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Murakami Haruki

La stana biblioteca Illustrato da Lorenzo Ceccotti Traduzione di Antonietta Pastore

Einaudi


Nella biblioteca regnava un silenzio assoluto, più profondo del solito. Mentre avanzavo sul linoleum grigio del pavimento, le mie scarpe di cuoio nuove di zecca scricchiolavano in maniera strana, non mi parevano neanche le mie. Ogni volta che metto delle scarpe nuove, mi ci vuole un po’ di tempo per abituarmi al loro suono. Al banco dove si prendevano i libri in prestito era seduta una donna che non conoscevo, assorta nella lettura di un volume molto spesso. Spesso e largo. Dal movimento dei suoi occhi, sembrava che col sinistro leggesse la pagina di sinistra, col destro quella di destra. - Mi scusi, - dissi. La donna mise giù il libro con un colpo secco, alzò il viso e mi guardò. - Sono venuto a restituire questi, - dissi posando due libri sul banco. Uno si intitolava Come costruire un sottomarino, l’altro Memorie di un guardiano di pecore. La donna guardò dietro le copertine per controllare la data di consegna. L’avevo rispettata, naturalmente. Rispetto sempre le date di consegna. È quello che mi ha sempre raccomandato mia madre. La stessa cosa vale per i guardiani di pecore. Se non rispettano gli orari, le pecore finiscono con l’agitarsi. La donna appose il timbro «restituito» sulla scheda dei libri, e si rimise a leggere. - Vorrei prenderne in prestito altri, - le dissi. - Scendi la scala e vai a destra, - mi rispose lei senza nemmeno alzare il viso. - Stanza 107, in fondo al corridoio.


Ai piedi della scala mi incamminai verso destra, e alla fine di un corridoio mal illuminato, in effetti trovai una porta col numero 107. Ero stato in quella biblioteca un centinaio di volte, ma non sapevo che ci fosse un piano interrato. Bussai. Pensavo di aver bussato piano, invece i colpi riecheggiarono nel corridoio come se avessi sbattuto una mazza da golf contro i cancelli dell’inferno. Mi venne voglia di fare dietrofront e scappare a gambe levate. Però non lo feci. Perché sono stato educato così. Una volta che hai bussato, devi aspettare che qualcuno risponda. - Avanti, - disse una voce dall’interno. Una voce dal timbro basso, ma forte e chiara. Aprii la porta. Nel mezzo della stanza c’era una piccola scrivania consumata, dietro la quale sedeva un vecchio piuttosto basso. Aveva la faccia coperta di piccole macchie nere, come tanti moscerini. Era calvo e portava occhiali dalle lenti spesse. La sua calvizie non era uniforme. Tutt’intorno al cranio gli crescevano ciuffi di capelli bianchi ritorti,


che facevano pensare a un bosco dopo un incendio. Avanti, ragazzo, - disse il vecchio. - Cosa stai cercando? Volevo prendere in prestito un libro, - risposi con voce incerta, - ma se ora ha da fare, posso tornare... No, no, no, non ho assolutamente da fare, - disse il vecchio. - Questo è il mio lavoro, ti cerco qualunque libro di cui tu abbia bisogno. Che strano modo di parlare, pensai. E la sua faccia non era certo da meno. Lunghi peli gli uscivano dalle orecchie. Sotto il mento la pelle gli pendeva come una mongolfiera bucata. Posso chiederti che genere di libro stai cercando, ragazzo? Vorrei sapere in che modo venivano raccolte le tasse nell’Impero ottomano, - risposi. Al vecchio brillarono gli occhi. Capito. La riscossione delle imposte nell’Impero ottomano. Interessante, molto interessante.


Mi sentivo molto a disagio. A essere sincero, non era vero che volevo conoscere a tutti i costi come venivano riscosse le imposte nell’Impero ottomano. Quella curiosità mi era venuta per associazione d’idee con qualcos’altro, mentre tornavo a casa da scuola. «A proposito, come facevano gli Ottomani a raccogliere i soldi delle tasse?» E fin da piccolo, mia madre mi ha sempre detto che se vuoi sapere qualcosa, devi andare a cercarlo in biblioteca. - Non si preoccupi, - dissi. - Non ha importanza. È un soggetto molto specialistico, dopotutto... In realtà volevo solo andarmene da quel luogo sinistro il più presto possibile. - Non scherzare con me, - tagliò corto il vecchio con aria contrariata. - Abbiamo diversi volumi che trattano della riscossione delle imposte nell’Impero ottomano. Sei venuto qui per prendermi in giro, ragazzo? - No, non è affatto mia intenzione, - mi affrettai a rispondere. - Non stavo cercando di prenderla in giro. - Allora aspetta qui da bravo. - Va bene, - dissi. Il vecchio si alzò dalla sua sedia, tutto piegato in avanti andò fino a una porta metallica in fondo alla stanza, la aprì e scomparve al di là. In attesa che tornasse, rimasi una decina di minuti fermo dov’ero. Alcuni piccoli insetti neri strisciavano sulla parte interna del paralume. Alla fine il vecchio riapparve con tre spessi volumi sulle braccia. A giudicare dall’odore di carta vecchia che si sparse nell’aria, dovevano essere molto antichi. - Ecco, guarda qua, - disse. - Abbiamo: Il sistema ottomano delle imposte, Diario di un collettore delle tasse ottomano e Rivolta contro il pagamento delle tasse nell’Impero turco-ottomano e relativa repressione. Niente male, vero? - La ringrazio infinitamente, - dissi in tono educato. Presi i tre libri e mi avviai verso la porta. - Fermo, dove vai? - mi gridò dietro il vecchio. - Quei tre libri non possono in alcun caso uscire dalla biblioteca.


