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REMOTTI DI CARTA


Francesco Paolo Tronca Commissario Straordinario per Roma Capitale Claudio Parisi Presicce Sovrintendente Capitolino ai Beni Culturali Servizio comunicazione e relazioni esterne Renata Piccininni, Responsabile Teresa Franco Filomena La Manna Luca D’Orazio Servizio mostre Daniela Bonamici Direzione Musei Claudio Parisi Presicce, Direttore Dirigente U.O. Musei di Arte Moderna e Contemporanea Federica Pirani Revisione conservativa delle opere e restauri Ombretta Bracci Cristina De Gregorio Arianna Guarini con Fiorella Antonelli e Simona Nisi (Zètema Progetto Cultura) Direzione Tecnico Territoriale e U.O. Tecnica di Progettazione Porfirio Ottolini, Direttore Servizio Progetti di riuso e allestimenti museali Roberta Rosati, Responsabile Allestimenti Lucia Pierlorenzi con Maria Cucchi

Federica Pirani Dirigente

Organizzazione Zètema Progetto Cultura

Servizio coordinamento, valorizzazione e comunicazione delle attività della struttura Pasquale Enrico Stassi, Responsabile Elena Cannistrà

Albino Ruberti Amministratore Delegato

Ufficio coordinamento tecnico amministrativo e organizzativo della struttura Tina Cannavacciuolo Nicoletta Spada

Area mostre Renata Sansone con Francesca Plonski

Ufficio attività espositive e grandi eventi Claudio Crescentini Ufficio promozione creativa, residenze e manifestazioni performative Costantino D’Orazio Ufficio valorizzazione collezione, prestiti e nuove acquisizioni Antonia Rita Arconti Ufficio didattica Daniela Maggiori Documentazione video Marco Fabiano CRDAV - Centro ricerca e documentazione arti visive Antonella Maria Carfora Alessandra Cappella

Roberta Biglino Direttore Generale

Area musei Teresa Mulone con Andrea Enrico Rossi Didattica Carla Piraino Relazioni pubbliche Patrizia Bracci con Marta Barberio Corsetti Relazioni con gli sponsor Eleonora Vatielli Revisione conservativa delle opere Sabina Marchi con Simona Nisi Patrizia Carducci e Daniela Di Giovandomenico Ufficio stampa Patrizia Morici Comunicazione Antonella Caione

Mediateca Alessandra Gianfranceschi

Grafica Alessandra Meneghello

Progetti speciali Francesca Terracciano

Ufficio mostre MACRO Anna Rita D’Andrea Didattica MACRO Simonetta Baroni


17 FEBBRAIO 30 MARZO 2016

REMOTTI DI CARTA a cura di gianluca marziani


REMOTTI DI CARTA Gianluca Marziani


VOLEMOSE BENE BRUTTI STRONZI… disse un giorno Remo Remotti… pensandolo nero su bianco, scrivendolo nero su bianco, urlandolo nero su bianco… con la calligrafia rese scultoree le lettere alfabetiche, come pietre galleggianti nel cielo, nuvole latine sopra la Roma dei suoi sogni e dei suoi migliori incubi. Una frase che racchiude Remo e il suo doppio Romolo: da una parte l’anima romantica e sentimentale, dall’altra la parte rissosa, arrabbiata, urlante ma solo per eccesso d’amore. Se fosse stato qui con noi, in forze per salire sul trabattello, gli avrei chiesto di redigere la scritta a lettere cubitali su alcuni muri rionali, così da far parlare la pietra in nome di Remo, dando voce meritata a una Roma che tutto sopporta da tempo immemore. In piedi con un pennello in mano, gli farei aggiungere un altro suo mantra, LA FREGNA REGNA, ancor più detonante se lo si pensa nel fiume pagano di una Roma tra due poteri (Stato e Chiesa) e troppi ceffi che ne deturpano la fierezza d’origine controllata. Chissà cosa direbbe il Remoto Remo se vedesse le sue frasi su qualche parete di Testaccio, Ostiense o San Lorenzo. Immagino s’incazzerebbe di gioia, forse direbbe che Mamma Roma non è una vacca sacra ma una signora esibizionista, un po’ aristocratica e abbastanza coatta, molto altezzosa e tanto incazzata; una specie di Anna Magnani in tacchi alti che prende a calci chi non rispetta questo posto speciale. D’altronde, chi meglio di RR ha raccolto il senso profondo della città attraverso le stilettate poetiche di un lungo apologo? MAMMA ROMA ADDIO è la poesia più bella che la città abbia ricevuto in dono negli ultimi decenni, il canto di un asceta rivoluzionario che praticava la libertà in forma erotica e creativa. Per questo e altro vorrei le sue frasi a lettere cubitali, inni giganti incisi sulla pelle di qualche facciata cieca: sarebbe la parola di Remo ma anche il verbo di Roma, una voce legittima in una città illegittima e puttana, bella e crudele, anfiteatro dei vivi e culla di anime fatue che rilasciano energia come fiammelle perenni…


