Theriaké Luglio/Agosto 2022

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Theriaké Anno V n. 40 Luglio - Agosto 2022

Theriaké [online]: ISSN 2724-0509

RIVISTA BIMESTRALE

EDITORIALE di Ignazio Nocera

GALENICA /3 Preparazioni ad uso orale di Carlo Squillario

IL TÈ AL GELSOMINO Tecniche di produzione e proprietà di Carmen Naccarato

CONTRIBUTO PER UNA STORIA ICONOGRAFICO-ICONOLOGICA DELLA MORTE (II parte)

di Rodolfo Papa

NARO, LA CHIESA DI S. FRANCESCO D’ASSISI E LA SUA SAGRESTIA di Irene Luzio

IL CASO DEL MUSEO ARCHEOLOGICO REGIONALE “LANDOLINA” DI MARIANOPOLI Considerazioni a margine per la pubblicazione del libro A Mitistrato. Un Patrimonio nel Paesaggio dell’Anima. Archeologia e Memoria nei Musei di Marianopoli di Carmelo Montagna

MOSAICI DELLE BASILICHE ROMANE DI S. PUDENZIANA E DEI SS. COSMA E DAMIANO Confronto e lettura critica dell’esegesi musiva di Domenico Di Vincenzo

LA SCOPERTA DELLA VITAMINA B1 di Giusi Sanci


Sommario

30 Cultura

4 Editoriale

IL GIARDINO DELLE ESSENZE

In una calda serata di luglio, al giardino della Kolymbethra i festeggiamenti per il quinto anno di pubblicazione di Theriaké

8 Medicamentum fiat secundum artem GALENICA /3

Preparazioni ad uso orale

IL CASO DEL MUSEO ARCHEOLOGICO REGIONALE “LANDOLINA” DI MARIANOPOLI Considerazioni a margine per la pubblicazione del libro A Mitistrato. Un Patrimonio nel Paesaggio dell’Anima. Archeologia e Memoria nei Musei di

38 Cultura

MOSAICI DELLE BASILICHE ROMANE DI S. PUDENZIANA DEI SS. COSMA E DAMIANO

Confronto e lettura critica dell’esegesi musiva

10 Fitoterapia & Nutrizione IL TÈ AL GELSOMINO

Tecniche di produzione e proprietà

44 Apotheca & Storia

LA SCOPERTA DELLA VITAMINA B1

14 Delle Arti

CONTRIBUTO PER UNA STORIA ICONOGRAFICOICONOLOGICA DELLA MORTE (II parte)

24 Cultura

NARO, LA CHIESA DI S. FRANCESCO D’ASSISI E LA SUA SAGRESTIA

Responsabile della redazione e del progetto gra1ico: Ignazio Nocera Redazione: Valeria Ciotta, Elisa Drago, Rossella Giordano, Christian Intorre, Federica Matutino, Giorgia Matutino, Francesco Montaperto, Carmen Naccarato, Silvia Nocera, Giusi Sanci. Contatti: theriake@email.it Theriaké via Giovanni XXIII 90/92, 92100 Agrigento (AG). In copertina: Maestro del trionfo della morte, Il trionfo della morte, affresco. Palazzo Abatellis, Palermo. Questo numero è stato chiuso in redazione il 10 – 8 – 2022 In questo numero: Domenico Di Vincenzo, Irene Luzio, Carmelo Montagna, Carmen Naccarato, Ignazio Nocera, Rodolfo Papa, Giusi Sanci, Carlo Squillario.

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[online]: ISSN 2724-0509

Collaboratori: Pasquale Alba, Giuseppina Amato, Carmelo Baio, Francisco J. Ballesta, Vincenzo Balzani, Francesca Baratta, Renzo Belli, Irina Bembel, Paolo Berretta, Mariano Bizzarri, Elisabetta Bolzan, Paolo Bongiorno, Samuela Boni, Giulia Bovassi, C. V. Giovanni Maria Bruno, Paola Brusa, Lorenzo Camarda, Fabio Caradonna, Carmen Carbone, Alberto Carrara LC, Letizia Cascio, Matteo Collura, Alex Cremonesi, Salvatore Crisafulli, Fausto D'Alessandro, Gabriella Daporto, Gero De Marco, Irene De Pellegrini, Corrado De Vito, Roberto Di Gesù , Gaetano Di Lascio, Danila Di Majo, Claudio Distefano, Clelia Distefano, Vita Di Stefano, Domenico DiVincenzo, Carmela Fimognari, Luca Matteo Galliano, Fonso Genchi, Carla Gentile, Laura Gerli, Mario Giuffrida, Andrew Gould, Giulia Greco, Giuliano Guzzo, Ylenia Ingrasciotta, Maria Beatrice Iozzino, Valentina Isgrò , Pinella Laudani, Anastasia Valentina Liga, Vincenzo Lombino, Ciro Lomonte, Roberta Lupoli, Irene Luzio, Erika Mallarini, Diego Mammo Zagarella, Giuseppe Mannino, Massimo Martino, Carmelo Montagna, Giovanni Noto, Roberta Paci^ici, Roberta Palumbo, Rodolfo Papa, Marco Parente, Fabio Persano, Simona Pichini, Irene Pignata, Annalisa Pitino, Valentina Pitruzzella, Renzo Puccetti, Carlo Ranaudo, Lorenzo Ravetto Enri, Salvatore Sciacca, Luigi Sciangula, Alfredo Silvano, Carlo Squillario, Pierluigi Strippoli, Gianluca Tri^irò , Emidia Vagnoni, Elena Vecchioni, Fabio Venturella, Margherita Venturi, Fabrizio G. Verruso, Aldo Rocco Vitale, Diego Vitello.

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Editoriale

Il giardino delle essenze In una calda serata di luglio, al giardino della Kolymbethra i festeggiamenti per il quinto anno di pubblicazione di Theriaké Ignazio Nocera*

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l 27 luglio scorso si è svolta al giardino della Kolymbethra una conferenza dal titolo Il giardino delle essenze. Tra farmacopea, donazione di sé e teologia. Abbiamo voluto questa serata per festeggiare il quinto anno di pubblicazione di Theriaké . Moderatore della serata è stato il giornalista Davide Sardo. L’apertura dei lavori è stata afPidata al direttore generale dell’ASP di Agrigento, dott. Mario Carmelo Zappia; seguito dal saluto del dott. Pietro Amorelli, presidente di A.Ti.Far. Federfarma Agrigento. Subito dopo, nel mio breve intervento, ho ripercorso il momento della nascita di Theriaké , quando alla Pine del 2017, fui incaricato, dal direttivo di A.Gi.Far. Agrigento, di occuparmi di una newsletter che potesse servire ad informare i colleghi sulle attività promosse da A.Gi.Far.. A tale scopo era stata inoltre costituita una redazione di una decina di colleghi. Fu allora che proposi, alla redazione e al comitato scientiPico di A.Gi.Far., di abbandonare l’idea iniziale della newsletter, per redige-

re piuttosto un periodico in formato PDF, da poter consultare gratuitamente online. La proposta fu accettata, cosı̀ proposi anche il titolo della testata, e a gennaio del 2018 venne pubblicato il primo numero di Theriaké . Dapprima mensilmente, e da gennaio 2020 con cadenza bimestrale. Durante la fase di preparazione del primo numero, oltre a lavorare alla stesura del nostro contributo, iniziammo a cercare esperti che potessero collaborare con noi. E possiamo oggi affermare che sono molti gli accademici e gli studiosi che hanno accettato la nostra richiesta e pubblicato i proprı̂ articoli. Una delle prime persone, alle quali mi rivolsi, fu Rodolfo Papa, che avevo conosciuto a Palermo, in occasione di una sua conferenza, alla quale fui inviato da Ciro Lomonte. Quella conferenza, su mio suggerimento, fu riproposta con successo qualche tempo dopo ad Agrigento, presso la Biblioteca Lucchesiana. Quando formulai al professor Papa la richiesta di collaborazione, avevo messo in conto un suo cortese diniego, dati i numerosi impegni, la sua autorevolez-

*Farmacista, responsabile della redazione di Theriaké. FotograPie di Domenico Borsellino.

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za e, per contro, la modestia della mia proposta. Il suo entusiasmo fu invece travolgente, tanto che mi sentii a quel punto investito da un grosso carico di responsabilità , per non deludere le sue aspettative. In breve tempo ricevetti il suo primo articolo, con la precisazione che la sua rubrica si sarebbe dovuta intitolare “Delle arti”. Naturalmente non ebbi il coraggio di oppormi, e da quel momento iniziò un’assidua collaborazione, che dura ancora oggi. Rodolfo Papa aveva colto nel segno, e Theriaké divenne da subito un insieme ordinato di discorsi sulle “utili arti”, a partire dai discorsi sulle “belle arti” [1] estesi dal prof. Papa nella sua rubrica, che non a caso occupa, di solito, le pagine centrali. In questo modo, il contributo offerto dall’esperto di ciascuna disciplina ⏤ con il suo statuto, la sua autonomia, la sua terminologia ⏤ si trova poi ad essere inserito in un contesto più ampio, nel tentativo di offrire al lettore una visione interdisciplinare ed unitaria del sapere, in contrasto all’eccessiva frammentazione attuale. Anche in questo senso Theriaké svol-

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ge appunto la sua funzione di antidoto, come vuole la traduzione letterale dal greco. Il tema della serata è nato dall’idea di proporre ai partecipanti ⏤ nella cornice unica del giardino della Kolymbethra ⏤ le riPlessioni sul valore spirituale del giardino nella cultura occidentale, sviluppate da Rodolfo Papa. La conferenza di Rodolfo Papa è stata preceduta dall’intervento del dott. Giacomo Scalzo, responsabile del Centro regionale sangue e trasfusionale, presso l’Assessorato regionale della Salute, organizzatore della serata insieme alla redazione di Theriaké . Dall’intervento del dott. Scalzo è emersa, in tutta la sua gravità , la situazione attuale della donazione di sangue in Sicilia. Mancano infatti all’appello i donatori giovani, in grado di assicurare il ricambio generazionale e il costante apporto di sangue ai soggetti talassemici e ai traumatizzati. La scarsa sensibilità dei giovani, delle famiglie e delle scuole rischia di causare una grave carenza di sangue entro i prossimi dieci anni.

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Per questo è stata ribadita l’importanza dell’educazione alla donazione in ambito scolastico e familiare. Al termine dei lavori è stata offerta ai partecipanti una degustazione della birra monastica Hora benedicta, dell’Abbazia di S. Martino delle Scale. L’evento è stato patrocinato da A.Ti.Far. Federfarma Agrigento, A.Gi.Far. Agrigento, ASP1 Agrigento, dal Rotary Club Colli Sicani di Aragona, dall’Assessorato regionale della salute, dal Centro regionale sangue e trasfusionale, dall’Assessorato regionale dell’istruzione e della formazione professionale, dall’Assessorato regionale dello sport del turismo e dello spettacolo; ed è stato sponsorizzato da Sineos.

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Si ringrazia la delegazione FAI di Agrigento, ed in particolare la dott.ssa Federica Salvo, responsabile del giardino della Kolymbethra, per aver concesso l’uso del giardino. La registrazione dei diversi momenti della serata è disponibile sul nostro sito.

Nota 1. Cfr. Papa R., Discorsi sull’arte sacra. Cantagalli, 2012, pp. 51-53.

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Medicamentum fiat secundum artem

Galenica /3 Preparazioni ad uso orale Carlo Squillario*

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erza puntata in cui, come potete intuire dal titolo, parleremo di preparazioni orali. Tutti voi avrete sicuramente subito pensato alle capsule. Ma si possono allestire sospensioni (quanti di voi hanno fatto l’ibuprofene per sopperire alla mancanza della specialità farmaceutica?), le compresse (un po’ più complicate da fare), gli sciroppi e le ultime novità in farmacia: le caramelle, le compresse spatolate e i Milm orodispersibili. Partiamo dalle più semplici: le soluzioni. Sono quelle più facilmente replicabili in farmacia. Tra le soluzioni possiamo pensare a delle gocce con tinture madri, o agli sciroppi, dai più semplici composti da una parte di acqua e 2 di zucchero, Mino a quelli creati ad hoc non diabetogenici con acqua preservata e geliMicanti, come la gomma xantano o la carbossimetilcellulosa e dolciMicanti, come, ad esempio, sucralosio o ammonio glicirrizinato. Le sospensioni sono sempre state ritenute ostiche da preparare, ma adesso ⏤ grazie alle ditte specializzate in galenica ⏤ esiste la possibilità di fare ricorso a basi pronte, che permettono di allestirle molto più facilmente. Inoltre, sono disponibili in letteratura scientiMica studi relativi alla stabilità e alle condizioni di stoccaggio da mantenere. Le capsule ormai sono parte integrante del laboratorio. Ci sono 8 formati, ma quelli che vengono maggiormente usati sono 2 e 3. Permettono l’allestimento di una moltitudine di polveri, principi attivi, estratti secchi. State però sempre attenti alla granulometria, alle proprietà di scorrevolezza e igroscopicità . In base a questi fattori userete, a vostra discrezione, uno o più eccipienti. Sulle compresse direi che ci sarebbe un mondo dietro, che meriterebbe un’analisi a parte, poiché , anche solo nella formulazione, necessitano sempre studi e prove in base a svariate condizioni anche climatiche, e la comprimitrice in farmacia è sempre più rara.

Vo r re i i nve c e sottoporre alla vostra attenzione, alcune delle più recenti forme di dosaggio orali. L e c a ra m e l l e . Sono una delle ultime forme farmaceutiche con cui creare la vostra linea, per esempio per la gola o per le afte. Le compresse spatolate sono venute alla ribalta soprattutto in veterinaria e in pediatria. Sono relativamente semplici da allestire. Necessitano di piastre particolari e molto allenamento, per cercare di standardizzare il metodo di preparazione. Film orodispersibili. Che dire di queste forme? Le abbiamo viste soprattutto in commercio per la vitamina D. Ma quando ho scoperto il modus operandi e la possibilità di utilizzo, ho fatto di tutto per avere gli strumenti e le sostanze da utilizzare. Spero anche oggi di aver solleticato la vostra curiosità . Alla prossima e come sempre, W la galenica!

