupano anche i nostri operai ma in una maniera completamente diversa. Un uomo barbuto dall’aria seria si presenta da Max.


«Khwaja, gli ’asker interferiranno col mio lavoro?» «No, certamente no; non disturberanno gli scavi.» «Non dico quel lavoro, khwaja, ma i miei affari.» Max gli chiede quale genere di affari e quello gli risponde orgogliosamente che contrabbanda sigarette! Il contrabbando di sigarette oltre il confine iracheno sembra quasi una scienza esatta. Un giorno arriva in un villaggio l’auto dei finanzieri, e il giorno dopo arrivano i contrabbandieri… Max chiede se i finanzieri non tornano mai indietro a ispezionare nuovamente il villaggio. L’uomo lo guarda con aria di rimprovero: naturalmente no. Se lo facessero tutto andrebbe storto. E stando così le cose gli operai possono felicemente fumare sigarette al prezzo di due pence il centinaio! Max interroga alcuni uomini per sapere quanto spendono esattamente per vivere. La più parte si porta dal lontano villaggio un sacco di farina, che basta per circa dieci giorni. Nel nostro villaggio c’è qualcuno che prepara il pane per loro, visto che cuocerselo da soli, a quanto sembra, è cosa al di sotto della loro dignità. Occasionalmente lo accompagnano con cipolle, talvolta con riso, ed è probabile che riescano a procurarsi latte acido. Una volta fatti i conti, scopriamo che per mangiare spendono circa due pence a testa la settimana! Anche due operai turchi chiedono ansiosamente notizie degli ’asker. «Ci creeranno delle noie, khwaja?» «Perché dovrebbero?» A quanto sembra, i turchi non dovrebbero essere da questa parte della frontiera. In ogni caso, uno dei nostri picconieri li rassicura. «Andrà tutto bene,» dice «indossate la kefiyaed.» Da queste parti non si usa indossare il berretto e grida di derisione si levano dagli arabi e dai curdi – che indossano la kefiyaed – mentre puntano il dito sdegnati e gridano: «Turco! Turco!» allo sfortunato di turno, che, per ordine di Mustafà Kemal, indossa un copricapo di foggia europea. Qui “la testa di chi indossa un berretto non riposa in pace”. 2 Stasera, mentre stavamo finendo di cenare, è entrato trafelato Ferhid per annunciarci con voce disperata che lo sceicco ha portato con sé le mogli affinché chiedano consiglio alla khatūn. Mi sento un po’ nervosa. A quanto pare, mi sono guadagnata la reputazione di una che s’intende di medicina. E si tratta di cosa eccezionalmente immeritata. A differenza delle donne curde, che non hanno remore nel descrivere a Max i loro disturbi fin nei dettagli affinché ne riferisca alla sottoscritta, le più pudiche donne arabe si rivolgono a me soltanto quando sono sola. Le scenette che ne derivano sono soprattutto pantomime. I mal di capo vengono abbastanza facilmente individuati e l’aspirina accettata con riverente soggezione. Gli arrossamenti o le affezioni oculari si spiegano da soli, anche se spiegare l’uso dell’acido borico è faccenda più ardua. «Mai harr» dico (“acqua bollente”). «Mai harr» ripetono. Poi passo alla dimostrazione con un pizzico di acido borico: «Mithl hadha». Pantomima finale del bagno oculare. La paziente allora risponde mimando l’atto di bere una bella sorsata. Scuoto la testa. Applicazioni esterne sugli occhi. La paziente è un po’ delusa. Comunque, il giorno seguente sappiamo dal caposquadra che la moglie di Abu Suleiman ha avuto grossi benefici dalla medicina della khatūn. Si è bagnata gli occhi e poi se l’è bevuta tutta, fino all’ultima goccia! Il gesto più comune è un eloquente sfregarsi l’addome. Ciò comporta due significati: a) indigestione acuta; b) sterilità. Nel primo caso il bicarbonato di soda dà eccellenti risultati; e nel secondo si è fatto una reputazione


piuttosto sorprendente. «La polvere bianca della tua khatūn ha fatto portenti la scorsa stagione! Adesso ho due figli robusti: gemelli!» Pur riandando a questi passati trionfi non posso fare a meno di ritrarmi un poco dinnanzi all’arduo cimento che mi fronteggia. Max m’incoraggia col suo consueto ottimismo. Lo sceicco gli ha detto che una delle mogli è sofferente agli occhi: un evidente caso di acido borico. Le mogli dello sceicco, naturalmente, a differenza delle donne del villaggio, portano il velo. Pertanto, si porta una lampada in un piccolo magazzino vuoto, dove visiterò la paziente. Mentre mi dirigo con apprensione verso l’improvvisato studio, il colonnello e Bumps non mancano né di fare svariati pesanti apprezzamenti né di fare del loro meglio per innervosirmi. Fuori nella notte attendono circa diciotto persone. Lo sceicco saluta Max con un allegro scroscio di risa e agita la mano indicando un’alta e velata figura. Pronuncio le tradizionali parole di saluto e faccio strada dentro il piccolo magazzino. Non una, ma cinque donne mi seguono, tutte molto eccitate, ridendo e parlando. La porta si chiude alle nostre spalle. Max e lo sceicco restano fuori per fare da interpreti. Sono un po’ sbalordita da tutte quelle donne. Sono tutte mogli? E tutte bisognose di cure mediche? Via i veli. Una è giovane e alta – molto attraente. Suppongo sia la nuova moglie yezidi, quella appena acquistata con l’anticipo dell’affitto della terra. La moglie principale è molto più anziana, dimostra quarantacinque anni ma probabilmente ne avrà una trentina. Tutte indossano gioielli e tutte hanno sul volto la lieta bellezza del tipo curdo. Quella di mezza età si indica gli occhi e si stringe il volto fra le mani. Ahimè, non è un caso da acido borico! Direi che è affetta da una forma virulenta di avvelenamento del sangue. Alzo la voce per rivolgermi a Max. È un avvelenamento del sangue, gli dico, e dovrebbe farsi vedere da un medico o andare all’ospedale di Der-ez-Zor oppure a quello di Aleppo, dove le praticherebbero le opportune iniezioni. Max trasmette il messaggio allo sceicco, che resta molto colpito dalla diagnosi. Max: «È molto impressionato dalla tua bravura. È esattamente quanto gli ha già detto un medico di Bagdad; anche lui ha spiegato che dovrebbe fare des piqûres. E adesso che pure tu glielo dici, sta seriamente considerandone l’opportunità. Tra breve porterà di sicuro sua moglie ad Aleppo.» Gli dico che farebbe bene a portarcela al più presto. Quest’estate, dice lo sceicco, o in ogni caso in autunno. Non c’è fretta. Tutto andrà secondo le direttive di Allah. Le mogli meno importanti, per così dire, stanno adesso esaminando il mio abbigliamento in un’estasi di lietissima gaiezza. Do alla paziente qualche compressa di aspirina per alleviarle il dolore e le raccomando impacchi di acqua calda, ecc. Ma, comunque, sembra molto più interessata dal mio aspetto che dalle proprie condizioni di salute. Offro dolcetti turchi e ci ritroviamo tutte quante a ridere, a sorriderci e a toccarci scambievolmente gli abiti. Infine, a malincuore, le donne recuperano i loro veli e se ne vanno. Torno nel soggiorno coi nervi a pezzi. Chiedo a Max se pensa che lo sceicco porterà la moglie in qualche ospedale; la risposta è che probabilmente non lo farà. Oggi Michel va a Kamichlie con la roba da lavare e una lunga lista di spese. Michel non sa né leggere né scrivere, ma non dimentica mai nulla e riesce a ricordare con precisione ogni prezzo. La sua scrupolosa onestà compensa i numerosi seccanti difetti, che, personalmente, elencherei in quest’ordine:


1. La voce acuta e lamentosa. 2. La tendenza a battere “tutti” sotto le finestre. 3. Gli speranzosi tentativi di uccidere i musulmani sulla strada. 4. La vis polemica. Un sacco di fotografie quest’oggi. Faccio così conoscenza con la mia “camera oscura”. È senz’altro un gran passo innanzi rispetto alla “segreta” di Amuda. Posso stare in piedi ed è fornita di un tavolo e di una sedia. Ma poiché è un’aggiunta recente – di alcuni giorni prima del mio arrivo – i mattoni di fango sono ancora umidi. Strani funghi prolificano sulle pareti, e quando capita di restarci dentro in una giornata calda, se ne esce semi-asfissiati! Max ha regalato una tavoletta di cioccolato al ragazzino addetto al lavaggio delle ceramiche, e stanotte il ragazzino lo ha atteso per avvicinarlo. «Dimmi, khwaja, ti prego, come si chiama quel cibo dolce? È talmente buono che non m’importa più dei dolci del bazar. Devo comprarmi questo nuovo dolce, anche se costasse un mejidi!» Dico a Max che dovrebbe sentirsi come se ne avesse fatto un tossicodipendente. È evidente che il cioccolato dà assuefazione. Cosa che certo non si verificò lo scorso anno, mi fa osservare Max, con un vecchio al quale aveva offerto un pezzo di cioccolato. Il vecchio lo aveva cortesemente ringraziato e lo aveva fatto sparire nella veste. Il pignolo Michel gli aveva chiesto perché non lo mangiasse. «È buona» aveva detto, e il vecchio aveva risposto con semplicità: «È una cosa nuova. Potrebbe essere pericolosa!». Oggi è giorno di riposo; ce ne andiamo a Brak per i preparativi. Il Tell è a circa un miglio da Jaghjagha e la prima cosa da risolvere è il problema dell’acqua. Avevamo già fatto iniziare lo scavo di un pozzo, ma l’acqua della collinetta si è rivelata salmastra e imbevibile. La si dovrà dunque portare su dal fiume: da qui il circasso, il carretto e i barili di acqua (e il cavallo che non è una femminuccia). Avremo anche bisogno di un sorvegliante che alloggi agli scavi. Per noi affitteremo una casa nel villaggio armeno vicino al fiume. La più parte delle case sono ora disabitate. Il villaggio era stato iniziato con un considerevole investimento di denaro, ma apparentemente senza pensare prima all’essenziale. Furono costruite case troppo ambiziose (anche se a un occhio occidentale sembrerebbero probabilmente miserabili tuguri di mattoni di fango), più grandi e più elaborate di quanto fosse necessario, mentre la ruota idraulica – dalla quale l’irrigazione e l’intera fortuna dello stanziamento abitativo dipendevano – fu lasciata a metà, dal momento che non era rimasto denaro sufficiente per costruirla come si doveva. L’insediamento era iniziato su una sorta di base comunitaria. La comunità stessa si autofinanziava e provvedeva coi propri profitti all’acquisto di attrezzi, animali, aratri, ecc. Ma in realtà accadde che uno dopo l’altro tutti si stancavano di quella vita precaria e desideravano tornare in città: se ne andavano, ciascuno portando con sé gli attrezzi e gli strumenti che possedeva, col risultato che le attrezzature dovevano essere continuamente rimpiazzate da coloro che restavano, i quali, con grande stupore, si ritrovavano sempre più in debito. La ruota idraulica smise infine di funzionare e l’insediamento ricadde nelle condizioni di un comune villaggio (e di uno tra i meno felici). La casa abbandonata che vogliamo affittare è straordinariamente imponente, con un muro che chiude tutt’intorno la corte e una vera e propria “torre” a due piani su un lato. Sul lato opposto alla torre ci sono una serie di locali che affacciano sulla corte. Serkis, il falegname, è attualmente impegnato a riparare porte e finestre, perché alcune stanze siano abitabili come alloggio provvisorio. Abbiamo mandato Michel a prendere il guardiano e una tenda in un villaggio a un paio di miglia di


distanza. Serkis ci informa che la stanza in migliori condizioni è quella della torre. Saliti alcuni gradini e attraversato un piccolo tetto piatto si entra in due locali. Nella camera più interna sistemeremo un paio di brandine, mentre l’altra fungerà da stanza da pranzo, ecc. Le finestre sono chiuse da assi di legno, ma Serkis vi sistemerà dei vetri. Torna Michel e ci comunica che il guardiano che era stato mandato a prelevare ha tre mogli, otto figli, molti sacchi di farina e di riso e un buon numero di animali. Impossibile trasportare tutti col camion. Che fare? Riparte con tre sterline siriane e con l’ordine di caricare il possibile: gli altri potranno noleggiare degli asini. Ed ecco comparire il circasso alla guida del carretto per l’acqua. Canta agitando una lunga frusta. Il carretto è dipinto in azzurro e giallo, i barili di blu e il circasso indossa stivaloni e fasce colorate. L’insieme ricorda sempre di più la scena di un balletto russo. Il circasso smonta, fa schioccare la frusta, senza smettere di cantare, malfermo sulle gambe. È chiaro che è completamente ubriaco! Un’altra delle meraviglie di Michel! Si manda a spasso il circasso e in sua vece assumiamo un certo Abdul Hassan, un uomo dall’aria grave e malinconica che afferma di intendersi di cavalli. Ripartiamo per tornarcene a casa e restiamo senza benzina a due miglia da Chagar. Max s’imbestialisce con Michel, che leva le braccia al cielo ed emette un gemito di innocenza ferita. Ha agito nel nostro totale interesse: desiderava utilizzare la benzina fino all’ultima goccia. «Imbecille! Non ti ho sempre detto e ripetuto di fare il pieno e di portare una tanica di scorta?» «Per la tanica non ci sarebbe stato posto; senza contare che l’avrebbero rubata.» «E perché non hai fatto il pieno?» «Volevo vedere quanta strada avremmo fatto con quella rimasta.» «Idiota!» Michel dice con aria conciliante: «Sawi Proba» facendo andare Max su tutte le furie. Tutti ci sentiamo disposti a ricorrere alla Forca, mentre lui se ne sta sempre con quell’aria virtuosa, dell’innocente ingiustamente accusato! Max riesce a frenarsi ma afferma di comprendere perché si massacrino gli armeni! Alla fine riusciamo a raggiungere casa, dove siamo accolti da Ferhid che ci comunica di volersi “ritirare”, dal momento che lui e Alì non fanno che litigare!

1 In francese, soprannome dei soldati semplici durante la Prima guerra mondiale. 2 Parafrasi ironica di una frase dell’Enrico IV (II parte, III, 1) di Shakespeare, dove è la testa che indossa una corona a non riposare in pace.


VIII

Chagar e Brak

La grandezza comporta svantaggi. Dei nostri due camerieri, Subri è incontestabilmente il migliore. È intelligente, rapido, adattabile e sempre allegro. L’aspetto feroce e l’immenso coltello affilato con cura (tenuto di notte sotto il cuscino) sono semplicemente irrilevanti! Così come il fatto che ogniqualvolta chiede di assentarsi è perché deve andare a far visita a qualche parente detenuto per omicidio a Damasco o in un’altra prigione! Comunque, ci spiega con serietà, si tratta sempre di omicidi che si erano resi tutti necessari o per questioni di onore o per prestigio familiare. Come dimostra anche il fatto che nessuna delle condanne detentive è di lunga durata. Subri, dunque, è di gran lunga il più desiderabile dei domestici; ma Mansur, per diritto di anzianità, è il primo cameriere. Mansur, pur rispondendo all’opinione di Max che è troppo stupido per non essere onesto, è, nondimeno e per dirla schietta, un rompiscatole! E Mansur, in qualità di primo cameriere, attende alle necessità di Max e mie, laddove il colonnello e Bumps, considerati di rango inferiore, ricevono i servizi dell’intelligente e festoso Subri. Talvolta, all’ora della sveglia, mi capita di essere presa da un senso di vera e propria ripulsa nei confronti di Mansur! Entra in camera dopo aver bussato almeno sei volte, perché resta in dubbio se i ripetuti “avanti” siano realmente rivolti a lui. Entrato, se ne sta in piedi, respirando con affanno e sorreggendo in precario equilibrio due tazze di tè forte. Con lentezza, respirando rumorosamente e strascicando i piedi, avanza per giungere finalmente a posare una delle tazze sulla sedia accanto al mio letto, versando nell’operazione la più parte del contenuto nel piattino. Il suo ingresso è accompagnato da un penetrante aroma: se va bene, di cipolla, se va male, d’aglio. Ma nessuno dei due riesce a rendersi realmente gradito alle cinque del mattino. Aver rovesciato il tè colma Mansur di disperazione. Fissa la tazza e il piattino, scuote il capo e vi rovista dubbioso con l’indice e il pollice. Semi-assonnata gli intimo con un ruggito: «Lasciala dov’è!». Mansur ha un sussulto, respira ancor più forte e riprende a strascicare i piedi per la stanza in direzione di Max. Là giunto, ripete la sua prestazione. Quindi, rivolge la sua attenzione al lavabo. Estrae il catino smaltato, lo porta con ogni cautela fino alla porta, esce e lo svuota. Torna, ci versa dentro circa un pollice d’acqua e prende a rimestarci laboriosamente con un dito. Questa operazione richiede circa una decina di minuti. Poi, sospira, esce, rientra con una latta da cherosene piena di acqua bollente, la mette per terra e con esasperante lentezza si trascina fuori, chiudendosi dietro la porta in modo tale che immediatamente si riapre! Allora, bevo il tè ormai freddo, mi alzo, pulisco io stessa il catino, getto via l’acqua, chiudo la porta come si deve e inizio la mia giornata. Dopo colazione, Mansur si dedica a “rifare la camera da letto”. Operazione che consiste primariamente – dopo aver versato acqua in abbondanza nelle vicinanze del lavabo – nello spolverare


con metodo e molta attenzione. E questo non lo farebbe male se non v’impiegasse un’immensa quantità di tempo. Soddisfatto di questa prima fase delle faccende domestiche, esce, va a prendere una scopa di fabbricazione indigena, rientra e prende a spazzare con impeto. Dopo aver sollevato uno spaventoso polverone che impedisce ogni possibilità di respirare, rifà i letti: o in modo tale che non appena ti ci corichi ti si scoprono immediatamente i piedi, o col secondo metodo, che comporta il rincalzo della metà della lunghezza delle coperte e delle lenzuola sotto il materasso, di modo che la metà superiore arriva soltanto a coprirti i fianchi (e trascuro di riferire qui le altre e minori eccentricità del nostro, come disporre le coperte e le lenzuola a strati alterni o mettere due federe su un solo cuscino; tutti voli della fantasia questi che ricorrono unicamente al cambio delle lenzuola). Finalmente, assentendo col capo, Mansur esce barcollando dalla camera, esausto per lo sforzo nervoso e per il duro lavoro. È una persona estremamente coscienziosa che prende se stesso e le proprie mansioni molto sul serio. Questo suo atteggiamento ha influito profondamente sul resto del personale, tanto che Dimitri, il cuoco, ha modo di dichiarare a Max con assoluta serietà: «Subri è diligente e pieno di buona volontà; ma non possiede, è chiaro, la conoscenza e l’esperienza di Mansur, che conosce tutte le abitudini dei khwaja!». Max, per non sconvolgere la disciplina del personale, si sforza di manifestare il suo assenso, mentre osserviamo con grande struggimento Subri che spensieratamente sbatte e piega gli abiti del colonnello. Una volta tentai di instillare in Mansur le mie idee in merito alla conduzione delle faccende domestiche, ma si trattò di una mossa sbagliata. Ottenni soltanto il risultato di confonderlo e di risvegliare in lui tutta la sua nativa ostinazione. «Le idee della klatūn non sono pratiche» disse triste a Max. «Mi chiede di mettere foglie di tè sul pavimento. 1 Ma le foglie del tè vanno messe nella teiera per poter bere il tè. E come posso spolverare dopo aver spazzato? Tolgo la polvere dai mobili e la lascio cadere per terra, soltanto dopo la spazzo via dal pavimento. È questo l’unico modo ragionevole.» Mansur è assai preciso su quello che considera ragionevole. La richiesta di marmellata da aggiungere al leben (latte acido) del colonnello provocò il suo immediato rimprovero: «No, non è necessario!». Talune vestigia dei suoi trascorsi militari gli si sono radicate. Così, quando lo si chiama risponde: «Présent!» e annuncia il pranzo e la cena con la semplice formula: «La soupe!». Ma l’ora del giorno in cui Mansur dispiega tutto se stesso è quella del bagno, proprio prima di cena. In questa funzione Mansur si limita a dare gli ordini necessari senza intervenire. Sotto il suo vigile sguardo Ferhid e Alì portano dalla cucina grandi taniche da cherosene piene d’acqua bollente e acqua fredda (alquanto fangosa) e preparano le vasche, che sono grandi e rotondi aggeggi di rame simili a enormi vasi da conserva. Più tardi, sempre sotto la supervisione di Mansur, Ferhid e Alì compiono l’operazione inversa, barcollando sotto il peso dei catini di rame escono per svuotarli (solitamente, subito fuori della porta d’ingresso, cosicché se incautamente ti capita di uscire all’aperto dopo aver cenato scivoli sulla fanghiglia e cadi lungo disteso). Alì, dopo la promozione a portalettere e l’acquisizione della bicicletta, si è montato la testa e disdegna le faccende più umili. All’angustiato Ferhid tocca quindi il compito infinito di spennare il pollame e quello ritualistico di lavare i piatti, che comporta un’immensa quantità di sapone in pochissima acqua. Le rare volte in cui metto piede in cucina per “mostrare” a Dimitri la preparazione di una qualche pietanza europea, mi viene insistentemente esibito il più alto livello di igiene e di generale lindore. Se sollevo una pentola dall’apparenza perfettamente pulita, mi viene subito tolta di mano e passata a Ferhid.


