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ALESSANDRO RUSSO


COMUNE DI CATANZARO ASSESSORATO ALLA CULTURA

ALESSANDRO RUSSO 16 APRILE 31 MAGGIO 2011 COMPLESSO MONUMENTALE DEL SAN GIOVANNI CATANZARO

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La mostra personale dell’artista Alessandro Russo, allestita all’interno del celebre Complesso Monumentale del San Giovanni, curata da Gianluca Marziani, uno dei più autorevoli critici contemporanei operanti nel nostro Paese, si inserisce nel mirabile programma espositivo della Fondazione Rocco Guglielmo, istituto prestigioso per l’Arte contemporanea in Italia, che sta svolgendo un’azione eccezionale di promozione artistica e spessore culturale. L’Amministrazione Comunale ha inteso ospitare nel suo magnifico spazio espositivo un catanzarese illustre che ha contribuito alle varie stagioni culturali della Città con esperienza e lungimiranza. Ne è testimonianza il bellissimo affresco che da molti anni adorna uno dei saloni di rappresentanza di Palazzo De Nobili. Con straordinarie capacità esecutive associate ad una preziosa luminescenza intellettuale, Russo ha materializzato fenomenologie oniriche ed immanenti assieme, ha argutamente unito impegno civile, sociale e culturale riuscendo a prevedere, nel senso di vedere prima, dinamiche esistenziali e sociologiche. Egli parla al popolo, proprio con i lessici di un popolo trasfigurato perché completato dalle fioriture poetiche. Le sue notevoli movenze e gestualità artistiche vengono insaporite da pregnanti caratterizzazioni di pensiero. Il suo vissuto, anche nella qualità di docente dell’Accademia di Belle Arti, diviene materia di divulgazione, attualizzazione dei fenomeni, caratterizzazione esecutiva, trasferimento dei saperi. Sandro ama la sua terra, le cui positività ha esportato in Italia e all’estero dove ha conseguito importanti consensi e riconoscimenti. Personalmente, nelle mie varie esperienze istituzionali, ho ampiamente sostenuto i suoi progetti. Con questa sua intensa mostra ha inteso un po’ riassumere la sue plurime stagioni che si ritrovano nei vagoni degli anni, con i bagagli assai ricchi e significativi ricolmi di esperienze, avvenimenti, oggetti, dolori, gioie, sogni, vaghezze. Viaggi figurativi, paesaggi industriali e strutture suggestive, che si incarnano in connotazioni europeiste, una costante attività di ricerca, che viene a compiersi non come ossessiva soluzione di mera performance – vizio assai diffuso nell’arte contemporanea – ma come missione di tipo estetico in cui si integrano bellezza e verità. L’amicizia che mi lega da oltre trenta anni a Sandro mi consente di vedere anche lo strato più sottile e interiore delle sue opere che mi pare il più prezioso.

Rosario Olivo, Sindaco di Catanzaro

L’evento espositivo “Alessandro Russo Umanità. Maschere. Luoghi”, promosso dalla Fondazione Rocco Guglielmo e dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Catanzaro, è dedicato ad un artista, figlio di questa terra, la cui vita quotidiana e professionale è intrisa di arte allo stato puro. Il maestro Russo, oltre ad insegnare un’antica professione come l’arte della decorazione, è da tempo un pittore consacrato e ben considerato da diversi galleristi nazionali ed europei. In questa occasione, grazie al suo talento e alla sua creatività, sicura e coerente per quello stile inconfondibile, diventa “profeta in patria” e debutta nel prestigioso Complesso Monumentale del San Giovanni. Nel panorama della pittura contemporanea, da tempo impantanatasi nella palude dell’imitazione, Sandro Russo, cha ha sempre dimostrato originalità e tecnica personale, ha elaborato, nel corso degli ultimi anni, narrazioni e ampie notazioni che prendono spunto da quelle particolari emozioni che l’artista riesce a trasferire con abilità sulle tele. Oggi più che mai, per contribuire allo sviluppo del nostro territorio, la Calabria e Catanzaro necessitano di un approfondimento critico sull’opera di alcuni artisti che non sono minori rispetto alla cultura contemporanea e meritano, pertanto, di agganciarsi alle reti lunghe della comunicazione e della visibilità. La mostra di Russo al San Giovanni rappresenta, pertanto, un evento che soddisfa un desiderio di “produzione culturale” (intesa nei termini di arricchimento intellettuale e di riconoscibilità professionale), l’accrescimento del “sapere” artistico, la continuità dell’offerta culturale nella nostra prestigiosa struttura espositiva. La mostra, sono certo, garantirà un sicuro effetto scenografico e un rilevante spessore culturale, capace di tracciare la narrazione di un pittore che conferma la sua contemporaneità e che indica – come scrive Gianluca Marziani – “…un percorso umano e creativo… …’dentro Catanzaro’… …’oltre Catanzaro’…”.

Antonio Argirò, Vice Sindaco e Assessore alla Cultura


La Fondazione Rocco Guglielmo raddoppia. Dopo aver dedicato l’apertura ufficiale a giovani talenti italiani, attratti dalla “Costante Cosmologica“, la formula ripudiata di Einstein che poi è diventata "l'equazione di Dio", adesso è la volta di un artista calabrese di grande livello come Alessandro Russo. Non c’è alcuna contraddizione o contrapposizione tra questi primi due eventi che, a ben guardare, si integrano. L’arte contemporanea continua ad essere di casa a Catanzaro, capoluogo di Calabria, attraverso le iniziative della Fondazione Rocco Guglielmo, esempio illuminato di come i privati possano, insieme alle istituzioni pubbliche, promuovere eventi che producono cultura, economia e immagine. Sono profondamente consapevole che ogni investimento in cultura sia ad alto reddito poiché contribuisce a stimolare idee, emozioni, visioni. La Calabria dispone di tesori straordinari che ogni giorno si arricchiscono di nuove perle come questa mostra di Alessandro Russo, ospitata nel complesso cinquecentesco del San Giovanni di Catanzaro, oggi tornato a rivivere nel suo antico splendore.