*Farmacista. Facebook: https://www.facebook.com/preparazionigaleniche Instagram: https://www.instagram.com/farmacia_squillario/

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Fitoterapia & Nutrizione

Il tè al gelsomino Tecniche di produzione e proprietà Carmen Naccarato*

Figura 1. Jasminum grandiflorum. Foto di Ignazio Nocera.

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l gelsomino è una pianta che afferisce al genere Jasminum e alla famiglia delle Oleaceae. Sono numerose (circa 200) le specie di gelsomino coltivate nei giardini a scopo ornamentale, apprezzate per l’abbondante e profumatissima Iioritura estiva-autunnale. Il gelsomino è un arbusto rampicante, originario dell’Asia e diffuso in Europa, generalmente poco resistente ai climi freddi, ma perfetto per i climi temperato-caldi; raggiunge anche 4-6 metri; sono decidue alcune specie, altre invece sempreverdi. Le foglie sono opposte e composte, prive di stipole. I Iiori sono attinomorIi, tetrameri ed ermafroditi, riuniti in inIiorescenze.

Presentano una corolla gamopetala. L’androceo è costituito da due stami epicorollini, il gineceo è bicarpellare sincarpico, l’ovario è supero. L’impollinazione entomoIila avviene ad opera di api, ditteri e farfalle [1]. La colorazione dei Iiori, a seconda della specie, varia dal bianco, al bianco con sfumature rosa, al giallo e al rosso. Il frutto è una bacca di colore nero. Le specie più note sono J. of0icinale (gelsomino comune), J. grandi0lorum (gelsomino di Spagna o di Sicilia) dai Iiori più grandi è più profumati, J. azoricum (gelsomino trifogliato) e J. polyanthum (gelsomino marzolino). Specie più rustiche, a Iiore giallo e

*Farmacista

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Fitoterapia & Nutrizione

Figura 2. J. grandiflorum. Foto di Ignazio Nocera

Iioritura a Iine inverno sui rami nudi, sono J. nudi0lorum (gelsomino di San Giuseppe) e il J. primulinum (gelsomino primulino). L’olio essenziale, dalla caratteristica profumazione, è contenuto nelle cellule epidermiche dei petali, è adoperato dall’industria dei profumi [2], dall’industria alimentare, in aromaterapia, e nei massaggi. Fra i numerosi componenti, lo jasmone (un chetone) è da tempo noto ed è il principale responsabile dell’odore [3]. I Iiori di gelsomino sono utilizzati nell’industria alimentare in modo particolare per aromatizzare il tè . Il tè al gelsomino è una bevanda della tradizione cinese, gradita anche in Occidente. Il tè al gelsomino è apprezzato dal pubblico per il suo sapore e il tipico aroma. EV ottenuto ricorrendo a tecniche lunghe e laboriose, chiamate “processi di profumazione”, durante i quali i Iiori di gelsomino entrano in contatto con le foglie di tè , cedendo le sostanze volatili. Al termine del processo di profumazione, i Iiori vengono rimossi; i tè al gelsomino di qualità migliore sono infatti privi dei frammenti di Iiore, che rilascerebbero un sapore amaro in fase di infusione.

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In letteratura scientiIica sono disponibili studi relativi a diversi processi di profumazione, all’analisi dei composti volatili, e all’attività biologica che può vantare il tè di gelsomino. Il metodo di profumazione tradizionale prevede che opportune quantità di Iiori di gelsomino vengano miscelate alle foglie di tè su dei graticci, in condizioni di temperatura ed umidità controllate, Iino a completa essiccazione. Durante il processo la massa di Iiori e foglie viene adeguatamente rimestata. Uno studio di Zhang e coll. analizza i vari processi di profumazione, e propone un nuovo processo, che si differenzia dal metodo tradizionale per una diminuzione dello spessore della massa, per consentire di ridurre la temperatura, prolungare il processo di profumazione, evitando brusche variazioni del contenuto di acqua, e la conseguente comparsa di cattivi sapori ed odori [4]. Nel medesimo studio, sono stati isolati e quantiIicati i componenti volatili presenti sia nel Iiore di gelsomino, che nel relativo tè durante tutto il processo estrattivo della profumazione, attraverso gas-cromatograIia interfacciata con spettromoetria di massa (GC-MS) [5].

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Fitoterapia & Nutrizione

Sono stati isolati 71 e 78 composti volatili, rispettivamente nel gelsomino e nel tè al gelsomino. Nello speciIico: 24 terpeni, 9 alcoli, 24 esteri, 6 idrocarburi, 1 chetone, 3 aldeidi, 2 composti azotati e 2 composti ossigenati nel gelsomino; 29 terpeni, 6 alcoli, 28 esteri, 8 composti azotati, 1 aldeide e 6 altri composti nel tè al gelsomino. La quantità di composti volatili nel gelsomino e nel tè al gelsomino prodotti con il nuovo processo di estrazione, sono superiori rispetto alle quantità estratte con il procedimento tradizionale [6]. Altri studi di Zhang e di Pragadheesh hanno dimostrato che i principali composti volatili del tè al gelsomino sono cis-3-esenil acetato, linalolo, metil benzoato, benzil acetato, α-farnesene, metil salicilato, cis-3-esenil estere dell’acido benzoico, metil antranilato, e indolo [7]. Il tè al gelsomino è stato analizzato per la sua attività biologica, di seguito vengono riportati degli studi nei quali viene esaminata l’attività antidepressiva, ipoglicemizzante ed antiossidante. Il numero delle persone che soffrono di disturbi dell’umore ed in particolare di disturbi depressivi è in continua crescita a livello mondiale. Disfunzioni del microbiota intestinale sono state correlate alla depressione. Il meccanismo attraverso il quale il tè al gelsomino migliora lo stato depressivo attraverso l'asse cervello-intestino-microbioma non è ancora conosciuto. Un ulteriore studio di Zhang analizza l’effetto sui ratti con sintomi depressive-like attraverso la via del microbioma intestinale. Il tè al gelsomino aumenta la varietà e la quantità del microbiota intestinale in ratti con depressione indotta da blando stress imprevedibile cronico. Analisi dimostrano la correlazione tra il differente microbioma (Patescibacteria, Firmicutes, Bacteroidetes, Spirochaetes, Elusimicrobia, e Proteobacteria) e relativi indicatori depressivi (BDNF, GLP-1, e 5-HT nell'ippocampo e nella corteccia celebrale). Combinato con la correlazione delle analisi del microbioma intestinale, il risultato indica che il tè al gelsomino potrebbe attenuare la depressione nei ratti attraverso l'asse cervello-intestinomicrobioma [8]. In uno studio di Tang, viene esaminata l’attività ipoglicemizzante ed antiossidante di polisaccaridi (JPS) estratti dal tè di J. sambac, solubili in acqua e frazionati in due sottounità (JSP-1 e JSP-2). La caratteristica più rilevante delle nuove sub-frazioni è stata determinata da diverse tipologie di analisi di cromatograIia, spettrometria di massa, analisi a raggi infrarossi, risonanza magnetica nucleare [9]. Fisiologicamente, l'attività di JSP-1 e JSP-2 riguarda la riduzione di ioni Ferro, viene inoltre scacciato il radicale libero DPPH e anche i radicali idrossilici, cosı̀ come è stata confermata in vitro la protezione di cellule delle isole pancreatiche. JSP-1 esibisce maggiore attività antiossidante e ipoglicemica rispetto a

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JSP-2. I pesi molecolari di JSP-1 e JSP-2 sono rispettivamente di 18,4 kDa e 14,1 KDa. JSP-1 è fatta di glucosio, galattosio, ramnosio, xylosio, arabinosio e acido galatturonico, mentre JSP-2 di una struttura a tripla elica composta di galattosio, ramnosio, xylosio, arabinosio e acido galatturonico. Questi risultati aprono la strada a nuove prospettive farmacologiche per estratti polisaccaridici solubili in acqua da tè al gelsomino [10].

Bibliografia 1. Pasqua G. et al., Botanica generale e diversità vegetale. IV ed., Piccin, 2019, p. 461. 2. Maugini E. et al., Botanica farmaceutica, IX ed., Piccin, 2014, p. 556. 3. Ibid. 4. Zhang Y. et al.,. Analysis of Volatile Components of Jasmine and Jasmine Tea during Scenting Process. Molecules. 2022 Jan 12;27(2):479. doi: 10.3390/molecules27020479. PMID: 35056794; PMCID: PMC8779377. 5. Ibid. 6. Ibid. 7. Zhang H.X. et al., Qualitative and quantitative analysis of 0loral volatile components from different varieties of Lilium spp. Sci. Agric. Sin. 2013, 46, 790–799. Pragadheesh V.S. et al., Monitoring the Emission of Volatile Organic Compounds from Flowers of Jasminum sambac Using Solid-Phase Micro-extraction Fibers and Gas Chromatography with Mass Spectrometry Detection. Nat. Prod. Commun. 2011, 6, 1333–1338. 8. Zhang Y. et al., Jasmine Tea Attenuates Chronic Unpredictable Mild Stress-Induced Depressive-like Behavior in Rats via the Gut-Brain Axis. Nutrients. 2021 Dec 27;14(1):99. doi: 10.3390/nu14010099. PMID: 35010973; PMCID: PMC8746588. 9. Tang Y. et al., Novel Antioxidant and Hypoglycemic WaterSoluble Polysaccharides from Jasmine Tea. Foods. 2021 Oct 7;10(10):2375. doi: 10.3390/foods10102375. PMID: 34681424; PMCID: PMC8535958. 10. Ibid.

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Delle Arti

Contributo per una storia iconogra0ico-iconologica della morte (II parte) Rodolfo Papa

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angoscia della morte è sempre in agguato nei pensieri degli uomini, nell'impossibilità di sfuggire al destino naturale comune a tutti gli esseri viventi, come testimonia un drammatico passo del profeta Isaia:

«Io dicevo: "A metà della mia vita / me ne vado alle porte degli inferi; / sono privato del resto dei miei anni". // Dicevo: "Non vedrò più il Signore / sulla terra dei viventi / non vedrò più nessuno / fra gli abitanti di questo mondo. // La mia tenda è stata divelta e gettata lontano, / come una tenda di pastori. / Come un tessitore hai arrotolato la mia vita, / mi recidi dall'ordito. / In un giorno e una notte mi conduci alla Qine". // Io ho gridato Qino al mattino. / Come un leone, cosı̀ egli stritola tutte le mie ossa. / Pigolo come una rondine / gemo come una colomba» (Is 38, 10-14).

Nel corso della storia, attorno all'orrore della morte si sono prodotti molti sistemi di pensiero e molte visioni del mondo. A volte, è sembrato che l'arte stessa offrisse il rimedio, nel tentativo di volgere, anche solo per un istante, a favore dell'uomo, l'impari lotta con l'annientamento totale che la morte produce. Convinto che la bellezza dei suoi versi gli avrebbe reso l'immortalità , Quinto Orazio Flacco scriveva: «Ho innalzato un monumento più perenne del bronzo e più alto del regale riposo delle piramidi, che non possano distruggere né la pioggia che corrode, né l'Aquilone sfrenato, né la serie inQinita degli anni, né la fuga del tempo. Non morirò del tutto, ma gran parte di me riuscirà a sfuggire a Libitina: io crescerò rinnovandomi di continuo nella gloria postuma, Qinché il ponteQice massimo con la vergine silenziosa salirà al Campidoglio. Si dirà che io - là dove l'Ofanto violento risuona e dove Daunio povero d'acque regna sui popoli contadini, da umile divenuto grande, abbia per primo trasferito la poesia eolica in ritmi italici. Melpomene, va' orgogliosa di ciò che hai conseguito meritatamente e cingimi propizia con la corona d'alloro delQico la chioma» (Carmina, III, 30) .