Era vero, sulla costola di ogni volume un’etichetta rossa diceva: «Solo uso interno». - Se vuoi, puoi leggerli nella stanza sul retro, - disse il vecchio. Guardai l’orologio. Erano le cinque e venti. - Ma la biblioteca sta per chiudere, inoltre mia madre si preoccuperà, se non sarò a casa per cena, risposi. Il vecchio corrugò la fronte, le sopracciglia unite a formare un’unica linea. - L’orario di chiusura non è un problema, - disse. - Se do il permesso io, si può fare. Piuttosto, apprezzi il mio aiuto o no? Perché pensi che abbia portato fin qui questi tre volumi che pesano come macigni? Per fare esercizio fisico? - Mi scusi, - dissi. - Non volevo darle tanto disturbo. Semplicemente non sapevo che questi libri non si potessero portare fuori. Il vecchio si raschiò rumorosamente la gola e sputò un grumo in un fazzoletto di carta. Era così adirato che le macchie nere sulla sua faccia si agitavano furiosamente. - Non importa quello che sapevi o non sapevi, - ribatté. - Quando avevo la tua età, mi ritenevo già fortunato ad avere la possibilità di leggere. E tu te ne vieni con le tue idiozie di orario e di non fare tardi per cena! - D’accordo, allora resto a leggere qui, - dissi. - Solo una trentina di minuti, però -.Non sono mai stato capace di dire un «no» secco a qualcuno. - Non posso stare di più. Quando ero piccolo, mentre tornavo a casa da scuola sono stato morso da un grosso cane nero, e da allora mia madre comincia a dare in escandescenze se sono anche solo un po’ in ritardo. L’espressione del vecchio si rasserenò un poco. - Allora resti qui a leggere? - Sì. Ma solo una mezz’ora... - Bene, vieni da questa parte, - disse facendomi segno. Oltre la porta interna c’era un corridoio in penombra, rischiarato dalla luce vacillante di una lampadina che sembrava arrivata a fine vita.


- Seguimi, - disse il vecchio. Percorsi pochi metri, arrivammo a una biforcazione. Il vecchio girò a destra. Poco più in là c’era un’altra biforcazione. Questa volta prese a sinistra. Le biforcazioni si susseguivano una dopo l’altra, ora a destra ora a sinistra, e ogni volta il vecchio sceglieva quale strada imboccare senza esitazione. Ogni tanto apriva una porta che dava su un altro corridoio. Ero molto confuso. Che cosa assurda! Come poteva la nostra biblioteca cittadina avere nel sottosuolo un labirinto di tali dimensioni? Le biblioteche pubbliche sono sempre a corto di fondi: costruire anche il più piccolo labirinto è al di là dei loro mezzi. Ero tentato di chiedere spiegazioni al vecchio, ma temevo che mi sgridasse di nuovo. Gira e rigira, alla fine arrivammo a una grande porta di ferro. «Sala di lettura», diceva il cartello che vi era appeso. Il posto era silenzioso come un cimitero di notte. Il vecchio tirò fuori di tasca un mazzo di chiavi tintinnanti e ne scelse una. Una grossa e vecchia


chiave. La infilò nel buco della serratura, e dopo avermi lanciato un’occhiata d’intesa la girò verso destra. Si udì uno scatto. La porta si aprì con un lungo e sinistro cigolio che riecheggiò nel corridoio. - Bene, eccoci qui, - disse il vecchio. - Forza, entra. - Qui dentro? - chiesi. - Certo. - Ma è buio pesto, - protestai. Perché era vero, al di là della porta l’oscurità era profonda come in un buco scavato nel cosmo.


Il vecchio si voltò verso di me e si raddrizzò. Con la schiena eretta, di colpo sembrò alto. Sotto le lunghe sopracciglia bianche, i suoi occhi brillarono come quelli di una capra al tramonto. - Sei il genere di ragazzo che trova da ridire su qualsiasi inezia? - No, no di certo. Però ho l’impressione che... - Allora piantala di seccare, - fece il vecchio. - Non posso sopportare la gente che fa sempre un sacco di storie, disprezzando gli sforzi di chi la vuole aiutare. - Ha ragione, mi perdoni, - dissi. - Entro subito. Perché mi comporto così? Perché finisco sempre col dire e col fare quello che non mi va? - Ci sono dei gradini da scendere, dietro questa porta, - disse il vecchio. - Tieniti bene al corrimano, in modo da non rotolare giù. Entrai per primo, avanzando con cautela. Quando il vecchio chiuse la porta alle nostre spalle, il buio divenne totale. Sentii lo scatto della serratura mentre lui girava la chiave. - Perché chiude a chiave? - È la regola. Questa porta deve essere sempre chiusa a chiave. Rassegnato, cominciai a scendere. Era una scala molto lunga. Tanto lunga da arrivare in Brasile. Il corrimano fissato al muro era tutto arrugginito. E l’oscurità totale. Quando finalmente arrivammo al fondo, intravidi un chiarore. Era solo la debole luce di una lampadina, ma era sufficiente a farmi male agli occhi, dopo tanto buio. Qualcuno mi si avvicinò dal fondo della stanza e mi prese per mano. Un uomo basso che sembrava una pecora. - Grazie per essere venuto, - mi disse l’uomo-pecora. - Buongiorno, - gli risposi.