GIUSEPPE SCOPELLITI, PRESIDENTE DELLA REGIONE CALABRIA

Forme e colori di un altro tempo. Le cui origini forse risalgono a quando i telai tessevano velluti che venivano spediti, via terra o più spesso via mare, sulle rotte dei quattro venti dell’immenso impero spagnolo, su cui non tramontava mai il sole. Quel sole che si avverte anche di notte sui recenti panorami industriali o sulle primitive rappresentazioni di un potere che si riduce, giustamente, alla parola: umana o di Dio, insieme o viceversa. Perché tutto il resto, compresa la forza e i confini, venne dopo. E rifrangenze berlinesi, nel senso di sintesi estrema della contemporanea creatività, fanno capolino, qua e là, tra gli squarci. L’uomo è sempre più solo nei supermercati? Le atmosfere sono inevitabilmente spettrali, con lo sfondo delle carrette del mare? E quando mai fu diverso? Possono solo cambiare gli oggetti e lo sfondo, mai la sostanza. E dall’orrore che incombe, Alessandro Russo si sofferma sulla tanta bellezza che ancora rimane. E' un messaggio di speranza, un sentiero luminoso che viene attraversato da un guerrigliero della luce, consapevole che l’arte fotografa e supera, contiene e disperde, emoziona e respinge. Un pulsare di passioni trabocca a volte dallo spessore delle tinte, dalle pennellate furtive, dalle dimenticanze esibite. E che dire di quelle maschere, metafore inevitabili di una condizione fin troppo umana? Gli intellettuali della Calabria vera colgono sempre nel segno anche quando parlano d’altro. Come fa anche Rocco Guglielmo: due termini che indicano entrambi nomi e cognomi, che si alternano e si fondono per indicare questo epigono illuminato dei fasti dei Ruffo e dei Carafa, dei Pignatelli e dei Serra di Cassano. A testimonianza che l'arte attuale, quella che scuote e rinfranca, non può che prendere forma da attitudini antiche che si respirano ancora nell’aria. Un'aria che solo i superficiali giudicano immobile, perché non guardano all'apparenza, ma che invece sta velocemente anticipando primavere di rivoluzione. A 150 anni da un'Unità più esibita che reale, eppure necessaria e vibrante, è un bel viatico per affrontare gli altri decenni, alcuni dei quali saranno buoni altri meno buoni, ma tutti scanditi dalla lieve consolazione dell'arte. E allora: "Benedetta Catanzaro", che riesci a suscitare tante infinite magie.

MARIO CALIGIURI, ASSESSORE ALLA CULTURA DELLA REGIONE CALABRIA


E’ con vero piacere che saluto questa nuova iniziativa della Fondazione Rocco Guglielmo che, dopo la collettiva d’apertura, rivolge la sua attenzione alle allegorie di Alessandro Russo, da anni protagonista della scena pittorica nella nostra città. In un momento di così diffuso fermento culturale vissuto dalla realtà catanzarese, con mostre importanti e iniziative di assoluto prestigio, è significativo e meritorio che la Fondazione voglia oggi guardare a uno dei pochi artisti che hanno scelto di restare in Calabria. Qui Russo continua da tanti anni la propria ricerca, non senza frequenti escursioni nei più ampi circuiti milanesi dell’arte contemporanea. Qui la Fondazione di Rocco Guglielmo ha inteso intraprendere con entusiasmo un percorso coraggioso, improntato alla promozione dell’arte e della cultura. L’auspicio è che le loro non siano esperienze isolate, ma il segno di una crescita costante e di una maturità culturale, alle quali sono certa hanno contribuito gli sforzi e l’impegno di questi anni da parte dell’amministrazione provinciale di Catanzaro, che ha visto e vede proprio nella cultura la chiave di volta per un riscatto sociale ed economico del suo territorio.

WANDA FERRO, PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI CATANZARO

E siamo al secondo appuntamento espositivo della Fondazione. Questa volta è di scena un pittore catanzarese nonché grande amico: Alessandro Russo. Per la Fondazione, seguendo lo spirito dei suoi programmi, significa aprirsi ad un artista sì locale per appartenenza geografica eppure universale per linguaggio espositivo. Un autore nel solco della figurazione classica ma di viva contemporaneità per la forza del gesto pittorico e delle tematiche affrontate. La mostra raccoglie circa ottanta opere, frutto di un viaggio trentennale di intensa sperimentazione, sintesi dell’artista solido e prima ancora dell’uomo leale, intellettualmente curioso ed intraprendente ma, soprattutto, coraggioso a non abbandonare questa terra, difficile e al contempo piena di stimoli. Un uomo che da sempre vive a Catanzaro rimanendo proiettato, per attitudine e visione, in una dimensione extraterritoriale. La mostra vuole riconoscere in forma istituzionale il ruolo di Alessandro Russo, coerente e rigoroso nel suo amore per la pittura. Una mostra e un catalogo che fanno il punto su una lunga carriera e che, di fatto, pongono la Fondazione come punto di riferimento per gli artisti territoriali che dimostrano valori e crescita: da una parte celebrando autori con lunghe storie, dall’altra supportando giovani in piena formazione culturale. L’augurio per i giovani è di correre senza pensare a cosa ci sia alla fine della corsa, assaporando l’emozione che si prova nel correre: perché ciò che infonde forza ai sogni resta il desiderio di poterli realizzare.