In Orazio la fama dell'arte poetica diviene mezzo per raggiungere l'immortalità , l'endecasillabo diviene la forma di un monumento che, stando alle sue stesse

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Figura 1. Monumento funebre di Cangrande della Scala, ingresso laterale della chiesa di S. Maria Antica, Verona.

parole, non si consuma. La poesia garantisce, Qinché è recitata o letta, l'immortalità del poeta, o forse, dovremmo dire, la memoria ammirata del poeta. Certamente, l'arte percorre una via che può condurre alla fama, ma anche questa, come tutte le cose del mondo, è destinata a perire. La prospettiva cristiana, pur rispettando le arti e il valore della bellezza come mezzo di ediQicazione morale e di cultura, s'interroga sul valore di queste in maniera diversa. L'arte è in sommo grado il luogo della rappresentazione della bellezza e perciò stesso della verità e di ciò che è buono, ma non è il luogo

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Delle Arti Rodolfo Papa, PhD. Pittore, scultore, teorico, storico e Qilosofo dell'arte. Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. Accademico Ordinario della PontiQicia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon. Docente di Arte Sacra, Tecniche Pittoriche nell’Accademia Urbana delle Arti. Presidente dell'Accademia Urbana delle Arti. Già docente di Storia delle teorie estetiche, Storia dell’Arte Sacra, Traditio Ecclesiae e Beni Culturali, FilosoQia dell’Arte Sacra (Istituto Superiore di Scienze Religiose Sant'Apollinare, Roma; Master II Livello di Arte e Architettura Sacra della Università Europea, Roma; Istituto Superiore di Scienze Religiose di Santa Maria di Monte Berico, Vicenza; PontiQicia Università Urbaniana, Roma; Corso di Specializzazione in Studi Sindonici, Ateneo PontiQicio Regina Apostolorum). Tra i suoi scritti si contano circa venti monograQie, molte delle quali tradotte in più lingue e alcune centinaia di articoli (“Arte Cristiana”; “Euntes Docete”; “ArteDossier”; “La vita in Cristo e nella Chiesa”; “Via, Verità e Vita”, “Frontiere”, “Studi cattolici”; “Zenit.org”, “Aleteia.org”; “Espiritu”; “La Società ”; “Rogate Ergo”; “Theriaké ” ). Collaborazioni televisive: “Iconologie Quotidiane” RAI STORIA; “Discorsi sull’arte” TELEPACE. Come pittore ha realizzato interi cicli pittorici per Basiliche, Cattedrali, Chiese e conventi (Basilica di San Crisogono, Roma; Basilica dei SS. Fabiano e Venanzio, Roma; Antica Cattedrale di Bojano, Campobasso; Cattedrale Nostra Signora di Fatima a Karaganda, Kazakistan; Eremo di Santa Maria, Campobasso; Cattedrale di San PanQilo, Sulmona; Chiesa di san Giulio I papa, Roma; San Giuseppe ai Quattro Canti, Palermo; Sant'Andrea della Valle, Roma; Monastero di Seremban, Malesia; Cappella del Perdono, SS. Sacramento a Tor de'schiavi, Roma …)

tua tomba / sconvolgi coste / argini il mare che percuote deQinitivo; essa, infatti, si fa ancillare di una visione Baia / per conQine una spiaggia / è poco signorile» (Carulteriore, e si offre solo come strumento di contemmina, II, 18, 15-22). plazione verso realtà veramente eterne. Anche i poeti e i pensatori cristiani hanno raccolto la La visione cristiana, invece, muta questa angoscia in sQida con la caducità delle cose attraverso il raggiununa consapevolezza di speranza, come scrive san gimento della fama artistica. Petrarca ed Erasmo da Paolo «la morte è stata trasformata in vittoria» (1 Rotterdam ne sono la prova, ma con una diversa coCor 15,54). scienza dell’immortalità . Il vivere per se stessi, in cui costruire e morire entraNell'ambito cristiano, infatti, il monumento del conno in contraddizione, come abbiamo visto espresso dottiero o del principe deve essere letto su più livelli, poeticamente in Orazio, si risolve nel vivere per Criin quanto la componente politica, seppure importansto stesso, che trasforma il te, non è l'unica. Si posenso della vita e della trebbe dire che la rafQigu«Il vivere per se stessi, in cui costruire e morte, e dà signiQicato ad razione del potere viene morire entrano in contraddizione […] si entrambe. San Paolo espliiscritta all'interno di una risolve nel vivere per Cristo stesso, che cita proprio questa certezvisione religiosa, in cui trasforma il senso della vita e della morte, e za, scrivendo: l'orizzonte morale del dà significato ad entrambe» buon governo si fonda su «Nessuno di noi vive per se istanze teologiche. Penstesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi visiamo in questo caso al doppio registro adottato per viamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo il seppellimento del ghibellino Cangrande della Scala; per il Signore, siamo dunque del Signore» (Rm 14, 7-8). infatti, il monumento funebre, che si erge sull'ingresso laterale di Santa Maria Antica, è sormontato dalla La vera sapienza del cristiano è quella di morire alla statua equestre che lo ritrae in armi con Qiniture da vita, nel senso di rinunciare a vivere per se stessi e di parata, memoria e tributo della città al suo condotiniziare a vivere per il Signore, come scrive ancora tiero, mentre, al di sotto della statua, ritroviamo lo san Paolo «cotidie morior» (1Cor 15, 31), e cioè stesso identico impianto compositivo di "tipo escato«muoio un poco ogni giorno». logico" già visto nei monumenti funebri del cardinale A questo punto, per meglio comprendere il signiQicaMatteo d'Acquasparta e del cardinale Guglielmo Duto dei monumenti funerari, dobbiamo soffermarci su rando. un elemento importante, cioè la presenza dei ritratti Nella prospettiva pagana, l'angoscia della morte può dei defunti e dei santi protettori. diventare un ostacolo che impedisce di vivere, tanto Proprio al proposito dell'uso del ritratto nelle cappelche per poter vivere l'uomo dimentica di dover morile private, Aby Warburg, riQlettendo sulla già citata re, e continua a costruire senza pensare al suo desticappella Sassetti in Santa Trinita, metteva in evidenno, come ricorda ancora Orazio: za il senso di questa tradizione: «II giorno caccia il giorno / la luna nuova viaggia al suo tramonto / tu commissioni tagli ampi di marmi / nell'imminenza della tua sepoltura / e levi case e scordi la

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«si capirà perché ad esempio nella “Conferma dell'ordine” e nel “Miracolo della risurrezione” s'inseriscano cosı̀ vistosi e numerosi i ritratti della consorteria Sassetti: per

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Delle Arti «Ben diversi erano i ritratti che si potevano vedere negli atrii degli antenati; non statue, opere di artisti stranieri, né in bronzo né in marmo; erano volti modellati in cera che venivano disposti in ordine in singole nicchie per avere immagini che accompagnassero i funerali gentilizi e ad ogni nuovo morto era sempre presente la folla dei familiari vissuti in ogni tempo prima di lui. Del resto gli alberi genealogici si allargavano con le loro linee ramiQicate conducenti ai singoli ritratti dipinti. Gli archivi di famiglia erano pieni di registri e di documenti relativi alle imprese compiute durante le magistrature. Fuori e intorno alle soglie c'erano altre immagini di grandi animi, con le spoglie tolte al nemico che neanche al compratore era consentito staccare, cosicché le case continuavano eternamente a trionfare anche mutando i padroni. Questo rappresentava un grande stimolo poiché ogni giorno le mura sembravano rimproverare al padrone imbelle di entrare a far parte di un trionfo altrui» [2].

Figura 2. Michelangelo Meriai da Caravaggio, Madonna dei pellegrini, cappella Cavalletti, Basilica di S. Agostino in Campo Marzio, Roma.

raccomandarsi alla protezione del santo in un atto di percettibile devozione, il quale potrà sembrare troppo vistoso al puro senso artistico del Rinascimento, ma non poteva lontanamente destare l'idea di una trasgressione profanante dei limiti presso i Qiorentini del tempo; erano pur soliti ammirare devotamente nella SS. Annunziata la folla delle statue in cera in grandezza naturale, offerte in abiti dell'epoca, come voti, da donatori anche di altri paesi» [1].

Ritengo importante mettere in relazione proprio le Qigure in cera esposte nell'Annunziata, messe in evidenza da Warburg, con la pratica romana dei volti in cera degli antenati. I romani, infatti, avevano introdotto l'uso delle imagines, ovvero dei calchi in cera, vere e proprie maschere funerarie, che esposte negli atrii delle case patrizie erano al contempo memoria degli antenati e fondamento giuridico della stessa gens a cui esse appartenevano, come ci ricorda Plinio il vecchio:

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I calchi in cera dei volti dei defunti, conservati negli atrii delle case al Qine di esporli nei funerali, erano segni distintivi delle famiglie della nobilitas. Su queste immagini si fondava di fatto lo statuto giuridico, appunto lo ius imaginum; infatti nell'esibizione dei volti degli antenati veniva mostrata tutta la forza dell'antico lignaggio, formato da personaggi illustri in campo giuridico e militare. La distanza tra la pratica romana dell'esposizione delle imagines degli antenati e il ritratto funebre cristiano è evidente; quest'ultimo, infatti, pur riprendendo la forma antica del ritratto funebre ne muta segno, anzi potremmo dire che annulla quello precedente per rifondarlo nell'ottica teologica della "storia della salvezza". Il defunto non è ricordato solo per il suo successo economico, politico e militare, per il suo impegno nella ediQicazione della civitas umana, ma è rappresentato come membro della civitas Dei, sua vera dimora e luogo della sua pace. Per certi versi si può affermare che nella tradizione cristiana si sia mantenuta la pratica dell'esposizione dei ritratti degli "uomini illustri", ma questa è mutata in una galleria di ritratti di santi, membra di Cristo e gloria stessa di tutto il popolo di Dio. In altre parole, la funzione del ritratto, come fondamento giuridico familiare presso i romani, si estende a signiQicare l'appartenenza al Corpo Mistico della Chiesa, di cui sono parte tutti i battezzati. In questa prospettiva, i ritratti dei santi ricordano non solo da dove veniamo, ma anche la deQinitiva vittoria sulla morte conquistata da Cristo. Come scrive san Paolo nella lettera ai Romani: «Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più ; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, Egli morı̀ al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che Egli vive, vive per Dio. Cosı̀ anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù » (Rm 6, 8-11).

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Figura 3. Buonamico Buffalmacco, Trionfo della morte, affresco, 1336-1341, Campo Santo, Pisa.

Lo ius imaginum risulta, dunque, ribadito ed esaltato ne dei pellegrinaggi e in punto di morte; il dipinto è nella prospettiva cristiana, cosı̀ come il concetto di descrizione stessa della preghiera che continuano a antenato e di uomo illustre viene risolto in prospettipregare anche dopo morti e con la quale invitano i va teologica: il santo dà lustro ed esempio, proprio parenti a pregare per loro: perché la sua vita rimanda a Cristo. In quest'ottica, «Salve, Regina, Mater misericordiae, vita, dulcedo, et spes non solo comprendiamo il senso teologico che è fornostra, salve. Ad te clamamus, exsules Filii Evae, ad te suma delle chiese, ma anche il senso antropologico che spiramus, gementes et Flentes in hac lacrimarum valle. Eia il cristianesimo mette in campo nella propria riQlesergo, advocata nostra, illos tuos misericordes oculos ad sione artistica. Una pala d'altare come la Madonna nos converte. Et Iesum, benedictum fructum ventris tui, dei pellegrini [3], dipinta da Caravaggio intorno al nobis, post hoc exilium, ostende. O clemens, O pia, O dulcis 1606 per la Cappella Cavalletti in Sant'Agostino a Virgo Maria». Roma, se osservata con questo sguardo particolare, diviene ben altra cosa da quello che siamo soliti veL'iconograQia cristiana è sempre dotta e popolare dere attraverso ricostruzioni iconologiche incompleinsieme, unisce la sapienza dei dotti e la saggezza del te. I due pellegrini, ritratto dei marchesi Cavalletti, popolo, è capace di dire cose complesse in modo immadre e Qiglio, entrambi defunti al momento della mediato, è difQicile ma mai astrusa, è sempre decodirealizzazione dell'opera, sono inginocchiati al cospetQicabile da tutti i battezzati to di Maria, nel loro ultise in possesso dei requisimo pellegrinaggio alla «L'iconografia cristiana è sempre dotta e ti minimi indispensabili santa Casa di Loreto, popolare insieme, unisce la sapienza dei per praticare con cosciendove la Vergine li accoglie za la propria fede, non è dotti e la saggezza del popolo, è capace di facendoli benedire dal mai esoterica. E cosı̀ anche dire cose complesse in modo immediato, è Figlioletto che tiene tra le per l'iconograQia della difficile ma mai astrusa, è sempre braccia. Questo non è morte la chiave d'accesso decodificabile da tutti i battezzati se in semplicemente il ritratto è la fede. Dunque, inserire di due nobili romani, ma possesso dei requisiti minimi indispensabili il proprio o l'altrui ritratto il testamento in forma di per praticare con coscienza la propria fede, all'interno di una chiesa è preghiera che essi innalsegno di appartenenza al non è mai esoterica» zano alla Vergine in seCorpo Mistico che essa gno di devozione, espristessa rappresenta, ripomendo tutta la loro speranza di essere accolti in nendo in questo segno il senso più intimo della spequella casa, alla quale più volte si sono recati in pelranza di salvezza e dell'afQidamento di protezione legrinaggio. Entrare nella casa di Maria equivale ad che, attraverso l'intercessione dei santi a cui si è deentrare nella casa del Padre, ovvero nel Regno dei voti, si chiede direttamente a Dio. Il ritratto, sopratcieli, nella beatitudine di Dio, avvolti cioè nell'amore tutto funebre, acquista in questa particolare declinadel Creatore. La pala d'altare della cappella funeraria zione devozionale, la funzione di ex voto che, posto dei marchesi Cavalletti è l'esplicitazione del sentiall'interno di una chiesa o di un santuario, svolge la mento religioso dei due defunti lı̀ rappresentati. Essa funzione di rammemorare la richiesta supplice e di è la declinazione pittorica della preghiera mariana confermare l'appartenenza del fedele al novero di che hanno recitato durante tutta la vita, nell'occasio-

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Figura 4. Giorgione, Vecchia, Gallerie dell’Accademia, Venezia.

coloro che letteralmente abitano (o desiderano abitare) la "casa" del Signore. A questo punto del percorso, possiamo affrontare una ulteriore questione interna al tema della rappresentazione iconograQica della morte, ovvero l'evidenziazione di due registri distinti. Da una parte, abbiamo la rafQigurazione religiosa del defunto, che è solitamente inserita in un contesto escatologico, come abbiamo Qin qui analizzato. Dall'altra però si deve evidenziare la rappresentazione iconograQica della morte come evento naturale, che muta nel tempo e che acquista gradualmente una simbologia che dura Qino ai nostri giorni. La morte viene spesso rappresentata come un angelo distruttore, come possiamo vedere ne Il trionfo della morte, dipinto da Buonamico Buffalmacco nel Camposanto di Pisa intorno al 1350. La morte viene anche simboleggiata attraverso la metafora del tempo, facendo riferimento, in alcuni casi, alla tradizione classica del vecchio alato oppure della clessidra come nell'incisione ad acquaforte realizzata da Pierre Boissard, intorno all'anno 1660, che rappresenta Il tempo che ricompensa il lavoro e punisce la pigrizia. In altri casi, è molto diffusa la rappresentazione della corruzione del corpo e quindi della bellezza, che sottomessa dal tempo, sQiorisce Qino a perdere ogni sua sembianza riducendosi in polvere, come nel caso di Hans Baldung Grien, che agli inizi del Cinquecento, nelle sue opere affronta più volte il tema morale della Fanciulla e la morte. Ancora più famoso è l'esempio della Vecchia [4] di Giorgione, conservata alle Gallerie dell'Accademia di Venezia, nel quale l'introduzione del cartiglio recante