L’uomo-pecora aveva addosso una vera pelle di pecora che lo ricopriva tutto: lasciava soltanto un’apertura per la faccia, attraverso la quale si intravedevano un paio di occhi amichevoli. Il costume gli andava a pennello. Mi osservò per un momento, poi il suo sguardo si spostò sui tre libri che tenevo in mano. - Oh, caro, sei venuto qui a leggere? - Sì, certo, - risposi. - Vuoi dire che sei veramente venuto qui a leggere questi libri? C’era qualcosa di strano nel suo modo di parlare. Non sapevo cosa rispondergli. - Forza, digli la verità, - mi spronò il vecchio. - Sei venuto qui a leggere o no? Dagli una risposta chiara. - Sì, sono venuto a leggere. - L’hai sentito, no? - disse il vecchio con aria trionfante. - Ma è solo un bambino, signore, - obiettò l’uomo-pecora. - Silenzio! - tuonò il vecchio. Poi all’improvviso estrasse un frustino di vimini dalla tasca posteriore


e colpì l’uomo-pecora sul viso. - Portalo subito nella sala di lettura! L’uomo-pecora sembrava turbato, ma mi prese comunque per mano. La staffilata gli aveva lasciato un segno rosso vicino al labbro. - D’accordo, andiamo, - disse. - Dove? - Nella sala di lettura. Non hai detto che sei venuto a leggere questi libri? L’uomo-pecora mi precedette lungo uno stretto corridoio. Il vecchio ci venne dietro. Attaccata al costume dell’uomo-pecora c’era una piccola coda che a ogni passo ondeggiava a destra e a sinistra come un pendolo. - Bene, - disse quando arrivammo alla fine della galleria. - Eccoci qui. - Scusi un attimo, signor Uomo-pecora! - gli dissi. - Non è mica una cella, questa, per caso? - Certo che lo è! - rispose lui. - Proprio una cella, - confermò il vecchio.


- Non era quello che mi aveva detto! - protestai. - Sono venuto fin qui solo perché lei mi ha detto che stavamo andando alla sala di lettura. - Sei caduto in trappola, - disse l’uomo-pecora. - Ti ho fregato, - fece il vecchio. - Come ha potuto...? - Zitto, stupido! - tagliò corto il vecchio, tirando fuori il frustino di vimini dalla tasca e brandendolo sopra di me. Indietreggiai. Non volevo proprio che mi colpisse sulla faccia con quell’arnese. - Forza, entra! Basta chiacchiere! Devi leggere quei tre libri e impararli a memoria dall’inizio alla fine, - disse. - Fra un mese verrò a farti un esame. Se li avrai memorizzati bene, ti lascerò uscire. - È impossibile imparare a memoria tre volumi così spessi, - protestai. - E poi mia madre si starà già preoccupando per me... Il vecchio sogghignò e abbassò di colpo il frustino. Feci uno scatto di lato, così a essere colpito sul viso fu l’uomo-pecora. Furibondo, il vecchio lo colpi di nuovo. Era veramente odioso.


- Buttalo nella cella, occupatene tu! - gli ordinò, e se ne andò. - Le fa molto male? - chiesi alluomo-pecora. - Non ti preoccupare, ci sono abituato, - disse lui. E in effetti non sembrava affatto sofferente. - Piuttosto, adesso ti devo rinchiudere qui. - Non voglio! Se rifiuto di entrare, cosa può succedere? - chiesi. - In tal caso, il vecchio mi picchierebbe di nuovo. Provai pena per lui, così obbedii ed entrai. La cella aveva un letto, un tavolo, un lavandino e la tazza di un gabinetto. Sul lavandino c’erano uno spazzolino e un bicchiere. Né l’uno né l’altro sembravano molto puliti. Il dentifricio era alla fragola, un gusto che detesto. L’uomo-pecora si divertiva ad accendere e spegnere la lampada sulla scrivania. - Be’, non è male, no? - mi disse voltandosi verso di me con un sorriso.


- Ti porterò tre pasti ogni giorno. E alle tre, per merenda, ti darò dei donuts, - disse l’uomo-pecora. Li faccio io, sono croccanti e squisiti. - I donuts fritti sono i miei dolci preferiti. - Bene, allora stendi le gambe. Protesi i piedi in avanti. L’uomo-pecora tirò fuori da sotto il letto una pesante palla di ferro attaccata a una catena, mi legò la catena intorno alla caviglia e la chiuse col lucchetto. Poi mise la chiave nella tasca che aveva sul petto. - Fa un freddo tremendo, qui, - dissi. - Tranquillo, ti abituerai. - Senta, signor Uomo-pecora, devo veramente stare qui un mese intero? - Sì, più o meno. - Ma se imparo a memoria questi tre libri come mi è stato ordinato, potrò uscire, vero? - No, non credo che sarà possibile. - Allora cosa mi succederà? L’uomo-pecora inclinò la testa di lato con aria perplessa. - Mi dispiace doverti dire questa brutta cosa... - La prego, mi spieghi! Mia madre sta in ansia per me! - La verità è che la parte superiore del tuo cranio sarà segata via. E che il tuo cervello verrà succhiato. Per lo shock, rimasi qualche secondo senza parole. - Vuol dire, - chiesi finalmente, - che quel vecchio succhierà il mio cervello? - Sì, è quello che succederà, - disse l’uomo-pecora con una certa riluttanza.


