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Emmanuel Carrère

LA SETTIMANA BIANCA Traduzione di Maurizia Balmelli

Adelphi eBook


: La Classe de neige

TITOLO ORIGINALE

Quest’opera è protetta dalla legge sul diritto d’autore È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata

In copertina: Walter Niedermayr, Aspen 71/2009. © WALTER NIEDERM AYR/GALERIE NORDENHAKE, STOCKHOLM /BERLIN

Prima edizione digitale 2014

© 1995 P.O.L. Éditeur © 2014 ADELPHI EDIZIONI S.P.A. M ILANO www.adelphi.it

ISBN 978-88-459-7475-5


LA SETTIMANA BIANCA


1 In seguito Nicolas cercò a lungo, ancora oggi cerca, di ricordarsi le ultime parole che gli aveva rivolto suo padre. L’aveva salutato sulla porta dello chalet, gli aveva nuovamente raccomandato di fare attenzione, ma Nicolas era così imbarazzato dalla sua presenza, così ansioso di vederlo andar via che non era stato a sentire. Non gli perdonava di essere lì, di attirare sguardi che immaginava ironici, e si era sottratto al suo bacio chinando la testa. Nell’intimità familiare non l’avrebbe passata liscia, ma sapeva che così, davanti a tutti, il padre non avrebbe osato rimproverarlo. Prima, in macchina, dovevano di sicuro aver parlato. Nicolas, seduto dietro, stentava a farsi sentire per via del rumore del riscaldamento, acceso al massimo per disappannare i vetri. La sua unica preoccupazione era sapere se sulla strada avrebbero trovato un distributore Shell. Per nulla al mondo, quell’inverno, avrebbe permesso che si facesse benzina altrove, perché con i buoni della Shell si vinceva un bambolotto di plastica con il torace che si apriva come il coperchio di una scatola, rivelando scheletro e organi: potevi estrarli e rimetterli a posto, cominciando così a prendere confidenza con l’anatomia del corpo umano. L’estate precedente, nelle stazioni di servizio Fina, si vincevano materassini e canotti gonfiabili. In altre ancora certi fumetti di cui Nicolas aveva la collezione completa. Almeno da questo punto di vista si considerava un privilegiato, per via del mestiere di suo padre, che era sempre in macchina e doveva fare il pieno ogni due o tre giorni. Tutte le volte che partiva, Nicolas chiedeva al padre di mostrargli l’itinerario sulla cartina, calcolava il numero di chilometri e lo convertiva in quei buoni che custodiva in una cassaforte grande quanto una scatola di sigari, di cui era l’unico a conoscere la combinazione. Gliel’avevano regalata a Natale i genitori – «per i tuoi piccoli segreti» aveva detto il padre –, e Nicolas aveva insistito per metterla nello zaino. Durante il viaggio avrebbe voluto ricontare i buoni e calcolare quanti gliene mancavano, ma lo zaino era nel bagagliaio e il padre si era rifiutato di fermarsi per aprirlo: avrebbero approfittato di una sosta. Prima dello chalet, però, non ci furono né soste né distributori Shell. Vedendolo deluso, il padre gli promise che entro la fine della settimana bianca avrebbe fatto abbastanza chilometri per vincere lo scorticato anatomico. Se gli dava i buoni, l’avrebbe trovato a casa al suo ritorno. L’ultima parte del tragitto li portò su strade secondarie non tanto innevate da costringerli a mettere le catene, e per Nicolas fu un’ulteriore delusione. Fin lì avevano viaggiato in autostrada. A un certo punto il traffico rallentò, poi si bloccò per qualche minuto. Il padre di Nicolas tamburellava nervoso sul volante, borbottando che non era normale, in un giorno lavorativo, e per di più a febbraio. Dal sedile posteriore Nicolas lo vedeva solo di tre quarti, la nuca tozza infagottata nel bavero del cappotto. Quel profilo e quella nuca tradivano ansia, e una rabbia amara, tenace. Finalmente il traffico riprese a scorrere. Il padre di Nicolas emise un sospiro e si rilassò: probabilmente era solo un incidente, disse. Nicolas fu colpito da quel tono di sollievo: come se un incidente, dal momento che si limitava a causare un breve ingorgo smaltito con l’arrivo dei soccorsi, potesse essere una cosa da augurarsi. Era colpito, ma anche molto curioso. Con il naso incollato al finestrino, sperava di vedere le macchine accartocciate a fisarmonica, i corpi insanguinati distesi sulle barelle nella luce intermittente dei lampeggianti, e invece non vide niente di niente e suo padre, sorpreso, disse che no, doveva trattarsi di qualcos’altro. Scomparso l’ingorgo, permase il mistero.


2 La partenza per la settimana bianca era avvenuta il giorno precedente, in pullman. Ma dieci giorni prima c’era stata una tragedia, e ne avevano trasmesso le immagini al telegiornale: un camion si era scontrato con uno scuolabus, diversi bambini erano bruciati vivi, una cosa atroce. L’indomani a scuola, nel corso di una riunione preparatoria, i genitori avevano ricevuto le ultime istruzioni riguardanti il bagaglio dei figli, i vestiti da contrassegnare, le buste affrancate per scrivere a casa, le telefonate che invece era meglio evitare, salvo casi di forza maggiore, perché i bambini potessero vivere quell’esperienza in piena autonomia, senza un filo a tenerli legati al loro ambiente familiare. Quest’ultima raccomandazione contrariò diverse madri: erano ancora così piccoli... La maestra ripeté paziente che era nel loro interesse. Obiettivo principale di un soggiorno del genere era che imparassero a camminare con le loro gambe. A questo punto il padre di Nicolas disse, piuttosto sgarbatamente, che a suo parere l’obiettivo principale della scuola non è staccare i bambini dalla famiglia, e che se ne avesse avuto voglia non si sarebbe fatto scrupoli a telefonare. La maestra aprì la bocca per rispondere, ma lui la interruppe. Era andato alla riunione per sollevare un problema ben più grave: quello della sicurezza sulla strada. Chi poteva garantire che non si sarebbe verificata una disgrazia come quella di cui tutti avevano visto le immaginila sera prima? Già, chi poteva garantirlo? ripeterono altri genitori, che non avevano osato fare la domanda ma evidentemente ci stavano pensando. La maestra riconobbe che nessuno sarebbe stato in grado di garantirlo, purtroppo. Lei poteva solo dire che per quanto riguardava la sicurezza erano molto scrupolosi, che l’autista guidava con prudenza e che un ragionevole margine di rischio fa parte della vita. Per avere la certezza assoluta che i loro figli non sarebbero finiti sotto una macchina, i genitori avrebbero dovuto rinchiuderli in casa; e anche così, non sarebbero stati al riparo dal pericolo degli elettrodomestici, o più semplicemente dalle malattie. Alcuni genitori convennero che l’argomento era sensato, ma molti furono turbati dal fatalismo con cui la maestra lo esponeva. Parlando sorrideva addirittura. «E certo, perché non sono figli suoi!» sbottò il padre di Nicolas. La maestra smise di sorridere e rispose che anche lei aveva un figlio, e che l’anno precedente l’aveva mandato alla settimana bianca, in pullman. Allora il padre di Nicolas dichiarò che allo chalet suo figlio preferiva accompagnarcelo lui: così almeno avrebbe saputo chi guidava. La maestra gli fece notare che erano più di quattrocento chilometri. Pazienza, ormai aveva deciso. Ma per Nicolas non sarebbe stato un bene, obiettò ancora lei. Per la sua integrazione nel gruppo. «Si integrerà perfettamente» disse il padre di Nicolas; e sogghignò: «Non vorrà farmi credere che arrivare in macchina con il suo papà farà di lui un emarginato!». La maestra gli chiese di pensarci su seriamente, lo invitò a consultare la psicologa, che avrebbe senz’altro confermato la sua opinione, ma riconobbe che in ultima istanza la decisione spettava a lui. Il giorno seguente, a scuola, provò a parlarne con Nicolas, per capire di chi fosse l’idea. Soppesando le parole, come sempre con lui, gli chiese che cosa preferiva. La domanda lo mise a disagio. In cuor suo Nicolas sapeva perfettamente che gli sarebbe piaciuto viaggiare in pullman come tutti gli altri. Ma la decisione ormai era presa, suo padre non avrebbe cambiato idea, e agli occhi della maestra e dei compagni non voleva passare per quello che subisce un’imposizione. Alzò le spalle, disse che non gli importava, che andava bene così. La maestra non insisté: aveva fatto quel che poteva, e siccome era evidente che non sarebbe riuscita a cambiare le cose, era meglio non drammatizzare la situazione.


3 Nicolas e suo padre raggiunsero lo chalet poco prima di sera. Gli altri, arrivati il giorno precedente, avevano fatto la prima lezione di sci la mattina e adesso erano riuniti in una grande sala a pianterreno a vedere un film sulla flora e la fauna alpine. La proiezione fu interrotta per accogliere i nuovi venuti. Mentre nell’ingresso la maestra parlava con il padre di Nicolas e gli presentava i due animatori, nel salone i bambini cominciarono a fare chiasso. Fermo sulla porta, Nicolas li guardava senza avere il coraggio di raggiungerli. Sentì suo padre chiedere come andava il corso di sci, e l’istruttore rispondere ridendo che c’era poca neve, più che altro i bambini imparavano lo sci d’erba, ma era già qualcosa. Suo padre volle anche sapere se alla fine del soggiorno avrebbero ricevuto un diploma. Una stelletta? L’istruttore rise di nuovo e disse: «Magari un fiocco di neve». Nicolas si dondolava da un piede all’altro, imbronciato. Quando finalmente suo padre ripartì, si lasciò baciare controvoglia e non uscì a salutarlo. Dall’ingresso ascoltò con sollievo il motore diesel rombare sullo spiazzo, poi allontanarsi. La maestra incaricò gli animatori di ristabilire l’ordine e di far ripartire la proiezione mentre lei aiutava Nicolas a sistemarsi. Gli chiese dove fosse il suo zaino, per portarlo su nel dormitorio. Nicolas si guardò intorno ma non lo vide. Non capiva. «Mi pareva che fosse qui» mormorò. «Sei sicuro di averlo portato?» chiese la maestra. Sì, Nicolas si ricordava benissimo che l’avevano messo nel bagagliaio, tra le catene e le valigette con il campionario di suo padre. «E quando siete arrivati, l’avete tirato fuori dal bagagliaio?». Nicolas scosse la testa mordendosi le labbra. Non ne era sicuro. Anzi, sì: adesso era sicuro che si erano dimenticati di tirarlo fuori. Erano scesi, poi suo padre era risalito in macchina e il bagagliaio proprio non l’avevano aperto. «Bella seccatura» disse la maestra, irritata. La macchina era ripartita da cinque minuti, ormai era troppo tardi per raggiungerla. A Nicolas veniva da piangere. Farfugliò che non era colpa sua. «Avresti potuto pensarci anche tu» sospirò la maestra. Vedendolo così avvilito si raddolcì, alzò le spalle e disse che era una seccatura, ma non poi così grave. Si sarebbero arrangiati. E comunque suo padre se ne sarebbe accorto subito. Sì, confermò Nicolas, appena avesse aperto il bagagliaio per prendere le valigette con il campionario. La maestra concluse che presto avrebbe riportato lo zaino. Sì, sì, ripeté Nicolas, combattuto tra il desiderio di riavere le sue cose e il timore di veder tornare il padre. «Sai dove ha intenzione di fermarsi a dormire?» chiese la maestra. Nicolas non lo sapeva. Adesso ormai era buio, ed era poco probabile che suo padre riportasse lo zaino prima dell’indomani mattina. Bisognava trovare una soluzione per la notte. La maestra tornò con Nicolas nel salone, dove il film era finito e i bambini si apprestavano ad apparecchiare per la cena. Varcando la soglia dietro di lei, Nicolas provava la sgradevole sensazione di essere il nuovo arrivato a cui niente è familiare e che gli altri sicuramente prenderanno in giro. Capiva che la maestra faceva del suo meglio per proteggerlo dall’ostilità e dalle canzonature. Dopo aver battuto le mani per chiedere l’attenzione, annunciò in tono scherzoso che Nicolas, sulle nuvole come suo solito, aveva dimenticato lo zaino. Chi si offriva di prestargli un pigiama? Poiché l’elenco ciclostilato prevedeva che ognuno ne portasse tre, chiunque avrebbe potuto prestarglielo, ma nessuno si fece avanti. Senza avere il coraggio di guardare i compagni in cerchio attorno a loro, Nicolas stava vicino alla maestra, che ripeté il suo appello un po’ spazientita. Nicolas


sentì dei risolini, poi una frase di cui non riuscì a identificare la provenienza, ma che fu accolta da una risata generale: «Ci farà pipì dentro!». Era una cattiveria gratuita, sicuramente sparata a caso, ma che colpiva nel segno. Anche se di rado, a Nicolas capitava ancora di bagnare il letto, e dormire fuori casa lo metteva in ansia. Da quando si era iniziato a parlare di settimana bianca, quello era uno dei suoi principali motivi di preoccupazione. In un primo momento aveva detto che non ci voleva andare. Sua madre aveva chiesto un appuntamento alla maestra, che l’aveva tranquillizzata: non sarebbe certo stato l’unico, e poi spesso in gruppo i disturbi di quel genere scompaiono; bastava portare un pigiama in più, e una traversa per proteggere il materasso. Nonostante queste parole rassicuranti, Nicolas aveva seguito con apprensione i preparativi dello zaino: visto che avrebbero dormito in una camerata, sarebbe riuscito a mettere la traversa sotto il lenzuolo senza farsi notare? Prima della partenza l’avevano tormentato questa e altre preoccupazioni simili, ma neppure nel peggiore degli incubi avrebbe potuto immaginare quello che gli stava accadendo nella realtà: ritrovarsi senza zaino, senza traversa, senza pigiama, ridotto a mendicarne uno che gli altri gli rifiutavano mettendolo in ridicolo, smascherato fin dal suo arrivo, come se portasse la propria vergogna scritta in fronte. Alla fine qualcuno disse che il pigiama glielo prestava lui. Era Hodkann. E questo provocò altre risa, perché Hodkann era il più alto della classe e Nicolas uno dei più piccoli, tanto che veniva da chiedersi se la proposta non mirasse a ridicolizzarlo ulteriormente. Ma Hodkann disinnescò le battute dicendo che chi avesse dato noia a Nicolas avrebbe dovuto vedersela con lui, e nessuno osò più aprire bocca. Nicolas gli lanciò un’occhiata di ansiosa gratitudine. La maestra sembrava sollevata ma perplessa, come se temesse una trappola. Sugli altri ragazzi Hodkann aveva un forte ascendente, che esercitava a suo capriccio. In qualsiasi gioco, per esempio, i ruoli si definivano in relazione a lui, e non si poteva sapere in anticipo se avrebbe fatto l’arbitro o il capobanda, se avrebbe applicato la legge o l’avrebbe cinicamente violata. A distanza di pochi secondi poteva mostrarsi straordinariamente gentile o straordinariamente duro. Proteggeva e ricompensava i suoi vassalli, ma allo stesso modo li destituiva senza ragione, rimpiazzandoli con altri che fino a quel momento aveva disdegnato o maltrattato. Con Hodkann non si sapeva mai che pesci pigliare. Era ammirato e temuto. Perfino gli adulti parevano temerlo; del resto era alto quasi quanto un adulto, aveva la voce di un adulto, e niente invece di quella goffaggine tipica dei bambini cresciuti troppo in fretta. Si muoveva e parlava con una disinvoltura quasi fuori luogo. Poteva essere volgare, ma anche esprimersi con un’eleganza, una ricchezza e una precisione di vocabolario sorprendenti per la sua età. Aveva voti ottimi o pessimi, e non sembrava preoccuparsene. Sulla scheda da compilare a inizio anno aveva scritto: «padre: deceduto», e si sapeva che viveva solo con la madre. Il sabato era l’unico giorno in cui lei andava a prenderlo, all’ora di pranzo, a bordo di una piccola decappottabile rossa. Benché non scendesse mai dall’auto, bastava uno sguardo a quella bellezza aggressiva, truccata, a quelle guance scavate, alla criniera di capelli fulvi che parevano un groviglio inestricabile, per capire che non somigliava affatto alle madri degli altri alunni. All’infuori del sabato, Hodkann andava e tornava da scuola da solo, in tram. Abitava lontano, tutti si chiedevano perché non frequentasse una scuola più vicina a casa, ma simili domande, che sarebbe stato facile rivolgere ad altri, con Hodkann erano impensabili. Vedendolo allontanarsi verso la fermata con la cartella buttata su una spalla – era l’unico a non infilarla su entrambe –, tutti, ciascuno per conto proprio dato che nessuno osava parlare di lui in sua assenza, cercavano invano di immaginare il tragitto che avrebbe fatto, il quartiere dove abitava con la madre, il loro appartamento, la sua camera. L’idea che da qualche parte in città esistesse un luogo che era la camera di Hodkann aveva qualcosa di improbabile e insieme di misteriosamente affascinante. Nessuno ne aveva mai varcato la soglia, così come lui non andava a casa degli altri. Una peculiarità che Nicolas condivideva con Hodkann, anche se nel suo caso era più discreta e gli altri, sperava, non l’avevano notato. A nessuno veniva mai in mente di invitarlo, e nessuno si


aspettava di essere invitato a casa sua. Nicolas era riservato e fifone quanto Hodkann era audace e autoritario. Fin dall’inizio dell’anno aveva una paura tremenda che Hodkann si accorgesse di lui, che gli chiedesse qualcosa, e aveva più volte avuto incubi in cui Hodkann faceva di lui il proprio zimbello. Perciò si preoccupò non poco quando Hodkann, come un imperatore romano al circo colto da un accesso di clemenza, mise fine al supplizio del pigiama. Così come gli offriva protezione, in seguito avrebbe potuto abbandonarlo, oppure darlo in pasto agli altri dopo averglieli aizzati contro. Nonostante vi aspirassero in molti, tutti sapevano che il favore di Hodkann era pericoloso, e fino a quel momento Nicolas era riuscito a non attirare la sua attenzione. Ma adesso era finita, per colpa di suo padre aveva attirato l’attenzione di tutti, e intuiva che il suo presentimento era fondato: la settimana bianca sarebbe stata una prova terribile.


4 La maggior parte dei bambini solitamente mangiava in mensa, ma non Nicolas. Sua madre passava a prendere lui e il fratello minore, che frequentava la scuola materna, e rincasavano per pranzare insieme. Suo padre diceva che avevano una gran fortuna e che i loro compagni andavano compatiti, costretti com’erano a scendere a mensa, dove mangiavano male e spesso si prendevano a botte. Nicolas la pensava allo stesso modo, e se qualcuno glielo chiedeva si dichiarava felice di potersi risparmiare il cibo cattivo e le scazzottate. E tuttavia si rendeva conto che i legami più forti nascevano soprattutto tra mezzogiorno e le due, in mensa e nel cortile dove i compagni ciondolavano dopo pranzo. Durante la sua assenza si erano presi a formaggini in faccia, erano stati puniti dai bidelli, avevano stretto alleanze, e ogni volta, quando sua madre lo riaccompagnava a scuola, si sentiva come un nuovo arrivato, e gli toccava riprendere da capo i rapporti allacciati la mattina. Nessuno a parte lui se ne ricordava: nelle due ore di mensa erano successe troppe cose. Sapeva che allo chalet sarebbe stato come in mensa, ma per due settimane di fila, senza alcuna possibilità di tornare a casa se mai si fossero rivelate troppo dure. L’idea lo metteva in apprensione, e metteva in apprensione anche i suoi, tanto che avevano chiesto al medico di firmare un certificato per esonerarlo. Ma il medico si era rifiutato, assicurando che al bambino avrebbe fatto un gran bene andarci. Oltre alla maestra e all’autista del pullman, incaricato anche della cucina, allo chalet c’erano due animatori, Patrick e Marie-Ange; quando Nicolas raggiunse i compagni, stavano formando i gruppi per apparecchiarei tavoli: alcuni si sarebbero occupati delle posate, altri dei piatti, e così via. Patrick era quello che aveva riso e parlato a suo padre di sci d’erba. Alto, con le spalle larghe, aveva una faccia scarna e abbronzata, occhi azzurrissimi, capelli lunghi raccolti a coda di cavallo. Marie-Ange era rotondetta, e quando sorrideva metteva in mostra un dente rotto sul davanti. Portavano entrambi una tuta verde e viola, e al polso dei braccialettini brasiliani di fili intrecciati, multicolori, di quelli che si annodano esprimendo un desiderio e che poi bisogna tenere finché non si slacciano da soli: a quel punto, in teoria, il desiderio dovrebbe avverarsi. Patrick di quei braccialetti ne aveva un’intera scorta, e li distribuiva come premio ai ragazzini di cui era contento. Subito dopo l’arrivo di Nicolas gliene diede uno, suscitando l’indignazione di quei compagni che ci speravano: Nicolas non aveva fatto niente per meritarselo! Patrick rise, e invece di dire che il povero Nicolas non aveva le sue cose e andava consolato, raccontò che quando lui e sua sorella erano piccoli e uno dei due combinava una sciocchezza, il padre puniva sempre l’altro, perché imparassero da subito che la vita può essere ingiusta. In cuor suo Nicolas lo ringraziò di non averlo fatto passare per il cocco frignone, e mentre girava fra i tavoli distribuendo i cucchiai da minestra che Patrick gli aveva affidato rifletté sul desiderio da esprimere. Prima pensò di chiedere di non fare pipì a letto quella notte, poi di non fare pipì a letto per tutta la settimana bianca, poi si disse che a quel punto tanto valeva chiedere che durante la settimana bianca andasse tutto bene. E perché non che andasse tutto bene per tutta la vita? Perché non esprimere il desiderio che tutti i suoi desideri fossero esauditisempre? Il vantaggio di un desiderio il più generico possibile, che includesse tutti i desideri specifici, a prima vista sembrava così evidente da far sospettare una trappola, un po’ come nella storia dei tre desideri, della quale Nicolas conosceva l’edulcorato adattamento infantile in cui il naso di un contadino si trasforma in salsiccia, ma anche una versione molto più agghiacciante. A casa, sopra il letto dei suoi genitori, c’era uno scaffale carico di bambole con costumi tradizionali e di libri: perlopiù manuali di bricolage o su come curarsi con le piante, ma ce n’erano due che a Nicolas interessavano. Il primo, un grosso volume verde, era il dizionario medico che, temendo ne notassero


l’assenza, non osava portarsi in camera e doveva quindi leggere a spizzichi e bocconi, con il cuore in gola, spiando la porta socchiusa. L’altro si intitolava Storie spaventose. In copertina c’era una donna di spalle che si guardava allo specchio, e nello specchio si vedeva uno scheletro ghignante. Era un tascabile, più maneggevole del dizionario. Senza farne parola, poiché immaginava che gliel’avrebbero tolto di mano dicendo che non era adatto alla sua età, Nicolas l’aveva portato in camera sua e nascosto dietro i pochi libri che possedeva. Quando si immergeva nella lettura, sdraiato a pancia in giù di traverso sul letto, teneva a portata di mano come copertura in caso di bisogno il volume Racconti e leggende dell’antico Egitto, in cui aveva già letto e riletto una decina di volte la vicenda di Iside e di Osiride. Una delle «storie spaventose» raccontava di una coppia di vecchi che scoprono le proprietà di una specie di amuleto, una zampa di scimmia mozzata, nerastra, tutta rinsecchita, capace di esaudire tre desideri espressi dal suo proprietario. Senza riflettere né crederci troppo, l’uomo chiede una certa somma di denaro che gli serve per riparare il tetto. Subito la moglie gli rimprovera la stupidaggine: avrebbe dovuto chiedere molto di più; ha sprecato un desiderio! Qualche ora dopo bussano alla porta. È un operaio della fabbrica dove lavora il figlio della coppia. L’uomo è molto scosso, ha da comunicare una terribile notizia. Un incidente. Il figlio è finito nell’ingranaggio di una macchina che l’ha fatto a pezzi. È morto. Il direttore della fabbrica vorrebbe che accettassero una certa somma, per il funerale: esattamente quella chiesta dal padre! La madre urla per il dolore e a sua volta esprime un desiderio: che le restituiscano il figlio! Ed ecco che, con l’arrivo delle tenebre, davanti alla porta compaiono i pezzi del corpo dilaniato, fagotti di carne sanguinolenta che si agitano sui gradini, mentre una mano mozza cerca di introdursi in casa, dove i genitori si barricano paralizzati dall’orrore. Ai due vecchi ormai resta soltanto un desiderio: che quella cosa abominevole sparisca! Che muoia per davvero!