Rocco Guglielmo


ALESSANDRO RUSSO. FISICO E METAFISICO

ALESSANDRA REDAELLI

L’edificio incombe sulla scena e la occupa quasi completamente. E’ una presenza assertiva e totalizzante. Il senso di minaccia è inequivocabile, come una voce sorda in sottofondo. Il ruggito sommesso di una bestia che nessuno riuscirà mai completamente ad addomesticare. Emanano vita quei muri bruni e fumosi, pulsano sottopelle quei silos lucidi, non solo in virtù della luce che vi batte sopra, ma quasi per un loro silenzioso trasudare. Il respiro del mostro è lì, sotto gli occhi di tutti. E’ un respiro greve e rantolante, fetido e pestilenziale. Sta oscurando il cielo, sta ammorbando l’aria e fra poco avrà talmente saturato la scena da rendere i dettagli indistinti e confusi. Alessandro Russo è un pittore modernissimo dalla sapienza antica. Pochi colpi di pennello assestati con una perizia sbalorditiva gli bastano per raccontare il male oscuro del mondo, la sua fame avida e insaziabile nella quale è contenuta, inesorabile, la sua fine. I colori sono materici, ruvidi, di una consistenza pastosa e carnosa che invita a toccarli, a passarvi i polpastrelli, a saggiarne la morbidezza per conservarne qualche traccia sulla pelle. Sono colori pieni di fuoco anche quando Russo sceglie una tavolozza fumosa e sottotono. Il fuoco arde sotto la cenere, è vivo e percepibile. E’ il fuoco di chi vive la pittura in maniera istintiva e selvaggia. Come una passione molto fisica. Qualcosa che va al di là del pensiero razionale, lo attraversa ma lo travalica. Anche quando – come nei lavori più nuovi – lo spazio pittorico prevede un ordine, una scenografia precisa, una netta scansione di spazi in volumi e geometrie, il fremito resta lì, sottopelle. Anche in questa fase recentissima, per certi versi più pacata rispetto al passato, in cui il pittore sembra essersi deciso per una direzione che si potrebbe definire metafisica, con esiti, in certi lavori, addirittura hopperiani: spazi vuoti e inquietanti che si aprono tra quinte piene di echi misteriosi. Da queste terribili visioni industriali l’uomo è assente. Inutile orpello di una civiltà delle macchine oramai completamente autosufficiente. Dell’uomo c’è tutta la scriteriata arroganza, in quei mostruosi complessi di cemento e acciaio, così come porta la sua firma quel cielo gravido di polveri irrespirabili. Ma forse – viene il sospetto – l’uomo non è più oramai che lo sciagurato artefice del mostro. Russo è andato oltre, in un futuro mondo post-umano. Distrutto dalla sua stessa folle e disperata corsa tecnologica, soffocato dall’aria che lui stesso ha reso tossica, l’uomo è passato, estinto. Ora il mondo appartiene a quei pachidermi monumentali, immobili e sbuffanti. Questa è la tappa più recente del lavoro dell’artista. Della sottilissima analisi antropologica che ha contraddistinto tutta la sua carriera. All’inizio, lo sguardo di Russo era saldamente ancorato sull’uomo, quell’uomo oggi cacciato dallo spazio della tela. I suoi ritratti di una decina di anni fa erano capolavori di arguzia conditi di una grassa, carnevalesca risata. I visi, costruiti per piani solidi seguendo una rassicurante rassomiglianza, di colpo scartavano, deragliavano per esplodere da un lato, rapprendersi in un mostruoso tumore oppure appuntirsi in un becco rapace dall’aria attonita o scomporsi in un’oscena linguaccia. La mente correva al Sonno della ragione raccontato da Goya, alle disperate solitudini dipinte da Bacon, in questo caso, però, profondamente radicate dentro una concretezza squisitamente italiana. Il politico, il prelato, il magistrato con tanto di toga diventavano maschere granguignolesche. E il colpo da maestro dell’artista stava nel gioco di sponda, nel suo modo sottile di suggerire che non di maschere si trattasse, ma, al contrario, del definitivo smascheramento, del disvelamento spietato dei più oscuri e inconfessabili moti dell’anima. Come un regista che stacca dal primo piano e allarga la scena, lentamente Russo ha ampliato l’inquadratura, col tempo si è allontanato dai suoi soggetti che hanno finito per rivelarsi i personaggi di una grottesca pantomima. Uomini in maschera, fanciulle seminude, cavalli, ibridi umani e animali sono diventati i protagonisti di fantasmagoriche parate in bilico tra sogno e incubo, tra Commedia dell’Arte e suggestioni felliniane, in uno dei periodi più proficui, ricchi e luminosi della carriera dell’artista. Non c’è allegria in questa febbrile folla danzante, la sensazione è piuttosto quella di una frenesia compulsiva, di un ottuso, animalesco aggregarsi a un rituale orgiastico senza vita né piacere. Le scenografie sulle quali si muovono questi attori disperati vanno, piano piano, nel tempo, animandosi di edifici. Prima qualche piccola costruzione appena accennata e poi, tela dopo tela, le fabbriche. Oggi sono loro le protagoniste. Viste di fronte – come se avessimo il coraggio di affrontare il mostro faccia a faccia – oppure dall’alto, in splendide vedute aeree. Oggi siamo alla cacciata dell’uomo. Resta solo da domandarsi, con un po’ di timore, che cosa ci riservi il futuro.


Un artista autentico

DOMENICO PIRAINA

C’è, a noi contemporaneo, un uomo nato sotto il voluttuoso cielo della Ionia; un artista autentico, colto, che ben figura in questo mondo di Apelle frequentato da troppi filosofi, sociologi, esteti bramosi di essere – e soprattutto di essere considerati – artisti. Russo non ha mai tradito la vocazione congenita – quella di una immaginazione visionaria e magica – assegnatagli dal destino. L’ha assecondata, con il duro e costante studio del disegno e della forma. Non era Ingres a dire che “le dessin est la probitè de l’art”? Ha fatto si crescere e maturare quella smisurata e debordante immaginazione primigenia ma l’ha ricondotta nell’alveo razionalista della tecknè, mirabile impasto di fantasia creatrice e di regole umane – troppo umane – poste, queste, a ultimo baluardo tra Dio e l’artista. Tecknè che, in tempi superficiali come spesso sono questi che ci sono stati dati da vivere, viene equiparata erroneamente all’ empeiria, cioè alla “semplice” abilità operativa, quando invece essa è si “saper fare” – e sarebbe già molto – ma è anche episteme, cioè conoscenza dei principi generali. L’artista vero dunque è colui che compartecipa sia dell’empeiria sia dell’episteme e non si dà arte se entrambe non siano compresenti. Percio’ Russo ha lottato per piegare la materia almeno un poco ai suoi voleri nella consapevolezza della necessità di tale lotta: sottrarsi ad essa non si può, se si vuole essere artisti veri e non sedicenti tali. Come ogni artista, sa che la battaglia è impari e che alla fine sarà comunque persa: Prometeo insegna. Ma questo è un bene perché così l’arte non morirà mai. Russo conosce la fatica e la disperazione e l’avvilimento e lo sconcerto di non riuscire a tradurre completamente sulla tela l’intenzione propria ma quando vi riesce, la vita cambia, diventa vita vera perché si concretizza nel creare, ma creare davvero, con onestà, in maniera pulita e proba perché ha rispettato la tecnica pittorica, la composizione, la teoria dei colori, il disegno… Ha trascorso tanto tempo lontano dalle ondate concettualiste e poveriste, chiuso nel suo studio catanzarese ad interrogarsi: tradire o no la storia, la memoria, la tradizione, valori che sembravano non offrire soddisfazione alcuna? Uomo solo, ha percorso notti e giorni nell’incertezza. Ma ha resistito, non ha mai tradito la sua vocazione (grande peccato sarebbe stato!!!) né ha tradito la sua storia; la nottata doveva passare, ed è sorto il giorno in cui tutto appare chiaro. Archiviate le stagioni delle grandi battaglie ideologiche, oggi , in questo pianeta globalizzato, c’è spazio anche per gli artisti figurativi, per la bella pittura, per l’empatia tra artista e osservatore. Si profila un orizzonte in cui si sente il bisogno di tornare alla genuinità, alla terra, alla storia, alla coerenza, forse alla verità; si è stanchi di sovrastrutture, di raffinatezze tanto estreme da non essere intellegibili, di estenuate e sterili discussioni che sanno di falso. Dopo tanto tempo, è arrivato il mondo agognato da Alessandro Russo, in cui l’ironia di molte sue visioni metamorfiche (vescovi, alti magistrati, comizianti…) racconta molto di più di tante sofisticate analisi psico sociali. Per interpretare la sua opera, alcuni critici sono ricorsi a Goya e a Bacon. Pur reputando sufficientemente pertinente il richiamo, resta da sottolineare che esso è valido a condizione di non essere interpretato, riduttivamente, alla stregua di un pedissequo citazionismo. Siamo nani sulle spalle di giganti e un uomo colto come Russo non può non confrontarsi con la lezione di coloro che hanno indagato, con uno scandaglio da anatomopatologi, le profondità oscure dell’animo umano. Russo compie anch’egli questa operazione chirurgica dolorosa e inquietante ma necessitata dalla funzione stessa dell’arte che mira a comprendere la vita, anche – e forse soprattutto – quando si nasconde negli antri più inaccessibili dell’Umanità. Etica ed estetica nella biografia storica di Russo, sono sempre andati a braccetto e questo connubio è percepibile con chiarezza nella sua opera. Non vi è dissociazione tra il dire e il fare: l’integrità spirituale ed artistica è la cifra del travaglio di Russo.