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Figura 5. Lorenzo Lotto, Ritratto di gentiluomo, Galleria Borghese, Roma.

la scritta "Col tempo" rafforza il monito che l'anziana protagonista lancia all'osservatore, guardandolo dritto negli occhi mentre con la mano destra indica se stessa. Innumerevoli sono i dipinti, le incisioni e le sculture che rappresentano allegorie dello scorrere del tempo e della fugacità della vita, inserite anche in ritratti, come nel famosissimo Ritratto di gentiluomo di Lorenzo Lotto, conservato nella Galleria Borghese a Roma, che ritrae il principe epirota e uomo d'armi Mercurio Bua, nel momento del dolore per la scomparsa della moglie, e i petali staccati e sparsi sul tavolo sotto la sua mano destra indicano chiaramente non solo la fugacità del tempo, ma la corruzione delle cose belle. InQine, si può rintracciare un Qilone che tenderà a rappresentare sempre più spesso la morte con uno scheletro, o in forma sintetica con un teschio, tanto da divenire, a partire dalla metà del Quattrocento, l'iconograQia più diffusa che continuerà Qino ai nostri giorni. Si possono annoverare moltissime opere che ritraggono uno scheletro come rappresentazione della morte, ad esempio il caso palermitano del Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis, dove la morte in groppa ad uno scheletro di cavallo miete vittime di ogni rango sociale, portando la distruzione degli esseri viventi. Oppure il meno noto esempio degli affreschi conservati nella chiesa della SS. Trinità , nella cittadina di Hrastovlje (Cristoglie) in Slovenia a pochissima distanza dal conQine italiano, realizzati intorno al 1490 da Giovanni di Castua, che mettono in scena una lunga processione di uomini e donne di ogni rango sociale, poveri, storpi, principi, dame, re e

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Figura 6. Maestro del trionfo della morte, Trionfo della morte, Palazzo Abatellis, Palermo.

papi che, accompagnati ciascuno da uno scheletro, sembrano "danzare" verso la loro propria Qine naturale, sottolineando la caducità di ogni privilegio, come di ogni sofferenza. Tale affresco è certamente riconducibile al tema letterario dell'“Incontro dei tre vivi e dei tre morti”. L'introduzione dello scheletro e la sua affermazione in campo iconograQico si mescola talvolta con elementi preesistenti, dando origine a composizioni complesse e ricche, come si può notare nella famosissima miniatura nota come La morte del cristiano, inserita nel Libro delle Heures de Rohan, opera realizzata dall'ignoto Maestro delle Ore di Rohan intorno al 1418 (Ms. Lat. 9471-f. 159r Bibliothè que National, Parigi) dove il morto, rappresentato nella fossa e circondato da ossa e teschi, dichiara apertamente in un cartiglio la fede nella misericordia di Dio , che appare in vesti regali con in mano il globo e la spada, simboli consolidati di potere e di giustizia, mentre l'arcangelo Michele, in un combattimento aereo, si avventa su un demone alato, per strappargli dalle grinQie l'anima

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del defunto, attuando in tal modo l'estrema giustizia della misericordia divina. Tutte queste rappresentazioni non sono altro che estensioni Qigurate di una visione spirituale della morte molto diffusa nel corso di questi secoli. Infatti, sia nelle predicazioni sia nei trattati spirituali, il tema della presa di coscienza della morte è promosso con costanza. L'efQicacia del memento mori nella spiritualità del fedele è costantemente ricordata e caldeggiata come mezzo efQicace per la conversione dei cuori e il cambiamento dei costumi. In tal senso si possono ricordare innumerevoli pubblicazioni, divise equamente tra testi di spiritualità e raccolte di prediche, tutte tese a produrre effetti salutari nell'anima dei fedeli, spronandoli non solo alla preghiera ma alle pratiche di carità e di giustizia, alla rettitudine morale e alla coltivazione delle virtù . Tra Trecento e Quattrocento si diffondono testi letterari dell'arte di ben morire, come attesta la Tyriaca di Galvano da Levanto, che a sua volta ha precedenti illustri nelle opere duecentesche di Jacopone da Todi,

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Figura 7. Maestro delle Ore di Rohan, La morte del cristiano, inserita nel Libro delle Heures de Rohan, 1418, Ms. Lat. 9471-f. 159r Bibliothè que National, Parigi).

di Ugo di Miramors e di Innocenzo III, precursori appunto del genere di “scire mori”. Tra il 1350 e il 1450, si sviluppano e si intrecciano almeno cinque tipi differenti di "ars moriendi" che solitamente per convenzione si fanno corrispondere ai nomi di Suso, Petrarca, Gerson, Rickel e l'anonimo autore dell'Ars moriendi illustrata [5]. Suso e Petrarca inseriscono nei loro trattati la promessa di salvezza nel pentimento e nella Qiducia nel CrociQisso, mentre Gerson si rivolge in particolare al moribondo sofferente, consigliandogli di inscrivere con sopportazione paziente i dolori dell'infermità e della morte nell'imitazione della croce, come lavacro dei peccati e remissione delle pene del Purgatorio, e rivolgendosi direttamente al moribondo Gerson scrive: «virtù dello strazio presente, entrerai certamente in Paradiso» [6]. Rickel nel suo De quattuor novissimis, al punto della divisione tradizionale tra uomini naturali e uomini spirituali, propone una distinzione sulla base del loro atteggiamento di fronte alla morte. L'uomo naturale è , infatti, quello che brama vivere e godere e teme l'annullamento Qisico come teme i dolori che lo precedono, mentre il virtuoso, il perfetto e il santo sono soliti desiderare la morte che pone termine alle mi-

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serie terrene e schiude la porta della felicità eterna nella gloria di Dio. In questa tradizione, ci sono anche componimenti che potremmo deQinire ironico-allegorici, come la Stultifera navis mortalium di Sebastian Brandt che, nella xilograQia della Morte del peccatore, nel fol. 40, irride al tardivo pentimento del fedele, che in vita si è comportato come un folle, rappresentandolo già entrato con i piedi nelle fauci del mostro infernale, che dal basso sale a divorarlo in un sol boccone. Del resto, possiamo ricordare all'interno di questo Qilone letterario anche le caustiche e goliardiche novelle del Decamerone di Boccaccio che, attraverso un complesso e articolato sistema di racconto, offrono un mezzo di riQlessione morale sulla vita in vista della morte. Parimenti, i TrionFi del Petrarca, poema incompiuto in terzine di endecasillabi a rima incatenata, rappresentano una riQlessione sulla vita attraverso un ricco complesso allegorico. In esso il poeta rappresenta in successione la contemplazione della visione del trionfo di Amore, della Pudicizia, della Morte, della Fama, del Tempo ed in Qine dell'Eternità . Nel Triumphus Mortis, Laura affronta la morte con virtù e con fede, e la morte viene rappresentata come "una donna involta in veste negra". Nella successione dei trionQi, la morte appare vinta dalla fama della virtù , che però a sua volta è logorata dal trionfo del tempo, solo l'Eternità trionfa su tutto e deQinitivamente; ma in questa catena di trionQi, il primo a dover essere vinto è la concupiscenza. Dunque, Petrarca invita a praticare le virtù in vista dell'eternità : la donna, bella e amata, è "trionfante" in quanto entrata nell'eternità . A questo tipo di modello letterario, potremmo associare il famosissimo monumento funebre di Ilaria del Carretto, realizzato tra il 1406 e il 1413 da Jacopo della Quercia, nella Cattedrale di San Martino a Lucca. La giovane è rafQigurata adagiata su un catafalco funebre, ritratta come se dormisse, rappresentata nello splendore della sua bellezza, come se la morte non l'avesse segnata. Il cane, che è rafQigurato adagiato ai suoi piedi, fa la guardia al suo corpo ed è non solo allegoria della fedeltà coniugale, ma anche metafora della pudicizia che, in quanto attributo morale, crea un ponte ideale tra Ilaria e la Laura di Petrarca. La bellezza della giovane è eternata nel marmo per vincere momentaneamente il trionfo della morte su di essa, e consolare quanti in vita l'hanno amata, ma anche a questo capolavoro dobbiamo dare la giusta interpretazione ponendolo in luce in prospettiva escatologica. Ilaria attende serena la risurrezione della carne per entrare nello splendore dell'eternità , grazie alle virtù possedute e coltivate, al cospetto del sommo Giudice nella gloria della Trinità . Del resto il modello a catafalco a cui fa riferimento la tomba realizzata da Jacopo della Quercia trova un

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Figura 8. Jacopo della Quercia, Monumento funebre di Ilaria del Carretto, 1406-1408, Cattedrale di S. Martino, Lucca.

mirabile esempio di poco antecedente nella Tomba di Filippo l'Ardito, realizzata tra il 1390 e il 1406 in Borgogna da Claus Sluter, conservata nel Musé e Arché ologique di Digione. Il gusto ancora fortemente gotico e la ricerca di un realismo plastico fanno di questo monumento funebre uno dei massimi capolavori scultorei del Quattrocento Qiammingo. La sequenza dei Pleurants, monaci piangenti in preghiera, evidenzia l'atmosfera di cordoglio attorno al feretro del Duca, che letteralmente è sorretto dalle preghiere claustrali, mentre la fortezza, allegoricamente rappresentata dal leone che riposa ai suoi piedi, è attributo imprescindibile per rappresentare le virtù del regnante defunto rafQigurato con la mani giunte strette attorno alla spada, simbolo evidente del suo governo, con il capo incoronato adagiato dolcemente sopra un cuscino mentre due angeli sono in procinto di velare il volto con il sudario. Et interessante concludere questo percorso nell'“ars moriendi", ricordando Pietro Barozzi, vescovo di Belluno e poi di Padova, che scrisse, intorno al 1480, De modo bene moriendi, in cui tesse l'elogio della peste, perché , a causa dell'estrema mortalità recata da questa malattia, coloro che ne sono affetti, in particolare i giovani, avendo una bassa speranza di guarigione, dispongono l'animo al pentimento. Pietro Barozzi, operando una considerazione di carattere antropologico, afferma che l'uomo, non potendo volere il proprio annientamento Qisico, è indotto a sperare oltremodo nella guarigione, mentre il miglior modo di predisporsi ad una buona morte è dubitare della guarigione. La ri-

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Qlessione del vescovo Barozzi pone in evidenza il ruolo dell'amico devoto, che il fedele deve essersi coltivato in vita proprio in vista dell'agonia, in quanto tale amico deve svolgere la delicata funzione di annunciare al malato l'inevitabilità della morte. La consapevolezza della malattia del corpo dovrebbe ingenerare un percorso di guarigione spirituale. Alla luce di quanto Qin qui detto, si possono comprendere anche monumenti funebri che solitamente vengono ricordati nella storia dell'arte per altri motivi ed in altri ambiti di ricerca. Il primo è la monumentale Tomba di Alessandro VII Chigi, realizzata tra il 1671-78 da Gian Lorenzo Bernini e dai suoi collaboratori, all'interno della Basilica di San Pietro in Vaticano, sul lato destro del passaggio tra la cappella della Madonna della colonna e il transetto di sinistra. Il monumento funebre è commissionato direttamente dal ponteQice nei primi anni del suo pontiQicato, ma alla sua morte, il 22 maggio 1667, i lavori non avevano ancora avuto inizio. Clemente X Altieri volle rispettare il desiderio del suo predecessore, incoraggiando il cardinale Flavio Chigi, nipote di Alessandro VII, a Qinanziare i lavori e quindi portare a termine l'impresa. Bernini costruisce uno spazio architettonico attraverso la scultura e, collocando il monumento al di sopra di un passaggio verso l'esterno della basilica, enfatizza ulteriormente il senso escatologico della composizione. Infatti, il ritratto del ponteQice viene collocato inginocchiato sopra un piedistallo in alto, sormontando

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Delle Arti glierà dalla terra / e la giustizia si affaccerà dal cielo. // Quando il Signore elargirà il suo bene, / la nostra terra darà il suo frutto. / Davanti a lui camminerà la giustizia / e sulla via dei suoi passi la salvezza».