5 Dormivano in camerate da sei e in quella di Hodkann restava un posto libero; senza chiedere il parere di nessuno, Hodkann dichiarò che quel letto l’avrebbe occupato Nicolas. La maestra approvò: pur diffidando dei suoi repentini mutamenti, le sembrava una buona cosa che il più grande della classe proteggesse il più piccolo, quel Nicolas pauroso e tenuto nella bambagia che un po’ le faceva pena. I dormitori erano dotati di letti a castello. Poiché Hodkann aveva stabilito che avrebbe dormito in alto sopra di lui, Nicolas si arrampicò sulla scaletta, si infilò con mille contorcimenti il pigiama avuto in prestito e rimboccò le maniche e le gambe dei pantaloni. La giacca gli arrivava alle ginocchia, la vita gli ballava sui fianchi. Per andare in bagno fu costretto a reggersi i calzoni con due mani. Non aveva né pantofole né asciugamano, peraltro, e neppure il guanto di spugna o lo spazzolino, accessori che non potevano prestargli dato che tutti ne avevano un solo esemplare. Fortunatamente nessuno ci fece caso, e Nicolas riuscì a scivolare inosservato nel trambusto dei lavaggi serali, e a coricarsi tra i primi. Patrick, responsabile del suo dormitorio, venne ad arruffargli i capelli e gli disse di non preoccuparsi: sarebbe andato tutto bene. E se c’era qualche problema ne avrebbe parlato direttamente con lui, promesso? Nicolas promise, combattuto tra il reale conforto di quelle parole rassicuranti e la sgradevole sensazione che ci si aspettasse che avrebbe avuto qualche problema. Quando tutti furono a letto Patrick spense la luce, diede la buonanotte e chiuse la porta. La camerata si ritrovò al buio. Nicolas pensava che si sarebbe subito scatenata una gran cagnara, una battaglia di cuscini in cui avrebbe faticato a farsi onore, e invece no. Capì che prima di parlare aspettavano tutti l’autorizzazione di Hodkann. Il quale lasciò durare il silenzio. Gli occhi si abituavano all’oscurità. I respiri si facevano più regolari, ma l’attesa era comunque nell’aria. «Nicolas» disse infine Hodkann, come se nel dormitorio fossero stati soli, come se gli altri non esistessero. «Sì?» rispose Nicolas in un sussurro. «Che lavoro fa tuo padre?». Nicolas disse che faceva il rappresentante. Era abbastanza fiero di quella professione, gli sembrava che possedesse un certo prestigio, finanche un’aura di mistero. «Quindi viaggia molto?» chiese Hodkann. «Sì» rispose Nicolas, e ripetendo un’espressione che aveva sentito spesso in bocca a sua madredisse: «È sempre in macchina». Stava per farsi forza e parlare dei vantaggi che ciò costituiva, in termini di regali alle stazioni di servizio, ma non ne ebbe il tempo: Hodkann voleva sapere che cosa vendesse suo padre, che genere di roba. Con grande sorpresa di Nicolas, pareva fargli quelle domande non per prenderlo in giro, ma perché il lavoro di suo padre lo incuriosiva davvero. Nicolas disse che faceva il rappresentante di materiale chirurgico. «Pinze? Bisturi?». «Sì, e anche protesi». «Gambe di legno?» s’informò Hodkann divertito, e Nicolas avvertì una specie di segnale d’allarme nella pancia, l’imminenza di una presa in giro. «No,» disse «di plastica». «Va in giro con delle gambe di plastica nel bagagliaio?». «Sì, e anche braccia, mani...». «Teste?» scoppiò a ridere Lucas, un ragazzino con i capelli rossi e gli occhiali che, come gli altri,


sembrava dormire. «No,» disse Nicolas «niente teste! Fa il rappresentante di materiale chirurgico, mica di maschere di carnevale!». Hodkann accolse l’uscita con una risatina indulgente, e all’improvviso Nicolas si sentì molto fiero di sé e del tutto a proprio agio: con la protezione di Hodkann anche lui poteva dire cose divertenti, far ridere. «E te le ha fatte vedere, queste protesi?» lo incalzò Hodkann. «Certo» assicurò Nicolas, forte di quel primo successo. «Ne hai mai provata qualcuna?». «No, non si può. Vanno messe al posto della gamba o del braccio, se hai già la tua vera gamba o il tuo vero braccio non puoi agganciarle da nessuna parte». «Se io fossi tuo padre,» disse placidamente Hodkann «ti userei per le dimostrazioni. Ti amputerei braccia e gambe, ti metterei le protesi e poi ti esibirei ai clienti. Sarebbe una bella pubblicità». Gli occupanti dei letti vicini scoppiarono a ridere, Lucas disse qualcosa a proposito di capitan Uncino, quello di Peter Pan, e a un tratto Nicolas ebbe paura, come se Hodkann mostrasse finalmente il suo vero volto, ancora più pericoloso di quanto avesse temuto. Gli scagnozzi, servili, già iniziano a ridere, mentre il tiranno indolente cerca nella propria immaginazione il più raffinato dei supplizi. Ma Hodkann, rendendosi conto che la frase aveva un che di minaccioso, la corresse dicendo, con la sorprendente dolcezza di cui era capace: «Tranquillo, Nicolas. Stavo scherzando». Poi volle sapere se l’indomani, quando suo padre fosse tornato con lo zaino, avrebbero potuto vedere queste famose protesi e gli astucci degli strumenti chirurgici. A quell’idea Nicolas si sentì a disagio. «Guarda che non sono giocattoli. Li fa vedere soltanto ai clienti...». «Neanche se glielo chiediamo?» insisté Hodkann. «E se glielo chiedi tu?». «Non credo» rispose Nicolas con un filo di voce. «E se gli dici che in cambio non ti picchierà nessuno per tutta la settimana bianca?». Nicolas non rispose; aveva di nuovo paura. «Bene,» concluse Hodkann «in tal caso mi arrangerò diversamente». E dopo un istantedisse alla camerata: «Adesso si dorme». Sentirono il suo corpo grande e grosso rigirarsi nel letto, finché non trovò una posizione comoda, e a tutti fu chiaro che non era più il caso di aprire bocca.


6 Non si sentiva più nessun rumore, ma Nicolas non era sicuro che gli altri dormissero. Forse facevano finta, temendo di attirarsi le ire di Hodkann, e forse anche Hodkann fingeva, per sorprendere chi avesse osato infrangere gli ordini. Dal canto suo, Nicolas non voleva dormire. Aveva paura di fare pipì a letto e di bagnare il pigiama di Hodkann. O, peggio ancora, di inzuppare il materasso, sprovvisto di traversa, e bagnare addirittura lo stesso Hodkann sotto di lui. Il liquido maleodorante avrebbe cominciato a gocciolare su quel volto di tigre, facendogli storcere il naso; Hodkann si sarebbe svegliato e allora sarebbero stati guai. Per evitare una simile catastrofe, l’unica soluzione era non addormentarsi. Le lancette fosforescenti del suo orologio segnavano le nove e venti, la sveglia era alle sette e mezzo, lo aspettava una lunga notte. Ma non sarebbe stata la prima: Nicolas era allenato. L’anno precedente suo padre aveva portato lui e il fratello minore al luna park. Data la differenza di età, i due bambini non erano incuriositi dalle stesse attrazioni. Nicolas era affascinato soprattutto dalla casa degli spiriti, dalla galleria degli orrori, dalla ruota panoramica; suo fratello dalle giostre per i più piccoli. Il padre si sforzava di trovare dei compromessi, e si innervosiva se loro li rifiutavano. A un certo punto erano passati davanti a una ruota camuffata da bruco che girava verticalmente a grande velocità. Aggrappati alle sbarre di protezione dei vagoncini, i passeggeri si ritrovavano a testa in giù, catapultati verso il cielo dalla forza centrifuga. La ruota girava veloce, sempre più veloce, li si sentiva gridare, e alla fine scendevano tutti pallidi, con le gambe molli, ma entusiasti dell’esperienza. Un ragazzino dell’età di Nicolas gli aveva gridato che era fantastico, e suo padre, che ci era salito con lui, aveva rivolto al padre di Nicolas un sorrisetto d’intesa, come a dire che in realtà più che fantastico era parecchio stressante. Nicolas voleva provare, ma il padre gli aveva indicato, vicino alla cassa, un cartello su cui era scritto che i bambini al di sotto dei dodici anni dovevano essere accompagnati. «E allora accompagnami» aveva detto Nicolas. «Ti prego, accompagnami!». Il padre, che comunque non sembrava molto propenso a farsi sballottare a testa in giù, aveva rifiutato con la scusa che non potevano né portarsi dietro il fratello più piccolo, che avrebbe avuto paura, né lasciarlo da solo, senza nessuno che stesse con lui. Allora il padre del ragazzino appena sceso dal bruco si era gentilmente offerto di badare al fratello per i tre minuti del giro di giostra. Assomigliava un po’ a Patrick, l’istruttore, ma con qualche anno in più: anziché un pesante loden come il padre di Nicolas, indossava un giubbotto di jeans; e aveva la faccia allegra. Nicolas l’aveva guardato con gratitudine, poi aveva guardato suo padre, speranzoso. Ma il padre aveva risposto seccamente che non era il caso. Quando Nicolas aveva aperto la bocca per cercare di convincerlo, gli aveva lanciato uno sguardo minaccioso e l’aveva afferrato alla nuca per farlo camminare. Si erano allontanati dal bruco in silenzio, e finché erano rimasti in vista del ragazzino e di suo padre Nicolas non aveva osato protestare. Immaginava i loro sguardi stupiti alle sue spalle: perché andarsene così bruscamente di fronte a una proposta gentile? Appena aveva ritenuto che si erano allontanati abbastanza, il padre di Nicolas si era fermato e aveva detto in tono severo che quando diceva no era no, inutile fare scenate in pubblico. «Ma perché?» si era indignato Nicolas, sull’orlo del pianto. «Cosa c’era di male?». «Vuoi che ti dica perché?» aveva ribattuto il padre aggrottando la fronte. «Vuoi proprio che te lo dica? Benissimo, sei abbastanza grande perché te lo spieghi. Però non devi raccontarlo a nessuno, né ai tuoi compagni né a nessun altro. È una cosa che ho saputo dal direttore di una clinica, i medici sono tutti al corrente ma non vogliono che se ne parli, per non allarmare la gente. Non molto tempo fa, in un luna park come questo, è scomparso un ragazzino. Così, è bastato un attimo di distrazione dei genitori. È successo molto in fretta: è molto facile sparire, sai. L’hanno cercato per tutto il giorno e finalmente la sera l’hanno


trovato, privo di sensi dietro una staccionata. L’hanno portato all’ospedale, hanno visto che aveva un grosso cerotto sulla schiena, da cui fuoriusciva del sangue, e allora i dottori hanno capito, sapevano già cos’avrebbe rivelato la radiografia: il ragazzino era stato operato, gli avevano asportato un rene. C’è gente che fa cose del genere, pensa. Gente cattiva. Si chiama traffico di organi. Hanno dei furgoni con tutta l’attrezzatura per operare, si aggirano nei dintorni dei luna park, o all’uscita delle scuole, e rapiscono i bambini. Il primario mi ha detto che preferivano non divulgare la cosa, ma che capita sempre più spesso. Soltanto nella sua clinica hanno curato un bambino al quale era stata tagliata una mano e un altro a cui avevano cavato gli occhi. Capisci adesso perché non volevo affidare tuo fratello a uno sconosciuto?». Dopo quel racconto, Nicolas aveva avuto più volte lo stesso incubo. Al mattino non ne ricordava i dettagli, ma conservava la sensazione di essere trascinato verso un orrore indicibile, da cui rischiava di non svegliarsi più. Era al luna park. La carcassa metallica del bruco si alzava al di sopra dei baracconi, e il sogno lo invitava a seguirla. L’orrore si annidava lassù, e lo aspettava per divorarlo. La seconda volta comprese di esserci andato vicino, e che la terza gli sarebbe stata fatale. L’avrebbero ritrovato morto nel suo letto, e nessuno avrebbe capito che cosa gli fosse accaduto. Allora decise di rimanere sveglio. Naturalmente non ci riuscì mai del tutto, il suo sonno smanioso fu visitato da nuovi incubi, dietro i quali temeva si nascondesse quello del luna park e del bruco. Fu in quel periodo che scoprì di aver paura di dormire.


7 Eppure in famiglia dicevano avesse preso dal padre, che dormiva male ma tanto, con una specie di avidità. Quando stava a casa diversi giorni di seguito, al ritorno da uno dei suoi giri, passava gran parte del tempo a letto. Dopo la scuola, Nicolas faceva i compiti oppure giocava con il fratello più piccolo, stando attento a non fare rumore. Attraversavano il corridoio in punta di piedi, e la madre si portava di continuo l’indice alle labbra. Al crepuscolo il padre usciva dalla sua camera in pigiama, con la barba lunga, la faccia imbronciata e gonfia di sonno, tasche piene di fazzoletti appallottolati e confezioni di medicinali vuote. Sembrava sorpreso, sgradevolmente sorpreso di svegliarsi lì, di camminare tra quei muri troppo vicini e scoprire, aprendo la prima porta che incontrava, una cameretta dove due ragazzini, a quattro zampe sulla moquette, interrompevano il gioco o la lettura per guardarlo con apprensione. Abbozzava un sorriso forzato, borbottava mozziconi di frasi a proposito di stanchezza, orari assurdi, medicine che ti riducono uno straccio. Qualche volta si sedeva sul bordo del letto di Nicolas e restava un momento così, con lo sguardo perso nel vuoto, passandosi una mano sulla barba ispida, tra i capelli spettinati e ancora schiacciati dal cuscino. Sospirava. E poi faceva strane domande, per esempio chiedeva a Nicolas che classe frequentava. Nicolas rispondeva docilmente e lui annuiva, diceva che la faccenda diventava impegnativa e se non voleva essere bocciato doveva darsi da fare. Pareva non ricordare che Nicolas era già stato bocciato una volta, l’anno in cui avevano cambiato casa. Un giorno aveva chiesto a Nicolas di avvicinarsi, di sedersi accanto a lui sul letto. Con una mano gli aveva preso la nuca, stringendola un po’. Era una dimostrazione d’affetto, però faceva male e Nicolas aveva girato piano il collo per liberarsi. Con voce bassa e sorda il padre aveva detto: «Ti voglio bene, Nicolas», e Nicolas era rimasto colpito, non perché ne dubitasse, ma perché gli sembrava uno strano modo di dirlo. Come fosse l’ultima volta prima di una lunga separazione, magari definitiva, come se suo padre avesse voluto che se lo ricordasse per sempre. Eppure, un attimo dopo, lui stesso pareva essersene dimenticato. Aveva lo sguardo confuso, gli tremavano le mani. Si era alzato ansimando, con il pigiama color vinaccia semiaperto, tutto spiegazzato, ed era uscito a tentoni, quasi non sapesse quale porta aprire per imboccare il corridoio, tornare in camera sua, rimettersi a letto.


8 Nicolas stava pensando all’intenzione che Hodkann aveva espresso, e che quantomeno aveva il merito di impedirgli il sonno: vedere con i propri occhi il campionario custodito nel bagagliaio. Come avrebbe fatto? Forse avrebbe trovato il modo di restare allo chalet mentre gli altri scendevano in paese per la lezione di sci. Nascosto dietro un albero, avrebbe spiato l’arrivo della macchina. Il padre di Nicolas sarebbe sceso, avrebbe aperto il bagagliaio per prendere lo zaino e portarlo allo chalet. Non appena avesse voltato le spalle, Hodkann si sarebbe precipitato ad aprire a sua volta il bagagliaio, poi le valigette di plastica nera contenenti le protesi e gli strumenti chirurgici. Probabilmente il suo piano era questo, ma ignorava che il padre di Nicolas dopo aver tirato fuori qualcosa chiudeva sempre il bagagliaio a chiave, anche se sapeva di doverlo riaprire di lì a poco. Tuttavia, l’audacia di Hodkann era tale che avrebbe tranquillamente potuto seguire il padre di Nicolas nello chalet e sfilargli di tasca il mazzo di chiavi mentre lui parlava con la maestra. Nicolas si immaginava Hodkann chino sul bagagliaio aperto, lo vedeva forzare le valigette, saggiare la lama di un bisturi su un polpastrello, giocare con le articolazioni di una gamba di plastica, affascinato al punto di dimenticare il pericolo. Il padre di Nicolas stava già lasciando lo chalet, si dirigeva alla macchina. Qualche secondo e l’avrebbe sorpreso. La sua mano si sarebbe abbattuta sulla spalla di Hodkann – e poi, cosa sarebbe successo? Nicolas non lo sapeva. Il padre in realtà non aveva mai minacciato di punizioni terribili chi avesse toccato il campionario. Eppure non dubitava che perfino uno come Hodkann si sarebbe trovato in una situazione assai incresciosa. Gli frullava in testa l’espressione «vedersela brutta». Sì, se si fosse fatto beccare con le mani nel bagagliaio di suo padre, Hodkann se la sarebbe vista brutta. L’interesse che Hodkann nutriva nei confronti di suo padre lo turbava. Si chiedeva addirittura se non l’avesse preso sotto la sua protezione per avvicinare suo padre e conquistarne la fiducia. Ricordò che Hodkann il padre non ce l’aveva più. Ma da vivo che faceva, quel padre? A Nicolas, poco prima, non era venuto in mente di chiederglielo, e comunque non avrebbe osato. Ma non poteva fare a meno di pensare che il padre di Hodkann fosse morto di morte violenta, in circostanze poco chiare, drammatiche, e che quella morte fosse la logica conseguenza della vita che aveva condotto. Se lo immaginava come un fuorilegge, pericoloso quanto il figlio, e se Hodkann era diventato così pericoloso forse era solo per far fronte a questo, ai rischi che correva con un padre simile. Adesso Nicolas avrebbe voluto chiederglielo. Di notte, a tu per tu, diventava possibile. Quella conversazione notturna con Hodkann era un pensiero eccitante, e Nicolas andò avanti per un bel po’ a fantasticare sulle sue possibili circostanze. Sarebbero usciti insieme dal dormitorio, senza svegliare nessuno. Sarebbero andati a parlare sottovoce in corridoio o nei bagni. Immaginò i loro bisbigli, la vicinanza del grande corpo caldo di Hodkann, e gli piaceva pensare che dietro quella forza tirannica ci fosse anche una pena, una fragilità che Hodkann gli avrebbe confessato. Lo udiva parlare con lui come fosse il suo unico amico, l’unica persona di cui potesse fidarsi, dirgli che era triste, che suo padre era morto in modo atroce, fatto a pezzi o gettato in un pozzo, che sua madre viveva nel terrore di veder ricomparire di punto in bianco i suoi complici, smaniosi di vendicarsi su lei e sul figlio. Hodkann, così prepotente, così beffardo, confessava a Nicolas di avere paura, di essere un ragazzino smarrito quanto lui. Con le guance bagnate di lacrime, posava la sua testa fiera sulle ginocchia di Nicolas e Nicolas gli carezzava i capelli, gli sussurrava parole dolci per consolarlo, consolare quel dolore immenso e sempre taciuto che a un tratto prorompeva di fronte a lui, solo per lui, perché solo lui, Nicolas, ne era degno. Tra un singhiozzo e l’altro, Hodkann diceva che gli assassini di suo padre, i nemici di cui sua madre aveva tanta paura, potevano persino venire a prenderlo lì, allo chalet. Sequestrarlo o semplicemente


ammazzarlo, per poi abbandonare il suo cadavere nel sottobosco coperto di neve. E Nicolas capiva che toccava a lui proteggerlo, trovargli un nascondiglio dove sarebbe stato al sicuro quando quegli uomini malvagi, chiusi nei loro mantelli scuri e lucenti, avrebbero accerchiato lo chalet, entrando in silenzio da porte diverse perché nessuno potesse fuggire, e avrebbero sfoderato i coltelli e colpito a sangue freddo, con metodo, decisi a non lasciare testimoni. I corpi mezzo nudi dei bambini sorpresi nel sonno si sarebbero ammassati ai piedi dei letti a castello. Il sangue sarebbe colato a fiotti sul pavimento. Ma Nicolas e Hodkann sarebbero rimasti nascosti in un anfratto del muro, dietro un letto. Uno spazio angusto, buio, poco più di un buco. Si sarebbero stretti l’uno all’altro, solo gli occhi avrebbero brillato nella penombra, sgranati per l’orrore. Insieme, oltre al loro respiro, avrebbero udito i suoni agghiaccianti della strage, urla di terrore, rantoli di agonia, tonfi di corpi che cadono, vetri infranti le cui schegge dilaniano ulteriormente le carni mutilate, risatine brevi e secche di carnefici. La testa mozzata di Lucas, il piccoletto con i capelli rossi e gli occhiali, sarebbe rotolata sotto il letto fino al nascondiglio fermandosi ai loro piedi, e li avrebbe fissati con i suoi occhi increduli. Poi i rumori sarebbero cessati, le ore sarebbero passate. Gli assassini se ne sarebbero andati a mani vuote, divisi tra il piacere del massacro e la rabbia per essersi fatti sfuggire la preda. Nello chalet, nient’altro che morti, montagne di bambini morti. Ma loro non sarebbero usciti. Sarebbero rimasti tutta la notte stretti nel loro rifugio, trincerati nel cuore del carnaio, con le guance bagnate da un liquido caldo, forse il sangue di una ferita o le lacrime dell’altro. Sarebbero rimasti lì, tremanti. Nella notte senza fine. Magari per non uscire mai più.


9 L’indomani dopo colazione il padre di Nicolas ancora non si era visto. La maestra guardava l’orologio: era fuori discussione che facessero tardi e saltassero la lezione di sci per aspettarlo. Sentendosi pesare addosso il suo sguardo, per una volta privo di indulgenza, Nicolas disse con un filo di voce che forse la cosa migliore era che lui rimanesse allo chalet. Sperava che Hodkann si sarebbe offerto di fermarsi con lui. «Non ti lasciamo certo qui da solo» obiettò la maestra. Patrick fece notare che non correva nessun pericolo, ma la maestra disse che no, che era una questione di principio. Nell’attesa, chiese a Nicolas di accompagnarla di sopra: voleva telefonare alla madre, per informarla della situazione e sentire se aveva notizie del marito. Raggiunsero il piccolo ufficio rivestito di legno al primo piano, dove si trovava il telefono. Dalla finestra c’era una bella vista sulla valle. Dopo aver composto il numero, la maestra aspettò qualche secondo e poi, con aria seccata, chiese a Nicolas se sua madre la mattina usciva molto presto. Con aria colpevole Nicolas rispose di no, non particolarmente. In realtà era contento che sua madre non rispondesse. Quella telefonata lo metteva a disagio. Ne ricevevano pochissime, e le rare volte in cui il telefono squillava, soprattutto in assenza del padre, sua madre si avvicinava all’apparecchio visibilmente angosciata. Se Nicolas era in casa, chiudeva la porta perché non sentisse, quasi avesse paura e volesse risparmiargli il più a lungo possibile una cattiva notizia. La maestra sospirò e rifece il numero, caso mai si fosse sbagliata. Risposero subito, e Nicolas si chiese cosa fosse successo alla prima chiamata. Immaginava sua madre nella posizione in cui l’aveva sorpresapiù volte: in piedi davanti al telefono che squillava, con i lineamenti contratti, incapace di alzare la cornetta. Quando gli squilli cessavano per un attimo sembrava sollevata, ma se ricominciavano rispondeva subito, afferrando la cornetta come ci si butterebbe in acqua per sottrarsi alle fiamme. Nicolas scrutava con trepidante curiosità il viso della maestra mentre si presentava e spiegava il motivo della telefonata. Parlando, lei incrociò il suo sguardo e gli fece segno di prendere il secondo ricevitore. Lui obbedì. «No signora,» spiegò paziente la maestra «niente di grave. Ma non le nego che è seccante. Capisce, non ha lo zaino, niente vestiti di ricambio, niente equipaggiamento da sci, soltanto quello che ha addosso, per cui non sappiamo bene come fare». Sorrise a Nicolas per attenuare la durezza di quest’ultima affermazione, destinata soprattutto a far reagire la madre, che disse: «Ma mio marito lo riporterà senz’altro, lo zaino». «Me lo auguro, signora, ma siccome non si fa vivo, mi chiedevo dove potessimo rintracciarlo». «Quando è fuori per lavoro non è possibile rintracciarlo». «Davvero non decide in anticipo in quali alberghi pernotterà? E se lei avesse urgenza di parlargli?». «Mi dispiace. È così» disse brusca la madre di Nicolas. «Ma ogni tanto la chiama?». «Sì, ogni tanto». «Allora, se la chiama può gentilmente avvertirlo... Il problema è che se non viene oggi poi rischia di allontanarsi... Non ha proprio idea di quale sia il suo itinerario?». «No, mi dispiace». «Va bene,» fece la maestra «va bene... Vuole parlare con Nicolas?». «Sì, grazie». La maestra passò la cornetta a Nicolas e uscì in corridoio per non metterlo in imbarazzo. Nicolas e la madre non sapevano cosa dirsi. Sullo zaino non c’era niente da aggiungere a quanto già discusso con la


maestra: potevano solo aspettare che il padre lo riportasse allo chalet. Nicolas non voleva lamentarsi, mettere in ansia ulteriormente la madre, e lei non voleva fare domande che avrebbero alimentato un’apprensione a cui non aveva modo di rimediare. Quindi si limitò a raccomandargli di essere buono e obbediente come avrebbe fatto in circostanze normali. Nicolas ebbe la penosa sensazione che se anche l’avesse visto scomparire per metà nelle fauci di un coccodrillo avrebbe continuato a ripetere divertiti, fa’ il bravo, non dimenticare di coprirti bene – copriti bene stavolta non poteva dirlo, e sicuramente si stava trattenendo dall’esortarlo a mettersi il maglione con le renne che gli aveva fatto lei. Tornando con la maestra nel salone a pianterreno dove gli altri sparecchiavano i tavoli della colazione, Nicolas rifletteva su questo mistero: che lo zaino fosse nel bagagliaio era un fatto, l’aveva visto incastrato fra le catene e le valigette con il campionario; aprendo il bagagliaio suo padre non poteva non averlo notato, e doveva per forza averlo aperto la sera prima, o al più tardi quella mattina quando era andato dai clienti. Allora perché non aveva chiamato? Perché non si faceva vivo? Non poteva non immaginare il disagio che causava a Nicolas. Che avesse perso il numero di telefono dello chalet? O le chiavi del bagagliaio? E se gliele avevano rubate? Se gli avevano rubato la macchina? O chissà, magari aveva avuto un incidente... A un tratto quell’ipotesi, che ancora non aveva preso in considerazione, gli parve la più plausibile. Per mollarlo in quel modo, suo padre doveva per forza essersi trovato nell’impossibilità di venire, nell’impossibilità di chiamare. Forse la macchina aveva sbandato su una lastra di ghiaccio, era andata a sbattere contro un albero, e il padre stava agonizzando con il torace sfondato dal volante. Il suo ultimo pensiero cosciente, le parole che aveva balbettato prima di morire, e che i soccorritori non avevano capito, dovevano essere state: «Lo zaino di Nicolas! Riportate lo zaino a Nicolas!». Immaginando la scena Nicolas aveva voglia di piangere, e provava una grande tenerezza. Naturalmente sperava che non fosse vero, ma al tempo stesso, agli occhi degli altri, gli sarebbe piaciuto incarnare il ruolo dell’orfano, eroe di una tragedia. Tutti avrebbero cercato di consolarlo, Hodkann avrebbe cercato di consolarlo, ma lui sarebbe stato inconsolabile. Si chiese se la maestra avesse fatto lo stesso ragionamento e, finché restava qualche speranza, cercasse di nascondergli la propria angoscia. Probabilmente no. Non ancora. Nicolas visualizzò il momento in cui il telefono avrebbe squillato di nuovo. La maestra sarebbe salita a rispondere, senza sospettare nulla, mentre i bambini avrebbero continuato a giocare nel salone facendo un gran baccano. Soltanto lui sarebbe stato all’erta, in attesa del ritorno della maestra. E alla fine eccola tornare, con la faccia pallida e contratta. Il baccano continuava senza che lei ordinasse di fare silenzio. Sembrava non sentire niente, non accorgersi di niente; vedeva soltanto Nicolas e si dirigeva verso di lui, lo prendeva per mano, lo tirava in disparte, su nell’ufficio. Chiudeva la porta e i rumori del piano di sotto cessavano. Gli prendeva il viso tra le mani, con dolcezza, gli premeva i palmi sulle guance, con le labbra che tremavano visibilmente e balbettava: «Nicolas... Ascolta, Nicolas, dovrai essere molto coraggioso...». E a quel punto si mettevano a piangere insieme, mentre lei lo abbracciava, ed era una cosa dolce, incredibilmente dolce, Nicolas avrebbe voluto che quell’istante durasse per sempre, che nella sua vita non ci fosse altro, nient’altro, nessun altro viso, nessun altro profumo, nessun’altra parola, soltanto il suo nome ripetuto dolcemente, Nicolas, Nicolas, nient’altro.