LA POETICA DELLA PRESENZA VISIVA

LUIGI TASSONI

Chi ha letto il romanzo di Rohal Dahl, La fabbrica di cioccolato, ricorderà la pagina in cui Charlie ogni mattina passa davanti alla fabbrica e la trova «formidabile e meravigliosa». Credo che tutta la pittura di Alessandro Russo, che dagli anni Settanta fino ad oggi, ha combinato e intrecciato precisi filoni tematici, mostri a chi la guarda con attenzione proprio la meraviglia e il formidabile. Partiamo dalla fine del percorso, ovvero dai più recenti dipinti che hanno come soggetto delle fabbriche, delle spaventose, infernali, ingombranti e familiari fabbriche. Esse rappresentano una grande lezione di pittura perché dimostrano come la memoria, nel bene e nel male, sarebbe fragile se non ci fosse una solida percezione del presente, come accade di fronte a questi volumi allineati, coni laminati, cilindri infocati, superfici di cisterne, torri fumanti, blocchi ammassati, cioè di fronte a questi enigmi che ci diventano familiari perché sappiamo che racchiudono nel loro ventre un lavoro, una necessità, una profondità «di strani sibili e ronzii», là dove non è indispensabile traccia d’uomo, fra cieli sporcati dal grigio, sabbie morbidamente distese, limpidi specchi d’acqua che riflettono la sagoma degli edifici, dei boiler, delle scale, delle ciminiere, delle minuscole finestre. I mostri sono sopravvissuti a tutto, nell’era tecnologica, e respirano fra rosse fiammate e inquietanti vapori neri. La pittura li inquadra dall’alto, dal basso, frontali, di tre quarti, nella loro interezza, nel loro essere l’anima nera ma anche la richiesta assoluta per i desideri del mondo. Essi sono presenti e indistruttibili, come una delle mie scuole che, undicenne, guardavo quasi fosse uno straordinario regno inesplorato di cunicoli e tranelli, al di là della sua superficie di imponente ex conceria di pellami; e come le severe fabbriche di tessuti, che per quindici anni incontravo lungo la mia strada sull’appennino toscano. I mostri presenti e indistruttibili hanno un’architettura composita e incomprensibile, contorta e misteriosa, come la coscienza umana. E’ questo il punto in cui l’invisibile dell’uomo si fa visibile, si rende percepibile ad occhio nudo, e sempre incomprensibile nella sua esteriorità, nella sua apparizione ai limiti delle città, insinuati nelle periferie, centro di aggregati e agglomerati. Le fabbriche di Russo non sono né grattacieli, né case, né paesaggi, né nature morte; non sono le ciminiere di Boccioni, né le cisterne di De Chirico, né le scatolette di Morandi, ma derivano da quella grande lezione di pittura e la portano molto al di là delle attese. Le fabbriche sono circondate da un silenzio, anche se noi immaginiamo che dietro il rosso fuoco e il grigio fumo vi sia, in natura, il rumore agghiacciante delle macchine. Alessandro Russo vede per noi questo mondo di apparizioni dall’esterno, come l’estrema resistenza di una sopravvivenza. O come se la presenza umana fosse stata sostituita da questi mostri immortali che sono teneri e terrificanti allo stesso tempo. E in un tempo e in uno spazio che ci impongono costantemente la domanda: dove siamo? Se su un diverso piano pittorico il Novecento ha visto prove sofferte come quelle di Francis Bacon che manipola, contorce e assembla il corpo umano eleggendolo a ossessione emblematica, o d’altro canto la pittura d’oltreoceano ha ripreso la staticità di spazi, corpi e gesti in una ferma e nitida istantanea del momento (penso, è ovvio, a Edward Hopper), qui da noi rari sono gli esempi di continuità ossessiva d’uno spazio fisico, uno spazio irrappresentabile, che somiglia alla percezione visiva e psichica del reale, ma se ne discosta con trasgressione inventiva. Accade tutto questo nella pittura di Sandro Russo, che per sua natura coniuga universi inventivi distanti fra loro, e lo fa nonostante l’insufficiente attenzione della critica d’arte. Quando i linguaggi dell’arte si servono con grande fantasia dei materiali i più vari, sul genere delle installazioni, allora su un altro versante la pittura materica, che pone se stessa e i propri spessori cromatici e i propri luoghi come linguaggio “forte”, certo dimostra una sorta di avanguardia della grammatica pittorica, e di apertura del linguaggio stesso. Quella di Russo è una pittura di inquietudini insaziate, una poetica della presenza. E adesso proviamo a percorrere, via via andando a ritroso, fra gli altri cicli dell’immagine di Russo.


