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L’ENIGMA DELLA LINGUA ALBANESE

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Questo e-book è proprietà del blog:

L’enigma della lingua albanese www.eltonvarfi.blogspot.com

Avvertenza: Potete liberamente utilizzare i contenuti di questo e-book nelle vostre pubblicazioni cartacee, sui vostri blog o siti Web, con il solo obbligo di citare la fonte (è cioè il blog L’enigma della lingua albanese) alla fine di ogni pezzo. Se mi avvertirete di ciò, inoltre, vi ringrazierò di cuore. *** Tutte le traduzioni dalla lingua albanese sono di Elton Varfi. “La tradizione serba non possiede canti epici ” traduzione di Brunilda Ternova.

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©-2012- L’enigma della lingua albanese


“Generoso come un Bojaxhiu”: Le origini di Madre Teresa Di Adele Pellitteri Che Madre Teresa sia una delle donne più eccezionali dell’ultimo secolo, a tal punto da essere la prima persona non politica ad essere raffigurata in un francobollo, è noto a tutti; quello che forse non è altrettanto risaputo è che la giovanissima Anjeze Bojaxhiu è nata a Skopje, in Albania. La donna è motivo di orgoglio per il popolo albanese non soltanto perché ne è una grandiosa rappresentate, ma perché tutto ha inizio in famiglia. Dopo aver letto il libro di Cristina Siccardi, “Madre Teresa. Tutto iniziò nella mia terra”, è chiaro come sia decisiva una famiglia che insegni valori autentici e che non perda tempo a sprecare parole, ma che tenga piuttosto conto dell’azione quotidiana. Agendo il bene ogni giorno. Non solo intenzioni, bensì fatti. La famiglia Bojaxhiu godeva di un certo benessere economico grazie agli ottimi affari commerciali. Ma in quella famiglia tutti erano consapevoli che il benessere è vuoto se non è condiviso con gli altri. L’ospitalità era una delle regole della famiglia. Ogni giorno nella loro casa c’era almeno una persona bisognosa o semplicemente sola. Il padre di Madre Teresa, scomparso prematuramente, diceva sempre alle proprie figlie di non accettare mai bocconi che non fossero condivisi con altri, condannando in tal modo l’egoismo come una malattia

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spirituale che impedisce all’uomo di condividere con gli altri. Non solo parole, ancora una volta fatti. Il luogo in cui tutto ciò avviene non è irrilevante. L’Albania è stata una terra colpita da molte tragedie e soprusi, per questo la popolazione ha manifestato un forte senso di solidarietà. Ma la sola solidarietà del popolo albanese, per quanto raggiunga livelli altissimi, non basta per spiegare la grandezza della famiglia Bojaxhiu; è l’amore per Dio che ancora meglio di qualsiasi cosa spiega il valore inestimabile di questa carità smisurata. Nel libro della giornalista Cristina Siccardi, Agi Bojaxhiu Guttadauro, unica nipote di Madre Teresa, sposata con un siciliano, racconta che a Skopje si usa dire “sei generoso come un Bojaxhiu” divenuta ormai una generosità proverbiale per tutti. È ancora una volta il destino di una rappresentante del popolo albanese, che, nato nel conflitto, offre la propria grandezza per il bene di tutti. Madre Teresa è figlia della famiglia Bojaxhiu, è figlia del popolo albanese che con grande generosità ha contribuito a donare al mondo una donna che ha saputo mettere la sua mano nella mano di Gesù e guardare avanti.

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Dodona Di Aristidh Kola Il centro di culto più antico nel mondo pelasgico è Dodona, che si trova sulla montagna di Tomor. Lì ebbe inizio il culto di Zeus, dodoneo e pelasgico 1 . Karapano è riuscito addirittura riportare alla luce i resti dell'oracolo sacro di Dodona, nel 1974, ai piedi del monte Tomor, nelle vicinanze di Giannina. Ma esiste una Dodona anche più a nord, e c'è anche una montagna che si chiama Tomor presso la città di Berat (Albania); invece la montagna vicino a Giannina si chiama in realtà Tomorica (la pronuncia è: Tomoriza) che significa “piccolo Tomor”. Comunque sia, in queste montagne del nordovest balcanico si trovano il centro del mondo pelasgico e il suo epicentro religioso. Lì abitavano i preti consacrati a quella liturgia (Εεγγoς) e l'oracolo di Dodona fu l’ultimo a essere soppresso nel IX secolo dai “nostri gloriosi imperatori bizantini”, con riferimento ai quali molte volte mi sono chiesto se davvero siano “nostri” e quanto gloriosi fossero essi per i Greci stessi. È noto che i primi templi dedicati agli dei nella penisola balcanica si costruirono sulle cime delle montagne 2 . Lì si recavano, fin dalle prime luci dell’alba, i sacerdoti e aspettavano pregando “la nascita del sole”, l’alba. Si afferma 1 2

Iliade p, 233. “Le più alte cime delle montagne greche conservano tracce dell’antico culto dedicato a Zeus”, dice Richpin in “Mitologia greca”, vol. I, p. 75.

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che la stessa cosa facesse Orfeo. In quei tempi la popolazione abitava ai piedi delle montagne, nelle maggior parte dei casi nelle grotte, ragion per cui è evidente che i primi a vedere l'alba fossero i sacerdoti, che si trovavano sulle cime delle montagne proprio per annunciarla alla popolazione che si doveva svegliare per iniziare il suo lavoro quotidiano. Ma i sacerdoti come riuscivano a proclamare che “il sole era nato”? Sicuramente con uno strumento sonoro, che la popolazione, giù ai piedi della montagna, era in grado di ascoltare. Il suono che emetteva questo strumento poteva assomigliare a un daw, dewdiw, duw, a secondo del materiale con il quale era costruito: legno, metallo, pelle ecc. L’antica popolazione pelasgica che abitava ai piedi delle montagne di questa regione, appena sentiva i suoni diw, dew che emetteva il tamburo dei sacerdoti, li collegava con l’alba e il sole, ed è proprio per questo motivo che il sole venne chiamato Diaw, Deaw, Diw3 ecc. La cerimonia dell’annuncio che il sole era alto fu celebrata per molte migliaia di anni senza interruzioni e non sappiamo quando fu abbandonata. Quello che sarà sicuramente cambiato nel corso dei secoli è il materiale con cui era costruito lo strumento primitivo che annunciava l’arrivo dell'alba. La scoperta che si potessero fabbricare tamburi con la pelle degli animali avrà fatto sì che i sacerdoti sostituissero il vecchio strumento con il tamburo. Avendo il tamburo un suono evocabile con la parola duw, in albanese esso venne chiamato Daulle, perché questa parola è onomatopeica. Così, successivamente, è nato il nome dell'oracolo: Dodona; oppure 3

In albanese odierno il sole viene chiamato Diell. (N.D.T. )

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Duduna nella lingua degli Arvaniti4 e nel greco antico. Perciò il suono dell’antico tamburo diede il nome all’antico oracolo. In Albania abbiamo un piccolo tamburo che si usava per convocare le riunioni popolari e che è chiamato “Duduka”. Per rafforzare la mia ipotesi sulla similitudine tra il suono del tamburo ed il nome dell'oracolo, porto a testimonianza anche gli studi di K. Rodhi sulla parola dihet. Dihet, nella lingua degli Arvaniti, significa arriva il nuovo giorno cioè arriva l’alba. Ma ha anche il significato di “tuono. Perché mai un suono si collega con la “nascita del sole” soltanto in questa lingua antichissima che si è parlata nello stesso luogo dove venne “creata” Dodona (o Duduna) migliaia di anni fa? In conclusione, Jani Vreto5 ci fa sapere di una antica credenza secondo la quale i vecchi Arvaniti (Albanesi) che risiedevano nei presi di Dodona, credevano che sulla montagna vivesse un monaco invisibile, santo e immacolato. Egli suonava un tamburo invisibile che diffondeva ovunque un rombo sordo6. Molte religioni infierirono, con il loro fanatismo velenoso e distruttivo, sul popolo albanese ma, nonostante ciò, ne conservarono, con identico fanatismo, alcuni elementi di culto.

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Gli Arvaniti sono gli Albanesi che vivono in Grecia. (N.D.T.) Jani Vreto (1822-1900) è stato uno dei maggiori componenti del “Rilindja” (risorgimento) albanese. 6 Jani Vreto “Aπoγoγια” , p.84. 5

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Il canto di Costantino e Doruntina Di Aristidh Kola Il famoso canto di Costantino e Doruntina è presente, con diverse varianti, in tutti i paesi balcanici. C’è stata una grande diatriba filologica per decidere quale popolo lo abbia composto per primo. A questa diatriba parteciparono tanti studiosi balcanici tranne quelli del popolo che aveva ideato per davvero questo meraviglioso canto. Il tema del canto: una madre ha nove figli maschi e una figlia femmina. Il più piccolo dei fratelli, Costantino, vuole dare in sposa sua sorella Doruntina in un paese lontano, ma la madre non è d’accordo e giustifica il suo disappunto con il fatto che, quando sarà ancora più vecchia e i figli maschi si saranno tutti accasati con le proprie famiglie, non potrà avere vicina la figlia femmina per essere aiutata da lei. Costantino insiste e le dà la sua parola (besa, che è una formula di giuramento solenne) che, qualsiasi cosa succeda, lui riporterà Doruntina in qualunque momento l’anziana madre vorrà vedere sua figlia. Cosi il matrimonio di Doruntina si fa. Ma arrivano tempi duri di guerra e tutti i figli dell’anziana madre muoiono, compreso Costantino. La madre rimane sola e senza aiuto, e maledice Costantino per la brutta piega che hanno preso gli eventi, e perché Costantino non potrà più mantenere la sua besa , dal momento che è morto. Ma la parola data, la besa, si deve mantenere ad ogni costo (questa è la credenza di un popolo intero), addirittura sfidando 8


e sconfiggendo la morte. E cosi Costantino esce veramente dalla sua tomba per riportare a sua madre la figlia mantenendo cosi l’impegno preso. Ma in quale popolo esiste questo concetto così alto della parola data? È un elemento non studiato da filologi e storici balcanici. Tale argomento trova riscontro in altre nazioni? E quale popolo si trova da secoli, racchiuso in enclave più o meno grandi, in altri paesi come la ex Jugoslavia, la Romania, la Bulgaria e la Grecia? Quando parliamo di caratteristiche simili nei popoli balcanici, dobbiamo considerare che il loro denominatore comune era il popolo arbëresh (albanese). Solo in questa maniera si giustificano le “varianti” di chi ha diffuso il canto di Doruntina in tutti i paesi balcanici. Inoltre, questi versi si cantano e si ballano in maniera particolare tra gli Arbëresh della “Magna Grecia” (l’Italia Meridionale), come ci informa il ricercatore calabrese Antonio Bellusci. Questo canto, nell’Italia Meridionale ha anche un titolo significativo, originario del popolo che lo ha creato, che è “Besa e Kostandiut”. Un popolo la cui presenza si riscontra sia in Italia che nei Balcani e nell’Asia Minore non è lo slavo, né il rumeno e nemmeno quello bulgaro. Ma è il popolo arbëresh (albanese), successivamente ellenizzato. Parlare di ellenizzazione senza gli Arbëresh (Albanesi) è inconcepibile.

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L’albanese: madre della lingua greca Il primo idioma della lingua ellenica Di Aristidh Kola La lingua albanese ci aiuta a capire lo sviluppo della lingua greca, dagli antichissimi tempi pelasgici fino al periodo alessandrino. Le antiche lingue e soprattutto la lingua pelasgica erano lingue per di più composte da consonanti. Vi riporto l’esempio di alcuni studiosi sulla parola MPS di una iscrizione trovata in Asia Minore, che leggono MOPSOS. Qui si accenta la lettera M. Nell’epoca Omerica non abbiamo più l’accento di consonanti, ma l’introduzione di vocali che prendono anche l’accento delle consonanti. La lingua albanese conserva anche la pronuncia con l’accento delle consonanti! Per esempio la parola greca palami deriva dalla parola pelasgo-albanese plem. Qui si accenta la consonante L. con l’introduzione della vocale A che segue la consonante L e prende l’accento; la parola diventa quindi palàma, così nel dialetto dell’Attica abbiamo palami, in albanese pëllëmba (palmo della mano). La stessa cosa succede con la parola karma o kirma. L’equivalente in lingua albanese è kërmë (carcassa). La parola albanese motër (sorella) coincide con la parola mitir – mitros che significa madre in greco antico. Questo si spiega con il fatto che, nella civiltà primitiva, la sorella maggiore aveva, in famiglia, anche il ruolo della madre, come spiega G. Stamatakos nel suo dizionario. 10


La parola ujk (lupo, in albanese), che si pronuncia anche ulk diventò ulikos e dopo likos in greco. La parola etero in albanese è një tjetër (un altro). Qui vediamo che NTR significa një tjetër (un altro) e non semplicemente tjetër (altro). Fra le consonanti vengono introdotte le vocali e in definitiva abbiamo enetero (enEtero) = një tjetër (un altro), in albanese njëtër (un altro). In albanese, abbiamo la parola sipër = sopra. La parola greca corrispondente è iper e quella latina super. L’albanese è più vicino al greco ed è l’anello mancante che collega al latino e aiuta a capire come si pronunciava la “famosa” F in greco antico, pronuncia che i greci furono costretti a eliminare del tutto. Ma la lingua albanese, proprio perché meglio di tutte conserva la lingua pelasgica, conserva anche la sua pronuncia. Visto che in generale la F si pronuncia a volte come F e a volte come V, le parole Vras = Vreo (uccidere), Vesh = Vesho (orecchio), Var = Vero (appendere), sono comprensibili. La lettera F del greco antico non aveva solo questa pronuncia, ma anche un'altra stabilita dai Romani, e, in definitiva, rimase F e si perse V. Per esempio la parola greca antica ficos nella lingua greca divenne sikos, in latino rimase ficus e in albanese abbiamo fik. Il prefisso greco para deriva dalla parola pelasgo–albanese per con l’inserimento della vocale A. Che gli studiosi si siedano, studino seriamente la lingua albanese “povera” e “barbara” e sottovalutata, che gli arbëresh e gli albanesi, che si trovano fuori dall’Albania, la smettano di disprezzare la loro lingua, ma che la insegnino anche ai loro figli. 11


Che si tenga presente che questa lingua albanese “barbara” è la madre della lingua di Omero, Eschilo, Erodoto, Tucidide, e anche della famosa lingua conosciuta come dialetto dell’Attica. È la lingua antica dei nostri antenati, i pelasgi, che alcuni scienziati vogliono fare scomparire come per magia, dimostrando che gli elleni non vengono dalle montagne dell’Albania ma dall’Egitto e dalla Mesopotamia. Credo che queste teorie avrebbero potuto prendere il sopravvento se non esistesse oggi “l’albanese barbaro”. Oltre il grande padre DIAU (il sole) e la grande madre DHEA (la terra), che sono i “genitori” della vita, adorerò anche la lingua albanese che mi insegnarono i miei nonni e i miei genitori. È molto importante (per gli elleni) conoscere quello che credi e sapere perché lo credi. È proprio questo che ci differenzia dai popoli orientali.

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Precisazioni sulla lingua albanese Di Aristidh Kola Sarebbe ingenuo pensare che gli Albanesi abbiano conservato parole elleniche nella loro lingua soltanto grazie al contatto con gli stessi Elleni nel II secolo d. C., come sostiene lo studioso Jacob Philipp Fallemayer. Se veramente fosse così, allora gli Albanesi avrebbero dovuto parlare una lingua simile a quella alessandrina, perché credo che sarebbe molto strano che un ipotetico popolo, che arrivasse oggi tra noi, imparasse non la nostra lingua corrente ma un antico dialetto dell’Attica. Con l’esempio sopracitato s’intende spiegare che logica vuole che, per prima, s’impari la lingua che si sente parlare ogni giorno e che, magari, conserva anche parole del dialetto dell’Attica e addirittura parole omeriche come andras = burrë (uomo), ieron = i shenjtë (sacro), polis = qytet (città), ecc, mentre è incomprensibile si apprendano parole che non vengono più usate, come Rea (nuvole), anë (lato), mend, (la mente), nisem (parto). Se è cosi, dobbiamo ammettere che questo ipotetico popolo, appena arrivato, si metta a studiare appassionatamente Omero. Ma gli Albanesi erano analfabeti. Perciò, come poterono imparare la lingua omerica se i loro primi contatti con i Greci avvennero solo nel II secolo d. C, come sostiene Fallemayer, o addirittura nel X secolo d. C., come sostiene l’antialbanese dichiarato Nicocli? Molti studiosi neogreci, appurando che alcune popolazioni greche usavano in talune parole del loro dialetto suffissi 13


dell’antichità classica come –usi, -asi, ecc, sono arrivati alla conclusione che questo solo elemento sia la prova tangibile dell’ellenizzazione di queste popolazioni. Senza voler mettere minimamente in dubbio questo processo di ellenizzazione, devo dire che la conclusione di questi studiosi mi sembra molto superficiale. Nello studio della lingua, gli elementi che dimostrano le continuità filologiche non sono i suffissi ma le radici. Questi suffissi erano in uso fino alla fine dell’Impero Bizantino, e forse anche oltre. Ma le affinità tra le popolazioni attuali e l’antico Impero Bizantino, che un tempo le dominava, non necessariamente rappresentano la prova di un collegamento con l’ellenismo antico! Gli Ebrei, i Siriani, gli Egizi e tutti gli altri popoli che furono soggetti all’Impero Bizantino, pur convertendosi in buona parte anche al Cristianesimo, non arrivarono mai a sentire un legame di sangue o una vicinanza spirituale con l’antichità classica!... Al contrario, la lingua albanese non ebbe mai parole con suffisso –usi, oppure -asi, ma nel suo lessico ha termini con le stesse radici dei vocaboli di un idioma che si parlava in Grecia fin da tempi lontanissimi. Per 30 anni ho parlato la lingua arbëresh* e nello stesso tempo la lingua moderna greca, ma non ho mai pensato che potesse esservi qualche collegamento fra il greco antico e l’albanese. E’ comprensibile che per gli studiosi non sarà facile dare delle risposte convincenti e risolvere i problemi linguistici del periodo preellenico se non prenderanno in seria considerazione la lingua albanese. In albanese si riscontrano parole con radici arcaiche che non compaiono più nel dizionario greco, oppure, se esistono, vengono considerate neologismi dai moderni vocabolari greci. 14


Così, in albanese esiste il verbo flas (parlo); in greco si trovano la parola “filiaræs” e il verbo “filiaro”. In albanese abbiamo il termine fjala (parola), invece in greco iper-fialos, che significa chiacchierone. I linguisti che non conoscono l’albanese non possono rispondere ad una serie di quesiti che hanno origine da epoche lontane e che sono legati al territorio che include la penisola italiana fino al fiume Indo in India. Com’è possibile studiare le civiltà preelleniche ignorando la lingua pelasgica (albanese)? L’autore Jakov Thomopulo, nel suo libro Sui Pelasgi, ha sottolineato questo argomento ma i suoi studi non vennero considerati perché lui non era un linguista “con la laurea” ma soltanto un amante della filologia. Sappiamo bene che non avere una laurea, in alcuni casi, non rappresenta un fattore determinante ai fini della ricerca. Una delle scoperte più sensazionali è stata fatta da quel mercante testardo che era Heinrich Schliemann il quale, ritrovando le vestigia dell’antica Troia, sfidò pervicacemente l’opinione di tutti coloro che mettevano in dubbio l’esistenza di Omero. Non farò un esame approfondito del dizionario neogreco, perché non ci darebbe prove sull’identicità dei due popoli (quello greco e quello albanese), e non dimostrerebbe altro che una serie di contaminazioni linguistiche da entrambe le parti. Tuttavia esistono alcune parole che si trovano sia nella lingua neogreca sia nella lingua albanese: Greco Bora, qihoni Vorias

Albanese Bora Veriu 15

Italiano La neve Nord


Notos Krini, pruno, vrisi Kleo Pio, pino Zei, vra-zi Ipevo Luo En ora, vor-is Ster-evi, sterume Stira Dhrapani Lehona, lohia Thira Mikitas, muhk-la Buqia (në Qipro) Dhris, dris Kokos Dhra-skel-izo A-mil-on Vus

Noti Krua, kroi

Nuotare La fontana

Qaj (klian dial arbër) Pi, pij Zien, valon , vlon Hipi, hipën Laj Në orë (në kohë, herët) Shteron, shterem Shterpë Drapëri (dial. Drapëni) Lehem (lindem) Dera Myku

Piangere Bere Bollire Salire Lavare In tempo (presto) Prosciugare Sterile Falce Partorire La porta Muffa

Bukë, buka

Pane

Dru Kokë Shkel Miell Viç

Legno Testa Calpestare Farina Vitello

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Dam-alis Nin

Toro Ora (in questo istante) Eh-mi, ehmpreh, gri-h Temperare, miro macinare Per tutte queste parole non possiamo immaginare che siano state assimilate nella lingua albanese dal greco, perché qui le parole sarebbero state le stesse: per esempio, la lingua albanese conserva il verbo mpreh (temperare, macinare) che in greco invece non esiste; però abbiamo i pronomi come Eh-mi, ehmiro, ma questi pronomi non sono presenti nella lingua albanese. Il verbo shkel (calpestare) non esiste in greco, se non consideriamo la parola skelos e il verbo dhraskelizo, che però non esistono in albanese. Perciò affermiamo che le radici di questi termini siano state conservate sia nella lingua greca che in quella albanese e non possono essere considerati influssi di un idioma piuttosto che di un altro, ma fanno parte dell’identità di tutt’e due i popoli. La lingua greca, però, ha assimilato alcune parole dall’albanese, che i Greci usano senza saperne la provenienza o, nel peggiore dei casi, definendole parole turche o slave. Greco Besa Babesis Kaligono Kalikuca

Dem, demi Nani

Albanese Besa I pabesë Kalëroj I kaluar, i hipur mbi kalë 17

Italiano Giuramento Traditore Cavalcare A cavallo


Furka Kunadhios Puli Kuvenda

Zemërim, inat Kunati Pulë Kuvendim

*l’autore di questo pezzo, Aristidh Kola.