Mi sedetti sul letto e mi presi la testa fra le mani. Perché mi capitava una cosa del genere? Ero soltanto andato in biblioteca a prendere in prestito dei libri! - Non ti avvilire, - mi disse l’uomo-pecora per consolarmi. - Ora ti porterò qualcosa da mangiare. Una bella cena calda ti tirerà su il morale. - Signor Uomo-pecora, - gli chiesi, - perché quel vecchio vuole mangiare il mio cervello? - Perché i cervelli pieni di conoscenze sono squisiti, ecco perché. Sono cremosi. E al tempo stesso granulosi. - Ed è per questo che vuole che io stia qui un mese a riempirmi la testa di informazioni? Per poterle poi succhiare? - Per l’appunto. - Ma è una cosa mostruosa! - dissi. - Dal punto di vista di chi è succhiato, ovviamente. - Sì, ma è una cosa che succede in tutte le biblioteche. Più o meno. A questa notizia rimasi attonito. - In tutte le biblioteche? - balbettai. - Se si limitassero a prestare libri gratuitamente, cosa ci guadagnerebbero? - Be’, ma questo non dà loro il diritto di segare il cranio alla gente e mangiarne il cervello. Non pensa che sia veramente un po’ troppo? L’uomo-pecora mi guardò triste. - Il fatto è che non hai avuto fortuna, tutto qui. Sono cose che succedono, a volte. - Mia madre morirà di apprensione, nell’attesa che io ritorni. Non mi può aiutare a uscire da qui di nascosto? - No, non posso proprio. Se lo facessi, per punizione verrei messo in un vaso pieno di vermi pelosi. Per tre giorni interi dovrei stare chiuso in un vaso enorme insieme a decine di migliaia di vermi. - È spaventoso, - dissi. - Quindi capisci che non mi è possibile lasciarti scappare, ragazzo. Mi spiace davvero.


Quando l’uomo-pecora se ne andò, rimasi solo nella piccola cella. Mi buttai bocconi sul duro materasso e piansi per un’ora. Il cuscino azzurro imbottito di crusca alla fine era tutto bagnato. La catena di ferro attaccata alla mia caviglia pesava tonnellate. Guardai l’orologio: erano esattamente le 6,30. Mia madre stava di sicuro preparando la cena, e intanto mi aspettava. Di sicuro camminava avanti e indietro per la cucina, gli occhi incollati alle lancette dell’orologio. Se prima che facesse notte non fossi tornato, sarebbe probabilmente caduta in depressione. Lei è questo genere di madre. Al minimo contrattempo, va subito a figurarsi le cose più catastrofiche. Oppure, se non immagina tragedie, si piazza sul sofà a guardare la televisione. Una delle due cose. Alle sette qualcuno bussò alla porta. Piccoli colpi discreti. - Avanti, - dissi. Una chiave girò nella toppa, entrò una ragazza che spingeva un carrello. Era cosi bella che a


guardarla mi facevano male gli occhi. Aveva più o meno la mia età. Il collo e i polsi erano talmente sottili che sembravano doversi spezzare alla minima pressione. I suoi lunghi capelli lisci lucevano come se fossero disseminati di pietre preziose. Per qualche istante studiò la mia faccia, poi prese dal carrello i piatti col cibo e li mise sul tavolo, senza dire una parola. Io rimasi a bocca aperta, sopraffatto dalla sua bellezza. Il cibo sembrava squisito. C’erano una minestra di ricci di mare, uno sgombro alla brace con panna acida, degli asparagi bianchi in salsa di sesamo, un’insalata di lattuga e cetrioli, e panini caldi al burro. Da tutti i piatti si levava vapore fumante. Un grande bicchiere era pieno di succo d’uva. Quando finì di disporre i piatti, la ragazza si voltò verso di me e disse con le mani: «Adesso smetti di piangere, è ora di mangiare».


- Non riesci a parlare? - le chiesi. «No, non riesco. Le mie corde vocali sono state rovinate quando ero piccola». - Rovinate? - ripetei sorpreso. - Da chi? Invece di rispondere, la ragazza fece un dolce sorriso. Un sorriso così radioso che l’aria intorno a lei sembrò farsi più sottile. «Per favore, cerca di comprendere, - disse. - L’uomo-pecora non è cattivo. Ha un cuore gentile. Ma è terrorizzato dal vecchio». - Sì, capisco. Però... La ragazza si avvicinò e mise la mano sulla mia. Una mano piccola e soffice. Ebbi l’impressione che il mio cuore stesse per spezzarsi in due. «Mangia finché è caldo, - mi disse lei. - Il cibo caldo ti darà forza». Poi aprì la porta e uscì, spingendo il carrello davanti a sé. I suoi movimenti erano svelti e leggeri come una brezza di maggio. Il cibo era eccellente, ma riuscii a mangiarne soltanto la metà. Se non fossi tornato a casa, mia madre per l’inquietudine sarebbe di nuovo caduta in depressione. Cosi avrebbe dimenticato di nutrire il mio storno, che sarebbe morto di fame. Ma come facevo a scappare? Avevo una pesante palla di ferro attaccata alla caviglia, e la porta era chiusa a chiave. E anche fossi riuscito ad aprirla, come avrei potuto ritrovare la strada in quel labirinto di lunghi corridoi? Sospirai e ricominciai a piangere un po’. Ma piagnucolare buttato sul letto non mi sarebbe stato di aiuto, così mi tirai su e finii di mangiare.


Decisi che era ora di sedermi al tavolo a leggere. Per cogliere un’eventuale possibilità di scappare, prima di tutto dovevo tranquillizzare il mio avversario. Cioè fingere di sottomettermi docilmente ai suoi ordini. Non avevo bisogno di fare uno sforzo, pensai. Perché dopotutto obbedire è nel mio carattere. Presi Diario di un collettore delle tasse ottomano e iniziai a leggere. Era un libro astruso scritto in turco classico, ma stranamente non avevo nessuna difficoltà a capirlo. Non solo, ogni frase mi restava impressa nella memoria, parola per parola. Per qualche ragione, il mio cervello assorbiva tutto ciò che leggevo. Man mano che giravo le pagine, diventavo il collettore delle tasse turco Ibn Armut Hasir, che camminava per le strade di Istanbul con una scimitarra al fianco per riscuotere i soldi delle tasse. Un odore di frutta e polli, tabacco e caffè era sospeso sulla città come un fiume stagnante. I venditori ambulanti erano accovacciati lungo le strade e gridavano vantando la loro merce: datteri, arance e roba simile. Hasir era un uomo tranquillo e silenzioso, con tre mogli e sei figli. Aveva anche un parrocchetto, carino come il mio storno. Poco dopo le nove, l’uomo-pecora venne a portarmi cioccolata e biscotti. - Oh, ma guarda che bravo, stai già studiando! - disse. - Ma perché non fai una pausa e bevi un po’ di cioccolata calda? Misi giù il mio libro, mi servii di cioccolata calda e mangiai qualche biscotto. - Senta, signor Uomo-pecora, - dissi. - Chi è la bella ragazza che è venuta prima? - Cosa? È venuta qui una bella ragazza? - Sì, quella che mi ha portato da mangiare. - È strano questo, - fece l’uomo-pecora con aria perplessa. - La cena te l’ho portata io. Tu eri buttato sul letto, e piangevi nel sonno. Come puoi vedere, io non sono una bella ragazza, sono solo un uomopecora. Poteva essere che avessi sognato?