10 Prima di uscire la maestra e gli animatori fecero un altro caffè, mentre discutevano le misure da prendere. Nicolas era rimasto con loro, lontano dagli altri bambini, definitivamente calato, sembrava, nel ruolo della gatta da pelare. «Sentite,» disse Patrick «non vorremo mica stare a dannarci per tutta la settimana. Che poi magari suo padre lo zaino se l’è completamente dimenticato e adesso è a duecento chilometri da qui, per cui se aspettiamo che torni finisce che roviniamo la vacanza a Nicolas e pure a tutti gli altri. Io propongo di prendere quanto basta dalla cassa della cooperativa per mettergli insieme un minimo di guardaroba, in modo che possa fare quello che fanno gli altri. Sei d’accordo, giovanotto?» aggiunse voltandosi verso Nicolas. Nicolas era d’accordo, e anche la maestra approvò. Dopo mangiato, all’ora in cui tutti leggevano o riposavano, Patrick uscì con Nicolas. L’aria era tiepida, il sole scintillava tra i rami spogli. Poiché sullo spiazzo fangoso davanti allo chalet Nicolas non aveva visto altri mezzi, pensò che sarebbero andati in paese con il pullman della scuola, e che all’autista sarebbe parso strano avere solo due passeggeri a bordo. Ma Patrick superò il pullman, che da fermo pareva un drago inerte, e percorse un centinaio di metri lungo lo sterrato che portava allo chalet. Un po’ discosta dalla strada era parcheggiata una R 4 gialla, che all’andata Nicolas non aveva notato. Patrick aprì la portiera dal lato del guidatore e disse: «In carrozza!». Si sedette e si sfilò dal collo un lungo cordoncino di cuoio cui era appesa la chiavetta dell’accensione. Nicolas fece per salire dietro, ma Patrick si allungò ad aprirgli la portiera davanti. «No, dico,» scoppiò a ridere «non sono mica il tuo autista!». Nicolas esitò: il sedile davanti gli era sempre stato tassativamente proibito. «Allora, ci muoviamo?». Lui obbedì. «A ogni modo,» aggiunse Patrick «dietro è un casino». Nicolas lanciò una timida occhiata oltre il sedile, come se temesse che un grosso cane nascosto sotto la coperta scozzese a brandelli potesse saltargli alla gola. C’erano uno zaino, alcuni vecchi scatoloni, una valigetta con delle cassette, una corda arrotolata, vari oggetti di metallo, probabilmente attrezzi da arrampicata. «Però allacciati la cintura» disse Patrick girando la chiavetta. Il motore tossicchiò. Patrick ci riprovò, insisté: niente da fare. Nicolas temette che si arrabbiasse, ma lui si limitò a una smorfia piuttosto buffa, e girandosi verso Nicolas spiegò: «Ci vuole pazienza. È fatta così. Bisogna chiederle le cose gentilmente». Rimise in moto premendo pianissimo l’acceleratore, e sollevando l’altro piede mormorò: «Forza... forza... Brava!». Quando la macchina partì e imboccò la discesa a tornanti, Nicolas non poté trattenere una risatina di eccitazione. «Ti piace la musica?» chiese Patrick. Nicolas non sapeva cosa rispondere. Non si era mai posto il problema. A casa non ne ascoltavano mai, non avevano neanche il giradischi, e a scuola l’ora di musica era da tutti considerata un tormento. L’insegnante, il maestro Ribotton, faceva dei dettati musicali, vale a dire che suonava al piano una sequenza di note che loro dovevano scrivere sul pentagramma di un quaderno apposito. Nicolas non ci riusciva mai. Preferiva quando il maestro Ribotton dettava i riassunti sulla vita dei grandi musicisti: almeno quelle erano parole, lettere che sapeva mettere su carta. Ribotton era un uomo molto piccolo con una testa enorme, e tutti, pur temendone i violenti accessi di collera, che secondo la leggenda della scuola l’avevano indotto addirittura a scaraventare uno sgabello addosso a un alunno, lo giudicavano un po’ ridicolo. Intuivano che gli altri insegnanti non ne avevano grande stima; nessuno ne aveva. Suo figlio, Maxime Ribotton, come lui piccolo e deforme, era in classe con Nicolas. Benché quel subdolo


scaldabanchi sudaticcio che aspirava a diventare ispettore di polizia non gli fosse per niente simpatico, Nicolas non poteva pensare a lui senza provare una dolorosa compassione. Un giorno un ragazzino della prima fila aveva allungato le gambe sulla pedana e sporcato inavvertitamente con la suola delle scarpe l’orlo dei pantaloni di Ribotton, che era andato su tutte le furie. In quello stato però l’uomo non incuteva né paura né rispetto, ma piuttosto una sprezzante pietà. In preda a una rabbia amara, lamentosa, Ribotton aveva detto che era stufo di andare a scuola a farsi insudiciare un paio di pantaloni che già faticava a comprare, che tutto costava caro e lui guadagnava una miseria, che se i genitori dell’allievo che gli aveva appena sporcato i calzoni potevano permettersi la tintoria tutti i giorni buon per loro, ma lui quei soldi non li aveva. Mentre diceva così gli tremava la voce, pareva quasi che fosse sul punto di piangere. E anche a Nicolas veniva da piangere, per via di Maxime Ribotton, verso il quale non osava dirigere lo sguardo e che era costretto a sopportare lo spettacolo del padre che si umiliava di fronte ai suoi compagni, vomitando con tanta spudoratezza il suo rancore per essere stato a quel modo oltraggiato dalla vita. Più tardi, all’intervallo, si era stupito di sentire Maxime Ribotton che parlava dell’incidente in tono disinvolto e scherzoso, assicurando che quando suo padre andava in bestianon bisognava prendersela: si calmava in fretta. Nicolas si era immaginato che, dopo quella scenata, avrebbe lasciato l’aula senza una parola e a scuola non avrebbe più messo piede. In seguito avrebbero saputo che Maxime Ribotton si era ammalato. Alcuni bambini di buon cuore sarebbero andati a trovarlo. Nicolas si vedeva tra questi, intento a scegliere in mezzo ai propri giocattoli un regalo da portare a Maxime Ribotton senza correre il rischio di ferirlo. Immaginava il suo sguardo riconoscente, il viso e il corpo smagriti, divorati dalla febbre, ma i regali e le parole affettuose non sarebbero serviti a niente, ed ecco che un giorno venivano a sapere che Maxime Ribotton era morto. I bambini di buon cuore andavano al funerale e tutti si ripromettevano di essere gentili e dimostrare la loro bontà con il maestro Ribotton, perduto nel proprio dolore. Ormai non lo provocavano più, non accoglievano più con rime imbecilli i nomi dei grandi musicisti che lui pronunciava con rispetto, come Vivaldi-viva i saldi, o Mozart-va in go-kart. All’infuori di quei nomi Nicolas di musica non sapeva niente, ma piuttosto che ammetterlo preferì rispondere in modo evasivo che sì, la musica gli piaceva. Già temeva la domanda successiva, che arrivò puntuale: «E che genere di musica ti piace?». «Be’, Mozart...» disse a caso. Patrick fece una smorfia che esprimeva rispetto e ironia al tempo stesso e disse che quel genere gli mancava, però aveva del pop. Chiese a Nicolas di scegliere una cassetta: doveva solo prendere la valigetta sul sedile posteriore e leggergli i titoli. Nicolas obbedì. Erano parole inglesi che stentava a decifrare, ma ne compitava le prime sillabe e Patrick provvedeva a completarle: alla terza cassetta, disse che quella poteva andare. La infilò nell’autoradio e la musica esplose, nel bel mezzo di una canzone. La voce era roca, beffarda, le chitarre sferzanti come frustate. Il tutto dava un’impressione di ferocia, ma anche di agilità, come lo scatto di una belva. Era il genere di musica che induceva i suoi ad abbassare contrariati il volume della televisione. Se gli avessero chiesto un parere, normalmente Nicolas avrebbe detto che non gli piaceva, ma quel giorno si lasciò trasportare. Accanto a lui, Patrick tamburellava sul volante per seguire il ritmo, si muoveva a tempo e ogni tanto intonava un verso insieme al cantante, a cui si unì in un breve gemito acuto. La macchina correva in perfetta armonia con la musica, accelerava con lei e quando rallentava faceva ampie virate, tutto vibrava all’unisono, le gomme che mordevano l’asfalto, le curve della strada, i cambiamenti di marcia e soprattutto il corpo di Patrick, il quale, con le mani sul volante, ondeggiava morbido e sorridente, strizzando gli occhi per via del sole che batteva sul parabrezza. Nicolas non aveva mai sentito niente di più bello, partecipava alla canzone con l’intero corpo, e avrebbe voluto che tutta la sua vita fosse così, viaggiare sempre sul sedile davanti ascoltando quel genere di musica, e in futuro assomigliare a Patrick: guidare bene come lui, con la stessa disinvoltura, la stessa sovrana libertà nei movimenti.


11 «Ok,» disse Patrick aprendo la porta del supermercato «adesso tocca esser seri. Di che abbiamo bisogno?». Solo a quel punto, dopo l’ebbrezza del tragitto in macchina, Nicolas si ricordò che cosa erano venuti a fare, che lo zaino era rimasto nel bagagliaio dell’auto di suo padre e che probabilmente suo padre era morto. «Ti ricordi cosa c’era nello zaino?» chiese Patrick. «Be’, dei vestiti di ricambio» disse Nicolas, disorientato dalla domanda: Patrick lo sapeva per forza cosa c’era nello zaino, dato che avevano chiesto a tutti di portare le stesse cose, e ai genitori era stato consegnato un elenco. Poi, certo, ognuno aveva diritto a un paio di cose in più a scelta, un libro o un gioco di società, e nel suo caso c’era anche la traversa raccomandata dalla maestra per eventuali pipì a letto. Nicolas non ebbe il coraggio di parlarne a Patrick. «E in più» disse dopo averci pensato un attimo «c’era la mia cassaforte». «La tua cassaforte?» chiese Patrick, sorpreso. «Sì, una piccola cassaforte che mi hanno regalato per tenerci i miei segreti. Si apre con una combinazione che so soltanto io». «E cosa succede se te la dimentichi?». «Non potrò mai più aprirla. Non potrà più aprirla nessuno. Ma io la so a memoria». «E se ti becchi una botta in testa e perdi la memoria? L’hai scritta da qualche parte, almeno?». «No. Non devi. In ogni caso, se perdo la memoria, non saprò più neanche dove l’ho scritta». «Già» riconobbe Patrick. «Sei sveglio, tu». Nicolas fu sul punto di dire a Patrick che in realtà c’era un problema, con quella cassaforte. Suo padre gliel’aveva regalata insieme a una busta chiusa contenente il foglio con la combinazione. Gli aveva consigliato di distruggerlo dopo averla imparata a memoria, e Nicolas aveva obbedito. In seguito gli era venuto il dubbio che prima di dargli la busta il padre l’avesse aperta, poi abilmente risigillata, e avesse quindi accesso alla cassaforte. Forse ogni tanto dava una controllata, per vedere cosa gli nascondeva Nicolas. Forse gliel’aveva regalata solo per quello. Pur senza esserne certo, Nicolas non si fidava e nella cassaforte non teneva niente di più segreto dei buoni delle stazioni di servizio. Se l’aveva aperta, suo padre doveva essere rimasto deluso. Ma era più probabile che fosse morto. Poiché non era sicuro, Nicolas resistette alla tentazione di dirlo a Patrick e nel frattempo, sforzandosi di assumere un tono distaccato, propose: «Se vuoi posso dirtela, la combinazione». Patrick scosse la testa: «No. Tu non mi conosci. Chi ti dice che appena me l’hai detta io non ti ammazzi e non vada a fregarti i tuoi segreti?». «Tanto sono nella macchina di mio padre». «Non lo voglio sapere, non mi riguarda. Né la combinazione, né quel che c’è nella tua cassaforte». Patrick sorrise, e fingendo di puntargli addosso una pistola disse: «Che cosa c’è nella tua cassaforte?». «Niente di interessante» rispose Nicolas imbronciato. Nel reparto abbigliamento bambini, Patrick prese da una gruccia una pesante camicia di lana e un paio di pantaloni da sci impermeabili che Nicolas andò a provarsi in un camerino mentre lui completava il corredo: due slip, due magliette, due paia di calzettoni, un passamontagna e uno spazzolino da denti. I pantaloni erano della sua misura, solo un po’ troppo lunghi. Patrick glieli arrotolò velocemente e disse che potevano andare, poi volendo sua madre gli avrebbe fatto l’orlo. A Nicolas piaceva molto quel modo di fare acquisti, senza stare delle ore a tentennare fra due modelli, due colori, due taglie, con la fronte


corrugata per l’ansia, come i suoi genitori ogni volta che c’era qualcosa da decidere. Avrebbe voluto anche una tuta verde e viola come quella di Patrick, ma naturalmente non osò chiederla. Mentre pagava, Patrick scambiò qualche battuta con la cassiera. Era una ragazza giovane, allegra, e si vedeva subito che lo trovava attraente, che le piacevano la sua coda di cavallo, il suo viso scarno dagli occhi azzurrissimi, quel suo modo rilassato di muoversi e scherzare. «È suo il giovanotto?» gli chiese indicando Nicolas. Patrick rispose di no, ma che se nessuno lo reclamava di lì a un anno e un giorno se lo sarebbe tenuto volentieri. «Andiamo d’accordo, noi due» aggiunse, e Nicolas si ripeté la frase con orgoglio. Aveva voglia di dire agli altri, con tono noncurante, che lui e Patrick andavano d’accordo. Si guardò il polso con il braccialetto brasiliano che gli aveva regalato Patrick e si ripromise, in futuro, quando si sarebbe liberato dall’autorità dei genitori, di farsi crescere una coda di cavallo. In macchina Patrick rimise la musica, e mentre guidava ondeggiando a tempo pronunciò un’altra frase memorabile: «Allora, non trovi che siamo i re del petrolio?». Nicolas non capì subito che cosa intendesse: che andava tutto bene, che loro se la godevano, che non bisognava prendersela, e quando ebbe capito provò un’esaltazione gioiosa, quasi fosse una parola d’ordine riservata soltanto a loro due. Temeva che se avesse parlato la sua voce acuta avrebbe stonato tradendo la sua giovane età, tuttavia superò la paura e riuscì a rispondere, come se niente fosse: «È vero. È vero, siamo i re del petrolio».


12 Dopo la merenda si giocava: ai mestieri, ad acqua-fuochino-fuoco, ai mimi. Ma quel giorno Patrick disse che avrebbero fatto qualcos’altro: «Che cosa?» gli chiesero. «Adesso vedrete». Ordinò ad alcuni di loro di spingere contro il muro tavoli, panche e tutto quello che ingombrava la sala. Spense le luci ma lasciò accese quelle dell’ingresso, dimodoché ci si vedesse comunque. I bambini erano eccitati da quei misteriosi preparativi. Spostando i mobili scoppiavano in risatine soffocate, azzardavano ipotesi: avrebbero giocato ai fantasmi, o fatto una seduta spiritica. Patrick batté le mani e chiese il silenzio. «Adesso sdraiatevi per terra» disse. «Sulla schiena». Mentre i bambini si sdraiavano ci fu ancora un po’ di disordine, delle risate. Patrick, l’unico a essere rimasto in piedi, aspettava pazientemente che tutti fossero pronti. Con voce calma, senza fretta, diede qualche indicazione perché si mettessero nella posizione più comoda: prima di tutto stirarsi, cercare di non inarcare la schiena, tenerla interamente a contatto con il pavimento; orientare i palmi delle mani verso il soffitto; chiudere gli occhi. «Chiudete gli occhi...» ripeté in tono quasi trasognato, come se li stesse chiudendo anche lui e fosse sul punto di addormentarsi; poi tacque. Seguì un momento di silenzio, rotto da una voce impaziente: «E adesso che facciamo?». «Non hai capito?» rispose un altro. «Ci ipnotizza!». La battuta suscitò qualche risata, ma Patrick non la raccolse. Dopo un po’, come se avesse sentito soltanto la prima domanda, rispose: «Non facciamo niente... Siamo sempre impegnati a fare qualcosa, a pensare a qualcosa. Adesso non facciamo niente. Cerchiamo di non pensare a niente. Siamo qui, semplicemente. Ci rilassiamo. Stiamo in compagnia di noi stessi...». La sua voce era sempre più calma e assorta. Camminava lentamente per la stanza, tra i corpi distesi dei bambini. Più che udirlo, Nicolas avvertì che gli passava accanto. Aprì leggermente gli occhi ma li richiuse subito, temendo di essere colto in fallo. «Respirate senza fretta» disse Patrick. «Con la pancia. Gonfiate e sgonfiate la pancia come un palloncino, ma piano, profondamente...». Ripeté più volte di fila: «Inspirate, espirate...» e Nicolas sentì che tutt’intorno gli altri lo seguivano, entravano nel suo ritmo. Pensò che lui non ci sarebbe mai riuscito. Quando li facevano soffiare nel palloncino, alla visita medica, lui era sempre quello che aveva la capacità toracica più scarsa, e sentiva una specie di morsa nel petto che impediva all’aria di circolare. Inspirava ed espirava più in fretta degli altri, a singhiozzo, ingoiando l’aria, come uno che stia affogando. Ma Patrick continuava, con una voce stranamente sempre più lontana e sempre più presente al tempo stesso. «Inspira... espira» stava dicendo ora, e senza sapere come a un tratto Nicolas si ritrovò immerso in quella respirazione comune, parte di quell’onda che cresceva e poi rifluiva intorno a lui, avvolgendolo. Sentiva il respiro degli altri, e il suo che si fondeva con il loro. La sua pancia si sollevava e si abbassava dolcemente, obbedendo alla voce di Patrick. Dentro di lui si aprivano cavità che le sue inspirazioni riempivano come la marea riempie gli anfratti di uno scoglio. «Bene» disse Patrick dopo un po’. «Adesso pensate alla vostra lingua». Da qualche parte nella sala ci fu un risolino isolato. Nicolas pensò di sfuggita che se tutti avessero riso avrebbe riso anche lui, e avrebbe trovato ridicolo pensare alla propria lingua, ma seguiva l’onda, pensava alla propria lingua, a contatto con il palato come Patrick diceva che doveva essere, ne percepiva il peso, la consistenza, l’irregolarità della superficie: liscia e umida in alcuni punti, ruvida in altri. Era una sensazione sempre più strana. Nella sua bocca la lingua diventava enorme, un’enorme spugna da cui temeva di essere soffocato, ma Patrick dissipò quella paura nel momento stesso in cui affiorava, dicendo: «Se la lingua


diventa troppo grossa e vi dà fastidio, basta che inghiottite la saliva». Nicolas deglutì e la sua lingua tornò alle dimensioni normali. E tuttavia continuava a sentirla, insolitamente presente, come se l’avesse appena scoperta. Dopodiché Patrick li invitò a pensare al naso, a seguire il percorso dell’aria nelle narici. Poi a portare l’attenzione dietro le palpebre, tra le sopracciglia, nella nuca. Da lì passò alle braccia, cominciando dalle dita, che chiese di rilassare a uno a uno, quindi risalendo verso il gomito, poi la spalla. «Le vostre braccia sono pesanti,» diceva «molto pesanti. Talmente pesanti che sprofondano nel pavimento. Anche volendo, non riuscireste a sollevarle...» e Nicolas sentì che in effetti non ci sarebbe riuscito. Si allargava sulle piastrelle come una pozzanghera, mentalmente sospeso sopra il proprio corpo inerte e insieme abitandolo come una casa dalle fondamenta profonde, esplorando i corridoi che si snodavano lungo i suoi arti, aprendo porte di stanze buie e calde, soprattutto calde. Adesso la sensazione di calore era dominante, e non si stupì udendo Patrick descriverla, consigliare di accoglierla, di assaporarla, di lasciarsi invadere da quel calore intenso ma piacevole che scorreva nelle vene e giocava sulla pelle provocando un lieve pizzicore, una voglia di grattarsi cui era meglio non cedere: «Ma se proprio non ce la fate non è grave,» aggiunse «grattatevi pure». Come faceva a saperlo? Com’è che Patrick era in grado di descrivere le sensazioni straordinarie che Nicolas stava provando nel preciso istante in cui le provava? Era così anche per gli altri? Risate non se ne sentivano più, soltanto quei respiri calmi, che obbedivano alla voce di Patrick. Come Nicolas, tutti stavano esplorando il territorio misterioso che si apriva dentro di loro, e ascoltavano la guida con la stessa fiducia. Finché Patrick parlava, diceva dove andare – adesso erano le gambe, le dita dei piedi l’uno dopo l’altro, i polpacci, le ginocchia, le cosce –, niente sarebbe potuto accadere. Erano al sicuro in fondo al loro corpo. E da un bel po’. Da quanto? A un tratto Nicolas sentì Patrick chinarsi su di lui. Un ginocchio scrocchiò leggermente. Si era accovacciato e le sue mani gli si posarono sul petto, appena sotto le spalle, a palmo aperto, e rimasero immobili. Il cuore di Nicolas si era messo a battere all’impazzata, il suo respiro finalmente placato si agitò. Non osava aprire gli occhi, incontrare quelli di Patrick sopra di lui. «Ssstt...» fece Patrick in un sussurro, come si fa per calmare un animale, e la pressione dei palmi sul petto aumentò, mentre la punta delle dita spingeva verso le spalle per accostarle al pavimento, affondarcele ancora di più. Nicolas aveva l’impressione di ansimare, di correre a perdifiato dentro di sé, sbattendo contro le pareti, e al tempo stesso sapeva che dall’esterno niente di tutto ciò era visibile. Il suo corpo rimaneva immobile, contratto, nonostante gli sforzi di Patrick che, lo intuiva, miravano a rilassarlo ulteriormente. Lo sentiva respirare sopra di sé, con molta calma. Gli tornò in mente il bambolotto scorticato dei distributori Shell, quel torace-coperchio che si poteva togliere per studiare l’interno. Patrick premeva sul coperchio, voleva individuare, addomesticare quello che c’era sotto, ma era tutto un gran disordine, sembrava che gli organi di Nicolas, spaventati, cercassero rifugio il più lontano possibile dalla parete che quelle mani calde e sicure palpavano. Eppure Nicolas avrebbe voluto che rimanessero. Faticò a trattenere un gemito quando allentarono la pressione, poi piano piano interruppero il contatto. Il respiro di Patrick si allontanò, il ginocchio scrocchiò di nuovo mentre si rialzava. Nicolas aprì leggermente gli occhi, voltò un po’ la testa e lo vide chinarsi su un altro bambino, ricominciare daccapo. Richiuse gli occhi e improvvisamente il suo corpo fu percorso da un brivido. Suo padre aveva, sì o no, prelevato i buoni dalla cassaforte? E al momento dell’incidente aveva già preso il bambolotto? Nel tentativo di calmarsi, Nicolas immaginò ancora una volta come sarebbero andate le cose, il telefono che avrebbe forse squillato da un momento all’altro, mentre Patrick premeva in silenzio il petto di un compagno, il normale corso della serata scombussolato dalla atroce notizia, poi la notte, il giorno dopo, e la sua vita da orfano. Al tempo stesso pensava che era sbagliato lasciarsi andare a simili fantasticherie, che poteva portare sfortuna. Cos’avrebbe detto se avesse veramente sentito squillare il telefono, se quello che aveva immaginato per rattristarsi e poi consolarsi fosse realmente accaduto? Sarebbe stato tremendo. Non solo sarebbe rimasto orfano, ma sarebbe stato colpevole, terribilmente colpevole. Come se suo padre l’avesse ucciso lui. Un


giorno, per illustrare le solite raccomandazioni di prudenza, il padre gli aveva raccontato la storia di un suo ex compagno di scuola che aveva minacciato il fratello minore con un fucile, per gioco, naturalmente, senza sospettare che il fucile fosse carico. Aveva premuto il grilletto e colpito al cuore il fratello. E dopo che cosa era successo? si chiedeva Nicolas. Che cosa gli avevano fatto, a quel piccolo assassino? Mica potevano punirlo, non era colpa sua, e l’aveva già pagata abbastanza cara. Consolarlo allora? Ma come si consola un bambino che ha fatto una cosa simile? Che cosa si può dirgli? Si potrà mai, potranno mai i suoi genitori abbracciarlo e sussurrargli che è tutto finito, dimenticato, che adesso andrà tutto bene? No. E allora? Cercare di mentirgli perché la sua vita non sia irrimediabilmente distrutta, inventare una versione meno spaventosa dell’incidente e a poco a poco convincerlo che è la verità? Il fucile ha sparato da solo, non era lui ad averlo in mano, lui non c’entra niente... «Molto lentamente» disse Patrick «ricominciate a muovervi... Partite dai piedi. Fate dei piccoli cerchi con le caviglie... Così... Senza fretta». «Adesso potete aprire gli occhi».