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Ira, rabbia Cognato Pollo Assemblea


Gli Elleni Di Arsim Spahiu Nell’epoca classica, i termini per indicare la Grecia e i Greci erano Ellade (Hellas) ed Elleni. Queste parole venivano usate da Omero per indicare una piccola regione a sud della Tessaglia e i suoi abitanti. Nei poemi omerici, il termine elleno viene usato soltanto una volta perché, come sottolinea Tucidide, essi (gli Elleni) non costituivano un popolo o una nazione. Inoltre, lo stesso autore aggiunge che, prima di Elleno, 7 il nome Ellade non esisteva 8 . Ai tempi di Omero, i Greci non costituivano ancora un gruppo etnico identificato. Gli attuali studiosi dei poemi omerici non riscontrano differenze etniche fra gli Achei e i Troiani. Basandosi sui resoconti dei geografi antichi, P. Faure esprime il parere che, al tempo della caduta di Troia, nell’anno 1250 a.C., la stessa Troia fosse popolata da Dardani, Lelegi e Pelasgi. Egli osserva che in questa regione i villaggi, le montagne, i fiumi presentano nomi che si possono riscontrare anche nei territori che vanno dalla costa della Tracia fino a Creta: nomi come Larissa, Olimpo, Tebe, ecc. Si stima che in questa provincia la lingua dei Pelasgi e dei Dardani abbia preceduto quella degli Elleni e si parlasse ancora nell’anno 1250 a.C. in una buona parte delle isole e anche della Grecia continentale come, ad

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Elleno, nella mitologia greca, era il figlio di Deucalione e Pirra, ed è l'eroe eponimo degli Elleni. 8 Tucidide, Archèologie, I, 3.

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esempio, la Tessaglia 9 . Questo autore conclude quindi che, nell’anno 1250 a.C., sia gli Achei della Grecia continentale e sia quelli delle isole erano ancora Pelasgi o Illiri non ellenizzati, che parlavano il gergo dei Dardani e dei Pelasgi. Nella lingua parlata nell’VIII secolo a.C., non esisteva un termine che accomunasse gli Elleni per distinguerli dai barbari. I nomi Elleni ed Ellade saranno utilizzati solo in seguito per una regione ben definita. La terminologia che usa Omero perciò non è corretta; sarebbe stata più idonea in un periodo in cui i nomi Hellas ed Elleni avessero già cominciato a diffondersi. Lo stesso E. Lévy sostiene che ci sono contraddizioni fra la terminologia adoperata da Omero e quella che veniva usata dai suoi contemporanei. Egli menziona altri autori moderni 10 , i quali sostengono che in questo campo, come in tanti altri, Omero generalizzava11. Nel catalogare le navi, quando tratta delle truppe di Achille, il poeta le chiama sia Mirmidoni che Elleni che Achei. Forse si tratta di popolazioni diverse? Però Omero adopera questi tre nomi con l’intento di riferirsi ad un unico gruppo etnico. Invece, nell’Odissea, i soldati di Achille vengono chiamati sempre Mirmidoni e mai Elleni o Achei. Infatti, i Mirmidoni sono abitanti della Ftia (in Tessaglia), mentre gli Achei sono abitanti della città di Argo, che era pelasgica 12 . Erodoto (I, 57) usava il termine Elleni per gli immigrati greci, i quali si distinguevano dalla popolazione 9

P.Faure, 1975, p.223-224. H.Diller, 1962, p.39-82; P. Wathelet, 1975, p. 128. 11 E.Lévy, 1969, p. 51. 12 Ibid., p.51. 10

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antica ed autoctona perché non parlavano il greco (da questa popolazione discendono gli Ateniesi), che chiamava anche Pelasgi13. Altri autori sostengono che l’etnonimo elleno inizia a diffondersi solo all’inizio del VI secolo14. G. Rachet sottolinea che l’appellativo pre-ellenico non è idoneo per classificare le civiltà della Grecia precedenti all’invasione dei Dori. Secondo lo stesso autore, questo termine è un espediente per definire il periodo di tempo prima del quale tutti gli abitanti della Grecia sarebbero stati chiamati Elleni15. Sempre G. Rachet sostiene che il nome di civiltà ellenica potrebbe essere utilizzato solo a partire dal VI secolo a.C. In conclusione, possiamo sostenere con lo stesso Erodoto (I, 56-58) che il mondo ellenico si sia sviluppato ellenizzando alcuni popoli barbari, soprattutto i Pelasgi.

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Iniziando dal IV secolo, i greci d’Oriente si chiamavano Romanoi (Romani). In conclusione possiamo dire che il termine elleno oggi ha una valenza che non si può paragonare con quella dell’antichità. 14 D. Briquel, 1984, p.20. 15 G. Rachet, 1993, p.36.

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La leggenda albanese della nascita della dea Atena Di Dhimitri Pilika In Labëria 16 è ancora oggi conosciuta e tramandata una leggenda sulle origini della dea dodonea Atena (pubblicata nel 1875). La fonte di questa leggenda è una anziana signora vissuta nel XVIII secolo, originaria di Zhulat17. “Zoti18, che era il re, dichiarò guerra ai Cretesi, perché essi non gli pagavano la tassa; però non aveva né navi e né armi per combattere. Così cercò l'aiuto di un re zoppo che viveva in una terra lontana. Quando questi arrivò, Zoti, il re, andò di corsa verso di lui per abbracciarlo. Mentre il re zoppo stava scendendo da cavallo, gli cadde l’ascia che teneva sulle spalle e spaccò la testa a Zoti, il re; dalla testa del sovrano uscì una bellissima ragazza armata di tutto punto, che fu chiamata Thëno (Atena). Il re zoppo unse con un miracoloso balsamo il capo di Zoti, il re, ed egli guarì; poi costruì per lui navi, asce, coltelli, spade, archi e tantissime altre armi di ogni tipo. Sbarcarono a Creta con molti guerrieri toschi e vinsero facilmente la guerra contro i Cretesi, e Zoti il re visse per molti anni in quel paese. Poi mandò a chiamare gli altri Toschi e li trasferì con le navi a Creta perché quell'isola gli piacque. Quando sua figlia Thëno (Atena) giunse all'età adulta, sposò il 16

Labëria è una regione a sud dell’Albania; i suoi abitanti sono comunemente conosciuti anche come Toschi. (N.d.T.) 17 Zhulat, è un paesino nei pressi di Valona in Albania. (N.d.T.) 18 Labëria è una regione a sud dell’Albania; i suoi abitanti sono comunemente conosciuti anche come Toschi. (N.d.T.)

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figlio di un re di una terra lontana. Suo padre Zoti il re le regalò tanti castelli e addirittura ne costruì uno al quale diede il suo nome, e lì essa vive circondata dai moltissimi figli ed è attualmente felice, e noi siamo felici qui.” Questa versione della leggenda sulla nascita della dea Atena dalla testa di suo padre, Zeus pelasgico di Dodona, ha una particolare importanza se teniamo conto che la mitologia albanese è la più antica sia nei Balcani che in Europa.

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La parola pelasgica “Zot” (che significa “Zeus”) in alcune iscrizioni del I secolo a. C. e la sua totale corrispondenza con la lingua albanese Di Dhimitri Pilika Nel novembre del 1961, a dieci chilometri a nord di Preveza (ex Nicopoli), vicino al villaggio Mihalici - nel cimitero di un antica città tesprotica ancora sconosciuta (forse Berenica, fondata da Pirro Molosso) - è stata rinvenuta un'iscrizione risalente al secolo V-IV a. C., sulla quale si legge chiaramente il nome DIOZOTOS. In precedenza, vicino al paesino di Gurana, periferia della Pandosia tesprotica, 30 km a sud di Dodona, è stata rinvenuta un'altra iscrizione con lo stesso antroponimo DIOZOTOS, che viene datata intorno al IV secolo (360-365 a. C.). Se dobbiamo andare ancora più indietro nel tempo, verso la seconda metà del XIX secolo, era molto conosciuta un'iscrizione del VI secolo a. C., rinvenuta su un vaso di ceramica, opera dell'artista pelasgico THEOZOTO, che era conosciuto nel mondo antico, originario forse della Beozia. A questo grande pittore i Greci avevano dato l’appellativo metek (straniero, non ellenico), per sminuire, con quel generico soprannome, la sua vera origine, con molta probabilità pelasgica.

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Vaso raffigurante scena con animali (sotto il vaso, la riproduzione completa della scena). In calce, la firma dell'autore THEOZOTO. (secolo VI a. C. Museo del Louvre)

Particolare: la firma del maestro pelasgico THEOZOTO. Da notare che la firma è senza il suffisso finale greco S

La presenza, per niente casuale, della parola “ZOT ZOT” in queste tre iscrizioni, stranamente non è stata, fino ad oggi, approfondita come meriterebbe dagli studiosi. Gli antroponimi pelasgico – tesprotici DIOSZOT ZOTOS oppure DIOZOTOS, OS, tradotti letteralmente, significano (uomo) di Zeus, di Dio; invece il nome THEOZOT/S/ /S/ (uomo) di Dio, del Signore è una tautologia del greco ZEUS-DIOS, DIOS, THEÓ[S] e del pelasgico ZOT (in albanese Dio). Possiamo dire che appartiene alle tautologie studiate dal nostro ellenista Spiro Konda, come “MALOROS”, “MALEIAON ORO” e GUROGURO PETRA”,, “GURAS PETRAS” che incontriamo in Omero. Così si evidenzia che 26 secoli fa, grazie al mezzo di comunicazione più usato in tutta l’Europa e nel Mediterraneo, e cioè la lingua greca (scritta), è riuscita a diffondersi e a sopravvivere l’ancestrale parola pelasgica ZOT. Da queste tre iscrizioni possiamo dedurre che la parola pelasgica Zot è arrivata intatta alla odierna lingua albanese, e quindi possiamo considerarle come i primi documenti dell’albanese scritto. 25


Merita attenzione una fotografia di un vaso di ceramica rinvenuto a Taranto ed esposto nel museo di Benevento fino a prima della seconda guerra mondiale (sfortunatamente è andato perso durante un bombardamento), perché si nota l’iscrizione BASILEUS PYRRO (secolo III a. C.). Così come nell’antroponimo THEOZOTO (secolo VI a. C.), anche qui non troviamo il suffisso S, che è indispensabile nel greco antico. Anche nella seconda iscrizione fra DIO e ZOT non troviamo questo suffisso. Comunque questi “errori” linguistici ci dimostrano che gli autori epiroti che hanno inciso le iscrizioni non adoperavano il greco antico come lingua madre, in quanto scrivevano secondo le regole di un'altra lingua che consideravano la propria: quella pelasgica. Questi tre documenti epigrafici, che non si possono decifrare con il greco, hanno un inestimabile valore storico e linguistico perché sono testimonianze autentiche del passato, e come tali ci aiutano a confermare quello che ritroviamo costantemente nelle nostre fonti orali. Infatti, in alcuni racconti albanesi pubblicati nel 1875, il re degli dei, a Dodona e dintorni, molti secoli prima dei Greci, veniva chiamato solamente ZOT (che sta per Zeus, Dio, Signore, ecc.). In questa raccolta, pubblicata nella zona sud dell'Albania 136 anni fa (1875), si dice: “[…] Zoti (Zeus),… secondo le credenze degli Epiroti, non è nato a Dodona, nei palazzi di suo padre Crono, ma a “Palavli”(paesino in Albania), dove si trovava uno dei tanti pascoli di Crono, e da lì è stato aiutato a fuggire dal porto di Saranda con destinazione Creta, dove è cresciuto e dove regnò […], non lontano dal castello di Crono si trova un paese 26


che si chiama “Palavia e Zotit” (Palavia di Zeus) […] Lì arrivò Rea e partorì Zotin (Zeus) e lo aiutò nella sua fuga verso Creta. Poi Zoti (Zeus) andò in Asia e arrivò fino in India […]. Credo che ulteriori commenti siano superflui.

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La divisione tra gli Albanesi ortodossi e musulmani a causa della chiesa ortodossa Di Elena Kocaqi Levanti Il ruolo che ha avuto la chiesa ortodossa, sia quella greca che quella serba, nei confronti degli Albanesi, in diversi momenti storici, è stato a dir poco negativo. I chierici ortodossi, in maniera aperta o nascosta, hanno cospirato per l’eliminazione degli Albanesi. Per i chierici serbi gli Albanesi erano serpi velenose cui si doveva schiacciare la testa, dovevano essere eliminati, ammazzati19. La più alta istituzione spirituale serba, durante la guerra del 1999, sollecitava tutti i Serbi ad ammazzare più Albanesi che potevano. Queste azioni dovevano essere compiute in nome del “Dio” serbo, con la giustificazione che gli Albanesi sono degli infedeli e colui che si sente un vero Serbo non deve avere nessuna pietà per “loro”. In poche parole, la chiesa del buon Dio, misericordioso e giusto, istigava i suoi adepti a uccisioni di massa. Non si sa quale padrone serviva questa chiesa perché il Signore non istiga all’uccisione, anzi condanna severamente un tale atto. La chiesa ortodossa greco - serba odia gli Albanesi in quanto tali, perché essi non vogliono essere assimilati dai Greci o dai Serbi. I chierici ortodossi sono stati a capo dei movimenti antialbanesi nei Balcani. Loro furono gli ispiratori spirituali del nazionalismo greco – serbo, e dei massacri contro gli Albanesi. 19

Muhamet Shatri, LNÇ në Prizren dhe rrethinë (1941 – 1945), Prishtinë, 1987, p. 186.

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Il ruolo della chiesa, in questo caso, invece di essere pacificatore, ha indotto ad atti disumani. Ciò dimostra chiaramente che le gerarchie ecclesiastiche ortodosse siano state coinvolte in movimenti politici. La chiesa ortodossa aveva come principale obbiettivo quello di cacciare gli Albanesi dalla loro terra perché voleva impadronirsene. Va considerato, a tale riguardo, che la chiesa, in Grecia è la maggior proprietaria terriera anche oggigiorno. La chiesa ortodossa fomentò la discordia tra gli Albanesi musulmani e quelli ortodossi affermando che gli ortodossi erano greco - serbi e i musulmani erano albanesi. Il processo di ellenizzazione inizia con il diventare ortodosso e con l'imparare la lingua greca. Un prete che è diventato santo, S. Cosimo (detto anche Cosma), è stato uno dei più attivi nella “crociata” per l’assimilazione degli Albanesi. Lui predicava agli Epiroti esortandoli ad imparare la lingua greca e, fra l'altro, diceva: “Mandate i vostri figli a imparare la lingua greca perché la nostra chiesa è greca. E tu, fratello mio, se non impari il greco non puoi capire quello che insegna la nostra chiesa. È molto meglio, fratello mio, avere la scuola greca nel tuo paese che avere fiumi e fonti d’acqua. Qualunque cristiano, uomo o donna che sia, che voglia promettermi di non parlare la lingua albanese in casa propria si alzi in piedi e me lo dica qui, ora. Io prenderò i suoi peccati su di me, dalla sua nascita sino ad oggi […] (Predica numero 7, indirizzata agli Albanesi d’Epiro). Si capisce chiaramente che S. Cosimo invitava gli Albanesi, soprattutto giovani e bambini, ad imparare la lingua greca perché tale era l'idioma della chiesa ortodossa e secondo lui 29


non sarebbe mai diventata albanese. Lui imponeva agli Albanesi di non parlare più la loro lingua con il chiaro scopo di assimilarli. A Samarina la popolazione era vlacha. In un discorso tenuto contro la loro lingua, S. Cosimo d’Etolia disse ai presenti le parole più ridicole che possano uscire dalla bocca di un prete: “Il Signore si offende quando sente preghiere o lodi in lingua vlacha. Affinché il Signore possa prendere in considerazione le preghiere dei fedeli ortodossi, queste si devono recitare in lingua greca. Quando il Signore parla con gli angeli parla in greco, invece quando la sua ira è rivolta al diavolo parla in lingua valacha.” Quando lui predicava diceva: “Tutte le religioni del mondo sono fasulle, soltanto la religione ortodossa è ineccepibile e sacra.” (Predicazione numero 1). Per il “santo” sopracitato, lo scrittore e storico albanese Kristo Frashëri ha scritto: “Cosma d’Etolia, non era soltanto un missionario dell’ortodossia fanariota, ma soprattutto, cosi come assodato dagli odierni storici greci, era il portabandiera dell’ellenizzazione.”20 Storici greci come Sakelariu considerano Cosma d’Etolia come “una delle figure più radiose, che ha lavorato per la preparazione della Rinascita greca”21. Cosma d’Etolia ha dato veramente il suo contributo per l’ellenizzazione dell’Albania del Sud, ed ha lavorato instancabilmente affinché una parte degli Albanesi ortodossi imparasse la lingua greca e potesse 20 21

Il giornale “Korrieri”, 8 dicembre 2004. Epirus, 4000 years of Greek history and civilization, Athens 1997.