Eppure il mattino seguente, nella mia stanza venne di nuovo la ragazza misteriosa. Questa volta mi portò salsicce di Tolosa con insalata di patate, dentice farcito, insalata di germogli misti, un grosso croissant e tè nero col miele. Tutta roba che sembrava deliziosa. «Prenditela comoda e mangia tutto», mi disse lei con le mani. - Dimmi chi sei, per favore, - la pregai. «Io sono io, tutto qui». - Ma l’uomo-pecora dice che non esisti. Inoltre... La ragazza si portò un dito alle piccole labbra. Ammutolii. «L’uomo-pecora ha il suo mondo. Io ho il mio. E tu hai il tuo. Non è cosi?» - Sì, certo. «Quindi se io non esisto nel mondo dell’uomo-pecora, non significa che non esista veramente». - Insomma... i nostri mondi sono tutti ingarbugliati insieme, - dissi. - Il tuo, il mio, quello dell’uomo-pecora... A volte si sovrappongono e a volte no. È questo che vuoi dire?


La ragazza fece cenno di sÏ due volte. Non sono affatto scemo. Ma da quando sono stato morso da quel grosso cane nero, la mia testa non funziona tanto bene. Mentre mangiavo seduto alla scrivania, la ragazza rimase a guardarmi, seduta sul letto. Teneva le piccole mani posate una accanto all’altra sulle ginocchia. Sembrava una delicata figurina di vetro colpita dai raggi del sole mattutino.


- Mi piacerebbe davvero presentarti a mia madre e al mio storno, - le dissi. - Il mio storno è molto intelligente e carino. La ragazza inclinò un poco la testa di lato. - Anche mia madre è gentile. Ma si preoccupa troppo per me. Perché un cane mi ha morso quando ero piccolo. «Che genere di cane era?» - Un enorme cane nero. Aveva un collare tempestato di pietre preziose, gli occhi verdi, zampe massicce, sei artigli per ognuna. Le punte delle orecchie erano biforcute, e il naso rossastro, come se avesse preso il sole. Sei mai stata morsa da un cane? «No, mai, - disse la ragazza. - Ora dimentica il cane e finisci di mangiare». Smisi di parlare e terminai la mia cena. Poi bevvi il tè col miele, che mi riscaldò. - Senti, devo fuggire da questo posto, - dissi. - Mia madre si sta preoccupando, e il mio storno ha bisogno di essere nutrito. «Quando fuggirai, mi porterai con te?»


- Certamente, - risposi. - Ma non sono sicuro di farcela. Ho una palla di ferro attaccata alla caviglia, e il corridoio è un vero labirinto. In più, quando il vecchio scoprirà la mia fuga, l’uomo-pecora verrà punito molto severamente. Per avermi lasciato scappare. «Possiamo portare con noi anche l’uomo-pecora. Andarcene tutti e tre insieme». - Pensi che voglia venire con noi? La ragazza fece un bel sorriso. Poi, come la sera prima, sgusciò fuori dalla porta attraverso lo spiraglio che aveva lasciato aperto e spari.


Stavo leggendo, quando sentii girare la chiave nella toppa e vidi l’uomo-pecora entrare con un vassoio di donuts e della limonata. - Qui ci sono i donuts che ti ho promesso. Sono belli croccanti, appena fritti. - Grazie, signor Uomo-pecora. Chiusi il libro e diedi un morso a uno dei donuts. Era squisito, croccante all’esterno, e all’interno così soffice che mi si scioglieva in bocca. - È il donut più buono che abbia mai mangiato, - dissi. - Li ho appena fatti, - rispose l’uomo-pecora. - È tutta opera mia, sai? - Se aprisse un negozio di donuts, avrebbe di sicuro un successone! - Sì, ci ho pensato anch’io. Sarebbe magnifico. - Ce la farebbe, ne sono certo. - Ma chi avrebbe voglia di entrare nel mio negozio, vedendomi conciato in questo modo? E poi c’è il problema dei miei denti. Non li curo molto. - L’aiuterei io, - dissi. - Venderei i donuts e parlerei con i clienti, mi occuperei della cassa e della pubblicità. Laverei anche i piatti. Di queste cose mi occuperei io, lei dovrebbe solo stare nel retrobottega a fare donuts. Le insegnerei anche a lavarsi i denti. - Sarebbe bellissimo! - disse l’uomo-pecora.