«Ferhid, puliscila perché la khatūn la deve usare.» Ferhid afferra la pentola, ne strofina scrupolosamente l’interno con del sapone giallo, dà una sciacquatina alla superficie insaponata e me la passa. Nutro il triste presentimento che un soufflé dal forte aroma di sapone non sarà del tutto gradevole, ma lo soffoco e m’impongo di andare avanti. L’insieme è massimamente rovinoso per il sistema nervoso. Tanto per cominciare, la temperatura della cucina di solito oscilla intorno ai 38°, eppure, per mantenerla così a quel livello c’è soltanto una sottile apertura che consente l’ingresso della luce, di modo che l’effetto generale è di un’opprimente oscurità. Come se non bastasse bisogna considerare il disarmante effetto dell’assoluta fiducia e venerazione espressa dai volti che mi circondano. Oltre a Dimitri, Ferhid e l’altezzoso Alì, si sono aggiunti: Subri, Mansur, Serkis il falegname, il battelliere e le più svariate persone impiegate nei lavori domestici. La cucina è piccola e la folla è grande. Tutti mi si stringono intorno guardandomi con occhi colmi di ammirazione e di venerazione e osservando ogni mio movimento. Comincio a innervosirmi e sono certa che tutto andrà storto. Mi cade di mano un uovo che si spiaccica sul pavimento. E tale è la fiducia che quei cuori semplici ripongono in me che per un intero minuto credono che faccia parte del rituale! Vado avanti, infervorandomi e agitandomi sempre di più. I tegami e le padelle sono diversi da qualsiasi altro mi sia mai capitato di vedere e, inaspettatamente, il frullino ha il manico estraibile; qualsiasi cosa adoperi ha una forma o una dimensione strana… Riacquisto il mio autocontrollo e disperata decido che, a onta del risultato, fingerò si tratti proprio di quello che avevo intenzione di ottenere! Il risultato è in forse. La crema al limone è un grande successo; i biscotti di pasta frolla sono immangiabili al punto che, segretamente, li facciamo sparire; il soufflé di vaniglia, con vivo stupore, va bene; laddove il pollo alla Maryland (come capisco in seguito, a causa dell’estrema freschezza e dell’incredibile età dei polli) è talmente coriaceo che nessuno riesce nemmeno a addentarlo! Posso però dire che adesso so quali segreti dell’arte culinaria sia meglio svelare e quali altri no. In Oriente non si deve mai tentare di preparare alcun piatto che debba essere consumato non appena cucinato. Omelette, soufflé, patatine fritte vengono inevitabilmente preparati con una buona ora di anticipo e messi in forno a “maturare”: protestare è inutile. Mentre qualsiasi altra cosa, per quanto elaborata, che richieda lunghe preparazioni e non debba venir mangiata subito, riuscirà bene. Soufflé e omelette sono stati con rammarico depennati dalla lista di Dimitri. D’altro canto, nessun cuoco potrebbe preparare con altrettanta regolarità, giorno dopo giorno, una maionese più perfetta. A questo punto bisogna registrare un altro caposaldo della strategia culinaria. Si tratta del piatto familiarmente conosciuto col nome di “biftek”. Immancabilmente, l’annuncio di questa ghiottoneria fa nascere in noi la speranza, speranza regolarmente destinata al fallimento quando ci viene presentato un vassoio contenente pezzetti di carne cartilaginosa fritta. «Non ha neppure il sapore del manzo» è il triste commento del colonnello. E questa, naturalmente è la spiegazione: non c’è manzo. Il negozio del macellaio è rappresentato da questo semplice sistema: di tanto in tanto, Michel se ne va col camion in un villaggio o presso una tribù del vicinato; torna, spalanca il retro della Mary e scarica otto pecore! Le pecore vengono macellate ogniqualvolta vogliamo carne fresca, col preciso ordine – per riguardo a me – che non vengano scannate esattamente sotto le finestre del soggiorno! Mi rifiuto anche di vedere Ferhid avanzare verso i polli con un lungo e affilato coltellaccio stretto in pugno. Questa schifiltosità della khatūn è considerata con indulgenza dal personale come un’altra stranezza occidentale.


Una volta, mentre stavamo scavando nei dintorni di Mosul, il nostro vecchio caposquadra si presentò da Max tutto eccitato. «Domani devi portare la tua khatūn a Mosul per assistere a un grande avvenimento: l’impiccagione di una… donna! Le piacerà molto! Non deve perdersela assolutamente!» La mia indifferenza, o meglio, il mio ribrezzo nei confronti di una simile festa lo sconcerta. «Ma è una donna!» insiste. «Capita molto raramente che s’impicchi una donna. È una curda che ha avvelenato tre mariti! Di sicuro, la khatūn non vorrà perderselo!» Il mio fermo rifiuto mi fa scendere di un bel po’ nella sua considerazione. Ci lascia abbacchiato per andare a godersi lo spettacolo da solo. Esistono anche altre occasioni in cui la schifiltosità occidentale inaspettatamente si manifesta. Benché indifferenti al destino di polli e tacchini (spiacevoli creature glogottanti) una volta acquistammo una bella e grassa oca. Per nostra sfortuna, si rivelò un’oca socievole, che palesemente aveva vissuto nel suo villaggio come una di famiglia. La sera stessa del suo arrivo cercò con determinazione di dividere con Max le gioie del bagno. Vedevamo di continuo apparire nei vani delle porte il suo becco, con un modo pieno di speranza che pareva voler dire: “Mi sento sola”. Col trascorrere dei giorni ci disperammo: nessuno riusciva a risolversi a dar l’ordine di ammazzare l’oca. Infine, ci pensò, motu proprio, il cuoco. L’oca ci venne servita come si conviene, riccamente infarcita alla moda locale, con un aspetto e un profumo certamente deliziosi. Ahimè, nessuno di noi ne gustò un solo pezzo! Fu il pasto più deprimente della nostra vita! L’ignominia cadde su Bumps il giorno in cui Dimitri ci servì orgogliosamente un agnello: testa, zampe e tutto il resto. Bumps vi gettò un’occhiata e si precipitò a rotta di collo fuori della stanza. Ma per tornare alla faccenda della “biftek”. Dopo che la pecora è abbattuta e macellata l’ordine col quale ci viene servita è il seguente: la spalla, o una parte di quel taglio, aperta, farcita con spezie e riso, chiusa e legata col filo (la specialità di Dimitri); poi le zampe; poi un vassoio di quel che nell’ultimo conflitto si usava definire “interiora commestibili”; poi una specie di stufato con riso; e, in ultimo, la parte di scarto, il taglio meno nobile della bestia, immeritevole di essere incluso nei piatti migliori, che viene risolutamente fritta per un tempo interminabile (fino a presentarsi ben ridotta di proporzioni e di consistenza assolutamente coriacea): il piatto noto col nome di “biftek”! Il lavoro sul Tell ha avuto sviluppi soddisfacenti: l’intera metà inferiore dello scavo si è rivelata di età preistorica. In una zona del Tell abbiamo proceduto a uno scavo “in profondità”, dalla superficie fino al terreno vergine. Si sono così scoperti quindici strati di insediamenti successivi. Gli ultimi dieci sono di epoca preistorica. Dopo il 1500 a.C. il Tell fu abbandonato, presumibilmente a causa del processo di erosione. Come al solito, ci sono alcune tombe romane e islamiche che fanno da intruse. Noi, per non urtare la suscettibilità degli operai maomettani, le definiamo tutte “romane”, ma loro stessi vi si riferiscono in maniera molto irriverente. «Ehi, Abdul! Stiamo tirando fuori tuo nonno!» «No, è il tuo, Daoud!» Ci scherzano e ci ridono su senza alcuna remora. Abbiamo rinvenuto diversi interessanti amuleti di animali intagliati, tutti di un tipo facilmente identificabile; ma di recente e all’improvviso hanno preso a comparire figurette molto strane. Un piccolo orso annerito, una testa di leone e, da ultimo, una bizzarra figura umana primitiva. Max già nutriva dei sospetti, ma la figuretta umana è troppo. Sono l’opera di un falsificatore. «E, per giunta, si tratta di un tipo in gamba» dice Max osservando con apprezzamento la statuetta dell’orso. «Ben fatta.» Iniziano le indagini. Gli oggetti provengono tutti dallo stesso punto degli scavi e solitamente sono rinvenuti da due fratelli, ora dall’uno ora dall’altro. I due abitano in un villaggio distante una decina di


chilometri. Un giorno, in una zona degli scavi completamente diversa, viene alla luce un “cucchiaio” di bitume dall’aria sospetta. È stato “scoperto” da un uomo proveniente dal medesimo villaggio. Come sempre, paghiamo la ricompensa senza dir nulla. Ma il giorno di paga coincide con quello dello smascheramento! Max mostra gli oggetti in questione, pronuncia un infiammato discorso di deplorazione, denuncia la frode e di fronte a tutti li distrugge (anche se ha tenuto l’orso come curiosità). Gli uomini artefici della truffa vengono mandati a spasso: se ne vanno allegramente, proclamando ad alta voce la loro innocenza. Il giorno seguente allo scavo le chiacchiere corrono. «Il khwaja sa» dicono gli uomini. «È molto dotto nelle cose antiche. Non puoi ingannarlo.» Max è rattristato perché gli sarebbe tanto piaciuto sapere esattamente come i contraffattori avevano operato. La loro maestria stimola la sua ammirazione. Adesso possiamo farci un quadro di come doveva apparire Chagar tra i 5000 e i 3000 anni orsono. Doveva essere sorta in epoca preistorica lungo una strada carovaniera molto battuta, che univa Harran a Tell Halaf e che attraverso Jebel Sinjar giungeva in Iraq e al fiume Tigri e quindi all’antica Ninivel. Doveva essere stata una delle città che componevano una rete di grandi centri commerciali. Capita, talvolta, l’ombra di una presenza: un vasaio che ha lasciato il proprio marchio sulla base del suo vaso; un nascondiglio scavato entro un muro contenente un piccolo vaso pieno di orecchini d’oro, la dote, forse, della figlia che abitava in quella casa. Poi, un’ombra più prossima ai nostri giorni: una piastra di metallo con impresso il nome di Hans Kraunwinkel di Norimberga, del 1600 circa, rinvenuta in una tomba islamica, dimostra che a quel tempo tra questa oscura regione e l’Europa esisteva un contatto. A un periodo grossomodo databile a 5000 anni fa risalgono alcuni vasi incisi molto belli – secondo me autentiche meraviglie. Abbiamo anche le Madonne del tempo: figure dai grandi seni con in testa un turbante, grottesche e primitive ma tuttavia, senza alcun dubbio, raffigurazioni d’aiuto e di conforto. E c’è anche l’affascinante sviluppo del motivo ceramico del bucranio, che inizia come una semplice testa di bue, per divenire sempre meno naturalistica e sempre più formale, fino al punto in cui non è più possibile distinguerlo se non si è a conoscenza delle fasi intermedie. (In effetti, mi rendo conto con sgomento che si tratta esattamente dello stesso motivo stilizzato riprodotto su quell’abito di seta stampata che qualche volta ho indossato! Oh, insomma, “bucranio” ha un suono assai più piacevole di “Losanga sgocciolante”!) È giunto il giorno in cui il primo badile penetrerà nel fianco di Tell Brak. È un momento veramente solenne. Grazie agli sforzi combinati di Serkis e di Alì una o due camere sono a posto. Il battelliere, il superbo cavallo che non è una femminuccia, il carretto, i barili: tutto è pronto. Il colonnello e Bumps sono partiti alla volta di Brak ieri sera per pernottarvi e per essere già sugli scavi alle prime luci dell’alba. Max e io li raggiungiamo intorno alle otto di stamattina. Il colonnello, ahimè, ha trascorso la nottata in un fiero combattimento coi pipistrelli! Pare che la camera nella torre sia letteralmente infestata da quelle creature che il colonnello ha in grande avversione. Bumps ci racconta che durante la notte ogni volta che si svegliava, trovava il colonnello in giro per la stanza impegnato in affondi ai pipistrelli con un asciugamano. Ci tratteniamo un po’ ad osservare l’andamento degli scavi. Mi si avvicina il tenebroso barcaiolo che mi sciorina il lungo racconto di quanto sembra essere


un’amara sventura. Quando giunge Max gli chiedo di chiarire di che cosa si tratti. Sembra dunque che il barcaiolo abbia moglie e dieci figli da qualche parte nei pressi di Jerablus e che il suo animo sia turbato dalla loro mancanza. Potrebbe avere un anticipo da inviar loro affinché lo raggiungano? Ne patrocino la causa. Max si mostra un po’ dubbioso. Una donna in casa crea problemi. Lungo la strada del ritorno a Chagar incontriamo un gran numero dei nostri operai che a piedi si dirigono verso i nuovi scavi. «El hamdu lillah!» gridano. «Ci sarà lavoro per noi domani?» «Sì, ci sarà.» Ringraziano di nuovo Dio e riprendono il cammino. Trascorriamo due giorni in tranquillità a casa; e ora, Brak, a noi. Non che là sia venuto fuori nulla di rilevante, ma promette bene e i resti delle case, ecc. sono del periodo giusto. Oggi soffia un forte vento da sud: il più detestabile dei venti. T’irrita, t’innervosisce. Ci prepariamo al peggio, armandoci di stivali di gomma, impermeabili e persino ombrelli. Non prendiamo troppo sul serio le assicurazioni di Serkis di aver riparato il tetto. Stanotte sarà, come direbbe Michel, un caso di Sawi Proba. Per raggiungere Brak non esistono piste. A metà strada oltrepassiamo due dei nostri operai che arrancano per andare “sul lavoro”. Poiché abbiamo tempo, Max ferma la Mary e offre loro un passaggio, che provoca grandi manifestazioni di giubilo. Alle loro calcagna c’è una cagnetta con un pezzo di corda sfilacciata intorno al collo. Gli uomini salgono a bordo e Michel si accinge a ripartire. Max chiede di chi è il cane: faremo salire anche lui. Ci rispondono che non è loro. È sbucato improvvisamente dal deserto. Osserviamo la cagnetta più da vicino: sebbene non appartenga a una razza sconosciuta, si tratta chiaramente di un miscuglio europeo! Nella forma ricorda uno Skye Terrier ma col colore di un Dandy Dinmont e un buon pizzico di Cairn. È straordinariamente lunga, con luminosi occhi ambra e un normalissimo naso color marroncino. Non ha un’aria né infelice né depressa né timorosa, come la più parte dei cani orientali. Si siede comodamente e si mette a osservarci agitando leggermente la coda. Max vuole che la si porti con noi e ordina a Michel di prenderla e di caricarla a bordo. Michel sussulta. «Mi morderà» esclama dubbioso. «Oh, sì sì!» fanno i due arabi. «Di sicuro ti assaggerà la ciccia! Khwaja, è meglio abbandonarla qui.» «Prendila e mettila su, dannato stupido!» ordina nuovamente Max a Michel. Michel si fa animo e avanza verso il cane, che volta la testa verso di lui mansueto. Michel, rapido, si tira indietro. Perdo la pazienza, salto giù, prendo la cagnetta e risalgo sulla Mary. Le si contano le costole. Una volta a Brak la nuova arrivata viene consegnata a Ferhid con le istruzioni di darle una bella pappa. Discutiamo sul nome e decidiamo per Miss Ostapenko (poiché sto appunto leggendo Tobit Transplanted), anche se, a causa soprattutto di Bumps, Miss Ostapenko non verrà mai chiamata se non col nome di Hiyou. Hiyou si rivela un cane dal carattere stupefacente. È entusiasta della vita e non teme assolutamente nulla, né uomini né cose. È di ottimo umore e di ottimo temperamento, risoluta in ogni occasione a fare esattamente ciò che le piace. Possiede, senza alcun dubbio, le nove vite solitamente attribuite al gatto. Se viene rinchiusa, riesce comunque a venir fuori. Se chiusa fuori, riesce a rientrare (una volta c’è riuscita praticando un buco della lunghezza di due piedi in un muro di mattoni di fango). Partecipa a tutti i nostri pasti ed è così insistente da non poterle resistere. Non supplica, esige. Sono convinta che qualcuno abbia tentato di annegarla legandole con una corda una pietra al collo,


