Page 1


Luisa Pistoia e Federica Remotti in occasione dei 90 anni di Remo Remotti presentano

REMO REMOTTI HO RUBATO LA MARMELLATA A cura di Gianluca Marziani

REMOTTI 16 Novembre 2014 - 8 Gennaio 2015

www.decrescenzoeviesti.com


POSSO RUBARE ANCH’IO LA MARMELLATA? Gianluca Marziani


LA FREGNA REGNA, disse un giorno Remo Remotti. Vi giuro che non potevo iniziare altrimenti (e l’inizio, come molti sanno, segna il futuro cammino). Da quel regno parto per istinto e lì sempre giungo per le impervie vie della ragione. Inutile negarlo, è questa la mia idea cardiaca del mondo incrociata con l’idea remottiana di mondo: visuale tattica e tattile per gentleman del bello supremo, del bene supremo, della goduria suprema. Fidatevi, non è facile scovare un registro stilistico che sia partner dialettico di Remo, una scrittura che fin dal prologo ricalchi la sua libertà d’uomo e artista… a proposito, parlare ora di uomo e artista come categorie distinte non ha alcun senso, si viaggia invece sulle corsie preferenziali dell’anarchia speziata, siamo davanti ad un favoloso “borghese” che ha disegnato la rivoluzione dall’interno domestico, partendo dalla Roma dei Parioli e del Circolo Canottiere Aniene, da una madre diplomata in pianoforte a Santa Cecilia, da un padre morto troppo presto, da un nomadismo impaziente, da frequentazioni sfrenate per esperienze altrettanto sfrenate… la vita di Remo si misura per tracce significative, metabolizzate attraverso la scrittura e il fumetto, la poesia e la recitazione: e non da meno attraverso l’arte visiva, secondo cifre che sono ulteriori tracce ad alto impatto semantico, figlie cellulari di citazioni putative che solo l’arte fa rinascere attraverso il segno, la materia, il colore, la forma finale. Si cade subito nella maniera se cerchi un tono univoco che somigli al grido sussurrato di Remo, alla sua iconoclastia feroce e poetica, al suo modo di rompere qualsiasi accenno di categoria in cui incanalarlo. Procedo, di fatto, come richiede l’istinto controllato: perché Remotti è il contrario di ogni contrario, il cortocircuito infinito, la rabbia che sorride, l’assurdo esprimibile, il massimo del radicalismo nel minimo dello snobismo. Fatico alla ricerca di un linguaggio che lo descriva senza sfasature e falsi rituali; forse l’unico modo di raccontarlo è mettersi in ascolto, osservare e partecipare, metabolizzando il metabolismo stesso, digerendo il meglio della vita, evacuando il moralismo d’accatto, il giudizio a priori, l’invidia del bene e del pene… e allora, caro Remo, evviva la fregna che regna, come ti piace dire ogni volta, quasi fosse un mantra condivisibile, una vertigine pagana. Vivere per Lei. Morire per Lei. Essere per Lei. Studiare, riflettere e analizzare il mondo per attraversarLa ogni volta, come una Lamborghini nera su un’autostrada deserta al tramonto, quando la velocità fende il desiderio e incontra l’inizio della notte, il prologo di una nuova libidine, verso il riposo dell’alba e l’attesa di un altro lancio nel vuoto. Per me, caro Remo, sei come Yves Klein fotografato nel suo salto a volo d’angelo: la tua vita mi ricorda quel lancio senza sicurezze, uno schianto tra zen e anarchia, una vertigine elettrica che s’ipnotizza mentre continua la caduta, attimo dopo attimo, sguardo dopo sguardo, parola dopo parola…


LA FREGNA REGNA è una frase definitiva, un inno da curva in uno stadio filosofico, la catarsi verbale dell’asceta urbano che non abdica alla MONArchia del miglior luogo (la mona) in cui perdersi e rinascere. Remo ha capito che quella sottile linea rosa è detonazione ed esplosione infinita, antidoto contro politica(ccia) e nevrosi, antiossidante per mantenere vivi i pensieri. Rappresenta il vero non-luogo filosofico e sensoriale, l’esperanto del corpo magnetico, un dono che si offre per moltiplicazione senza ripetizione. Remo non ha mai rinunciato a evocarla con un linguaggio intriso di romanità, richiamandola come un mantra di periferia, sempre con quel modo che non prevede discepoli ma amplificazioni collettive di un effetto verbale. Quanta roba strepitosa hai scritto, dipinto, elaborato, recitato, interpretato, evocato… sei un bene prezioso, un raffinato maestro (fatti chiamare maestro anche se certe parole ti fanno incazzare) che ha capito il senso multiplo della vita, esprimendo quel tenore filosofico che mescola complessità e semplicità, usando il tuo ESSERE ROMANO come un’esplosione che ripulisce le apparenze poco “presentabili” della lingua italico/romana. Sei l’animale creativo dell’azione continua, degli odori urbani, della conquista senza obiettivo, del caos poetico, dell’essenza che colpisce al cuore. Non concepisco ROMA senza la tua muscolosa vena antagonista. Sei voce limpida e trasversale, megafono polifonico che rende la città un gigantesco “speaker’s corner” per orecchie predisposte. Mi viene da dire: REMO REMA A ROMA SENZA RIMA.