Quando l’uomo-pecora se ne andò, tornai al mio libro. Leggendo Diario di un collettore delle tasse ottomano, di nuovo divenni Ibn Armut Hasir. Durante il giorno camminavo per le strade di Istanbul per riscuotere i soldi delle imposte, ma quando veniva la sera tornavo a casa per dare da mangiare al mio parrocchetto. Una sottilissima falce di luna era sospesa nel cielo notturno. Qualcuno, lontano, suonava il flauto. Il mio servo africano, dopo aver acceso l’incenso, si aggirava nella mia stanza cacciando via le zanzare con quello che sembrava uno scacciamosche. Una delle mie tre mogli, una giovane bellissima, mi aspettava nella mia camera da letto. Era lei a servirmi la cena ogni sera. «C’è una bella luna, - mi diceva. - Domani sera ci sarà la luna nuova». «Dobbiamo dare da mangiare al parrocchetto», facevo io. «Non gliel’hai appena dato?», chiedeva lei. «È vero, l’ho già fatto», rispondevo io, diventato Ibn Armut Hasir. Il corpo serico della giovane diffondeva un chiarore magico nella luce della sottile falce di luna. «È una bella luna, - ripeteva lei. - La luna nuova cambierà i nostri destini». «Sarebbe bello», dicevo io.


La notte di luna nuova si avvicinava silenziosamente, come un delfino cieco. Quella sera il vecchio venne a controllarmi. Si rallegrò di vedermi seduto alla scrivania, assorto nella lettura del libro. Vederlo tanto felice mi rincuorò un poco. Per quanto brutta sia la situazione in cui mi trovo, sono sempre contento di assistere alla gioia delle altre persone. - Devo riconoscere che sei bravo, - disse il vecchio strofinandosi il mento. - Stai andando molto meglio di quanto mi aspettassi. Sei un ragazzo in gamba. - Grazie, signore, - risposi. Gli elogi mi fanno sempre piacere. - Prima finisci di imparare a memoria quei libri, prima potrai andartene, - prosegui il vecchio. Poi, alzando un dito in aria: - Hai capito? - Sì - C’è qualcosa che ti preoccupa? - Sì. Potrebbe dirmi se mia madre e il mio storno stanno bene? Questo mi preoccupa molto. Il vecchio si corruccio. - Il mondo segue il suo percorso, - disse. - Ognuno ha i propri pensieri, ognuno avanza sulla sua via. Questo vale sia per tua madre, sia per il tuo storno. Come per tutti quanti. Il mondo segue il suo percorso. Di cosa stava parlando? Non ne avevo idea, ma assentii ugualmente.


La ragazza arrivò poco dopo che il vecchio se ne fu andato. Come sempre, si infilò nella stanza da uno spiraglio. - È la notte di luna nuova, - le dissi. Si sedette in silenzio sul letto. Sembrava stanchissima. Era molto pallida, ed era diventata quasi trasparente, tanto che attraverso di lei potevo vedere il muro alle sue spalle. «È a causa della luna nuova, - disse. - Ci porta via tante cose». - A me dà solo un po’ di bruciore agli occhi. La ragazza mi guardò e fece cenno di si col capo. « Se la luna a te non procura fastidi, significa che non avrai problemi. Sono sicura che saprai trovare la strada per uscire». - E tu? «Non preoccuparti per me. Non mi pare che possiamo farcela insieme, ma ti raggiungerò, ne sono sicura». - Come faccio a ritrovare il cammino senza di te? Invece di rispondere, lei mi venne vicino e mi posò un bacio leggero sulla guancia. Poi sgusciò fuori dallo spiraglio nella porta e sparì. Rimasi seduto sul letto, intontito, per un bel po’ di tempo. Il bacio mi aveva sconvolto al punto che non riuscivo a connettere i pensieri. Al tempo stesso, la mia ansia si era svuotata dell’ansietà. E ogni ansia che non sia veramente grave, dopotutto non è un grosso problema.


Poco dopo tornò l’uomo-pecora. Aveva in mano un piatto con una pila di donuts. - Ehi, cosa succede? - chiese. - Sembri completamente fuori fase. Sei malato o cosa? - No, stavo solo pensando. - È vero quello che ho sentito? Che intendi scappare stasera? Posso venire con te? - Certo che puoi venire. Ma chi te l’ha detto? - Una ragazza che ho appena incrociato nel corridoio. Dice che mi porterai con te. Non sapevo che ci fosse una ragazza tanto carina da queste parti. È una tua amica? - Be’, sì... - esitai. - Davvero? Anche a me piacerebbe avere un’amica così. - Se ce ne andiamo di qui, signor Uomo-pecora, sono sicuro che potrà avere un sacco di amiche carinissime. - Sarebbe fantastico, - disse l’uomo-pecora. - Ma se non ci riusciamo, sia tu che io faremo una fine terribile. - Con «una fine terribile», intende dire il vaso con decine di migliaia di vermi? - Sì, più o meno, - disse mogio l’uomo-pecora. Il pensiero di passare tre giorni in un vaso, in compagnia di decine di migliaia di vermi, mi diede i brividi lungo la schiena. Ma i donuts appena fatti e la calda sensazione del bacio, che conservavo ancora sulla guancia, avevano dissipato i miei timori. Mangiai tre donuts, l’uomo-pecora ne mangiò sei. - Con lo stomaco vuoto non riesco a combinare niente, - disse come per scusarsi. Poi col dito tozzo si strofinò via un po’ di zucchero dall’angolo della bocca.