13 Quella notte Nicolas salì sul bruco. L’adulto che lo accompagnava non era suo padre, ma Patrick. Avevano affidato al padre del ragazzino incontrato al luna park il fratello più piccolo, che indossava la giacca a vento verde, con il cappuccio in testa benché non piovesse, gli stivali di gomma rossi, e li salutava con la mano. Il padre del ragazzino lo teneva per l’altra mano, sempre sorridendo. La sua faccia si distingueva a stento. Patrick si era seduto in fondo al vagoncino e Nicolas si sistemò tra le sue lunghe gambe, le cui ginocchia toccavano le pareti metalliche. L’addetto alla giostra abbassò su di loro la sbarra di protezione e la bloccò. Il bruco si mise in moto. Passò lentamente davanti al fratello che continuava ad agitare la mano, poi si staccò da terra, si sollevò. Adesso erano in cielo. Il bruco si fermò. Si lanciò bruscamente nella discesa. Nicolas si sentì risucchiato da un baratro, un baratro che era anche dentro di lui. Gli sobbalzò lo stomaco, ebbe paura, gli venne da ridere. Ora andavano veloci. Il bruco ripassò rasoterra, fischiando come un treno in corsa, e subito risalì. Stavolta Nicolas fece appena in tempo a vedere la cassa, il fratello, le persone a terra, che di nuovo venivano scagliati verso il cielo, ma più velocemente, con più forza, e di nuovo si fermavano, in quel punto terribile da cui di colpo precipitavano dall’altra parte. Nicolas respingeva con i piedi la terra che saliva in picchiata verso di loro, si aggrappava forte alla sbarra di protezione, e pure Patrick si aggrappava, tenendo i polsi sottili di Nicolas in mezzo alle sue grandi mani abbronzate. Sugli avambracci, le maniche arrotolate del maglione scoprivano un rilievo di vene che si tendevano come funi. Nicolas sentiva contro la schiena il ventre duro di Patrick che, allo stesso ritmo del suo, si contraeva per l’apprensione sull’orlo del vuoto. E ancora di più si contraeva, cercando di resistere, nell’attimo in cui precipitavano davvero, per poi rilassarsi un po’ a bassa quota, ma già si annunciava la risalita, già raggiungevano il punto più alto, e ricominciava il meraviglioso orrore della discesa. Con le cosce tese di Patrick strette intorno alle sue, Nicolas teneva gli occhi chiusi. Ma a un tratto, appena prima di arrivare in cima, li aprì e vide il luna park, lontano sotto di loro. Minuscole figure, formiche umane che trotterellavano, distanti anni luce. Durò un istante, ma il suo sguardo fece in tempo a mettere a fuoco una di quelle figure, anzi due: un uomo che si allontanava tenendo per mano un bambino piccolo. Già il bruco tornava a tuffarsi, non si vedeva più niente, ma Nicolas aveva capito che cosa stava succedendo. Al giro seguente spalancò gli occhi, paralizzato dall’orrore, mentre l’uomo che aveva portato via suo fratello era già lontano. Rituffandosi, il bruco gliel’avrebbe sottratto alla vista, e alla prossima risalita non li avrebbe più ritrovati, ne era certo. Completamente scomparsi. Era l’ultima volta che vedeva, che aveva visto il fratello minore, o quantomeno lo aveva visto intero, con gli occhi, gli arti, tutti gli organi al loro posto. Quelle appena passate sotto il suo sguardo impotente erano le ultime immagini che avrebbe conservato di lui, minuscola figura impacciata con la giacca a vento e gli stivali di gomma rossi tenuta per mano da un uomo in giacca di jeans, e gridare non sarebbe servito a niente. Non l’avrebbe sentito nemmeno Patrick, che pure gli stava incollato addosso, e se anche l’avesse sentito, anche se avesse visto la stessa cosa, non sarebbe comunque servito a niente. Il giro di bruco durava tre minuti, non c’era un pulsante per dare l’allarme, non si poteva scendere in corsa. Per altri due minuti, un minuto e mezzo, avrebbero continuato a girare mentre il fratello spariva dietro la staccionata, mentre l’uomo con la giacca di jeans lo trascinava verso il furgone dove li aspettavano i suoi complici in camice bianco, e alla fine del giro, quando sarebbero scesi a terra con le gambe molli, sarebbe stato troppo tardi. Era l’unico ad avere visto? O aveva visto anche Patrick? No, Patrick non aveva visto niente, ed era meglio così. All’arrivo avrebbe aiutato Nicolas a uscire dalla stretta delle sue gambe, sarebbe sceso dal vagoncino sbuffando, avrebbe sorriso e ripetuto che erano i re del petrolio. Per qualche secondo ancora sarebbe


rimasto all’oscuro di quanto era successo, e avrebbe potuto continuare a sorridere. Nicolas lo invidiava, avrebbe dato la vita per non aver aperto gli occhi, per non aver guardato in basso e visto quel che aveva visto, per condividere la beata ignoranza di Patrick, per vivere ancora un minuto, con lui, in un mondo dove il suo fratello minore non fosse scomparso. Avrebbe dato la vita perché quel minuto durasse in eterno, perché il bruco non si fermasse mai più. Quello che era appena accaduto, quello che stava accadendo là sotto non sarebbe esistito. Loro non l’avrebbero mai saputo. Nella vita non ci sarebbe più stato altro, soltanto il bruco che girava sempre più veloce, la forza centrifuga che li sparava in cielo, lontanissimo, che li incollava l’uno all’altro, stretti in una morsa, e quel vuoto che gli si scavava nel ventre, che lo risucchiava dall’interno, che un istante si colmava e poi tornava ad aprirsi, sempre più profondo, e il ventre di Patrick contro la sua schiena, le cosce di Patrick intorno alle sue, l’alito di Patrick sul collo, e il frastuono, e il vuoto, e il cielo.


14 Lo svegliò l’umidità, e l’immediata certezza di una catastrofe. Il lenzuolo era zuppo, così come i pantaloni e la giacca del pigiama. Credendo di essere a casa, fu lì lì per chiamare piangendo, ma fece in tempo a soffocare il grido. Dormivano tutti. Fuori, il vento fischiava tra gli abeti. Sdraiato sulla pancia, Nicolas non osava muoversi. All’inizio sperò che entro l’alba le lenzuola e il pigiama si sarebbero asciugati grazie al calore del suo corpo. L’indomani nessuno si sarebbe accorto di niente, a meno di arrampicarsi lassù per controllare e annusare il lenzuolo. Che però non aveva quel tipico odore di pipì. Era un odore più blando, quasi impercettibile. Anche la consistenza del liquido era diversa, come una colla umida tra il suo corpo e il lenzuolo. Preoccupato, Nicolas infilò cautamente una mano sotto di sé e sentì qualcosa di viscido. Si chiese se non gli si fosse aperta la pancia, e non ne fosse colato fuori quel liquido appiccicoso. Sangue? Era troppo buio per verificare, ma lui si immaginò un’enorme macchia rossa che si allargava sul letto, sul pigiama blu di Hodkann. Al minimo movimento, le sue viscere si sarebbero sparse tutt’intorno. Eppure una ferita gli avrebbe fatto male, mentre lui non aveva male da nessuna parte. Aveva paura. Non osava portarsi la mano alla faccia, accostare alla bocca, alle narici, agli occhi quella sostanza appiccicosa, quella secrezione di medusa che era uscita da lui. Nell’oscurità sentiva il proprio volto contrarsi, gli occhi spalancarsi per il terrore all’idea che gli stesse capitando qualcosa di terrificante mai capitato a nessun altro, qualcosa di soprannaturale. Nello stesso libro in cui aveva letto La zampa di scimmia c’era un’altra «storia spaventosa», quella di un ragazzo che dopo aver bevuto uno strano elisir vede il proprio corpo decomporsi a poco a poco, liquefarsi, trasformarsi in un magma nerastro e vischioso. Anche se nella storia non è lui a vederlo, bensì la madre, stupita che il figlio rifiuti di uscire dalla propria camera, che non faccia entrare nessuno, che si esprima con una voce sempre più bassa, granulosa, ben presto una specie di sciabordio incomprensibile. Poi il ragazzo smette di parlare, comunicando soltanto per mezzo di bigliettini infilati sotto la porta, messaggi in cui via via la scrittura si deteriora, fino a ridursi a uno scarabocchio nervoso su foglietti coperti di macchie nere e oleose. E quando, al colmo dell’orrore, la madre fa forzare la porta, sulle assi del pavimento rimane soltanto una pozza immonda, sulla cui superficie galleggiano due bolle che un tempo furono occhi. Nicolas aveva letto quella storia con avidità, ma senza un vero terrore, come se ciò che narrava non costituisse una minaccia per lui, ed ecco che invece gli capitava qualcosa di simile, ecco che dal suo corpo colava quel pus che lo rendeva tutto appiccicoso. Era peggio di una ferita, quella roba stillava da lui. Sarebbe diventata lui. Che cosa avrebbero visto al mattino gli altri nel suo letto? Aveva paura, paura di loro, paura di se stesso. Pensò che doveva scappare, nascondersi, liquefarsi in solitudine, lontano da tutti. Per lui era la fine. Nessuno l’avrebbe mai più rivisto. Con cautela, temendo un rumore di risucchio che gli fu risparmiato, riuscì a sollevare la pancia. Gettò via lenzuola e coperte, strisciò fino alla scaletta e scivolò ai piedi del letto. Hodkann aveva gli occhi chiusi. Nicolas attraversò il dormitorio in punta di piedi, senza svegliare nessuno. Nel corridoio una lucina arancione segnalava l’interruttore a tempo, ma lui non accese la luce. In fondo al corridoio, la finestra senza persiane né tende che dava sul bosco disegnava una chiazza lattiginosa, sufficiente a orientarsi. Scese le scale. I piedi nudi gli si rattrappivano sulle piastrelle. Al primo piano tutte le porte erano chiuse, tranne quella del piccolo ufficio da dove la mattina la maestra aveva chiamato sua madre. Nicolas entrò, scorse il telefono e pensò che volendo avrebbe potuto servirsene. Parlare a voce bassissima, nel cuore della notte, all’insaputa di tutti, ma con chi? In quell’ufficio la maestra e gli


animatori custodivano anche i documenti, i registri di classe. Avrebbe potuto sfogliarli, nella speranza di trovare qualcosa che lo riguardasse. Le rare volte in cui i genitori lo lasciavano solo in casa, ne approfittava per frugare tra le loro cose, nel comò di sua madre, nei cassetti della scrivania di suo padre, senza sapere esattamente che cosa stesse cercando, quale segreto, ma con l’oscura certezza che per lui fosse una questione di vita o di morte, e che se l’avesse scoperto i suoi non dovevano assolutamente saperlo. Stava attento a rimettere tutto perfettamente a posto, per non destare sospetti. Temeva di essere colto in flagrante, che rincasassero senza far cigolare la porta e che la mano del padre si abbattesse all’improvviso sulla sua spalla. Aveva paura, il cuore gli batteva per l’eccitazione. Uscì quasi subito dall’ufficio e scese a pianterreno. Il pigiama gli si incollava alla pancia, alle cosce. La penombra dell’ingresso ospitava una classe fantasma, doposcì allineati lungo la parete, schiere di giacche a vento appese agli attaccapanni. La porta era chiusa, ovvio, ma bastava girare la chiave. Nicolas tirò verso di sé il pesante battente, senza far rumore, e vide che fuori era tutto bianco.


15 La neve ricopriva ogni cosa. I fiocchi continuavano a cadere, volteggiando dolcemente nel vento. Era la prima volta che Nicolas vedeva tanta neve, e dal fondo del suo sconforto provò un senso di meraviglia. L’aria gelida della notte gli investì il petto seminudo, creando un violento contrasto con il calore della casa addormentata alle sue spalle, come un grosso animale satollo dal respiro tiepido e regolare. Rimase un istante sulla soglia, immobile, poi allungò una mano e un fiocco vi si posò delicatamente. Uscì. Attraversò lo spiazzo affondando i piedi nudi nella neve che nessuno aveva ancora calpestato. Anche il pullman aveva l’aria di un animale addormentato: cucciolo dello chalet, stretto al suo fianco, che dormiva a occhi aperti coi suoi grandi fari spenti. Nicolas lo superò e proseguì lungo lo sterrato fino alla strada, anch’essa coperta di neve. Si girò più volte a guardare le orme dei suoi passi, profonde e soprattutto solitarie, prodigiosamente solitarie: era solo lì fuori quella notte, solo a camminare nella neve, a piedi nudi, con il pigiama bagnato, e nessuno lo sapeva, e nessuno mai lo avrebbe rivisto. Nel giro di pochi minuti le sue orme si sarebbero cancellate. Passato il primo tornante, all’altezza dell’auto di Patrick, si fermò. Molto lontano, tra i rami degli abeti, intravide una luce gialla che si spostava sotto di lui, poi scompariva: probabilmente i fari di una macchina, sulla statale che attraversava la valle. Chi viaggiava a quell’ora? Chi condivideva con lui, senza saperlo, il silenzio e la solitudine di quella notte? Uscendo, Nicolas aveva pensato di camminare dritto davanti a sé finché le forze non l’avessero abbandonato, finché non fosse crollato, ma aveva così freddo che, quasi senza rendersene conto, si diresse alla macchina di Patrick come fosse un rifugio. Per raggiungerla dovette sprofondare nella neve fino alle ginocchia. La portiera non era chiusa a chiave. Si arrampicò sul sedile del guidatore e raccolse le gambe sotto di sé, cercando di raggomitolarsi dietro il volante. Al suo contatto, il sedile era già fradicio, gelido. Passò una mano tra la pelle e la vita del pigiama, ma il liquido vischioso si era seccato come una crosta: quella che sgocciolava era soltanto neve. Battendo i denti, si tenne la mano nell’incavo della pancia, tra l’ombelico e quello che non gli piaceva nominare perché nessuno dei suoi nomi gli sembrava vero, né pisello come a volte lo chiamavano i suoi genitori, né verga o pene come aveva letto nel dizionario medico, né cazzo come aveva sentito a scuola. Un giorno, all’intervallo, in un angolo del cortile, un compagno l’aveva tirato fuori e, per farli ridere, aveva mostrato come gli obbediva. Quando lo chiamava dicendo: «Su, Totò, alzati, Totò!» lui si drizzava; allora il compagno lo prendeva con due dita e, tendendolo come un arco, se lo faceva rimbalzare sulla pancia. Eppure un nome, un nome vero, ce l’aveva di sicuro; da grande l’avrebbe scoperto. A Nicolas tornò in mente la storia della sirenetta, che insieme a Pinocchio era stato uno dei suoi libri preferiti da piccolo. C’era un momento che gli faceva uno strano effetto, quando la sirenetta, innamorata del principe intravisto nella tempesta, sogna di diventare umana per poter essere amata da lui, e ricorre quindi al sortilegio della strega. La strega le dà una pozione che le farà spuntare le gambe al posto della coda di pesce e in cambio si prende la sua voce. La sirenetta dovrà riuscire a farsi amare muta, e se fallirà, se in capo a tre giorni il principe non le avrà dichiarato il proprio amore, morirà. Il momento preferito di Nicolas era la notte che lei trascorreva da sola sulla spiaggia, dopo aver bevuto la pozione. Si era stesa sulla sabbia, con la coda di pesce coperta di foglie, e aspettava in riva al mare, sotto le stelle lucenti e lontane, che si compisse la metamorfosi. Nel libro di Nicolas c’era un disegno che la ritraeva in quel momento, con i lunghi capelli biondi a coprire i seni, e le squame che iniziavano subito sotto l’ombelico. Il disegno non era granché, però si intuiva l’incredibile morbidezza di quella pancia, sopra la coda di pesce. Durante la notte la sirenetta provava dolore, ma non osava guardare sotto le foglie, là


dove quello che ancora era lei lottava contro quello che presto sarebbe stata. Provava dolore, molto dolore, gemeva piano, temendo di attirare i pescatori che, poco più in là, chiacchieravano davanti al fuoco riparando le reti. Tra sé e sé, sommessamente, cercava di cantare, per udire un’ultima volta la propria voce. Sorgeva l’alba, e lei sentiva chiaramente che la lotta era giunta al termine, il sortilegio compiuto. Sentiva che sotto le foglie c’era qualcos’altro, che ciò che era stata era diventato altro. Aveva paura, ed era invasa da una terribile tristezza, la voce ormai spenta in fondo al petto. Si passava le mani lungo il corpo, a tentoni, e lì, sotto l’ombelico, dove dacché era al mondo iniziavano le squame, la pelle, quella pelle morbidissima, continuava. Non c’era niente che sconvolgesse Nicolas come quel momento, che nel libro era brevissimo, ma che lui poteva passare ore intere a immaginare, in cui le mani della sirenetta scoprivano le gambe. Rannicchiato su un fianco, con le coperte tirate su fino al mento, prima di addormentarsi giocava alla sirenetta e si esplorava le cosce con le mani, la pelle morbida nella parte interna, così morbida che poteva davvero illudersi di toccare quelle della sirenetta, i polpacci, le caviglie, le caviglie tanto sottili e graziose della sirenetta, e poi di nuovo, come calamitati, risalivano, lui e la sirenetta, all’interno delle cosce, dove le mani stavano al caldo, ed era una sensazione così dolce, così triste che Nicolas avrebbe voluto durasse per sempre e si metteva a piangere. Adesso non ci riusciva a piangere, aveva troppo freddo, ma era ancora di più come nella storia. Non era sdraiato nel proprio letto, ma fuori, da solo, sotto le stelle gelide e lucenti, circondato dalla neve gelida e lucente, e lontanissimo da tutti, lontanissimo da qualunque aiuto, così come all’alba la sirenetta capiva di non appartenere più al mondo delle creature del mare e che mai sarebbe appartenuta a quello degli uomini. Era sola, assolutamente sola, senza altro riparo se non il suo stesso calore e la morbidezza del proprio ventre intorno al quale si acciambellava, rimaneva acquattata, battendo i denti, singhiozzando per la paura e la tristezza, già sapendo che aveva perso tutto e non avrebbe avuto niente in cambio. Sentire la propria voce l’avrebbe rassicurata, ma non aveva più voce, era svanita anche quella, e Nicolas capì che per lui era lo stesso, che il suo destino sarebbe stato identico. Nessuno più avrebbe sentito la sua voce. Sarebbe morto di freddo durante la notte. Avrebbero ritrovato il suo corpo al mattino, illividito, indurito da un sottile strato di ghiaccio, quasi fragile. Probabilmente sarebbe stato Patrick a scoprirlo. L’avrebbe tirato fuori dalla macchina reggendolo tra le braccia, avrebbe tentato di rianimarlo con la respirazione bocca a bocca, ma invano. E sarebbe stato ancora lui a chiudergli gli occhi, spalancati per la sofferenza e il terrore. Non sarebbe stato facile, le palpebre congelate avrebbero opposto resistenza, tutti gli altri avrebbero avuto paura di affrontare lo sguardo spaventato del ragazzino morto, ma Patrick avrebbe trovato una soluzione. Con la punta delle sue dita abbronzate e accorte sarebbe riuscito ad ammorbidire, ad abbassare delicatamente le palpebre, e le sue dita avrebbero indugiato su quel viso ormai privo di sguardo, placato. Avrebbero dovuto avvertire i genitori. L’intera scuola avrebbe assistito al suo funerale. Mentre ne immaginava lo svolgimento ricavandone un po’ di conforto, un ramo strisciò sul finestrino e di nuovo lo invase la paura. Non tanto di un animale, quanto piuttosto di un assassino che si aggirasse nottetempo intorno allo chalet, pronto a squartare i bambini che avessero commesso l’imprudenza di allontanarsene, di abbandonare il confortevole calore dell’animale addormentato. Ripensò alla macchina di cui aveva scorto i fari sulla statale, giù a valle, al viaggiatore solitario che quella notte vegliava con lui, e rimase all’erta in attesa di un rumore, dello scricchiolio ovattato di un passo sulla neve. Con le mani nascoste tra le cosce, scosse da un tremito incontenibile, le dita strette intorno a quella piccola cosa che non aveva un nome, Nicolas non piangeva, ma aveva il viso contratto dall’angoscia, apriva la bocca per gridare senza produrre alcun suono, sgranava gli occhi dando vita a un’atroce maschera di terrore perché chi l’avesse trovato capisse al primo sguardo quel che aveva passato prima di morire, a pochi metri da loro, nella neve e nel buio, mentre tutti dormivano.