ma che Hiyou – tale è la sua vitalità – riuscì a spezzare la corda a furia di morsi, nuotò fino a riva e ripartì allegramente per il deserto, scovando col suo infallibile intuito quei due arabi. A conferma della mia ipotesi, Hiyou quando la chiamiamo ci segue ovunque, salvo che allo Jaghjagha. Si ferma allora sulle quattro zampe in mezzo al sentiero, scuote più o meno la testa e se ne torna a casa. “No, grazie” sembra dire. “Non mi piace venire annegata! È una noia!” Il colonnello, siamo contenti di apprenderlo, ha trascorso una nottata migliore. Serkis riparando il tetto è riuscito a scacciare la più parte dei pipistrelli che vi si annidavano e oltre a ciò il colonnello ha allestito un marchingegno da Robinson Crusoe della brughiera, consistente tra l’altro di un pentolone pieno d’acqua entro il quale i pipistrelli dovrebbero cadere e annegare. Il meccanismo, come ci ha spiegato il suo inventore, è molto complicato e la sua costruzione lo ha privato di svariate ore di sonno. Ci arrampichiamo sul Tell e pranziamo in un angolino al riparo dal vento. Ma anche così a ogni boccone mandiamo giù grandi quantità di sabbia e di polvere. Nonostante ciò, siamo tutti allegri e persino il melanconico barcaiolo mostra un certo orgoglio nell’andare e venire sullo Jaghjagha trasportando l’acqua per gli operai. La porta fino ai piedi della collinetta da dove entro orci per acqua prosegue a dorso di asino. Tutta l’operazione ha un sapore biblico piuttosto affascinante. Alla pausa ci salutiamo e il colonnello e Bumps partono con la Mary per Chagar: cominciano i nostri due giorni di lavoro a Brak. La camera nella torre ha un aspetto molto attraente. Il pavimento è ricoperto da stuoie e da un paio di tappetini. Ci sono un catino e una brocca, un tavolo, due sedie, due brande, asciugamani, lenzuola, coperte e persino dei libri. Riusciamo a chiudere in qualche modo le finestre e ce ne andiamo a letto dopo aver consumato una cena alquanto insolita – servita in modo tetro da Ferhid e preparata da Alì – consistente principalmente di spinaci acquosi entro i quali galleggiano piccolissime isolette, che sospettiamo essere ancora una volta “biftek”! Abbiamo trascorso una buona nottata. Ha fatto la sua comparsa un solo pipistrello che Max ha scacciato con l’aiuto di una torcia. Decidiamo di dire al colonnello che le sue storie di centinaia di pipistrelli sono grossolane esagerazioni, causate probabilmente dal bere. Alle quattro e un quarto svegliano Max, che prende un tè e parte per il Tell. Io torno a dormire. Alle sei ecco il mio tè. Max rientra alle otto per la colazione. È un pasto sostanzioso: uova sode, tè, pane arabo, due tipi di marmellata e un barattolo di crema in polvere (!). Il tutto coronato, dopo alcuni minuti, da un’altra portata: uova strapazzate. Max mormora: «Trop de zèle» e, temendo l’imminente arrivo di un’omelette, manda a dire all’invisibile Alì che quanto abbiamo già va benissimo. Ferhid sospira e sparisce con l’ambasciata. Torna, la fronte corrugata dall’ansia e dalla perplessità. Temiamo una catastrofe; ma no, semplicemente ci chiede: «Per pranzo volete che mandiamo anche delle arance?». Il colonnello e Bumps arrivano a mezzogiorno. A causa delle raffiche di vento Bumps ha un gran daffare col suo casco coloniale. Si fa sotto Michel per aiutarlo impiegando la Forca ma, memore dell’ultima volta, Bumps riesce a evitarlo con destrezza. Il nostro pranzo abituale si compone di carne fredda e insalata; ma l’ambizioso spirito di Alì stavolta si è librato a più eccelse vette e pertanto ci sono servite fette di melanzana fritte, tiepide e mezze crude, patate fritte fredde e unte, piccoli dischi di “biftek” fritti molto duri, e un piatto d’insalata completo di condimento risalente a diverse ore prima, di modo che l’insieme risulta essere un’orgia di freddo unto verde! Max si dichiara dispiaciuto di smorzare le buone intenzioni di Alì, ma sarà costretto a mettere un


freno alla sua immaginazione. Scopriamo che Abd es Salaam impiega l’ora del pranzo intrattenendo gli uomini con un lungo sproloquio veramente nauseante. «Guardate come siete fortunati!» grida sbracciandosi. «Cosa vi manca? Che forse non si fa tutto il possibile per voi? Vi è permesso di portarvi dietro da mangiare e di mangiare qui, nel cortile della casa! Vi si pagano salari immensi – sì, proprio così, sia che troviate qualcosa o che non troviate nulla, quel denaro vi viene pagato! Che generosità, che nobiltà! E non è tutto! Oltre a questi giganteschi salari, vi viene dato altro denaro per ogni cosa che riuscite a scovare! Il khwaja veglia su di voi come un padre; impedisce perfino che vi facciate male l’un l’altro! Se avete la febbre, vi dà la medicina! Se avete le budella tappate, ve le stura con una medicina di prim’ordine! Che destino felice e fortunato è il vostro! E non è tutto! Che forse vi fa lavorare patendo la sete? Lascia che provvediate da soli alla vostra acqua? No! No, davvero! E senza nessun obbligo, bensì liberamente, nella sua grande generosità, egli vi porta l’acqua fino alla collina dritto dritto dallo Jaghjagha! Acqua trasportata con un enorme spreco di denaro grazie a un carro tirato da un cavallo! Ma pensate a quanto costa, alla spesa! Che magnifica fortuna è la vostra l’essere alle dipendenze di un simile uomo!» Ci allontaniamo con passo furtivo e Max osserva pensosamente che si meraviglia di come nessuno tra gli operai abbia ancora pensato a farlo fuori. Lui lo farebbe, sottolinea, se fosse uno di loro. Bumps fa osservare come, al contrario, gli operai lo stiano ad ascoltare con vivo interesse. È vero: gli uomini si scambiano cenni e grugniti di assenso. «Quel che dice è sensato. Ci portano l’acqua; sì, è proprio generosità. Ha ragione. Siamo dei fortunati. Questo Abd es Salaam è un uomo saggio.» Bumps si meraviglia di come riescano a sopportarlo. Dissento. Mi ricordo con quale avidità ascoltavamo raccontini morali da bambini! E del bambino l’arabo possiede qualcosa nella spontanea ingenuità di approccio alla vita. Il sentenzioso Abd es Salaam è preferito al più moderno e meno bigotto Alawi. Inoltre, Abd es Salaam è un grande danzatore. La sera, nel cortile della casa di Brak, gli uomini, sotto la guida del vecchio Abd es Salaam, eseguono lunghe e complicate danze – o meglio, figure – che talvolta proseguono fino nel cuore della notte. Come poi riescano a essere sul Tell alle cinque di mattina resta un mistero. Ma, d’altronde, è ancor più misterioso il fatto di come uomini che abitano in villaggi distanti tre, cinque o dieci chilometri riescano ad arrivare puntualissimi ogni giorno allo spuntar del sole! Non hanno orologi e devono mettersi in marcia a tempi variabili dai venti minuti a oltre un’ora prima dell’alba; eppure ce la fanno, né in anticipo né in ritardo. Ed è altrettanto sorprendente vederli al momento della fine del lavoro (mezz’ora prima del tramonto), quando gettano le ceste ridendo, si mettono in spalla i picconi e corrono, sì, corrono via felici lungo quei dieci chilometri che li separano da casa! Le loro uniche soste sono state la mezz’ora della colazione e l’ora del pranzo, pasti entrambi sempre frugali rispetto ai nostri standard alimentari. Vero è che lavorano con molta calma, punteggiata da qualche occasionale scoppio di alacrità allorché sono scossi da una ventata di gaiezza; ma si tratta, comunque, di un impegno manuale molto duro. L’aspetto meno gravoso del lavoro è forse riservato ai picconieri, perché quando hanno smosso la superficie dell’area indicata possono sedersi e fumarsi una sigaretta mentre gli spalatori riempiono le ceste. I ragazzi addetti al trasporto delle ceste non hanno intervalli di riposo, se non quelli che ognuno per suo conto riesce a sgraffignare; e in questo eccellono, muovendosi a lenti passi verso la discarica o impiegando interminabili minuti a frugare nelle ceste. Per quanto riguarda la salute, nel complesso, stanno magnificamente. Si registrano un buon numero di infiammazioni oculari e sono molto preoccupati dalla stitichezza! E credo che ora ci siano diversi casi di tubercolosi, malattia che è stata loro trasmessa attraverso il contatto con la civiltà occidentale. Ma posseggono doti di recupero straordinarie. Può accadere che uno di loro si ritrovi con la testa solcata da


un’orribile ferita provocatagli da un altro: ci chiederà di prestargli soccorso e di medicargliela ma si dimostrerà sorpreso dal nostro suggerimento di lasciare momentaneamente il lavoro e andarsene a casa. «Cosa? Per questo? Ma se non è che un mal di testa!» E nel giro di due o tre giorni la ferita si sarà completamente rimarginata, nonostante la medicazione assolutamente antigienica che quello per suo conto si sarà praticato non appena giunto a casa. Una volta, Max rimandò a casa un uomo chiaramente febbricitante a causa di un grosso e doloroso ascesso a una gamba. «Riceverai lo stesso la paga come se fossi qui.» L’uomo emise un grugnito di assenso e sparì. Ma nel pomeriggio Max per caso lo scorse a lavorare con gli altri. «Che ci fai qui? Ti ho detto di andartene a casa.» «Ci sono andato, khwaja» [otto chilometri]. «Ma una volta a casa, che noia! Niente conversazione! Soltanto le donne. Così sono tornato indietro. E guarda, è stato un bene, il gonfiore è scomparso!» Oggi torniamo a Chagar e gli altri due ci danno il cambio qui a Brak. Sembra un gran lusso rientrare a casa nostra. All’arrivo scopriamo che il colonnello si è dato un gran daffare nell’appiccicare avvisi dappertutto, la più parte di tono offensivo! Non pago, ha messo tutto in ordine con una cura tale che non riusciamo più a trovare niente di quanto ci serve. Meditiamo la vendetta! Infine, decidiamo di ritagliare alcune foto di Mrs. Simpson da vecchi giornali e di attaccarle nella sua stanza! C’è un mucchio di foto da sviluppare e poiché fa un gran caldo, quando riemergo dalla camera oscura mi sento esattamente come se anch’io fossi un pezzetto di quelle pareti fangose. Il personale è impiegato nel rifornirmi d’acqua relativamente pulita, che si ottiene con un primo filtraggio del fango e un secondo del liquido ottenuto attraverso della bambagia. A quel punto – con qualche sporadica traccia di sabbia e di polvere – l’acqua è pronta per i negativi: i risultati sono del tutto soddisfacenti. Uno degli operai si è presentato da Max per chiedergli cinque giorni di permesso. «Perché?» «Devo andare in prigione!» La giornata di oggi si è resa memorabile per un salvataggio. Durante la notte ha piovuto e stamattina il terreno era ancora zuppo. Intorno a mezzogiorno ecco arrivare a spron battuto un uomo a cavallo, con l’impeto e l’aspetto sconvolto di chi portò la buona notizia da Maratona a dAtene, soltanto che nel nostro caso sono cattive notizie. Il colonnello e Bumps si sono messi in viaggio per raggiungerci e a metà strada sono rimasti impantanati. Consegniamo all’uomo a cavallo due badili e lo rispediamo immediatamente indietro; poi, provvediamo a una squadra di soccorso con la Poilu: cinque uomini alle direttive di Serkis. Si armano di badili e di tavole e partono cantando! Mentre si allontanano Max grida di non impantanarsi a loro volta. È esattamente quanto succede ma, per fortuna, alla distanza di poche centinaia di metri da dove la Mary è in pericolo. L’asse posteriore è sepolto nel fango e il suo equipaggio è a pezzi per la fatica di aver tentato di tirarla fuori per cinque buone ore, oltre che esasperato quasi alla follia dalle bene intenzionate esortazioni e dai comandi di Michel, tutti impartiti col suo solito acuto, lagnoso falsetto e principalmente consistenti di «Forca!» nel momento in cui spezza il terzo cric di fila! Grazie a quei duri (scelti per la loro vigoria) diretti dalla più accorta guida di Serkis, la Mary acconsente a uscire dal fango, all’improvviso, imbrattando tutti da capo a piedi e lasciando dietro di sé una voragine immediatamente battezzata dal colonnello “Tomba della Mary”. Durante il nostro turno a Brak ha piovuto un bel po’ e il tetto riparato da Serkis non ha retto al peso. Inoltre, le finestre non riescono a far fronte alle inclemenze degli elementi, si spalancano consentendo


al vento e alla pioggia di riversarsi nella stanza. Per fortuna, il maltempo si accanisce nei giorni di riposo, cosicché il lavoro non ha subito interruzioni, anche se abbiamo dovuto rimandare la prospettata escursione al vulcano di Kawkab. Come se non bastasse, abbiamo avuto quasi una sommossa quando lo scadere dei dieci giorni ha coinciso col sabato e Abd es Salaam è stato mandato ad annunciare agli uomini che il giorno seguente non si sarebbe lavorato. Da quel vecchio pasticcione che è ha belato: «Domani è domenica e pertanto non si lavora!». È seguito immediatamente un ruggito! Cosa? E tutti i gentiluomini musulmani devono forse venire insultati e sacrificati a una miserabile ventina di cristiani armeni? Uno dei più fieri tra questi gentiluomini, un tale Abbas’Id, cerca di organizzare uno sciopero. Max allora tiene loro un discorso solenne, nel quale dichiara che se vuole un giorno di riposo la domenica o il lunedì, o il martedì, o il mercoledì, o il giovedì, o il venerdì o il sabato, ebbene, ci sarà un giorno di riposo. E in quanto ad Abbas’Id, che non si faccia più vedere! Agli armeni, che vanno in cerca di guai ridendosela sotto i baffi con aria di trionfo, si ordina di tenere a freno la lingua; dopodiché si cominciano a distribuire le paghe. Max sale a bordo della Mary; Michel esce di casa barcollando sotto il peso dei sacchi di denaro (non più mejidi, grazie al Cielo! – sono stati dichiarati illegali e la valuta siriana è adesso quella de rigueur) e va a deporli nel camion. Il volto di Max compare al finestrino dalla parte del guidatore (sembra un impiegato della biglietteria d’una stazione ferroviaria); Michel piazza una sedia nel camion e s’incarica del servizio di ragioniere disponendo le monete in pile e sospirando profondamente mentre contempla tutto quel denaro che se ne va in mano musulmana! Max apre un immenso libro mastro e lo spasso ha inizio. Via via che vengono chiamati, gli operai sfilano squadra dopo squadra e ciascuno riceve quanto gli spetta. La notte precedente, fino a tarda ora, hanno avuto luogo impressionanti prodezze aritmetiche per calcolare e sommare alla paga di ogni uomo la mancia giornaliera. La disparità della sorte appare in tutta la sua evidenza il giorno di paga. Mentre a taluni spettano consistenti gratifiche ad altri non va quasi nulla. Gli scherzi e i lazzi si sprecano e tutti sono allegri, persino quelli non baciati dalla fortuna. Una donna curda, alta e bella, si precipita dal marito impegnato a contare quanto ha guadagnato. «Quanto hai preso? Fammi vedere!» E senza troppi scrupoli preleva l’intera somma e se ne va. Due arabi dall’aria distinta distolgono gentilmente lo sguardo, colpiti dallo spettacolo di quel comportamento così poco femminile (e altrettanto scarsamente virile)! La curda fa adesso capolino dalla sua capanna di fango e prende a urlare e a insultare il marito per il modo in cui slega l’asino. Il curdo, un uomo grande e ben fatto, sospira tristemente. Chi si augurerebbe di essere un marito curdo? Da queste parti si dice che se ti capita di venir derubato in mezzo al deserto da un arabo, questi ti malmenerà ma ti lascerà in vita; ma se chi ti deruba è un curdo, ti ucciderà unicamente per il piacere di farlo! Forse il venir vessato dalla moglie in casa ne stimola la ferocia fuori casa! Dopo due ore tutti sono stati pagati. Si è chiarito con soddisfazione generale un piccolo malinteso tra Daoud Suleiman e Daoud Suleiman Mohammed; Abdullah è tornato indietro sorridente per spiegare che, per errore, gli sono stati dati dieci franchi e cinquanta centesimi in più; il piccolo Mahmoud con petulanza protesta per cinquantacinque centesimi: «Due perline, un bordo di ceramica e un pezzetto d’ossidiana, khwaja, ed è stato lo scorso giovedì!» Rimostranze e controrimostranze sono state tutte esaminate e sistemate. Ci s’informa su chi ha intenzione di proseguire il lavoro e su chi lo lascia; quasi tutti scelgono di andarsene. «Ma la prossima volta… chi sa, khwaja?»


«Sì,» dice Max «quando sarai nuovamente senza un soldo!» «Come dici tu, khwaja.» Amichevolmente ci scambiamo saluti e auguri. La notte nel cortile ci sono canti e balli. Ritorno a Chagar in una bella giornata di sole. Il colonnello è arrabbiatissimo per il comportamento di Poilu, che ultimamente lo ha lasciato a piedi tutte le volte che è dovuto andare a Brak. E ogni volta è arrivato Ferhid assicurando che l’auto andava ottimamente e che non c’era nulla di rotto: a dimostrazione delle sue asserzioni, l’auto puntualmente partiva. Il colonnello lo considera come un ulteriore insulto. Ecco Michel spiegare con la sua vocetta acuta che non occorre altro che una pulitina al carburatore: è molto semplice, mostrerà al colonnello come si fa. Quindi, procede con uno dei suoi giochetti preferiti, che consiste nel riempirsi la bocca di benzina, eseguire franchi e generosi gargarismi e concludere deglutendo il tutto. Il colonnello lo considera con un’espressione di freddo disgusto. Michel annuisce, sorride contento, dice in modo persuasivo al colonnello: «Sawi Proba?» e si accende una sigaretta. Rimaniamo col fiato sospeso, aspettandoci di vedergli prendere fuoco, ma non accade nulla. Abbiamo altre complicazioni minori. Sono stati licenziati quattro uomini per le continue risse. Alawi e Yahya hanno litigato e non si parlano. È stato rubato un tappetino. Lo sceicco è molto indignato e sta tenendo una seduta per indagare sul caso, seduta che abbiamo il piacere di osservare da lontano: un gruppo di uomini barbuti e vestiti di bianco che confabulano seduti in cerchio. «Si sono riuniti là» ci spiega Max «perché nessuno possa ascoltare ciò che si dicono.» Quanto segue alla riunione è molto orientale. Lo sceicco ci raggiunge, ci assicura di aver appurato l’identità dei malfattori, che metterà tutto a posto lui e che il nostro tappetino verrà prontamente restituito. Di fatto succede questo: lo sceicco fa malmenare sei dei suoi nemici personali e probabilmente ne ricatta altri sei. Il tappetino non si materializza, ma lo sceicco è di ottimo umore e dà l’impressione di essere nuovamente in soldi. Abd es Salaam va in tutta segretezza da Max. «Ti dirò io chi ha rubato il tappetino. È stato il cognato dello sceicco, lo sceicco yezidi. È un uomo assai malvagio ma ha una bella sorella.» Negli occhi di Abd es Salaam compare un lampo di speranza per una piccola e piacevole rappresaglia sugli yezidi; ma Max taglia corto dichiarando che il tappetino va considerato scomparso senza preoccuparsene ulteriormente. «Per il futuro» dice squadrando severamente Mansur e Subri «ci vorrà maggiore attenzione e i tappetini non verranno più lasciati qua e là all’aria aperta.» Il secondo sgradevole incidente è che i finanzieri vengono a pizzicare due dei nostri operai: fumano sigarette irachene di contrabbando. E per quei due è un’autentica sfortuna, visto che di fatto duecentottanta uomini (cioè tutti quelli registrati nel nostro libro-paga) fumano sigarette irachene di contrabbando! L’ufficiale della finanza desidera parlare con Max. «Si tratta di un grave reato» dice. «E per farle una cortesia, khwaja, abbiamo evitato di arrestarli agli scavi. Sarebbe stata una mancanza di riguardo nei suoi confronti.» «La ringrazio per la gentilezza e per il tatto» replica Max. «Le suggeriamo, comunque, di licenziarli senza pagarli, khwaja.» «È una cosa piuttosto improponibile. Non spetta a me far osservare le leggi di questo paese. Sono uno straniero. Questi uomini si sono impegnati a lavorare per me e io mi sono impegnato a pagarli. Non posso rifiutarmi di pagare ciò che gli devo.» Alla fine, la faccenda è risolta (col consenso degli incriminati) con due multe, pagate direttamente all’ufficiale della finanza col denaro trattenuto dalla paga dei due.