Adesso, però, vi racconto un Remo Remotti che solo alcuni conoscono. Non un Remotti minore, semmai un Remotti da studio, intimo solo perché l’arte visiva esige una solitudine per uomini primi, uno spazio concluso senza conclusioni affrettate (come talvolta accade con il cinema o la scrittura), un cielo calpestabile in cui risuoni lo stridio alato dei materiali, dei colori, delle forme plastiche. L’arte visiva rappresenta il paio d’ali che il nostro amico ha idealmente indossato quando la parola non bastava, quando il corpo non bastava, quando la scrittura non bastava: due ali di lamiera colorata, gialle come lattine d’olio per motori o rosse come carrozzerie fuoriserie, due ali artigianali che ricordano le utopie di Panamarenko, gli assemblaggi ferrosi di Jean Tinguely, le poesie aeree di Alexander Calder. Gli esordi lo vedono alle prese con la PITTURA, in sintonia con gli andamenti tipici del Dopoguerra, tra imprescindibili scie informali e l’eco del pop, in arrivo seriale sul mercato dello sguardo. I quadri giovanili risentono di voci gradualmente digerite: Remo sembra ascoltare gli espressionismi del gruppo Cobra di Karel Appel e Asger Jorn, altre volte si orienta verso Mario Mafai e Scipione, in generale verso le gesta di una Scuola Romana dai caratteri irascibili e incendiari. Su ogni visione ha messo qualcosa di personale, un’intimità urlante ma trattenuta, come se il colore fosse pronto a schizzare gocce su Roma, sulle sue ferite aperte, sulle rovine di una città decadente eppure ammaliante. E’ una pittura che lancia il grido - come avverrà tramite le poesie – attraverso figure che pescano dai ricordi adolescenziali, dai tramonti capitolini, dal Barocco e dai barattoli sugli scaffali, da officine e botteghe, mare e campagna, amici e conoscenti… La pittura somiglia ai suoi scritti pirateschi, è intrisa di frammenti privati, ricordi infantili, emozioni che il colore veste e poi spoglia, lasciando impronte che sono indelebili come tufo millenario. Passano gli anni, aumenta l’intreccio d’incontri e frangenti speciali, ed ecco la pittura dare spazio a una formula che chiamiamo RILIEVI, dove rimane la frequenza compositiva del piano bidimensionale ma entra il materiale di scarto, la cucitura del metallo tramite centinaia di chiodi. Nasce un lavoro di tasselli irregolari e suture che cernierano la figurazione, creando puzzle informali che hanno la memoria di Alberto Burri e il presente del Pop. Il dado e la vite diventano contrappunti estetici, scansioni a rilievo che evocano un pop sintetico, vicino al disegno oggettivo del suo amico Renato Mambor. I loro lavori, visti a distanza di anni, hanno una felice complementarietà, come se avessero colto la zona tattile del pianeta, la natura sensoriale dei frammenti naturali e artificiali. Spicca una mescolanza tra nature (ad esempio l’albero) e artifici (ad esempio il dado e la vite con la loro attitudine industriale), una cosciente ibridazione che i due artisti hanno captato attorno a loro, cogliendo la trasformazione del paesaggio e l’avvento tecnologico, intuendo la deriva del consumo e la formazione del fossile metropolitano. Per Remotti è il materiale vivo la vera ossessione, quasi uno specchio della sua curiosità onnivora, del suo nomadismo geografico, della sua cifra simbolica. La SCULTURA ne definisce così gli esiti necessari, come se l’opera volumetrica fosse il destino d’obbligo, una posizione pittorica dentro lo spazio reale. La sintesi dei suoi cubi cuciti, dei cubi seriali dai colori primari, dei cubi impilati a totem, riguarda sempre un disegno oggettivo che spunta nello spazio caotico del reale. Minima la differenza col quadro: in fondo, si tratta di interpretare il paesaggio come superficie su cui dipingere, in tal caso attraverso oggetti reali, modificati con verniciature industriali che li fanno spiccare come stelle pop nella cosmogonia urbana.