Da qualche parte un orologio suonò le undici. L’uomo-pecora si alzò e scosse le maniche più volte per riassestarsi il costume sul corpo. Era tempo di andarcene. Staccò la palla di ferro dalla mia caviglia. Uscimmo dalla stanza e ci avviammo lungo il corridoio in penombra. Avendo lasciato le scarpe nella cella, ero a piedi nudi. Mia madre avrebbe fatto una scenata, appena avesse saputo che le avevo abbandonate da qualche parte. Erano delle bellissime scarpe di cuoio che mi aveva comprato per il mio compleanno. Ma scricchiolavano e non potevo rischiare che col loro rumore svegliassero il vecchio. Mentre avanzavamo verso la grossa porta di ferro, pensavo alle mie scarpe. L’uomo-pecora mi precedeva, una candela accesa in mano. Dato che ero più alto di lui di mezza testa, per tutto il tempo mi vedevo davanti agli occhi le sue orecchie che ballonzolavano su e giù. - Senta, signor Uomo-pecora, - bisbigliai. - Cosa c’è? - bisbigliò lui di rimando. - Il vecchio ci sente bene? - Questa notte c’è la luna nuova, quindi dormirà come un sasso nella sua stanza. Però è furbissimo, anche se a vederlo non si direbbe. Quindi non pensare più a quelle scarpe. Le scarpe si possono rimpiazzare, ma il tuo cervello e la tua vita no. - Ha perfettamente ragione, signor Uomo-pecora. - Se si sveglia e arriva di corsa, e mi insegue con quel frustino, non potrò più fare nulla per te. Non ti potrò più aiutare. Quando mi colpisce, perdo completamente il controllo di me stesso. - Quel frustino ha qualche potere speciale? - Buona domanda, - disse l'uomo-pecora. Ci pensò su un momento, poi disse: - Sembra un normalissimo ramoscello di vimini, ma chi lo sa...


- Ma quando inizia a colpirla con quello, non sa pili reagire, giusto? - Sì, infatti. Quindi faresti meglio a dimenticare le tue scarpe di cuoio! - Allora me le toglierò dalla testa, - dissi. Camminammo ancora lungo quell’interminabile corridoio senza parlare. - Ehi, - mi disse l’uomo-pecora dopo un po’. - Cosa c’è? - Non ci pensi più, alle scarpe, vero? - No, non ci penso più, - risposi. Così, grazie alla sua domanda, le scarpe che mi ero sforzato di dimenticare tornarono a occupare i miei pensieri. La scala era fredda e scivolosa, il bordo dei gradini arrotondato dall’uso. Ogni tanto posavo il piede su qualcosa che doveva essere un insetto. Non è una sensazione particolarmente piacevole, quando cammini a piedi nudi nel buio. A volte era qualcosa di soffice e viscido, a volte scricchiolava. Accidenti, pensai, avrei dovuto mettere le scarpe, dopotutto. Finalmente arrivammo in cima alle scale, davanti alla porta di ferro. L’uomo-pecora prese dalla tasca un grosso mazzo di chiavi. - Devo fare piano. Non vorrei svegliare il vecchio. - Certo, - dissi. L’uomo-pecora inserì una delle chiavi nella toppa e la girò verso sinistra. Ci fu uno scatto rumoroso e la porta si apri con un lungo cigolio. Altro che fare piano! - Da qui in poi, inizia un labirinto complicatissimo, - osservai. - È vero, - disse l’uomo-pecora. - C’è un labirinto, ora che ci penso. Non l’ho bene in mente, ma in un modo o in un altro ce la caveremo. Quelle parole mi misero un po’ in ansia. La fregatura, con i labirinti, è che soltanto alla fine sai se hai preso la strada giusta. Se scopri che ti sei sbagliato, di solito è troppo tardi per tornare indietro. Questo è il problema con i labirinti.


Come mi aspettavo, l’uomo-pecora dovette provare diverse vie, e tornare indietro altrettante volte. Comunque avevo l’impressione che in qualche modo ci stessimo avvicinando alla nostra meta. A volte si fermava, passava il dito sul muro, poi lo leccava con grande concentrazione. Oppure si accovacciava per posare l’orecchio contro il pavimento. O conversava sottovoce con i ragni che tessevano la loro tela sul soffitto. Arrivato a una biforcazione, gli capitava di girare su se stesso, come una trottola, prima di scegliere che direzione prendere. Questo era il suo modo di ritrovare la strada nel labirinto. Tutto il contrario di quanto avrebbe fatto una persona normale. Intanto il tempo passava. L’alba si stava avvicinando e il buio pesto della notte di luna nuova sembrava attenuarsi a poco a poco. Affrettammo il passo. Sapevamo di dover raggiungere l’ultima porta prima che facesse giorno. Altrimenti il vecchio, svegliandosi, avrebbe scoperto la nostra fuga e si sarebbe lanciato all’inseguimento. - Pensa che ce la faremo? - chiesi. - Sì, ormai siamo a posto. Da qui in poi, è una passeggiata. Ormai l’uomo-pecora sembrava ricordare bene la strada che ci restava da fare. Corremmo lungo i corridoi, svoltando un angolo dopo l’altro, senza fermarci mai. Finalmente davanti a noi apparve l’ultimo corridoio! Potevamo vedere una porta in fondo, e la luce filtrare attraverso le fessure. - Vedi, te l’avevo detto, mi sono ricordato il percorso senza problemi! - fece l’uomo-pecora tutto fiero. - Adesso basta che oltrepassiamo quella porta. Poi tu e io saremo liberi. Aprimmo la porta, e dall’altra parte chi trovammo ad aspettarci? Il vecchio.


La stanza era la stessa dove l’avevo visto per la prima volta. La stanza 107, al piano interrato della biblioteca. Il vecchio sedeva alla sua scrivania e mi guardava fisso. Accanto a lui c’era un enorme cane nero. Un cane con gli occhi verdi e un collare tempestato di pietre preziose. Aveva zampe massicce, e sei artigli per ognuna. Le punte delle orecchie erano biforcute, il naso rossastro, come se avesse preso il sole. Era lo stesso cane che mi aveva morso tanti anni prima. Tra le zanne teneva il corpo insanguinato del mio povero storno. Lanciai un debole grido. L’uomo-pecora mi sostenne perché non cadessi. - Sono secoli che aspettiamo, - mi disse il vecchio. - Perché ci hai messo tanto? - Vede, signore, ci sono molte ragioni per cui... - iniziò a dire l’uomo-pecora. - Zitto tu, cretino! - tuonò il vecchio. Prese il frustino di vimini dalla tasca posteriore e diede un colpo sulla scrivania. Il cane drizzò le orecchie, l’uomo-pecora tacque. Nella stanza calò il silenzio.