«Inshallah!» esclamano i due stringendosi nelle spalle e tornando al lavoro. Quel cuore tenero di Max è di manica larga con le mance settimanali e il giorno di paga non delude certo i due colpevoli, che non sospettano della munificenza di Max e attribuiscono la loro buona sorte all’infinita compassione di Allah. Abbiamo effettuato un’altra puntatina a Kamichlie. Ormai comporta tutta l’eccitazione di un viaggio a Parigi o a Londra. La procedura è sempre la stessa: Harrods, conversazione salottiera con Yannakos, lunghe soste alla banca, anche se stavolta ravvivate dalla presenza di un alto dignitario della Chiesa maronita (fornito di croce tempestata di gioielli, lussureggiante capigliatura e abito porpora). Max mi dà un colpetto col gomito per significarmi di offrire la sedia a “Monseigneur”, cosa che faccio con riluttanza e sentendomi fieramente protestante. (Nota: in simili circostanze, avrei offerto l’unica sedia disponibile all’arcivescovo di York se mi fosse capitato di esserci seduta? Concludo che ove lo avessi fatto, lui non l’avrebbe accettata!) L’archimandrita o il Gran Muftì o qualsiasi altra cosa fosse, accetta, e ci si lascia andare con un sospiro di soddisfazione e una benevola occhiata al mio indirizzo. Michel, è quasi inutile dirlo, mette a dura prova la nostra sopportazione! Compie ridicoli acquisti di tipo altamente economico. E va a trattare l’acquisto di un secondo cavallo in compagnia di Mansur; e Mansur, acceso da equina passione, cavalca il suddetto cavallo dritto dritto fin nel negozio del locale barbiere, dove Max si sta facendo tagliare i capelli! «Esci, idiota!» strilla Max. «È un buon cavallo,» grida Mansur «pacifico!» E in quel preciso momento il cavallo s’impenna costringendo tutti i presenti, terrorizzati dagli enormi zoccoli anteriori della bestia, chi al riparo e chi alla fuga. Si cacciano Mansur e il cavallo; Max riprende a farsi tagliare i capelli e rimanda a più tardi tutto quello che ha voglia di dire a Mansur. Siamo invitati a un pranzo delizioso e recherché dal comandante francese; ricambiamo l’invito ad alcuni ufficiali francesi; e torniamo da Harrods per vedere quali sono le ultime economie di Michel. Minaccia di piovere e così decidiamo di tornarcene subito a casa. Il cavallo è nostro e Mansur ci supplica di permettergli di cavalcarlo fino a casa. Max afferma che se glielo concedesse non ci arriverebbe mai. Io ribatto che è un’eccellente idea e lo prego di dargli il permesso. «Ti sentirai così rigido che non riuscirai a muoverti» gli dice Max. Mansur replica che non è mai rigido quando cavalca. Allora, d’accordo, Mansur tornerà a cavallo il giorno seguente. La posta ha un giorno di ritardo, la porterà con sé. Sulla strada del ritorno (in compagnia delle solite poco piacevoli galline e dei soliti relitti umani) piove. Sbandiamo pazzescamente, ma riusciamo a raggiungere casa giusto in tempo prima che la pista diventi impraticabile. Il colonnello, che è già rientrato da Brak, ha avuto un sacco di altri guai coi pipistrelli. Il sistema di attirarli con una torcia elettrica verso il catino si è rivelato molto fruttuoso, soltanto che, avendo trascorso l’intera nottata in questa operazione, non ha dormito né punto né poco. Gli diciamo freddamente che noi di pipistrelli non ne abbiamo mai visto neppure uno! Tra i nostri operai ce n’è uno che sa leggere e scrivere! Si chiama Yusuf Hassan ed è uno dei più pigri. Mai che al mio arrivo sulla collinetta mi sia capitato di trovarvi Yusuf al lavoro: o ha sempre appena finito di scavare il suo appezzamento o è in procinto di iniziare o sta facendo una sosta per


fumarsi una sigaretta. È orgoglioso della sua alfabetizzazione e un giorno ha rallegrato i compagni scrivendo su un pacchetto di sigarette vuoto: «Saleh Birro è annegato nello Jaghjagha». Tutti si sono molto divertiti alla sua dimostrazione di erudizione e di spirito! Il pacchetto di sigarette vuoto rimane impigliato in una borsa da pane vuota, è stipato dentro un sacco di farina e, a tempo debito, il sacco fa ritorno al suo luogo di origine: il villaggio di Hanzir. Qui qualcuno nota che sul pacchetto c’è scritto qualcosa. Lo si porta da uno che sa leggere. Immediatamente, la nuova raggiunge il villaggio di Germayir, dove abita Saleh Birro. Risultato: il mercoledì seguente una lunga teoria di persone addolorate – uomini, donne in lacrime, bimbi gementi – giunge a Tell Brak. «Ahimè! Ahimè!» si dolgono. «Il nostro amato Saleh Birro è annegato nello Jaghjagha! Siamo venuti a riprenderci il corpo!» Ma la prima cosa che scorgono è Saleh Birro in carne e ossa che allegramente scava e sputa nella zona di sua competenza. Meraviglia, chiarimenti e d’un subito ecco che Saleh Birro, folle di rabbia, tenta di saggiare col suo piccone la resistenza della volta cranica di Yusuf Hassan. Intervengono gli amici e il colonnello che ordina loro di finirla (vana speranza) e cerca almeno di capire cosa sta succedendo. Quindi, Max presiede una commissione d’inchiesta che pronuncia la sentenza. Saleh Birro è sospeso dal lavoro per un giorno, a) per rissa e b) per aver ignorato l’ordine di smetterla. Yusuf Hassan è condannato a raggiungere a piedi Germayir (cinquanta chilometri) dove dovrà render conto e scuse della sua trovata di cattivo augurio. È anche multato di due giorni di paga. E l’autentica morale di tutta la vicenda – fa notare più tardi Max alla sua selezionata cerchia – è che leggere e scrivere son cose estremamente pericolose! Mansur, che è rimasto isolato per tre giorni a Kamichlie a causa del maltempo, ricompare all’improvviso più morto che vivo in sella al nuovo cavallo. Non solo non riesce a reggersi in piedi, ma gli è capitata la disgrazia di acquistare in quella città un bel pescione che, nella forzata attesa, si è guastato. E, per una qualche trascurabile ragione, l’ha portato con sé! Viene in tutta fretta seppellito e Mansur gemendo si ficca a letto: per tre giorni non dà segni di vita. Noi, nel frattempo, abbiamo modo di apprezzare l’intelligente assistenza di Subri. La spedizione sul Kawkab ha finalmente luogo. Ferhid, con un’espressione di concentrazione più marcata del solito, si offre di farci da guida, poiché “conosce il paese”. Attraversiamo lo Jaghjagha su un ponte dall’aspetto precario e ci affidiamo nelle mani del melanconico Ferhid. A parte il fatto che lungo la strada Ferhid sembra sempre sul punto di morire soffocato dall’ansia, non va poi troppo male. Il Kawkab resta costantemente in vista, il che è d’aiuto, ma le asperità del terreno pietroso che dobbiamo affrontare sono davvero terribili, e vengono peggiorando via via che ci avviciniamo al vulcano spento. Prima della partenza c’è stata una irrilevante ma tesa discussione domestica: un’appassionata disputa su un pezzetto di sapone ha infiammato gli animi di tutto il personale. I capisquadra dichiarano freddamente che preferiscono non seguire la spedizione; ma il colonnello ce li costringe. Montano allora sulla Mary ma dai lati opposti e si siedono dandosi le spalle! Serkis si accovaccia sul fondo come una gallina e non apre più bocca. Il difficile è capire con chi esattamente ognuno ha avuto da ridire. In ogni modo, con la fine della salita al Kawkab finiscono anche i dissidi. Ci aspettavamo di trovare un gentile pendio tappezzato di fiori che ci conducesse fino in vetta ma, una volta sul posto, la salita si presenta come il muro di una casa e il terreno è tutto cosparso di nera cenere sdrucciolevole. Michel e


Ferhid si rifiutano fermamente persino di iniziare. Il resto decide di tentare l’impresa. Io capitolo quasi subito e mi fermo a godermi lo spettacolo degli altri che arrancano ansimando e scivolando. Abd es Salaam procede praticamente carponi! Si pranza presso la bocca di un cratere minore. Qui è pieno di fiori ed è uno spettacolo bellissimo: tutto intorno il panorama è meraviglioso e vi spiccano le non lontane cime delle colline di Jebel Sinjar. La pace è assoluta: magnifico. Mi sento travolgere da un’ondata di felicità e soltanto adesso capisco quanto ami questo paese e quanto piena e appagante sia questa vita...

1

Per evitare che si sollevi eccessiva polvere, quando si spazza.


IX

L’arrivo di Mac

La stagione degli scavi sta volgendo al termine ed è giunto il momento in cui Mac si riunirà a noi: lo aspettiamo tutti con ansia. Bumps fa un mucchio di domande su di lui e si dimostra incredulo ad alcune mie affermazioni. È necessario provvedere a un altro cuscino, che compriamo a Kamichlie – il migliore che riusciamo a trovare anche se, indubbiamente, è duro come il piombo. «Su quel coso non riuscirà a dormirci, poveretto» dice Bumps. Lo rassicuro: Mac non si preoccupa affatto su cosa dormire. «Non lo mordono né pulci né cimici. E dà l’impressione di non possedere né bagaglio né alcun oggetto personale» e aggiungo, rivedendone nel ricordo l’immagine: «Non ha che la sua coperta da viaggio e il diario». Bumps fa una faccia ancor più incredula. Mac arriverà oggi. Coincide col nostro giorno di riposo e progettiamo una complessa operazione. Il colonnello parte per Kamichlie con Poilu alle cinque del mattino e farà in modo di incontrarsi con Mac mentre si reca dal barbiere a tagliarsi i capelli (cosa che capita con molta frequenza, dal momento che il colonnello insiste a sfoggiare un taglio strettamente militare!). Noi facciamo colazione alle sette e alle otto partiamo per Amuda, dove abbiamo il rendez-vous con gli altri, e tutti assieme proseguiremo per Ras-el-Ain, avendo in animo di esaminare alcuni Tell in quei paraggi (le nostre giornate libere sono sempre uguali a quelle lavorative!). Verranno con noi Subri e Dimitri, che, a tale scopo, si sono abbigliati con ricercatezza: stivali lucidi, cappelli e completi violetti eccessivamente attillati. Michel, reso edotto da precedenti amare esperienze, ha i suoi soliti abiti da lavoro ma per far capire, a suo modo, che è festa, indossa ghette bianche. Amuda è più sporca del solito con un numero di carcasse di pecora in decomposizione superiore a qualsiasi altro io ricordi. Mac e il colonnello ancora non si vedono e io azzardo l’ipotesi che Poilu, come al solito, abbia lasciato a piedi il colonnello. Ma di lì a poco, eccoli arrivare, e dopo i saluti e alcuni acquisti (soprattutto pane, il pane di Amuda è molto buono), ci prepariamo a metterci in marcia quando scopriamo che Poilu è decaduta dal suo buon comportamento e ha un pneumatico a terra, Michel e Subri si danno rapidamente da fare, mentre una folla di curiosi si fa sempre più dappresso, fino a circondarci: una tipica attitudine degli amudaiti. Infine, si parte, ma dopo un’oretta Poilu si ripete con un altro pneumatico. Nuove riparazioni, grazie alle quali scopriamo che nessuno degli attrezzi in dotazione di Poilu è in buono stato. Il cric è difettoso e la pompa un completo fiasco. Subri e Michel fanno miracoli per far stare insieme a tutti i costi pezzi di camera d’aria. Si riparte, dopo aver perso un’ora di tempo prezioso, e arriviamo a uno uadi inaspettatamente pieno d’acqua: vista la stagione è un caso insolito. Ci fermiamo, scendiamo e discutiamo se sia il caso di farsi


coraggio e tentare di attraversarlo oppure no. Michel, Subri e Dimitri sono, ovviamente, dell’idea che potremmo farcela, se la volontà e la misericordia di Dio lo permettono. Ma considerando che, se l’Onnipotente non desidera sollevare miracolosamente la carrozzeria di Poilu, ci impantaneremo irrimediabilmente, noialtri, a malincuore, optiamo per la prudenza. Gli abitanti del luogo sono così contrariati della nostra decisione che sospettiamo derivino una fonte di sostentamento dal recupero delle auto sommerse. Michel guada il fossato per verificarne la profondità: restiamo tutti sorpresi dalla rivelazione della sua biancheria intima! Fa la sua comparsa uno strano indumento di cotone bianco assicurato con delle fettucce intorno alle caviglie: qualcosa di simile ai mutandoni in uso tra le fanciulle dell’epoca vittoriana! Si pranza vicino allo uadi. Dopo pranzo Max e io ci sguazziamo dentro con i piedi – delizioso, almeno finché l’improvvisa e guizzante comparsa di un serpente non pone fine al nostro piacere. Si avvicina un vecchio e ci si siede accanto. Dopo i saluti segue il solito lungo silenzio. Poi chiede cortesemente se siamo francesi o tedeschi o inglesi. Inglesi! Approva col capo. «È agli inglesi che adesso appartiene questa terra? Non ricordo. So che non è più dei turchi.» «No, i turchi non ne sono più padroni dalla guerra.» «Guerra?» esclama il vecchio, disorientato. «La guerra che si combatté venti anni orsono.» Riflette. «Non ricordo… Ah, sì, all’incirca negli anni che avete detto, molti ’asker andavano su e giù per la ferrovia. Quindi, era la guerra? Non ci siamo resi conto che c’era una guerra: qui non ci ha toccato.» Poi, dopo un altro lungo silenzio, si alza, si congeda educatamente e se ne va. Torniamo passando per Tell Baindar che pullula, sembrerebbe, di migliaia di nere tende. Sono i beduini che si spostano a sud in cerca di pascoli via via che la primavera incalza. Nello uadi Wajh scorre acqua e tutta la scena è un pulsare di vita. Probabilmente, entro un paio di settimane tutto sarà nuovamente deserto e silenzio. Su un declivio di Tell Baindar trovo qualcosa. All’apparenza sembra una conchiglietta, ma esaminandola mi accorgo che è di terracotta con tracce di pittura. M’incuriosisce e mi perdo in vane speculazioni su chi l’ha fatta e perché. È il motivo ornamentale di una costruzione o adornava una scatola per cosmetici, oppure un piatto? È una conchiglia marina. Chi, in questo sperduto entroterra, migliaia di anni orsono, poteva aver immaginato o poteva essere venuto a conoscenza dell’esistenza del mare? E quale acutezza di spirito, quale maestria occorsero per realizzarla? Invito Max a congetturare con me, ma mi risponde cauto che non possediamo alcun dato; anche se, aggiunge con condiscendenza, cercherà qualche riferimento per scoprire se lo stesso tipo di oggetto è stato rinvenuto altrove. Con Mac non provo neanche: far congetture non è nel suo carattere e inoltre non è per nulla interessato. Bumps è molto più disponibile e acconsente di buon grado a divertirsi con me sul reperto in oggetto. Le “Variazioni sul ritrovamento di una conchiglia di terracotta” continuano per qualche tempo ma finiamo per allearci in un comune attacco contro l’ipotesi del colonnello, per il quale tutto è di epoca romana (terribile scorrettezza in una campagna di scavi come la nostra). Mi calmo quanto basta per accettare lo sforzo di fotografare una fibula romana rimasta tra i nostri reperti (scartati), e persino di riservarle un cliché tutto per lei! Quando finalmente giungiamo a casa siamo tutti d’ottimo umore. Lo sceicco si precipita a salutare Mac. «Ah! il khwaja ingegnere!» e lo abbraccia e lo bacia con trasporto su entrambe le guance.


Ripetuti risolini sotto i baffi del colonnello e l’ammonimento di Max: «Il prossimo anno toccherà a lei!». «Io? Lasciarmi baciare da quel vecchio disgustoso?» Siamo tutti pronti a scommetterci, ma il colonnello insiste nel suo atteggiamento di grande dignità e grande risolutezza. Mac, ci avverte, è stato salutato come un fratello e pertanto costretto a subire un abbraccio estremamente caloroso. «Ma a me non accadrà» conclude con fermezza. Frenetici saluti dei capisquadra a Mac: un profluvio di parole arabe alle quali Mac, come al solito, risponde in inglese. «Ah, khwaja Mac!» sospira Alawi. «Dovrà ancora continuare a fischiare per qualsiasi cosa gli serva!» Poi, in un batter d’occhio, si materializza un’immensa cena, dopo la quale ci rilassiamo, confortati da particolari squisitezze riservate per i giorni di festa e in onore di Mac (dolcetti turchi, composta di melanzane, tavolette di cioccolata e sigari) e, per una volta, comodamente seduti, conversiamo su argomenti che esulano dall’archeologia. Tocchiamo anche la questione religiosa, una questione molto tormentata in questa particolare zona del mondo, dal momento che la Siria è piena di svariate sette di feroci fanatici, tutti prontissimi a tagliarsi l’un l’altro la gola in nome della giusta causa! Da qui arriviamo a discutere sulla parabola del buon samaritano. Tutte le storie narrate nel Vecchio e nel Nuovo Testamento assumono quaggiù una realtà e un interesse speciali. Si manifestano nel linguaggio e nell’ideologia che quotidianamente ci circondano e mi è spesso capitato di rimanere colpita dal modo in cui il punto focale della storia sembra talvolta diverso da quello comunemente accettato. A mo’ di piccolo esempio, mi viene d’un tratto in mente che della storia di Jezabel gli ambienti protestanti puritani considerano il dipingersi il volto e il tingersi i capelli come le manifestazioni più caratteristiche del comportamento di una autentica donna perduta, quale è quella che Jezabel incarna. Qui – dove tutte le donne virtuose si dipingono il volto (o se lo tatuano) e si colorano i capelli con l’henné – il vero problema è che Jezabel si affaccia alla finestra, un gesto considerato indecente! E ci si avvicina molto al clima del Nuovo Testamento ogniqualvolta chiedo a Max di ripetermi il succo delle lunghe conversazioni tra lui e lo sceicco, dal momento che i loro scambi verbali consistono quasi interamente di parabole. Per esprimere un desiderio o formulare una richiesta racconti una storia che indichi quel desiderio o quella richiesta; il tuo interlocutore replica con una seconda storia che contraddice la tua, e così via. Mai nulla viene espresso col linguaggio diretto. La parabola del buon samaritano ha qui una pregnanza che non può riscontrarsi in un ambiente fatto di strade affollate, polizia, ambulanze, ospedali e pubblica assistenza. Se un uomo si accasciasse ai margini della pista che in aperto deserto conduce da Hasetshe a Der-ez-Zor, la storia potrebbe accadere facilmente anche oggi, e illustra l’enorme capacità di compassione presente nello spirito di tutti i popoli del deserto. Quanti di noi, chiede Max d’un tratto, soccorrerebbero sul serio un altro essere umano in condizioni nelle quali non ci fossero né testimoni, né opinione pubblica, né consapevolezza o condanna per l’omissione di soccorso? «Naturalmente, chiunque» sentenzia il colonnello. «Davvero?» insiste Max. «Ecco un uomo steso a terra, morente. La morte, ricordate, qui non ha molta importanza. Tu hai fretta, hai degli affari da sbrigare. Non vuoi né perder tempo né seccature. Quell’uomo non ha nessun legame con te. E nessuno saprà mai che te ne sei andato dicendoti che, dopotutto, non è affar tuo e che di certo fra un po’ passerà di lì qualcun altro…» ecc., ecc. Ci rimettiamo tutti a sedere e riflettiamo; ciascuno di noi, io credo, si sente un po’ turbato… Siamo in fondo così certi del nostro sentimento umanitario?


