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Testimonianza della signora Ester Bizzaro Jacchia

Sono nata nel 1932. Mio padre era un apprezzato professionista a Vicenza. Esercitava la professione di dottore commercialista ed aveva una casa editrice che stampava libri di vario genere ma soprattutto di poesia. Era un intellettuale ed aveva molti amici.

Ermes Jacchia 14/10/1899 – 01/12/1956

In Italia, nell’autunno del 1938 vennero promulgate dal governo guidato da Mussolini le leggi razziali che decretavano l’espulsione di tutti gli alunni e di tutti i docenti ebrei dalle scuole di ogni ordine e grado e dalle università, vietava i matrimoni tra ebrei e non ebrei, vietava agli ebrei di possedere beni, di avere domestici, di lavorare nelle amministrazioni pubbliche e militari, inoltre per chi esercitava una professione, per esempio l’avvocato, il medico, l’ingegnere, il commercialista era prevista la cancellazione dall’albo professionale e pertanto era impedita la possibilità di lavorare. Mio padre dovette chiudere lo studio, cedere la casa editrice, lasciare la sua bella casa la sua vita agiata e partire. Mia madre ed io lo seguimmo e tutti e tre, esuli, ci rifugiammo in un paesino ai piedi dei Pirenei, vicino a Tolosa, nella Francia meridionale dove speravamo di sfuggire alla follia nazista .Era il 1939,e la nostra vita cambiò completamente, naturalmente in peggio e per sempre. Io ero una bimba di sei anni ma mi sono rimasti nella mente e nel cuore i momenti tragici e le paure di quei tempi. Comunque in Francia la vita continuò, abitavamo in una grande fattoria, il papà, ufficialmente era un contadino, ma in realtà si occupava della gestione contabile dell’azienda, la mamma lavorava in casa ed io andavo a scuola. La scuola distava dalla fattoria cinque chilometri ed io, anche se piccola li percorrevo a piedi due volte al giorno sia con il bel tempo che con il brutto. Quando arrivai in 1


Francia, non conoscevo una parola di francese ma venni inserita in classe prima e velocemente imparai la lingua. Alla fine dell’anno scolastico, per la mia bravura in lettura, ricevetti un premio che conservo ancora.

La mamma ed io

Nel marzo 1943, dovemmo lasciare la fattoria perchÊ l’esercito tedesco aveva invaso la Francia meridionale e cosÏ rientrammo in Italia. Io e la mamma ci rifugiammo a Marsan, in una casetta in collina, vicino a Marostica.

La nostra casetta a Marsan 2


Il giorno del Battesimo Io venni battezzata e presi il cognome di mia madre che era cristiana, in questo modo potei ritornare a scuola. Naturalmente, pur avendo frequentato la scuola in Francia e parlando in casa l’italiano, non sapevo scriverlo per cui le insegnanti della scuola elementare volevano inserirmi in una seconda elementare. Per fortuna una maestra, la signora Todesco si oppose e mi accolse nella quinta. Io fui promossa e sempre seguita da questa maestra mi preparai per l’esame di ammissione alla prima media e lo superai. Mio padre non era con noi, si era rifugiato in Romagna. Qui, pagando profumatamente, riuscì ad avere una nuova carta d’identità con un nuovo nome, e utilizzando questo falso documento ed affidandosi alle “staffette”cioè persone che accompagnavano i fuggiaschi al confine, riuscì a raggiungere, nel dicembre 1943, la Svizzera. Qui rimase come rifugiato politico fino alla fine della guerra in un campo di lavoro dove si adattò ai lavori più umili.

Il campo Möhlin

Il refettorio 3


In dormitorio, il paravento di carta impedisce di vedere l’altra fila di letti

La mamma, in questo periodo, si dimostrò forte: imparò a coltivare l’orto ,faceva lavori a maglia e provvide al nostro sostentamento. Le notizie del papà erano scarse, talvolta arrivavano delle lettere che però non dovevano far capire che lui era mio padre perché la polizia ci avrebbe individuato e magari mandato in un campo di concentramento. Nelle sue lettere spesso c’erano dei segni tracciati con l’inchiostro indelebile sopra le parole perché, a quel tempo, la posta veniva aperta e letta da dei funzionari e se nella lettera c’erano affermazioni ritenute non adatte venivano cancellate. C’era, cioè, la censura. Anche la mia nonna paterna in quei tristi anni dovette vivere nascosta. Ella fu accolta in un convento di suore a Bassano del Grappa sotto falso nome. Sulla sua carta d’identità anziché Alice Jacchia c’era scritto Elisa Moranti. Nel 1945 la guerra finì, mio padre tornò a casa e noi tornammo a vivere tutti e tre assieme. Sono molto emozionata nel raccontarvi questi ricordi della mia infanzia.Mi auguro che tali tragici eventi non si ripetano più ed è per questo che non si deve dimenticare quanto è successo.

Silea, 18 gennaio 2010

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SENZA DISTINZIONE DI RAZZA

COSTITUZIONE ITALIANA

Articolo 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica, sociale del Paese

L’articolo 3 della nostra Costituzione promulgata nel 1948 stabilisce l’uguaglianza dei cittadini che si può attuare solo se lo Stato interviene per rimuovere le tante deseguaglianze esistenti. CONVENZIONE SUI DIRITTI DEI BAMBINI Articolo 7 Ogni bambino quando nasce ha diritto a un nome….

Ascoltando il racconto della signora Ester abbiamo capito quanto sia stato facile perdere dei diritti che a noi sembrano “normali”. Proprio perché può accadere di nuovo, noi cittadini abbiamo il dovere di informarci , di controllare che i diritti di tutti siano tutelati ed eventualmente agire per far in modo che la legge sia rispettata.

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La testimonianza di Ester