E torniamo al ciclo dei Ritratti traditi, che ho già altre volte ricordato anche nella splendida mostra dell’Istituto francese di Firenze nel 2003. Anche in queste meravigliose sovrapposizioni di materia pittorica sopra la leggibilità della figura umana, l’artista vince il limite della somiglianza, e segue un suo personale démone che non dà pace alla forma. Ogni ritratto è una somiglianza e una trasformazione, una pericolosa trasformazione che porta a manipolare la figura umana fino a un punto estremo che è ancora lontano dal punto estremo in cui il pittore folle del Capolavoro sconosciuto di Balzac copre una forma riconoscibile mediante una materia informe, e se ne salva solo un meraviglioso piede cesellato. Se non arriva a questa follia l’immagine di Sandro Russo, pure gioca sulle somiglianze e le riporta al loro status di maschere, di presenze, di personaggi. Con questo tratto caratteristico del linguaggio del pittore catanzarese siamo arretrati fino ai primi anni Novanta e prima ancora, ovvero ai dipinti, olii, acquerelli e tempere, di creature umane sì ma zoomorfe, sulle quali agisce una sorta di lente rivelatrice. Non come la pozione della maga Circe che trasforma gli eroi in maiali, no. Piuttosto come apertura psicologica sull’animalità dell’uomo, e del suo caratterizzarsi come qualità specifica, in una sorta di bestiario umano, che naturalmente è ironico. Come se il confine sottile fra uomini e bestie non fosse che una convenzione, e come se un velo sottile nascondesse il vero animale che è nell’uomo, fino a spingersi al demonismo. In Russo lo si comprende come in quel romanzo straordinario di Tommaso Landolfi che è La pietra lunare, nel quale l’ignaro protagonista viene condotto nel mondo nascosto, visionario e visibile delle figure mezze bestie, o creature demoniache, che appartengono ad un regno infero, non tanto malvagio quanto regolato da norme diverse dalle nostre. La trasgressione ci fa risalire agli inizi della pittura di Sandro Russo, fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, dominati da olio o acquerelli, anche di grandi dimensioni, popolati da cortei pagani con prelati, o strane processioni di viandanti in fila indiana. Questo ammasso e questo sgomitare di nudi, di questuanti, di unicorno, di cavalli, di volatili e cani, appare come una folla impegnata a non dare respiro allo spazio vuoto, a certi cieli rosei morbidi e spiagge gialle, come si sarebbe vista nell’esuberanza di figure delle grandi tele del Seicento. Danze, comparsate, comizi, clownerie, fiumi di volti e gesti come dannati che sfilano via, mentre alle loro spalle spuntano resti di muraglie e rovine, tanto da ricordare l’impostazione scenica di Poussin, dove si confronta il mito con la sua impossibilità, là dove Russo confronta la menzogna, il trucco, la mascherata, l’intrigo, la chiacchiera, con la vanità del tutto, con l’inutilità dei riti sbugiardati del nostro presente. Per arrivare a tanto occorre un segno netto, un disegno abile d’insieme e nei particolari, e un’ampia percezione del colore che mette in luce, figurativamente, la caoticità del mondo. Ma se retrocedo con la memoria fino ai primi anni della pittura di Russo, mi trovo davanti a un piccolo quadro, un acquerello che possiedo dal 1981, che raffigura un adolescente a braccia aperte intorno a cui danza una creatura dalla pelle chiara, e l’occhio decisamente posato sul ragazzo, fra oggettini lasciati cadere tutt’intorno. E’ un dipinto significativo a cui sono molto legato e che ha accompagnato tutte le epoche della mia vita con immutato fascino. In questo piccolo quadro vi è il mistero, la profondità nascosta, l’apparenza del gesto, e un colore deciso, sebbene sia acquerello, che scivola lungo il proprio immediato disegno. La storia è tutta qui: complessa ed elementare allo stesso tempo. In questo momento dell’esperienza di Sandro Russo, che coglie la consapevolezza d’un linguaggio personale, il sogno continua ad occhi aperti con i paesaggi marini di paesi di pietra che abbracciano le acque, come gli avvistamenti improvvisi dei racconti di Conrad, e con velieri che saettano fra acque turchine. Anche qui, adesso che siamo ritornati là da dove eravamo partiti, l’importanza formale dei toni, delle sagome, dei volumi, tutta materia centrata in primo piano, con una tavolozza ricchissima, deve fare i conti con quell’informe, tra cielo e terra, che preme sul visibile, che ci abbaglia felicemente, che dai bordi ruba la scena alla logica di un oggetto riconoscibile, una vela, un paese disteso, una spiaggia pietrosa, una serie di volti, stoffe, sguardi, profili.


GIANLUCA MARZIANI


UMANITA. MASCHERE. LUOGHI. Tracciare la mappa di un lungo percorso in cui l’artista ha viaggiato, tappa dopo tappa, verso isole e lidi d’approdo, verso storie personali e sociali, verso rotte italiane che appartengono ad immaginari di lotta e conquista, quotidiano e sogni, critica e ragion pratica. Eccomi davanti al viaggio pittorico di Alessandro Russo: artista dentro Catanzaro, dentro la narrazione universale di una Calabria che immaginiamo tra ipotesi e tesi, ragione e sentimento. Una terra ferita ma indomita di cui troppe volte ci arrivano esili tracce o spessa retorica.

Tracciare un percorso umano e creativo…


Dentro Catanzaro. Perché il nostro viaggio parte da una riflessione “dentro” lo stomaco del territorio, da un legame viscerale che il nostro autore instaura coi suoi spazi elettivi e generativi. Non possiamo e non dobbiamo sottovalutare il genius loci che incide sul modus della visione creativa, si tratta di linfa endogena che cambia la prospettiva stessa del dipingere. Russo ha lottato coi fantasmi della fuga, resistendo (e facendo) per mantenere un proprio studio a Catanzaro, seguire le vicende sociali della città, insegnare in Accademia a generazioni di studenti. Il suo humus è radicato nel centro storico catanzarese ma anche nei lidi, nel vento che traccia linee invisibili tra Jonio e Tirreno, nei porti industriali e nel degrado che non vorresti, nella bellezza nascosta o esibita, nella natura impervia e selvaggia, nel ponte in cemento armato che è una specie di mano aperta tra le montagne… indelebilmente dentro un territorio, nel suo organismo vivo e mutevole, dentro funzioni ordinarie e patologie straordinarie di posti reali (e quindi mentali).

OLTRE Catanzaro. Dentro la città senza però esibire i codici dell’appartenenza locale. Dentro il contesto elettivo senza il limite del realismo fotografico, del nome proprio, del giorno sul calendario. Russo ha una visione empatica ma non speculare rispetto agli spazi in cui vive e lavora. Assorbe e metabolizza con la coscienza del foglio bianco su cui l’inchiostro incide immagini anomale. Quelle apparizioni si trasformano durante la digestione morale e diventano pittura etica: figurativa, leggibile ma non didascalica, capace di cogliere archetipi e raccontarli con modi universali che riguardano valori condivisi, storie vicine e lontane, memorie e previsioni. Stare dentro un luogo significa controllarne gli effetti e renderlo palcoscenico universale, un teatro dove la vita recita il suo disagio e dove qualcuno ne raccoglie le energie, filtrandole fino a tramutarle in ciò che solo la pittura può compiere. Immagini dentro Catanzaro ma oltre Catanzaro. Oltre la Calabria. Oltre l’Italia. Dentro il cuore dell’interrogativo.