PITTURA + RILIEVI + SCULTURA… la visione artistica di Remotti ha il metro lineare della coerenza, sia in termini compositivi che ideativi. L’opera sfugge al margine delle categorie, attraversa i generi per ribaltarli nel loro contrario, in sintonia con un certo clima Anni Sessanta, quando le contaminazioni linguistiche erano spontanee e realmente innovative. La sequenza del catalogo evidenzia il filo rosso che cuce assieme la vertigine figurativa, la passione per il materiale povero, l’intuito cromatico, l’ironia dietro ogni geometria, il valore ideologico del frammento, la simbologia di alcuni archetipi primari (il triangolo e il cubo in particolare). Per concludere, osservate l’utilizzo dei tubetti di colore ben spremuti e raccolti assieme, sorta di campo aereo per agricolture visionarie: è la più simbolica tra le immagini remottiane, sintesi di caos e controllo, amplesso di forma e contenuto, scatto ludico dentro il rigore dei margini, tensione tattile e apertura allo spazio reale. Tutto pare immobile eppure le opere trattengono lo stesso grido sussurrato delle performance poetiche. Remo Remotti ha saputo gestire l’incazzatura militante, sublimandola nel modo muscolare di costruire il lavoro, nello sforzo compresso ma leggibile, in quel meccanismo manuale di SCRIVERE PER IMMAGINI. La stima, caro Remo, diventa sentimento per quello che hai espresso, per la tua lezione di civiltà morale, per la potenza sotto instabile controllo, per la follia che hai reso arcobaleno. Ve lo dico, amate Remotti a prescindere. E non fermatevi alle singole parole che allagano per ripulire. Andate oltre il suo urlo rabbioso: perché dietro la rabbia batte la passione dei rivoluzionari poetici. Il grido di Remo scivola sotto i ponti del Tevere, s’incunea verso Borgo Pio e il Vaticano, varca il Rione Prati e sale verso la collina dei Parioli, entra dentro Villa Borghese e arriva nel Tridente per poi raggiungere Piazza Venezia, solcando il margine delle mura antiche, toccando San Giovanni e l’Appia, fino ai Castelli per deviare verso Ostia e Fregene, davanti al mare che ha visto morire Pasolini, davanti alle vie storiche che escono dalla città, tra strade piene di mignotte, su quei sampietrini che hanno registrato il rumore polifonico del mondo… a proposito, anch’io me ne volevo annà da Roma, poi però ce so rimasto. E alla fine meglio così, non esiste un Eden se non tra i dettagli che da soli rendiamo il nostro piccolo paradiso. Comunque sia, per chiudere come piace a te: VIVA LA FREGNA.


IL GRANDE REMOTTI Giovanni Albanese

IL GRANDE REMOTTI Per Remo Remotti Giovanni Albaneseho un affetto speciale. A lui mi legano moltissime cose ma qui ne voglio

raccontare una sola, per me la più importante. Ci siamo conosciuti nel 1994 a Parigi, partecipavamo tutti e due ad una bellissima mostra nel Marais curata da Federica Di Castro. Mi aveva subito affascinato il suo essere un artista totalmente trasversale: pittore, scultore, poeta, attore, scrittore e vignettista e la sua assoluta libertà di uomo. Una grande simpatia scattò tra noi immediatamente e, immediatamente, parlammo di donne!


A quel tempo avevo appena chiuso una storia con una magnifica ragazza sarda e ovviamente mi stavo guardando intorno. Ne parlai con Remo, che tra le tante cose, è anche un appassionato e profondo conoscitore di segni zodiacali. Alla cena dopo l’inaugurazione mi chiese di che segno ero io – Cancro - risposi – e di che segno erano le mie recenti fidanzate - quasi tutte Scorpione – gli dissi. “Lascia perdere, tu che sei del Cancro staresti benissimo con una donna dei Pesci – poi rivolgendosi a sua moglie – Luisa, chi conosciamo noi dei Pesci? Lei ci pensa un attimo e poi - Mia sorella è dei Pesci - Era fatta. A quel punto Remo sentenziò “Sarete una coppia perfetta!” Mi descrisse scenari meravigliosi da trascorrere con la donna dei Pesci che per un Cancro come me non aveva eguali. Presentamela subito - ogni lasciata è persa - hai visto mai! Così tornati a Roma conobbi la famosa sorella di Luisa, Victoria. Vennero un pomeriggio al mio studio di San Lorenzo… ci capimmo a pelle e da allora non ci siamo più lasciati. Vic ancora oggi mi sopporta e siamo da circa 20 anni felici. E in questi 20 anni ho continuato a vedere Remo creare coppie che tutt’ora durano e, tra i vari talenti di Remotti, questo credo sia il più incredibile. Questa mostra è un tributo che il popolo dell’arte deve ad un gigante che ha saputo fare per davvero di tutta la sua vita un’opera d’arte. Qualche purista compulsivo, e ne conosco tanti, storcerà il naso, dimenticandosi però che “Noi siamo i figli dei figli dei figli di Michelangelo, di Leonardo e di Raffaello“ artisti grandissimi e totali che erano pittori, scultori, architetti e molto altro. Remotti lo sa. Conosce bene la natura della gente e non perde mai il profondo senso dell’ironia e delle contraddizioni della vita. Per questo ama dire salutando chi lo frequenta: “Volemose bene, brutti stronzi”. Roma, novembre 2014