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essere considerata una minoranza grecofona, provando a farle rinnegare la sua origine albanese. In conclusione, la chiesa ortodossa greco–serba ha avuto un ruolo primario nella politica nazionalista e soprattutto antialbanese nei Balcani. Il comportamento delle gerarchie ortodosse è stato uno dei motivi delle sofferenze degli Albanesi che, di natura, sono tolleranti sulle questioni religiose; infatti non hanno mai ucciso o perseguitato per motivi religiosi altre popolazioni o minoranze etniche.

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L’invasione del Kosovo e l’inizio della sua colonizzazione da parte dei Serbi Di Elena Kocaqi Levanti Nel 1912 ebbe inizio la guerra balcanica. Questa guerra aveva come principali protagonisti tre stati balcanici che erano alleati con la Russia: la Serbia, la Grecia e la Bulgaria. La guerra scoppiò per la spartizione delle terre che erano occupate dall’Impero Ottomano che, di fatto, erano territori abitati dagli Albanesi. Dunque le guerre balcaniche vennero alimentate dal nazionalismo estremo greco e serbo, e l’unico fine era appropriarsi delle terre degli Albanesi, possibilmente assimilandoli o addirittura sterminandoli. Le Grandi Potenze regalarono alla Serbia il Kosovo, e fu proprio questa l’area da dove i Serbi iniziarono a realizzare i loro piani per lo sterminio degli Albanesi. Secondo Yusuf Osman, e in base ai registri del catasto, le terre albanesi in quel periodo avevano una superficie di 115.000 km2. In seguito, allo stato albanese rimasero solo 28.000 km2; il resto del territorio passò alla Serbia e alla Grecia. Dopo avere preso le terre albanesi, la Serbia espanse la sua dimensione geografica e demografica aumentando dell'82% in superficie e del 55% in popolazione. Il Montenegro crebbe del 62% come territorio e del 100% come popolazione.

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La Grecia aumentò del 67% in estensione e del 68% per popolazione22. Grazie all'appoggio delle Grandi Potenze, la Serbia incrementò la propria popolazione fino ad avere 1,6 milioni abitanti dopo aver ricevuto 13.000 km2 dall'Impero Ottomano, in gran parte territori albanesi. La crescita della popolazione non era naturale. Nel 1886 la Serbia contava 1,3 milioni abitanti, invece nella I Guerra Mondiale arrivò fino a 3,2 milioni abitanti. Come si può vedere, la Grande Serbia, la Grande Grecia e il Montenegro si formarono acquisendo territori albanesi. Il fatto più assurdo è che questi paesi quasi raddoppiarono le loro popolazioni incrementandole con i residenti albanesi. Durante gli anni 1912-1914 vennero uccisi quasi 26.000 albanesi e ne furono imprigionati altri 21.000; in Turchia ne vennero internati 500.000. Nel 1915 se ne imprigionarono altri 120.00023. In quel periodo, dunque, furono internati in totale all’incirca 620.000 albanesi, che vennero sostituiti con 20.000 serbi e 6.000 montenegrini24. Negli anni 1912-1915 dalla città

22 Guarda Nuri Bashota, Tokat shqiptare në udhëkryqin e tanishëm ballkanik, Shqiptarët në rrjedhat ballkanike, Prishtinë, 1996, p. 275. 23 H. Bajrami, Konventa jugoslavo-turke për shpërnguljen e shqiptarëve, “Gjurmime albanologjike”, 1982. 24 H. Bajrami, Politika e shfarosjes së shqiptarëve dhe kolonizimi serb i Kosovës (1844-1945), Prishtinë 1995, p. 27.

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di Manastir furono deportati in Turchia un numero approssimativo di 130.000 albanesi. Leo Freundlich scrive: “Migliaia di uomini, donne, bambini e anziani uccisi e massacrati. Interi paesi bruciati e case saccheggiate. Donne e ragazze trattate in modo disumano. Un paese devastato, saccheggiato, lavato nel sangue e umiliato, ci dimostra che i Serbi in Albania non sono entrati come liberatori, ma come assassini degli Albanesi... innumerevoli villaggi sono stati rasi al suolo, le persone sono state massacrate in massa senza ombra di compassione. Il luogo del quale generazioni di Albanesi poveri avevano fatto la loro patria ormai è trasformato in una distesa di cumuli di rovine. L'intera nazione è stata crocifissa, il sangue continua a scorrere ma l'Europa tace…” (Leo Freundlich, Vienna 1913.). Edith Durham scrisse nel 1913: “A Shalë (paese albanese N.d.T.) i musulmani o si dovevano battezzare o dovevano morire. A Pec un uomo raccontava che il governo ogni giorno annunciava la fucilazione di dieci uomini. Nessuno sapeva chi fossero e per quale motivo li uccidessero. Li portavano davanti a una grande fossa che sarebbe diventata la loro tomba.” La terra che i Serbi presero nel 1912 era al 90% di proprietà degli Albanesi ricchi. La Serbia promulgò diverse leggi per espropriarli delle loro terre e darle ai cittadini serbi. Le uccisioni e la violenza nei confronti degli albanesi continuarono sistematicamente anche dopo la creazione della Jugoslavia. Il giornale di Belgrado Rad scriveva il 5 agosto 1925: “É da diversi giorni che le case bruciano. È difficile sentire le urla dei bambini e dei vecchi che vengono maltrattati per derubarli. La Serbia ha creato una provincia con cittadini 34


di serie B. La stanno bruciando villaggi interi, si massacrano gli uomini e le atrocità sono infinite. Nessuno in questo paese (in Kosovo, N.d.T.) ha scrupoli. Come l’ultimo cannibale, il potere dello stato predica lo sterminio di una etnia a causa della sua identità nazionale e religiosa.” Dopo che gli Albanesi se ne furono andati dai loro territori e interi villaggi rimasero disabitati, subito furono ripopolati da coloni serbi. L’obbiettivo di questa colonizzazione era cambiare la nazionalità di quei paesi, da albanesi in serbi. In pratica erano rimaste talmente tante terre libere tra quelle che erano appartenute agli Albanesi, che Belgrado pianificò di portare dei Russi dalla loro madrepatria così come in precedenza aveva fatto la Grecia. I coloni serbi arrivarono anche dall’America, dall'Europa e da altri paesi dove vivevano e lavoravano. Entro pochissimo tempo intere famiglie di origine serba dal niente si trovavano proprietarie di appezzamenti di terreno da 4 o 5 fino a 40 ettari. Nel periodo fra le due guerre mondiali lo stato Serbo, con la scusa della riforma agraria, espropriò migliaia di ettari di terra che appartenevano agli Albanesi per darli ai Serbi. Durante questo periodo in Kosovo furono trasferite 13.482 famiglie in 594 insediamenti25. Nel 1930 lasciarono il loro paese e se ne andarono in Asia 30.000 albanesi; le loro terre furono vendute a bassi prezzi ai coloni montenegrini. Invece altri 6.000 albanesi ritornarono in Albania. La migrazione degli Albanesi proseguiva a ritmi alti, 25 Registro delle colonie del giorno 8/04/1940.

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e nello stesso tempo continuava la sostituzione nei villaggi che loro lasciavano con coloni serbi e montenegrini.

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Il regno del Principe di Wied Di Ferdinando Salleo La ricerca di un Principe per l’Albania, come la Conferenza degli Ambasciatori aveva stabilito, cominciò subito. La nomina di un sovrano straniero non era certo una prassi nuova. Nel corso del secolo precedente le Potenze avevano assegnato ai nuovi Stati che sorgevano dallo smembramento del’Impero Ottomano principi europei appartenenti soprattutto alle piccole dinastie tedesche, quasi tutte “mediatizzate” cioè privatizzate o meglio ridotte allo stato di sovranità virtuale con l’incorporazione dei loro principati in Stati tedeschi più grandi, quelle dinastie che sono state per secoli la grande riserva dei matrimoni regali. Doveva naturalmente trattarsi di un principe che raccogliesse il consenso delle Potenze e quindi non legato ad una Casa regnante troppo potente o direttamente implicata nella regione. Si era sempre trattato poi di principi cristiani, protestanti o cattolici che adottavano di buon grado la confessione del loro regno. Ma l’Albania, prevalentemente musulmana, era un caso nuovo e diverso. Per l’Albania la rosa dei candidati fu inizialmente piuttosto ampia. Già nel marzo del 1912, Ferdinando di Borbone – Orléans, Duca di Montpensier, si era recato su uno Yacht inglese a Valona ed aveva proclamato la propria candidatura al trono d’Albania. Cordialmente ricevuto dagli albanesi, era partito per Roma, Parigi, Vienna e Londra con Isa Boletini, uno dei capi della sollevazione del Kosovo contro i turchi, per 37


raccogliere appoggi per l’indipendenza albanese, ma con poco successo. Il tempo non era ancora maturo, ma gli avvenimenti incalzavano. Dopo Londra, le Potenze iniziarono complesse ed intense consultazioni con tutta l’attenzione per i delicati equilibri che già si prefiguravano. Oltre a Montpensier, tra i candidati inizialmente presi in considerazione figuravano i principi Maurizio di Schaumburg-Lippè, Karl von Urach, Ghika di Romania, Rolando Buonaparte, Arthur of Connaught, il Conte di Torino ed anche un discendente di Skanderbeg che viveva in Italia, Aladro Castriota. La Sublime Porta, in considerazione della religione della maggioranza dei futuri sudditi, propose a sua volta tre principi musulmani, Burhan Eddin e Abdul Mejid, della dinastia ottomana, e il Principe d’Egitto Ahmed Fuat Pascià, discendente di Mohamed Ali e, quindi, egli stesso di origine albanese. Tutti, per qualche ragione, suscitarono le obbiezioni dell’una o dell’altra parte delle potenze o si dichiararono poco interessati ad impegnarsi in un’impresa cosi aleatoria. Gli stessi dignitari del governo provvisorio e Ismail Kemal fecero sapere a loro volta alle Potenze, ma anche a Costantinopoli, di preferire un principe europeo, quasi a sottolineare una scelta occidentale per il nuovo stato. Alla fine, sotto la pressione temporale, la decisione fu affidata all’Austro – Ungheria ed all’Italia che concordarono sul nome di un principe tedesco protestante, estraneo quindi alle querelles religiose degli albanesi, Guglielmo di Wied. La scelta fu subito nota, in realtà prima ancora dell’accettazione formale del Wied che però, già all’inizio del 1914, fece sapere a sua volta di avere scelto come capitale Durazzo. 38


Capitano nello Stato Maggiore tedesco, soldato con forte senso dell’onore e nessuna esperienza diplomatica o di governo, Guglielmo di Wied si avviò dunque verso un’avventura assai incerta che avrebbe comunque richiesto un talento eccezionale e molta fortuna. La regina Elisabetta di Romania, scrittrice ben nota sotto lo pseudonimo di “Carmen Sylva”, amava molto il nipote ed aveva indotto Re Carol a battersi attivamente perché la scelta cadesse su di lui. Scrisse sul giovane principe articoli ispirati e poetici e addirittura che “i romeni lo avevano chiamato Lohengrin quando apparve loro nell’uniforme bianca della Guardia del Corpo, con l’aquila d’argento”. La stampa italiana fu subito entusiasta del “Sovrano prescelto dall’Europa” e riprese, con commenti non meno laudativi, le descrizioni di un principe che non conosceva affatto. Gli articoli di “Carmen Sylva” ebbero il posto d’onore sulle riviste assieme alle ricostruzioni di un’adolescenza e di una giovinezza esemplari. L’Imperatore della Germania sembrava piuttosto freddo sulle qualità del cugino, tanto che si scrisse già allora che gli avesse consigliato di non accettare. La smentita fu immediata: il Kaiser gli aveva bensì esposto le difficoltà al momento della proposta, ma dopo l’accettazione nulla aveva fatto per recedere. Nelle memorie, scritte dopo gli avvenimenti d’Albania e la stessa Guerra Mondiale, Guglielmo II ribadì tuttavia non pochi dubbi sulle capacità di governo del Principe di Wied, ma si può certo notare che egli stesso non era sull’argomento il più qualificato dei giudici. 39


Con compassionevole equilibro e non poca saggezza, monsignor Fan Noli, l’ecclesiastico ortodosso che fu una figura politica importante nelle successive vicende albanesi, scrisse che il Principe di Wied poteva “essere criticato per non essere stato capace di far miracoli”. Guglielmo di Wied scrisse a sua volta un testo di memorie in cui ripetutamente lamentò che gli intrighi italiani, russi e francesi e le mene dei loro protetti, “l’immunità della Grecia per le sue macchinazioni”, ma anche la “neutralità” della Germania e dell’Inghilterra, avessero reso impossibile il suo compito e segnato il destino del breve regno. Cercò anche di spiegare la freddezza di Guglielmo II per la sua avventura albanese con il fatto che l’Imperatone “non amava l’Albania” ed era “in fondo filo greco” per l’influenza della sorella, Regina di Grecia e del cognato Re Costantino. In una lettera allo storico inglese Swire, il Principe invocò la preponderanza del contesto europeo per giustificare il marasma in cui alla fine il suo regno in Albania era stato travolto e scrisse che, quando l’intesa austro – italiana venne a mancare e il “clima di preservazione della pace cambiò in quello della preparazione della guerra”, l’intera base della missione si dissolse, ma arrivò ad affermare che “in circostanze normali né Essad Pascià né i poveri illusi ribelli di Shijak avrebbero osato opporsi alle decisioni dell’Europa”. Il 6 febbraio, autorizzato dall’Austria – Ungheria e dall’Italia, il Principe di Wied comunicò agli ambasciatori a Berlino di Russia, Gran Bretagna e Francia la propria disponibilità e il 21 febbraio accettò formalmente il trono nell’incontro con la 40


deputazione albanese che si era recata a Neuwied per offrirglielo. Dalla designazione del Principe all’accettazione della corona passarono due mesi e da questa alla partenza per Durazzo solo poche settimane, ma le turbolenze e le beghe locali non si calmarono, anzi si fecero più aspre ed in realtà anticiparono a tutti le stesse difficoltà dell’impresa. Il Principe avrebbe preferito aspettare che si chiarisse l’intricata situazione del suo regno prima di prendere possesso, ma Berchtold premeva perché partisse al più presto per l’Albania dove la situazione si complicava sempre più. Nello stesso senso si muovevano le altri capitali europee ed anche i greci che, in fondo, non vedevano con sfavore un lento impianto del nuovo regime che prevedevano lento e impacciato, mentre temevano un deciso intervento in Epiro da parte delle Potenze. I disordini continuarono ad intermittenza a Valona e ad Elbasan, come del resto nell’interno del paese. Nel Sud i greci, come abbiamo visto, facevano orecchio da mercante alle richieste della Commissione Internazionale ed alle ingiunzioni delle Potenze e mantenevano l’occupazione “dell’Epiro del Nord”. A Valona, sede del governo provvisorio, gli intrighi tra i capi albanesi erano continui, peggiorati poi dall’azione incessante degli agenti turchi che fomentavano il malcontento tra i musulmani per la nomina di un principe straniero e cristiano. La rivalità era molto forte a Valona tra il capo del governo provvisorio Ismail Kemal ed il Presidente del Senato Essad Pascià. “La torbida vigilia di un regno” intitolò Gino Berri il 41


commento editoriale “dell’Illustrazione Italiana” descrivendo senza mezzi termini i precedenti sanguinosi e gli intrighi attuali di Essad, “astuto, audace, suddito poco raccomandabile” e la risolutezza del “partito musulmano” che aveva perso la manche nella partita con le Potenze, ma che avrebbe continuato a cercare a qualunque costo di guadagnare il potere “finché vorrà Allah ed… Essad Pascià”. Lo scontro tra le due personalità scoppiò quando un tentativo di colpo di stato filo – ottomano fu sventato all’ultimo momento, ma obbligò comunque il governo provvisorio a proclamare lo stato d’assedio. Il fallito colpo di stato di Bakir Aga bey avrebbe dovuto ribaltare le decisioni di Londra e concludersi con l’offerta della corona a Izzet Pascià che era stato il ministro ottomano della Guerra ed era albanese di origine, anche se non ne parlava la lingua. Izzet negò prontamente, ma, accanto agli ovvi sospetti di manovre turche, il gioco delle accuse reciproche riprese subito dalla stampa europea additò a turno come ispiratori del complotto sia Essad che Ismail Kemal – che naturalmente smentirono indignati – ed alimentò le prime voci di rinuncia al trono da parte del Wied. Bekir fu subito processato a porte chiuse con i complici da un tribunale presieduto dal generale De Weer – al processo emersero elementi di un complotto giovane – turco e furono sequestrati documenti compromettenti, soprattutto per Essad – e fu condannato a morte. Tuttavia, la Commissione di Controllo decise di soprassedere all’esecuzione e di rimettere ogni decisione all’arrivo del Principe. 42


A Brindisi sbarcarono intanto molti albanesi che portavano notizie preoccupanti, tanto che subito si scrisse che il Wied “non avrebbe trovato sudditi” e che tutti lo avversavano per la questione religiosa o per la scelta della capitale, perché la decisione per Durazzo aveva “offeso” gli altri centri del paese. “Albania in fiamme? Gravi notizie da Valona e Brindisi. L’Italia si premunisce” intitolava il “Giornale di Sicilia” del 13–14 gennaio e “Essad assicura fedeltà all’eletto dell’Europa”. Il giorno dopo il “Corriere della Sera” pubblicò infatti un’intervista che Essad Pascià aveva rilasciato a Durazzo. Pur non smentendo i sentimenti che provava per la Turchia, il pascià cercava soprattutto di far capire al Wied che in realtà doveva il trono a lui, ma che egli stesso non disperava di diventare un giorno principe d’Albania. Un messaggio di fedeltà piuttosto strano ed un tortuoso discorso politico che il Principe forse non avrebbe capito se Essad non si fosse premurato di chiarirgliene il senso con incredibile lettera di allègiance che la stampa viennese pubblicò una settimana dopo. Il pascià assicurò al Principe che “vita sua durante o fino a che egli rinunziasse al trono, nessuna altra persona [sarebbe stata] fatta re d’Albania” e concludeva “nel caso che Sua Altezza rinunziasse o morisse, sarei io solo che potrei succedergli”. Cominciarono a percepirsi i malumori contro Wied perché la data della partenza, più volta anticipata dai giornali, slittava sempre. Apparvero i primi articoli sulla necessità che il Principe andasse al più presto a Durazzo “affinché le popolazioni [vedessero] la volontà dell’Europa rispettata”. Il 43