Al centro, proprio sopra la porta, il panneggio è sollevato da uno scheletro alato, rafQigurazione della morte che annienta e vince tutti i legami dell'uomo, che in mano porta una clessidra, metafora del tempo che corrompe tutte le cose, in una rappresentazione della "mors omnia solvit", intesa non solo in senso giuridico, ma anche in senso antropologico. Il signiQicato complessivo di questo monumento funebre è racchiuso proprio nelle tre Qigure frontali, giacché la morte apre la strada: Mors est ianua vitae. Qui, letteralmente è presente una porta. La morte dell'uomo virtuoso è dunque una porta verso l'eternità . Il monumento allora risuona ancora oggi come un trattato dell'arte di ben vivere e di ben morire, ultimo lascito di un ponteQice che nel pensare la propria sepoltura costruisce un testamento morale e spirituale, che sembra parafrasare le imperiture parole di san Paolo: «Quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d'incorruttibilità e questo corpo mortale d'immortalità , si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria (Is 25, 8). Dov'è , o morte, la tua vittoria? Dov'è , o morte, il tuo pungiglione? Figura 9. Gian Lorenzo Bernini, Monumento funebre di Alessandro VII, 1672-1678, Basilica di (Os 13, 14). Il pungiglione della morte S. Pietro, Città del Vaticano. è il peccato e la forza del peccato è la legge. Siano rese grazie a Dio che ci dà un immenso panneggio realizzato in travertino rola vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!» (1 mano e ricoperto di diaspro di Sicilia. Il panneggio è Cor 15, 54-57).

circondato da quattro statue allegorie di virtù : la Carità posta a sinistra di chi guarda in primo piano, poi, dietro, la Giustizia e la Prudenza ed in Qine sul lato destro, in primo piano, la Verità che fa splendere la sua luce e illumina il mondo dal quale si erge radiosa. Si potrebbe dire che questo monumento funebre non solo ha sapore escatologico, ma è anche rappresentazione del Salmo 84 che recita: «La sua salvezza è vicina a chi lo teme / e la sua gloria abiterà la nostra terra. / Misericordia e verità s'incontreranno, / giustizia e pace si baceranno. / La verità germo-

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Questo monumento funebre, come del resto altri eretti dai ponteQici, deve essere visto non alla luce di una interpretazione sfarzosa, ma all'interno di una visione complessa quanto ricca di signiQicato spirituale e salviQico, come fosse l'estrema "enciclica" scritta da un ponteQice sul tema della morte cristiana, e quindi sulla vita eterna e sui mezzi con cui conseguirla. L'altro monumento, o meglio gruppo scultoreo, che in conclusione è interessante prendere in analisi è la

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Delle Arti rapidamente al cospetto del Creatore nello splendore della vita eterna. Nell'opera di Michelangelo, troviamo dunque radunati tutti i signiQicati del monumento funebre: ricordo della persona, memento morale, monito, ius imaginum cristiano, preparazione alla morte, preghiera di intercessione, apertura alla vita eterna.

Figura 10. Michelangelo Buonarroti, Pietà Bandini, 1547-1555, Museo dell’Opera del Duomo, Firenze.

Pietà Bandini, realizzata tra il 1550 e il 1555 da Michelangelo Buonarroti come monumento funebre per la sua sepoltura, oggi conservata nel Museo dell'Opera del Duomo a Firenze. Michelangelo pensa a questo gruppo statuario in vista della collocazione sulla sua tomba. L'artista si autoritrae nei panni di Nicodemo mentre sorregge il corpo morto di Gesù Cristo, deposto dalla croce, collocato tra un angelo e Maria. In questo modo Michelangelo costruisce sapientemente un inno a Cristo salvatore del mondo, esprimendo di fatto tutta la sua fede, declinandola con un linguaggio artistico articolato, ma nel contempo sintetico. Infatti Nicodemo, ricordato dalla tradizione come “protoscultore” di un CrociQisso [7], diviene Qigura dello stesso Michelangelo che, rappresentando ancora il proprio nome nelle fattezze dell'angelo dolente al Qianco del corpo morto di Cristo, si ritrae come artista a servizio di Cristo e della Chiesa, implorando cosı̀ la misericordia divina per tramite di Maria. Collocando questo gruppo statuario sull'altare della sua tomba, egli progetta una perenne preghiera di supplica che, sopravvivendogli nel tempo, sia capace di lucrare, nell'intenzione della fede con la quale l'ha realizzata, la remissione dei peccati per giungere più

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Bibliografia e note 1. Warburg A., Le ultime volontà di Francesco Sassetti (1907). In La rinascita del paganesimo antico. Contributi alla storia della cultura, raccolti da Bing G., Lipzing-Berlin 1932, trad. it. Cantimori E., La Nuova Italia, Scandicci 1966 (rist. 1991), p 224. 2. Plinio, Storia Naturale, trad. it. Corso A., Muggellesi R., Rosati G., Einaudi, Torino 1988, vol. V, libro 35, 6-7, pp. 298-299. 3. Riguardo la Madonna dei pellegrini del Caravaggio, cfr. Papa R., Caravaggio pittore di Maria. Ancora, Milano 2005; Id., Caravaggio. L'arte e la natura, Giunti, Firenze 2008; Id., Caravaggio. Lo stupore dell'arte, Arsenale, Verona 2009. 4. Cfr. Gentili A., Giorgione. "Dossier Art" n. 148, Giunti, Firenze, 1999, pp. 19-21. 5. Cfr Tenenti A., Il senso della morte e l'amore della vita nel Rinascimento. Einaudi, Torino 1989, cap. III, pp. 62-89. 6. Gerson G., De scientia mortis. In Opera, Parigi 1606, vol. I, parte II, col. 281. 7. Cfr. per esempio Jacopo da Varazze, Legenda Aurea, a cura di Vitale Brovarone A.L., Einaudi, Torino 1995, pp. 753-754.

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Naro, la chiesa di S. Francesco d’Assisi e la sua sagrestia Irene Luzio*

Figura 1. Sagrestia della chiesa di S. Francesco d’Assisi, Naro (AG). Foto di Massimiliano Arena.

N

aro è una piccola gemma del barocco siciliano, incastonata nel cuore dell’agrigentino ⏤ a meno di 30 km dalla Valle dei Templi. La sua origine in età antica è discussa: è stata identiHicata con l’Indà ra sicana e con la Akrà gas Ionicò n siceliota. In età romana, era nota come Carconiana. Il nome attuale, invece, potrebbe risalire alla dominazione islamica del IX-XI secolo: ‫( نه ـ ـ ـ ــر‬nahar) in arabo signiHica 'Hiume'. Espugnata dai Normanni nel 1086, annoverata tra le ventitré parlamentarie siciliane e deHinita "fulgentissima" ai tempi di Federico II di Svevia (1233), verso la metà del Cinquecento ottiene da Carlo V svariati privilegi e ampia autonomia amministrativa. Tra il XVII e il XVIII secolo raggiunge l’apice del suo splendore, acquistando la veste squisitamente barocca che caratterizza il nucleo storico del paese.

Un esempio signiHicativo del barocco narese può essere ammirato nella chiesa di San Francesco, in particolare nella sua splendida sagrestia. La chiesa di San Francesco [1] ⏤ con annesso convento ⏤ venne ediHicata dai Padri Conventuali dell'ordine dei Mendicanti, a partire dal 1229, due anni dopo la morte di San Francesco d’Assisi e un anno dopo la sua canonizzazione. Originariamente semplice e di piccole dimensioni, nel 1330 la chiesa venne interamente ricostruita nella pianta attuale, per volere del Signore di Naro, Giovanni Chiaramonte. Nei secoli venne notevolmente arricchita e subı̀ varie modiHiche, assumendo inHine l’aspetto attuale, grazie agli interventi del P. Melchiorre Milazzo. La chiesa presenta una facciata in conci di calcarenite gialla, arricchita da ornamenti barocchi. L’ingresso è vegliato da un eccentrico e imponente gruppo di cariatidi, concluso dalla nicchia con l'Immacolata.

*Università degli Studi di Palermo.

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Figura 2. Prospetto della chiesa di S. Francesco d’Assisi, Naro (AG). Foto di Irene Luzio.

Figura 3. Vito d’Anna, Immacolata, sec. XVIII, chiesa di S. Francesco d’Assisi, Naro (AG). Foto di Irene Luzio.

L’ambiente interno si presenta ad unica navata, interamente decorata a stucco da Francesco e Salvatore Santalucia e impreziosito da dorature, ad opera di P. Clemente da Bivona ⏤ del medesimo ordine francescano (1780). L’aula è coperta a volta, affrescata nel 1780 da Domenico Provenzani ⏤ allievo di Vito D'Anna e del Serenario ⏤ con quattro episodi veterotestamentari che accompagnano il Trionfo dell'Immacolata, tema tanto caro all’Ordine. Tra le pregevoli opere pittoriche Higurano, ai lati della navata, l'Immacolata di Vito d'Anna (sec. XVIII) e sei tele di Fra' Felice da Sambuca, suo allievo: Sant'Anto-

nio, San Calogero, la Stigmatizzazione di San Francesco, Gesù Cristo con i SS. Lorenzo e Bartolomeo. La Buona morte e La Mala morte, dello stesso Fra’ Felice da Sambuca, si collocano ai lati dell’area presbiteriale, sopra il maestoso coro ligneo, di maestranze locali. Sulla parete di fondo del presbiterio, inHine, è posta la tela rafHigurante lo Sposalizio della Vergine, realizzato a Roma nel 1780 dal trapanese Giuseppe Mazzarese sul modello dell’omonima opera di Raffaello: la tela chiude l’alloggio in cui è custodita la splendida statua argentea rococò dell'Immacolata, commissio-

Figura 4. Interno della chiesa di S. Francesco d’Assisi, Naro (AG). Foto di Irene Luzio.

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Figura 5. Gaetano Vinci da Naro, altare maggiore ligneo, 1899, Francesco d’Assisi, Naro (AG). Foto di Irene Luzio.

nata da Padre Melchiorre Milazzo a maestranze maltesi, nel 1719.

Figura 6. Giuseppe Mazzarese, Sposalizio della Vergine, 1780, chiesa di S. Francesco d’Assisi, Naro (AG). Foto di Irene Luzio.

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L'altare maggiore fu realizzato nel 1899 da Gaetano Vinci da Naro, presenta un’originale impostazione architettonica classicista, popolata da rilievi rafHiguranti l’Ultima Cena ed altri soggetti. Due degli altari laterali, invece, conservano ed espongono due importanti reliquie: il corpo di Santa Colomba (secondo altare a destra) e quello di San Domizio Leopardo (speculare). Lo stesso P. Melchiorre Milazzo commissionò la costruzione (1707) e la decorazione (1721) della sacrestia: emblema del più sontuoso e rafHinato barocco narese. L’ambiente presenta una copertura a volta, ricoperta dagli affreschi ⏤ purtroppo pervenuti parzialmente ⏤ dei quattro Evangelisti, opera di D. Giuseppe Cortese chiesa di S. da Venezia. Le pareti fanno da sfondo ai protagonisti indiscussi, gli imponenti armadi lignei [2], Hinemente intagliati e ornati da rilievi scultorei, realizzati contestualmente da maestranze siciliane del Settecento. Il programma iconograHico di tali opere ⏤ come dell’intera sagrestia ⏤ fu curato dallo stesso P. Melchiorre Milazzo. Ai lati dell’ingresso si collocano due armadi: coronati da medaglioni e putti, e chiusi da ante massicce, ripartite armonicamente in formelle geometriche ⏤ rombi inscritti in rettangoli ⏤ che concludono moti-

Figura 7. Ostensione della statua argentea dell’Immacolata Concezione, chiesa di S. Francesco d’Assisi, Naro (AG). Foto di Ignazio Nocera.

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Cultura nicchia centrale è racchiusa una pregevole Stigmatizzazione di San Francesco d’Assisi, in marmo bianco. La parete di fronte all’entrata ospita un altro armadio, costituito da due elementi ⏤ cassetti coperti da ante, nella parte inferiore, e sportelli, nella parte superiore ⏤ raccordati da un piano. Ante e sportelli sono ornati da motivi geometrici e HitomorHi, e da lesene sormontate da cariatidi. Coppie di angeli posano su Figura 8. D. Giuseppe Cortese da Venezia, affreschi della volta della sagrestia, sec. XVIII, chiesa alti piedistalli che afHiancano gli di S. Francesco d’Assisi. Naro (AG). Foto di Irene Luzio. sportelli. Sopra la cornice Higura una CrociHissione lignea. vi ornamentali HitomorHi e busti dei quattro ponteHici La parete di destra, inHine, presenta l’armadio più francescani: Nicolò IV (1288-1292), Sisto IV (1471 ampio e articolato. La parte inferiore è costituita da 1484), Sisto V (1585 - 1590) e Clemente XIV (1769 cassetti, sormontati da un piano e da sportelli. L’im1774). pianto decorativo, che rimanda all’intera storia della Altri due esemplari analoghi si dispongono lungo la Salvezza, si struttura a partire dal piano, su tre livelli: parete sinistra, intervallati da un maestoso lavabo il primo ospita formelle rettangolari con alcuni epirococò : coeva opera di maestranze trapanesi, costisodi veterotestamentari; il secondo, ospita piccole tuita da un’ampia vasca conchiliforme in marmo, statue lignee di profeti e patriarchi, che poggiano su sorretta da piedi a volute in marmo nero e da un delle mensoline; il terzo si snoda nei medaglioni sorcandido puttino, sormontata da una monumentale retti da coppie di putti, collocati sopra la cornice. Ai cornice marmorea nera, a motivi HitomorHi, nella cui lati, coppie di cherubini reggono delle mensole su cui

Figura 9. A sinistra, armadio della parete d’ingresso della sagrestia. A destra: particolare. Foto di Irene Luzio.

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Figura 10. A sinistra: Lavabo della sagrestia. Foto di Ignazio Nocera. A destra: particolare della stigmatizzazione di S. Francesco. Foto di Irene Luzio.

Figura 11. A sinistra: armadio della parete di fronte all’ingresso. Foto di Irene Luzio. A destra: portale d’ingresso. Foto di Massimiliano Arena.

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Figura 12. Armadio della parete destra. Sotto: particolare del sacrificio di Isacco. Foto di Ignazio Nocera.

poggiano angeli che sorreggono i simboli della Passione. Negli armadi si conservano preziose reliquie ⏤ tra cui la pantofola sinistra di San Pio V, splendido esemplare in broccato veneziano di velluto, seta ed oro ⏤ svariate suppellettili in argento e ricchi paramenti. Alcuni manufatti, pur citati negli inventari ⏤ come la reliquia del cordone di San Francesco e tre statuette di alabastro ⏤ non sono più fruibili, perché sciaguratamente trafugati.