LO STUDIO. Nel cuore del centro storico catanzarese, tra vicoli compressi e dislivelli stratificati, parte l’avventura del nostro viaggio retrospettivo. Non appena varchi la soglia tutto prende la forma del giusto ragionamento. La luce non è ciò che ti aspetteresti da un luogo per dipingere: buio e accensione convivono senza contrasti apparenti, come spesso accade sul territorio di Catanzaro, quando la montagna inghiottisce il sole o quando il mare restituisce riflessi fiamminghi. L’ampiezza della metratura contrasta col caos e l’accumulo di ricordi, feticci, amabili scarti: in alcuni punti quasi non cammini eppure tutto ha un suo innato ordine, anche qui ricordando quei brandelli di paesaggio dove l’incastro minuzioso nasconde armonie sanate. Lo studio di Russo condensa il contrasto in uno spazio silenzioso e liminale, una soglia dove i quadri restituiscono le luci accese dei paesaggi diurni, le ombrosità aspre, la chiusura e gli orizzonti, l’ovvio e l’insospettabile. Ordine e caos: qui mescolati con la naturalezza dei cambi stagionali, del sole dopo il diluvio, della ferita che si rimargina.

IL TERZO OCCHIO. Mi piace pensare ad Alessandro Russo come ad un feroce occhio sulla Calabria contemporanea, un osservatore imparziale (perché l’arte deve sempre mantenere la sua imparzialità, anche e soprattutto quando prende posizione morale) che registra e metabolizza le scale di grigi tra bianco e nero, il profilo giusto e quello sbagliato, l’armonia e lo stridore. La pittura si conferma strumento acuminato dalle lame provvidenziali, un segugio a forma di coltello che affonda nel cuore della patologia. Russo ha sempre sentito il profilo tagliente del pennello, quel ferire la tela attraverso accensioni visionarie che comprimono o dilatano la propria esperienza nel reale. Ogni giorno l’artista osserva da vicino e lontano, si pone domande su domande, diviso tra amore e rabbia, dentro il metabolismo urbano e la digestione regionale, un terzo occhio che corre a schiaffo sul territorio, secondo panoramiche filmiche che volano come un’aquila dalla vista fulminea.


LUOGHI. Sono loro a definire il palcoscenico figurativo, l’ambientazione in cui gli eventi prendono volume e vengono registrati dall’occhio rapace di Russo. Nel periodo dei “comizi” l’inquadratura si apriva a campo lungo o si chiudeva su scene ravvicinate: lì dentro si aggiravano i gruppi inquieti, le facce in rivolta, le istituzioni dalla maschera grottesca. Erano luoghi dal tono teatrale, spazi dove la connotazione geografica risultava presente ma minima. Ambienti accennati che davano alla scena un valore universale, lungo condivisioni emotive che aggregavano le distanze nel bene comune della tutela. Ad un certo punto l’occhio di Russo ha aperto le ottiche ed è salito verso l’alto, allontanandosi dagli eventi militanti, abdicando al pathos caotico del comizio. Dal 2008 l’artista ha privilegiato il paesaggio puro, quello panoramico e industriale, privo di umanità in campo ma altrettanto lavico. Si tratta di geografie del degrado che raccontano la bellezza ormai ferita del territorio, l’incidenza delle speculazioni, il perduto amore con la natura. Le zone costiere della Calabria diventano un’indiretta planimetria aerea sul dissesto politico, sulla cattiveria gratuita di chi distrugge i regali del paesaggio elettivo. L’industria appare come un gigantesco corpo di metallo urlante, pieno di orifizi che sbuffano e mandano miasmi, una macchina infernale che oscura il cielo coi suoi fumi grigi, che invade le spiagge sabbiose come un virus sulla pelle chiara di un corpo (la natura) oggi confuso. Il problema di Russo, ovviamente, non riguarda il mancato amore per il progresso tecnologico. Al contrario, la sua pittura parla di potenza dei macchinari e organicismo delle sue protesi meccaniche. La stessa panoramica aerea possiede quel pathos romantico alla Friedrich, tipico di chi sente il battito onnipotente del paesaggio ma non perde il fuoco sui fattori di crescita sociale. La sottolineatura in negativo tocca gli abbinamenti tra un patrimonio da preservare e un’invasione che avrebbe senso altrove, distante dai sorrisi geografici del Mediterraneo. Una pittura etica per scandire direzioni giuste e sbagliate nel cammino accidentato della Calabria contemporanea.

MASCHERE. Le facce di Russo stanno davanti a noi, imperterrite e tribolanti, ferine e scivolose, demoniache come riesce solo a certi scampoli di realismo crudele dai sapori neri e dalla liturgia drammaturgica. La memoria corre rapida verso Otto Dix, George Grosz, James Ensor, Oskar Kokoschka: per capirci, verso la selvaggia natura degli espressionisti tedeschi ma anche verso un grottesco sociale, tra Mino Maccari, il disegno satirico italiano e l’irriverenza di Ennio Flaiano, a ritroso fino alla militanza realista di Pellizza da Volpedo o Giovanni Segantini. Russo, seguendo traiettorie iconografiche non convenzionali, mescola le carte della nostra storia figurativa e gioca sul piatto delle combinazioni stilistiche, riaffermando la saggezza di una pittura personalissima, riconoscibile per vibrazioni e scale. Decine di maschere bestiali animano l’epoca dei “comizi”, un esercito depravato nei suoi riti collettivi, pronto al gioco dello scempio e del moralismo. Facce che starebbero bene tra le folle orgiastiche di Federico Fellini, figlie di un carnevale fuoritempo che appartiene al festino osceno del potere logoro. In scena vanno maschere ignobili dai passi circensi, orrorifiche ed epocali, figlie di un Inferno dantesco che privilegia la smorfia ferina, l’occhio malvagio, la cattiveria degli orchi fiabeschi e dei molti uomini neri che animano gli incubi onirici. A ribadire l’oscenità delle maschere ci pensa il gesto rapido del pennello, la stilettata che è un rasoio intinto nei colori pulsanti. Velocità e controllo sono la sintesi intuitiva che distingue le maschere e in generale la pittura di Russo: compatta nel sistema centripeto che governa le scene, dotata di una gravità terrestre in cui corpi e forme si avvinghiano alla terra, quasi fossero alberi teatrali di un gigantesco spettacolo chiamato Natura.