Remo Remotti scriveva, disegnava, dipingeva, manipolava, costruiva, recitava, declamava, partecipava… entità umana per molti indefinibile, sfuggente come olio in discesa, geneticamente radicale e controcorrente, fuori da ogni categoria ma dentro il teatro delle voci libere ad altissima gradazione “alcolica”… RR era la voce atavica della città, un grido archeologico e futurista, un’opzione militante tra regola e sregolatezza. Tutto e il contrario del quasi tutto, sperimentando il confine e la contaminazione, lo slittamento verbale, il riciclo e il riuso, il sacro e il profano, l’alto e il basso ma anche l’intermedio quando necessario… RR era estremo per default biologico, impossibile da imitare o irretire, un leone senza gabbia dentro la città che sale… Nel 2014 abbiamo pubblicato un primo catalogo con una selezione di opere, realizzate da Remo nel corso della sua lunga vita. Fu una sorpresa questo lato maturo da artista visivo, in sintonia con il clima storico di un pop dal cuore neorealista e dall’indole mediterranea. Fino a ieri molti conoscevano il paroliere militante, pochi l’autore di quadri chiodati e sculture metalliche dai colori acrilici. Con la giusta distanza notiamo, di fatto, una relazione privilegiata tra testo (scritto, parlato, cantato, urlato…) e opera (disegno, pittura, scultura…). RR scendeva in strada con le parole, andava in trincea dialettica, combatteva usando aggettivi, verbi, calembour… quando, invece, si rifugiava in uno spazio idealmente chiuso, silenzioso e meditativo, si dedicava al disegno su carta, alla pittura, ai rilievi, alle sculture metalliche. Portava a studio l’urlo della città ma lo avvolgeva sottocoperta, dentro la semplicità degli ingredienti artistici; le grida lancinanti dei suoi testi si raggomitolavano sotto i chiodi, le viti, i bulloni, le verniciature da carrozzeria, placando l’urlo ma non la rabbia che teneva assieme i pezzi. RR gestiva l’incazzatura in modo adulto, usando l’opera come una medicina dello spirito, un rimedio del fare in una civiltà del troppo dire.


Avevo scritto così: …la sua visione artistica ha il metro lineare della coerenza, sia in termini compositivi che ideativi. L’opera sfugge al margine delle categorie, attraversa i generi per ribaltarli nel loro contrario, in sintonia con un certo clima Anni Sessanta, quando le contaminazioni linguistiche erano spontanee e realmente innovative. Si evidenzia il filo rosso che cuce assieme la vertigine figurativa, la passione per il materiale povero, l’intuito cromatico, l’ironia dietro ogni geometria, il valore ideologico del frammento, la simbologia di alcuni archetipi primari (il triangolo e il cubo in particolare). Per concludere, osservate l’utilizzo dei tubetti di colore ben spremuti e raccolti assieme, sorta di campo aereo per agricolture visionarie: è la più simbolica tra le immagini remottia-