Bibliografia 1. http://www.comune.naro.ag.it/index.php?option=com_content&view=article&id=20:chiesa-di-sanfrancesco&catid=5:cap-ii-arte&Itemid=174 2. Intorre S., Scultura lignea a Naro. OADI, Rivista dell’Osservatorio per le Arti Decorative in Italia, Anno 3 n. 5 Giugno 2012, pp. 50-78. https://www.academia.edu/ 36995978/Scultura_lignea_a_Naro

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Il caso del Museo Archeologico Regionale “Landolina” di Marianopoli Considerazioni a margine per la pubblicazione del libro A Mitistrato. Un Patrimonio nel Paesaggio dell’Anima. Archeologia e Memoria nei Musei di Marianopoli Carmelo Montagna Abitavamo già qui, poi vi siamo nati J. L. Borges

EA

in fase di presentazione, a cura del Comune di Marianopoli (CL), la diffusione del mio testo divulgativo sul Patrimonio museale di Marianopoli (Figura 1). Si tratta di un volume di oltre 200 pagine, con illustrazioni e traduzione in inglese delle parti essenziali, svolta da Matteo Luigi Montagna, quale tirocinante UKE-PASS dell’Università degli Studi Kore di Enna. Oltre quella istituzionale del Sindaco di Marianopoli Salvatore Noto, altre tre Introduzioni specialistiche guidano alla lettura: quelle di Rosalba Panvini, archeologa, operatrice di ricerca scavi meritori ed allestimenti dei reperti nel Museo, già Soprintendente di Caltanissetta e docente dell’Università di Catania; di Francesco Lauricella, ricercatore-storico e magistrato nisseno, autore della importante traduzione epigraWica greca delle Stele rinvenute nel Temenos di Monte Balate/Vallescura; di Luigi Maria Gattuso, architetto e direttore del Parco archeologico di Gela, competente per tutti i siti della provincia di Caltanissetta. Nel rinviare alla lettura integrale del testo, che il Comune di Marianopoli con grande liberalità metterà a disposizione degli interessati, ne anticipo in questa sede qualche indicazione utile per una rapida “guida ai reperti in mostra ed ai siti archeologici” vivamente consigliata. Il mio ruolo nella vicenda ha molteplici aspetti: da quello di appassionato studente di Architettura per la sua Tesi di Laurea in PianiWicazione Territoriale Urbanistica sui “Parchi archeologici della provincia di Caltanissetta”, in collaborazione con le colleghe Anna T. Amato e Giusy Lacagnina (A.A. 1980-81), a quello

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Figura 1. La copertina del libro di C. Montagna, A Mitistrato.

di ricercatore indipendente, docente/storico dell’arte e di Sindaco di Marianopoli. Questo mi sono potuto pertanto permettere di scrivere in apertura al testo:

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Carmelo Montagna (1956) è architetto ed insegna Storia dell’Arte e Disegno al Liceo ScientiWico Statale “E. Basile” di Palermo. Dopo essersene occupato da "curioso"/studente di Architettura, dal 2003 in maniera sistematica conduce ricerche sul sito della Gurfa di Alia e sulla connessa “Civiltà della Thòlos”, su cui ha tenuto conferenze e pubblicato vari scritti. Nel 2008 è stato titolare di incarico di ricerca e studio presso il Dipartimento di Civiltà Euro-Mediterranee e di Studi Classici, Cristiani, Bizantini, Medievali, Umanistici dell’Università degli Studi di Palermo, sul tema “La Via della Thò los”. I beni culturali volano per lo sviluppo economico locale. Integrazione di risorse e servizi all’interno di aree connotate da identità territoriali forti e riconoscibili. Tutor della ricerca il prof. Alessandro Musco. Un suo saggio, Architettura e mito alla Gurfa, è pubblicato nel Catalogo della Mostra di James Turrell e Alessandro Belgiojoso, Terra e Luce, dalla Gurfa al Roden Crater, ed. Skira, 2009. Ha collaborato con l’OfWicina di Studi Medievali di Palermo, presso le cui edizioni ha pubblicato: Il Tesoro di Minos. L’architettura della Gurfa di Alia tra Preistoria e Misteri, con un saggio introduttivo di Alessandro Musco, ed. OfWicina di Studi Medievali, 2009; Thòlos: struttura di culto, potere e salvezza nell’architettura protostorica siciliana. Luoghi, reperti e relazioni fra mito e realtà del paesaggio archeologico, in: AA.VV., Santi, Santuari, Pellegrinaggi, Atti del seminario internazionale di studio, S. Giuseppe Jato-S. Cipirello (PA), 31.8-4.9.2011, ed. OfWicina di Studi Medievali, PA, 2014. Email: carmont@alice.it .

«Arriva il momento in cui la ‘militanza’ va restituita come ‘testimonianza’ a carico di un impegno civico e culturale che dura da una vita, orgogliosamente condiviso con belle Wigure di Maestri e compagnia di Viaggio; bisogna allora mettere mano al riordino degli archivi personali, per dare senso alla quantità di informazioni che abbiamo ritenuto opportuno conservare a futura memoria, per lasciare traccia della nostra opera e del ‘servizio’ svolto nella dimensione privata, professionale e di parte attiva della Comunità . Queste brevi note ‘mitistratine’ rispondono anche alla richiesta che da più parti mi arriva di dare la possibilità ad un pubblico più vasto, o anagraWicamente più ‘recente’, di conoscere e divulgare almeno l'essenziale di un segmento di Storia sostanzialmente sconosciuto ai cultori o intelligenze operose nella Piccola Patria di cui ci sentiamo parte attiva. Sento perciò di farlo anche da ‘testimone’».

Per spiegarlo meglio: chi arriva nei piccoli borghi dell’entroterra siciliano come Marianopoli, per scelta o per avventura, resta impressionato dall’isolamento, dalla mancanza di viabilità decorosa e servizi minimali all’abitare, oltre al puro sopravvivere, spesso “alla giornata”, del senso di “vuoto esistenziale” vissuto specialmente dai giovani nel miraggio di altri luoghi sulla costa o mediaticamente vissuti come favolosi ma “mitici e lontani”. Bisognerebbe invece pensare, almeno per i più attenti al signiWicato da attribuire al “senso della Storia”, sul come riuscire legittimamente a “vendere” il silenzio ed i profumi della nostra campagna, immersa

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nella millenaria bellezza arcana di incontaminati “Paesaggi archeologici del Potere”. Questo dovrebbe capitare di vivere, specialmente ripensando a quello straordinario ritratto della “Dama di Castellazzo” in Tomba n. 2 nel Museo a cui ho voluto dedicare idealmente il mio disegno di copertina del libro, da una pagina di grande letteratura: «Voi tutti conoscete la selvaggia tristezza che suscita il rammemorare il tempo felice: esso è irrevocabilmente trascorso, e ne siamo divisi in modo spietato più che da quale si sia lontananza di luoghi. Le immagini risorgono, più ancora allettanti nell'alone del ricordo, e vi ripensiamo come al corpo di una donna amata, che morta riposa nella profonda terra e che simile ad un miraggio riappare, circonfusa di spirituale splendore, suscitando in noi un brivido di sgomento. Sempre di nuovo ritroviamo negli affannosi sogni il passato, in ogni suo aspetto, e come ciechi brancoliamo verso di esso. La coppa della vita e dell’amore ci sembra non esser stata colma sino all’orlo, per noi, e nessun rimpianto vale a ridonarci tutto ciò che non abbiamo avuto». (Ernst Junger, Sulle Scogliere di Marmo)

Il Museo Archeologico Regionale di Marianopoli, assieme a quelli di Caltanissetta e Gela, è una tappa imperdibile ed affascinante del viaggio verso il centro nella civiltà indigena della protostoria delle aree interne siciliane, con ramiWicazioni conoscitive che toccano la cultura neolitica del V millennio a.C. a Monte Castellazzo di Marianopoli (Figura 2), Wino all’epilogo

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Figura 2. Monte Castellazzo, Marianopoli (CL).

Figura 3. T.3 Testa taurina da Monte Castellazzo. Età del Rame. Foto di A. Mastrosimone/Cortesia Museo.

Figura 5. T.14 Vaso con ansa orecchio equino, "stile Vallelunga". Età del Bronzo Antico. Foto A. Mastrosimone/Cortesia Museo.

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Figura 4. T.14 Anforetta a decorazione dipinta con anse a nastro. Età del Bronzo Antico, Facies di Castelluccio. Foto di A. Mastrosimone/Cortesia Museo.

tragico di Mytistraton, durante la prima guerra punica: importante città antica citata dalle fonti storiche, sede di una zecca, di cui sembra accertata cosı̀ la deWinitiva identiWicazione geograWica. La vitalità plurimillenaria degli insediamenti che fanno capo a Castellazzo, Balate e Vallescura di Marianopoli è documentata dal migliaio di reperti ceramici e metallici esposti nel Museo, alcuni dei quali di grande originalità e vivacità artistica per forme e decorazioni. Sono da citare, in particolare, le tracce del rito funerario dell’enchytrismos, consistente nella deposizione di inumati in contenitori Wittili con corredo, che sembra proprio apparire per la prima volta in contesti siciliani a Castellazzo nel III millennio a.C. Oggetti di grande fascino sono le collane di ambra o la zappa o il vomere d’aratro in ferro, del VI sec. a.C.: signiWicativamente è lo stesso strumento, stavolta del 1800, con cui si apre l’altro Museo di Marianopoli, quello Etnoantropologico, quasi a voler dimostrare una fase di perenne Civiltà Contadina arrivata quasi

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Figura 7. Testo e traduzione delle epigrafi sulle Stele di Balate di Marianopoli. Fonte: testo citato di F. Lauricella.

La Tomba 5 accoglieva una giovinetta, sepolta assieme al suo ricco corredo di 25 oggetti tra i quali anche diversi monili d’argento. Le Tombe 1 e 9 sono sepolture di bambini, data la presenza di vasi miniaturistici assieme ad un poppatoio.

Figura 6. Le tre stele del Museo di Marianopoli, le due maggiori con epigrafi greche in sommità .

Wino a noi. Anche per questo motivo le due strutture museali sono state uniWicate nel nuovo Museo del Territorio del Palazzo Sikania. Reperti eccezionali sono le tre Stele dal Temenos di Balate, del VI-V sec. a.C. (Figura 6), due delle quali recano importantissime iscrizioni greche riferibili alle dediche di fratrie: documentazione rarissima fuori dalla Grecia che riporta per esteso le denominazioni di quelle strutture politico-sociali a cavallo fra l’ambito tribale e quello della famiglia, quindi informazioni di prima mano sull’assetto sociale delle città di cultura greca al momento di contatto con la civiltà indigena in Sikanìa. Pagine fondamentali sul signiWicato di quelle iscrizioni sono contenute in Le Stele di Monte Balate di Marianopoli, di Francesco Lauricella, edito nel 1997 (Figura 7). Importante e di grande bellezza è il corredo ceramico, di ben 72 pezzi, del 330-310 a.C., della nobile Signora di Castellazzo (Tomba 2) immortalata nel suo bel proWilo greco, assieme a quello delle sepolture dei suoi tre bambini (Tombe 1,5,9) (Figura 8). Il più monumentale dei vasi Wigurati (Figura 10) venne signiWicativamente scelto per illustrare il manifesto della Mostra di Tokio del 1984 sulla Sicilia Greca, come altrettanto signiWicativamente un centinaio di vasi indigeni di Vallescura furono motivo di attrazione fra il migliaio di reperti in mostra a Palazzo Grassi di Venezia per I Greci in Occidente nel 1996 (Figura 9).

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Figura 8. T.5 Hydria a figure rosse con "ritratto della Dama di Castellazzo". Attribuzione al Lentini-Hydriai Group. Seconda metà del IV sec a.C. Foto di A. Mastrosimone/Cortesia Museo.

Certamente i vasi più rilevanti della Tomba 2, assieme agli altri due con scene Wigurate di vita nel gineceo con riferimenti a strumenti musicali e di rafWinata toilette nuziale, sono le hydriai con proWilo di donna

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Figura 9. T.21 Oinochoe indigena a decorazione ornitomorfa. Foto A.Mastrosimone/Cortesia Museo.