“Giornale di Sicilia” si disse certo che “la sua vita [sarebbe stata] triste e grama”, ma assicurò di seguirne le vicende “con ammirazione, simpatia e timore”. Alla “Zeit” di Vienna diversi potentati albanesi rilasciarono le più bizzarre dichiarazioni. Alcuni definirono il metodo adottato per la scelta del Principe “una mancanza di riguardo da parte delle Potenze”, altri previdero con accenti minacciosi che le feste per l’arrivo del Sovrano avrebbero potuto essere “turbate da fucilate […] di gioia” e precisarono che si prevedeva la partecipazione di cinquantamila albanesi “che portano sempre le armi e non si sa mai […]”. Un intervistato deplorò che il Wied non fosse ancora andato in Albania per aspettare “i milioni promessi dall’Europa”, ma che intanto “aveva spedito 500 colli e il suo medico personale per accettare le condizioni sanitarie” ed un altro infine, che il Principe “avrebbe fatto comprendere di volersi circondare solo di tedeschi e inglesi e di voler escludere dalla sua corte la vecchia aristocrazia albanese […]”. La situazione del governo provvisorio era diventata intanto insostenibile. Il 15 gennaio Ismail Kemal propose che la Commissione di Controllo assumesse il governo provvisorio. Le Potenze accettarono ringraziando molto calorosamente l’anziano patriota che partì per l’Europa dopo aver inviato a San Giuliano e Berchtold un nobile messaggio in cui li pregava di “assistere questo popolo valoroso ed infelice e difendere i suoi diritti troppo poco rispettati dai suoi nemici”. Con la partenza di Ismail Kemal e di Essad – che aveva promesso di dare le dimissioni contemporaneamente – un periodo di relativa calma avrebbe potuto instaurarsi, ma Essad 44


finse di dimettersi ( si giustificò poi dicendo che Ismail Kemal era stato in realtà destituito e che il complotto di Bekir era ancora in atto) ed anzi fece sapere che sarebbe egli stesso andato incontro al Principe di Wied, felice di potergli offrire personalmente il trono d’Albania. La Commissione a sua volta si limitò a porre come condizione che Essad desse le dimissioni prima della partenza e lo incaricò di presiedere la deputazione che avrebbe offerto la corona al Principe. Il gioco d’azzardo del pascià era riuscito. Sul terreno, gli ufficiali olandesi cominciarono ad organizzare la gendarmeria. Il maggior Thomson formò i reparti destinati all’Albania meridionale e affidò “al loro patriottismo l’indipendenza del paese”. I problemi finanziari rimasero però insoluti. In realtà, in febbraio non era stato ancora versata la prima rata del prestito di 75 milioni di franchi oro promesso dalle Potenze, tanto che l’Austro - Ungheria e l’Italia accettarono di anticipare 5 milioni ciascuna. Il principe aveva cominciato a costituire la sua Corte ed aveva programmato le visite ufficiali alle Potenze che lo avevano nominato, prima a Roma ed a Vienna, poi a Londra ed a Parigi cercando di mantenere equilibrati i rapporti con l’Austria – Ungheria e l’Italia, ma non trascurando quelli con l’intesa. A Durazzo iniziarono subito i lavori di restauro di un palazzotto un po’ sconquassato destinato a diventare la reggia del Principe d’Albania. Da Berlino arrivarono suppellettili e mobili inviati dal Wied, da Vienna i restauratori. Dovettero arrivare a Durazzo anche “sedici cavalli da maneggio e i tre costumi rossi da caccia” su cui, dopo la fine del regno, ironizzò “l’Illustrazione Italiana” che però aveva 45


salutato il Principe all’arrivo a Roma come “personaggio di grande distinzione, di gusti raffinatissimi e magnifico signore” e aveva dedicato addirittura la copertina al suo ritratto con San Giuliano. Accolto con commenti di simpatia e con un certo trionfalismo perché “nella formazione dello nuovo Stato aveva prevalso la politica italiana”, Guglielmo di Wied arrivò infatti a Roma il 10 febbraio a ricevere dal re d’Italia “una specie di investitura morale”. Il Principe incontrò Vittorio Emanuele III che gli conferì il collare di San Maurizio e Lazzaro, visitò il Presidente del Consiglio Giolitti ed ebbe un lungo colloquio con San Giuliano. Il “Giornale d’Italia” sottolineò che non si trattava “di semplici visite protocollari, ma di veri e propri convegni d’affari dai quali [il Wied] trarrà norma per regolarsi nell’ardua opera di governo, attraverso mille difficoltà che deriveranno, non soltanto dalle condizioni interne dell’Albania, ma anche dalla situazione diplomatica, richiedente uno squisito senso di equilibrio” e auspicò con tono di avvertimento che il Principe di Wied avesse compreso che “la strada per Durazzo passa per Roma e per Vienna […]”. “La Tribuna”, più ottimista, scrisse invece: “L’Albania dopo le convulsioni partigiane di Valona e Durazzo […] si è tranquillizzata in un’intesa pienamente fiduciosa del sovrano che le Potenze hanno scelto. Il Principe di Wied ha oggi intorno a sé i migliori elementi del nuovo Stato. Vi è una concordia che poteva sembrare perfino incredibile”. Tutto sembrava pronto per la grande avventura. Il diavolo, però, come si dice, si nasconde sempre nei dettagli e non tarda a 46


manifestarsi. In particolare quando i nervi tutt’attorno sono a fior di pelle. All’indomani di questi commenti ottimisti si apprese che, dopo le visite nelle capitali della Triplice e dopo essere tornato a Neuwied per accettare la corona, il Principe sarebbe partito per Durazzo con lo yacht della marina da guerra austriaca “Taurus”, specialmente allestito per il viaggio e scortato dalla squadra navale internazionale, imbarcandosi a Trieste. Ma una tradizione “mai violata dal 1866” (l’anno della battaglia di Lissa) voleva che nessuna nave da guerra italiana visitasse Trieste. Il capitano Castoldi – l’ufficiale italiano “comandato presso il ministero degli Esteri per missioni diplomatiche” che non il diplomatico austriaco Buchberger formava il gabinetto politico del Principe – si affrettò a minimizzare il caso e a sottolineare soprattutto l’esigenza della collaborazione italo – austriaca e la sincerità dei rapporti tra le due capitali. Tuttavia, il fermento politico suscitato a Trieste ed a Roma della notizia fu tale che il ministero della Marina annunciò che l’incrociatore “Quarto”, designato a scortare il Principe, sarebbe rimasto in Adriatico ed avrebbe raggiunto la “Taurus” in alto mare. Il 12 febbraio Essad partì dall’Albania per la sua missione solenne dopo aver pronunciato un discorso inneggiante al Principe. Il giorno successivo – tre giorni dopo la visita romana di Wied – il pascià, senza batter ciglio, dichiarò a Roma ai giornalisti che “solo pochi turbolenti avevano potuto per un momento far credere all’Europa che in Albania esistessero vere e proprie scissioni” e professò orgoglio e gratitudine per la missione di cui si era fatto incaricare aggiungendo: “la delegazione che io presiedo è la prima manifestazione di 47


coscienza collettiva che il popolo albanese abbia offerto dai tempi di Skanderbeg”. A Colonia la deputazione albanese fece tappa per definire il protocollo della cerimonia di offerta della corona. Sorse un piccolo problema formale: Essad avrebbe letto al Principe il suo indirizzo in albanese e lo avrebbe chiamato Mbret (sire, principe, re o sovrano), ma quale titolo sarebbe stato usato nella traduzione francese che avrebbe consegnato al Mbret, quello di principe o di re d’Albania? Intanto, le corone che il gioielliere Dopler aveva disegnato - “due cerchi d’oro tempestati di turchesi” – non sarebbero state sormontate dalla croce né dalla mezzaluna, ma da un terzo e più neutrale simbolo della stella. Il 21 febbraio Neuwied, cittadina della Prussia renana decorata a festa con un arco di trionfo dinanzi al castello dei Wied, accolse la deputazione albanese che si presentò in abito nero e cilindro ricevuta dal maresciallo di Corte. Il Principe salutò Essad Pascià che pronunciò il discorso con cui lo pregava di accettare la corona dell’Albania “libera e indipendente, costretta a combattere tenacemente per la sua indipendenza, ma che non aveva mai dimenticato il suo passato glorioso ed i suoi convincimenti e aveva saputo mantenere lo spirito nazionale e la lingua dei padri”. Essad assicurò al Principe che “gli albanesi sarebbero stati senza eccezione fedeli sudditi di Vostra Altezza e costantemente pronti ad aiutare i suoi sforzi per condurre l’Albania verso un avvenire prospero e glorioso” e concluse con il rituale “Viva il Mbret d’Albania”. Guglielmo di Wied rispose in tedesco accettando il trono “del paese che dopo combattimenti e difficoltà numerose aveva 48


riconquistato in fine la libertà” ed assicurò tutto il suo impegno per il benessere del popolo albanese . il Principe non nascose le esitazioni che aveva avuto, consapevole delle grandi difficoltà e delle responsabilità connesse, ma concluse accogliendo l’assicurazione della fedeltà e dell’appoggio di tutti gli albanesi. Nello stesso tempo, sulla via del ritorno di Durazzo, Essad Pascià si fermò a Vienna dove il 1° marzo, con lo stesso rituale di Roma, fu ricevuto dal vecchio Imperatore e da Berchtold il quale gli rimise la Croce dell’ordine di Francesco Giuseppe. Particolare curioso, ma non inutile per far capire la concorrenza austro – italiana, lo stesso giorno l’ambasciatore Avarna invitò Essad in Ambasciata e gli consegnò le insegne di Cavaliere della Corona d’Italia. In Albania intanto la confusione cresceva. Una dimostrazione patriottica ortodossa a favore del Wied fu organizzata a Durazzo dove, dal canto suo, il muftì dei musulmani tenne un discorso inneggiante all’unione degli albanesi senza distinzione di religione. Contemporaneamente, però, Zographos telegrafò da Corfù alla Commissione di controllo che “un’assemblea degli epiroti” tenuta ad Argirocastro aveva deliberato di non riconoscere la sovranità albanese e di considerare atto ostile l’ingresso di truppe albanesi in “Epiro”. Sulla via di Durazzo, il Principe fu accolto festosamente a Trieste il 5 marzo non solo dalle autorità austriache, ma dai dignitari cattolici albanesi legati all’Austria, l’arcivescovo Bianchi, il canonico della capitale ed il potente monsignor Caciorri (Kaçori). Dopo l’imbarco sulla “Taurus” che batteva la bandiera albanese ed una visita al castello di Miramare 49


salutato dalle salve di cannone di rito il Principe con la consorte ed il seguito prese il mare con la scorta navale internazionale alla quale poi si aggiunsero le navi italiane con alla testa l’incrociatore “Quarto”. Preceduti da un discorso di Essad, il 7 marzo 1914 i sovrani infine sbarcarono a Durazzo imbandierata e inghirlandata, festeggiati dalle salve di cannone delle navi da guerra e della batteria della capitale, accompagnati da due battaglioni d’onore, uno italiano ed uno austriaco, accolti dal prefetto della città, dal generale De Weer che comandava la gendarmeria e dai dignitari albanesi, mentre la banda suonava l’inno nazionale composto dal maestro italiano Nardella e le delegazioni di benvenuto offrivano fiori alla principessa. Entusiastiche manifestazioni riempirono la città dove, accanto alle delegazioni straniere, si schierarono le deputazioni di ogni parte del paese, delle province “non ancora libere” e delle colonie albanesi all’estero e degli arbëresh italiani per manifestare omaggio e fedeltà al Mbret d’Albania. All’arrivo, il Principe rilasciò una dichiarazione che apparirebbe sorprendente – ed è infatti un ossimoro quasi ubuesque – qualora non si collocassimo nel tempo e nell’atmosfera: “Sarà un regime il mio né assoluto né costituzionale: la mia volontà entrerà direttamente nell’organizzazione dello Stato, ma il paese vi avrà i suoi interpreti mercé l’azione di un Senato eletto metà da me e metà dal popolo”. Come che fosse, le feste per l’arrivo del sovrano durarono una settimana e si conclusero il 16 nella cattedrale ortodossa alla presenza dell’arcivescovo cattolico di Scutari, monsignor 50


Sereggi (Serreqi) e dell’abate dei mirditi con un solenne Te Deum in onore del Principe che indossò per l’occasione l’uniforme azzurra di generale albanese, “Accompagnato dalla Principessa, in abito viola”. Forse anche per smentire le dicerie della vigilia, l’imperatore Guglielmo II fece sapere agli albanesi in un proclama “che ci attendiamo che tutti voi accorriate attorno al vostro re e lavoriate con noi per il compimento delle aspirazioni nazionali”. Il Principe d’Albania formò subito il suo governo. Turkhan Pascià Pëmeti, anziano ambasciatore ottomano, fu il primo Presidente del consiglio e ministro degli Esteri dell’Albania indipendente ed Essad Pascià Toptani fu nominato generale, ministro della Guerra e, dopo poco, anche dell’Interno come responsabile della sicurezza nazionale. Mufid bey Libohova ricoprì l’incarico di ministro della Giustizia e degli Affari Religiosi. Anche l’organizzazione della Corte prese forma. Oltre a Trotha, ne fecero parte Castoldi e Buchberger, consiglieri del principe ed il segretario particolare, l’inglese D. Eaton Armstrong. Tre albanesi completavano la piccola struttura, il ciambellano Sami bey Vrioni e due aiutanti di campo, Ekrem bey Libohova e Selim bey Vassa. Il Wied iniziò però il regno con una decisione poco felice e , appena formato il governo, rimandò a Valona la Commissione Internazionale di Controllo che avrebbe dovuto assisterlo secondo le decisioni di Londra e soprintendere all’amministrazione civile ed alle finanze e, soprattutto, 51


avrebbe potuto essere un buon alleato presso le capitali delle Potenze. La vita del nuovo regno cominciò comunque con avvenimenti che, nelle immagini delle fotografie e nelle descrizioni dei giornali, ricordano vivamente la vita sociale delle colonie europee nel Mediterraneo ottomano: ricevimenti, caffè all’aperto, tennis, ufficiali e signore eleganti. La turbolenta realtà albanese però incalzava. Una delle prime leggi che istituiva il servizio militare destò immediatamente inquietudine, specie tra i montanari che ne erano esenti, mentre l’instabilità interna era già in agguato e si manifestò quasi subito. L’innesco fu l’occupazione greca nel Sud. Reparti di “volontari epiroti” attaccarono la gendarmeria che a sua volta sembrò tenere bene il campo anche con l’aiuto di rinforzi inviati dal Nord da Bib Doda, il “principe” dei mirditi. Cominciarono ad arrivare profughi musulmani da Tepelena e Argirocastro. Korcia fu soccorsa dal governatore di Elbasan. Ad Argirocastro la gendarmeria intervene per circondare il quartiere degli “epiroti”, ma su trovò ad affrontare truppe regolari greche comandate dal generale Papoulias. La violazione greca era chiara ed il Principe protestò con i governi europei. Prese anche in considerazione una spedizione armata, sembra istigato dal bellicoso Essad che dichiarò di voler marciare in Epiro con venticinquemila uomini. La Commissione Internazionale, incaricata dalle Potenze e sorretta dalle intese italo – austriache di Abbazia, proseguì le trattative e concluse il 17 maggio con le autorità greche, presenti gli “epiroti” di Zographos, le “disposizioni” di Corfù 52


da sottoporre alle capitali europee che ne avrebbero dovuto garantire l’attuazione. L’approvazione intervenne in realtà solo il 2 luglio. Le “disposizioni” confermarono la necessità della completa evacuazione greca, ma gli “epiroti” ottennero una notevole misura di autonomia che comprendeva in anzitutto la riconversione delle loro bande armate in una gendarmeria locale da impiegare solo nei distretti di Korcia ed Argirocastro, composta dei volontari che erano già sotto le armi, comandati però da ufficiali olandesi. Nei due distretti il governo albanese avrebbe nominato governatori cristiani che sarebbero stati affiancati da consigli eletti a suffragio universale. La completa libertà religiosa venne assicurata, la lingua greca sarebbe stata insegnata nelle scuole primarie e ammessa nell’amministrazione e nella giustizia. La crisi nell’Epiro aveva una maggiore connotazione internazionale e quindi mise in ombra i contemporanei gravi fatti che si produssero nel Kosovo annesso dalla Serbia e nei territori del Nord toccati a Montenegro. Serbi e montenegrini cominciarono a metà aprile, ad occupare i territori loro assegnati, ma incontrarono una forte resistenza. Gli albanesi chiesero subito, come i turchi, l’istruzione nella loro lingua che il governo di Belgrado rifiutò imponendo invece il serbo. La conseguente sollevazione fu seguita da attacchi serbi che causarono la distruzione di mille case albanesi e l’uccisione di parecchie centinaia di donne e bambini. I montenegrini cominciarono ad occupare a loro volta i territori toccati a loro, anche qui con movimenti di truppe, profughi albanesi e case 53


bruciate, tanto che il colonnello inglese Phillips, comandante del Presidio Militare Internazionale a Scutari, inviò 600 soldati internazionali comandati da un maggiore tedesco allo scopo di assicurare un minimo di ordine al confine.

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L’origine degli Albanesi Di George Fred Williams Se diamo uno sguardo al periodo precedente a quello in cui i rapsodi omerici cantavano i loro dei e i loro eroi mitologici, prima ancora che la lingua greca venisse scritta, scopriamo che a quel tempo viveva un popolo conosciuto con il nome di Pelasgi. A loro Erodoto attribuisce vicende antecedenti la civiltà greca. Le costruzioni di pietra grezza davanti al Panteon di Atene anche oggi vengono attribuite ai Pelasgi. Essi costruirono enormi mura che vengono denominate “ciclopiche”, sulle quali il dott. Pocock si è espresso affermando che esse furono erette molto prima dell’epoca dei Greci di Omero. I discendenti diretti di questo popolo preistorico sono gli Albanesi. Soltanto in tempi recenti si è capito che i Pelasgi erano da identificarsi con gli Illiri, cioè il primo ceppo indoeuropeo, l’impero dei quali era esteso dall’Asia Minore al Mar Adriatico, fino a nord del Danubio. La loro origine è stata confermata dagli studi di professori come Max Müller e August Friedrich Pott. Gli Illiri che vivono ancora in Albania, conosciuti sotto il nome di Toski, sono giunti anche in Italia e sono noti come Etruschi. È inutile cercare l’etimologia dei nomi degli dei della Grecia basandosi sull’idioma attualmente parlato in quella nazione: il loro significato è molto chiaro nella lingua albanese. Per esempio, Caos è lo spazio; Erebus, il figlio di Caos, significa buio, crepuscolo; Zeus, (Za, Zee, Zoot-Zot) voce, fulmine; Atene, colei che disse; Nemesis (senza il suffisso greco is ) 55


maledire, chiamata del diavolo; Musa, colei che insegna; Afrodite, vicino al giorno (all’alba), ecc. Quando un giorno la comunità storico-letteraria approfondirà la lingua albanese, e quando avrà studiato a fondo i miti e le leggende di quella terra, allora le opere di Omero saranno viste con un occhio diverso, e la storia avrà bisogno di essere corretta. Erodoto non sapeva che i nomi degli eroi omerici avevano significato soltanto nella lingua pelasgica, così come gli studiosi di oggi ancora non sono consci che quei nomi e gli echi della lingua pelasgica continuano a conservarsi nel linguaggio albanese. Anche lo stesso nome di Omero si spiega tramite la lingua albanese: I-mirë, che nella forma greca I-miros potrebbe tradursi con “bella poesia”. Il lessico albanese ci spiega i nomi di Agamennone (in albanese Ai-që-menon) “colui che pensa”, Ajax (Gjaks) “sanguinario”, Priamo (Bir-i-amës) con il significato di “figlio della terra”, l’appellativo di Ulisse, Odisseo, (Udhësi) “il viaggiatore”, “colui che viaggia”, e di tanti altri che potremmo aggiungere a questa lista. Per questo motivo non ci deve sembrare strano che chi ha studiato l’albanese sia convinto che sia proprio questa la lingua originale di Omero, e che i Greci abbiano copiato dai rapsodi pelasgi la loro epopea. Dunque, affermiamo che gli Albanesi vivono nella terra dei loro antenati e ne parlano la lingua. Ancora prima che la tribù degli Elleni facesse la sua comparsa sulle montagne della Tessaglia, Scutari, la principale città dell’Albania del nord, era senza ombra di dubbio la capitale del grandioso impero illirico. L’albanese fu la lingua madre di Alessandro il Grande, che invase tutto il mondo allora conosciuto, e di Pirro, re dell'Epiro, 56


uno dei più grandi generali che la storia abbia conosciuto e l’ultimo baluardo contro gli eserciti romani. È una tragedia senza precedenti che questa razza così importante e gloriosa nel passato, oggi sia ridotta in uno stato che può essere definito come il grande scandalo della civiltà europea. Non è per niente strano che l’invasore ottomano avesse proibito qualsiasi tipo di scavo nella terra albanese, perché c’era il rischio per gli Ottomani che questo popolo potesse prendere coscienza della sua gloria passata.