16 Tremava dalla testa ai piedi, quasi impercettibilmente, senza rendersene conto. Pur non avendo perso conoscenza, nei canali del suo cervello ostruiti dal gelo i pensieri non riuscivano più a circolare. In alcuni momenti era come un pesce intorpidito, inebetito, che dalle profondità buie e calme risale verso la superficie, si accosta al sottile strato di ghiaccio che la ricopre e prima di scomparire di nuovo, inghiottito dall’oscurità, lascia una piccola traccia, un balenio, la scia subito svanita di uno stupore: era dunque quello, morire. Inabissarsi così, lentamente, nel torpore, nel gelo, fino a un luogo calmo, buio e profondo in cui presto non ci sarebbe stato più nessun Nicolas, più nessun corpo per tremare, più nessun conforto in cui sperare, più niente. Non sapeva più se aveva gli occhi aperti o chiusi. Avvertiva il contatto del volante contro la fronte ma non vedeva niente, né l’interno della portiera né quel che c’era fuori, il tratto di strada innevata e gli abeti incorniciati dal finestrino. A un certo punto però un raggio di luce lo colpì sulle palpebre. Si muoveva, cambiava direzione. Nicolas pensò per un attimo al viaggiatore notturno, poi a un gigantesco pesce degli abissi che gli nuotava intorno avvolgendolo nel suo alone fosforescente. Avrebbe voluto scendere, scendere, sempre più lontano con il pesce nelle profondità marine, per sfuggire al viaggiatore, per non vederlo in faccia. Quando il fascio di luce della torcia lo accecò, quando la portiera si aprì fu sul punto di urlare. Ma una forma scura si chinò sopra di lui e il grido gli si strozzò in gola. Una mano lo toccò, una voce disse: «Nicolas, ma Nicolas, che succede?». Riconobbe la voce e allora tutto il suo corpo si rilassò, i muscoli, i nervi, le ossa, i pensieri, tutto cominciò a scorrere, a scorrere senza fine, come lacrime, mentre Patrick lo sollevava. Probabilmente aveva riaperto gli occhi, perché ricordava la portiera spalancata dietro di loro mentre Patrick risaliva lo sterrato con lui in braccio. Per la fretta di riportarlo allo chalet si era dimenticato di chiuderla, e l’immagine di quella portiera che schiaffeggiava l’aria sul fianco della macchina come un alettone rotto gli si era impressa sulla retina. Più tardi, per farlo ridere, Patrick e Marie-Ange gli dissero che mentre lo frizionavano non aveva smesso un secondo di parlare di quella portiera, continuando a ripetere che bisognava tornare a chiuderla. Loro si chiedevano se sarebbe sopravvissuto mentre la sua unica preoccupazione era che la portiera non rimanesse aperta sulla strada, di notte. Poi c’era stata la luce, il viso di Patrick e quello di Marie-Ange, le loro voci che ripetevano il suo nome. Nicolas, Nicolas. Era lì con loro, le loro mani calde percorrevano il suo corpo, lo strofinavano, lo coprivano, e ciò nonostante continuavano a chiamarlo come se si fosse sperso in una foresta e stessero perlustrando la zona per ritrovarlo. Lui giaceva nel sottobosco, ferito, perdeva sangue, sentiva le loro voci preoccupate in lontananza, Nicolas, Nicolas, dove sei, Nicolas?, e non riusciva a rispondere. A un certo punto dei passi facevano scricchiolare le foglie, gli passavano accanto senza accorgersene e lui non riusciva a farsi sentire, mentre loro già si allontanavano, proseguivano le ricerche in un’altra zona della foresta. Più tardi Patrick lo prese di nuovo in braccio e lo portò su per le scale. Lo coricarono, lo avvolsero in pesanti coperte e gli sostennero la testa per fargli bere qualcosa di molto caldo che gli fece storcere il naso, ma la voce di Marie-Ange insisté, disse, poche storie, doveva berlo, inclinarono il bicchiere e quel liquido bollente gli colò giù per la gola. Ora ricominciava a percepire il proprio corpo, percorso da brividi così lunghi e diffusi da diventare voluttuosi. Ondeggiava sotto le coperte, come un grosso pesce che dia dei colpi di coda al rallentatore. Sempre a occhi chiusi, non aveva idea di dove l’avessero trasportato, sapeva soltanto che era al sicuro, che aveva caldo, che si occupavano di lui, che Patrick era andato a salvarlo dalla morte e l’aveva portato in braccio fino a quel calore e a quella sicurezza. Le voci attorno a lui si erano ridotte a mormorii, una stoffa un po’ ruvida gli sfregava le labbra. Il suo corpo continuava a muoversi, producendo lentissimi sussulti che si estendevano fino alle piante dei


piedi e qui si soffermavano, come volendo spingersi oltre, stirarlo ancora di più. Si era fatto piccolo piccolo, in un angolo del letto, rifugiato sotto la coperta come in una grotta, e l’altro angolo sembrava essersi infinitamente allontanato, e anche sollevato. Incombeva su di lui come una duna gigantesca, che svettava alta nel cielo e veniva a morire sotto il suo viso. Lungo il fianco smisurato di quella duna scendeva rotolando una palla nera. All’inizio, quando si staccava dalla cima, non era che una macchiolina, ma rotolando diventava sempre più grossa, enorme, Nicolas intuiva che avrebbe occupato tutto lo spazio, che sarebbe rimasta solo lei e l’avrebbe schiacciato. Avvicinandosi la palla nera produceva un brontolio sempre più forte, Nicolas aveva paura, ma quasi subito si rese conto che poteva farla retrocedere a suo piacimento, rispedirla su in un colpo solo, condannandola a una nuova discesa che ancora una volta avrebbe potuto interrompere prima di esserne schiacciato. Un attimo prima: tutto il piacere consisteva nel lasciarla arrivare il più vicino possibile, e sfuggirle il più tardi possibile.


17 Tutto raggomitolato su se stesso, aveva caldo, molto caldo. Era sveglio ma rimandava il momento di aprire gli occhi per prolungare quel calore, quel benessere. L’interno delle palpebre era arancione. Percepiva un ronzio leggero, rassicurante, che forse proveniva dalle sue orecchie, forse da una lavatrice, in un punto imprecisato dello chalet. Dietro l’oblò i panni giravano torcendosi lentamente nell’acqua bollente. Le ginocchia gli toccavano il mento, la mano che tratteneva le coperte gli premeva sulla bocca. Sentiva le nocche delle dita, il loro calore asciutto. L’altra mano doveva essere da qualche parte nel letto, nelle profondità calde e quiete dov’era acquattato il suo corpo. Quando alla fine aprì gli occhi, anche la luce era calda. Le tende erano accostate, ma dietro il sole splendeva con tale intensità che la stanza era immersa in una penombra aranciata, picchiettata di puntini luminosi. Riconobbe il tavolo, l’abat-jour, capì che l’avevano sistemato nell’ufficio dove si trovava il telefono. Emise un piccolo gemito, per sentire la sua voce, poi un altro, più forte, per capire se c’era qualcuno intorno. Si avvicinarono dei passi lungo il corridoio. La maestra si sedette sul bordo del letto. Con voce dolce, toccandogli la fronte, gli chiese se stava bene, se aveva male da qualche parte. Propose di aprire le tende, e i raggi del sole invasero allegramente la stanza. Dopodiché andò a prendere un termometro. Nicolas era capace di misurarsi la febbre da solo? Lui annuì, afferrò il termometro che lei gli tendeva e lo fece sparire sotto le coperte. A tentoni, sempre raggomitolato sul fianco, si abbassò i pantaloni del pigiama e si infilò il termometro fra le natiche. Era freddo, e Nicolas stentava a trovare il buco, ma alla fine ci riuscì e quando la maestra chiese se andava tutto bene annuì di nuovo. Aspettarono qualche istante, mentre lei continuava ad accarezzargli la fronte, poi da sotto le coperte giunse un breve segnale sonoro. La maestra disse che poteva toglierlo, e il termometro tornò nelle sue mani. «Trentanove e quattro» lesse. «Ti devi riposare». Quindi gli chiese se voleva mangiare qualcosa, no, rispose lui, allora bere, bisogna bere quando si ha la febbre. Nicolas bevve poi si ritirò nel suo bozzolo caldo, nel dolce e formicolante torpore della febbre. E riprese a giocare con la palla nera. Dopo un po’ fu svegliato dal telefono. La maestra arrivò immediatamente, quasi stesse aspettando in corridoio. Parlò per qualche minuto a bassa voce guardando Nicolas con un sorriso e poi, dopo aver riattaccato, tornò a sedersi sul bordo del letto per fargli misurare la febbre un’altra volta, e dargli di nuovo da bere. Con dolcezza, gli chiese se gli fosse già capitato di andare in giro di notte senza rendersene conto. Lui disse che non lo sapeva e lei gli strinse la mano come se quella risposta le bastasse, cosa che lo lasciò insieme sorpreso e sollevato. Dopo un altro po’ sentì il motore del pullman sullo spiazzo e, a pianterreno, l’allegro baccano della classe che tornava dal corso di sci. Seguirono galoppate sulle scale, schiamazzi, risate. La maestra chiese di non fare troppo rumore perché Nicolas era malato. Lui sorrise, richiuse gli occhi. Gli piaceva essere malato, avere la febbre, respingere la grossa palla nera quando rotolava verso di lui per schiacciarlo. Gli piacevano quegli strani rumori, quei ronzii, quei crepitii, che non capiva se venissero da fuori o dall’interno del suo corpo. Gli piaceva che si occupassero di lui senza pretendere niente, se non che prendesse qualche medicina. Trascorse una giornata meravigliosa, ora lasciandosi scivolare nella affollata sonnolenza della febbre, ora godendosi lo stato di veglia, immobile, intento solo ad ascoltare il brusio dello chalet senza essere costretto a prendervi parte. All’ora del pranzo, al piano di sotto, fu un gran sferragliare di posate, un impilarsi di piatti, un accavallarsi di voci acute, risate, scherzose minacce degli animatori e della maestra. Quest’ultima saliva a trovarlo ogni ora, e una volta ci andò anche Patrick. Come lei, gli tastò la fronte e gli disse che era proprio un bel tipo. Nicolas avrebbe voluto ringraziarlo per avergli salvato la vita, ma temeva che tra re del petrolio la cosa potesse stonare, suonare troppo sentimentale, e quindi tacque. Quando si fece buio, la maestra disse a Nicolas che doveva richiamare sua mamma. Le aveva già


telefonato la mattina, mentre lui dormiva, e adesso bisognava darle notizie. Avrebbe potuto parlarle, se voleva. Nicolas emise un sospiro languido, come a dire che si sentiva troppo debole, e si limitò ad ascoltare quello che diceva la maestra. Che aveva la febbre alta, che certo era peccato per lui, ma che no, non era il caso di mandarlo a casa. Del resto non ci sarebbe stato nessuno per accompagnarlo. Poi parlò di sonnambulismo. Disse che casi simili non erano rari, ma era comunque strano che fino allora nessuno se ne fosse accorto. Dalla sequenza delle risposte, Nicolas capì che sua madre stava protestando: non aveva mai avuto attacchi di sonnambulismo. L’insistenza con cui lo difendeva, quasi fosse un male ignobile di cui potessero ritenerla responsabile, gli diede sui nervi. Era molto contento che la maestra attribuisse al sonnambulismo la vicenda della notte precedente. Così non avrebbe dovuto dare spiegazioni. Non era colpa sua, non dipendeva dalla sua volontà. Lo avrebbero lasciato in pace. «Mi piacerebbe passarle Nicolas...» azzardò la maestra, ma di fronte alla sua smorfia implorante si affrettò ad aggiungere: «... adesso però sta dormendo», e Nicolas le rivolse un sorriso di gratitudine per poi tornare ad acquattarsi nel letto, ondeggiando da capo a piedi, affondando la faccia nel cuscino e sorridendo da solo, questa volta, solo a se stesso.


18 Nicolas fece una bella dormita, e l’indomani fu una giornata di assoluta felicità. La mattina Patrick entrò nell’ufficio e con il suo sorriso complice da re del petrolio disse che bastava così, non poteva più monopolizzare la maestra: con tutta la neve che era caduta, farle saltare un’altra lezione di sci era fuori discussione, e dato che non potevano certo lasciarlo da solo allo chalet sarebbe andato con loro. Temendo che lo costringessero a sciare, Nicolas fece per dire che non si sentiva bene, ma Patrick aveva già iniziato a vestirlo, ossia a infilargli sopra il pigiama diversi strati di roba pesante che, disse ridendo, gli davano un’aria da omino Michelin. Quindi annunciò: «Ultimo strato!», e coricato l’omino sul letto gli stese sopra la coperta, ce lo avvolse e sollevò il fagotto da cui sbucavano giusto gli occhi. Scese le scale con quel carico e fece il suo ingresso nel salone dove, sparecchiata la colazione, la classe si preparava alla partenza. «Ecco qui la biancheria sporca!» scherzò Patrick, e Marie-Ange scoppiò a ridere. Gli altri si strinsero in cerchio attorno a loro. Tra le braccia di Patrick, Nicolas aveva l’impressione di essersi arrampicato su un albero per sfuggire a un’orda di lupi. Potevano fare quel che volevano, ringhiare, sbavare, graffiare il tronco: lui era al sicuro sul ramo più alto. Notò che nel cerchio di lupi mancava Hodkann, intento a leggere un po’ in disparte, come se la faccenda non gli interessasse. Era da due giorni che non si parlavano. Nel pullman, Patrick gli allestì una specie di cuccetta con due sedili e un grosso cuscino. Marie-Ange disse che era un vero pascià, e che se continuava così Patrick rischiava di viziarlo. Gli altri, dietro, lo prendevano un po’ in giro, ma Nicolas faceva finta di non sentire. «E adesso, al bar!» disse Patrick quando arrivarono in paese. Tornò a prenderlo in braccio, sempre avvoltolato nella coperta, e lo portò così fino al caffè del paese, ai piedi delle piste. Chiacchierando con il padrone, un omone baffuto, sistemò comodamente Nicolas su una panca accanto alla finestra. Da lì, attraverso gli abeti scolpiti nella balaustra di legno, si poteva vedere il breve pendio dove si teneva il corso principianti. I bambini si stavano già mettendo gli sci, agitavano le racchette, Marie-Ange e la maestra sembravano quasi sopraffatte, e Nicolas era ben contento di sottrarsi a tutto ciò. Patrick gli consegnò una pila di vecchi fumetti, che sebbene non particolarmente interessanti gli avrebbero fatto passare il tempo, e chiese che cosa gradisse il signore. «Gli dia un vin brulé,» scherzò il padrone «così guarisce più in fretta!». Patrick ordinò una cioccolata, gli arruffò i capelli e uscì. Passando davanti alla finestra, raggiunse il resto del gruppo. Tutti si rivolgevano a lui fiduciosi, come se fosse l’unico in grado di risolvere qualsiasi problema – attacchi difettosi, perdite di guanti, scarponi chiusi male –, sempre con il sorriso e la battuta pronta. Nicolas trascorse al bar le tre ore della lezione di sci. A parte lui non c’era nessuno. Il padrone preparava i tavoli per il pranzo senza prestargli la minima attenzione. Appoggiato al suo cuscino, infagottato nella coperta come una mummia, Nicolas si sentiva bene. Non si era mai sentito meglio in vita sua. Sperò che la febbre durasse abbastanza perché l’indomani fosse lo stesso, e anche il giorno dopo, e tutti gli altri giorni della settimana bianca. Quanti ne rimanevano? Aveva già passato tre notti allo chalet, dovevano mancarne una decina. Dieci giorni malato, dispensato da tutto, portato in braccio da Patrick avvolto nelle coperte, sarebbe stato meraviglioso. Si chiese come fare per mantenere alta la febbre, che stava già scendendo. Le orecchie non gli ronzavano più, per farsi venire i brividi doveva sforzarsi. Ogni tanto emetteva un leggero gemito, come fosse in uno stato di semicoscienza e agisse ancora una volta indipendentemente dalla propria volontà. Adesso che lo credevano sonnambulo, forse la notte sarebbe potuto uscire di nuovo, così da alimentare la malattia e la preoccupazione nei suoi confronti. Bel colpo, la storia del sonnambulismo. Aveva temuto dei rimproveri, e invece grazie a quella


spiegazione non gli rimproveravano niente, né gli facevano domande. Casomai lo compativano. Soffriva di un male misterioso, e nessuno sapeva quando si sarebbe ripresentato né come prevenirlo: sì, davvero un bel colpo. Nonostante la loro diffidenza, la maestra sarebbe riuscita a convincere i suoi genitori. Nicolas è sonnambulo, avrebbero mormorato in casa. Senza dire nulla in sua presenza, peraltro: quando un bambino è gravemente malato non bisogna parlarne davanti a lui. Ma quanto era grave, essere sonnambuli? Al di là dei vantaggi che ne traeva, comportava degli inconvenientireali? Aveva sentito dire che svegliare un sonnambulo durante una crisi è molto pericoloso. Ma pericoloso in che senso? Per chi? Cosa poteva succedere? Rischiava forse di morire, o di diventare pazzo, di voler strangolare chi l’aveva svegliato? Se faceva qualcosa di grave, di terribile durante una crisi, sarebbe stata colpa sua? Certo che no. Un altro vantaggio del sonnambulismo è la difficoltà di smascherare un simulatore. Per far credere che hai l’influenza devi avere la febbre, e la febbre si può misurare, mentre, se Nicolas si fosse messo a camminare ogni notte con le braccia tese e lo sguardo assente, l’avrebbero forse sospettato di fingere per rendersi interessante o di ricorrere a quell’espediente per commettere azioni proibite, ma nel dubbio nessuno avrebbe potuto accusarlo. A meno che, naturalmente, non esistesse qualche tecnica speciale. Con una certa preoccupazione, Nicolas immaginò suo padre tirar fuori dal bagagliaio un apparecchio con quadranti e lancette, un casco che gli avrebbe messo in testa e che, se si fosse alzato di notte, avrebbe provato in maniera inconfutabile come fosse assolutamente sveglio e responsabile delle proprie azioni, e stesse solo cercando di imbrogliarli tutti. Da quando Nicolas si era ammalato nessuno aveva più menzionato suo padre. Il primo giorno si erano aspettati che tornasse, o almeno che si facesse vivo per telefono. Sembrava ovvio, poiché era scontato che avrebbe aperto il bagagliaio e ci avrebbe trovato lo zaino. Ma dal momento che non aveva dato segni di vita, avevano semplicemente smesso di contare su di lui e di chiedersi quando sarebbe arrivato. Se quel silenzio, come Nicolas aveva pensato, significava che aveva avuto un incidente, la cosa si sarebbe saputa. Erano passati tre giorni, qualcuno ormai doveva averlo trovato sul ciglio della strada. Sua madre sarebbe stata avvisata, e lui pure. Quand’anche avessero deciso di ritardare il momento di dirglielo, dal comportamento degli altri avrebbe certamente intuito che era accaduto qualcosa di grave. Invece niente. Strano però: un vero enigma. Com’era strano che tutti se ne fossero disinteressati così in fretta, quasi non se ne curassero più. Perfino Nicolas, a corto di ipotesi, aveva finito col pensare ad altro. Sperava solo che suo padre non tornasse, che la settimana bianca continuasse così, che tutti i giorni fossero come quello, e che la febbre non scendesse. Guardava fuori, attraverso il vetro appannato e gli abeti scolpiti. Sul dolce pendio, Patrick aveva piantato una fila di racchette e i bambini dovevano scendere facendo lo slalom. Alcuni sapevano già sciare e ridevano dei compagni alle prime armi. Maxime Ribotton scese sul sedere. Nicolas aveva caldo. Chiuse gli occhi. Stava bene.


19 I gendarmi indossavano maglioni blu scuro con toppe di pelle scamosciata sulle spalle, ma non portavano né giacca né cappotto, e il primo pensiero di Nicolas, imbacuccato nella sua coperta, fu che dovevano avere un freddo tremendo. Quando avevano aperto la porta, nel bar si era riversata una corrente d’aria gelida, come se fossero incalzati dalla bufera. Il padrone era sceso in cantina da una botola dietro il bancone, e passò quasi un minuto prima che il rumore nella sala lo spingesse a risalire; tanto che Nicolas pensò toccasse a lui accogliere i nuovi venuti. In altre circostanze quel ruolo l’avrebbe spaventato, ma la febbre e soprattutto il suo status di sonnambulo recentemente acquisito gli davano l’audacia di chi si sente assolto a priori, sollevato dalle conseguenze delle proprie azioni. Dal suo angolo, a voce piuttosto alta, disse: «Buongiorno!». Intenti a scuotersi la neve dagli stivali, i gendarmi non avevano notato la sua presenza, e cercarono con gli occhi chi aveva parlato, quasi si aspettassero di scoprire, appesa da qualche parte, la gabbia di un pappagallo. Per un attimo Nicolas credette di essere diventato invisibile. Nell’intento di aiutarli si mosse un po’. La coperta gli scivolò dalle spalle. Allora i gendarmi lo videro, tutti e due allo stesso tempo, spaparanzato accanto alla finestra appannata. Si scambiarono un rapido sguardo, quasi allarmato, e gli si avvicinarono immediatamente. Nonostante la febbre e il sonnambulismo, Nicolas temette di aver fatto una sciocchezza, di essersi buttato in pasto al nemico, o magari di trovarsi di fronte a dei finti gendarmi. In piedi davanti a lui, i due lo squadrarono senza aprir bocca e tornarono a scambiarsi uno sguardo. Il più alto scosse la testa e finalmente l’altro si rivolse a Nicolas per chiedergli che cosa ci facesse lì. Nicolas glielo spiegò, ma capì subito che, passato il breve momento d’allarme di cui era appena stato la causa, la sua risposta non li interessava granché. «Insomma, non sei da solo» concluse il più alto, sollevato. In quell’istante il padrone riemerse dalla botola. I gendarmi dimenticarono Nicolas e lo raggiunsero al bancone. Erano preoccupati: un bambino della frazione di Panossière, a qualche chilometro da lì, era scomparso. Lo stavano cercando invano da due giorni. Nicolas capì quello che avevano sperato i gendarmi vedendolo, e pensò che in un certo senso ci era mancato poco: due giorni voleva dire che il bambino era scomparso nel momento in cui lui aveva rischiato di fare la stessa fine. Quand’era più piccolo aveva letto le avventure della Banda dei Cinque e del Club dei Sette, e ne ricordava alcune che cominciavano così: uno dei bambini-detective, sorprendendo una conversazione tra adulti, fiutava un mistero che in seguito la banda risolveva. Nicolas si immaginò di battere sul tempo gli inquirenti, ritrovare il piccolo scomparso e consegnarlo in caserma, dicendo con fare modesto che in fondo non ci era voluto molto: era bastato riflettere, e poi aveva avuto fortuna. Alzando la voce per farsi sentire, e cercando di non sforare negli acuti, chiese quanti anni avesse il bambino. I gendarmi e il padrone, sorpresi, si voltarono verso di lui. «Nove,» rispose uno dei gendarmi «e si chiama René. Non è che l’hai visto, per caso?». «Non lo so» disse Nicolas. «Avete una foto?». Il gendarme sembrava sempre più stupito di vedere Nicolas prendere in mano le redini delle indagini, ma rispose gentilmente che in effetti aveva con sé degli avvisi di ricerca appena stampati, che avrebbero affisso ai muri del paese. Tirò fuori dalla borsa un fascio di manifesti e li mostrò a Nicolas: «Ti dice qualcosa?». La foto era in bianco e nero, una brutta riproduzione. Ciò nonostante si vedeva che René aveva i capelli biondi tagliati a scodella e portava gli occhiali; il sorriso rivelava dei denti davanti molto distanziati, a meno che non gliene mancasse uno. Il testo precisava che l’ultima volta che era stato visto indossava una giacca a vento rossa, pantaloni di velluto beige e moon boot nuovi di marca Yeti. Nicolas


studiò l’avviso abbastanza a lungo, sentendosi pesare addosso gli sguardi attenti dei gendarmi, probabilmente divisi tra l’irritazione per quel marmocchio che si dava delle arie e l’idea che non bisognava trascurare nessuna pista. Nicolas prolungò il piacere per qualche istante, quindi scrollò la testa e disse che no, non l’aveva visto. Il gendarme fece per riprendere il manifesto, ma Nicolas propose di affiggerlo allo chalet dove soggiornava la sua classe. Il gendarme alzò le spalle. «Per come siamo messi, perché no?» disse il collega appoggiato al bancone, e Nicolas poté tenersi il bottino. Il padrone del locale, visibilmente seccato da tutta quella agitazione, disse che si trattava senz’altro di una fuga, niente di serio. «Speriamo» commentò uno dei gendarmi. L’altro, quello al bancone, sospirò: «A me questi avvisi mi fanno star male. Perché ora lei ne vede uno, e questo qui, ci sono ancora buone probabilità di ritrovarlo. Ma in caserma ne abbiamo una bacheca intera, e alcuni sono lì da anni. Tre anni. Cinque anni. Dieci anni. Abbiamo fatto le nostre indagini e poi, cosa vuole, a lungo andare le abbiamo sospese. Non sappiamo niente. I genitori non sanno niente. Forse sperano ancora, comunque ci pensano di continuo. Se lo immagina? A cos’altro puoi pensare quando ti capita una cosa del genere?». Adesso il gendarme parlava con voce sorda, scrutando la foto e scuotendo la testa quasi stesse per sbatterla violentemente sul bancone. Di fronte a quello sfogo, il collega e il padrone sembravano imbarazzati. «In effetti è dura...» ammise il padrone, sperando di cambiare argomento. Ma il gendarme tornò a scuotere la testa e proseguì: «Cosa potranno mai pensare i genitori, eh? Che il figlio è morto? Che è meglio che sia morto? Oppure che sarà vivo da qualche parte, che sarà cresciuto? Uno vede i dati segnaletici, la giacca a vento, i moon boot, un metro e dodici di altezza, trentun chili di peso, e poi vede la data, e sono passati sette anni. Sette anni che il bambino è alto un metro e dodici e pesa trentun chili. Che senso ha?» il gendarme parve sul punto di scoppiare in lacrime, ma si riprese. Cacciò un gran sospiro, come a volersi svuotare, scusare con gli altri, poi, con il tono in cui si dice: «È passata, è tutto finito, non preoccupatevi...», ripeté piano: «Che cazzo di senso ha?».