UMANITA… emotivamente accesa, primordiale e futuribile, vicina e lontana, astratta e concreta. L’umanità dell’artista pulsa nella presenza ma anche nella decisa assenza dai teatri di guerra a cielo aperto. Non ci sono sconti per nessuno, quel pennello dipinge con affilata saggezza per restituire la maschera satura, l’elastica vitalità del cinismo e del debito morale. Mare e terra si fanno corpo e sangue, ossa e muscoli, mentre porti e costruzioni maturano come patologie tumorali che fuoriescono tra degenerazioni silenziose e lampi di fuoco. Lo sguardo sceglie l’umanità nel suo doppio significato: come corpo sociale da una parte e come sentimento dall’altra, ridando la temperatura del dramma sotto una luce accecante che confonde, obnubila ed esaspera.


UMANITA. MASCHERE. LUOGHI

assieme diventano pittura di puro colore ed evidente personalità figurativa. Il modus operandi del nostro artista mostra carattere e coerenza, vi basti scorrere il libro per trovare i ritorni e le sottili evoluzioni progressive, il richiamo sui punti forti e il minuzioso lavoro di fino su certe debolezze giovanili. Vivere in Calabria significa dialogare con la luce in maniera mai ovvia, vedere i contrasti e le aperture improvvise, scivolando verso la Magna Grecia e il mare orizzontale, verso i vertici montagnosi e l’architettura controversa, verso il troppo pieno e il troppo vuoto. Sarà per questo che l’inquadratura è immediatamente un soggetto grammaticale, una dimensione emotiva che cambia umore e quindi angolazione. Occhio verso l’alto da una superficie in cui l’artista sembra strisciare silenzioso ma arrabbiato. Occhio verso il basso da un cielo in cui l’artista sembra volare silenzioso, leggero ma altrettanto arrabbiato. Le visuali si allargano o stringono senza una prospettiva univoca, si perde il centro tolemaico della scena e i cuori prospettici si moltiplicano, vanno da ogni parte come fossero incroci di sguardi inquieti, dubbiosi su dove fuggire o intervenire. La dimensione iconografica ha lo scatto mentale della regia cinematografica, chiara nel grottesco felliniano ma anche nelle panoramiche da Michelangelo Antonioni in “Zabriskie Point”, film non a caso “politico” e radicale per comprendere i linguaggi mentali del paesaggio contemporaneo. I cromatismi di Russo dichiarano riconoscenza ad un altro film di Antonioni, ovvero, “Deserto Rosso”, esegesi su celluloide per destare il colore nella sua libertà emotiva e cerebrale. Due patrimoni ereditari che accompagnano la memoria del quadro verso le preziose potenzialità di un altro futuro. Un domani tutto da riscrivere: attraverso l’azione che diventa nuova morale.


Oltre le tracce, dentro la pittura‌ ‌nel cuore vivo del colore che diventa immagine. E ricordate: a vincere sarà sempre la Natura.


UMA


NITa


ROGOI COMIZI MEDIEVALE 2002 olio su oliotela su120x160cm tela 100x200cm 2000


I COMIZI 2002 olio su tela 100x200cm


COMIZI NELLA LOCRIDE 2005 olio su tela 130x180cm


I COMIZI olio su tela 100x300cm 2008 (collezione camera di commercio. catanzaro)


I COMIZI 2008 olio su tela 100x200cm (collezione camera di commercio. catanzaro)


I COMIZI olio su tela 30x60cm 2008


NOTTE BIANCA olio su tela 80x100cm 2007


I COMIZI 2008 olio su tela 100x150cm


MASC


CHERE


RITRATTO APOTROPAICO 1978 olio su tela 50X40cm


SATIRO 1982 olio su tela 70x50cm


RITRATTO 1982 olio su tela 80X60cm


ALLEGORIA DELLA GIUSTIZIA 1982 olio su tela 60X50cm


POLITICANTE 1986 olio su CARTONE 51X36cm


I COMIZI 1990 olio su tela 80x90cm


RITRATTO 1995 ACRILICO su tela 80X60cm


RITRATTi 1995 acrilico su tela 71X81cm (collezione FONDAZIONE ROCCO GUGLIELMO)


RITRATTO 1995 olio su tela 50X40cm


CYRAno 1996 ACRILICO su tela 70X50cm (collezione FONDAZIONE ROCCO GUGLIELMO)


GRANDE RITRATTO 2000 olio su CARTONE 101X71cm


RIFLESSO INTERIORE 2001 olio su tela 200x150cm


I POTERI DELLA REPUBBLICA 2004 olio su tela 140X100cm


I COMIZI 2007 olio su tela 160x100cm


I COMIZI 2007 olio su tela 60x50cm


MAGISTRATO CIECO 2008 olio su tela 50X35cm


IL MAGISTRATO 2008 olio su tela 70x50cm


LUO


OGHI


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 50x60cm 2008 (collezione RUBBETTINO SOVERIA MAnnELLI. CATANZARO)


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 70x100cm 2008


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 60x80cm 2008


PAESAGGIO INDUSTRIALE 2008 olio su tela 50x100cm


PAESAGGIO INDUSTRIALE 2008 olio su tela 50x60cm


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 40x80cm 2008


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 30x60cm 2008 (collezione ELENA SCALFARO)


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 70x100cm 2008


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 40x50cm 2009


PAESAGGIO INDUSTRIALE 2009 olio su tela 70x100cm


PAESAGGIO INDUSTRIALE 2009 olio su tela 50x60cm


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 50x70cm 2009


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 180x210cm 2009


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 100x150cm 2009


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 100x70cm 2009


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 70x100cm 2009 (collezione MACRI‘ MIGLIACCIO. CATANZARO)


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 40x50cm 2009


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 40x50cm 2009


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 100x150cm 2009


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 70x100cm 2009


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 150x200cm 2009 (collezione SPEZIALI. CATANZARO)


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 30x40cm 2010


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 100x70cm 2010


CARRETTE DI MARE olio su tela 70x100cm 2010 (collezione macRI‘ migliaccio. CATANZARO)


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 150x50cm 2010


PAESAGGIO INDUSTRIALE 2010 olio su tela 40x40cm


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 30x90cm 2010 (collezione LAM ROSSELLA FELICETTI)