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Gli Hittiti sono Troiani e quindi Illiro – Albanesi Di Giuseppe Catapano Durante le mie 26 peregrinazioni, rivolte in tutte le direzioni, alla ricerca di prove a sostegno della mia tesi sugli Illiri preistorici e storici – che ho sempre considerato della stessa FARË (stirpe) ETRUSCA-TROIANA-HITTITA HITTITA - mi capitò fra le mani la voluminosa opera di Marcel Cohén (“La Grande Invention de l’Écriture et son evolution”, Imprimerie Nationale Paris 1958), che, a dispetto delle 700 pagine dei due volumi e delle 95 tavole illustrative dei vari geroglifici, alfabeti, ecc.., lessi e studiai in pochissimi giorni, con l’entusiasmo del neofita. Tra i geroglifici hittiti, uno attirò soprattutto la mia attenzione: il segno della vita immortale, il (n)ëngj,, il simbolo della VITA, identico a quello ricorrente nell’antichissimo Egitto: Z Lo riporto in fotocopia dalle tavole del summenzionato Cohén:

Planche 32 HÈROLGLYPHES HITTITES CHOIX D’IDÈOGRAMMES

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È riferito all’autore del pezzo e cioè a G. Catapano.

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Ai tempi della mia giovinezza visitando il grande Egitto, sui monumenti di Merenptah e di Ramsete III (seppi solo più tardi, studiando Manetone ed altri autori antichi, che questi sovrani non erano di sangue reale e neppure egiziani, ma ertuschiertuschi troiano-hittiti: hittiti: zotra (visir) stranieri, provenienti dalla casta militare), trovai i nomi:

TURSHA e TURUSHA, che evidentemente sono il corrispondente di Etruria ; il Tusci latino, con metatesi e protesi di una e: E-trusi, Etruria (s e non sh come sarebbe corretto, poiché trush è l’ablativo di tru (in albanese cervello), ed Etruschi significa appunto, gente di cervello). ). Troverete identico riferimento anche nello “Etrusher”” del prof. Körte, in “Real Encyclopädie Pauly”, Wissowa, Berlino…. Questi due sovrani, che governano – sembra con il titolo di LARTHES – l’Egitto (come l’antenato Seti I, fondatore della XIX dinastia ) considerarono sempre fratelli gli Hittiti, Hittiti e tali si dimostrarono in ogni occasione. Il primo era il figlio del Grande Ramsete II; l’altro il nipote, l’ultimo veramente grande sovrano d’Egitto – emulo del nonno in tutto, tut che governò saggiamente eroicamente e gloriosamente l’Egitto. Esisteva fra questo grande Paese e gli Hittiti un patto di amicizia, stipulato nell’anno XXII di Ramsete II il Grande: il primo patto storico di non aggressione che si conosca; siamo nell’anno 1268 a.C. Recita così:

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“Se un nemico assale il grande Sovrano d’Egitto e quindi manda a dire al Grande Capo di Khatti (= sovrano degli Hittiti): “Vieni ad aiutarmi contro di lui”, il Grande Capo di Khatti (Khatti si legge “gjatë” e in albanese significa “esteso in lunghezza”; infatti il grande impero hittita si estendeva dall’Anatolia alla Palestina e all’Assiria, N.d.R) verrà ed ucciderà il suo nemico”. E viceversa. Federico A. Arborio Mella, ne “L’Egitto dei Faraoni”, Mursia Editore, Milano, al riguardo ci fa sapere: “È il primo trattato di estradizione; però il profugo, una volta rimpatriato, non può essere punito”. Ciò significa che il codice di diritto internazionale degli antichi era certamente più evoluto e umano di quello dei moderni, i quali non si preoccupano certo della sorte dell’estradato. Lo stesso Abramo (2168 a.C.) lasciando, per fame, UR (Caldea) - (Ur-i = fame, nella lingua illirica e nell’albanese) emigrò ad Hebron, a sud di Gerusalemme, territorio allora storicamente hittita. Qui morì Sara, sua moglie, all’età di 187 anni secondo la Bibbia; e qui, dopo averla pianta, decise di seppellirla. E Johannes Lebmann, nel suo prestigioso trattato “Gli Ittiti” (Garzanti, Milano 1977), fa acutamente osservare: “Ma siccome la terra non era sua, bensì degli Ittiti, si dovette contrattare. Il Patriarca si presenta umilmente a chiedere di comprare un luogo di sepoltura; gli Ittiti, magnanimi, glielo vogliono regalare, ma egli insiste per pagare con regolare contratto”. Si comportò con la mentalità ebraica di sempre: pagare a basso costo, ma pagare, per stabilire il regolare diritto di possesso, 60


come hanno fatto i suoi discendenti, i moderni Israeliani, con le terre degli Arabi. Insisto in queste citazioni che sono di appoggio alla mia tesi: “GLI HITTITI SONO TROIANI (e quindi Illiro - Albanesi, come si evince dallo studio attento di Livio e Virgilio, N.d.R.) e i TROIANI SONO ETRUSCHI”. L’origine di questa nobilissima prosapia dei FIGLI DELL’AQUILA ossia della LUCE, è remotissima, riportabile, con documenti filologici, filosofici, etnografici, almeno ad oltre 12.000 anni fa. Ed io, quindi ho ben donde quando affermo, nella relazione della mia teoria, che l’Illiria storica è l’ultima derivazione dell’immensa corrente borea-illirica; corrente impetuosa, salutare, che, nell’età della pietra, muovendo dal Caucaso, si diffuse oltre l’Anatolia, nella Mesopotamia, nella Palestina, nell’Assiria, deviando in Egitto e in Italia i rivi più puri. Io ho trovato il “polline” indistruttibile ( anche in botanica il polline è indistruttibile) dell’albero gigantesco e robusto illiroittita-troiano-etrusco, in Turchia, nell’Iran, nell’India, oltre che negli altri paesi già menzionati, con i rami più progrediti nella scienza, nell’arte, nella filosofia e nell’esoterismo, soprattutto in Italia e in Egitto, da dove Thot ha sparso in tutto il mondo la luce del sapere, immutabile perché è veramente tale.

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Deucalione Di Giuseppe Crispi Atlante e Deucalione furono i primi che fondarono colonie e dominarono in Grecia. Cecrope fondò Atene, che da lui fu detta Cecropia. Vi furono Codio, Cotlìos e Drymas, i cui nomi sono di origine frigia, come ampiamente riconosciuto. Ora Atlas, in lingua albanese, significa padre decrepito: al (da cui in Omero abbiamo αττα - atta, “padre”) e lascio – losc, “decrepito”, da cui deriva dunque atlasc, atlosc. Atlante fu anche chiamato Henoch “lunare”, nome derivato da hën “luna”. Inoltre fu detto hanach, che in albanese vuol dire “torquato”, “collana”, proprio come i Latini da torques, “collana”, diedero il nome a Torquato. I discendenti di Atlante, essendo i progenitori di Cadmo, vennero denominati Crysopelechi, voce greco-barbara 27 , che significa “aurei antichi”: pellechët infatti vuol dire “vecchi”, “antichi”, e χρυσοί (crisoi) “aurei”. Cecrope, recatosi nella sterile Attica, scoprì che gli abitanti vivevano in caverne, per cui fu chiamato, con un termine frigio-albanese, ghien-crop “trova-cave”, o “fosse”: crop, infatti, vuol dire “caverna” o “fossa”, da cui derivò il greco κρύπτα (cripta) “grotta”, e κρύπτω (cripto) “nascondo”. Deucalione istituì il rito di bollire in grandi pentole legumi, per distribuirli ai poveri in onor di Bacco; e quelle pentole erano dette cutri dal greco κύτροι (kitri). In lingua albanese coth 27

Greco-barbara, cioè non greca.

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vuol dire “pignatta”; dal cui significato Cothos prese il suo nome; o semplicemente dal termine “vaso”, o perché si volle alludere al suddetto rito delle sacre pentole di Bacco. Codros significa “pane”, giacché in albanese codr vuol dire “pane”, o piuttosto “biscotto”. Ma, se invece di Codros volessimo leggere Cordos, il termine significherebbe “spada”, o “scimitarra”, poiché cord in albanese questo vuol dire: denominazione appropriata ad un gran guerriero quale fu Codro. Se poi si volesse sapere l'etimologia del nome di Deucalione, lo si riscontrerà ugualmente nella lingua albanese. Dè significa “terra”, pronunciata in dialetto eolico invece di γά (ga), in quanto l’originario γή (ghe), cambiando la η in α, diventa γά, e trasformandosi poi il γ in δ, si ottiene δά (dha), parola usata anche dai Dori nel loro dialetto: e câ lën vuol dire “ha lasciato”. Dunque Deucalione significa “ha lasciato la terra”, alludendo al mito per cui Deucalione, lasciata la terra, che stava per essere sommersa dal diluvio, si salvò su un'arca, la quale poi approdò sulle montagne dell'Attica. Drymas, o piuttosto Drymath, “grande vite” od “albero”, potrebbe significare “grande come un albero”, o “rigoglioso come una vite”. Il nome del frigio Pelops è composto da due termini: pelë, “cavalla” e lops, “vacche”, per denotare le ricchezze di Pelope, che consistevano in cavalle e in vacche, poiché le maggiori sostanze degli antichi furono costituite dal bestiame, come anche per i patriarchi. Il nome di Priamo, molto simile a Pariamo, proviene da par, che vuol dire “primo”, voce analoga al παρά (para) greco 63


“davanti”, a denotare un “prevosto”, od un “sovrano”: e da questa stessa parola i Latini fecero discendere il loro primus, simile a parimus. Paride deriva da un vezzeggiativo albanese, cioè parìthi, che si potrebbe tradurre con “il piccolo primo”, o il “piccolo principe”, per rappresentare il figliuolo d'un re, come Omero descriveva Alessandro (questo è il nome originario di Paride) “dal divino aspetto”, cioè θεοειδής (theoidis), per grazia e per bellezza.

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Elena, Ettore ed altri: origine dei nomi Di Giuseppe Crispi E qual è mai il significato del nome della famosa Elena? Non si riscontra in greco, ma in albanese esiste proprio un termine adatto ad una donna così, a cui stava bene il nome di elëna, cioè di una pazza, o forsennata o, come meglio si direbbe in francese, fole, folâtre. La bella Elena, che supponiamo essere stata anche spiritosa, doveva essere priva di quella avvedutezza di una saggia matrona, la quale, avendo in casa il marito, non si lascia sedurre da impudenti cicisbei. Eleno, l'indovino Eleno ha, nella etimologia del suo nome, un significato simile, alludendo all'uscire fuori di se stesso proprio di colui che è dotato di spirito profetico; come se si dicesse furibondo, simile alla Pitonessa, la quale, furore repleta, prediceva il futuro. La correttezza della etimologia è confermata ancora meglio dal fatto che i nomi Elena ed Eleno hanno lo 'spirito aspro' davanti alla ε iniziale, suono che è ancora presente nei termini albanesi ëlën 'pazzo - maschile' ed, elën 'pazza - femminile', poiché si pronunciano come se vi fosse una aspirazione delle vocali: hëlën, helën. Chi sa se i vocaboli fello, folle non siano derivati da ello, olle, a cui veniva preposta la f che fa le veci del digamma eolico, la cui forma era di una F, e come tale veniva pronunciata? Per altro si sa che davanti alla ε di Elena si scriveva il digamma, e si pronunciava Fελένα (Felena). 65


La stessa considerazione si può fare sul nome di Lino, maestro di Orfeo che a mio giudizio, con una piccola modifica, potrebbe derivare dal nome Eleno. Nome simile a quello di Eleno ebbe Oleno, antichissimo poeta di inni, forse anteriore ad Orfeo. Si sa che i primi poeti o furono o vennero ritenuti pieni dello spirito di Apollo, per cui Oleno ebbe il nome di furibondo poiché i Greci definivano l'ispirazione poetica come entusiasmo, ed anche mania. La poesia greca, dice uno studioso*, è stata trasmessa, in origine, dallo spirito di Apollo sia in Femonoe che in Oleno. Riflette Malte-Brun che nelle radici della lingua albanese si rileva chiaramente l'analogia con la lingua eolica (e) allorché si applicano ad esse il digamma o la metatesi della lettera r o gli altri cambiamenti di lettere che erano in uso fra gli Eoli. Se applichiamo questa osservazione al nome di Ettore, notiamo che ha un significato analogo a quello che gli viene dato da Omero: uccisore d'uomini. In albanese vrectoar vuol dire uccisore. Se si antepone alla ε il digamma, ne risulta ve, poiché il digamma si pronunciava anche come la consonante v (la w dell’inglese, N.d.T.) raddoppiata. Se si considera la lettera r, si ricaverà vrector dal verbo vraam uccidere. Lo stesso Malte-Brun riconosce l'uso del digamma nella parola vraam, che è il ραειν (rain), infinito di ράω (rao), corrumpo, destruo. Per cui non è arbitrario il significato frìgio-albanese di Ettore, e soprattutto perché la ε di ‛Eκτωρ ammette lo spirito aspro. * Patrici. “Della Poetica”.

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Giuseppe Crispi sulla lingua macedone Di Giuseppe Crispi Racconta Plutarco 28 che Clito, una volta, in un banchetto a Babilonia, ebbe un diverbio con Alessandro il quale, adirato, percosse quel generale scagliandogli addosso una delle mele poste a tavola; poi, cercando impetuosamente la spada per ferirlo, chiamò alle armi, col linguaggio macedonico, gli armati di targhe. Il che era il segnale di un avvenimento pericoloso. Si tenga presente, infatti, che i Macedoni utilizzavano la propria lingua madre nel momento culminante di un evento straordinario, allorché essi volevano l'aiuto dei più fidi guerrieri della nazione, per non essere compresi dagli stranieri. Il Curzio riporta che Alessandro interrogò Filota, il quale doveva difendersi da un'accusa di tradimento, offrendogli la possibilità di scagionarsi parlando nella sua lingua al cospetto dell'esercito composto di Greci, di Macedoni e di Illirici. Filota rispose: “Oltre ai Macedoni qui ci sono soldati di diverse nazioni i quali, credo, mi capiranno più facilmente se userò quella stessa lingua di cui tu stesso ti sei servito, avendola tu adoperata proprio perché fosse compresa dalla maggior parte dei presenti. E sebbene, come fa notare il Crofìo29, Curzio non indichi in quale linguaggio Alessandro avesse parlato in quella occasione, è tuttavia verosimile che, per essere capito da tutti i 28 29

Vita Alex. Joh. Bapt. Crophii, antiqui. Maced. Lib. 2. Cap. 5 apud Jacob. Gronov. Vol. 6.

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Greci, e non dai soli Macedoni, avesse fatto uso della lingua greca. Stando al racconto di Plutarco, Neottolemo riferì ad Eumene che i Macedoni desideravano fortemente Cratero come re, tanto che, al solo vederne la causia, e all'udirne la parola, sarebbero impetuosamente passati in armi dalla sua parte. Appreso ciò Eumene, comportandosi da uomo scaltro, fece sì che nel suo esercito non venisse mai pronunciato il nome del generale contro cui si doveva combattere. Il che gli valse la lode suprema del celebre biografo greco. Vero è che la parola τήν φωνήν (tin fonin), che usa Plutarco, significherebbe la voce; nondimeno, da tutto il contesto, si ricava il termine che debba tradursi piuttosto con linguaggio, alludendo proprio all'idioma macedonico. Ma si tralasci pure questo episodio, che potrebbe prestarsi a qualche equivoco, e si prenda in esame l'altro più chiaro, che si legge nella stessa vita di Eumene. Questo generale era stato colpito da una grave malattia. Il suo esercito, scoraggiato, non voleva affrontare il nemico. Saputo ciò, Eumene si fece portare in lettiga; non appena il condottiero fu visto affacciarne la testa, venne salutato in lingua macedonica dai Macedoni che, innalzando gli scudi e battendo a terra le aste, emisero grida di giubilo per la presenza del generale, e provocarono a battaglia il nemico. In Ateneo, riguardo alla lingua macedonica, si legge: Ho conosciuto, dice Cinulco, parecchi Ateniesi, i quali, avendo conversato coi Macedoni, non rinunciano ad usare parole ed espressioni macedoniche. E Strabone, enumerando i popoli soggetti ai Macedoni, afferma che non pochi di loro parlavano 68


due lingue, cioè la macedonica e la greca; e che i Macedoni, gli Epiroti, ed altre popolazioni di quella regione si assomigliavano nell'uso della tosatura, nel linguaggio, nella clamide, e per altre simili usanze. Sappiamo da Plutarco che Alessandro si serviva di Efistione per dare ai Barbari comunicazioni ufficiali, e che Cratero rispettava con estremo puntiglio la procedura nazionale sia per comunicare coi Greci sia coi Macedoni. Dal testo appare in modo evidente la distinzione che fa Plutarco tra gli Elléni e i Macedoni: τοίς Ελλησι και Μακεδόσι (tis elisi ke tis makedosi); distinzione ancor più marcata se si parla di Cratero, descritto come un uomo zelante nelle cose patrie, cioè macedoniche, tra le quali c'è l'amore per la lingua. A ragione, perciò, il Crofio e il Wolfgangio conclusero che la lingua dei Macedoni fosse diversa dalle altre della Grecia. Né si può dire che questa diversità consistesse soltanto in una dissociazione dialettale, come per esempio differivano tra loro i dialetti attico, dorico, ionico ed eolico, che in fondo formavano la lingua greca, compresa da tutti quanti gli Elléni, per il fatto che il macedonico, come di sopra è stato dimostrato, non era capito dalla gente ellenica; e poi i Macedoni costituivano una etnia distinta del tutto dai Greci. Il che non è difficile desumere da palesi argomenti. Alessandro, rivolgendosi al cardiano Seuodoco e ad Artemio di Colofone, adirato disse, inveendo contro Clito: “Non vi sembra che gli Elleni trattino con superbia i Macedoni, come se fossero semidei tra bestie?” I Greci autentici erano fieri della propria cultura, e consideravano barbari i Macedoni, tuttavia non è documentato che, per esempio, gli Ateniesi abbiano 69


definito barbari i Peloponnesiaci, quantunque questi fossero di origine dorica, o i Tebani, o i Locresi, o quelli della Eubéa e via dicendo, perché tutti costoro, sebbene avessero differenti dialetti, venivano comunque denominati Greci. Al contrario Demostene, nelle arringhe contro Filippo, e precisamente nella III, chiama più che barbaro quel re il quale non solo, dice l'oratore, non è affatto Greco, e con i Greci non ha nulla in comune, ma neanche è di quei barbari che hanno una certa fama. Eppure Demostene sapeva bene che Filippo discendeva dagli Eraclidi; infatti, Plutarco riferisce come dato certo che gli antenati di Alessandro fossero gli Eraclidi tramite Carano per parte di padre, e dal lato della madre egli originasse dagli Eacidi da Neottolemo; eppure, all'oratore greco bastò la sola connotazione di Macedone per dileggiare in quel modo il sovrano della Macedonia, dove riteneva che permanessero gli antichi barbari con la loro arretrata cultura, mentre nell’Ellade il progresso aveva, a suo dire, allontanato i barbari ed il loro linguaggio. Se qualche volta i Macedoni nell'antichità vengono accomunati con i Greci ciò accade perché, vista la loro potenza militare, specialmente dai tempi di Alessandro in poi, anche in Macedonia fu introdotto il culto del grecismo, e i Greci stessi cominciarono a vantarsi dell'Impero macedone, guardandolo come se fosse loro, tanto che Demarato di Corinto, familiare di Alessandro, vedendolo assiso sul trono di Dario sotto il baldacchino dorato, pianse di tenerezza, come fanno i vecchi, e disse che quei Greci che erano morti prima si erano persi lo spettacolo di vedere 'Alessandro seduto sul trono di Dario'. Non può esserci alcun dubbio, dunque, che la Macedonia sia del tutto diversa dalla Grecia, e che abbia avuto una lingua tutta 70


sua, una lingua primitiva e barbara, legata al frigio ed al pelasgico, che secondo tutte le prove da noi addotte è l’attuale l'albanese, che ben si lega con l'antico macedone.