La febbre era scesa e Nicolas non era più malato; ciò nonostante, tutto procedeva secondo i suoi desideri, come se avesse dovuto esserlo fino alla fine della settimana bianca, come se, avendo lui assunto quel ruolo, fosse più comodo per tutti che continuasse a svolgerlo. Non si sforzavano nemmeno di giustificare la sua quarantena monitorando la febbre o somministrandogli dei farmaci. La maestra e gli animatori sembravano semplicemente essersi dimenticati che avrebbe potuto seguire il corso di sci come gli altri, mangiare a tavola con loro e dormire in camerata. Quando entravano nel piccolo ufficio che da due giorni era ormai diventato la sua camera lo vedevano steso sul divano, avvolto nella coperta, immerso in un libro o più spesso in fantasticherie, e mentre telefonavano o cercavano un documento gli sorridevano e gli rivolgevano qualche parola gentile come si farebbe con un animale domestico, o con un bambino molto più piccolo di lui. Lasciavano la porta accostata. Ogni tanto un compagno si affacciava, chiedeva se era tutto a posto, se aveva bisogno di qualcosa. Erano visite brevi, prive di ostilità ma anche di reale interessamento. Hodkann non si fece vedere. Il pomeriggio dell’incontro al bar con i gendarmi Lucas passò a salutare Nicolas, che lo trattenne e gli chiese un favore: doveva dire a Hodkann di andarlo a trovare, che lui aveva bisogno di parlargli. Lucas promise di fare la commissione e tornò a pianterreno, da dove provenivano rumori sordi di corpi che cadevano. Patrick stava impartendo alla classe i primi rudimenti del karate. Nicolas aspettò vanamente fino a sera. Era Hodkann che non voleva venire o Lucas che non aveva trasmesso il messaggio? Arrivò l’ora di cena, poi quella di andare a letto. Ci fu il solito trambusto, durò un po’, quindi tornò la calma. Dal salone, senza che riuscisse a capire quel che dicevano, gli giungevano le voci degli animatori e della maestra che chiacchieravano bevendo una tisana e fumando una sigaretta, come avevano preso l’abitudine di fare prima di andare a letto anche loro. Fu a quel punto che Hodkann entrò nell’ufficio. Non aveva fatto il benché minimo rumore e Nicolas fu colto di sorpresa. Prima che avesse il tempo di prepararsi Hodkann era lì, in piedi davanti a lui, in pigiama, e lo guardava con durezza. La sua espressione diceva che non era abituato a essere convocato in quel modo da un pivellino, e voleva sperare di non essersi scomodato per niente. Non apriva bocca, toccava a Nicolas parlare per primo. Il quale Nicolas preferì restare anche lui in silenzio: sfilò da sotto il cuscino l’avviso di ricerca, lo spiegò e lo porse al compagno. Il piccolo abat-jour diffondeva nella stanza una luce morbida, aranciata, e un ronzio quasi impercettibile, probabilmente generato dalla lampadina. Da giù continuava a salire il tranquillo brusio delle voci degli adulti, su cui a tratti spiccava la calorosa risata di Patrick. Hodkann esaminava l’avviso con tutta calma. Era in atto una specie di duello: il primo a parlare avrebbe perso, e Nicolas capì che era meglio fosse lui. «Stamattina al bar sono venuti i gendarmi» disse. «Lo stanno cercando da due giorni». «Lo so» rispose freddamente Hodkann. «Abbiamo visto il manifesto in paese». Nicolas si sentì smarrito. Aveva creduto di svelargli un segreto e invece lo sapevano già tutti. Probabilmente nei dormitori non si parlava d’altro. Avrebbe voluto che Hodkann gli restituisse il manifesto: era il suo unico bene, l’unica carta in più degli altri di cui disponesse, e stupidamente la sua prima mossa era stata disfarsene. Adesso Hodkann gli avrebbe chiesto perché l’aveva fatto chiamare, che cos’avesse da dirgli, e Nicolas gli aveva già detto tutto. Gli sarebbe toccato subire la rabbia di Hodkann, il suo terribile disprezzo. Hodkann lo guardava da sopra l’avviso, con quell’aria attenta e gelida che ostentava da quando era entrato. Sembrava capace di rimanere così per ore, senza stancarsi del disagio che suscitava nella sua vittima, e Nicolas pensò che non avrebbe saputo reggere una simile tensione. Fu allora che, nel suo modo imprevedibile, Hodkann mollò. Il suo viso si distese, andò a sedersi senza tanti complimenti sul bordo del letto accanto a Nicolas e disse: «Hai una pista?». A un tratto il muro di ostilità era crollato, Nicolas non aveva più paura, anzi, quella che stava sperimentando con Hodkann era la complicità fiduciosa, bisbigliante che aveva sognato tante volte e che legava i membri della Banda dei Cinque. Nottetempo, alla luce di una torcia, mentre tutti gli altri dormivano, loro cercavano di risolvere


un terribile mistero. «I gendarmi pensano che si tratti di una fuga» esordì. «O meglio, lo sperano...». Hodkann sorrise con affettuosa ironia, come se conoscesse bene Nicolas e già sapesse dove voleva andare a parare. «E tu non ci credi» concluse. Lanciò un’occhiata all’avviso, ancora aperto sulle sue ginocchia: «A te non sembra che abbia la faccia di uno che scappa di casa». A questo Nicolas non aveva pensato, e intuiva tutta la fragilità dell’argomento, ma non avendone altri annuì. Hodkann aveva accettato la sua proposta di mettersi alla ricerca di René sulle vie del mistero, e già Nicolas si vedeva scoprire con lui passaggi segreti, esplorare sotterranei umidi disseminati di ossa, e dato che non avevano nessuna pista da cui partire era meglio non fare i difficili. Improvvisamente un’idea lo abbagliò. Certo, suo padre gli aveva detto di non parlarne mai con nessuno, di non tradire la fiducia che gli aveva dimostrato il primario della clinica, ma Nicolas se ne infischiava: Hodkann e René ne valevano la pena. «Io una mezza idea ce l’avrei,» azzardò «ma...». «Parla» ordinò Hodkann, e Nicolas, senza farsi pregare, gli raccontò la storia dei trafficanti di organi che rapivano i bambini per mutilarli. Secondo lui, René aveva fatto quella fine. «Che cosa te lo fa pensare?» chiese Hodkann con un tono che non esprimeva il dubbio, bensì un vivo interesse. «Non devi dirlo a nessuno,» spiegò Nicolas «ma la notte in cui sono uscito non era per via di un attacco di sonnambulismo. Non riuscivo a dormire e a un certo punto, dalla finestra del corridoio, ho visto una luce nel parcheggio. Un uomo si aggirava con una torcia. Mi è sembrato strano, così sono sceso. L’ho seguito di nascosto fino a un furgone bianco, identico a quelli in cui tengono i loro tavoli operatori. L’uomo è salito a bordo ed è partito, a fari spenti. Non ha nemmeno acceso il motore, ha iniziato la discesa in folle, per non fare rumore. Mi è sembrato sospetto, capisci. Ho ripensato a quella storia del traffico di organi e mi sono detto che dovevano fare la posta allo chalet, caso mai qualcuno uscisse da solo...». «Vuoi vedere che l’hai scampata bella?» mormorò Hodkann. Nicolas lo sentiva soggiogato, e godeva di quel nuovo ruolo che aveva assunto. Gli era venuta così, senza averci pensato prima, ma davanti ai suoi occhi già prendeva corpo un’intera storia, tutto quel che era accaduto negli ultimi giorni trovava una spiegazione, a cominciare dalla sua malattia. Gli tornò in mente un libro in cui il detective fingeva di essere malato, di delirare, per sviare la diffidenza dei malfattori e sorvegliarli con la coda dell’occhio. Lui si stava comportando allo stesso modo, da due giorni. Nel libro l’assistente del detective, un tipo pieno di risorse ma comunque meno intelligente del suo capo, proseguiva le indagini da solo, facendo del suo meglio, convinto che l’altro fosse fuori combattimento. Alla fine il capo gettava la maschera, confessava l’inganno e si scopriva che restando a letto il detective aveva acquisito molti più elementi utili alla soluzione del mistero di quanto non fosse riuscito a fare il suo assistente attraverso pedinamenti e interrogatori. Inebriato dal proprio racconto, Nicolas arrivò a ritenere plausibile una simile ripartizione di ruoli tra lui e Hodkann, e la cosa più stupefacente era che Hodkann sembrava accettarla. Insieme immaginarono i trafficanti di organi appostati davanti allo chalet, quell’enorme riserva di fegati, reni, occhi, corpi freschi; ma poiché l’occasione non si presentava si rifacevano su un bambino del paese, il piccolo René, che aveva avuto la sfortuna di passare da solo nei paraggi. La storia reggeva. Reggeva eccome. «Ma perché non bisogna dirlo a nessuno?» chiese Hodkann, improvvisamente allarmato. «Se è vero, è gravissimo. Dovremmo avvisare la polizia». Nicolas lo squadrò dall’alto in basso. Quella notte era Hodkann a fare domande di timido buon senso, ed era lui, Nicolas, a inchiodarlo con risposte sibilline. «Non ci crederanno» attaccò. Poi, a voceancora più bassa: «E se ci credono sarà anche peggio. Perché i trafficanti di organi hanno dei complici nella polizia».


«E tu come lo sai?» chiese Hodkann. «Da mio padre» rispose risolutamente Nicolas. «Conosce molti dottori, per via del suo lavoro». E mentre parlava, dimenticando che tutto ciò si fondava su una menzogna, gli venne un’altra idea: forse l’assenza di suo padre aveva qualcosa a che vedere con quella storia. E se aveva sorpreso i trafficanti? Se aveva, sul serio, deciso di seguirli? Se l’avevano catturato, o addirittura ammazzato? Per quanto fragile fosse quell’ipotesi, la confidò a Hodkann, e per avvalorarla inventò qualcos’altro: anche di questo non bisognava assolutamente parlare, ma suo padre stava indagando sulla faccenda, da solo, all’insaputa della polizia. Servendosi del proprio mestiere come copertura, e dei contatti che aveva nel mondo ospedaliero, era sulle tracce dei trafficanti. Ecco perché era venuto nella regione, con la scusa di accompagnare Nicolas allo chalet: i suoi informatori gli avevano segnalato la presenza del furgone dove si effettuavano gli interventi clandestini. Era un inseguimento estremamente pericoloso. Si trattava di un’organizzazione potente, priva di scrupoli, che suo padre affrontava da solo. «Aspetta un attimo» disse Hodkann. «Tuo padre fa il detective?». «No» disse Nicolas. «No, ma...». S’interruppe, e stavolta fu lui a guardare Hodkann con dura determinazione, quasi stesse valutando la sua capacità di incassare quello che ancora non sapeva. Hodkann aspettava. Nicolas intuì che non metteva minimamente in dubbio quello che gli aveva detto, e un po’ spaventato dalle sue stesse parole proseguì: «Ha un conto in sospeso con loro. L’anno scorso hanno rapito il mio fratello più piccolo. È scomparso in un luna park e l’hanno ritrovato dietro una staccionata. Gli avevano asportato un rene. Capisci, adesso?». Hodkann capiva. Aveva un’espressione grave. «Non lo sa nessuno» disse ancora Nicolas. «Mi giuri che non ne parlerai?». Hodkann giurò. Nicolas godeva della suggestione che il suo racconto esercitava sul compagno. Se gli aveva invidiato il padre morto, e morto di morte violenta, come fosse la fonte del suo prestigio, adesso aveva anche lui un padre avventuriero, un giustiziere esposto a mille pericoli, coinvolto in una storia da cui aveva poche probabilità di uscire vivo. D’altra parte si chiedeva con ansia dove l’avrebbe condotto la folle corsa al rialzo di quella notte, quella valanga di invenzioni che non avrebbe più potuto rimangiarsi. Se Hodkann avesse parlato, sarebbe stata una catastrofe spaventosa. «Ho fatto male a dirtelo» mormorò. «Adesso anche tu sei in pericolo. Per loro sei diventato un bersaglio». Hodkann sorrise, con quel misto di ironia e baldanza che lo rendeva irresistibile, e disse: «Siamo sulla stessa barca». In quel preciso istante, i ruoli furono ristabiliti: Hodkann tornò a essere il grande cui il piccolo aveva fatto bene a confidare i suoi pericolosi segreti e che prendeva in mano le redini della situazione, che l’avrebbe protetto. Sentirono le poltrone strisciare sulle mattonelle della sala al pianterreno, poi le voci della maestra e degli animatori che salivano le scale diretti alle loro camere. Hodkann si portò un dito alle labbra e scomparve sotto il letto. Un attimo dopo la maestra aprì la porta accostata: «Devi dormire, Nicolas, è tardi». Nicolas disse sì sì con voce insonnolita, e allungò il braccio per premere l’interruttore. «Tutto bene?» chiese ancora la maestra. «Tutto bene» rispose lui. «Allora buonanotte». La maestra uscì e spense la luce anche nel corridoio. I suoi passi si allontanarono, si sentì una porta cigolare, un rumore di acqua corrente. «Ok» sbuffò Hodkann risalendo sul letto, accanto a Nicolas. «Adesso ci toccherà studiare un piano d’azione».


21 Non appena il pullman si fermò sulla piazza del paese, ai piedi della pista dove si teneva il corso di sci, Nicolas capì che era accaduto qualcosa di grave. Davanti al bar erano radunate una decina di persone, uomini e donne, e anche da lontano sui loro volti si poteva cogliere un’espressione di rabbia e di dolore. Il pullman parcheggiando attirò sguardi ostili. Patrick aggrottò la fronte e disse che scendeva a vedere. La maestra ordinò ai bambini di aspettare. Quelli che, fin dallo chalet, avevano cantato una canzone buffa sulle vacanze in colonia si zittirono spontaneamente. Patrick si avvicinò al capannello davanti al bar. Era girato di spalle, con la coda di cavallo che ondeggiava sul cappuccio della giacca a vento, non vedevano la sua faccia, ma solo quella dell’uomo a cui si rivolgeva, e che gli rispondeva con veemenza. Due donne che gli stavano accanto si unirono a lui, e una agitò il pugno tra i singhiozzi. Per diversi minuti Patrick rimase immobile e sul pullman nessuno aprì bocca. Il riscaldamento si era spento insieme al motore, i vetri si stavano coprendo di condensa e i bambini li asciugavano con la manica o con il palmo della mano per vedere quello che succedeva fuori. Di solito, così facendo, disegnavano o tracciavano delle lettere, ma Nicolas si sorprese a evitarlo, anzi, a cercare di fare un tondo che non rappresentasse niente, come se per le persone radunate là fuori tutto potesse risultare offensivo. Si aveva l’impressione che al minimo gesto che potesse essere scambiato per una provocazione sarebbero stati capaci di ribaltare il pullman e bruciarlo insieme a tutti i passeggeri. Alla fine Patrick si voltò. Anche il suo viso non era il solito: per quanto meno esasperata di quelle che aveva intorno, la sua espressione era comunque stravolta. Subito la maestra scese dal pullman e gli andò incontro per sentire quel che aveva da dirle lontano dalle orecchie dei bambini. A quel punto Hodkann ruppe il silenzio, con una voce che esprimeva non un’ipotesi, ma una certezza che in fondo tutti condividevano: «È morto René». Aveva detto «René» e non «il bambino scomparso», come se tutti lo conoscessero, come se fosse stato uno di loro, e Nicolas si sentì invadere dall’orrore che fino a quel momento l’attesa aveva tenuto a bada. Patrick e la maestra risalirono sul pullman. La maestra aprì la bocca ma invece di parlare chiuse gli occhi, si morse le labbra, poi si voltò verso Patrick. Lui le posò delicatamente la mano sul braccio e confermò: «È inutile cercare di nascondervelo, è successa una cosa molto grave. Terribile. Hanno ritrovato René, il bambino scomparso a Panossière, ed è morto. Ecco». Sospirò, per sottolineare quanto gli fosse costato pronunciare quelle parole. «È stato ucciso» disse Hodkann dal fondo del pullman; e anche stavolta, più che una domanda era un’affermazione. «Sì» rispose Patrick seccamente. «È stato ucciso». «E non si sa chi è stato?» chiese Hodkann. «No, non si sa chi è stato». La maestra abbassò il fazzoletto che con le dita contratte teneva davanti alla bocca e con grande sforzo riuscì a parlare. La sua voce tremava. «Immagino» disse «che tra voi ci siano dei credenti. Penso che dovrebbero dire una preghiera. Sarebbe una buona cosa». Seguì un lungo silenzio. Nessuno osava muoversi. I vetri erano talmente appannati che fuori non si vedeva più niente. Nicolas unì le mani e provò a recitare mentalmente il Padre Nostro, ma non riusciva più a ricordarsi le parole, nemmeno le prime. Gli sembrava di sentire, molto lontana, la voce di sua madre che ne pronunciava dei frammenti, ma non era in grado di ripeterli. In passato sua madre aveva


impartito lezioni di catechismo. Ma dopo il trasloco aveva smesso, la sera non gli faceva nemmeno più recitare le preghiere, a lui e a suo fratello. Immaginò di portare la mano alla tasca del giubbotto, tirar fuori il manifesto che gli aveva dato il gendarme, spiegarlo – ah, il fruscio della carta! – e contemplare la foto di René; ma era assolutamente impossibile, lo spaventava anche solo visualizzare quei gesti. Si chiese cosa ne avrebbe fatto nelle ore, nei giorni a venire, se avrebbe osato tirarlo fuori, conservarlo, dove l’avrebbe messo. Se avesse avuto la cassaforte avrebbe potuto metterlo lì dentro, e in seguito sotterrarlo, dimenticare la combinazione. Se qualcuno gliel’avesse trovato in tasca, o l’avesse sorpreso a guardarlo, non rischiava forse di indovinare a cos’avevano giocato lui e Hodkann quella notte? La loro conversazione notturna, le sue stesse invenzioni ora gli sembravano un crimine, un’inconfessabile, mostruosa partecipazione al delitto che si era realmente consumato. Rivedeva il viso paffuto di René, i suoi capelli tagliati a scodella, gli incisivi troppo distanziati, o il buco del dente da latte. Doveva averlo messo sotto il cuscino, aver aspettato che il topolino venisse a sostituirlo con un regalo. Dietro le lenti degli occhiali i suoi occhi sprofondavano nell’orrore, l’orrore di un ragazzino su cui uno sconosciuto si china per ammazzarlo, e Nicolas sentì che l’espressione di René gli si era stampata in faccia, e la bocca gli si spalancava in un grido silenzioso destinato a non finire mai più. Avrebbe quasi voluto che una mano gli piombasse sulla spalla, che un gendarme gli frugasse il giubbotto e ne tirasse fuori l’avviso che lo incriminava. Un gendarme o il padre di René, accecato dal dolore, a sua volta pronto ad ammazzare, e che l’avrebbe senz’altro ammazzato se avesse scoperto che cosa si erano divertiti a fare lui e Hodkann. C’erano anche i genitori di René nel gruppo riunito sulla piazza, da cui ora lo separava quel muro di opaca condensa? Erano ancora tutti lì? E Hodkannche faceva? Pregava? Pregavano tutti intorno a lui, raccolti in quella cappella di condensa? Sarebbe mai finito quel silenzio, quell’orrore che li avvolgeva e a cui lui, all’insaputa di tutti, aveva preso parte?


22 Quella mattina non ci fu lezione di sci. Tornarono allo chalet e cercarono di far passare la giornata. Sarebbe pure arrivato un momento in cui avrebbero potuto pensare ad altro, riprendere la vita normale, ma tutti intuivano che era ancora lontano, che ciò non sarebbe accaduto nel corso della settimana bianca. E tuttavia non c’era altro da fare se non stare ad aspettarlo. Giocare era impensabile, per cui la maestra decise di fare lezione: prima un dettato, poi degli esercizi di aritmetica. Dato che al pranzo mancava ancora un po’ di tempo, e durante il soggiorno ciascuno di loro avrebbe dovuto mandare almeno una lettera a casa, la maestra propose di dedicarlo a scriverla. Ma dopo aver distribuito qualche foglio bianco cambiò idea. «No» mormorò scuotendo la testa. «Non è il momento». In piedi al centro della sala, stringendo la risma tra le mani al punto che si vedevano le nocche sbiancare, trasmetteva un senso di sfinimento. Hodkann fece una risatina cattiva e azzardò: «Potrebbe darci un tema. Raccontate un bel ricordo della settimana bianca». «Smettila, Hodkann!» disse lei e ripeté, quasi gridando: «Smettila!». Era l’unico tra loro che osasse parlare, pensò Nicolas, come se il fatto di non avere più un padre gliene desse il diritto. Dopo, nel corso di un pranzo in cui perfino l’acciottolio delle stoviglie sembrava avvolto nell’ovatta, chiese a Patrick se René fosse stato ritrovato nei dintorni dello chalet. Patrick ebbe un attimo di esitazione, poi disse di no: l’avevano ritrovato a duecento chilometri da lì, in un altro dipartimento. «E questo significa almeno una cosa,» aggiunse «che...» esitò di nuovo «che l’assassino non è più in zona». «Significa anche» proseguì la maestra «che non c’è motivo di avere paura. È terribile, è spaventoso, ma è passato. Qui non correte nessun pericolo». Verso la fine della frase le si spezzò la voce, le tremavano i tendini del collo. Guardò i bambini seduti a tavola, quasi volesse sfidarli a smentire quelle parole rassicuranti. «Però devono averlo ucciso qui,» insisté Hodkann «per forza. Mica avrà fatto duecento chilometri da solo». «Senti, Hodkann,» disse la maestra con un tono in cui si percepiva un’implorazione e qualcosa che assomigliava all’odio «vorrei che la smettessimo di parlarne. È successo, non possiamo farci niente, non possiamo cambiare le cose. Mi dispiace terribilmente che alla vostra età dobbiate confrontarvi con una storia simile, ma basta, dobbiamo smettere di parlarne. D’accordo?». Hodkann si limitò ad annuire, e il pranzo proseguì in silenzio. Dopo mangiato qualcuno si mise a leggere o a disegnare, altri giocarono a famiglia. A chi voleva giocare a nascondino fu imposto di restare dentro lo chalet, e di non uscire per nessun motivo. «Credevo che non corressimo più nessun pericolo» ironizzò Hodkann. «Adesso basta, Hodkann!» gridò la maestra. «Ti ho chiesto di stare zitto, se non ci riesci fila di sopra, nella tua camerata, e non farti rivedere fino all’ora di cena». Hodkann si avviò su senza discutere. Nicolas avreb-be voluto seguirlo, parlare con lui, ma oltre al fatto che la maestra non l’avrebbe permesso temeva di tradire una complicità compromettente. A quel punto, meglio cercare di cavarsela ciascuno per conto proprio. Rimase in un angolo, fingendo di leggere un fumetto. Ogni volta che girava una pagina aveva l’impressione di sentire il fruscio del manifesto nella tasca del giubbotto che si era tenuto addosso con la scusa del freddo. Così imbacuccato, sembrava stesse aspettando di essere chiamato per andar via e non tornare mai più. Davanti agli occhi gli aleggiava il corpo del ragazzino, steso nella neve tutto di traverso. Ma forse dove l’avevano trovato di neve non ce


n’era. L’assassino l’aveva ucciso nel luogo in cui l’aveva lasciato o proprio lì vicino? Se pure l’aveva irretito con regali o promesse, come secondo i suoi genitori facevano quegli uomini cattivi di cui per tutta l’infanzia gli avevano raccomandato di diffidare, era poco probabile che René si fosse lasciato portare così lontano senza ribellarsi. Vivo o morto, doveva aver fatto il viaggio nel bagagliaio, e pensare che a quel punto fosse ancora vivo era anche peggio. Rinchiuso al buio, senza sapere dove lo stessero portando. Un giorno il padre di Nicolas aveva raccontato uno di quegli aneddoti di ospedale che racimolava nei suoi giri, la storia di un ragazzino cui toccava subire un intervento di routine, ma l’anestesista aveva commesso un errore e il bambino era uscito dalla sala operatoria irreversibilmente sordo, cieco, muto e paralizzato. Doveva aver ripreso conoscenza al buio, senza più alcuna capacità di sentire, vedere o toccare alcunché con le dita. Sepolto in un blocco compatto di tenebre perenni. Le persone gli si affannavano intorno e lui non si accorgeva di nulla. In un mondo vicinissimo, ma per sempre separato dal suo, i genitori, i medici, stravolti dall’orrore, scrutavano il suo viso esangue senza sapere se dietro quegli occhi semichiusi ci fosse qualcuno in grado di percepire o capire qualcosa. Probabilmente sulle prime aveva creduto di essere stato bendato, magari ingessato dalla testa ai piedi; si era convinto di trovarsi in una camera buia e silenziosa ma che poi sicuramente qualcuno sarebbe arrivato, avrebbe acceso la luce, l’avrebbe liberato. Era certo che i genitori gli sarebbero venuti in aiuto.Ma il tempo passava, senza misura possibile, minuti ore giorni nelle tenebre e nel silenzio. Il bambino urlava e non sentiva nemmeno il suo stesso grido. Intrappolato in quel panico lento, inesprimibile, il suo cervello lavorava, cercava una spiegazione. Sepolto vivo? Ma non aveva nemmeno più braccia da tendere per toccare il coperchio della bara sopra di sé. Chissà se a un certo punto aveva sospettato la verità... E René, legato nel bagagliaio, l’aveva sospettata? Forse avvertiva le buche della strada, rotolava su un fianco, sbatteva contro lo spigolo di una valigia, con la punta delle dita toccava una vecchia coperta. S’immaginava il profilo del guidatore seduto al volante? E il momento in cui, dopo aver parcheggiato in un remoto angolo di bosco, sarebbe sceso, avrebbe sbattuto la portiera, si sarebbe avvicinato e avrebbe aperto il bagagliaio? Prima soltanto un filo di luce, poi il filo si allarga, il volto dell’uomo si china e allora René sa, ne ha l’assoluta certezza, che il peggio sta per arrivare e che niente lo salverà. Ripensa alla sua vita di bambino felice, ai genitori che gli vogliono bene, agli amici, al regalo che il topolino gli ha portato quando gli è caduto il dente davanti, e capisce che quella vita finisce lì, in quella realtà atroce e più reale di tutto ciò che l’ha preceduta. Tutto ciò che è accaduto prima non era che un sogno e ora ecco il risveglio, quell’abitacolo buio dov’è stato rinchiuso, il tintinnio della chiave nella serratura del bagagliaio e il filo di luce interrotto dal volto dell’uomo che lo ucciderà. Quell’attimo è la sua vita, l’unica realtà della sua vita, e non gli resta che urlare, urlare con tutte le sue forze, un urlo che nessuno sentirà mai.


