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CAMBOGIA Chanta, 6 anni, al Centro chirurgico di Battambang per una mina

Il futuro L’attesa di una bambina che guarisce contro ogni previsione, la preoccupazione della sorella che non vede un domani.

U

n carro trainato da buoi e sopra un padre, una madre e 3 bambini che vanno a lavorare nei campi. Una scena molto comune nella Cambogia rurale. A metà del viaggio, una ruota fa pressione su una mina anticarro sepolta al ciglio della strada da chissà quando. L’esplosione uccide il padre e 2 bambini e scaraventa a terra la madre e una bambina, subito soccorse dalla figlia più grande, 17 anni, andata poco più avanti per raccogliere legna. Le ferite vengono portate al Posto di primo soccorso di Emergency a O’Tatiak e immediatamente trasferite all’ospedale di Battambang. È sera quando arrivano al nostro ospedale: Chanta, la bimba, appare subito in condizioni molto gravi, respira male e si lamenta di dolori addominali. Ed è così piccola, ha 6 anni e pesa 13 chili. Un esame approfondito rivela contusioni polmonari bilaterali e un’immagine molto dubbia di sanguinamento sul fegato: l’emoglobina scende di 1 grammo ogni ora. Decidiamo di operarla immediatamente. Mentre è distesa sulla barella con un pupazzetto rosso tra le mani, un’infermiera le chiede se ha mai mangiato un gelato… Chanta dapprima risponde che non le piace, poi ci pensa un po’ e dice che le piacerebbe proprio provarlo. «Te lo prometto Chanta, lo mangerai quel gelato…» è l’ultima cosa che l’infermiera le sussurra prima di portarla in sala operatoria. Una pessima diagnosi recuperata dalla tenacia dello staff

Nell’addome c’è sangue, io e il chirurgo ci guardiamo pensando la stessa cosa: «fa che non sia il fegato». E invece è una lesione epatica molto grave. Lo staff si mobilita: mentre i chirurghi operano, noi anestesisti guardiamo i bottiglioni dell’aspiratore con angoscia, ci affanniamo a trovare 10

n° 51 giugno 2009

le vene, a trasfondere, a ventilare la paziente perché non abbiamo ventilatori per bimbi così piccoli. L’emostasi riesce con il posizionamento di un packing di garze che andrà rimosso dopo 24 ore. Le condizioni respiratorie sono critiche. Impieghiamo più di un’ora per estubare la bimba che la mattina successiva ha 50 di frequenza respiratoria, broncospasmo, respiro superficiale e apnee ricorrenti. In queste condizioni – dico allo staff – la bambina andrà presto in arresto respiratorio e non abbiamo i ventilatori adatti per poterla aiutare. Madame Hourt, la capo infermiera, dice che una volta intubata la ventileranno loro manualmente a costo di starle di fianco 24 ore di seguito. Concordiamo che, ogni volta che la bambina andrà in apnea, dovranno aspirarla dal naso di modo che, tossendo, la saturazione possa migliorare. Chanta passa la notte e la riportiamo in sala operatoria: l’emostasi ha tenuto e il packing di garze viene rimosso. L’infermiera che l’assiste le dice con tenerezza: «Respira piccolina, ricorda che devi assaggiare il gelato…». Dopo qualche giorno, Chanta è perfettamente rimessa e mangia finalmente il gelato promesso. In corsia c’è aria di festa, tutto lo staff è molto soddisfatto e felice per il suo recupero. Mi sorprende invece il comportamento della sorella, che è stata al suo capezzale nei giorni più critici: appare sollevata, ma è taciturna e sempre un po’ triste. Pensa ancora all’incidente e, soprattutto, alla morte del padre, unica fonte di reddito della famiglia. Mi dice che non sa, ora, come faranno a tirare avanti, non potrà sfamare la sua famiglia solo raccogliendo legna. Lei non sa neanche cosa sia una scuola, ma sa che cosa è la fame e sa che dovrà tornare presto in quei campi che le hanno distrutto la famiglia, sperando di non finire su una mina. ELENA GIOVANNELLA

EMERGENCY n°51 - GIUGNO 2009  

Dal 1995 Emergency pubblica una rivista trimestrale per informare e aggiornare i suoi sostenitori sulle attività dell’associazione e per app...

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