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La morte di Skanderbeg Di Marin Barlezio Si narra che Skanderbeg si trovasse ad Alessio e lì fu colto da una febbre altissima. La malattia peggiorava ogni giorno di più e Skanderbeg, capendo che erano gli ultimi giorni della sua vita, mandò a chiamare tutti gli amici, i principi che erano venuti da lui, i rappresentanti della Repubblica di Venezia e tutti i capi del suo esercito. A tutti parlò, con benevolenza, così: ”La più alta virtù, o principi generosi e voi, amati compagni d’armi, credo che prima di tutto debba essere considerata l’onorare come si deve, con cuore e anima puliti, l’unico e vero Dio. La seconda è, poi, non solo amare e onorare la vostra patria, il luogo dove ognuno di voi è nato ed è stato educato, ma il difenderla anche a costo della vita. Tutti coloro che agiranno così, secondo i dotti, 30 avranno riservato un posto speciale in Cielo. Io, personalmente, senza alcun dubbio ho avuto a cuore questi insegnamenti, e ho messo al loro servizio tutte le mie energie, cercando di realizzarli. Testimone di ciò io ho prima di tutto il Signore Iddio, e poi voi, compagni miei[…]. Io ormai lo sento, o compagni fedeli di tante battaglie che, per volere della Provvidenza Divina da cui tutto dipende, dopo essere liberato da questo peso 31 temporaneo, andrò in altri

30 31

I padri della chiesa, i Teologi. Il corpo. 72


luoghi32 e cambierò questa breve vita e le sue sofferenze con la vera vita. E ve lo giuro, questo pensiero o, per meglio dire, questo evento ineluttabile, non mi spaventa in alcun modo. Io non mi sento sottomesso ad una forza crudele che ci condanna, perché è il nostro destino che ce lo impone appena veniamo al mondo. Non ci deve dispiacere, non dobbiamo lamentarci perché non stiamo subendo un torto; anzi secondo la legge naturale noi siamo nati per morire, è proprio questo il nostro destino. Alla fine la terra deve tornare alla terra; noi dobbiamo ubbidire alla natura. Quest’anima immortale e questo spirito celeste devono tornare da Colui che ce li ha prestati[…]. Però, prima del mio ultimo respiro e prima di andarmene da questa terra, è necessario che io vi parli ancora e vi consigli: la salvezza della Repubblica Cristiana e la fede cattolica conservatele anche dopo la mia morte. Tenetele sempre nel vostro cuore, sempre davanti ai vostri occhi, e date per esse anche l’ultima goccia di sangue, se è necessario, cosi come avete fatto quando io ero ancora vitale[…]”. Dopo aver detto queste parole, continuò a parlare poi con suo figlio, chiamandolo vicino a sé e consigliandolo con parole dolci, così: “O figlio mio, o figlio mio Giovanni, ecco, io sto morendo e sto lasciando a te, ancora bambino, un regno e un potere che saranno solidi e forti se sarai saggio ma che, se non lo sarai, non dureranno a lungo. Perciò, cerca di non anteporre nulla alla benevolenza e alla virtù, perché soltanto grazie ad esse, non solo potrai mantenere il tuo regno e il tuo potere sarà in mani 32

Nell’altro mondo. 73


sicure, ma riuscirai a farli diventare ancora più splendenti. Tuttavia per ora tu, o figlio mio, sei ancora piccolo e debole per tenere le redini del potere; oltre a questo tu hai ovunque dei nemici che sono bestie assetate di sangue, e cercheranno di divorarti. Tuo nemico giurato è Mehmet 33 , il tiranno ed avversario irriducibile di tutti i cristiani; se tu dovessi affrontarlo, così piccolo e indifeso come sei, figlio mio, egli ti distruggerebbe. Dunque, figlio mio, appena avrai chiuso gli occhi di tuo padre e lo avrai seppellito, prendi tua madre e parti. Vai in Daunia, nelle tue città e nei tuoi castelli,34 e resta lì finché non sarai cresciuto e diventato capace di guidare e governare il tuo Stato[…]. Quando sarà il momento di tornare, o figlio mio, e di governare il tuo regno, prima di tutto dovrai rispettare la giustizia, la quale è la più bella virtù fra tutte. Mantieni sempre l’imparzialità, non fare mai differenza fra il viso del povero e quello del ricco e del potente; in ogni cosa usa la saggezza e la giustizia. Il tuo regno lo devi proteggere tramite l’amicizia, perché la migliore difesa del regno non sono i tesori e nemmeno gli eserciti ma gli amici, che non potrai avere né con le armi né con l’oro; essi si guadagnano con la benevolenza e la fedeltà[…]. Questi sono, o luce dei miei occhi, o figlio mio, i consigli che io stesso ho avuto da mio padre e dei quali sono rimasto sempre soddisfatto[…]”.

33

Il sultano Mehmet II. Le città e i castelli che il re Ferdinando di Napoli aveva regalato a Skanderbeg. 34

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In quella stessa notte, Skanderbeg, dopo avere ricevuto l’assoluzione dai suoi peccati e dopo altri riti ecclesiastici ai quali si assoggettò con il dovuto rispetto, morì, consegnando se stesso e la sua anima al Signore onnipotente il 17 gennaio 1468 d. C. Si dice che Skanderbeg lasciasse questa vita all’età di 63 anni, nel venticinquesimo anno del suo regno. Skanderbeg iniziò a regnare il 28 novembre 1443. Quando sentì che stavano piangendo la morte del re, Lek (Alessandro) Dukagjini, principe epirota, uscì correndo in piazza e con il viso scuro per il dolore e con la voce smorzata, strappandosi la barba e le vesti disse: “Venite, venite in fretta tutti, o principi arbëresh! 35 Oggi le porte dell’Epiro e della Macedonia sono a pezzi, oggi sono caduti i muri e le nostre fortificazioni, oggi si è persa tutta la nostra forza, oggi sono stati rovesciati i nostri troni e il nostro potere; oggi si è spenta, con quest’uomo, ogni speranza nostra”. Skanderbeg fu seppellito nella città di Alessio, nella cattedrale di San Nicola. La cerimonia funebre si svolse secondo le usanze antiche. Un rito dalla maestosità senza precedenti. La sua salma fu accompagnata con lacrime di dolore da tutti i suoi soldati, secondo le usanze del luogo, e da tutti i principi della regione. I suoi resti rimasero in pace finché Mehmet, il condottiero degli Ottomani, arrivò in Arbëria e in Epiro, per attaccare la città di Scutari. Durante questo periodo i Turchi e i barbari, diventando padroni della città di Alessio, trovarono e 35

L’Albania si chiamava Arbëria ai tempi, e i suoi abitanti si chiamavano arbëresh. 75


trafugarono dalla tomba, con propositi sacrileghi, i resti di Skanderbeg. Così, colui che da vivo era temuto più della morte e faceva fuggire i nemici al solo suono del suo nome, ora, forse per volere di Dio, veniva contemplato con sgomento ed incredulità da morto, ed i suoi stessi nemici quasi lo onoravano. Si riunirono in moltissimi attorno alla sua tomba, dove si trovavano le sue spoglie, perché si credeva che sarebbe stato fortunato colui che avesse guardato e toccato le sue ossa, e ancora più fortunato chi si fosse assicurato un frammento dei resti mortali di Skanderbeg. I fortunati che ebbero questo macabro cimelio lo ornarono chi con argento e chi con oro e se lo misero al collo come una reliquia, sacra e determinante per il loro destino, onorandolo con grande rispetto e con timore reverenziale, credendo che tutti coloro che possedevano quei frammenti avrebbero ricevuto nella vita lo stesso riguardo e la medesima benevolenza che aveva avuto dagli dei immortali Skanderbeg stesso, l’unico fra gli uomini di cui si ha memoria.

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Le lingue armena e albanese Di Mathieu Aref Nella lingua armena esistono alcune tracce di quella pelasgica che possiamo capire soltanto tramite la lingua albanese. Gli Armeni chiamano se stessi H`aï. Risulta, da iscrizioni risalenti ai tempi di Dario, che essi si chiamassero Arminiya; i Greci trasformarono tale nome in Armenioi. L’alfabeto armeno risale al V secolo d. C. È stato ideato da Mesrop Mashtots e contiene trentasei lettere che sono una parziale imitazione delle lettere greche. La lingua armena antica si chiamava grabar; era la lingua classica con la quale è stato tradotto il Vangelo ed è la stessa usata anche nelle opere del vescovo Eznik de Kolb. Inoltre, la lingua armena è stata influenzata dalla lingua iraniana. Dal Medio Evo, la letteratura armena inizia ad arricchirsi con opere di diverso genere, soprattutto di teologia. Le somiglianze con la lingua albanese sono soprattutto sul piano della sintassi; il plurale, nella lingua armena, si forma con i suffissi er, eri, che ritroviamo nel dialetto tosco nell’Albania del sud. Armeno

Albanese

Italiano

A-dam

Dham (ghego), dhëmbi (tosco) Çikë Zakon

Dente

Cikh Dzà-kou`m

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Poco Usanza


Erthal, yer-tal Gess Gtanem Gou`r-dz`k H`atz Hi-mar Jar Kè-ch Lat-tz’i Yem Y’én Li-tsh Me-dz Bo-tsh Tz-aï-n Tze-mer U-kh-da

Erdha Gjysmë Gjetëm Gjoks Haze, bukë e bardhë hasëll I marrë Zjarr Keq Lot (i zi) Iam (jam) (Ianë) janë Liqen Madh Bisht Za, zani (ghego) Dimër Udha

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Sono venuto Metà Abbiamo trovato Torace Pane bianco - fresco Pazzo Fuoco Male Lacrima (io) Sono (essi) Sono Lago Grande Coda Voce Inverno Via, strada


Oasi Di Mathieu Aref Il significato di questa parola è il seguente: qualsiasi regione (o posto), isolata, in un deserto o in territorio arido dove la presenza dell’acqua rende possibile la vita, la vegetazione, l’allevamento degli animali ecc. Dunque, l’esistenza di un'oasi è strettamente legata alla presenza dell’acqua. I manuali etimologici o le enciclopedie ci dicono che questa parola fu adoperata per la prima volta in Francia intorno all’anno 1561 d. C. ma che già nel 1766 non si usava quasi più. I testi citati aggiungono che questa parola deriva dal tardo latino. Comunque, come molte altre parole antiche, il termine era conosciuto dagli autori classici e anche dai Pelasgi. È possibile che sia stato diffuso maggiormente nel periodo di Alessandro Magno. In verità, a questo personaggio era stato dedicato un posto sacro all’interno dell’Oracolo di Ammon (un famoso Oracolo considerato come il “doppione” di quello eretto dai Pelasgi a Dodona, cit. Erodoto II, 54 57), in un'oasi del deserto libico a ovest dell’Egitto e che, ai nostri giorni, si chiama Sivah. Alessandro Magno, che parlava la lingua pelasgica (infatti egli era un Pelasgo autentico da parte di sua madre, epirota e pelasga, e si ellenizzò grazie a suo padre, il macedone Filippo), è molto probabile che conoscesse la parola oasi. Si dice che questa parola sia originaria della lingua egizia! Se deriva dalla lingua egiziana moderna, e cioè dalla lingua araba, allora non è un vocabolo che ha avuto origine dalla lingua dei faraoni. Io* posso parlarne con piena competenza, perché quella araba è una delle tre lingue che ho imparato dalla nascita, insieme con il francese e l’albanese. Dopo svariate ricerche, ho scoperto che la parola egizia uaha oppure oaha è una creazione tipicamente egiziana. In verità, i 79


manuali linguistici arabi affermano che il nome oaha (singolare) oppure oahat (plurale) è stato introdotto nella lingua araba dagli Egiziani dei tempi moderni. Comunque, il termine arabo per indicare un posto ricoperto da una fitta vegetazione e ricco di acque è rauda (singolare) e riad (plurale). Il nome egizio uaha è forse una pesante storpiatura del nostro oasi? Comunque sia, l’origine di questa parola può essere spiegata in maniera esaustiva, anche nella trascrizione fonetica, ricorrendo alla lingua pelasgo – albanese: oujësi. Questo vocabolo, nella lingua pelasgo – albanese, significa posto pieno di acqua. Non è forse grazie all’acqua che esiste l’oasi? Purtroppo, quando gli Albanesi uscirono dal loro torpore secolare e cominciarono a scrivere la lingua dei loro antenati, presero in prestito dal greco e dal latino (che nel frattempo erano diventate lingue universali) un insieme di parole, modificate in parte o del tutto cambiate, ma che comunque appartenevano al patrimonio culturale e linguistico dei Pelasgi, che erano gli antenati degli Albanesi. Oggi gli Albanesi chiamano l'oasi oazë, ma possono anche denominarla ujësi, parola ancestrale che comunque esiste ancora nella loro lingua. (*) Io è riferito all’autore del pezzo e cioè a M. Aref.

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La besa nel Kanun di Lekë Dukagjini Di Matteò Mandalà Università di Palermo L’antichità del termine besa e la sua diffusione in altre lingue sono indizi sicuri per comprendere l’importanza. In entrambi i casi emerge un valore semantico che trova spiegazione soltanto nell’alto ed autorevole significato sociale e storico che la besa ha assunto nel corso dei secoli nell’ambito delle popolazioni dei Balcani e, naturalmente, all’interno della società albanese. Su di essa, del resto, esiste una vasta documentazione, sia orale che scritta, che ne conferma non solo l’esistenza – perlomeno a partire dal medioevo – ma anche la rigorosa osservanza da parte del popolo schipetaro. Trovandosi nelle condizioni di non poter disporre di un’organizzazione statale centrale e ridotto ad una frantumazione fra varie “bandiere”, il popolo albanese ricercò una codificazione giuridica delle relazioni fra individui, e fra questi le diverse comunità tribali, al fine di supplire all’assenza di norme e di leggi. In particolare si pervenne ad una sorta di impalcatura nomotetica che avendo alla base una regolamentazione di principi morali e sociali già esistenti, riuscì ad acquisire valore giuridico nei diversi campi in cui si applicava, dal diritto pubblico e privato a quello penale, dal diritto di famiglia a quello individuale. Benché trasmesso oralmente per molti secoli, fino a quando non furono raccolti nella citata opera di Gjeçov, questo complesso di norme e di principi guidò e regolò la società albanese per lunghi secoli, 81


variando a seconda delle aree geografiche interne dell’Albania. Diversi sono infatti i Kanun di cui si ha notizia. Il più famoso è certamente quello di Lekë Dukagjini, che porta il nome di uno dei membri della celebre famiglia albanese, ma non meno noti sono Kanuni i Arbërisë, conosciuto come Kanun di Scanderbeg, Kanuni i Maleve, e soprattutto Kanun i Labërisë (Kanuni i Papa Xhulit), che a differenza dei primi, diffusi nell’Albania settentrionale e particolarmente nelle zone di montagna, abbraccia l’area meridionale tosca. Le differenze fra questi corpus dottrinari sono notevoli, anche se alla base di essi vi sono tratti comuni, quali le principali istruzioni giuridiche, fra cui proprio la besa. Il che conferma il fatto che in origine il Kanun regolava soltanto alcune fondamentali norme, mentre altre erano di volta in volta modificate ed adattate alle necessità delle varie realtà locali. Prendendo in esame il testo pubblicato da Gjeçov, che codificò il Kanun attraverso la sola documentazione orale, osserviamo relativamente alle norme riguardanti la besa, che questa è articolata in diversi generi e in diverse forme. L’art. 163 del capitolo III del Kanun definisce l’importanza (rëndësia) della besa come “un comportamento fedele (besimtare) attraverso il quale chiunque voglia liberarsi da un debito, deve dare un segno di fede, chiamando il Signore a testimonianza della verità” 36 . La besa può essere dichiarata soltanto dinanzi alla autorità conosciuta della comunità (art. 165), cioè dinanzi al “tribunale degli anziani” (gjyqi i pleqve), pronunciando un solenne giuramento. Tre sono i rituali principali (Cap. IV, art. 36

Kanuni i Lekë Dukagjinit, cit., p. 152.

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169-172) per mezzo dei quali viene espressa la parola data: sulla pietra, sulla croce e sul Vangelo, sulla testa dei giovani maschi. La dichiarazione (Cap. V, art. 173) avviene secondo un ordine prestabilito: innanzitutto, si stabilisce il giorno di convocazione del tribunale degli anziani al cui cospetto dovrà comparire chi chiede di manifestare la besa, seguendo le dichiarazioni di questi e dei parenti. L’obbligo della besa ricade su coloro i quali hanno subito un’offesa, ma non tutti possono dichiararla perché spetta agli anziani scegliere chi possiede i requisiti necessari, cioè l’onore e il rispetto (Cap. VI, art. 175), per poterla far valere. Inoltre non viene concesso di giurare a quanti hanno assistito al reato per cui si intende manifestare la besa e sono tassativamente esclusi sia i sacerdoti che le donne (Cap.VII. art. 181-182). Vi sono tuttavia alcuni tipi di offese per i quali non è richiesto che il giuramento venga dinnanzi all’autorità del tribunale degli anziani secondo le modalità fin qui descritte. In particolare, quando si tratta di riparare l’onore ferito per l’uccisione di un parente, la besa scatta automaticamente quale dovere morale della famiglia offesa. In questo caso, eseguire la vendetta (hakmarrja o gjakmarrja) è un obbligo naturale da parte dei famigliari della vittima, e anzi, qualora quest’obbligo non venisse esercitato secondo le aspettative previste dalla comunità (cioè con l’uccisione dell’omicida), non solo la famiglia della vittima perde il proprio prestigio e il proprio onore (nderja), ma vengono indirettamente riconosciti all’omicida un prestigio ed un onore superiori a quelli propri. La vendetta, che è considerata come una delle più antiche e “barbare” istituzioni del diritto consuetudinario albanese, è 83


strettamente collegata alla besa, anche quando l’omicida cercava una tregua alla famiglia della vittima. Se quest’ultima concedeva la propria besa, l’omicida poteva circolare liberamente, occupandosi delle proprie attività economiche. È celebre l’episodio narrato in una delle relazioni della missione volante in Albania: “Pochi anni fa nella Sadrima in non so quale occasione, trovandosi raccolta molta gente a tirare al bersaglio, per puro accidente restò colpito con una palla un giovane. L’infelice tiratore appena s’accorse del fallo fuggi e entrò nella prima casa che si parò dinanzi dicendo: “Sono in mano vostra, perché ho ucciso un uomo”. Fu subito accolto. Dopo mezz’ora si portava in quella casa un cadavere: era il figlio del padrone di casa ucciso nel tiro a bersaglio. A quella visita il povero rifugiato si tenne perduto; ma il padre dell’ucciso, riavutosi da un primo sbalordimento, lo confortò e gli disse che per tre giorni restasse pure perché gli dava la besa o tregua, e nessuno l’avrebbe molestato, il terzo giorno lo avvisò di fuggire e di procurare di non lasciarsi trovare, perché sarebbe stato costretto ad ucciderlo”.37 Questa speciale estensione della besa, peraltro contemplata nello stesso Kanun, è segno della nobiltà (burrëni) della famiglia della vittima, e si collega ad altre istituzioni di natura etico - sociale, quella relativa all’amicizia e all’ospitalità (mikpritja). La prima prevede che il patto fra due “amici” si fondi sul rispetto reciproco dei ruoli delineati dalle norme specifiche del Kanun. Spicca in particolare quella norma che 37

La legge delle montagne albanesi nelle relazioni della missione volante (1880-1932), a cura di Giuseppe Valentini, Firenze, 1969, p.7.