Paesaggio industriale 2010 olio su tela 30x40cm


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 50x60cm 2010


PAESAGGIO INDUSTRIALE 2010 olio su tela 100x50cm


STRU INDUSTRIALE olio su tela 150x50cm 2010


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 60x60cm 2010


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 100x150cm 2010


PAESAGGIO INDUSTRIALE 2010 olio su tela 120x140cm


PAESAGGIO INDUSTRIALE 2010 olio su tela 140x160cm


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 140x180cm 2010


Paesaggio industriale 2010 olio su tela 30x90cm


BARCA 2010 olio su tela 30x40cm


Paesaggio industriale olio su tela 180x200cm 2010


BARCHE olio su tela 150x200cm 2010


Paesaggio industriale 2010 olio su tela 60x80cm


Paesaggio industriale olio su tela 180x200cm 2010


Paesaggio industriale olio su tela 70x100cm 2010


Paesaggio industriale 2010 olio su tela 40x50cm


Paesaggio industriale olio su tela 120X80cm 2010


Paesaggio industriale olio su tela 100x70cm 2010


Struttura industrialE 2011 olio su tela 275x125cm


MERCANTILE NEL PORTO olio su tela 130x190cm 2011


Struttura industriale olio su tela 275x125cm 2011


RIMORCHIATORI NEL PORTO DI CROTONE olio su tela 120x140cm 2011


CARRETTE DI MARE 2011 olio su tela 110x120cm


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 70x100cm 2011


Carretta di mare olio su tela 100x150cm 2011


RIMORCHIATORI 2011 olio su tela 50x100cm


PAESAGGIO INDUSTRIALE olio su tela 100x100cm 2011


ITALICA olio su tela 120x180cm 2011


A Sandra


foto Antonio Renda


ALESSANDRO RUSSO, nato a Catanzaro nel 1953, in quasi quarant’anni di pittura ha alimentato un’esperienza di solida personalità nel panorama figurativo europeo. Dalle prime mostre nella città natale presso la Galleria L’Astragalo (1973) e a Milano alla Galleria Lusca e alla Schettini (1979) è chiara la personale invenzione di un mondo visionario riscoperto nel visibile del quotidiano. Ciò porta il poeta e critico Piero Bigongiari a parlare di «sottili e aeree ossessioni inventive», e a proporlo per un’esposizione alla Galleria Pananti di Firenze (1981), primo di una serie di giovani pittori europei. Le altre mostre, a Roma e a Latina (1984), e ancora la personale di 80 opere alla Galleria Pananti (1988), dimostrano come la ricerca di Russo abbia ampliato le sue promettenti premesse. Negli anni cresce l’attenzione e la stima nei suoi confronti, così come cresce il rispetto per la scelta di lavorare nella città natale e di impegnarsi nell’insegnamento all’Accademia di Belle Arti catanzarese, dove è professore di Decorazione. Nella vita dell’artista contano le esperienze motivate dal suo radicamento, critico e appassionato nella propria terra: si ricordino la mostra alla Pinacoteca di Taverna (1990), l’esecuzione del grande ciclo intitolato Imago Urbis presso Palazzo De Nobili, sede del Comune di Catanzaro (1993), come la grande tela del Palazzo Pubblico di Corato, le sue Historiae nei pannelli per il palazzo provinciale della Guardia di Finanza a Vibo Valentia, e il grande dipinto per il Centro Calabrese dei Vigili del Fuoco. Ma contano anche i frequenti impegni all’estero: la mostra personale alla Casa delle Arti di Pécs, su invito del Dipartimento Universitario di Italianistica (1995) e, su invito dell’Istituto Italiano di Cultura, l’ampia antologica ospitata nel Museo Petofi di Budapest. Nel 1999, in occasione del terzo centenario della morte di Mattia Preti, espone in una collettiva al Museo di Belle Arti de La Valletta a Malta. Nel 2003 anche l’Istituto Francese di Firenze dedica un omaggio all’artista, ospitando la mostra intitolata Le chef d’oeuvre inconnue, a cura di Luigi Tassoni, Alberto Caramella e Gerome Bloch. A New York nel 2004 realizza un bozzetto dedicato all’11 settembre, e l’anno successivo partecipa con le sue opere alla prima rassegna del MAC, Museo di Arte Contemporanea dell’Accademia di Catanzaro, nel cinquecentesco Complesso del San Giovanni. Mentre nel 2008, a cura di Rosario Pinto, espone a Napoli alla Galleria Movimento Aperto i suoi Comizi, dal 2006 espone regolarmente alla Galleria Antonio Battaglia di Milano, che cura l’opera dell’artista calabrese. Ancora nel capoluogo lombardo, nel 2009 propone la sua ricerca pittorica Opera Mundi alla Galleria Donec Capiam Studio, a cura di Paolo Pocchini. Nel 2010 porta Paesaggi e Figure alla Galleria Antonio Battaglia di Milano e Paesaggi Industriali alla Galerie Bertrand Kass di Innsbruck. Nel 2011 realizza una grande mostra dal titolo Umanità. Maschere. Luoghi, a cura di Gianluca Marziani, presso il Complesso Monumentale del San Giovanni di Catanzaro. Sempre del 2011, a coronamento di una carriera coraggiosa e coerente, è il suo invito per il Padiglione Italia (regione Calabria) della Biennale di Venezia. a cura di Milly Curcio


foto Antonio Cilurzo


CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE DELLA FONDAZIONE Rocco Guglielmo Giovanni Guglielmo Vincenza Guglielmo Giuseppe Speziali Giovanni Laganà DIRETTORE GENERALE DELLA FONDAZIONE Dario Lamanna RINGRAZIAMENTI COLLEGIO DEI REVISORI DEI CONTI DELLA FONDAZIONE Giuseppe Ierace Vincenzo Maiellare Raffaele Mostaccioli

Giorgio Guglielmo Assunta Ciambrone Christian Liotti Sabina Genovese

COLLEGIO DEI CONSIGLIERI SCIENTIFICI DELLA FONDAZIONE Rocco Guglielmo Dario Lamanna

COMUNE DI CATANZARO

Gianluca Marziani

Dirigente di Settore:

Cristiana Collu

Pasquale Costantino

Giuseppe Pasquale Marra Florindo Rubbettino Paolo Falzea

Responsabile Ufficio Cultura: Franco Megna Segreteria Amministrativa Ufficio Cultura:

DIRETTORE ARTISTICO

Caterina Fazio

Gianluca Marziani

Antonio Polito Rita Tomasello Pino Doria

Un ringraziamento speciale a

IMAGO URBIS 1993 PITTURA MURALE (PALAZZO DE NOBILI - COMUNE DI CATANZARO)

Elena, Teresa e Giuliana


CATALOGO E COMUNICAZIONE VISIVA Emanuele Marziani

FOTO Nino Itria

ELABORAZIONI DIGITALI Antonio Cilurzo

UFFICIO STAMPA Adicorbetta

Agenzia di Servizi CHRONOS

Profile for Emanuele Marziani

Alessandro Russo  

Alessandro Russo  

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