GIALLO 1978 Ferro smaltato 15x15x14cm


PITTURA


Gli esordi lo vedono alle prese con la PITTURA, in sintonia con gli andamenti tipici del Dopoguerra, tra imprescindibili scie informali e l’eco del pop, in arrivo seriale sul mercato dello sguardo. I quadri giovanili risentono di voci gradualmente digerite: Remo sembra ascoltare gli espressionismi del gruppo Cobra di Karel Appel e Asger Jorn, altre volte si orienta verso Mario Mafai e Scipione, in generale verso le gesta di una Scuola Romana dai caratteri irascibili e incendiari. Su ogni visione ha messo qualcosa di personale, un’intimità urlante ma trattenuta, come se il colore fosse pronto a schizzare gocce su Roma, sulle sue ferite aperte, sulle rovine di una città decadente eppure ammaliante. E’ una pittura che lancia il grido come avverrà tramite le poesie – attraverso figure che pescano dai ricordi adolescenziali, dai tramonti capitolini, dal Barocco e dai barattoli sugli scaffali, da officine e botteghe, mare e campagna, amici e conoscenti… La pittura somiglia ai suoi scritti pirateschi, è intrisa di frammenti privati, ricordi infantili, emozioni che il colore veste e poi spoglia, lasciando impronte che sono indelebili come tufo millenario

GEOMETRIE VERDI 1959 Olio su tela 110x60cm

16

V


PERÚ 1956 Olio su tela 50x50cm

18

V


A MANI NUDE 1 1960 Olio su tela 102x83cm

20

V


OMAGGIO AL GRUPPO COBRA 1960 Olio su tela OMAGGIO A MARIO 1961 Olio su tela 71x100cm

22

V

pag. 24, 25

184x122cm


24

V


A MANI NUDE 2 1960 Olio su tela 83x102cm

26

V


28

V


ORIZZONTI PERDUTI

pag. 28, 29

1961 Olio su tela 80x95cm

PIAZZA DI SPAGNA A LIMA 1955 Olio su tela 58x48cm

30

V


RILIEVI


Passano gli anni, aumenta l’intreccio d’incontri e frangenti speciali, ed ecco la pittura dare spazio a una formula che chiamiamo RILIEVI, dove rimane la frequenza compositiva del piano bidimensionale ma entra il materiale di scarto, la cucitura del metallo tramite centinaia di chiodi. Nasce un lavoro di tasselli irregolari e suture che cernierano la figurazione, creando puzzle informali che hanno la memoria di Alberto Burri e il presente del Pop. Il dado e la vite diventano contrappunti estetici, scansioni a rilievo che evocano un pop sintetico, vicino al disegno oggettivo del suo amico Renato Mambor. I loro lavori, visti a distanza di anni, hanno una felice complementarietà, come se avessero colto la zona tattile del pianeta, la natura sensoriale dei frammenti naturali e artificiali. Spicca una mescolanza tra nature (ad esempio l’albero) e artifici (ad esempio il dado e la vite con la loro attitudine industriale), una cosciente ibridazione che i due artisti hanno captato attorno a loro, cogliendo la trasformazione del paesaggio e l’avvento tecnologico, intuendo la deriva del consumo e la formazione del fossile metropolitano.