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contempla il dovere di esaudire la richiesta dell’amico di essere accompagnato nei luoghi dove egli intende recarsi, specialmente se si tratta di luoghi che cadono all’interno del proprio bajrak: “Miku përcillet edhe dorë më dorë. Në besë teme unë e përcolla mije ku desht vetë miku”. 38 Anche la mikpritja prevede il rispetto dell’ospite, il quale va accolto in casa come se fosse un familiare, anche se – come abbiamo visto – dovesse risultare l’omicida del proprio figlio. La sacralità dell’amicizia e del ospitalità, cosi come il dovere altrettanto sacro di riparare all’offesa subita, presso gli albanesi si giustifica con la sacralità della besa , sulla cui base appunto si fondano sia le une che l’altra istituzionale. Naturalmente il mancato rispetto di questi giuramenti compromette gravemente l’onore e il prestigio, attirandosi la condanna inappellabile da parte della comunità. E ciò spiega le ragioni per le quali la besa costituisca la caratteristica morale e sociale più rilevante dell’albanese, una virtù che storicamente ha avuto modo di esprimersi in momenti assai importanti della storia civile e politica dell’Albania.

38

“L’amico si accompagna anche mano nella mano. Nella besa io ho accompagnato sin dove volle il mio amico”. Sh. Gjeçov, Rrnesa e kombit shqyptar ndër Malcina, in E drejta zakonore shqiptare, cit., p.478.

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Alcuni santi di origine albanese Di Moikom Zeqo All’interno di una tomba monumentale rinvenuta a Durazzo è stato ritrovato un affresco con il simbolo del crisma usato dai primi cristiani che vivevano in quella città. È noto che nel I secolo d. C. l’apostolo Paolo in persona sia passato attraverso l’Albania (Lettera ai Romani 15,19) ed abbia evangelizzato il popolo illirico. Invece uno dei suoi seguaci, Tito, ha predicato in Dalmazia. Il 4 giugno dell'anno 110 a Durazzo venne ucciso, diventando martire, San Astio, una figura importante del primo cristianesimo. Egli è citato nel Martirologio Romano e lo troviamo raffigurato negli affreschi del XII secolo nella chiesa di Rubik. San Astio è una figura così importante per il cristianesimo albanese che, quando studiavo a Dumbarton Oaks, nei dintorni di Washington D.C., ho scoperto un libro pubblicato nel XVIII secolo contenente versi ed epigrammi in lingua greca dedicato a San Astio. Un archeologo inglese, scrivendomi, ha avanzato l’ipotesi che la piccola cappella bizantina che si trova nell’anfiteatro di Durazzo possa essere dedicata al culto di San Astio. Posso dire che il catalogo dei santi albanesi è molto interessante, ed io rendo nota una lista di nomi che si trova nella chiesa di San Giorgio (Shën Gjergji) a Boston. Questa lista è arrivata fino a noi grazie agli studi storici e scientifici di monsignor Fan S. Noli. 86


1 – San Donato martire, è vissuto ed è stato martirizzato nel II secolo a Valona; la sua festa è il 16 gennaio. 2 – San Nikoni e i suoi 199 compagni, martiri d’Illiria massacrati nel IV secolo; la loro festa è il 23 marzo. 3 – San Eleuterio, vescovo di Illiria, sua madre era stata discepola di San Paolo in persona; la festa è il 15 dicembre. 4 – SS Flori e Lauri, lavoratori della pietra e martiri del III secolo; la loro festa coincide con il 18 agosto. 5 – Costantino il Grande, l’imperatore che ufficializzò il cristianesimo; la sua festa cade il 21 maggio. 6 – San Nikodini di Pojan, martire iconodulo dell’Albania nel medioevo; la sua festa è il 4 aprile. 7 – San Urbano Papa, un illirico martirizzato nel 230; la sua festa coincide con il 25 maggio. 8 – San Eusebio Girolamo, colui che tradusse la Bibbia per la prima volta in latino, testo conosciuto con il nome di Vulgata, nel IV secolo; la festa il cade il 15 giugno. 9 – San Giovanni (Jan) Kukuzeli, nato a Durazzo e morto sul monte Athos, cantante e musicista geniale del XII secolo, viene ricordato il 1 ottobre. 10 – San Pietro di Korça, sant’uomo e frate del medioevo; la sua festa il 5 giugno. 11 – Santa Angelina (Angjelina) d’Albania, suora del XV secolo. Discendente della casa di Giorgio Castriota Scanderbeg. La sua festa è il 10 dicembre. 12 – San Kristo il Giardiniere, martirizzato nel 1572; la sua festa viene fatta coincidere con il 12 febbraio. 13 – San Nikor Argirota, frate albanese morto sul monte Athos nel XVII secolo. 87


14 – San Giovanni (Gjon) il Sarto, martire albanese morto nel 1572; la sua festa è il 18 aprile. Un'icona raffigurante Santa Angelina d’Albania, delle dimensioni 70x43 cm, si trova oggi in Kosovo. Il culto di Angelina d’Albania dura da ben cinque secoli ed è penetrato anche nella popolazione serba. I serbi chiamano questa santa Albanskaja nella loro lingua. Devo far notare che, nella chiesa dedicata ad Alessandro Nevskij a Sofia (Bulgaria), ho visto con i miei occhi l’affresco raffigurante il santo albanese San Nikodini, come specificava l’iscrizione in lingua greca sul dipinto. Nel monastero di Ardenica, in Albania, i fratelli Zografi nel XVIII secolo hanno dipinto affreschi nei quali è ritratto il musicista del XII secolo Giovanni (Jan) Kukuzeli da Durazzo. Negli anni ’70 dello scorso secolo, durante le mie ricerche nella città di Scutari, ho trovato presso la famiglia Suma un ritratto in abiti civili di Gonxhe Bojaxhiu (Madre Teresa di Calcutta), prima che diventasse la missionaria nota in tutto il mondo e la vincitrice del premio Nobel per la pace. Questo ritratto io l'ho pubblicato nel giornale “Bashkimi” nel 1978, quando ancora in Albania era una vera eresia pubblicare notizie su Madre Teresa. In molti mosaici e affreschi, ma soprattutto in diversi codici ancora non conosciuti e non pubblicati che si trovano in Vaticano, e ancora nei centri di studio bizantini di Londra e Washington, troviamo molti ritratti che raffigurano i santi albanesi che hanno dato il loro fondamentale contributo in più di 2000 anni di cristianesimo.

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Il Codice Purpureo di Berat Di Moikom Zeqo L’Archivio di Stato albanese è l’unico, in tutta l’Europa, che vanti il possesso di un codice così antico. È pur vero che la Biblioteca Nazionale di Parigi ha acquisito un gran numero di papiri egiziani molto antichi, ma nessun’altra biblioteca europea dispone di un libro sotto forma di codice che, secondo molti specialisti, viene fatto risalire all’inizio del VI secolo d. C! Ma di cosa si tratta? Il Codice Purpureo di Berat contiene 100 pagine in pergamena scritte su due colone di dimensioni 31.4 x 26,8 centimetri. Il Codice è scritto in lingua greco bizantina, e contiene due dei Vangeli più antichi: il Vangelo di S. Matteo e il Vangelo di S. Marco. Il suo testo ha una struttura insolita: le lettere non sono scritte con inchiostro ma sono in oro ed argento. L’alternanza dell’oro e dell’argento è stata fatta intenzionalmente sia per ragioni estetiche e sia per ragioni legate alla struttura organizzativa del testo dei Vangeli, e ciò comporta una originalità unica in questo tipo di codici antichissimi. L’intuizione di usare lettere in oro e argento è stata provvidenziale per la conservazione del testo. Se lo stesso testo fosse stato scritto con il normale inchiostro di quei tempi le possibilità che esso potesse arrivare ai giorni nostri sarebbero state minime. Per fortuna, il codice è stato compilato con caratteri metallici, e ciò ci ha dato la possibilità di avere oggi il testo integro e completo. Le lettere in argento e oro sono state composte utilizzando una tecnica eccellente e con una 89


calligrafia bellissima. L’aspetto interessante è che, oltre le lettere semplici dell’alfabeto bizantino, troviamo anche monogrammi comprensibili secondo il codice alfabetico della tarda antichità ma non usati in tempi più recenti. È stata proprio questa particolarità che ha spinto uno dei più famosi studiosi di testi del greco bizantino, P. Battifol, a classificare il codice come appartenente al VI secolo d.C. Questo tipo di scrittura (greco - bizantina) è molto simile a quella utilizzata in alcune iscrizioni presenti nei mosaici del VI secolo d.C. rinvenuti in Albania. Riporto come esempio l’iscrizione della cappella dell’anfiteatro di Durazzo, e soprattutto l’iscrizione di un salmo biblico rinvenuto a Ohrid; iscrizioni, queste, che, come abbiamo detto, sono del VI secolo d. C. Nel codice in questione troviamo come motivo decorativo un cuore rosa purpureo. Fino ad oggi non è stato spiegato il significato del cuore purpureo. È stata suggerita l’ipotesi che l’ideogramma sia collegato con il cuore dello stesso Cristo, ma questa è soprattutto una spiegazione metaforica e letteraria più che teologica, perché si sa che i principali simboli ricollegabili al Cristo sono due: il pesce e la croce. Se reputiamo che il simbolo del cuore abbia un significato profano e laico, allora ci allontaniamo dalla spiegazione teologica. È probabile che il cuore si colleghi con lo stemma araldico dei possessori di questo codice, che si pensa siano stati dei principi, o addirittura a qualche simbolismo diffuso nel VI secolo ma oggi del tutto dimenticato. Questo codice è stato portato in Cina per un restauro generale negli anni ’70 del secolo scorso. Il restauro si era reso necessario perché le condizioni del codice erano ormai critiche. Gli specialisti cinesi hanno fornito informazioni 90


preziose sul codice. Inoltre hanno dimostrato che la pergamena è stata fatta con pelle di capretto. È stato calcolato che, per realizzare le pagine del codice, siano stati uccisi circa cento capretti. Fino ad oggi si è fatto riferimento al parere autorevole dello studioso P. Battifol il quale, basandosi soprattutto sulla calligrafia, data il Codice al VI secolo d. C. Tuttavia vorrei fare una supposizione personale. La questione della cronologia non è mai assoluta e semplice. Credo che se dovessimo sottoporre il Codice agli esami resi possibili dalle tecnologie più moderne, si potrebbe scoprire, come pensano molti studiosi , che il Codice in questione risalga al V secolo d.C. Sempre secondo il mio parere, il documento potrebbe essere stato composto nel periodo compreso fra il regno dell’imperatore Anastasio I di Bisanzio (nato a Durazzo) e quello dell’imperatore Giustiniano (di origine illirica). Questa ipotesi diventa più credibile quando, analizzando il testo dei Vangeli di S. Matteo e S. Marco, ci accorgiamo che il Codice è stato redatto quando ancora non esisteva la canonizzazione definitiva dei Vangeli. Ci sono discrepanze nelle frasi e nelle idee espresse nel testo dei due antichi Vangeli. Tali discrepanze costituiscono un importante arricchimento per la scienza. La loro importanza non è solo filologica ma soprattutto teologica. Si sa che fra il V e il VI secolo i Vangeli non sono ancora canonici e sono influenzati dai Vangeli apocrifi. Si pensa che i Vangeli del Codice di Berat possano aver subito gli influssi degli antichi Vangeli siriaci, ma anche dei Vangeli occidentali. Il mio parere è che il codice di Berat sia uno dei tre codici di questo tipo più antichi del mondo. Il primo è un codice del IV secolo che si trova nel Sinai; il secondo risale al VI secolo ed è conservato 91


nell’archivio di Mosca. Il codice del Sinai è in lingua aramaica. Di rilevante importanza è il testo del Vangelo di S. Marco perché, secondo i biblisti tedeschi, S. Marco si è basato su un altro documento molto più antico, convenzionalmente chiamato Documento Q oppure Ur Marcus. Nel XIX secolo, il vescovo di Berat, Anthin, è stato uno degli uomini più dotti del suo tempo. Anthin ci ha lasciato un libro meraviglioso con dati inestimabili non solo per la cultura ecclesiastica medievale dell’Albania, ma anche per l’intera cultura antica. Il vescovo Anthin ha consultato il Codice ed è stato il primo in assoluto che si sia convinto che esso sia stato composto da Giovanni Crisostomo. Giovanni Crisostomo è una delle figure più geniali della chiesa cattolica di tutti i tempi. Una leggenda dice che Giovanni Crisostomo sia vissuto per un po’ di tempo nell’area dell’Albania del Sud. Un illustre studioso di documenti ecclesiastici come Zef Valentini, in una sua pubblicazione enciclopedica intitolata “Kronologjia Shqiptare” (La cronologia Albanese), ha documentato che Giovanni Crisostomo nella sua gioventù è vissuto in un monastero dell’Epiro del Nord, e cioè in terra albanese. Giovanni Crisostomo è morto nel 407 d.C. ossia nel V secolo. Se (la leggenda o) l’informazione che ci ha dato il vescovo Anthim fosse esatta, questo avvalorerebbe la mia ipotesi che il Codice Purpureo di Berat sia del V secolo e non del VI. Penso anche che non possa essere una coincidenza la leggenda che vuole Giovanni Crisostomo per un periodo in Albania e, in ogni caso, non è stata fatta nessuna analisi scientifica con i mezzi 92


attualmente a nostra disposizione per determinare con esattezza assoluta se il Codice sia del V o del VI secolo. Nel 1964 la Biblioteca di Vienna offrì allo Stato albanese un milione di dollari per avere il Codice. Oggi esso ha un valore di dieci milioni di dollari. Ovviamente questa è soltanto una stima convenzionale, perché il prezioso documento ha, in realtà, un valore inestimabile. Durante la Prima Guerra Mondiale il Codice Purpureo è stato cercato dagli Austriaci senza successo. Nel 1944 i nazisti misero davanti al plotone d’esecuzione i sacerdoti della cattedrale di Santa Maria a Berat, per sapere dove fosse nascosto non solo questo codice ma anche altri preziosi reperti, ma i sacerdoti albanesi si rivelarono dei grandissimi patrioti e pagarono con la vita il loro silenzio. La conservazione del Codice Purpureo, ma anche di altri codici, ha avuto una strana metodologia. Un segreto e ristretto gruppo di persone, tre, per la precisione, che ovviamente era legato alla chiesa, affidava ad un solo membro il segreto sul posto dove era nascosto il Codice. Gli altri membri del consiglio conoscevano soltanto il nome della persona che era responsabile davanti a Dio e alla nazione dell’integrità del documento. Prima di morire il depositario del segreto avvisava il consiglio che era giunta l’ora in cui un'altro avrebbe dovuto occuparsi dell’incombenza. L’ultima persona che fece parte di questo consiglio fu Nasi Papapavli. È interessante dire che quando Nasi Papapavli capì che stava per morire, decise di derogare dalla legge secolare del consiglio segreto. È pur vero che l’accademico albanese Aleks Buda andò per molti anni da Nasi Papapavli in nome della nazione e dello stato albanese con la speranza di sapere dove fosse nascosto il codice ma 93


Papapavli non si lasciò mai convincere a rivelare il segreto. Negli anni ’60, dopo la sua improvvisa malattia, esisteva solo un’opportunità: quella di seppellire, con la sua morte, anche le speranze di sapere dove fosse nascosto il prezioso codice. Ma Papapavli scelse una seconda alternativa: visto che gli altri membri del consiglio segreto erano già morti e il codice rischiava di non vedere mai più la luce del sole, egli “tradì” la sua consegna, rivelando il posto dove era nascosto il Codice Purpureo ed altri antichissimi reperti. Questo posto esiste ancora oggi ed è tuttora individuabile vicino all’abside nella cattedrale della Santa Maria a Berat. I codici furono recuperati in un momento critico: a causa dell’umidità, erano a rischio di frantumarsi. Fino al 1944 i documenti, incluso il codice del VI secolo, erano in condizioni relativamente buone. Con il Codice Purpureo si celebravano le messe solenni; la sua buona conservazione è da ascriversi a merito dello stato albanese che se ne prese cura, salvandolo. Ma lo stato totalitario non riconobbe il valore del grande patriota Nasi Papapavli, che era una persona semplice. Egli merita sicuramente il rispetto e la riconoscenza di tutto il mondo della cultura perché, senza di lui, oggi non avremmo questo tesoro inestimabile la cui rilevanza supera i confini dell’Albania essendo patrimonio di tutta l’umanità. Il Codice Purpureo di Berat del VI secolo d.C. rappresenta un enorme vanto per il patrimonio culturale dell’Albania, il cui popolo sarà per sempre riconoscente a quei sacerdoti di Berat che, con il loro silenzio, preservarono questa meraviglia.