Figura 10. T.2 Hydria siceliota, h. cm 33, a figure rosse. Attribuzione al Lentini-Hydriai Group. Seconda metà del IV sec a.C. Foto A.Mastrosimone/Cortesia Museo.

riccamente ornata di monili, che riportano per carattere stilistico riconosciuto alla prestigiosa “Scuola del Pittore del Lentini-Hydriai Group” (Figura 10). Poiché i quattro corredi delle tombe sono attribuibili allo stesso periodo, gli scopritori in fase di scavo e gli studiosi dei corredi sono stati concordi nella deduzione logica che, per la notevole ricchezza e quantità dei materiali in sepoltura, una madre di elevato rango sociale ed i suoi tre Wigli fossero morti contemporaneamente colpiti da disgrazia o singolare sorte che accomunò i componenti della famiglia. Altra curiosità meritevole di attenzione è che, oltre l’omogeneità ed il prestigio dei corredi per forme e tipologie, addirittura nuovi e decorati con quel particolare “proTilo/ritratto” di donna fatto su commissione, venne usato un tratto isolato al di fuori dalla restante area funeraria di Castellazzo, nella precedente necropoli preistorica. Di fronte a reperti ceramici di tanta bellezza, con quell’indimenticabile proTilo/ritratto di seconda metà del IV sec. a.C. della nobile Signora/Regina di Castellazzo, capace di suscitare grandi emozioni per il racconto di vita, dolore ed amore fuori dal tempo che è capace di trasmetterci visitando il Museo di Marianopoli, non si può fare a meno di esprimere qualche altra considerazione: la ricerca di linguaggi per la divulgazione alternativi all’ermetismo specialistico degli “addetti ai lavori”, per intercettare “qui

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ed ora” bisogni estetici, fonti di consapevolezza e conoscenza storica della “curiosità ” del viaggiatore/ visitatore. Che poi diventa “educazione civica” e spirito identitario dei Luoghi, oltre che capacità di lettura interpretazione e revisione storica per i luoghi comuni del nostro presente. Quei reperti e quel proWilo/ritratto ellenistico della nobile Signora/Regina di Castellazzo ci è utile per la seguente ricostruzione storica, possibile e realistica in conseguenza del tragico evento luttuoso che colpı̀ oltre due millenni fa la Wiorente comunità di Castellazzo/Mitistrato e la famiglia del suo Sovrano: la morte per disgrazia della sua Signora/Madre e dei suoi tre Wigli. Potremmo sintetizzare cosı̀: una grande storia d’amore. La reazione emotiva e rituale di quel Capo, per la loro sepoltura adeguata al rango sociale ricoperto dovette essere la seguente: dare incarico dopo lo choc emotivo ad un suo emissario di recarsi in un luogo per commissionare ceramica Wigurata di autore prestigioso con rafWigurazione personalizzata proprio del ProTilo/Ritratto della sua amata compagna di vita e madre dei suoi tre Wigli; probabilmente sulla costa agrigentina alle foci del Wiume Platani/ Halykos e di fare ritorno a Castellazzo di Marianopoli con la provvigione ceramica nel tempo tecnico di sepoltura delle vittime di quel crudo destino. Cioè tutto dovette avvenire nel giro di tre/cinque giorni, se d’estate o in inverno, con la considerazione ulte-

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Figura 11. T.2 Pisside stamnoide siceliota a figure rosse, con Orfeo agli Inferi raffigurato nel Bombylios siceliota a figure rosse. Attribuzione al Lentini-Hydriai Group Seconda metà del IV sec a.C. Fonte: Catalogo del Museo.

dare il destino dei suoi cari. Questo in particolare è attestato, oltre che dagli strumenti musicali rafWigurati anche dalla potente immagine di Orfeo agli Inferi rafWigurato nel Bombylios siceliota a Wigure rosse deposto nella stessa Tomba 2 (Figura 11). Per quanto riguarda la fase della Tarda Antichità e Bizantina in area prossima a Marianopoli sono da citare i rinvenimenti occasionali di Mimiani, con il suo suggestivo paesaggio boschivo che arriva a lambire l'area urbana di Monte Balate, a circa 3 km a Sud di Marianopoli. A Mimiani, come a Sophiana ed in altri centri importanti dell'entroterra siciliano, alla metà del V sec. d.C. persistono e continuano a svilupparsi nuclei ed insediamenti produttivi agricoli. Nella necropoli di Mimiani, per rinvenimento fortuito in zona imprecisata sono stati rinvenuti dei grandi orecchini d'oro con pendente semilunato a lamina decorata a traforo con Wigure di volatili, che possono essere attribuiti ad ofWicine di Costantinopoli (VI-VII sec. d.C.), esposti al Museo Archeologico di Caltanissetta e lucerne di varie forme (Figura 12). Tutti argomenti che servono a “spiegare” tante cose che hanno bisogno di essere capite; in particolare della grande vivacità culturale, della forte circolazione monetaria di ricchezza commerci e beni che seguono i grandi Wlussi umani e della “centralità ” geopolitica che caratterizzava in antico le aree interne della attuale “Sicilia Persa”.

Figura 12. Orecchini d'oro da Mimiani (VI-VII sec. d.C.), esposti al Museo Archeologico di Caltanissetta. Fonte: web.

riore ed implicita che quel Sovrano di Mitistrato doveva possedere cultura Wigurativa, conoscenze geograWiche e relazioni diplomatiche sui territori, possesso di risorse e denaro, oltre che idee chiare sui riti di sepoltura e di “viaggio nel post mortem” a cui afWi-

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Nella sua nuova sede, dal 21 aprile 2013, il Museo è stato intitolato ai fratelli Francesco e Ludovico Landolina Paternò di RigiliTi, pionieri della numismatica siciliana, originari della Sicilia orientale, che si trasferirono a Marianopoli nel 1845, vivendoci per lungo

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Figura 13. Siti archeologici principali della Sicilia centro-meridionale: in alto, fra i bacini del Platani e del Salso sono indicati i siti archeologici di Balate-Vallescura e Castellazzo di Marianopoli. Da Panvini R., Il territorio dei Sicani. Le città dell'area centro-meridionale della Sicilia. In: Guzzone C. (a cura di), Sikania. Tesori archeologici dalla Sicilia centro-meridionale (secoli XIII-VI a.C.), Catalogo della Mostra a Wolfsburg-Hamburg Ott.2005/Mar.2006, Giuseppe Maimone Editore-Regione Siciliana Ass.to BB.CC.AA.-Soprint. CL, 2006, pp. 71-78.

tempo. Proprio a loro si deve l’identiWicazione della zecca di Mytistraton nel sito di Castellazzo, sulla base del rinvenimento di monete da quelle contrade.

Bibliografia 1. Adamesteanu D., L'opera di Timoleonte nella Sicilia Centro-Meridionale. Kokalos 1958, pp. 54 e seguenti. 2. Adamesteanu D., Rapporti tra Greci ed Indigeni alla luce delle nuove scoperte in Sicilia. In Atti del VII Congresso Internazionale di Archeologia Classica, vol. II, Roma 1961, p. 51. 3. Orlandini P., La rinascita della Sicilia nell'età di Timoleonte alla luce delle nuove scoperte archeologiche. In Atti del VII Congresso Internazionale di Archeologia Classica, vol. II, Roma 1961, p. 55. 4. Enciclopedia dell'Arte Antica, voce Sicilia, vol. VII, 1966, p. 269. 5. De Miro E., Castellazzo, in B.C.A. Sicilia n. 1-4, 1980, p. 128. 6. G. Fiorentini, Ricerche archeologiche nella Sicilia CentroMeridionale, Kokalos XXVI-XXVII, 1980-81, tomo II-1. pp.583 e seguenti.

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7. E. Valenti, Epopea di tre città . Mitistrato-Mestrato-M.s.Kan, ed. in proprio, 1980. 8. E. De Miro, Marianopoli, in Itinerari archeologici: Sicilia Occidentale, Newton Compton Editori, 1983, pp.250 e seguenti. 9. C. Montagna, Materiali per la conoscenza delle zone archeologiche di Marianopoli, ed. Quaderni Circolo Polaris di Marianopoli-1, aprile1992. 10. F. Lauricella, Le Stele di Monte Balate di Marianopoli, Tecn.Ed.Vaccaro, 1997. 11. R. Panvini (a cura di), Marianopoli. Il Museo Archeologico. Catalogo, ed. Regione Siciliana Ass.to B.C.A., 2000. 12. A. Tullio (a cura di), Marianopoli, in Itinerari archeologici in Sicilia, D.Flaccovio ed., 2002, pp.126-7. 13. C. Montagna, Archeologia e memoria nei musei di Marianopoli, in ArcheoNissa-2018, pp.28-30. 14. C. Montagna, A Mitistrato. Un Patrimonio nel Paesaggio dell’Anima. Archeologia e Memoria nei Musei di Marianopoli. Ed. Comune di Marianopoli, 2022.

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Cultura

Mosaici delle basiliche romane di S. Pudenziana e dei SS. Cosma e Damiano Confronto e lettura critica dell’esegesi musiva Domenico Di Vincenzo

Figura 1. Catino absidale della Basilica di Santa Pudenziana, Roma. Foto di Claudia Di Mario.

F

ra il II e il VI secolo, la decadenza dell’Impero romano e l’affermarsi della religione cristiana furono fenomeni estremamente complessi, in gran parte, in relazione fra loro. Lo studio delle fonti documentarie e l’esame degli elementi architettonici e Iigurativi mostrano che non vi fu una vera e propria cesura, fra arte romana e paleocristiana, anche se cambiamenti espressivi si veriIicarono, inIluenzati dagli eventi del periodo. Gli stessi artigiani ed artisti lavorarono tanto per i pagani che per i cristiani, utilizzando lo stesso baga-

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glio iconograIico e gli stessi elementi architettonici. Si è detto, impropriamente, che da parte del cristianesimo fu realizzata una vera e propria operazione di marketing, selezionando quanto potesse essere più suadente o persuasivo ai Iini dell’affermazione della religione. Questa impostazione deriva fondamentalmente dalla scarsa conoscenza delle dinamiche del nuovo culto. Non si trattò di un nuovo partito politico, come avrebbero voluto gli Zeloti, né la predicazione di Cristo tendeva a creare condizioni per il riscatto di un popolo piuttosto che un altro. La morte per crociIissione era il supplizio riservato ai malfat-

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Domenico Di Vincenzo (Palermo 1958), laureato in Medicina (1984), specialista in Cardiologia (1988) e Geriatria (1992). Medico ospedaliero dal 1992 al 2020. Autore di diverse pubblicazioni, nonché relatore a convegni scientiIici e di divulgazione scientiIica. Dal 2020 iscritto al corso di laurea in Conservazione e valorizzazione dei Beni culturali della facoltà di Lettere, indirizzo operatore ed esperto in Patrimoni culturali e memoria digitale. Coltiva con dedizione la passione per la storia e per l’arte; è stato consulente scientiIico del Museo Civico di Termini Imerese (PA) “Baldassarre Romano” dal 2004 al 2009. Promotore nel 2003 presso il teatro Branciforti di Bagheria dell’evento multidisciplinare (musica, poesia, fotograIia) Sole ed altre stelle di Sicilia sul cielo di Bagheria e dintorni. Relatore al convegno Arte, Fede e Speranza (2013) presso il Museo degli Angeli di Sant’Angelo di Brolo (ME). Ha partecipato a corsi di Pittura di Tiziana Viola Massa. Si è espresso con proprie opere in poesia in Un cocktail per il dispensario di Temento (2003) e nella raccolta Verrà il giorno ed avrà un tuo verso (2010). Ha partecipato alle produzioni audiovisive The coach di Giuseppe Paternò , al video Sulle orme del gattopardo di Donata Pirrone, alla clip autoprodotta Palermo Wellcome. Attore nelle commedie teatrali dialettali Ora chistu è progressu (2013) e La suocera (2014), comparsa nel Iilm per la tv di Roberto Andò Solo per passione (2022). Socio fondatore dell’Associazione culturale “Verso Paideia”. Socio dell’Unione Italiana Fotoamatori. Reporter accreditato di grandi eventi: parata del 2 giugno a Roma (2014), corsa nazionale Millemiglia (2016), visita pastorale del Papa a Palermo (2010), beatiIicazione di Padre Pino Puglisi (2013). Collabora con il periodico della U.I.F. “Gazzettino fotograIico”. Ha all’attivo mostre personali e collettive. Ha collaborazioni in corso con la prof. Concetta Di Natale, ordinario di museologia e di storia del collezionismo, e con l’arch. Ciro Lomonte, docente di storia dell’architettura cristiana. Al suo attivo ha circa 700.000 scatti fotograIici.

tori, ma quanto accadde dopo la passione, la resurremartirio diveniva esso stesso elemento di proselitizione e l’ascesa al cielo, in aderenza a quanto le scritsmo. ture avevano annunciato, rappresentò un fatto soIl culto, per sfuggire alle persecuzioni, veniva praticastanzialmente eversivo per il mondo romano. La croto in incognito nelle domus di patrizi convertiti o nelce, pertanto, assunse, da le catacombe, luoghi di sequel momento in poi, la poltura e di culto. Sempre valenza simbolica di un più numerose comunità «Rifiutarsi di adorare l’imperatore messaggio forte e perabbracciavano la nuova equivaleva a non riconoscere allo stesso il suasivo, cioè che la morte fede e tendevano ad autodiritto di vita e di morte. Dunque le non era l’atto Iinale della disciplinarsi. Mancava un persecuzioni furono una naturale vita e che gli uomini, ricriferimento gerarchico, se conseguenza ma il risultato non fu quello chi o poveri, pubblicani o non il riconoscimento delatteso poiché il martirio diveniva esso stesso l’autorità dei discepoli più farisei, potevano aspirare a qualcosa oltre l’immeprossimi a Gesù . Pietro era elemento di proselitismo» diato tangibile presente. I stato ospite in casa di Pucristiani non si riIiutavadente. Paolo, già persecuno di sottoporsi alle leggi tore dei cristiani, era divedell’imperatore, ma ovviamente non potevano adoranuto l’apostolo delle genti. Fra i due vi erano diversire che il solo unico Dio, che Cristo aveva indicato Iicazioni di non poco conto. La salvezza era per il pocome Padre. Il monoteismo cristiano conIliggeva con polo eletto dei Iigli di Davide o riguardava tutti, pale numerose divinità adorate nell’impero, dove non gani convertiti compresi? Nelle comunità d’oriente solo erano presenti i culti tradizionali ma anche i dovevano praticarsi riti come in occidente e viceverculti orIici e diverse professioni religiose orientali. sa (ad esempio la circoncisione)? Vi era una sorta di RiIiutarsi di adorare l’imperatore equivaleva a non stratiIicazione trasversale del ricordo e la tradizione riconoscere allo stesso il diritto di vita e di morte. stessa non si era ancora formata. EZ in questa fase che Dunque le persecuzioni furono una naturale consesi moltiplicano nuovi vangeli che aggiungono tolgono guenza ma il risultato non fu quello atteso poiché il o modiIicano particolari a quelli, deIiniti canonici, di

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Figura 2. Particolare del mosaico centrale del catino absidale della Basilica di Santa Pudenziana, Roma. Foto di Claudia Di Mario.