Dopo una lunga pausa Bumps dice lentamente: «Io penso che lo farei… Sì, penso che lo farei. Potrei proseguire, ma poi, forse, ne avrei vergogna e tornerei indietro». Il colonnello condivide la sua opinione. «Proprio così; uno non si sentirebbe a posto.» Max dice che anche lui pensa che lo farebbe, ma non è affatto così sicuro di se stesso come gli piacerebbe essere; io sono d’accordo con lui. Per un poco restiamo tutti seduti e mi rendo conto che Mac, come al solito, non è intervenuto. «Tu che faresti, Mac?» Mac ha un lieve trasalimento come di chi è richiamato alla realtà da una sua astrazione. «Io?» il tono è leggermente sorpreso. «Oh, io proseguirei. Non mi fermerei.» «Non lo faresti? Veramente?» Lo guardiamo tutti con attenzione mentre scuote con garbo il capo. «La gente qui muore con grande facilità. E uno si accorge che morire un poco prima o un poco dopo non ha molta importanza. Se toccasse a me non mi aspetterei che qualcuno si fermasse.» Sì, è proprio così, Mac non se lo aspetterebbe. La sua voce gentile prosegue. «Io credo che sia molto meglio attendere a quanto si sta facendo senza essere costretti a deflettere per l’intervento di persone e avvenimenti estranei.» Continuiamo a fissarlo con interesse. All’improvviso ho un’idea. «Ma, Mac, supponi che si tratti di un cavallo» gli dico. «Oh, un cavallo!» esclama Mac, d’un subito trasformato in un essere del tutto umano e presente. «Sarebbe completamente diverso! È ovvio che per un cavallo farei tutto ciò che posso.» Scoppiamo in una fragorosa risata che lo lascia sorpreso. Oggi è il Giorno della Stitichezza. Per alcuni giorni la salute di Abd es Salaam è stato l’argomento dominante. Gli abbiamo somministrato ogni sorta di lassativo, col risultato che adesso si sente «molto indebolito». «Mi piacerebbe andare a Kamichlie, khwaja, a farmi bucare con gli aghi per ritrovare la forza.» Ancora più critiche sono le condizioni di un tal Saleh Hassan, i cui intestini hanno resistito a ogni trattamento, da una leggera somministrazione di eno a una mezza bottiglia di olio di ricino. Max per aiutare il poveretto ha fatto ricorso alla medicina da cavalli del medico di Kamichlie. Gliene abbiamo data una dose enorme e Max gli ha promesso una grossa ricompensa se i suoi intestini «si muovono prima del tramonto». Tutti gli amici e i parenti gli si sono subito stretti intorno. Così hanno trascorso il pomeriggio camminando con lui intorno alla collinetta, incoraggiandolo con grida ed esortazioni, gli occhi ansiosi fissi al lento declinare del sole. Ormai manca poco al tramonto, ma ecco, un quarto d’ora dopo la fine del lavoro, si odono gioiosi strepiti e congratulazioni. La nuova si diffonde con la rapidità del fulmine! Le chiuse hanno ceduto! Circondato da una folla entusiasta, il pallido sofferente viene sorretto fino alla casa per ricevere la ricompensa promessa! Subri, che da tempo stava assumendo sempre maggior padronanza del proprio lavoro, ha preso in pugno con risolutezza la conduzione della casa di Brak, dal momento che non la ritiene sufficientemente grandiosa! Anch’egli, al pari di tutti gli altri, è preoccupato per la nostra “reputazione”. Ha persuaso Michel a rinnegare la sua fede nell’economia e a comprare scodelle nel bazaar di


Kamichlie. Scodelle che ogni sera accompagnano un’enorme zuppiera; il tutto è talmente ingombrante per la piccola tavola che ogni altra cosa va appoggiata in precario equilibrio sul letto! Crollata anche la convinzione di Ferhid che si possa mangiare qualsiasi portata con l’aiuto del solo coltello, ha fatto la sua comparsa un incredibile assortimento di posateria. Subri ha pure lavato Hiyou; le ha districato i nodi del pelo con un gigantesco pettine (acquistato di malavoglia da Michel) e le ha persino legato intorno al collo un nastro di raso rosa a poco prezzo. Hiyou lo adora! Sono arrivati la moglie e tre dei dieci figli del battelliere («Opera tua» mi rimprovera Max). Lei è una donna piagnucolosa e piuttosto piacevole e i figli sono singolarmente poco attraenti. Per esempio, hanno nasi in condizioni francamente disgustose. Perché gli unici nasi che lasciati allo stato di natura colano sono quelli dei cuccioli d’uomo? I cuccioli di gatto, di cane e di asino non paiono essere colpiti da questa afflizione! I genitori riconoscenti hanno istruito i loro piccoli a baciare le maniche dei loro benefattori (noi) a ogni possibile occasione, cosa che essi compiono con deferenza e scrupolo frustrando tutti i nostri sforzi per sottrarci a questa cerimonia, dopo la quale i loro nasi appaiono in condizioni molto più soddisfacenti (mentre Max osserva la propria manica completamente sconfortato!). In questi ultimi giorni abbiamo distribuito un bel po’ di aspirina contro il mal di testa. Il clima è molto caldo e temporalesco. Gli uomini traggono profitto sia dalla scienza orientale che da quella occidentale: prima inghiottono le aspirine e poi corrono dallo sceicco che, compiacente, piazza loro sulla fronte dischi di metallo arroventato «per scacciar via lo spirito maligno». Non saprei dire a chi attribuiscano il merito della guarigione! Stamattina Mansur, quando viene a fare il suo service, scopre un serpente nella nostra camera. Si era rintanato nel cesto sotto il lavabo. Grande agitazione. Sono accorsi tutti per partecipare all’uccisione. Nelle successive tre notti prima di coricarmi mi metto ansiosamente all’erta per captare il benché minimo fruscio. Dopo di che mi è passata. Una mattina chiedo a Mac – lanciando un’occhiata a Bumps – se desidererebbe un cuscino più morbido. «Non credo» dice Mac con un’aria piuttosto sorpresa. «C’è qualcosa che non va nel mio?» Getto un’occhiata di trionfo a Bumps che mi risponde con un ghigno. «Non ti credevo» mi confessa in seguito. «Pensavo che su Mac raccontassi delle storie; ma è veramente un tipo incredibile. Qualsiasi cosa gli appartenga o indossi pare non conosca sporco, strappo o trasandatezza. E, come hai detto tu, in camera sua non ha nulla, a eccezione della sua coperta da viaggio e del suo diario – neppure un libro. Non capisco come ci riesca.» Do un’occhiata alla stanza che Bumps divide col colonnello. La parte occupata da lui è disseminata di segni della sua esuberante e straripante personalità. È soltanto grazie alla strenua resistenza del colonnello che questi evita l’invasione nella metà che gli appartiene. Improvvisamente, proprio sotto la finestra Michel prende a colpire la Mary con un grosso martello e Bumps schizza fuori come un razzo per urlargli di smetterla! Col sopraggiungere del gran caldo l’abbigliamento di Max e di Bumps offre un notevole contrasto. Bumps si è tolto di dosso tutto quanto poteva togliersi; Max, seguendo il costume arabo, ha indossato tutto quello che ha a disposizione. È pesantemente vestito, con una giacca di tweed pesante abbottonata fino al collo, e non sembra neppure accorgersi del sole. Mac non è neppure abbronzato! Il difficile momento della “Spartizione” è ormai molto prossimo. Al termine della stagione di scavi si


presenta il direttore dei Services des Antiquités, o invia un suo rappresentante, per la spartizione di tutti i reperti rinvenuti durante gli scavi. In Iraq l’operazione veniva eseguita oggetto per oggetto e ci volevano diversi giorni. In Siria, invece, il sistema è più semplice. Viene lasciato a Max il compito di dividere, a sua discrezione, in due parti l’insieme del materiale scoperto. Soltanto dopo arriva l’incaricato siriano che esamina i due gruppi e sceglie la metà che resterà in Siria. L’altra è imballata e spedita al British Museum. Di solito, ogni oggetto particolarmente interessante o i pezzi unici che ricadono nella metà spettante al governo siriano, sono concessi in prestito affinché possano venir studiati, fotografati, esposti al pubblico, ecc. a Londra. Il vero tormento sta nella composizione dei due gruppi. Bene o male, dovrai privarti di taluni pezzi che desidereresti in tutti i modi tenere. Bene, allora devi cercare di compensare la perdita. Tutti noi ci diamo daffare per aiutare Max impegnato a suddividere il materiale secondo il tipo. Avremo, quindi, due mucchi di asce preistoriche, due di amuleti, e così via. Vasi, perline, oggetti d’osso, ossidiane. Poi, uno alla volta, siamo convocati da Max. «Allora, quale terresti di questi due mucchi? l’A o il B?» Segue una pausa mentre esamino i due mucchi. «Terrei il B.» «Sì? Va bene. Mandami Bumps.» «Bumps, A o B?» «B.» «Colonnello?» «A, senza dubbio.» «Mac?» «Penso il B.» «Uhm,» fa Max «il B è chiaramente troppo superiore.» Sposta da B ad A un delizioso piccolo amuleto in pietra a forma di testa di cavallo, lo rimpiazza con una figuretta di pecora alquanto informe e opera ancora qualche altro cambiamento. Rientriamo. Stavolta preferiamo tutti l’A. Max si strappa i capelli. Alla fine perdiamo del tutto il senso del loro valore e del loro aspetto. Nel frattempo c’è un’attività frenetica. Bumps e Mac disegnano e disegnano come ossessi e si precipitano al Tell per progettarvi case e altre costruzioni. Il colonnello lavora fino a notte per classificare ed etichettare gli oggetti che ancora ne hanno bisogno. Mi unisco a lui per assisterlo e siamo in completo disaccordo in merito alla terminologia. «Testa di cavallo. Steatite. Centimetri tre.» Io: «È un ariete». «No, no, guarda la briglia.» «Sono le corna.» «Ehi, Mac, che ti sembra?» Mac: «Una gazzella». Col.: «Bumps, come lo definiresti?». Io: «Un ariete». Bumps: «Ha l’aria di un cammello». Max: «Non c’erano cammelli qui. I cammelli sono comparsi in epoca più moderna». Col.: «Bene, e allora secondo te cos’è?».


Max: «Un bucranio stilizzato!». E così si prosegue, tra piccoli e misteriosi amuleti a forma di fagiolo e svariati altri di definizione incerta e ambigua, che vengono prudentemente classificati sotto l’etichetta convenzionale di “oggetto cultuale”. Io sviluppo e stampo finché l’acqua si mantiene fresca. Per lo più lavoro di buon’ora, intorno alle sei del mattino, perché in pieno giorno la temperatura è troppo calda. Giorno dopo giorno, alla spicciolata, gli operai se ne vanno. «È tempo di mietere, khwaja. Dobbiamo andare.» I fiori hanno resistito finché il bestiame al pascolo non li ha mangiati e tutta la collinetta è adesso di un uniforme color giallo tenue. Intorno, la pianura è tutta granturco e orzo. Il raccolto quest’anno sarà buono. Alla fine, ecco il fatidico giorno. Dunand e sua moglie arriveranno questa sera. Sono dei vecchi amici, che avemmo modo di conoscere a Biblos nel periodo in cui risiedevamo a Beirut. Cala la sera e una superba cena – o almeno la riteniamo tale – ci attende. Hiyou è stata lavata. Max dà un’angosciata ultima occhiata alle due parti disposte su due lunghi tavoli. «Mi sembra che si equivalgano. Se rinunciamo a quel delizioso piccolo amuleto a forma di testa di cavallo e a quel particolarissimo sigillo cilindrico (veramente molto interessante!) be’, ci teniamo la migliore delle dee-madri di Chagar e l’amuleto bipenne e quel raffinatissimo vaso inciso… Ma, naturalmente, sull’altro piatto della bilancia grava quell’antica ceramica dipinta. Oh, diavolo! Ormai è fatta! Quale dei due scegliereste?» Per pura misericordia ci rifiutiamo di proseguire a puntare su questo o su quello. Gli diciamo che proprio non riusciamo a deciderci. Max mormora tristemente che Dunand è un conoscitore molto avveduto. «Senz’altro si prenderà la parte migliore.» Lo portiamo via di lì con decisione. Le ore passano, scende la notte e i Dunand non si fanno vedere. «Mi sto chiedendo cosa potrebbe essergli capitato» riflette Max. «Naturalmente, come tutti quelli di quaggiù, vanno a novanta miglia all’ora. Speriamo che non abbiano avuto un incidente.» Le dieci, le undici: dei Dunand nessuna traccia. Max solleva il dubbio che possano essersi diretti a Brak invece che a Chagar. «No, di sicuro. Lo sanno che abitiamo qui.» A mezzanotte rinunciamo ad aspettarli e ce ne andiamo a letto. Da queste parti col buio non si va in auto. Due ore più tardi si ode il rumore di un motore. I domestici corrono fuori e li sentiamo chiamarci con agitazione. Ci precipitiamo giù dai letti, ci buttiamo addosso quel che ci capita sotto mano e raggiungiamo il soggiorno. Ecco i Dunand: per errore erano andati a Brak. Fuori di Hasetshe avevano chiesto la direzione per “gli scavi d’antichità” e un uomo che aveva sempre lavorato a quelli di Brak li aveva indirizzati là. Avevano perduto la strada e ci era voluto del tempo per trovarla. Una volta a Brak, erano riusciti a trovare uno che li accompagnasse nella giusta direzione per Chagar. Nonostante abbiano guidato per tutta la giornata, sono di ottimo umore e per nulla contrariati. «Dovete mangiare qualcosa» dice Max. Madame Dunand gentilmente declina l’invito. Un bicchiere di vino e un biscotto saranno sufficienti. In quel momento entra Mansur seguito da Subri, con un’intera cena di quattro portate! Non ho proprio idea di come i domestici di quaggiù riescano a combinare di queste cose. Ha del miracoloso.


Scopriamo che i Dunand non avevano mangiato nulla e che in realtà sono assai affamati. Si mangia e si beve fino a notte fonda, assistiti dai due sorridenti Mansur e Subri. Mentre ci avviamo a letto, Max fantastica sulla possibilità di portarsi Subri e Mansur in Inghilterra. «Sono talmente efficienti.» Gli dico che anche a me piacerebbe tenermi Subri. Nel silenzio che segue il nostro scambio di battute immagino l’impatto che avrebbe la figura di Subri nell’ambiente domestico inglese: il coltellaccio, il maglione macchiato d’unto, la barba non rasata, la profonda e risonante risata. Il suo uso incredibile degli strofinacci! I domestici mediorientali ricordano molto i Jinn, gli spiriti della tradizione islamica. Si materializzano dal nulla e quando arrivi sono lì a attenderti. Non mandiamo mai ad avvertire del nostro arrivo: ma quando arriviamo, troviamo Dimitri, che si è fatto tutta la strada dalla costa per essere pronto a riceverci. «Come facevi a sapere che stavamo per arrivare?» «Si sa che c’è da scavare anche quest’anno.» E aggiunge dolcemente: «È una cosa molto gradita. Adesso devo mantenere le famiglie di due miei fratelli: una con otto bambini e una con dieci. Mangiano molto. È un bene guadagnare. “Vedi,” ho detto a una delle mie nuore “Dio ci assiste. Quest’anno non patiremo la fame, siamo salvi, arrivano i khwaja per gli scavi!”». E si allontana col suo passo lieve e i suoi pantaloni di mussolina a fiori. Il suo volto gentile e contemplativo supera di gran lunga l’espressione materna della Madonna di Chagar. Ama i cuccioli di cane, i cuccioli di gatto e i cuccioli d’uomo. È l’unico componente della servitù che non litiga mai con nessuno. Né possiede un suo coltello se non a scopi culinari. È fatta! La Spartizione è conclusa. I signori Dunand hanno esaminato, maneggiato, riflettuto. Noi siamo rimasti lì a guardarli con la solita angoscia. Per risolversi Dunand ci ha messo circa un’ora, ma infine ha fatto un rapido gesto con la mano tipicamente francese. «En bien, prenderò questo qui.» Com’è nella natura umana, qualunque sia la metà prescelta, immediatamente vorremmo avesse scelto l’altra. In ogni modo, terminata l’ansia, l’atmosfera si rilassa. Siamo allegri e tutto acquista un sapore di festa. Andiamo a visitare gli scavi; esaminiamo i progetti e i disegni degli architetti; si va in auto fino a Brak; discutiamo sul lavoro che ci attende il prossimo anno; e così via. Max e Dunand discutono di date e priorità. Ci divertiamo tutti alle asciutte e spiritose affermazioni di Madame Dunand. Conversiamo in francese, anche se immagino che parli piuttosto bene l’inglese. È molto divertita da Mac e dalla sua sconcertante limitazione della conversazione a “Oui” e “Non”. «Ah, votre petit architecte, il ne sait pas parler? Il a tout de même l’air intelligent!» Ripetiamo questa considerazione a Mac, che resta imperturbabile. Il giorno seguente i Dunand si preparano alla partenza. Non che ci siano molti preparativi; né desiderano portarsi dietro da mangiare o da bere. «Ma di sicuro, accetterete dell’acqua!» esclama Max, allevato nella convinzione che da queste parti non si debba mai viaggiare senza scorta d’acqua. Scuotono la testa con noncuranza. «Ma se vi si guasta la macchina?» Dunand ride e scuote il capo. «Oh non accadrà!» Ingrana la marcia e l’auto parte nel solito stile dei francesi nel deserto: sessanta miglia all’ora!


Non ci meravigliamo più dell’alta percentuale di decessi di archeologi per cappottamento! E adesso, sotto di nuovo con l’imballo! Ci vogliono giorni e giorni! Si riempiono, si chiudono e si contrassegnano casse su casse. Poi ci sono i preparativi per la nostra partenza. Da Hasetshe lungo una pista poco usata che attraversa un territorio assolutamente deserto raggiungeremo la città di Raqqa sull’Eufrate e lì attraverseremo il fiume. «E avremo modo di dare un’occhiata al Balikh!» esclama Max. Pronuncia Balikh nel modo in cui era solito pronunciare Jaghjagha e intuisco che sta progettando di farsi un giretto nella regione del Balikh prima di lasciare definitivamente gli scavi in Siria. «Il Balikh?» faccio io con aria innocente. «Lungo tutto il suo corso è un continuo di grandi Tell» dice Max con riverenza.


X

La pista per Raqqa

Ci siamo! Ce ne andiamo! La casa è tutta coperta di assi e Serkis sta fissando con i chiodi le ultime tavole su finestre e porte. Lo sceicco assiste dandosi un sacco di arie. Tutto resterà al sicuro fino al nostro ritorno! L’uomo più fidato del villaggio sarà il custode della casa! La sorveglierà, dice lo sceicco, giorno e notte! «Non temere, fratello!» grida. «La casa sarà sorvegliata anche se dovessi pagare quell’uomo di tasca mia!» Max sorride, sapendo bene che la generosa ricompensa pattuita con il guardiano finirà probabilmente per la più parte nelle saccocce dello sceicco. «Ogni cosa sarà davvero al sicuro tenuta d’occhio da te, ne siamo certi» gli risponde. «La mobilia non si sciuperà facilmente e, quanto all’esterno della casa, che piacere sarà per noi passarla a te in buone condizioni quando verrà il momento.» «Che questo giorno sia ancora molto lontano!» si augura lo sceicco. «Perché quando giungerà, non tornerai più e io sarò molto triste. Forse scaverai ancora soltanto per una stagione?» aggiunge speranzoso. «Per una o due – chissà? Dipende dal lavoro.» «È un peccato che tu non abbia trovato oro – soltanto pietre e vasi» fa lo sceicco. «Sono cose che per noi hanno lo stesso interesse.» «Sì, ma l’oro è pur sempre oro.» Gli occhi dello sceicco scintillano di cupidigia. «Ai tempi di El Baron…» Max prontamente lo interrompe: «E quando torneremo la prossima stagione, che regalo posso portarti da Londra?» «Niente. Assolutamente niente. Non voglio nulla. Un orologio d’oro è un oggetto gradito da avere.» «Lo terrò presente.» «Che non si parli di doni tra fratelli! Il mio unico desiderio è quello di servire te e il Governo. E se ci dovessi rimettere, ebbene perdere soldi così è onorevole.» «Non avremo pace se non saremo del tutto certi che il risultato del nostro lavoro qui è stato per te un guadagno e non una perdita.» A questo punto arriva Michel, di ritorno dall’aver rimbrottato tutto e tutti e aver sbraitato ordini a destra e a manca, per comunicarci che tutto è a posto e possiamo partire. Max controlla benzina e olio e si accerta che Michel abbia con sé le taniche di riserva che gli è stato detto di portare, senza aver improvvisamente ceduto a qualche subitaneo scrupolo di economia. Provviste, riserva d’acqua, il nostro bagaglio, quello dei domestici – sì, c’è tutto. La Mary è gravata di pesi sia sul tetto che all’interno, dove, in mezzo ai bagagli, si accomodano Mansur, Alì e Dimitri. Subri e Ferhid tornano a Kamichlie, dove hanno casa, mentre i capisquadra partono col treno per Jerablus.