GRANDE GIALLO Dettaglio GRANDE GIALLO 1971 Fòrmica, bulloni, metallo 110x205cm

34

V

pag. 36, 37


36

V


SANTA MARINELLA 1 1961 Metallo, tubetti 80x100cm Collezione privata

38

V


SANTA MARINELLA 2 1961 Metallo e tubetti 80x100cm LA VERITÀ È DA QUELLA PARTE 1975 Metallo 25x38cm

40

V

pag. 42, 43

Collezione privata


42

V


TENTATIVO 1969 Metallo e spray CHIODO FISSO 2007 Metallo e chiodi 35x47cm

44

V

pag. 46, 47

118x100cm


46

V


LA VERITĂ€ Dettaglio

48

V


LA VERITĂ€ 1980 ALBERO SUGHERATO 1997 Sughero, olio 140x200cm

50

V

Alluminio, bulloni, chiodi pag. 52, 53

125x120cm


52

V


54

V


TECNICA MISTA

pag. 54, 55

1995 Metallo, sughero, spray, chiodi 86x150cm

ALBERO ROSSO 1998 GRANDE PIRAMIDE 1990 Olio, metallo, fòrmica 200x352cm

56

V

Metallo, olio, sughero, chiodi pag. 58, 59

92x80cm Collezione privata


58

V


CLESSIDRA GIGANTE 1992 Metallo, sughero, tubetti, chiodi 173x122cm Collezione privata

56 60

V


I GEMELLI Dettaglio I GEMELLI 1990 Sughero, metallo, chiodi 140x200cm Collezione privata

62

V

pag. 64, 65


64

V


ALBERO CHIODATO 2004 Olio, legno GRANDE OLIO FIAT 1976 Lattine, metallo, chiodi 170x240cm

66

V

pag. 68, 69

30x30cm


68

V


SCULTURA


72

V


La SCULTURA ne definisce così gli esiti necessari, come se l’opera volumetrica fosse il destino d’obbligo, una posizione pittorica dentro lo spazio reale. La sintesi dei suoi cubi cuciti, dei cubi seriali dai colori primari, dei cubi impilati a totem, riguarda sempre un disegno oggettivo che spunta nello spazio caotico del reale. Minima la differenza col quadro: in fondo, si tratta di interpretare il paesaggio come superficie su cui dipingere, in tal caso attraverso oggetti reali, modificati con verniciature industriali che li fanno spiccare come stelle pop nella cosmogonia urbana.

BULLONI ROSSO FERRARI 2014 Legno e bulloni 26x12cm

74

V


I NANI 2014 Metallo, bulloni 15x10cm

76

V


78

V


PITTURA + RILIEVI + SCULTURA… la visione artistica di Remotti ha il metro lineare della coerenza, sia in termini compositivi che ideativi. L’opera sfugge al margine delle categorie, attraversa i generi per ribaltarli nel loro contrario, in sintonia con un certo clima Anni Sessanta, quando le contaminazioni linguistiche erano spontanee e realmente innovative. La sequenza del catalogo evidenzia il filo rosso che cuce assieme la vertigine figurativa, la passione per il materiale povero, l’intuito cromatico, l’ironia dietro ogni geometria, il valore ideologico del frammento, la simbologia di alcuni archetipi primari (il triangolo e il cubo in particolare). Per concludere, osservate l’utilizzo dei tubetti di colore ben spremuti e raccolti assieme, sorta di campo aereo per agricolture visionarie: è la più simbolica tra le immagini remottiane, sintesi di caos e controllo, amplesso di forma e contenuto, scatto ludico dentro il rigore dei margini, tensione tattile e apertura allo spazio reale. Tutto pare immobile eppure le opere trattengono lo stesso grido sussurrato delle performance poetiche. Remo Remotti ha saputo gestire l’incazzatura militante, sublimandola nel modo muscolare di costruire il lavoro, nello sforzo compresso ma leggibile, in quel meccanismo manuale di SCRIVERE PER IMMAGINI.

I NANI 2014 Metallo, bulloni 15x10cm

80

V


82

V


84

V


86

V


IMPROVVISAZIONE

pag. 86, 87

1985 Metallo, bulloni 50x39x25cm

DOPPIO CUBO 2000 Fòrmica, metallo, chiodi, tubetti 50x25cm

88

V


CUBO GRANDE 1965 Metallo, bulloni, fòrmica 150x150cm

90

V


TRIPLICE ALLEANZA 1980 Fòrmica e ferro 200x50cm

92

V


Foto Opere Claudio Abate Assistente Studio Morena Nastasi

Ringraziamenti Un grazie speciale va a Giovanni Albanese... la grande stima tra artisti e tanto affetto hanno contribuito in modo determinante alla realizzazione di questa mostra, senza non sarebbe stata possibile.

Inoltre ringraziamo Floriana Viesti e Stefano De Crescenzo Maurizio Mucci Nicoletta Strazzeri Dario Baldi Sosia & Pistoia Mismaonda Osteria Pistoia


*parte del ricavato della vendita del catalago verrà ’ devoluto ad AMREF

Profile for Emanuele Marziani

Remo Remotti  

Remo Remotti  

Advertisement