- Bene, ora cosa debbo fare di voi due? - disse il vecchio. - Quindi non dormiva, nonostante la notte di luna nuova e quella roba lì...? - mi azzardai a domandare. - Sei uno sfrontato, tu, lo sai? - disse sprezzante il vecchio. - Non so chi ti abbia raccontato certe storie, ma non è così facile farmi fesso. Per me, capire quello che pensate voi due è facile come contare le angurie nell’orto in pieno giorno. Vidi tutto buio. La mia imprudenza aveva rovinato ogni cosa. Persino il mio storno era stato sacrificato. Avevo perso le mie belle scarpe, e non avrei mai più rivisto mia madre. - Tu, - disse il vecchio, puntando il frustino di vimini contro l’uomo-pecora, - ti farò a fettine con un coltello da cucina e ti darò in pasto alle scolopendre. L’uomo-pecora si nascose dietro di me, tremando dalla testa ai piedi.


- Quanto a te, ragazzo, - proseguì il vecchio, indicandomi, - ti darò in pasto a questo cane. Ti mangerà vivo, mettendoci molto tempo. Creperai urlando di dolore. Ma il tuo cervello mi appartiene. Non sarà cremoso come lo sarebbe stato dopo aver imparato a memoria quei libri, ma non ha importanza. Lo succhierò fino all’ultima goccia. Il vecchio scoprì i denti in un ghigno orrendo. Gli occhi verdi del cane brillarono di eccitazione. In quel momento mi resi conto che lo storno fra le sue zanne a poco a poco stava crescendo. Quando raggiunse le dimensioni di un pollo, riuscì ad aprire le mascelle del cane come un cric. Il cane cercò di urlare, ma era troppo tardi. La sua bocca si lacerò, si udì un suono di ossa spezzate. Il vecchio iniziò a picchiare freneticamente lo storno con il frustino. Ma lo storno continuò a crescere finché divenne grosso come un toro, e schiacciò il vecchio contro il muro. La piccola stanza era colma del suono delle sue potenti ali. « Scappa, è il momento! » disse lo storno. Aveva la voce di lei, della ragazza.


- Ma cosa succederà a te? - chiesi allo storno che in realtà era una ragazza. «Non preoccuparti per me, ti seguirò più tardi, stai tranquillo. Svelto, ora. Se non ti sbrighi, sarai perduto per sempre», disse la ragazza che in realtà era uno storno. Feci come mi aveva detto. Afferrai la mano dell’uomo-pecora e scappai da quella stanza. Non mi voltai nemmeno a guardare indietro. Alle prime ore del mattino, la biblioteca era deserta. Attraversammo la hall, spalancammo una finestra della sala di lettura e ci buttammo fuori. Poi corremmo a perdifiato verso il parco, dove rotolammo sul prato. Restammo distesi lì, ansimanti, con gli occhi chiusi. Non mi mossi per un bel po’. Quando riaprii gli occhi, accanto a me l’uomo-pecora non c’era più. Mi alzai e mi guardai attorno. Lo chiamai con tutta la voce che avevo in gola. Non ottenni risposta. I primi raggi di sole iniziavano a illuminare le foglie degli alberi. L’uomo-pecora era scomparso senza dirmi una parola. Così com’era svanita la rugiada del mattino.


Quando arrivai a casa, trovai pronta sul tavolo la colazione calda, e mia madre che mi aspettava. Non mi chiese nulla. Né perché non fossi tornato da scuola, né dove avessi passato le ultime tre notti, né perché non avessi più le scarpe. Niente, nessuna lamentela. Strano, non era da lei. Il mio storno non c’era più. Restava solo la sua gabbia vuota. Non domandai a mia madre cosa fosse successo. Mi sembrava più prudente non toccare quell’argomento. La figura di mia madre appariva un poco più scura, come se delle ombre si fossero addensate intorno a lei. Ma forse era soltanto una mia impressione. Dopo quella volta, non andai mai più alla biblioteca civica. Sapevo che avrei dovuto cercare qualcuno responsabile di quel posto e spiegargli quello che mi era accaduto, dirgli che c’era una cella nascosta in fondo al piano interrato. Altrimenti un altro bambino poteva fare la stessa orribile esperienza che era capitata a me. Ma la sola vista dell’edificio della biblioteca sul far della sera era sufficiente a paralizzarmi. Mi succede tuttavia a volte di pensare a quelle belle scarpe di cuoio che ho lasciato là sotto. E all’uomo-pecora e alla bellissima ragazza senza voce. Ma è accaduto veramente? In tutta onestà, non posso esserne sicuro. Ciò che so con certezza è che ho perso le mie scarpe e il mio amato storno.


Mia madre è morta martedì scorso. A causa di una malattia misteriosa, martedì mattina se n’è andata in silenzio. C’è stato un semplice funerale, e adesso sono del tutto solo. Senza mia madre. Senza il mio storno. Senza l’uomo-pecora. Senza la ragazza. Sto qui disteso da solo nel buio, alle due del mattino, e penso a quella cella al piano interrato della biblioteca. Quando sono solo, il buio intorno a me si fa molto profondo. Come in una notte di luna nuova.


Stampato per conto della casa editrice Einaudi presso ECOGRAF S.p.A. - Via Mondadori, 15 - Verona

nel Mese di novembre 2015

La strana biblioteca haruki murakami pdf  
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