«Addio, fratello!» grida lo sceicco stringendosi al petto il colonnello e baciandolo su entrambe le guance. Enorme gioia di tutta la spedizione! Il colonnello è diventato color prugna. Lo sceicco ripete i suoi saluti a Max e stringe calorosamente la mano agli “Ingegneri”. Max, il colonnello, Mac e io saliamo sulla Poilu; Bumps segue Michel a bordo della Mary per rintuzzare qualsiasi “buona idea” che possa saltare in mente a Michel durante il percorso. Max gli ripete le sue istruzioni. Deve seguirci ma non a una distanza di soli tre piedi. Se si prova a mettere sotto anche un solo gruppetto di asini e vecchiette, perderà metà del salario. Michel bofonchia: «Musulmani!» a mezza bocca, ma saluta e dice in francese: «Très bien!». «Bene, andiamo. Ci siamo tutti?» Dimitri porta due cuccioli di cane. Hiyou va con Subri. «Ve la farò ritrovare in condizioni perfette l’anno prossimo» grida Subri. «Dov’è Mansur?» urla Max. «Dov’è quel dannato idiota? Partiremo senza di lui se non si fa vivo. Mansur!» «Présent!» geme Mansur senza fiato accorrendo, trascinandosi dietro due immense pelli di pecora terribilmente puzzolenti. «Puah! Non puoi portartele!» «Ci farò dei soldi a Damasco!» «Che fetore!» «Se le distendiamo sul tetto della Mary, il sole le asciugherà e poi non puzzeranno più.» «Sono disgustose. Scordatele.» «Ma ha ragione, valgono dei bei soldi» lo spalleggia Michel, che si arrampica sul tetto del camion e vi assicura le pelli alla meno peggio con dello spago. «Be’, visto che il camion ci segue, non ne sentiremo il lezzo» commenta Max rassegnato «e in ogni caso cadranno giù prima di raggiungere Raqqa: Mansur, con le sue mani, ha stretto uno dei nodi!» «Ah, ah!» se la ride Subri, arrovesciando la testa e mostrando la dentatura bianco-oro. «Forse Mansur ha voglia di farsi il viaggio a cavallo!» Mansur abbassa la testa. La servitù non ha mai smesso di prenderlo in giro per il suo famoso ritorno a cavallo da Kamichlie. «Due orologi d’oro» borbotta lo sceicco con aria meditabonda «sono una buona cosa: così se ne può prestare uno a un amico.» Max dà in fretta il segnale di partenza. Procediamo lentamente fra i gruppi di case e raggiungiamo la pista che da Kamichlie raggiunge Hasetshe. Una folla di ragazzini ci saluta strillando e agitando le mani. Quando attraversiamo il villaggio seguente, quello di Hanzir, alcuni uomini si precipitano fuori delle case gridando e facendo segni di saluto al nostro indirizzo: i nostri vecchi operai. «Tornate il prossimo anno!» gridano. «Inshallah!» grida in risposta Max. Sulla pista per Hasetshe, ci voltiamo per dare un’ultima occhiata al Tell di Chagar Bazar. A Hasetshe ci fermiamo per comprare pane e frutta e per andare a salutare gli ufficiali della guarnigione francese. Un giovane ufficiale, che è appena tornato da Derez-Zor, s’informa sul nostro viaggio. «Proseguirete per Raqqa? Allora, ascoltatemi. Quando la vedrete non seguite l’indicazione stradale. Prendete, invece, la pista che si apre a destra e poi quella che prende a sinistra. In questo modo vi


troverete su una pista tutta diritta, molto facile da seguire. L’altra è assai più complicata.» Il capitano, che si era trattenuto ad ascoltarlo, interviene consigliandoci risolutamente di puntare a nord in direzione di Ras-el-Ain, e quindi di Tell Abyadh per poi prendere la pista molto battuta che da Tell Abyadh conduce a Raqqa. Non ci si può sbagliare. «Ma è molto più lunga, un giro enorme.» «Forse; ma in ultima analisi, potrebbe rivelarsi la più breve.» Lo ringraziamo, ma restiamo della nostra convinzione. Non appena Michel ha terminato di acquistare quanto ci serve, ci rimettiamo in marcia prendendo il ponte che scavalca l’Habur. Giunti al punto d’incontro delle piste, contraddistinto da un paio di cartelli direzionali, seguiamo il suggerimento del giovane ufficiale. Uno dei cartelli indica Tell Abyadh, l’altro Raqqa; tra i due ce n’è un terzo, senza alcuna indicazione. Deve essere questo. Poco dopo la pista si divide in tre rami. «A sinistra, immagino,» dice Max «o intendeva dire quella al centro?» Prendiamo la pista a sinistra, che, dopo un altro po’ di strada, si scompone in quattro. La campagna è piena di massi e arbusti. È assolutamente necessario seguire una pista. Max si tiene ancora a sinistra. «Avremmo dovuto prendere quella più a destra» commenta Michel. Nessuno gli presta attenzione, visto che è impossibile dar conto del numero di piste sbagliate su cui Michel ci ha condotto. Stendiamo un velo sulle seguenti cinque ore. Ci siamo persi. Persi, in un punto della terra in cui non ci sono né villaggi, né campi coltivati, né beduini che conducono le bestie al pascolo: niente. Le piste si fanno sempre più indefinite, rischiano di scomparire. Max cerca di tenersi intuitivamente nella direzione giusta, vale a dire in direzione ovest-sudovest, ma le piste ci sono spietatamente avverse. Girano, si attorcigliano e tendono tutte a riportarci con ostinazione a nord. Facciamo una sosta; mangiamo; Michel prepara il tè. Il caldo è torrido, si avanza a fatica. Gli scossoni, il caldo, la luce abbagliante mi procurano un mal di testa atroce. Siamo tutti abbastanza preoccupati. «Bene,» dice Max «in ogni modo, abbiamo una bella riserva d’acqua. Che sta facendo quel dannato scemo?» Ci voltiamo. Mansur – l’idiota – si sta allegramente innaffiando il volto e le mani con la nostra preziosa riserva d’acqua! Taccio le parole di Max! Mansur non capisce, appare sorpreso e anche un po’ addolorato. Sospira. Com’è difficile – sembra pensare – accontentare questa gente, la più comune delle azioni riesce a infastidirli. Si riparte. Le piste girano e si attorcigliano ancor più. Talvolta scompaiono completamente. Max, preoccupato, borbotta che andiamo troppo a nord. E infatti, quando le piste si biforcano paiono puntare a nord e a nord-est. Dobbiamo tornare indietro? Presto scenderà la sera. All’improvviso la superficie del terreno migliora, la macchia riarsa dirada, il pietrame diminuisce. «Si sbucherà pure da qualche parte» fa Max. «Penso che adesso si possa proseguire dritto.» «E la rotta?» chiede il colonnello. A ovest, verso il Balikh, dice Max. Se becchiamo il Balikh troveremo la pista principale Tell AbyadhRaqqa. Si va avanti. Una foratura alla Mary ci fa perdere tempo prezioso. Il sole sta tramontando.


Improvvisamente, un’immagine che ci riempie di gioia: degli uomini arrancano davanti a noi. Max erompe in un grido. Li raggiungiamo, li salutiamo, chiediamo. Il Balikh? È proprio di fronte a noi. Con un’auto come la nostra ci saremo in una decina di minuti. Raqqa? Siamo più vicini a Tell Abyadh che a Raqqa. Cinque minuti dopo scorgiamo una striscia di verde: è la vegetazione che costeggia il fiume. In lontananza grandeggia un enorme Tell. «Il Balikh! Guardate! Tell dappertutto!» esclama Max rapito. I Tell hanno veramente un aspetto imponente: alti, possenti, solidi. «Dei Tell colossali» insiste Max. «Min Ziman er Rum» dico sgradevolmente, perché la testa e gli occhi hanno toccato un livello di dolore quasi insopportabile. «Pressapoco» prosegue Max. «L’intoppo sta qui. La loro solidità indica l’arte muraria romana: un insieme di fortificazioni. La parte migliore è sotto, senza dubbio, ma per arrivarci ci vogliono troppo tempo e troppo denaro.» Mi sento completamente indifferente all’archeologia. Voglio soltanto stendermi da qualche parte, con un mucchio di aspirina e una tazza di tè. Giungiamo su una pista larga con direzione nord-sud. Prendiamo a sud per Raqqa. Siamo un bel po’ fuori strada e ci vuole un’ora e mezzo prima di arrivare a distinguere distesa davanti a noi la città. È buio ormai. Raggiungiamo la periferia. È una città interamente indigena, senza costruzioni europee. Chiediamo dei Services Spéciaux. L’ufficiale è gentile ma preoccupato per la nostra sistemazione. Qui non ci sono alloggi per i viaggiatori. Se ci dirigessimo a nord, verso Tell Abyadh? Nel giro di due ore, se marciamo a velocità sostenuta, saremo arrivati. Ma nessuno, e io men che mai, se la sente di affrontare altre due ore di scossoni e sobbalzi. Il gentile ufficiale dice che ci sarebbero due stanze – molto spoglie, però, nulla di europeo –, ma se abbiamo le nostre lenzuola, i nostri domestici… Giungiamo alla casa nell’oscurità più profonda. Mansur e Alì si danno d’attorno con le torce, accendono il fornello a petrolio, srotolano le coperte e s’impicciano l’un l’altro. Desidero il rapido e efficiente Subri. Mansur è incredibilmente lento e goffo. ED ecco Michel che entra e si mette a criticare quello che Mansur sta facendo. Mansur si ferma e prendono a bisticciare. Urlo tutto l’arabo che conosco. Funziona, Mansur ne sembra spaventato e riprende il lavoro interrotto. Sprofondo in un mucchio di pagliericci e coperte. D’un tratto Max mi è accanto con la bramata tazza di tè. Mi chiede allegramente se mi sento male. Rispondo di sì, afferro la tazza di tè e mando giù quattro aspirine. Il tè sembra ambrosia. Mai e poi mai ho gustato qualcosa con altrettanto piacere! Mi lascio andare, chiudo gli occhi. «Madame Jacquot» mormoro. «Eh?» fa Max sbigottito. Si china su di me. «Che hai detto?» «Madame Jacquot» ripeto. La connessione esiste – so quel che voglio dire –, ma la frase completa mi sfugge. Max mi considera con una espressione da infermiera dipinta sul volto: in nessun caso contraddire il paziente! «Madame Jacquot non è qui adesso» mormora con tono tranquillizzante. Gli getto un’occhiata esasperata. Non riesco più a tenere gli occhi aperti. C’è ancora una gran confusione. Si prepara da mangiare. Che m’importa? Sto per dormire… dormire… E proprio sul punto di addormentarmi, ecco la frase. Ma sì! «Complètement knock out!» esclamo tutta soddisfatta. «Cosa?» fa Max.


«Madame Jacquot» dico ancora, e mi addormento. La cosa più bella dell’andarsene a letto completamente a pezzi è la meravigliosa sorpresa di sentirsi in forma e pieni di energia al risveglio il mattino seguente. Mi sento rinvigorita e terribilmente affamata. «Sai, Agatha,» mi dice Max «credo che tu avessi la febbre la scorsa notte. Deliravi, continuavi a parlare di Madame Jacquot.» Gli riservo un’occhiata sdegnosa e, non appena ci riesco visto che ho la bocca piena di uovo molto fritto, provo a rispondergli. «Sciocchezze!» dico infine. «Se ti fossi soltanto preso la briga di ascoltare avresti capito cosa intendevo! Ma immagino che la tua mente fosse troppo impegnata con i Tell lungo il Balikh…» «Sarebbe interessante, sai,» fa Max improvvisamente ansioso «eseguire uno o due saggi di scavo in qualcuno di quei Tell…» Compare Mansur, raggiante nel suo stupido e onesto volto, e domanda come si sente la khatūn questa mattina. Gli rispondo che va molto bene. A quanto pare, Mansur è afflitto dal fatto che ieri sera mi sono addormentata così di botto che quando la cena era ormai pronta nessuno ha avuto il coraggio di svegliarmi. Gradirei, adesso, un altro uovo? «Sì» dico io che ne ho già fatti fuori quattro. E se, stavolta, Mansur non lo friggesse più di cinque minuti sarebbe meglio! Partiamo per l’Eufrate intorno alle undici. Il fiume in questo punto è molto largo e attraversa un paesaggio pallido, piatto e assolato immerso in una continua caligine. È quel genere di atmosfera che Max definirebbe “color cuoio carnicino” se stesse parlando di ceramica. A Raqqa l’attraversamento dell’Eufrate è assicurato da un traghetto molto primitivo. Ci accodiamo a qualche altra auto e ci disponiamo aD attendere allegramente l’ora o due che ci separano dall’arrivo del traghetto. Alcune donne scendono al fiume a prendere acqua utilizzando vecchie latte di cherosene. Altre fanno il bucato. Sembra il motivo di un fregio: le figure alte, vestite di nero, con la metà del volto coperta, la testa dritta sulle spalle, le grandi latte colme d’acqua gocciolante. Vanno in su e in giù, senza fretta, indolenti. Le invidio: deve essere piacevole avere il volto coperto da un velo. Deve farti sentire molto riservata e misteriosa… ci sono solo i tuoi occhi, che guardano il mondo – lo vedi ma il mondo non vede te… Tiro fuori dalla borsa lo specchietto e il portacipria. “Sì,” penso “non sarebbe proprio male se ti velassi il viso!” Tornare nel mondo civile mi rimescola tutta. Comincio a pensare a delle cose… lo shampoo, la voluttà dell’asciugacapelli. Manicure… un bagno con le piastrelle e i rubinetti. Sali da bagno. Luce elettrica… altre scarpe! «Che ti prende?» è la voce di Max. «Ti ho chiesto due volte se hai notato il secondo Tell che abbiamo incontrato la notte scorsa sulla strada per Tell Abyadh.» «No.» «No?» «No. La notte scorsa non riuscivo a far caso a nulla.» «Non aveva lo stesso aspetto solido degli altri. Era eroso sul versante orientale. Mi sto chiedendo se forse…» Gli dico chiaro e tondo: «Sono stufa di Tell!». «Cosa?» Max mi guarda con l’orrore che potrebbe provare un inquisitore medievale nell’udire un


lampante peccato di blasfemia. «Non può essere!» «Sto pensando a tutt’altre cose.» Gli snocciolo tutto d’un fiato una lista completa, a cominciare dalla luce elettrica; e Max, passandosi una mano sulla nuca, è costretto a dire che non gli dispiacerebbe finalmente un taglio di capelli decente. Siamo entrambi d’accordo sul fatto che è proprio un peccato che non si possa andare dritti dritti da Chagar a, diciamo, il Savoy! Stando così le cose, invece, si perde del tutto l’intenso piacere del contrasto. Siamo costretti a passare attraverso una serie di pasti mediocri e di precarie comodità, cosicché il piacere di accendere la luce o di aprire un rubinetto è attutito. È arrivato il traghetto. Conduciamo cautamente la Mary sulle assi inclinate predisposte per salire a bordo. Segue la Poilu. Eccoci sul grande Eufrate. Raqqa si allontana. Così, in distanza, è bella, con i suoi mattoni di fango e le sagome delle sue costruzioni orientali. «Color cuoio carnicino» dico piano. «Parli di quel vaso a strisce?» «No,» dico «Raqqa…» E ripeto il nome con dolcezza, come un arrivederci, prima di tornarmene definitivamente in quel mondo dove l’interruttore della luce elettrica impera… Raqqa…