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ne, sintesi di caos e controllo, amplesso di forma e contenuto, scatto ludico dentro il rigore dei margini, tensione tattile e apertura allo spazio reale. Tutto pare immobile eppure le opere trattengono lo stesso grido sussurrato delle performance poetiche. Remo Remotti ha saputo gestire l’incazzatura militante, sublimandola nel modo muscolare di costruire il lavoro, nello sforzo compresso ma leggibile, in quel meccanismo manuale di SCRIVERE PER IMMAGINI. Ripartiamo da quest’ultima frase, dalla scrittura che diventa immagine. Diciamo subito che pochi sanno fondere i due piani senza stacchi evidenti, agendo sulla radice comune in cui l’una vive nello spirito dell’altra. RR è riuscito nell’impresa, senza sforzo apparente, seguendo la linea rossa del cuore: questo libro ne è la prova mai scontata, un viaggio in cui il disegno aderisce emotivamente all’attore iconoclasta, al poeta polemico, al dissacratore arrapato. Tratto e stile sono la carta identitaria del nostro artista, i suoi organi interni e il suo vestire figurativo. Signore e Signori, ecco a Voi il Remotti di carta.


Oggi vi mostriamo un aspetto diaristico, profondamente intimo di Remotti, un viaggio tra le carte, i disegni, i racconti a fumetti e gli appunti figurativi di una vita tra verità e (anti)finzione. La mostra e il libro si concentrano su TRE CICLI A FUMETTI che ricuciono il legame tra parola e immagine, pensiero militante e autobiografismo spontaneo. Tre momenti che sono un diario sconnesso ma non troppo, sorta di grande progetto cartaceo che solo oggi, dopo giusta sedimentazione, trova un continuum narrativo e concettuale. Le radici sono quelle del fumetto classico, anche se l’impaginazione evidenzia un’allergia per qualsiasi accademia. Straborda la passione per George Grosz, Otto Dix e il loro grottesco espressionista, figlio di una cultura politica che combatteva la dittatura a suon di allegria deforme. Il nostro RR contraeva la polmonite emotiva quando sentiva puzza di potere: in un attimo, al primo annusare, deformava il mostruoso sociale con la sua penna leggiadramente acida. Rompeva gli equilibri prospettici, moltiplicava i centri della scena, aumentava o diminuiva gli ingombri testuali, creava squilibri ragionevoli tra immagine e lettere: ogni contromossa destabilizzava i codici figurativi, al punto da rendere il racconto un piano parallelo che non era più solo illustrazione ma immaginazione complessa. Un uomo a fumetti che pensava da pittore, elaborava da disegnatore e immaginava da scultore. Umorale ma sempre morale, etico dal passo epico, RR ha lasciato centinaia di pagine che stiamo organizzando in maniera sistematica. Pensatele come singoli passaggi di un unico sguardo sul mondo, un occhio ciclopico che agiva come un Flaiano del disegno, ancor più spigoloso e rissoso, altrettanto caustico e veggente ma molto più radicale e incazzoso. Il tratto disegnato scivolava morbidamente sopra il foglio, s’imprimeva sul bianco con silenziosa potenza e ironica cattiveria. Un lungo racconto in cui confessione e rivelazione diventavano parti narrative di una felice qualità biografica. Tra ironia caustica e satira elegante, Remotti ci ha regalato la sua maschera da artista disegnatore, mescolando vizi pubblici e privati, famiglia e società, sesso e famiglia, incazzature e cazzeggio, politica e cultura. Il suo disegnare era un Genoma della società nel Dopoguerra, narrato con l’ironia dei giusti e la figurazione dei non allineati.