23 Dopo la merenda Patrick decise di organizzare una nuova seduta di rilassamento. «Per cercare» disse «di fare il vuoto nelle vostre menti». Ma Nicolas non riusciva a fare il vuoto, e anche a occhi chiusi intuiva che intorno a lui neppure gli altri ci riuscivano. Sdraiati sul pavimento, con gli arti abbandonati, temevano tutti di somigliare al bambino morto. Come la volta precedente, Patrick parlava con voce calma, li invitava a svuotarsi, a sentirsi pesanti, pesanti, a aderire al suolo, sprofondare nel pavimento. L’una dopo l’altra, nominava le parti del corpo che dovevano appesantirsi, ma questa volta i bambini avevano paura anche solo a udirne i nomi, e se le immaginavano torturate. Quando Patrick diceva braccio, colonna vertebrale, polpaccio, pianta dei piedi, sensazione di calore sulla punta delle dita, lo faceva con pazienza e con affetto, la sua voce li avvolgeva di tenerezza, voleva rassicurarli, dire che tutti quei pezzi del loro corpo erano amici, concorrevano al loro bene, e ciò nonostante i muscoli si contraevano, tutto era rigido, teso, ritratto come quando ci aggrediscono da tutte le parti, fin nel nostro intimo. Patrick diceva di respirare tranquillamente, profondamente, regolarmente, di lasciare che l’onda riempisse e vuotasse l’addome, flusso e riflusso, ma l’aria mancava, strozzata come nella gola del bambino strangolato. Le tempie pulsavano, le dita artigliavano il pavimento. Strani rumori, difficili da identificare, ronzavano nelle orecchie. Dei colpi sordi, un ticchettio senz’altro proveniente dal termosifone accanto al quale Nicolas si era sdraiato, ma che faceva pensare a una macchina che passa troppo veloce su una buca o su un «gendarme sdraiato». (Al padre di Nicolas quell’espressione piaceva; lo faceva ridere, era una delle poche cose che lo facevano ridere: l’idea di passare con le ruote sopra un «gendarme sdraiato»).1 La macchina sobbalzava dentro Nicolas, in quel paesaggio buio, accidentato, pieno di trabocchetti e precipizi sul cui fondo sciabordavano i liquidi prodotti da ghiandole molli di cui non conosceva i nomi. Si apriva una strada nel suo corpo, avanzava lungo i tornanti formati da quelle cose tiepide e vischiose contenute nel suo ventre, valicava il colle del diaframma, dove un peso quasi insopportabile lo inchiodava a terra, risaliva il corridoio cavernoso dei polmoni verso la gola, sarebbe uscita dalla bocca, Nicolas l’avrebbe sputata, con il suo orribile carico sballottato nel bagagliaio. Sdraiato accanto alla finestra sotto il termosifone bollente, Nicolas sentiva il motore brontolare sempre più forte, sempre più vicino. Vedeva la macchina avvicinarsi, la vedeva da sotto, come quando dal meccanico la issavano sul carrello elevatore. Tutto quel metallo arroventato, coperto di bolle, gli sarebbe passato sopra il corpo, scie d’olio e di sangue gli sarebbero colate addosso come la bava con cui il ragno invischia la sua preda viva. Al di là della finestra si udirono delle gomme che stridevano sulla neve. Il motore si spense, si sentì sbattere una portiera, poi un’altra. Patrick li esortò a continuare, a non farci caso, ma nessuno ci riuscì, alcuni bambini erano già in piedi, si stropicciavano gli occhi come al risveglio da un incubo, guardavano dalla finestra la camionetta da cui erano appena scesi i gendarmi. Che già stavano bussando alla porta dello chalet. Ci siamo, pensò Nicolas: sono venuti per me. Cercò Hodkann con lo sguardo, e gli passò per la testa l’idea folle che prima di farsi prendere avrebbero potuto fuggire insieme, ma poi si ricordò che Hodkann era in castigo nel dormitorio. Adesso la maestra accoglieva i gendarmi, li faceva salire nel piccolo ufficio che era stato il regno di Nicolas prima che la sua vita andasse in frantumi. Chiamò Patrick e Marie-Ange perché la raggiungessero al piano di sopra, e Patrick fece promettere ai bambini che in loro assenza sarebbero stati buoni. Ma nessuno si sognava di fare baccano. Rimasero tutti immobili e muti, nella posizione in cui li aveva sorpresi l’arrivo della camionetta. Tendevano le orecchie sperando invano di sentire quello che dicevano su nell’ufficio, la cui porta, per la prima volta da quando erano arrivati allo chalet, era chiusa.


«Secondo te di che cosa parlano?» chiese alla fine uno di loro, con voce incerta. Un altro, sprezzante, rispose: «Di che cosa vuoi che parlino? Indagano, no?». Quello scambio sciolse le lingue. Con aria di sufficienza Maxime Ribotton disse che suo padre era favorevole alla pena di morte per i sadici. Qualcuno chiese che cosa fosse un sadico, e Maxime Ribotton spiegò che così si chiamavano le persone che commettono criminidel genere: stuprare e ammazzare bambini. Erano dei mostri. Nicolas non sapeva cosa significasse stuprare, e certamente non era il solo, ma non osava chiederlo e comunque, lo intuiva, c’entrava con la cosa senza nome che aveva tra le gambe, era una forma di tortura in relazione con quello, la peggiore di tutte, che forse consisteva nel tagliarlo o strapparlo. Era impressionato dalla sicurezza con cui Maxime Ribotton, solitamente apatico, affrontava simili questioni. «Dei mostri!» ripeteva con un ghigno feroce, come se lui e suo padre ne avessero uno per le mani e si accingessero a torturarlo a loro volta prima di tagliargli la testa. In assenza di Hodkann, le circostanze rivelavano in lui una specie di primadonna che parlava a voce alta, raccontava di altri bambini rapiti, stuprati, assassinati, storie lette sul giornale del padre, un giornale speciale dove a sentir lui non si parlava d’altro. Più che Vivaldi, Scarlatti e i pantaloni macchiati, quegli «uomini cattivi», cui a casa di Nicolas si alludeva con un’insistenza angosciosa ma evasiva, senza mai precisare come si manifestasse quella cattiveria, sembravano essere il principale argomento di conversazione dei Ribotton, e il giorno in cui l’argomento diventava finalmente d’attualità, quel subdolo scaldabanchi di Maxime esultava. Durante tutta la discussione Nicolas si tenne in disparte sulla soglia, e a un tratto si stupì nel vedere Hodkann scendere le scale di volata e attraversare l’atrio correndo fino alla porta d’ingresso. I loro sguardi si incrociarono, quello di Hodkann terribilmente imperioso, come se la sua vita, e non solo quella, dipendesse dal silenzio di Nicolas. Uscì dallo chalet senza far rumore. Nicolas era stato l’unico a vederlo passare. Nell’istante in cui Hodkann si chiudeva alle spalle la porta d’ingresso, si aprì quella dell’ufficio e si sentirono le voci dei gendarmi, della maestra e degli animatori che scendevano le scale a loro volta. Ribotton e gli altri si zittirono. «Un’indagine del genere» sospirò uno dei gendarmi «è un lavoro da certosino. Cerchi, cerchi senza sapere bene in che direzione e quando scopri qualcosa, il più delle volte, è perché il tizio perde il controllo e fa una sciocchezza». Avevano tutti e cinque l’aria affranta. Dall’ingresso guardarono la sala dove adesso i bambini stavano in silenzio, e il secondo gendarme, quello che al bar, parlando degli scomparsi, aveva avuto un moto di ribellione impotente, tornò a scuotere la testa e mormorò: «Un bambino di quell’età... Maria Vergine, prega per noi». La maestra annuì chiudendo gli occhi e strizzando le palpebre: da quella mattina ormai era diventato un tic. Dopodiché i gendarmi se ne andarono. Nicolas e gli altri guardarono dalla finestra la camionetta fare manovra sullo spiazzo innevato, quindi imboccare la discesa tra gli abeti che portava alla strada. A parte gli ospiti dello chalet non ci passava nessuno, ma prima di svoltare i gendarmi misero comunque la freccia. 1. Gendarme couché indica nella lingua parlata i dossi rallentatori [N.d.T.].


24 Nessuno a parte lui sospettava l’assenza di Hodkann. Nicolas non sapeva di cosa dovesse aver paura, ma aveva una paura tremenda. La notte precedente, quando avevano discusso di quello che chiamavano il loro piano d’azione, Hodkann già pensava, o fingeva di pensare, che avrebbe potuto scovare degli indizi passando al setaccio i dintorni dello chalet – benché dalla scomparsa di René fosse caduto un metro di neve – o chiedendo con aria innocente agli abitanti del paese se negli ultimi tempi non avessero notato la presenza di furgoni mai visti prima. Nicolas, preoccupato, non finiva più di raccomandargli prudenza. Avrebbe preferito che Hodkann non facesse domande a nessuno, nemmeno con aria innocente, e che con la scusa d’investigare si limitassero a continuare ogni notte quella conversazione sussurrata, clandestina, resa eccitante da una minaccia che anche restando immaginaria ai suoi occhi non avrebbe perso nulla. Che cosa si sarebbe inventato Hodkann,adesso che la tragedia era accaduta? Che cosa sarebbe successo di lì a un’ora se non fosse tornato? Se quella sera fosse scomparso anche lui? Se l’indomani avessero rinvenuto nella neve il suo cadavere fatto a pezzi? Nicolas sarebbe stato colpevole di avere taciuto. Forse, parlando in tempo, vale a dire subito, poteva ancora prevenire il peggio. Si stava facendo buio, avevano acceso le luci. Nicolas ronzava intorno a Patrick cercando un’occasione per parlargli senza dare nell’occhio, ma ogni volta che l’occasione si presentava, esitava e se la lasciava sfuggire. Pensò che sarebbero stati attirati fuori dallo chalet tutti quanti, l’uno dopo l’altro, ciascuno lanciandosi da solo, assurdamente solo, alla ricerca del precedente, e alla fine lui, Nicolas, si sarebbe ritrovato solo, veramente solo, ad aspettare che chi li aveva ammazzati tutti si decidesse a entrare, per farla finita. Avrebbe fissato il saliscendi della porta abbassarsi lentamente ed ecco, sarebbe arrivato il momento di affrontare quell’orrore senza nome che da sempre sentiva aggirarsi intorno a lui, e che adesso era lì. Quando fu ora di apparecchiare per la cena, la maestra si ricordò di Hodkann in castigo di sopra e alzando la testa nella tromba delle scale gridò che adesso poteva tornare. Nicolas tremava, ma quel che accadde era l’ultima cosa che si sarebbe aspettato: Hodkann scese tranquillamente e si unì agli altri come se per l’intero pomeriggio non avesse lasciato il dormitorio. Quando e come fosse rientrato per Nicolas rimase un mistero. Cenarono in un’atmosfera lugubre che nessuno tentò di alleggerire e andarono a letto prima del solito. «Cercate di fare una bella dormita, ragazzi» disse Patrick. «Domani è un altro giorno». Nicolas si diresse verso quella che era diventata la sua camera, ma la maestra gli disse che ormai non era più malato e poteva tornare in camerata. Andando a recuperare il pigiama, appallottolato sotto il cuscino del divano, Nicolas indugiò un istante in quell’ufficio dove dopo la visita dei gendarmi non c’era più posto per lui. La morbida luce della lampada sotto l’abat-jour arancione gli fece venire da piangere. Per trattenersi si mordicchiò il polso, quello al quale Patrick gli aveva annodato il braccialetto brasiliano, già un po’ sfilacciato. Ripensò al giorno del trasloco, un anno e mezzo prima. La decisione di lasciare la città in cui aveva trascorso l’infanzia era stata presa in fretta e furia, con una precipitazione di cui non aveva capito il motivo. Sua madre gli ripeteva con fervida insistenza che là dove stavano andando sarebbe stato molto più felice, che si sarebbe fatto un sacco di nuovi amici, ma di fronte al suo nervosismo, agli accessi d’ira e di pianto, a quel modo di scostare con la mano, come fosse un nemico, la cortina di capelli opachi che subito le ricadeva sul viso, quelle parole rassicuranti risultavano decisamente poco credibili. Nicolas e il fratello minore avevano smesso di andare a scuola, la madre li teneva sempre a casa. Le persiane restavano serrate anche di giorno. Era estate, si soffocava in quel clima di assedio, di catastrofe e di segreto.


Nicolas e il fratello minore reclamavano il padre, che però, diceva lei, era partito per un lungo giro, e li avrebbe raggiunti in quell’altra città, nel loro nuovo appartamento. L’ultimo giorno, una volta chiuse le casse che i traslocatori dovevano venire a prendere dopo la loro partenza, si era seduto al centro della sua camera vuota e aveva pianto come si piange quando si hanno sette anni e succede qualcosa di tremendo che non si riesce a capire. Sua madre aveva cercato di prenderlo tra le braccia per consolarlo, continuava a ripetere Nicolas, Nicolas, e lui sapeva che gli stava nascondendo qualcosa, che non si poteva fidare. Si era messa a piangere anche lei, ma siccome non gli diceva la verità non potevano neanche piangere insieme.


25 Il ritorno al dormitorio rendeva più difficile anche l’indispensabile conciliabolo con Hodkann. Dov’era andato? Che fare? Sotto l’occhio vigile della maestra, il compagno non aveva rotto il cupo silenzio della cena; si era messo a letto senza neanche lavarsi i denti, senza parlare con nessuno, girandosi verso il muro alla maniera della belva che conviene non disturbare. Sdraiato sulla cuccetta sopra di lui, rigido come una mummia, Nicolas si chiedeva se stesse dormendo. Passò un’ora. Finalmente Hodkann bisbigliò: «Nicolas» e alzandosi senza il minimo rumore gli fece segno di seguirlo. Nicolas scese la scaletta e in punta di piedi lo raggiunse in corridoio. Mentre gli passava davanti Lucas si tirò su brontolando: «Che fate?», ma Hodkann si sporse dalla porta e si limitò a direcon voce sorda: «Zitto!». L’altro non se lo fece ripetere. Per precauzione i due bambini si allontanarono dal dormitorio, spingendosi fino alla finestra in fondo al corridoio. Hodkann si issò agilmente sul davanzale, con le spalle contro il vetro, e la sua silhouette si stagliò nitida sulle sagome bianche e nere degli abeti curvi sotto la neve, mentre il viso rimaneva nell’ombra. Di quell’ombra Nicolas ebbe paura. «Allora?» mormorò. «Sbaglio o tuo padre ha una R 25 grigia?» disse Hodkann con voce neutra. Nicolas capì che a gelargli la fronte era ciò che nelle storie spaventose che leggeva di nascosto chiamavano sudore freddo. Non rispose. Hodkann riattaccò: «Sì, è una R 25 grigia, me lo ricordo benissimo. Oggi pomeriggio, quando sono venuti i gendarmi, sono sceso dal dormitorio e li ho ascoltati da dietro la porta dell’ufficio. Parlavano di quello che hanno fatto a René, e preferisco non raccontartelo. Ho ancora il voltastomaco. E poi hanno chiesto se nessuno aveva visto una R 25 grigia nei paraggi. Gli animatori hanno detto di no, forse non gli è venuto in mente, o forse quando tuo padre ti ha accompagnato non ci hanno fatto caso. Allora io ho riflettuto, e quando ho visto che stavano per andarsene sono sceso di corsa prima di loro e sono andato ad aspettarli sulla strada». Hodkann tacque per qualche secondo, poi aggiunse: «Gli ho raccontato tutto». Tacque di nuovo. Nicolas non si muoveva. Guardava quel viso d’ombra. Allora il tono di Hodkann cambiò. Senza voler abdicare alla propria autorità, adesso si giustificava. «Ascolta, Nicolas,» sussurrò «ho dovuto farlo. Lo so, ti avevo promesso di non dirlo a nessuno, ma tuo padre è in pericolo. Dev’essere per questo che lo cercano, per cosa se no? In questo momento potrebbe essere nelle mani dei trafficanti. Forse l’hanno già ucciso» disse con una brutalità improvvisa, come per scuotere Nicolas. «Ma se non l’hanno ammazzato, si può ancora ritrovarlo, e certo non lo ritroveremo noi cercando delle orme nella neve. Non siamo la Banda dei Cinque, Nicolas, quei tipi sono dei mostri. Ascoltami, Nicolas,» insisté, quasi supplicando «se c’è una possibilità di salvare tuo padre e ce la lasciamo sfuggire, non credi che te lo rimprovererai per il resto dei tuoi giorni? E se muore per colpa tua? Hai idea di come sarà la tua vita, dopo?». Hodkann s’interruppe, perché vedeva che su Nicolas la sua arringa non aveva alcun effetto: restava pietrificato. Depose le armi e alzò le spalle: «Comunque sia, ormai è fatta». Dopodiché, scivolando giù dal davanzale della finestra, allungò una mano per prendere quella di Nicolas. «Nicolas...» mormorò con affettuoso rammarico. Nicolas indietreggiò di un passo per sottrarsi al contatto. «Nicolas, capisco che...» insisté Hodkann. Gli accarezzò i capelli, cercò di attirare la sua testa sulla propria spalla, e stavolta Nicolas lo lasciò fare. In piedi, schiacciato contro il petto di Hodkann che continuava ad accarezzargli i capelli ripetendo dolcemente il suo nome, sentiva il calore di quel corpo gigantesco, bianco e soffice, soffice come un enorme cuscino da cui sporgeva soltanto quella cosa dura e


senza nome che premeva contro il suo ventre. Lui al contrario era irrigidito, contratto, come intrappolato nel ghiaccio, ma molle e vuoto tra le gambe. Là sotto non c’era niente, il vuoto, un territorio assente. Con gli occhi spalancati guardava oltre la spalla di Hodkann, oltre la finestra, le sagome scure degli abeti curvi sotto la neve e, ancora oltre, il buio.


26 Vent’anni dopo, in una notte di dicembre, Nicolas attraversava la spianata del Trocadéro risalendo dai giardini quando si sentì chiamare per nome. Vide un uomo grande e grosso, un’autentica montagna umana, seduto su una panchina di pietra ai piedi di una statua dorata raffigurante un eroe della mitologia greca. Sulla panchina, accanto a lui, c’erano una bottiglia di vino rosso e un salame; in mezzo alla carta stropicciata in cui era avvolto scintillava la lama di un coltello. L’uomo aveva il cranio rasato, ammaccato, una barba lunga e nera. Con i suoi vestiti informi, che si intuivano poco puliti, aveva l’aria di un barbone e di un orco. Nicolas riconobbe Hodkann con la stessa prontezza con cui era stato riconosciuto. Hodkann ripeté il suo nome in tono ironicamente affettuoso, con una voce rauca e beffarda, carica di minaccia. Nicolas rimase immobile a dieci passi da lui, con le dita contratte sul manico della cartella, senza avere il coraggio di avvicinarsi né di scappare. In tutti quegli anni si era chiesto se Hodkann avesse davvero creduto alla storia dei trafficanti di organi. L’aveva rivisto in sogno, ed erano sempre incubi. A un tratto, Hodkann afferrò il coltello e si alzò emettendo un ruggito. In piedi era ancora più grande, ancora più grosso, e zoppicava. Si avventò su Nicolas con le braccia tese in avanti, come un orso che carica. Nicolas capì che l’avrebbe ammazzato e cominciò a correre anche lui. Lo sentiva ruggire e ansimare alle sue spalle. Riuscì a distaccarlo ma osò voltarsi solo quando ebbe raggiunto place du Trocadéro, dove transitavano macchine e pedoni. Hodkann aveva rinunciato a inseguirlo. Si dondolava, solo, al centro della spianata, davanti alla Tour Eiffel illuminata a festa per Natale. Con la testa alzata verso il cielo, rideva: una risata immensa, tonante, che niente avrebbe potuto fermare, né la tosse né il fiatone che pure lo squassavano, e in quella risata c’erano un lamento indicibile e un odio cieco, rimasti rinchiusi per tutti quegli anni in fondo alla sua gola, a sbranarsi a vicenda. A place du Trocadéro un agente sentì quella risata agghiacciante, lanciò uno sguardo al relitto che caracollava sulla spianata, un altro sguardo al passante affannato che gli era appena sfuggito. «L’ha infastidita?» chiese, sperando che il passante rispondesse di no e non gli toccasse intervenire. Nicolas non disse niente. Rimase un istante a guardare Hodkann, che rideva alla morte sotto le stelle gelide. Poi si allontanò nella notte, con la cartella in mano.


27 La mattina trovarono Nicolas rannicchiato in corridoio, ai piedi della finestra aperta da dove entravano volteggiando i fiocchi di neve. Batteva i denti, non dormiva, non parlava. Ancora una volta, come se i gesti possibili si fossero rarefatti, Patrick lo portò in braccio fino al divano dell’ufficio. Stavolta la maestra sembrava più irritata che intenerita. D’accordo, Nicolas era sonnambulo e non si poteva biasimarlo se una giornata simile l’aveva turbato, ma lei pure era turbata, sfinita. Non aveva nessuna intenzione di partecipare alla lunga gita con cui Patrick pensava di riempire la giornata, sperava di approfittarne per restare allo chalet da sola a riposare e avrebbe volentieri fatto a meno di dover accudire un bambino malato e capriccioso. Ma poiché Nicolas, con ogni evidenza, non era in condizioni di camminare, gli fu permesso di riprendere provvisoriamente il suo posto sul divano dell’ufficio, e lei si ritirò in camera sua. La classe partì insieme a Patrick e Marie-Ange. Loro due rimasero soli. Passarono alcune ore. Nicolas si era tirato la coperta sugli occhi e senza muoversi, quasi insensibile, aspettava. Gli sarebbe piaciuto ritrovare il calore meraviglioso della febbre, il suo bozzolo di oblio, ma febbre non ne aveva, soltanto freddo e paura. La maestra non andò a portargli da bere, e neanche a parlare con lui. Non ci fu nessun pranzo. Evidentemente dormiva. Nicolas non sapeva nemmeno dove fosse la sua camera. Doveva essersi appisolato anche lui, perché fu svegliato dallo squillo del telefono. Era già buio. E ciò nonostante gli altri non erano ancora rientrati. Nicolas guardò il telefono squillare, a portata di mano. La cornetta sussultava leggermente sulla forcella. Continuò a squillare per un bel po’, finché non smise. Poi ricominciò. La maestra entrò e rispose, dopo aver detto a Nicolas che avrebbe anche potuto scomodarsi a rispondere lui. Aveva la faccia assonnata, gonfia, i capelli arruffati. «Sì?...» disse. «Sì, sono io... Sì, è proprio qui con me». Lanciò un’occhiata a Nicolas, senza sorridere. Poi corrugò la fronte. «Perché? È successo qualcosa?... Va bene...». Abbassò la cornetta e disse a Nicolas: «Ti dispiace lasciarmi un minuto da sola, per favore?». Nicolas si alzò e uscì lentamente, senza smettere di guardarla. «Dovresti andare di sotto, starai più comodo» aggiunse quando lui fu nel corridoio, e chiuse la porta. Nicolas arrivò fino alle scale e si sedette sul primo gradino, con le ginocchia strette fra le braccia. Non sentiva niente di quel che diceva la maestra, ma forse la maestra si limitava ad ascoltare il suo interlocutore. Per un attimo pensò di alzarsi, di avvicinarsi in punta di piedi, ma non ne ebbe il coraggio. Quando appoggiò la spalla alla ringhiera della scala il legno scricchiolò seccamente. A pochi metri da lui, un raggio di luce arancione filtrava da sotto la porta dell’ufficio. Gli sembrò di sentire un suono soffocato, come un singhiozzo trattenuto. La conversazione durò a lungo, senza che lui riuscisse a cogliere altro. Tutto si perdeva in un pozzo di silenzio. Sul fondo, lontanissima, scintillava un’acqua nera. Finalmente Nicolas sentì il clic che chiudeva la conversazione. La maestra non uscì dall’ufficio. Probabilmente era in piedi come l’aveva lasciata, con la mano ancora sulla cornetta, gli occhi strizzati, e si tratteneva dall’urlare. O forse si era stesa sul divano e mordeva il cuscino dove c’era ancora l’impronta della testa di Nicolas. Pochi giorni prima, quando se l’era immaginata nel momento in cui una telefonata le annunciava la morte accidentale di suo padre, la maestra dapprima lo allontanava, come aveva appena fatto, ma poi usciva dall’ufficio, andava verso di lui, lo abbracciava. Lo bagnava di lacrime, ripeteva il suo nome. Era una scena terribile, ma tenera, infinitamente tenera, che adesso non sarebbe potuta accadere. Adesso la maestra aveva paura di uscire, paura di vederlo, di rivolgergli la parola. Eppure prima o poi doveva per forza uscire, non poteva mica restare in quell’ufficio per il resto


dei suoi giorni. Nicolas ne immaginava spietatamente l’angoscia, il peso insopportabile che la opprimeva dall’istante in cui aveva riagganciato. Non si muoveva, e lui neppure. Probabilmente intuiva che lui era lì, a pochi passi, che l’aspettava. Se lui avesse bussato gli avrebbe gridato di non entrare, non adesso, non ancora, magari avrebbe chiuso la porta a chiave. Sì, piuttosto che mostrargli il proprio viso e vedere il suo, si sarebbe barricata là dentro. Sarebbe stato facile, volendo, spaventarla. Bastava dire una parola, nel silenzio del corridoio. O mettersi a canticchiare. Un canto lieve, innocente, ostinato, una filastrocca. Lei non l’avrebbe sopportato, si sarebbe messa a urlare dietro la porta. Ma Nicolas non canticchiò, non disse nulla, non si mosse. Toccava a lei, non a lui, accollarsi il seguito degli eventi, perché doveva pur esserci un seguito, dei gesti da compiere, delle parole da pronunciare. Delle parole di circostanza, quantomeno, destinate unicamente a confondere le acque e a far finta che la vita andasse avanti, che quella telefonata non avesse mai avuto luogo. Forse se la sarebbe cavata così, facendo finta che non avesse avuto luogo. Nell’attesa che richiamassero e che rispondesse qualcuno di più coraggioso. Stavolta avrebbe risposto Patrick. Il gendarme all’altro capo del filo non si sarebbe raccapezzato. Avrebbe insistito che lui aveva parlato con la maestra, l’aveva messa al corrente, ma lei avrebbe scosso la testa, chiuso gli occhi e, contro ogni evidenza, giurato che no, che di sicuro qualcun altro aveva risposto al posto suo, spacciandosi per lei. Scese la sera. La neve cadeva sugli abeti, oltre la finestra della conversazione con Hodkann. Si sentirono dei rumori al piano di sotto. La classe che tornava. Luci accese, grida, brusio. Dopo quella lunga passeggiata dovevano avere le guance belle rosse, e forse, per qualche istante, avevano anche dimenticato l’orrore del giorno prima. Per loro era l’orrore del giorno prima, che a poco a poco si sarebbe allontanato, attenuato, per diventare solo un ricordo che i genitori avrebbero avuto cura di non risvegliare. Le madri ne avrebbero parlato tra loro a bassa voce, con sguardi d’intesa e costernazione. Ma per Nicolas sarebbe stato per sempre, per sempre come ora, mentre aspettava in cima alle scale che la maestra trovasse il coraggio di uscire. Patrick, salendo, lo vide seduto sui gradini, nel corridoio illuminato soltanto dalla luce del pianterreno. «Che cosa ci fai qui, giovanotto?» domandò gentile. «Staresti meglio nel tuo ufficio». «C’è dentro la maestra» mormorò Nicolas. «Ah sì? E non ti vuole?» Patrick rise e bisbigliò: «Sarà al telefono col fidanzato!». Per correttezza, prima di entrare bussò alla porta dell’ufficio e, come Nicolas aveva previsto, la maestra domandò con voce alterata: «Chi è?». Poiché era Patrick aprì la porta, ma la richiuse immediatamente. Adesso erano in due a barricarsi, pensò Nicolas. Presto l’avrebbero fatto tutti tranne lui, e ognuno avrebbe cercato di scaricare sul vicino il compito di andare da lui, di parlargli. Dirgli la verità? No, non ne sarebbero stati capaci. Nessuno sarebbe stato capace di dire una simile verità a un ragazzino. E tuttavia qualcuno doveva pur farlo. Nicolas aspettava, quasi curioso. Patrick rimase nell’ufficio per un bel po’, ma lui almeno ebbe il coraggio di uscire e di andare a sedersi sui gradini accanto a Nicolas. Quando gli prese il polso per controllare quanto fosse consumato il braccialetto brasiliano gli tremavano le mani. «Però, è resistente!» disse, e subito, spaventato dal silenzio, si mise a raccontare una storia di generali messicani e di Pancho Villa di cui Nicolas non capì una parola né cercò di capirla, ma che con tutta evidenza voleva essere divertente perché Patrick la punteggiava di risatine stonate. Parlava per parlare, faceva quel che poteva, e Nicolas pensò che era carino da parte sua. Se avesse potuto lo avrebbe interrotto, lo avrebbe guardato negli occhi dicendo che era gentile, ma quelle storie di Pancho Villa, meglio di no, lui voleva sapere la verità. Patrick lo intuì e di punto in bianco lasciò perdere la storia, che era tutt’altro che finita. Non fece niente per nascondere di aver perso; boccheggiò come un annegato e disse in fretta: «Ascolta, Nicolas, a casa tua c’è un problema... Peccato per la settimana bianca, ma la maestra, e anche io, pensiamo che sarebbe meglio se tu tornassi a casa... Sì, sarebbe meglio...» aggiunse per riempire il silenzio.