XI

Arrivederci a Brak

Facce nuove e facce vecchie! Questa è la nostra ultima campagna di scavi in Siria. Si scava adesso a Tell Brak, dopo aver definitivamente chiuso gli scavi a Chagar. La nostra casa, la casa progettata da Mac, è stata ceduta (con infinite cerimonie) allo sceicco, che, nonostante si sia già fatto prestare denaro per tre volte il valore della casa, sfoggia l’inconfondibile orgoglio del proprietario. Siamo certi che per la sua “reputazione” sia un bene possedere la casa. «Anche se probabilmente gli costerà l’osso del collo» dice pensosamente Max. Ha spiegato allo sceicco per esteso e con enfasi che il tetto della casa va controllato ogni anno e appropriatamente riparato. «Naturale, naturale!» lo rassicura lo sceicco. «Inshallah, andrà tutto bene!» «Ecco, un sacco di Inshallah,» commenta Max «soltanto Inshallah e niente riparazioni! Ecco cosa accadrà.» La casa, un vistoso orologio d’oro e un cavallo sono i doni per lo sceicco, senza contare il canone d’affitto e il risarcimento per i raccolti perduti. Non riusciamo a capire se lo sceicco sia deluso o soddisfatto. È tutto sorrisi e esagerate manifestazioni di affetto, ma fa un tentativo per ottenere un extra per i “danni al giardino”. «E di che giardino si tratta?» chiede divertito l’ufficiale francese. Già, quale giardino? Alla richiesta di produrre qualche prova di aver mai posseduto un giardino e, in verità, di sapere cosa sia un giardino, lo sceicco fa marcia indietro. «Era mia intenzione piantare un giardino,» dice austeramente «ma il mio progetto è fallito per colpa degli scavi.» Per qualche tempo, il “giardino dello sceicco” assurge tra noi a motivo di celia. Quest’anno con noi a Brak abbiamo: l’inevitabile Michel; l’allegro Subri; Hiyou con una cucciolata di quattro bruttissimi pargoli; Dimitri, che si strugge teneramente alla vista dei quattro di cui sopra; e Alì. Mansur, il numero uno, il capo dei domestici, l’esperto del servizio europeo, si è arruolato – El hamdu lillah – nella polizia! È venuto a farci visita un giorno, splendido nella sua uniforme e con un sorriso a ventiquattro carati. Guilford si è unito a noi in qualità di architetto questa primavera ed è con noi anche adesso. Ai miei occhi si è guadagnata un’enorme reputazione per la sua capacità di tagliare le unghie ai cavalli. Guilford ha un volto allungato, bello e serio, e una volta, all’inizio della sua prima stagione di scavi, si dimostrò molto scrupoloso nella sterilizzazione e nella corretta applicazione delle bende sui tagli e sulle ferite degli operai. Ma, essendosi accorto di che fine facevano le bende quando gli uomini se ne tornavano a casa e avendo visto un tal Yusuf Abdullah togliersi la fasciatura pulita e stendersi nell’angolo più sporco degli scavi tenendo a contatto della sabbia la ferita aperta, adesso Guilford applica sulle ferite una generosa dose di soluzione di permanganato (molto apprezzata a ragione della


viva tonalità!) e si limita a sottolineare cosa bisogna mettere sull’esterno della ferita e cosa si può senza danno ingerire. Il figlio di uno sceicco del luogo, che guidando una macchina con la convinzione di star domando un puledro ha cappottato in uno uadi, si presenta da Guilford affinché gli medichi un enorme buco nella testa. Inorridito, Guilford tenta in qualche modo di tamponare la ferita a furia di tintura di iodio: il giovanotto barcolla, non sta in piedi per il dolore. «Ah!» rantola, quando infine riesce a parlare. «È puro fuoco! Magnifico! D’ora innanzi verrò sempre da te, non da un dottore. Sì – fuoco, fuoco sul serio!» Guilford esorta Max a dirgli di andare da un medico perché la ferita è veramente grave. «Che? Questa?» chiede il figlio dello sceicco sprezzantemente. «Un mal di testa, ecco tutto! Però, è buffo,» aggiunge meditabondo «se mi stringo il naso e soffio, ecco, dalla ferita mi esce della saliva!» Guilford diventa verde e il figlio dello sceicco se ne va ridendo. Torna quattro giorni dopo per ulteriori medicazioni. La ferita sta guarendo con incredibile rapidità. È profondamente mortificato perché sulla ferita non viene messa dell’altra tintura di iodio, bensì una semplice soluzione disinfettante. «Questa non brucia per nulla» commenta scontento. Guilford riceve la visita di una donna con un bambino dal ventre gonfio e, quale che sia il vero problema di suo figlio, è contentissima dei risultati dei blandi medicamenti che Guilford gli somministra. Torna per esprimergli la sua riconoscenza «per aver salvato la vita di mio figlio» e aggiunge che gli donerà la maggiore delle sue figlie non appena avrà l’età giusta; al che Guilford arrossisce e la donna se ne va ridendo di cuore ed esprimendo qualche altra finale osservazione che la decenza ci vieta di riferire. Inutile dire che è una curda, non un’araba! Questo scavo autunnale completerà il nostro lavoro. La scorsa primavera abbiamo terminato quelli di Chagar e ci siamo concentrati su Brak, dove erano venute alla luce diverse cose interessanti. E adesso eccoci a finire quelli di Brak; concluderemo la stagione di scavi entro un mese o un mese e mezzo con quelli di Tell Jidle, una collinetta sul Balikh! Uno sceicco del posto, accampato presso lo Jaghjagha, ci ha invitati ad assistere a una festa rituale: accettiamo. Il giorno della festa, Subri compare in tutto lo splendore del suo attillato abito color prugna, scarpe tirate a lucido e cappello. È stato invitato anch’egli in qualità di nostro attendente e agirà da nostro intermediario, riferendoci su come procedono i preparativi culinari della festa e avvisandoci del preciso momento in cui possiamo fare la nostra comparsa. Lo sceicco ci accoglie con grande dignità sotto l’enorme baldacchino bruno della sua tenda. È circondato da un nutrito seguito di amici, parenti e semplici tirapiedi. Dopo i cerimoniali saluti, i personaggi più importanti (ossia noi, i capisquadra, Alawi, Yahya, lo sceicco e i suoi amici più stretti) si siedono tutti in circolo. Un vecchio, considerevolmente paludato, ci si avvicina con una caffettiera e tre tazzine. In ciascuna versa una minuscola quantità di caffè scurissimo. La prima è per me (prova palese che lo sceicco è a conoscenza dell’incredibile uso europeo di servire le donne per prime). Le altre due sono per Max e lo sceicco. Ci risiediamo e sorbiamo il caffè. A tempo debito ci viene servita un’altra minuscola quantità di caffè. Beviamo. Poi le tazzine ci vengono tolte, sono nuovamente riempite e offerte a Guilford e ai capisquadra che a loro volta bevono. E così si completa il circolo. A una certa distanza, in piedi, attende una numerosa folla composta da quelli di rango inferiore. Oltre il leggero schermo della parete della tenda vicina a me mi giunge il suono smorzato di risatine e fruscii. Sono le donne dello sceicco che sbirciano e prestano orecchio a quanto si sta svolgendo. Lo sceicco dà un ordine e un servitore esce per ricomparire con un trespolo sul quale è appollaiato


un magnifico falcone. Viene piazzato al centro della tenda. Max si congratula con lo sceicco per lo splendido volatile. Entrano poi tre uomini con un grande calderone di rame che viene deposto al centro del circolo. È colmo di riso, sul quale sono disposti pezzetti di agnello; il tutto è ben speziato, caldissimo ed emana un odorino delizioso. Vengo cortesemente invitata a mangiare. Ognuno si serve direttamente dal calderone con le mani o con il tipico pane arabo. A tempo debito (cioè, non in breve tempo, mi si consenta) i doveri dell’ospitalità e l’appetito sono soddisfatti. Il grande vassoio, privato dei bocconi migliori ma ancora mezzo pieno, viene tolto e deposto a terra a una certa distanza dalla tenda, dove un secondo circolo di persone (compreso Subri) si forma, si siede e mangia. Ci vengono serviti dolci e altro caffè. Dopo che il gruppo delle persone meno importanti ha terminato di mangiare, il vassoio è sistemato ancora in un terzo posto. Il contenuto è ormai ridotto a riso e ossa. Intorno al vassoio si siedono quelli che appartengono al gradino sociale più basso e i bisognosi che sono venuti a “sedersi all’ombra dello sceicco”. Si precipitano sul cibo e quando, infine, il vassoio è portato via è completamente vuoto. Restiamo a sedere ancora un po’ mentre Max e lo sceicco a intervalli si scambiano ponderose osservazioni. Infine, ci alziamo, ringraziamo lo sceicco per l’ospitalità e ce ne andiamo. Max dà una buona mancia a colui che ci ha servito il caffè e i capisquadra ci indicano certi misteriosi personaggi con cui la largesse è d’obbligo. Fa caldo e mentre camminiamo verso casa il ricco pasto di riso e montone si fa sentire, ci stordisce. Subri è soddisfattissimo del convito: ci siamo tutti comportati con la dovuta proprietà. Oggi, a una settimana di distanza, tocca a noi ricevere una visita. Si tratta dello sceicco della tribù Shammar – un uomo veramente molto importante. Gli sceicchi del luogo si sono messi a sua disposizione e lui è arrivato a bordo di una bellissima macchina grigia. Una figura molto bella e raffinata, il volto magro dalla bruna carnagione e le mani curate. Gli abbiamo servito il nostro miglior pranzo europeo e l’eccitazione di tutto il nostro personale per l’importanza del nostro ospite è stata immensa! Quando la sua auto lo ha condotto via, ci siamo sentiti come avessimo ospitato come minimo la famiglia reale. Oggi è stato un giorno catastrofico. Max va a Kamichlie con Subri per fare acquisti e per sbrigare delle pratiche con la banca; sul Tell restano Guilford che deve rilevare la pianta di alcuni edifici e i capisquadra responsabili degli operai. Guilford mi raggiunge a casa per il pranzo. Abbiamo appena terminato e lui sta per riprendere la Poilu per tornare sul lavoro, quando vediamo accorrere verso la casa i capisquadra in preda a una grande agitazione e allo sgomento. Irrompono nel cortile e danno la stura a un profluvio di eccitate parole arabe. Guilford è completamente disorientato e io afferro una parola su sette. «È morto qualcuno» dico a Guilford. Alawi ripete enfaticamente l’accaduto. Ne desumo che i morti sono quattro. Sulle prime penso che ci sia stata una rissa e che quegli uomini si siano uccisi l’un l’altro, ma Yahya scuote la testa energicamente in risposta alle mie incerte domande. Accidenti a quanto non ho imparato a comprendere la lingua! Il mio arabo consiste quasi interamente di frasi del tipo “Questo non è pulito. Fa’ così. Non usare quella tovaglia. Porta il tè” e


simili ordini domestici. Questo resoconto di morti violente supera del tutto le mie capacità. Dimitri, il ragazzo e Serkis escono di casa e si mettono ad ascoltare. Naturalmente, capiscono cos’è successo ma poiché non parlano nessuna lingua europea, Guilford e io siamo al punto di prima. Guilford: «È meglio che vada a vedere» e va verso la Poilu. Ma ecco che Alawi lo afferra per una manica e gli si rivolge con veemenza con l’evidente intento di dissuaderlo. Indica drammaticamente in direzione di Brak. Lungo i fianchi della collinetta, a un miglio di distanza, sta scendendo una folla variopinta punteggiata di bianco dall’aria in qualche modo sgradevole e determinata. Mi accorgo che i capisquadra sono intimoriti. «Stanno scappando» fa Guilford severo. «Desidererei che potessimo capire cosa sta succedendo.» Che Alawi (una testa calda) o Yahya abbiamo ucciso un operaio con una picconata? Mi sembra pazzesco, e assolutamente inverosimile che ne abbiano uccisi quattro. Nel mio arabo zoppicante domando nuovamente se c’è stata una rissa e per farmi capire accenno a mimarla. Ma la risposta è drasticamente negativa. Yahya fa il gesto di qualcosa che gli cade sulla testa dall’alto. Guardo in su. Che siano rimasti uccisi da un fulmine? Guilford apre la portiera della Poilu. «Vado a vedere e questi vengono con me.» Fa loro segno imperiosamente di salire. Immediato e risoluto il rifiuto: non vogliono seguirlo. Guilford protende aggressivamente il mento d’australiano. «Ce li farò venire!» Dimitri scuote il suo dolce testone. «No, no» dice. «È molto grave.» Cosa è molto grave? «C’è qualcosa che non va lassù» fa Guilford, e salta dentro la macchina. Poi, dà un’occhiata alla folla che si fa sempre più prossima e volta la testa di colpo. Mi guarda costernato e io scorgo nei suoi occhi l’espressione che si può descrivere come “prima-le-donne-e-i-bambini”. Scende dall’auto, ponendo attenzione a farlo con tranquillità e mi dice con un tono accuratamente giocondo: «Ti va di fare un giretto per andare incontro a Max? Tanto vale, non abbiamo nulla da fare. Prendi il cappello o qualsiasi altra cosa ti serva.» Caro Guilford, me la sta mettendo magnificamente! Con ogni prudenza per non allarmarmi. Gli rispondo con calma che tanto vale… e devo prendere i soldi? I soldi della spedizione sono conservati in una cassetta sotto il letto di Max. Se veramente quella folla infuriata ha intenzione di prendere d’assalto la casa, sarebbe un peccato che trovassero del denaro da portar via. Guilford, cercando ancora di non “allarmarmi”, sostiene che si tratta di un accorgimento del tutto consueto. «E potresti» aggiunge «farlo con un po’ di premura?» Vado nella camera da letto, prendo il mio feltro, tiro fuori la cassetta e la mettiamo nell’auto. Saliamo a bordo e facciamo cenno a Dimitri, a Serkis e al ragazzo di accomodarsi dietro. «Ci portiamo loro e non i capisquadra» commenta Guilford in tono di condanna per la volontà di questi ultimi di “scapparsene’’. Mi dispiace per Guilford, che desidererebbe naturalmente andare a fronteggiare la folla e che, invece, è costretto a occuparsi della mia sicurezza. Ma sono molto contenta che abbia rinunciato a dirigersi verso quegli uomini. Non ha molta autorità su di loro e, in ogni caso, non capirebbe una parola di quanto gli direbbero: peggiorerebbe facilmente la situazione. Ciò che bisogna fare è raggiungere Max e metterlo a conoscenza di quanto sta accadendo e scoprire cosa sia realmente successo. L’intenzione di Guilford di portare in salvo Dimitri e Serkis e di lasciare i capisquadra a sbrigarsela


con le proprie responsabilità è d’un tratto elusa da Alawi e Yahya, che spingono via Dimitri e montano a bordo. Guilford s’infuria e cerca di scacciarli ma i due non si muovono. Dimitri, placido, fa un cenno col capo e indica la cucina. Torna indietro e Serkis lo segue con un’aria non tanto felice. «Non vedo perché questi due qui…» comincia Guilford. Lo interrompo. «Più di quattro in macchina non ci stiamo; e, viste come stanno le cose, mi pare che se quegli uomini laggiù vogliono uccidere qualcuno si tratti proprio di Alawi e di Yahya, quindi è meglio se prendiamo su loro. Non credo che quelli ce l’abbiano con Dimitri e Serkis.» Guilford volge lo sguardo e si accorge che la folla si è fatta ormai troppo sotto per continuare a tergiversare. Squadra minacciosamente Yahya e Alawi, ingrana e usciamo rapidamente per la porta del cortile, giriamo intorno al villaggio e prendiamo la pista che conduce sulla strada per Kamichlie. Max deve essere già sulla strada del ritorno dal momento che aveva intenzione di andare ai lavori nel primo pomeriggio: dovremmo incrociarlo lungo la strada. Guilford si lascia sfuggire un sospiro di sollievo e io gli dico che è stata proprio una cosa ben fatta. «Cosa?» «La tua idea buttata là di farsi un bel giretto per andare incontro a Max e il modo in cui hai evitato di allarmarmi.» «Oh,» fa Guilford «così ti eri accorta che volevo portarti via di là?» Gli do un’occhiata compassionevole. Andiamo a tutta birra e nel giro di un quarto d’ora incontriamo Max e Subri sulla Mary. Frena. È molto sorpreso di vederci. Alawi e Yahya smontano in fretta dalla Poilu e gli si precipitano incontro: segue un eccitato diluvio di parole arabe intervallato dagli staccato delle secche domande di Max. Finalmente, sappiamo che cosa succede! Da alcuni giorni vengono ritrovati in una particolare zona degli scavi una gran quantità di piccoli amuleti molto belli d’avorio e di pietra riproducenti animali. Gli scopritori hanno ricevuto ottime ricompense e per riuscire a trovarne ancora gli uomini si sono messi a scavare in profondità nella fossa dove gli amuleti erano venuti alla luce la prima volta. Ieri Max ha interrotto le operazioni poiché lo scavo stava diventando pericoloso e ha messo le squadre a lavorare nuovamente in superficie per raggiungere la fossa da una diversa direzione. Agli uomini l’idea non è piaciuta, dal momento che comportava un giorno o due di scavo in livelli di terreno di nessun interesse prima di poter raggiungere nuovamente quello degli amuleti. I capisquadra erano stati avvertiti di badare a che gli uomini si attenessero alle nuove disposizioni, alle quali, pur di malumore, avevano obbedito cominciando a scavare energicamente dalla superficie. Questa era la situazione fino al momento della sospensione del lavoro per il pranzo. A questo punto il racconto si trasforma in una storia di tradimento e di vile ingordigia. Gli uomini se ne stavano sparpargliati sul lato del colle dove ci sono gli orci dell’acqua. Un gruppo di operai, che era stato impegnato sull’altro lato, era riuscito a sgattaiolare via e furtivamente aveva aggirato la collinetta portandosi nel punto dei ricchi ritrovamenti. Una volta lì avevano cominciato a scavare furiosamente nel vecchio taglio di livello. L’intenzione era di saccheggiarne il contenuto e di sostenere poi che il bottino proveniva dall’appezzamento di loro spettanza. Ma la Nemesi li aveva sopraffatti. Avevano proseguito il taglio troppo in profondità, i livelli di terreno superiori non avevano retto ed erano stati travolti! Le grida dell’unico scampato avevano richiamato tutti gli uomini sul luogo del disastro. Immediatamente si era capito cos’era accaduto e tre picconieri si erano messi a scavare a gran velocità


per soccorrere i compagni. Uno era ancora vivo, ma altri quattro erano rimasti uccisi. Improvvisa scoppia una pazzesca agitazione: urla, lamenti, invocazioni al Cielo e il desiderio di rifarsela con qualcuno. Se ai capisquadra cedettero i nervi e decisero di darsi alla fuga o se furono assaliti, è difficile da capire. In ogni caso, il risultato fu che gli uomini si dettero a inseguirli con intenzioni tutt’altro che amichevoli. Max inclina a ritenere che i capisquadra abbiano perso il controllo della situazione provocando inconsapevolmente la reazione degli uomini contro di loro. Ma non c’è tempo per stare a recriminare. Max gira la macchina e ci gettiamo a tutta velocità in direzione di Kamichlie, dove espone l’accaduto all’ufficiale dei Services Spéciaux incaricato della sicurezza. Il tenente capisce al volo e agisce. Prende la propria macchina e quattro soldati e tutti insieme ripartiamo per Brak. Gli uomini sono di nuovo sulla collinetta inquieti e in fermento come uno sciame d’api. Si placano alla vista dell’autorità: saliamo in processione la china del Tell. Il tenente manda indietro la macchina con uno dei soldati e va di persona sul luogo della tragedia. Chiede delucidazioni agli uomini che lavorano in quel settore, e quelli spiegano che non è colpa loro bensì di una squadra rivale che aveva tentato di avvantaggiarsi a loro insaputa. S’interroga, quindi, lo scampato, che conferma. Sono tutti questi gli uomini della squadra? Uno illeso, uno ferito e quattro morti? È possibile che ci sia qualcun altro là sotto? No. A questo punto, torna la macchina del tenente con a bordo lo sceicco alla cui tribù gli operai morti appartenevano; si unisce al tenente nell’indagine. Altre domande e altre risposte. Infine, lo sceicco alzando la voce si rivolge alla folla. Scagiona la spedizione da qualsiasi responsabilità: quegli uomini stavano scavando fuori dell’orario di lavoro e, per di più, stavano cercando di derubare i compagni; hanno pagato lo scotto della loro disobbedienza e della loro ingordigia. E adesso ognuno se ne torni a casa. Il sole è già tramontato e stanno calando le prime ombre della sera. Insieme al tenente e allo sceicco ritorniamo a casa, dove, con nostra buona pace, troviamo Dimitri tranquillamente intento a cucinare e il franco sorriso di Serkis. Si continua a discutere per un’altra ora circa. Un incidente increscioso. Il tenente dice che i morti avevano famiglia e, nonostante non sia affatto obbligatorio, senza dubbio un’elargizione sarebbe apprezzata. Lo sceicco afferma che la generosità è il segno distintivo della nobiltà d’animo e accrescerà la nostra reputazione in tutta la zona. Max ribatte che sarà contento di fare un regalo alle famiglie a patto che sia chiaramente inteso che di un regalo si tratta, non di un risarcimento. Lo sceicco acconsente borbottando: l’ufficiale francese lo metterà per iscritto e inoltre egli stesso lo garantirà con la sua parola. Resta da definire la cifra. Una volta stabilita anche questa e consumato uno spuntino, lo sceicco e il tenente ripartono. Sulla collinetta vengono lasciati due soldati con l’ordine di sorvegliare la zona fatale. «E attenzione» dice Max mentre stanchissimi ce ne andiamo finalmente a dormire «qualcuno dovrà sorvegliare quel punto domani all’ora di pranzo o riaccadrà la stessa cosa.» Guilford sembra incredulo. «Com’è possibile adesso che conoscono il pericolo e hanno visto cosa è successo?» E Max, risoluto: «Aspetta e vedrai». Il giorno dopo, egli stesso, senza dare nell’occhio, si apposta al riparo di un muro di mattoni di fango. E come aveva previsto, durante la sosta per il pranzo, ecco arrivare tre uomini che furtivamente aggirano la china del tumulo e si mettono furiosamente a raspare in un punto contiguo allo scavo a non più di due piedi di distanza da dove i loro compagni sono rimasti uccisi! Si fa avanti Max a grandi passi e li gratifica di una terrificante arringa. Non si rendono conto che


quel che stanno facendo potrebbe causare la loro morte? Uno di loro mormora: «Inshallah!». Vengono licenziati per aver tentato di derubare i propri compagni. A seguito di quest’episodio il luogo è messo sotto sorveglianza dopo la fine del lavoro fino al momento in cui, il pomeriggio seguente, gli strati più alti del terreno vengono eliminati. Guilford commenta con tono terrorizzato: «Questi qui non sembrano preoccuparsi affatto di perdere la vita. Sono straordinariamente indifferenti. Della morte ridono e stamattina mentre erano al lavoro ho visto che mimavano tutte le scene del disastro!» Max gli dice che da queste parti la morte non è una cosa molto importante. I capisquadra fischiano la pausa e gli uomini che si affrettano giù per la collinetta ci superano cantando: «Yusuf Daoud ieri era qua con noi e oggi è morto! Non si riempirà più la pancia, ha ha ha!». Guilford è profondamente indignato.