I colori delle sculture squillavano verso il rosso, il blu, il giallo, verso le soluzioni primarie dello spettro cromatico: anche qui nulla era casuale, RR chiedeva all’opera una soluzione semplice, la sintesi attraverso le fondamenta del colore metropolitano. Si trattava di un’archeologia del presente che nei volumi plastici esprimeva un ragionamento metafisico, l’impronta viva che certificava il moloch, la mitologia

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metallica di un’era dinamica. Il disegno su carta appariva altrettanto asciutto, dentro il tempo personale, una pausa scenica dai rumori di fondo, il suo mantra salvifico che somigliava ai tempi verbali di uno speaker’s corner alla romana. Nei fumetti noterete anche la mancanza di colori, scelta per nulla casuale, a riprova di un continuo dialogo tra l’artista e il mondo reale: RR voleva che il fruitore colorasse le pagine con il giusto abito, scegliendo i propri pennarelli o matite, contribuendo così a VESTIRE UN’IDEA.


VIAGGIO IN PERÚ

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La vicenda andina è stata narrata in passato per bocca e penna di Remo. Sappiamo di un tragitto in nave, della compagnia di taxi, degli incontri formativi, del manicomio... i fumetti peruviani si sommano alle biografie esistenti, aggiungendo evocazione e realismo magico, anche perché la sua visuale mescolava verità e finzione con sensibile mimetismo, al punto da entrare nel gioco surrealista della pittura, nel nonsense con cui si “uccideva” il nemico abbracciandolo. Il risultato ha maggior rilievo se pensiamo alla lontananza da un’Italia in ascesa, ai temi ideologici del periodo, ai legami parentali con una cultura borghese che proprio lui, pariolino di alta estrazione, strigliava senza denudarla. Il Perù è stata la prova del fuoco generazionale, la sua trincea intima, un viaggio di formazione umana e deformazione figurativa. Ogni foglio si trasformava in un’ideale performance dal sapore teatrale, come se il disegno divenisse il bozzetto di un’azione urbana. RR era così: ha sempre amato confondere i piani, giocando tra reale e immaginario, facendo la scelta inaspettata, reinventando la stessa invenzione. Questione d’indole, direbbe qualcuno…

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REMOTTI A FUMETTI

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Qui siamo in piena vertigine autobiografica, una lunga narrazione che ha ripercorso le tante vite e le altrettante anime del nostro RR. Nella prima tavola leggiamo così: “Io sono nato il 16 novembre del 1924, due anni dopo la Marcia su Roma e qualche mese dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti da parte dei fascisti. Sono nato in piena chiesa cattolica e nel cuore della borghesia romana benestante. Praticamente sono nato nella merda.” In una delle ultime tavole del ciclo (non riprodotta in questo volume) leggiamo così: “Attualmente -2013- ho 88 anni, sono un vecchio e mi faccio abbastanza schifo. Sto con un piede nella fossa e l’altro nella sorca. Amici se ne vanno che è una bellezza, vecchie fidanzate scomparse, artrosi come se piovesse. Devo ringraziare la Madonna di Loreto perché, oltre alla sorca, il lavoro non mi manca. Non posso sputare nel piatto dove mangicchio. Viva la sorca.” Tra prologo ed epilogo scorrono decenni di esperienze ma tutto, pagina dopo pagina, sembra tornare alle radici familiari della prima tavola, a quel mondo che Remo “combatteva” sapendo di appartenergli, a un’eterna lotta tra radici e consapevolezza, istinto e ragione, comodità e caos. Come direbbe RR: la mitica lotta tra pene e male. 73