«Quando?» mormorò Nicolas, come se fosse l’unica domanda importante. «Domani mattina» rispose Patrick. «Mi vengono a prendere?». Nicolas si chiese se gli sarebbe piaciuto o no che lo portassero a casa i gendarmi. «No,» disse Patrick «ti accompagno io. Ti va se ti porto io? Andiamo d’accordo, noi due». Gli scompigliò i capelli cercando di sorridere e Nicolas si morse le labbra per non piangere pensando ai re del petrolio. Patrick era sicuramente sollevato di aver dovuto rispondere solo a domande sull’organizzazione e non sul motivo del viaggio. Forse trovava strano che Nicolas non si mostrasse più sorpreso. Poi però, con un filo di voce, il bambino chiese: «È grave quello che è successo a casa?». Patrick ci pensò un attimo e disse: «Sì, credo che sia grave. La mamma ti spiegherà». Nicolas abbassò lo sguardo e iniziò a scendere le scale, ma Patrick lo trattenne, gli strinse forte la spalla e cercando di sorridere disse: «Coraggio, Nicolas».


28 A cena la maestra non si fece vedere, e Maxime Ribotton, deciso a sfruttare fino in fondo il suo nuovo argomento di conversazione, ricominciò a parlare dei sadici che assassinavano i bambini e del trattamento che lui e suo padre pensavano bisognasse infliggergli. Patrick gli ordinò seccamente di tacere. Nicolas, con il naso nel piatto, mangiò il gratin di patate che il cuoco aveva preparato per rimettere in forze gli escursionisti. Alla fine, per ringraziarlo, Patrick propose di gridaretre volte: «Hip hip hurrà!», e Nicolas gridò tre volte insieme agli altri: «Hip hip hurrà!». Dopodiché chiese a Patrick se quell’ultima notte poteva dormire nell’ufficio. Prima di acconsentire Patrick ebbe un attimo di esitazione, e Nicolas capì che era per via del telefono. Andò a letto prima degli altri, senza salutarli, senza che nessuno se ne accorgesse, tranne Hodkann, che dall’inizio della serata non gli staccava gli occhi di dosso. Mentre quelli di Nicolas erano sfuggenti. Sembrava che nessuno sapesse della sua partenza. Un quarto d’ora dopo Patrick lo raggiunse e gli disse che l’indomani si sarebbero messi in viaggio di buon’ora. Doveva fare una bella dormita. Voleva aiutarsi con una pastiglia? Nicolas disse di sì, e buttò giù la pastiglia con un po’ d’acqua. Era la prima volta che prendeva un sonnifero. Sapeva che a prenderne molti tutti insieme si poteva morire. All’epoca del trasloco e della lunga assenza di suo padre aveva cercato per tutta la casa il tubetto delle sue pastiglie. Ma il padre doveva averlo portato con sé, o forse sua madre l’aveva chiuso a chiave in un cassetto. Patrick si sedette sul bordo del letto come per parlare, ma non trovava le parole. Nessuno ormai avrebbe più trovato le parole per rivolgersi a lui. Patrick si ridusse agli stessi miseri gesti di poco prima, la mano che stringeva la spalla, il mezzo sorriso triste e affettuoso. Non osò ripetere «coraggio», intuendo probabilmente quanto fosse ipocrita. Rimase un momento seduto senza dire niente, poi si alzò. Aveva raccolto e cacciato in un sacco di plastica gli indumenti nuovi di Nicolas, quelli comprati al supermercato. Prima di spegnere la luce e uscire dalla stanza, posò il sacco ai piedi del letto, pronto per l’indomani. Nicolas ripensò allo zaino, che aveva preparato con cura otto giorni prima, per la settimana bianca. I gendarmi dovevano averlo trovato nel bagagliaio della macchina, e certamente perquisito. Si chiese se fossero riusciti ad aprire la sua cassaforte e cosa ci fosse dentro.


29 Nicolas si addormentò senza rendersene conto, ma si svegliò prima dell’alba. Non capì subito dov’era e inizialmente credette di essere in camera sua, a casa. Aveva paura perché mentre dormiva, tradendo la promessa che gli facevano ogni sera, avevano chiuso la porta e spento la luce in corridoio. Mormorò: «Mamma» e stava per ripeterlo più forte, per gridare, ma si trattenne e di colpo ricordò tutto. Rimase immobile per qualche istante, sperando che la notte durasse per sempre. Dev’essere questo che sperano i condannati a morte. I suoi occhi si stavano abituando all’oscurità e si domandò se non ci fosse qualcosa, qualcosa di nascosto nella stanza che in un modo o nell’altro potesse aiutarlo. Fermare lo scorrere delle ore, renderlo irraggiungibile, farlo scomparire. Ma non vide nulla. Nascondersi sotto il letto sarebbe stato inutile. Telefonare, ma chi poteva chiamare in suo soccorso? E che dire? Avvicinandosi alla finestra si accorse che era dotata di sbarre. Aveva dormito in quella stanza per tre notti senza notarlo. O forse le avevano appena messe, mentre lui dormiva, per assicurarsi che non scappasse? Eppure sembravano vecchie, piantate in profondità nel cemento. Era lui che non ci aveva fatto caso. L’unica via d’uscita era la porta. Rovistò nel sacco di plastica, si vestì a tentoni. Infilandosi il giubbotto provocò il fruscio familiare e sinistro dell’avviso con la foto di René. Aprì i cassetti dell’ufficio, in cerca di un po’ di soldi che gli facilitassero la fuga, ma non trovò niente. Chiuse la porta senza fare rumore e uscì. Nella sala al pianterreno c’era una lampada accesa, una sola, che rischiarava vagamente le scale in cima alle quali, ancora una volta, Nicolas rimase immobile. Patrick e Marie-Ange erano già in piedi. Parlavano sottovoce, ma nello chalet c’era un tale silenzio che sporgendosi Nicolas riusciva a sentirli. «Una zolletta» disse Marie-Ange, e il cucchiaino tintinnò nella tazza. «In un modo o nell’altro,» riprese Patrick «i ragazzi verranno a saperlo assai in fretta. E poi, se in paese scoprono che è qui, nello stato in cui sono, chissà di cosa sarebbero capaci». «Ma non è mica colpa sua» disse dolcemente Marie-Ange. Cacciò un profondo sospiro e mormorò: «Che orrore, Dio mio, che orrore...». Nicolas sentì un singhiozzo, poi di nuovo Patrick: «Certo, quello che è successo a René è atroce, ma forse lui mi fa ancora più pena. Ti immagini, portarsi dietro una cosa simile? Che vita potrà mai avere?». Ci fu un silenzio, poi, senza smettere di singhiozzare e di girare il cucchiaino, Marie-Ange disse: «È una buona idea che sia tu ad accompagnarlo. Pensi di parlargli?». «No» rispose Patrick con voce sorda. «Non ce la faccio». «E allorachi glielo dirà?». «Non lo so. Sua madre. Probabilmente se l’aspettava, prima o poi. Il padre ha già avuto delle noie due anni fa. Non era così grave, ma comunque una gran brutta storia». Un altro silenzio, singhiozzi, poi: «Vado a svegliarlo. Dobbiamo partire». Patrick trovò Nicolas in piedi in cima alle scale vestito di tutto punto e cercò di leggergli in viso se li avesse sentiti. Ma il viso di Nicolas era impenetrabile, e a ogni modo, cosa cambiava? Quando tornarono di sotto, Marie-Ange posò la tazza sul tavolo, si asciugò gli occhi rossi con un kleenex appallottolato e in silenzio strinse a sé Nicolas, molto forte. Diede anche un bacetto a Patrick, all’angolo della bocca, poi i due uscirono. Era ancora buio. Nello chalet dormivano tutti. Era caduta altra neve, i piedi ci sprofondavano dentro. Dalle loro bocche uscivano nuvole di un denso vapore bianco, quasi opaco contro la massa scura degli abeti. Arrivati alla macchina, Patrick chiese a Nicolas di tenergli la borsa da viaggio mentre lui liberava i vetri dalla neve a mani nude, insistendo sui tergicristalli


incollati dal gelo al parabrezza. Quando ebbe finito e aperto le portiere, Nicolas fece per salire davanti, come l’altra volta, ma Patrick disse no: avrebbero preso la statale, e la polizia faceva dei controlli.


30 «Ti va se mettiamo un po’ di musica?» chiese Patrick. Nicolas rispose di sì. Tenendo il volante con una mano, Patrick rovistò nella valigetta delle cassette. Nicolas si chiese se avrebbe rimesso quella che avevano ascoltato il giorno del supermercato, ma lui ne scelse un’altra, più dolce e più lenta. La voce, accompagnata solo da una chitarra, era quasi lamentosa, e anche se le parole erano in inglese, si poteva facilmente intuire che raccontava di un viaggio in inverno, su strade innevate, immerse nel sonno. Nicolas si stese sul sedile di dietro, facendosi un cuscino con la vecchia coperta sfilacciata che puzzava di cane. Stava quasi per chiedere a Patrick se ne avesse uno, a casa sua, e anche dove fosse casa sua, qual era il mondo in cui viveva, ma per non dare l’impressione di aver voglia di chiacchierare non disse niente. Patrick aveva sicuramente paura di dover rispondere a delle domande, e Nicolas si ripromise di non fargliene. Sdraiato dietro, con la testa dalla parte del sedile del passeggero, alzando gli occhi riusciva a vedere Patrick di tre quarti, concentrato sulla strada. La coda di cavallo era appoggiata sulla spalla, le mani sul volante erano scure e muscolose, coi tendini in rilievo: esattamente le mani che Nicolas avrebbe voluto avere da grande, ma adesso sapeva che era impossibile. Il riscaldamento era al massimo, per disappannare i vetri. Nicolas aveva piegato le gambe e infilato le mani in mezzo alle cosce, e si rese conto con stupore che riusciva a sonnecchiare, a lasciarsi cullare dal caldo come se avesse la febbre, dalla musica lamentosa e quieta, dal rumore rassicurante della ventola. All’andata aveva contato il numero di chilometri sulla carta, quattrocentotrenta, e non ne avevano fatti nemmeno venti. Finché non fosse sceso da quella macchina sarebbe stato al sicuro. Quando si svegliò erano già sull’autostrada. Neve non ce n’era più, ma il cielo era bianco. Patrick non aveva messo altre cassette, probabilmente per non disturbare il suo sonno. Aveva spento la ventola. Guardava davanti a sé, con la schiena dritta, la coda di cavallo sulla spalla, come se dalla partenza non si fosse mosso. Quando Nicolas si tirò su se ne accorse di sicuro, ma rimase in silenzio. Solo dopo qualche minuto si sforzò di dire, in un tono che voleva essere allegro: «Allora, fatto un bel sonnellino?». Lui rispose di sì e tornò il silenzio. Nicolas teneva d’occhio i cartelli stradali per sapere la distanza che li separava dalla città dove viveva. Duecentodieci chilometri. Erano quasi a metà strada. Si rimproverò per aver dormito, lasciando che la prima metà del viaggio passasse così in fretta. Intuiva che da quel momento in poi tutto sarebbe precipitato. Patrick si spostò sulla destra, rallentò e scalò le marce imboccando la corsia che conduceva a un distributore Esso. Nicolas pensò ai buoni-regalo della Shell e a un tratto si mise a piangere. Erano lacrime, non singhiozzi; gli colavano silenziose sulle guance. Se proprio in quel momento non si fosse fermato davanti alle pompe di benzina voltandosi verso di lui Patrick non si sarebbe accorto di niente. Nicolas non riuscì a smettere di piangere, ma abbassò gli occhi. Patrick rimase un istante a guardarlo dal suo sedile senza dire niente. «Nicolas...» mormorò per l’ennesima volta. Ormai era l’unica cosa possibile: ripetere un nome, con amore e disperazione. Probabilmente i genitori di René facevano lo stesso, di notte, sdraiati su quel letto dove mai più avrebbero dormito sereni, e anche quelli del bambino murato vivo dall’anestesia sbagliata. Altri, come il gendarme e Marie-Ange, dicevano anche «Dio mio», «Maria Vergine», «Signore Gesù». Poiché non riuscivano più a parlargli, le persone, credenti o no, si aggrappavano a quell’ultima risorsa: pregare per lui, chiedere a Gesù, risorto o no, di avere pietà di lui. «Vieni, Nicolas,» disse infine Patrick «andiamo a mangiare qualcosa. Non hai fatto colazione, avrai fame». Nicolas non aveva fame e sospettava che neppure Patrick ne avesse, ma quando lui finì di fare il pieno lo seguì nell’autogrill. Accanto all’ingresso c’era un espositore di giornali davanti al quale Patrick ebbe un attimo di panico.


Si destreggiò per mettercisi davanti e distogliere l’attenzione di Nicolas, che lo lasciò fare docilmente ma ebbe comunque il tempo di intravedere la foto e la parola «mostro» nel titolo seminascosto dalla piega del giornale. Patrick si affrettò a trascinarlo verso il distributore di bevande e snack, e controllò che ci fosse un’altra uscita. Prese un caffè per sé, un pain au chocolat e un succo d’arancia per Nicolas, quindi andarono a sedersi nell’angolo, vicino ai bagni, dove c’erano tre tavoli di plastica grigia e appiccicosa ingombri di bicchieri di carta vuoti. Patrick salutò educatamente l’unica avventrice, una donna bionda che beveva un caffè. Lei rispose al saluto e sorrise a Nicolas, che rimase trafitto da quel sorriso. La pelliccia della donna, che brillava come fosse cosparsa di rugiada, era aperta su un abito azzurro di un tessuto cangiante, prezioso. Dallo chignon allentato le ricadevano sul collo ciocche di capelli biondi che veniva voglia di accarezzare. Trasmetteva un’impressione di ricchezza e di lusso in contrasto con il sordido grigiore di quel luogo, ma soprattutto di dolcezza, una dolcezza avvolgente, magica, quasi insostenibile. Era bella: preziosa, dolce e bella. Tranquilla, senza un’ombra di impazienza, guardava il parcheggio fuori, lo squallido locale intorno a lei, e quando i suoi occhi tornarono su Nicolas gli sorrise di nuovo: un sorriso non distratto, e neppure insistente, ma proprio rivolto a lui, personalmente, che lo avvolgeva tutto in quella tenerezza angelica che emanava da lei. L’abito di seta azzurra, molto scollato, lasciava intravedere l’attaccatura del seno, e Nicolas fu attraversato da uno strano pensiero: l’interno del suo corpo, le sue viscere, le sue budella, il sangue che le scorreva nelle vene dovevano essere puliti e luminosi quanto il suo sorriso. Gli tornò in mente la fata turchina di Pinocchio. Al suo fianco non c’era più niente da temere. Se lei lo avesse voluto, avrebbe potuto far scomparire l’orrore, fare sì che quel che era stato non fosse, e se avesse saputo lo avrebbe voluto, poco ma sicuro. Patrick si alzò e disse che andava un minuto in bagno. Nicolas capì che in quel minuto si sarebbe giocato il suo destino. Doveva parlare alla fata. Chiederle di salvarlo, di portarlo con sé dovunque andasse. Non sarebbe stato necessario spiegarle niente, era certo che avrebbe capito, che sarebbe bastata una frase. «Mi salvi, signora, mi porti con lei». Sulle prime sarebbe rimasta sorpresa, ma l’avrebbe guardato attentamente, con quell’attenzione, quella dolcezza che ti penetravano il cuore e ti facevano venire da piangere, e allora avrebbe saputo che diceva la verità, che solo lei poteva compiere il miracolo. Avrebbe detto: «Vieni» e l’avrebbe preso per mano. Avrebbero raggiunto di corsa la sua macchina e alla prima uscita avrebbero lasciato l’autostrada. Avrebbero viaggiato a lungo, lui seduto al suo fianco. Guidando, lei gli avrebbe sorriso, mormorando che adesso era tutto finito. Sarebbero andati lontano, molto lontano, là dove lei aveva la sua vita, una vita che le assomigliava, dolce, preziosa e bella, e lei gli avrebbe permesso di rimanerle per sempre accanto, fuori pericolo, in pace. Nicolas aprì la bocca ma non ne uscì alcun suono. Bisognava attirare la sua attenzione, far passare il messaggio almeno con gli occhi. Bisognava che lei lo guardasse, che incontrasse la sua supplica silenziosa, le sarebbe bastato quello per capire. Sì, sì, avrebbe capito. Avrebbe intuito l’agonia che consumava il cuore di quel ragazzino incrociato all’autogrill e compreso che lei sola poteva liberarlo. Ma la fata non lo guardava più, guardava fuori, seguendo con gli occhi un uomo vestito di nero che attraversava il parcheggio a grandi passi, diretto verso di loro. Con la gola stretta, soffocata dal silenzio che gli saliva dal ventre, Nicolas vide l’uomo avvicinarsi e aprire la porta a vetri. L’uomo accostò un viso innamorato a quello della donna e la baciò sul collo, vicino alle ciocche indocili sfuggite allo chignon. Lei gli sorrideva, con il suo sorriso angelico. Non vedeva più nessun altro. Nicolas non aveva mai odiato tanto qualcuno in vita sua, nemmeno Hodkann. «È ripartita,» disse l’uomo «possiamo andare». La fata si alzò e uscì insieme a lui. Richiudendo la porta fece a Nicolas un breve cenno con la mano, poi si girò verso il parcheggio. L’uomo le cinse le spalle per riscaldarla e Nicolas li vide allontanarsi verso la macchina, salire a bordo, scomparire. Teneva le dita intrecciate sotto il tavolo, annodate inestricabilmente le une alle altre, e per terra, tra i propri piedi, in mezzo alle bustine di zucchero e ai


mozziconi, vide una specie di filamento rosso e blu. Il braccialetto brasiliano era caduto. Cercò di ricordarsi il desiderio che aveva espresso quando Patrick gliel’aveva annodato, una settimana prima, ma non ci riuscì: a furia di esitare, cercando quello che l’avrebbe meglio protetto da tutti i pericoli della vita, forse non ne aveva espresso nessuno.


31 Nicolas trascorse il resto del viaggio a chiedersi quali fossero state le sue ultime parole. Una breve risposta a Patrick in macchina, probabilmente. Aveva deciso di non parlare più, mai più. Ormai era l’unica forma di protezione che riuscisse a immaginare. Neanche una parola, da lui non avrebbero cavato più niente. Sarebbe diventato un blocco compatto di silenzio, una superficie liscia e scivolosa contro cui la sventura sarebbe rimbalzata senza trovare un accesso. Se avessero voluto, se avessero osato, gli altri gli avrebbero parlato, ma lui non avrebbe risposto. Non li avrebbe neanche sentiti. Non avrebbe sentito quello che gli avrebbe detto sua madre, verità o menzogna, senz’altro menzogna. Gli avrebbe raccontato che suo padre aveva avuto un incidente durante una trasferta, e che per una ragione o per l’altra non potevano andare a trovarlo all’ospedale. Oppure che era morto, e non sarebbero andati neanche al suo funerale, né a raccogliersi sulla sua tomba. Avrebbero di nuovo cambiato città, forse anche nome, nella speranza di lasciarsi alle spalle quel silenzio e quella vergogna che li avrebbero ormai accompagnati ovunque, ma la cosa non l’avrebbe più riguardato, lui avrebbe taciuto, taciuto per sempre. All’entrata della città, Patrick rilesse l’indirizzo che gli avevano scritto su un pezzo di carta e chiese a Nicolas se sapeva come arrivarci. Nicolas non rispose. Patrick ripeté la domanda, cercando di catturare il suo sguardo nello specchietto retrovisore, ma Nicolas abbassò gli occhi e lui non insisté. Si fermò accanto a un agente, che gli indicò la strada. Dopodiché attraversarono la periferia, sotto la pioggia. La via dove abitava Nicolas era a senso unico, perciò fecero il giro dell’isolato, ma c’era un posto libero proprio davanti al portone. Per parcheggiare a marcia indietro, Patrick dovette rifare la manovra due volte. Fece scendere Nicolas e lo prese per mano, come un bambino piccolo. Ma non parlò, non ripeté il suo nome. Il viso, svuotato, non esprimeva più niente. Nell’angusto ingresso del condominio, Patrick guardò i nomi sulle cassette delle lettere. Aveva capito che Nicolas non l’avrebbe aiutato. Aspettarono l’ascensore in silenzio. Le porte scorrevoli frusciarono richiudendosi alle loro spalle. Patrick indugiò più del dovuto a premere il pulsante del piano. Aveva ancora nella sua la mano di Nicolas, e la stringeva forte. Nello specchio scuro che copriva la parete Nicolas vide che stava piangendo. La scatola in cui erano rinchiusi sembrò sprofondare nel pavimento, poi si sollevò con una scossa. Si sentivano cigolare i cavi. Nicolas sperò che la cabina si bloccasse tra due piani, così sarebbero rimasti lì per sempre. Oppure che una volta salita abbastanza in alto si staccasse, precipitando a tutta velocità nel pozzo nero che li avrebbe inghiottiti. Il pianerottolo consisteva in un lungo corridoio senza finestre fiancheggiato di porte, e la sua era l’ultima in fondo. Nella penombra l’interruttore della luce emetteva un debole bagliore. Patrick non accese. Avanzarono insieme nel corridoio, molto lentamente. A Nicolas tornò in mente la frase di Patrick, quella mattina: «Che vita potrà mai avere?». Raggiunsero la porta, da cui non proveniva alcun rumore. Patrick alzò la mano verso il campanello, aspettò ancora più a lungo che in ascensore, poi premette il pulsante. Con delicatezza, sfilò l’altra mano da quella del bambino. Adesso per lui non poteva fare più niente. La moquette all’interno dell’appartamento soffocava il rumore dei passi, ma Nicolas sapeva che la porta si sarebbe aperta, che la sua vita sarebbe cominciata in quell’istante e che per lui in quella vita non ci sarebbe stato perdono. Parigi, 9 dicembre 1994 Pors-Even, 2 febbraio 1995


La settimana bianca - Emmanuel Carrere