XII

’Ain el ’Arus

Ci si sposta da Brak sul Balikh. L’ultima sera che restiamo qui scendiamo giù in riva allo Jaghjagha e siamo preda di una dolce malinconia. Ho sviluppato un grande affetto per lo Jaghjagha, per questo stretto corso d’acqua bruna e fangosa. Pure, Brak non ha mai attratto i miei affetti come Chagar. Il villaggio di Brak è malinconico, spopolato, cadente, e gli armeni, con i loro lisi abiti europei, appaiono fuor di posto rispetto a quanto li circonda. Hanno voci bisbetiche e non hanno nulla in comune con la ricchezza di vita dei curdi e degli arabi. Ho nostalgia delle donne curde che vagano per la campagna come grandi fiori colorati, coi loro denti bianchi e i loro volti ridenti e il loro portamento fiero. Per trasportare il mobilio che ci serve abbiamo noleggiato un camion sgangherato, uno di quei camion dove tutto dev’essere legato con lo spago! Temo che tutto se ne andrà lungo la strada ancor prima di raggiungere Ras-el-Ain. Infine, il carico è sistemato e si parte; Max, Guilford e io sulla Mary; Michel, i servitori e Hiyou sulla Poilu. A metà strada per Ras-el-Ain ci fermiamo per uno spuntino. Subri e Dimitri ridono a crepapelle. «Hiyou» dicono «è stata male per tutto il tragitto e Subri le reggeva la testa!» L’interno della Poilu reca un’evidente testimonianza di questa storia! Meno male che la prendono con allegria. È la prima volta, da quando è con noi, che Hiyou è a terra. “Posso affrontare” sembra che dica “un mondo ostile ai cani, l’inimicizia del popolo musulmano, la morte per annegamento, l’inedia e busse, pedate, sassate. Non temo niente. Sono amica di tutti ma non amo nessuno. Ma cos’è questo strano nuovo disturbo che mi priva della mia dignità?” I suoi occhi ambrati si spostano addolorati dall’uno all’altro di noi. La fiducia nella sua abilità di fronteggiare il peggio che il mondo possa riservarle è seriamente scossa. Per fortuna, cinque minuti più tardi, ecco che Hiyou riacquista tutto il suo equilibrio e si mette a divorare una straordinaria parte del pranzo di Subri e di Dimitri. Faccio notare che il viaggio in auto riprenderà tra breve e chiedo se averla fatta mangiare così tanto sia stata una cosa saggia. «Ah» esclama Subri «allora Hiyou starà ancora peggio!» Be’, se li diverte… Arriviamo nel nostro alloggio nel primo pomeriggio. La casa è in una delle strade principali di Tell Abyadh. È quasi un’abitazione civile, ciò che il direttore della banca definisce una ‘‘construction en pierre”. La strada è fiancheggiata da alberi con le chiome brillanti dei colori autunnali. La casa, ahimè, poiché è al di sotto del livello stradale, è molto umida, tanto più che il villaggio è attraversato da una


miriade di ruscelletti. Al mattino, la coperta risulta piuttosto bagnata e qualsiasi cosa si tocchi sa di umido e di appicicaticcio. Sono così indolenzita che riesco a malapena a muovermi. Dietro la casa, c’è un piacevole giardinetto, molto più ricercato di qualsiasi altro posto in cui ci è capitato di vivere per un periodo di tempo abbastanza lungo. Quando arriva il camion ci accorgiamo di aver perso lungo la strada tre seggiole, un tavolo e la mia seggetta! Molto meno di quanto pensassi! Tell Jidle sorge nei pressi di una grande polla d’acqua azzurrissima formata dalla sorgente che alimenta il Balikh. È circondata dagli alberi ed è davvero un posto adorabile, tradizionalmente considerato il luogo dell’incontro tra Isacco e Rebecca. È un posto ben diverso da dove siamo stati in precedenza. Possiede un fascino amabile benché triste, senza però nulla dell’intoccata freschezza di Chagar e del paesaggio collinoso che le fa da corona. Qui la prosperità non manca, per le strade passeggiano armeni e non armeni tutti ben vestiti e ci sono autentiche case e giardini. Siamo ormai qui da una settimana allorché Hiyou ci disonora. Tutti i cani di ’Ain el ’Arus vengono a corteggiarla e, poiché non c’è porta che chiuda bene, è impossibile tener quelli fuori o lei chiusa dentro! È un continuo latrare, ululare, azzuffarsi. E Hiyou, una malinconica reginetta dagli occhi color ambra, fa di tutto per favorire il pandemonio! La scena ricorda con esattezza una di quelle antiche pantomime in cui i demoni sbucano dalle finestre e dalle botole. Mentre stiamo cenando, si spalanca una finestra e un grosso cane balza dentro, un altro gli è alle costole e… crash! Si spalanca la porta della camera da letto ed eccone un altro. I tre prendono a correre come matti intorno alla tavola, si scaraventano contro la porta della stanza di Guilford, la spalancano e scompaiono, per ricomparire magicamente dalla porta della cucina seguiti da una padella scagliata loro dietro da Subri. Guilford passa la notte in bianco, coi cani che prendono d’assalto la porta, gli balzano sul letto e saltano dalla finestra. A tratti, Guilford si alza e tenta di rintuzzarli bersagliandoli con quel che gli capita sottomano. È tutto un latrare, un uggiolare e, insomma, un vero e proprio saturnale canino! Inoltre, scopriamo che Hiyou è una snob: presta attenzione soltanto all’unico cane che in tutta ’Ain el ’Arus indossa il collare! “Ecco,” par che dica “questa sì che è classe!” Si tratta di un cane nero, dal naso camuso e una coda immensa simile al cavallo di un carro funebre! Subri, che da notti non dorme a causa di un feroce mal di denti, chiede di potersi assentare per recarsi col treno da un dentista di Aleppo. Due giorni dopo, eccolo, raggiante, di ritorno. E questo è il suo resoconto di quanto gli è capitato: «Vado dal dentista e mi siedo nella sua poltrona. Gli mostro il dente. Sì, dice, bisogna levarlo. Quanto costa?, chiedo io. Venti franchi, mi fa lui. È ridicolo, dico io e me ne vado. Ritorno nel pomeriggio. Quanto? Diciotto franchi. Gli dico di nuovo che è ridicolo. Nel frattempo, il dolore aumenta, ma uno non può mica farsi derubare. Mi ripresento il mattino seguente. Quanto? Ancora diciotto franchi. Torno a mezzogiorno. Diciotto franchi. Quello pensa che cederò al dolore, ma io non mollo e continuo a mercanteggiare! E alla fine, khwaja la spunto!» «Scende di prezzo?» Subri scuote il capo. «No, non cala ma concludo un ottimo affare. Benissimo, dico, diciotto franchi. Ma per questa cifra non me ne toglierà uno solo bensì quattro!» Subri ride di gusto, rivelando i buchi tra i denti.


«Ma ti facevano male anche gli altri?» «No, naturalmente no; ma, tanto, un giorno o l’altro, mi avrebbero fatto male. Così, il problema è risolto. Tolti, e al prezzo di uno solo.» Michel, che era rimasto sulla soglia ad ascoltare, annuisce in segno di approvazione. «Beaucoup economia» commenta. Subri ha anche acquistato un pensierino per Hiyou: una collanina di perline rosse. Gliela lega intorno al collo. «È quanto indossano le ragazze sposate» dice. «E Hiyou si è sposata recentemente.» Altroché! Sposata con ogni cane di ’Ain el ’Arus, direi! Stamattina – domenica, il nostro giorno di riposo – mentre sono intenta a catalogare dei reperti e Max sta aggiornando il libro-paga, Alì ci annuncia la visita di una donna. È una donna dall’aspetto molto dignitoso, accuratamente vestita di nero e con un’enorme croce d’oro sul petto. Tiene le labbra serrate con forza e sembra molto turbata. Max la riceve con grande cortesia e lei di punto in bianco prende a narrare una lunga storia, manifestamente dolorosa. Ogni tanto, durante la narrazione viene fatto il nome di Subri. Max aggrotta la fronte e s’incupisce. Il racconto prosegue con sempre maggior passione. Suppongo che si tratti della vecchia e ben nota storia della vergine del villaggio tradita. Questa donna è sua madre e il nostro allegro Subri il vile seduttore. La voce della donna si leva in un tono di virtuosa indignazione. Si afferra la croce che le pende sul petto e la brandisce in alto: sembra giurarci qualcosa. Max fa chiamare Subri. Penso che forse sarebbe più delicato se mi ritirassi e sono sul punto di sgattaiolare inosservata quando Max mi chiede di restare. Mi rimetto a sedere e poiché, con ogni probabilità, dovrò fungere da testimone, assumo l’aria di chi comprende quanto sta accadendo. La donna, una figura grave e dignitosa, tace fino al momento in cui compare Subri. Gli punta addosso l’indice accusatore e, a quanto pare, gli ripete la sua accusa. Subri non si difende. Si stringe nelle spalle, leva le mani in alto, sembra ammettere la verità dell’imputazione. Il dramma va avanti: discussioni, recriminazioni e il sempre più evidente atteggiamento da giudice di Max. Subri sta avendo la peggio. Benissimo, sembra dire, fate come vi pare! All’improvviso, Max prende un foglio e scrive; lo mostra alla donna, che vi fa un segno – una croce – solleva nuovamente la croce e formula qualche solenne giuramento. Max firma a sua volta e passa il foglio a Subri, che vi scarabocchia un segno e giura anch’egli qualcosa. Quindi Max conta del denaro e lo dà alla donna, che lo prende, ringrazia con un cenno dignitoso del capo ed esce. Max riserva a questo punto caustici rimproveri a Subri, che, avvilito, infila la porta. Max si appoggia indietro sulla sedia, si passa un fazzoletto sul volto e: «Uff!». Lo bombardo di domande. «Cos’è questa storia? Una ragazza? La figlia di quella donna?» «Non proprio. La donna era la tenutaria del locale bordello.» «Cosa?» Max mi ripete per quanto gli è possibile le parole della donna. Si è presentata qui affinché l’aiutassi a rimediare a un grave torto commesso dal nostro servitore Subri. «Che ha combinato?» chiede Max. «Io sono una donna che ha la sua reputazione e il suo onore. Sono rispettata in tutto il distretto! Tutti parlano bene di me. Dirigo la mia casa in maniera timorata di Dio. Ora viene questo tizio, questo


Subri, e mi trova in casa una ragazza che ha conosciuto a Kamichlie. Rinnova forse la sua conoscenza in modo piacevole e decoroso? No, si comporta illegalmente, con violenza… mi discredita! Butta giù per le scale un signore turco, un ricco signore turco, uno dei miei migliori clienti. Con la violenza! In maniera sconveniente! Come se non bastasse, convince la ragazza – che mi deve del denaro e a cui ho fatto un sacco di gentilezze – a andarsene dalla mia casa. Le compera un biglietto del treno e la fa partire. E quella si porta via centodieci franchi, miei, è un furto! Ora, khwaja, non è giusto che si commettano simili abusi. Sono sempre stata una donna onesta e virtuosa, una vedova timorata di Dio, e di cui nessuno può dir male. Ho dovuto lottare a lungo e duramente contro la miseria e mi sono fatta strada soltanto grazie ai miei onesti sforzi. Non è possibile che tu stia dalla parte della violenza e del torto. Chiedo di essere risarcita; e giuro» a questo punto era entrata in gioco la croce d’oro «che tutto ciò che ho detto è vero e lo ripeterò in faccia al tuo servitore Subri. Puoi chiederlo al magistrato, al prete, agli ufficiali francesi della guarnigione: tutti ti diranno che io sono una donna onesta e rispettabile!» Il convocato Subri non nega nulla. Sì, aveva conosciuto la ragazza a Kamichlie. Era una sua amica. Si era arrabbiato col turco e lo aveva gettato giù dalle scale. E aveva suggerito alla ragazza di tornarsene a Kamichlie: preferiva Kamichlie ad ’Ain el ’Arus. La ragazza si era presa un po’ di denaro, in prestito; indubbiamente lo avrebbe restituito fino all’ultimo centesimo appena avesse potuto. Quindi, toccava a Max giudicare. «Perdiana, le cose che bisogna fare in questo paese. Non sai mai quel che ti aspetta» si lamenta. Gli chiedo del suo responso. Max si schiarisce la gola e prosegue con il suo resoconto. «Sono sorpreso e dispiaciuto che un mio servitore sia entrato in casa tua, perché ciò non si accorda col nostro onore, l’onore della spedizione; e per mio ordine nessuno dei miei dipendenti verrà più nella tua casa: che sia bene inteso!» Subri conferma cupamente di aver capito. «Quanto alla ragazza che se n’è andata dalla casa, non farò niente, perché non è affar mio. E per il denaro che ha preso con sé… credo che debba esserti restituito e te lo renderò io adesso, per l’onore dei servitori della nostra spedizione. La somma verrà detratta dallo stipendio di Subri. Scriverò una dichiarazione, che ti leggerò, nella quale si notifica il pagamento di questo denaro e si respinge ogni altra eventuale pretesa nei nostri confronti. Tu la firmerai e giurerai che con ciò la faccenda è chiusa.» Ricordo la dignità e il fervore biblico con cui la donna aveva sollevato la croce. «Ha detto nient’altro?» «Ti ringrazio, khwaja. Come sempre, la giustizia e la verità hanno prevalso e il male è uscito sconfitto.» «Be’» dico, sgomenta. «Be’…» Odo dei passettini leggeri al di là della finestra. È la nostra ospite. Ha in mano un grande messale, o libro di preghiere e sta andando in chiesa. L’espressione è seria e decorosa: la grande croce le ballonzola sul petto. Allora, mi alzo, prendo la Bibbia dallo scaffale e cerco l’episodio di Rahab, la sgualdrina. Credo di capire, almeno un po’, come fosse Rahab la sgualdrina. Immagino quella donna nel ruolo: zelante, fanatica, coraggiosa; religiosissima e, non di meno, Rahab la sgualdrina. Dicembre è alle porte; è giunto il momento di andarsene. Forse perché è autunno e siamo abituati alla primavera, forse perché nell’aria si percepiscono già le voci e le avvisaglie dell’inquietudine europea, stavolta c’è una sfumatura di tristezza, l’impressione che, stavolta, forse non torneremo… Tuttavia, la casa di Brak è ancora in affitto: ci stiperemo il mobilio. E c’è ancora molto da scoprire sulla collinetta. Il nostro contratto dura altri due anni. Torneremo di certo…


Mary e Poilu prendono la strada per Aleppo attraverso Jerablus. Da Aleppo raggiungiamo Ras Shamra, dove trascorriamo il Natale in compagnia dei nostri amici, il professore e la signora Schaeffer coi loro deliziosi bambini. Non esiste al mondo luogo più incantevole di Ras Shamra, un’adorabile piccola baia, dal mare di un azzurro profondo incorniciato da sabbia e basse rocce bianche. È un magnifico Natale. Parliamo del prossimo anno… di qualche prossimo anno. Ma la sensazione di incertezza cresce. Ci salutiamo. «Ci rivedremo a Parigi.» Ahimè, Parigi! Stavolta lasciamo Beirut via mare. Guardo dal parapetto della nave l’adorabile costa libanese con le sue montagne che si stagliano nette, azzurre, contro il cielo. Niente turba il romanticismo della scena. Ci si scopre poetici, quasi sentimentali… Scoppia un frastuono familiare: grida eccitate da un cargo che stiamo oltrepassando. La gru ha rovesciato un carico in mare, il cassone si è aperto… La superficie del mare è punteggiata di seggette… Max mi raggiunge e mi chiede il perché di tutto quel fracasso. Glielo indico e gli confesso che il mio stato d’animo romantico nel salutare quella terra ha subito un brutto colpo! Max dice che non aveva idea che esportassimo seggette in tale quantità! E che non avrebbe mai pensato che in Siria esistessero tutte quelle tubature! Rimango silenziosa e lui mi chiede a cosa sto pensando. Mi viene in mente di quando il falegname di Amuda piazzò orgogliosamente la seggetta di fronte alla porta d’ingresso proprio il giorno in cui le suore e il tenente francese erano venuti a farci visita; ricordo il mio portasciugamani coi suoi “bei piedi”!; e il gatto professionista! E Mac che passeggia al tramonto sul tetto con sul volto un’espressione di remota felicità… Ricordo le donne curde di Chagar, simili a vivaci tulipani striati; e la grande barba rossa dello sceicco; ricordo il colonnello inginocchiato con la sua valigetta nera che attende il rinvenimento di una tomba e gli operai che commentano: «Ecco il dottore per la visita», cosicché, da quel momento in poi, il nomignolo del colonnello diventa “M. le docteur”. Mi ricordo di Bumps e del suo ostinato casco coloniale e di Michel che grida «Forca» mentre ne tira i legacci. Ricordo una collinetta tutta ricoperta di calendule dorate sulla quale facemmo un pic-nic in uno dei nostri giorni festivi; e, se chiudo gli occhi, riesco ancora a sentire intorno a me il dolce profumo dei fiori e della fertile steppa… «Stavo pensando» infine gli rispondo «che ci abbiamo vissuto molto felicemente…»


Epilogo

Questa sconclusionata cronaca fu iniziata prima della guerra. Poi, fu abbandonata. Ma ora, dopo quattro anni di guerra, mi sono trovata a ripensare a quei giorni trascorsi in Siria; alla fine mi sono sentita indotta a tirar fuori i miei appunti e diari e a portare a termine quanto avevo iniziato e messo da parte. Perché mi sembra che sia bello ricordare quei giorni e quei luoghi e che proprio in quest’istante la mia collinetta di calendule sia in fiore e che là ci siano vecchi dalle bianche barbe che arrancano dietro i loro asini e ignorano che c’è una guerra. «Non ci ha toccato…» Perché dopo quattro anni passati a Londra con la guerra, mi rendo conto di quanto fosse bella quella vita e che gioia e che sollievo sia stato per me rivivere quei giorni… Scrivere questa semplice relazione non è stato un lavoro bensì un impegno d’amore. Non una fuga o un’evasione, ma l’aver posto nella fatica e nel dolore di oggi qualcosa di imperituro che non soltanto è stato mio, ma ancora lo è. Perché io amo quel dolce e fertile paese, la gente semplice che lo abita, gente che sa ridere e godersi la vita, che è indolente e felice, che ha dignità, buone maniere e un gran senso dell’umorismo, e per la quale la morte non è una cosa terribile. Inshallah, vi tornerò ancora e tutto ciò che amo non svanirà da questa terra… Finis El Hamdu Lillah

Primavera 1944


Viaggiare è il mio peccato - Agatha Christie