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MANCO LI CANI

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Chiudiamo dalla parte dei cani, dentro un mondo che sembra figlio italico del miglior Schulz. Qui Remotti giocava col minimo indispensabile, lasciando che i suoi cani umanizzati agissero lungo la linea orizzontale alla Cavandoli. Stupisce che non sia diventato un fumetto di culto, quei quattrozampe parlavano come vecchi trasteverini con il loro caffè e la Sambuca d’ordinanza, sempre sul filo di una dialettica cinofila, tra domande e risposte che rendevano la loro vita un surreale mondo da cani. Lo considero il progetto più politico di RR, quello in cui il tono ideologico, l’antifascismo e la morale socialista trovavano un potente megafono allegorico, reso più efficace dalla distanza disneyana che solo l’animale porta a compimento. Consideriamolo imprescindibile per capire l’anima amorevole del nostro Remo, la sua allergia atavica al potere, la semplicità che attraversava il suo sguardo sul mondo. Vorrei chiudere immaginando RR che, dopo aver scritto le frasi sul muro, passeggia assieme ai cagnolini di questa serie, sguardo dal basso come loro, alla pari per osservare Roma da una prospettiva privilegiata: la visuale dei giusti. Bau bau amici lettori…

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REMOTTI


DI CARTA


Foto Gabriele Gelsi


Remo Remotti nasce il 16 novembre 1924 a Roma. Figlio unico, rimane orfano di padre a 12 anni, un evento che, assieme al problematico rapporto con la madre, segnerà la sua vita privata e professionale. Laureato in Giurisprudenza, negli anni Cinquanta emigra per sette anni in Perù, quasi una fuga dall’ambiente chiuso e benestante nel quale vive. Qui intraprende vari mestieri e scopre la sua passione per l’arte, frequentando le scuole serali a Lima. Al ritorno in Italia trova lavoro a Milano presso l’azienda farmaceutica Lepetit, dove resta ben poco. Nel 1960 sposa Maria Luisa Loy, sorella del celebre regista. Il soggiorno milanese continua per alcuni anni, anche grazie ad una borsa di studio per artisti. Nel capoluogo lombardo Remotti frequenta l’ambiente culturale dell’epoca (Fontana, Manzoni...) ed espone le sue prime opere in gallerie private. Dopo una breve parentesi a Roma, parte per la Germania, dove vive dal ‘68 al ‘71 e dove respira il fermento intellettuale che attraversa l’Europa. Diventa assistente di studio di Emilio Vedova ma, al contempo, entra in crisi il suo matrimonio che subisce una frattura difficile da arginare.

REMO REMOTTI

Stabilitosi in Italia, inizia l’attività di autore teatrale nonché di attore, grazie all’amico Renato Mambor che lo introduce al Teatro Alberico e Alberichino, dove conosce Marco Bellocchio che poco dopo lo dirige ne Il Gabbiano di Cechov. Seguono altre partecipazioni in opere cinematografiche, fino all’incontro con Nanni Moretti che lo porta nel 1981 alla sua performance più celebre, quella di Sigmund Freud in Sogni d’oro. Con il noto regista avrà anche una parte in Bianca, dove interpreta il vicino di casa Siro Siri, quindi in Palombella Rossa nvel ruolo dell’alter ego dell’allenatore. Remotti continua l’attività di artista visivo, esponendo tra l’altro alla Quadriennale di Roma. Lavora con Carlo Mazzacurati in Notte italiana - sul set incontra Luisa Pistoia che poi diventa la sua seconda moglie -, con Ettore Scola, Paolo e Vittorio Taviani, Francis Ford Coppola, Nanni Loy, Aurelio Grimaldi, Maurizio Nichetti, Enzo de Caro, Christian De Sica, Francesco Nuti, Carlo Verdone, Silvio Soldini, Massimiliano Bruno. Nel 1989 nasce la sua prima e unica figlia, Federica. Si esibisce in spettacoli dal vivo, continua l’attività di attore, artista visivo, scrittore. Il 16 Novembre 2014 festeggia 90 anni con la sua mostra “Ho rubato la marmellata”, curata da Gianluca Marziani presso la Galleria De Crescenzo & Viesti di Roma. Nel 2015 alcune sue opere entrano nella collezione storica di Palazzo Collicola Arti Visive a Spoleto. La mostra al MACRO segna una nuova tappa nel progetto di sistemazione del suo archivio di pitture, disegni e sculture. Remo Remotti muore il 21 giugno 2015 a Roma.


CATALOGO www.dogma01.it

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Remotti di Carta  

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