Luca, Matteo, Giovanni, Marco. Questa fu la prima grande difIicoltà cui la nuova fede dovette misurarsi, insieme all’esigenza di elaborare un proprio assetto ideologico aderente agli insegnamenti del Maestro. Le nuove generazioni di fedeli si trovavano di fatto nella esigenza di uniformare i riti. Venivano in aiuto le epistole alle varie comunità , ai Corinzi, agli Efesini, ai Romani, ai Tessalonicesi, che provavano ad indicare la strada da percorrere, non senza contestazioni o proteste. Era un quadro concettuale nuovo? Quale iconograIia andava proposta? L’arte romana rappresentava la realtà mentre l’arte paleocristiana doveva rappresentare il soprannaturale. Nelle case aristocratiche erano comuni Iigurazioni con pesci, animali, scene pastorali. Il cristianesimo fu in grado di dare di tutto ciò una lettura e un signiIicato diverso e per certi versi opposto. La croce da simbolo di ignominia a simbolo di sacriIicio salviIico. Il pesce diviene simbolo di Cristo, da ICTHUS (pesce), acronimo che indica Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. L’ancora diviene una croce. La colomba, l’agnello, il pavone, la fenice, la vite e i tralci già rappresentati nelle pavimentazioni a mosaico delle ville romane, divengono simbolo dello Spirito Santo, dell’agnello sacriIicale per eccellenza, dello stesso Cristo, dell’incorruttibilità della carne, della risurrezione, della rappresentazione dell’ultima cena dove Cristo disse fate questo in memoria di me, offrendo il suo

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sangue, il vino, e il suo corpo, il pane. Anche le lettere chi e rho divengono esse stesse monogramma di Cristo, con le lettere alfa ed omega ad indicare la Iine ed il principio, cioè lo stesso Cristo. Anche episodi ricorrenti come Giona divorato dal mostro marino o le Iigure di pastori e di greggi divengono, per il signiIicato attribuito a tali rappresentazioni, espressione della risurrezione di Cristo e del Buon Pastore, che attende al suo gregge che è il popolo di Dio. Quest’ultima rappresentazione era già presente in epoca an-

᾽ΙΧΘΎΣ

ichtùs = pesce

᾽Ιησοῦς

Iesoùs

=

Gesù

Χριστός

Christòs =

Cristo

Θεοῦ

Theoù

=

di Dio

Υἱός

Uiòs

=

Figlio

Σωτήρ

Sotèr

=

Salvatore

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Figura 3. Particolare del mosaico centrale del catino absidale della Basilica di Santa Pudenziana, Roma. Foto di Claudia Di Mario.

tecedente. Veniva infatti rappresentato il dio Hermes che all’inIlusso delle Iigure che cominciano a divenire che porta sulle spalle il capretto. Solo che adesso si riferimenti per l’ecclesia. Ecco, quindi, che compaiocarica di un signiIicato straordinariamente innovatono le Iigure del committente Felice IV e del vescovo re, non giustiIicato dal semplice intento divulgativo, Teodoro nel catino absidale dei santi Cosma e Dadidascalico, conseguente miano, fatto non di poco al proselitismo dei criconto se si ha presente il « Era un sentire comune. Quello che in altri stiani, ma per la semanticontesto storico. Mentre termini oggi potremmo dire fede. La ca che naturalmente vi nel mosaico di Santa Purappresentazione artistica diviene viene assegnata. Tutto ciò denziana forti sono le fondamentalmente lo strumento di inconsapevolmente, senpreoccupazioni legate ai za una direttiva univoca saccheggi (siamo nel 390, riconoscimento di un sentire comune» centralizzata. Era un senprossimo al 410, che tire comune. Quello che vedrà i Visigoti di Alarico), in altri termini oggi potremmo dire fede. La rapprenel mosaico della Basilica dei Santi Cosma e Damiano sentazione artistica diviene fondamentalmente lo siamo di fronte all’opera meritoria di Felice IV, strestrumento di riconoscimento di un sentire comune. nuo difensore di quanto rimane di Roma, e prodigo Ci sono ovviamente differenze fra le varie realtà sia promotore di una nuova urbanistica. Inoltre è prenel tempo che nello spazio. Nell’arco di due secoli, sente Teodoro, vescovo caro ai Goti di Teodorico. quelli che separano il mosaico del catino absidale di Forse che fra i goti ariani e i cattolici romani si stava santa Pudenziana e dei Santi Cosma e Damiano, ma tentando un avvicinamento? Cosı̀ pare, per opera anche facendo riferimento al mosaico della Cappella della regina Amalasunta, che a Papa Felice offrı̀ queldi Sant’Aquilino in San Lorenzo a Milano, molti evenl’area dei fori imperiali su cui sorse la basilica intitoti storici intervengono a modulare quanto rappresenlata ai due santi anargyroi. tato. Eventi che sono in gran parte in relazione alle Intanto siamo già nel V secolo e di fatto è già avviata inIluenze ricevute dalle maestranze presenti che quella operazione di deIinizione del ruolo del ponteammiccano più all’oriente o all’occidente (Cristo con Iice di Roma, che da primo degli apostoli, diverrà la barba, all’orientale o imberbe, apollineo), ma anprinceps ed erede di Pietro, con tutto quello che

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Figura 4. Mosaico del catino absidale della Basilica dei Santi Cosma e Damiano, Roma. Foto dal web.

comporta nei termini di relazioni vantaggiose, difIicili, impossibili, con altre realtà , con l’imperatore d’oriente e con i patriarchi a lui sottomessi. Una storia complessa ed intrigante nella quale l’esame delle opere che sono giunte sino a noi sono indizi di un processo non sempre facile da capire e che talora ci lascia perplessi. Certo è che se non ci fosse stata la Chiesa di Roma, se la Chiesa stessa non avesse avocato a sé quel potere spirituale e per estensione materiale, pur fra mille errori, orrori ed omissioni, non solo la civiltà occidentale non avrebbe avuto questo sviluppo, ma molte delle cose che oggi riteniamo patrimonio dell’umanità sarebbero andate irrimediabilmente perse.

Bibliografia 1. Argan G.C., Storia dell’arte italiana. volumi 1,2,3,4 2. Cricco G., Di Teodoro F.P., Itinerario nell’arte. Dall’arte paleocristiana a Giotto. Zanichelli, 2016. 3. Torelli M., Menichetti M., Grassigli G.L., Arte e archeologia del mondo romano. Longanesi, 2020. 4. Papini M., Arte romana. Mondadori, 2018. 5. Azzara C., Il papato nel medioevo. Il Mulino, 2006.

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La scoperta della vitamina B1 Giusi Sanci*

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a vitamina B1, o tiamina fa parte delle cosidette vitamine idrosolubili che non possono essere accumulate nell’organismo, e devono essere regolarmente assunte attraverso l'alimentazione. Necessaria nel metabolismo dei carboidrati, favorisce lo stato generale di nutrizione dei tessuti nervosi. La vitamina B1 è necessaria per la crescita, lo sviluppo e la funzione delle cellule e per il normale funzionamento di cervello, nervi e cuore. Per questi motivi, riveste un ruolo di grande importanza nel periodo di crescita dei bambini. Il ruolo della tiamina è quello di partecipare alla conversione del glucosio in energia spendibile per l’organismo. I carboidrati (o zuccheri) sono composti chimici che vengono metabolizzati nell'organismo per fornire energia di pronto intervento per numerosi organi ed in particolare per il sistema nervoso. Partecipa inoltre alla formazione dei globuli rossi, concorrendo indirettamente al benessere del muscolo cardiaco. A livello dello stomaco incentiva la sintesi di acido cloridrico componente principale del succo gastrico, facilitando la digestione. Il fatto che la sua azione principale sia ricollegabile alla produzione di energia sembra essere collegata anche alla sfera emotiva, in quanto contribuisce a migliorare il tono dell’umore, predisponendo ad una positiva attitudine psicologica. La tiamina è chimicamente costituita da un anello pirimidinico collegato ad un anello tiazolico. L’assorbimento della tiamina avviene principalmente a livello del duodeno, e si riduce gradualmente lungo il resto del tenue. La tiamina viene assorbita in vivo tramite due meccanismi: uno attivo, saturabile, probabilmente legato alla presenza di un carrier, e uno passivo, non saturabile (Gubler, 1988). La sua forma biologicamente attiva è l’estere pirofosforico (TPP), che occupa un ruolo centrale nel metabolismo energetico cellulare. La carenza di vitamina B1 determina numerosi sintomi, e, a seconda della sua entità , può manifestarsi con diversa intensità , in particolare si osserva alterazione del metabolismo del glucosio, modiSicazione della produzione di energia, ipotonia muscolare, atonia intestinale, nevrite periferica con sindromi dolorose, insufSicienza cardiaca, indebolimento della

m e m o r i a , incapacità di concentrarsi, sindrome depressiva. La carenza causa danni al sistema nervoso, deperimento generale e alcune condizioni speciSiche come il beri-beri, molto diffuso tra le popolazioni che si cibano principalmente di riso brillato, e la sindrome di Wernicke, una grave forma di stato confusionale. La tiamina è molto diffusa sia negli alimenti vegetali che in quelli animali, come i cereali, i legumi, la carne di maiale, il lievito di birra, ed è prodotta in parte anche dalla Slora intestinale. La scoperta della vitamina B1 riveste un grande interesse storico in quanto si rivelò capace di prevenire la comparsa del beri-beri, malattia caratterizzata clinicamente da polineurite (stato inSiammatorio dei nervi periferici) edema e alterazioni del muscolo cardiaco (cardiomiopatia, insifSicienza cardiaca). Nel XIX secolo, in Estremo Oriente secondo alcuni racconti, il beri-beri era molto frequente, infatti questa malattia ⏤ come già accennato ⏤ si presenta dove l'alimento principale è il riso rafSinato o brillato, cioè privo della cuticola esterna. La disponibilità di questo alimento e del suo consumo nel XIX secolo aumentano in seguito all'introduzione dei mulini a vapore per la lavorazione del riso. Il beri-beri era piuttosto comune in Asia, tra i marinai e nelle carceri, e Sino all'ultimo decennio del secolo scorso la sua causa era ignota. Nel 1873, un medico olandese, che prestava la sua opera sulle navi, osservò che tra i membri degli equipaggi europei vi erano molti meno casi di beri-beri, che tra i marinai reclutati nelle Indie Orientali. Poiché diminuendo la quantità di riso bianco consumato dai marinai l'incidenza della sindrome diminuiva, il medico ne dedusse che essa fosse causata da qualche tossina o agente infettivo presente in quell'alimento.

*Farmacista

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Figura 1. Tiamina

Takaki, un medico giapponese, fu il primo a segnalare che il beri-beri sembrava essere dovuto ad un deSicit nutrizionale, infatti somministrando ai marinai giapponesi una razione aggiuntiva di carne, latte in polvere e verdura, l'incidenza del beri-beri diminuiva in modo evidente. Nel 1897 viene dimostrato da un medico olandese Christiaan Eijkman (premio nobel per la medicina nel 1929) che soggiornava a Giava, che i polli nutriti con riso brillato andavano incontro a polinevrite ⏤ molto simile al beri-beri ⏤ che guariva aggiungendo alla dieta la pula del riso o dei suoi estratti acquosi. Si accerta quindi che anche nell'uomo questo stato morboso guarisce con un trattamento simile a quello utilizzato per i polli. La sostanza responsabile della guarigione viene in momenti successivi separata dalla pula e chiamata vitamina B1. La sostanza venne scoperta nel 1912 da un biochimico polacco, Kazimirez Funk, che la isolò dal riso integrale. Lo descrisse come fattore anti-beriberi e chiamata tiamina, ovvero ammina contenente zolfo. Nel 1926 venne isolata in forma cristallina da due scienziati olandesi, Jansen e Donath, mentre nel 1936 venne identiSicata la Figura 2. Christiaan Eijkman (1858-1930) s u a s t r u t t u r a chimica e realizzata la sintesi. Tale sindrome è ancora diffusa in alcune regioni dell’Estremo Oriente nelle quali il riso brillato rappresenta l’alimento basilare della dieta. Non esiste una riserva di tiamina nel corpo, per cui essa deve essere introdotta con l'alimentazione ogni giorno. Tra le fonti alimentari principali ricordiamo la carne suina, frattaglie, salmone, uova, cereali integrali, legumi,

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Figura 3. Kazimirez Funk (1884-1967)

soia e germe di grano. Poiché si tratta di una vitamina piuttosto delicata, è necessario prendere alcune precauzioni, afSinché non si alteri, infatti il calore e l'eccessiva acidità la deteriorano, mentre il bicarbonato di sodio ne diminuisce l'assorbimento. DeSicienze acute, spesso legate ad alcolismo, uso di droghe o terapie farmacologiche, provocano invece lesioni del sistema nervoso centrale, con una sindrome nota come encefalopatia di Wernicke. In caso di apporti elevati, una volta saturata l’albumina, l’eccesso di tiamina libera in circolo viene rapidamente escreto nelle urine. Non sono stati rilevati effetti tossici con livelli Sino a 500 mg al giorno per un mese (Commission of the European Communities, 1993). Nei paesi industrializzati la sua carenza è rara, ma si può presentare spesso per un uso eccessivo di alcool (che è la causa più frequente di minore disponibilità di Vit. B1), per diete errate o per deSicit nell'assorbimento. Inoltre il fabbisogno giornaliero dipende anche dal numero di calorie introdotte, infatti più intenso è il metabolismo, soprattutto glucidico, maggiore deve essere l'apporto di Vitamina B1.

Bibliografia 1. Caprino L., Il farmaco 7000 anni di storia. Dal rimedio empirico alle biotecnologie. Armando Editore, Roma 2011, p. 178. 2. Gubler C.J., Thiamin. In: Machlin L.J. (ed.), Handbook of vitamins, Marcel Dekker, NewYork 1988, pp. 245-98. 3. Miller D.R., Hayes K.C., Vitamin excess and toxicity. In: Hathcock J.N. (ed.), Nutritional toxicology, Academic Press, New York 1982, vol. II, pp. 81-133. 4. Morrison A.B., Campbell J.A., Vitamin absorption studies 1. Factors inGluencing the excretion of oral test doses of thiamine and riboGlavin by human subjects. J. Nutr., 1960, 72: 435-440.

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