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La lingua usata negli oracoli Di Robert d’Angely Un chiaro indizio sul carattere barbarico della lingua usata negli antichissimi oracoli della Grecia viene fornito da Erodoto nel suo libro Urania, VIII 133-136. Dopo la battaglia di Salamina, in cui i Persiani furono sconfitti, il loro generale Mardonio si fermò, per passare l’inverno, in Tessaglia, da dove in seguito avrebbe ripreso l'offensiva contro i Greci. Mardonio aveva intenzione di consultare gli oracoli della Grecia, per sapere se i suoi piani e le sue aspettative sarebbero andate a buon fine; di ciò incaricò un uomo che si chiamava Mυς (Mys), originario della Caria (Asia Minore). Mυς, insieme ad altre profezie, consultò anche l’oracolo di Apollo, che era situato sul monte Ptoon in Beozia, vicino al lago di Kopais, nel territorio dei Tebani. Si fece accompagnare da tre cittadini tebani che avrebbero dovuto trascrivere sulle apposite tavole il testo dell’oracolo. Però, secondo Erodoto, quando entrarono nel luogo sacro, la grande profetessa cominciò ad esprimere le sue previsioni in una lingua barbara, cioè pelasgica. I tre Tebani rimasero sorpresi, perché si aspettavano di sentir parlare la lingua greca; invece Mυς, il quale capiva perfettamente l’idioma che stava parlando Pitia*, prese dalle mani dei Tebani le tavole e iniziò lui stesso a trascrivere il discorso della sacerdotessa, precisando che ella stava adoperando il gergo pelasgico della Caria. Erodoto, che riferisce questo episodio, si mostra sorpreso per l’accaduto. Ma noi** no. Anche se analizziamo i fatti ad una 95


distanza di più di duemila anni, crediamo di conoscere bene lo stato sociale dell’epoca della quale parla Erodoto, e non siamo per niente sorpresi. Si sa che l’arte degli oracoli viene attribuita ai Pelasgi della Grecia, dell’Asia Minore, dell’Italia ecc. Oltre a questo, non ci sarebbe niente di straordinario se le sacerdotesse e tutti gli addetti a quei templi, avendo origini pelasgiche, avessero parlato la propria lingua nativa; inoltre, il linguaggio pelasgico era in uso presso tutta la popolazione locale, ad eccezione di una piccola élite. Ma la cosa curiosa e interessante, dal nostro punto di vista, è che l’aneddoto qui sopra riportato ci dà la prova che le cosiddette lingue barbare come il cariano, la lingua licia, il frigio ecc, erano dialetti della lingua pelasgica, che si discostavano poco da essa. Un'altra considerazione importante che noi possiamo fare è che Erodoto considera i Pelasgi un popolo diverso dagli Elleni, in quanto i primi non hanno avuto mai contatti con i secondi: ormai è provato che questi ultimi evitavano ogni tipo di interazione con le altre popolazioni. Dionigi d'Alicarnasso, uno storico più recente di Erodoto, ci descrive però i Pelasgi senza ombra di dubbio come i “bisnonni” dei Greci che abitavano nel Peloponneso, e degli stessi Romani. Sia la razza e che la lingua dei Greci sono di origini pelasgiche; ad esempio, la parola βαρβαρ-ος (Bar-Bar-os) e il verbo che da essa trae origine, Βαρβαριζειν (Barbarizein), derivano dalla lingua pelasgica. Infatti, riferendoci all’idioma pelasgico attuale, e cioè l’albanese, possiamo dare due spiegazioni etimologicamente perfette di questi vocaboli che hanno la stessa radice. La prima deriva dal termine logorrea, che in albanese si traduce con flet bërbër, si bythë e turtullit; la 96


seconda spiegazione, invece, è legata alla distorsione delle parole, al non darne l’esatto significato, pronunciandole in maniera sbagliata come un balbuziente o un bambino piccolo. In albanese abbiamo la frase: flet belbër si foshnjat (parla male, come un bimbo). In tutti e due i casi (flet bërbër e flet belbër), la lingua diventa incomprensibile anche per un Albanese. La stessa cosa è successa con gli antichi Greci, i quali parlavano tutti il pelasgico, ma per comunicare con gli stranieri (non pelasgi) crearono la lingua liturgica greca; così, dalla parola pelasgica onomatopeica bër bër, crearono il termine βαρβαρος (Bar-Bar-os). Questa parola era usata dagli antichi per identificare sia coloro che adoperavano una parlata diversa dal greco (gli stranieri), sia coloro che erano Elleni ma che storpiavano e parlavano male la loro stessa lingua, oppure parlavano velocemente, rendendo così incomprensibile il senso dei loro discorsi. In conclusione, la parola βαρβαρος (Barbaros) veniva usata dagli Elleni solo per identificare la lingua e non la razza di qualcuno, cosicché i Pelasgi erano considerati, ad eccezione di coloro che parlavano e scrivevano in greco, barbari, allo stesso modo degli altri stranieri che non capivano la lingua greca. Invece, coloro che sapevano leggere e scrivere il greco, erano considerati Elleni. * La Pizia, o Pitia, era la sacerdotessa che pronunciava gli oracoli in nome di Apollo. ** Con noi è sottinteso l’autore di questo testo. Nel testo originale si fa uso del plurale maiestatis.

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Rivendicazioni del popolo serbo sui territori albanesi Di Robert d’Angely Quando, dopo la morte di Teodosio il Grande, l’impero romano si divise nell’impero d’Oriente e quello d’Occidente, l’Illiria rimase nell’impero d’Oriente. Dopo la caduta del impero d’Occidente a causa delle invasioni barbariche, arrivarono anche i serbi. La storia dei serbi, prima del loro arrivo nei Balcani, è mescolata con quella degli altri slavi in generale. In principio, vivevano tutti con nomi diversi nel nord-ovest dei Carpazi. Al nord c’erano gli antenati dei popoli baltici come i lituani, i lettoni ecc; in Oriente, c’erano i popoli che non erano slavi e, nel sud-est, diversi popoli che vivevano nelle ampie steppe della Skitia. Solo nel VI secolo i serbi apparvero nel lato sud del Danubio. Naturalmente il loro afflusso spinse la popolazione illirica o albanese autoctona verso sud; ma una piccola parte tuttavia fu costretta a fuggire verso le montagne, e soltanto dopo tempo arrivò alle vallate, dove si trovava l’invasore dal quale sarebbe stata assimilata. Secondo Costantino VII di Bisanzio, detto il Porfirogenito, la conversione in cristianesimo dei serbo-croati è avvenuta in due periodi: la prima nell’epoca di Eraclio I di Bisanzio, che domandò al Papa di mandare dei sacerdoti per battezzare le popolazioni serbe (gli slavi della Dalmazia ancora nel VII secolo, periodo del Papa Giovanni IV (640-642) erano popoli 98


pagani; la seconda nel periodo di Basilio I, intorno all’anno 879, periodo nel quale abbracciarono il cristianesimo tutti i serbi, croati e altri popoli che non erano battezzati (sembra che gli ultimi a essere battezzati furono coloro che fanno parte della Chiesa Ortodossa Orientale, invece i primi a ricevere il sacramento del battesimo, per lo più croati e sloveni, sono oggi cattolici). In tutte le chiese cattoliche serbe e anche in Vaticano, la lingua serba si chiama lingua illirica e si scrive Illyrica Lingua. L’espressione è utilizzata impropriamente perché la loro lingua Illyrica Lingua non è affatto illirica, bensì slava. I serbi si giustificano col fatto che all’inizio si sottomettevano, facendosi chiamare Σερβοι che significa servi (cosa che non hanno mai apprezzato) dall’autorità bizantina. Loro desideravano mescolarsi con gli albanesi autoctoni. Per questo motivo, anche l’alfabeto che avevano preso in prestito per i loro libri liturgici, prima dell’attuazione delle lettere cirilliche intorno all’anno 885, invece di essere latino, come sarebbe stato gradito dal Vaticano, era l’alfabeto glagolitico albanese. Si deve annotare che i bulgari chiamarono la loro lingua parlata in Macedonia, lingua macedone. Ma in Macedonia il bulgaro non è affatto l’unica lingua parlata, si parla anche il greco, il serbo e soprattutto l’albanese. Per quanto riguarda Alessandro Magno, visto che era macedone, si potrebbe pensare che parlasse bulgaro, ma qui si dimentica il fatto che Alessandro Magno era elleno di istruzione e albanese di origine. Basta leggere i testi antichi per sapere che Alessandro Magno quando parlava con i suoi generali e con i soldati, tutti macedoni, 99


parlava nella lingua della madre. Sua madre era Olimpiade epirota e parlava albanese. L’invasione della Macedonia, dell’Albania, dell’Epiro e della Tessaglia durante il dominio di Stefan Dushan non fu un’impresa difficile, perché in quel periodo l’impero Bizantino era in piena decadenza ed era rimasto indebolita a causa di numerose guerre civili. Non si ricorda nessuna battaglia epica. Ormai le regioni occidentali erano sotto il dominio serbo. Secondo un altro punto di vista, la facilità con la quale sono stati conquistati i territori da Stefan Dushan solleva un altro problema, - se ancora si pensa alla questione come un problema - oramai risolto negativamente. Queste invasioni creano un diritto senza dare agli albanesi, che in buona parte ancora vivono in queste regioni occupate, la possibilità di replica? Dopo tutto, queste invasioni potevano essere legittimate se si fossero svolte pacificamente e in maniera tale da portare una possibile riconciliazione fra i due popoli, così che il popolo sconfitto avrebbe accettato il potere dei vincitori. Ma qui siamo un po’ volati troppo in là con la fantasia. Al contrario Stefan Dushan e i suoi seguaci non sono riusciti a mantenere i territori ancestrali degli albanesi. Tutti questi territori erano abitati dagli albanesi, e nella maggior parte anche oggi le stesse popolazioni vivono negli stessi posti. Ma per quanto tempo ancora? Di conseguenza è troppo audace e esagerata la rivendicazione dei delegati serbi in diverse conferenze internazionali e soprattutto nella Conferenza di Pace che si è svolta a Parigi nel 1920 sulla questione che loro chiamano “La vecchia Serbia”, e 100


per un impero così effimero come quello di Dushan, perché in passato è esistito un imperatore che si chiamava Stefan Dushan. Infatti possiamo leggere che: “nell’inverno dello stesso anno – cioè nel 1345, dieci anni prima della morte di Stefan Dushan – l’assemblea serba permise la sua proclamazione come imperatore con il titolo di Imperatore dei serbi e dei greci, (in latino) IMPERATOR SERVIAE ET ROMAINIAE. (in greco) Αυτοκρατορες Σερβιασ (Ρακας) και Ρωµανιας. Durante l’occupazione turca nei territori serbi, gli albanesi, sia musulmani che cattolici e ortodossi, poterono mantenere tranquillamente il loro carattere nazionale. È un caso unico nel mondo che la maggioranza convertita all’Islam non ha cambiato né la nazionalità, né la lingua e neanche usi e costumi. Ma dopo l’anno 1830, e soprattutto dopo il 1878 e 1920, quando si sono liberati e hanno ricostruito il loro regno, i serbi avanzarono pretese ingiustificate su quei territori che mai hanno abitato definitivamente. Queste assurde pretese si basano soltanto su un singolo fatto storico, durato meno di venticinque anni (1930-1955): il regno di Stefan Dushan. Per di più, nonostante queste pretese siano una ingiustizia, i serbi sono stati accontentati grazie ai diplomatici zelanti, soprattutto nel 1920, e sono stato la causa di tanti drammi subiti dagli albanesi del nord. Quest’ultimi scapparono dalla loro patria, dove erano perseguitati sistematicamente, e nonostante tutto erano l’unica popolazione autoctona. Sono stati costretti a chiedere asilo dove hanno potuto, soprattutto in Turchia, dove le autorità si sono mostrate benevole nei loro confronti. 101


Inoltre, non contenti di avere costretto gli albanesi ad abbandonare le loro case e la patria nella quale vivevano fin dalla preistoria piĂš remota, i serbi che sognano di diventare “illiriâ€? ma che mai ci sono riusciti, hanno usurpato gli usi e i costumi, la maniera di vestirsi e di vivere degli albanesi dei quali hanno preso il posto.

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Nazione e religione nell'identità albanese Di Roberto Morozzo della Rocca Università di Roma Dopo le recenti vicende politiche e sociali 39 , l’opinione pubblica italiana ed europea ha dell’Albania un’immagine di paese alla deriva, deprivato della sua identità dopo quasi mezzo secolo di regime comunista balcanico-staliniano. È l’immagine di un paese abbruttito e distrutto, da cui gli abitanti vorrebbero fuggire così come si abbandona una nave durante un naufragio. Televisione e stampa – nell’impeto della caduta degli dèi del 1989 e del conseguente clima politico – tendono ad operare un azzeramento della realtà albanese, quasi che il periodo del comunismo, nello specifico caso dell’Albania, avesse ridotto al nulla l’intera storia e cultura del popolo albanese. Bismarck, nell’età degli imperialismi, riteneva che l’Albania fosse niente più che “un’astrazione geografica” destinata a scomparire. La pubblicistica odierna naturalmente non cita il cancelliere prussiano, ma in fondo non suggerisce, per l’Albania, destini migliori. Sono semplificazioni dei media? Sono le loro iperboliche rappresentazioni ad uso di lettori e spettatori che poco sanno di cose albanesi? Personalmente sono convinto che l’Albania, malgrado il suo avvenire sia al momento incerto, non sia affatto un paese senza identità, escluso dalla storia comune europea, abitato da genti retrocesse a comportamenti e pensieri solo primitivi. Esistono correntemente varie interpretazioni 39

L’autore si riferisce agli anni novanta del secolo scorso. “ndr”.

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sull’identità e sul presente albanese, che smentiscono l’immagine della tabula rasa. I realisti dell’economia - vi accenno brevemente – ricordano come l’Albania sia il secondo produttore mondiale di cromo, come esporti energia nei paesi vicini e non manchi di risorse di vario genere per reimpostare vantaggiosamente un corso economico. È un modo, anche questo, per legittimare di nuovo la capacità d’autonomia di uno Stato albanese e per ridare fiducia alla sua popolazione. D’altra parte, l’obiezione maggiore che si fa all’immagine di un’Albania deprivata di identità e di futuro viene da una visione tradizionale, al limite della retorica, che la cultura europea ha dell’Albania. Sugli Albanesi e la loro terra la cultura europea ha prodotto, tra Otto e Novecento, stereotipi di ogni sorta: un paese selvaggio e puro; una popolazione indomita e sanguinaria; una religione e una civiltà tra oriente e occidente, tra bazar e monumenti del classicismo; sotto l’influenza di mille culture male assimilate e in realtà con l’unica cultura della natura e della forza; insomma un paese da choc. E molti intellettuali hanno visto il piccolo paese adriatico come un prisma attraverso cui proiettare i loro sogni o i loro incubi. Solo nel nostro secolo, l’Albania è stata la terra dell’uomo libero o del “buon selvaggio”, dell’uomo nuovo o dell’uomo primitivo, della libertà o della tirannia, del comunismo realizzato, come mai altrove, oppure del gulag sotto casa, paradiso incontaminato o invece residuo di mondo antico. L’Albania come mito perdura a dispetto delle trasformazioni storiche e del crollo di uno stereotipo dopo l’altro. Non c’è più, 104


in Albania, il più temerario e originale tra i comunismi, ma si può sempre attingere alle topiche tradizionali: l’albanese fiero e guerriero, l’albanese uomo d’onore e di istinti primordiali puri. Si veda quanto scriveva nel giugno 1990 la tanto antica quanto prestigiosa Revue des deux Mondes sotto il titolo Shqiprija pays des aigles (Albania paese delle aquile). La premessa è conseguente a una certa cultura francese: la geografia spiega molto, se non tutto, della storia. Ma, poi la cultura francese, a prescindere dal consueto esprit lessicale, non suggerisce interpretazioni particolarmente nuove:

“Le

milieu géographique suffirait presque à expliquer l’historie de l’Albanie…entre de rudes montagne… Ce paysage d’escarpements a façonné l’âme sans partage de l’Albanais… A nature ingrate, homme extrême, tanné au dehors et audedans, indiffèrent à la mort, nourri de la duvet du climat et de la peine à survivre. Code de l’honneur trace à la courbe même des reliefs. Nulle équivoque. La vérité est dans la mort, plus qu’aucun ne le sera jamais”40 Le conclusioni, pur nel medesimo genere letterario, devono tener conto della crisi odierna: “Du sang dans les veines duquel coulait hier la conscience nationale d’un peuple irréductible et fier qui découvre

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Cfr. Revue des deux Mondes, juin 1990, pp. 42-53, p. 43. Trad. “L'ambiente geografico è sufficiente a spiegare la storia dell’Albania... tra le rudi montagne... Questo paesaggio di scarpate ha dato forma all’anima indivisa degli albanesi ... Una natura ingrata, uomo estremo, abbronzato dentro e fuori, indifferente alla morte, alimentato dal clima e dalla pena a sopravvivere. Un codice d'onore traccia la curva stessa dei rilievi. Nessun equivoco. La verità è nella morte, più che in qualsiasi altra cosa.”

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aujourd’hui, dans sa caricature stalinienne, la fragilité de sa mémoire…”41 Più vicini al vero degli antichi e nuovi cantori del mito albanese sono stati - a mio avviso – coloro che, senza negare all’Albania un’identità e una originalità, l’hanno intravista nel travaglio storico del popolo albanese, descrivendo l’Albania come un paese esposto agli invasori, sempre costretto a difendersi, arretrato perché ai margini sia della civiltà occidentale che di quelle orientale, e non da entrambe arricchito e premiato. Le parole di Carlo Levi su Eboli – “nessuno ha toccato questa terra se non come conquistatore o un nemico o un visitatore comprensivo” 42 hanno una loro suggestiva validità per l’Albania. Ma non vorrei proseguire nel presentare e nel discutere questa tendenza della nostra cultura che – per dirla sommariamente – vorrebbe definire un’identità dell’Albania attraverso i tradizionali miti e stereotipi della fierezza e dell’eroicità dell’albanese. Piuttosto vorrei, in quanto storico, contribuire a rispondere al quesito sull’identità albanese fornendo qualche elemento sul nazionalismo e sulle religioni tra otto e novecento. Ad essere schematici, credo che l’identità dell’Albania contemporanea sia debitrice, sotto un profilo ideologico, soprattutto delle correnti e del pensiero nazionalista. Il nazionalismo è stato per gli albanesi una sorta

41

Ibidem, p.44. Trad. « dal sangue delle vene dal quale scorreva ieri la coscienza nazionale di un popolo irriducibile e fiero che scopre oggi, nella sua caricatura staliniana, la fragilità della sua memoria » 42 Cosi in Cristo si è fermato ad Eboli, Torino 1945.

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di religione, pur senza sostituire le religioni intese in senso proprio, con le quali ha avuto un rapporto complesso. Il poeta albanese del secolo scorso, Vaso Pasha, esponente romantico del Risorgimento nazionale, ha particolarmente insistito sulla vera “fede” degli albanesi, che sarebbe poi l’essere albanesi. “La vera religione degli albanesi è l’albanismo” – è l’espressione di Vaso Pasha che gli albanesi ben conoscono. Enver Hoxha amava ripetere queste parole. Ramiz Alia le ha ribadite nel momento in cui rendeva di nuovo legali le religioni in Albania. Ma non è un concetto caro solo ai leader comunisti. Anche re Zog e il suo grande avversario, il vescovo ortodosso Fan Noli, professavano ammirazione per i versi di Vaso Pasha. In effetti, se in Albania, dalla rinascita albanese ottocentesca a oggi, si cerca il motivo dominante della vita pubblica e della cultura, questo è il senso della nazione, l’esaltazione dell’amor di patria. Il valore supremo, per l’albanese, è la nazione. La divinizzazione dell’identità albanese operata da Vaso Pasha si fonda su elementi, se si vuole, piuttosto semplici: è la sottolineatura delle bellezze della terra albanese che è “nostra” e di nessun altro, è la fede del sangue versato dagli antenati per difendere la patria. Ma Federico Chabod insegnava da par suo quale potente forza evocativa hanno i termini “terra” e “sangue” per formare l’dea di nazione e soprattutto il nazionalismo43.

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Si vedano a questo proposito le classiche pagine dello storico valdostano in F. CHABOD, L’idea di nazione, a cura di A. Saitta e E. Sestan, Bari 1961.

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Altri popoli europei hanno conosciuto la fase romantica dell’idea di nazione e da questa sono passati al nazionalismo ed ai naufragi delle due guerre mondiali. Ma sembra essersi trattato, per l’appunto, di fasi transitorie di vicende nazionali complesse. In Albania la storia è stata diversa. L’epoca del Risorgimento albanese sembra essere eterna. L’identità nazionale albanese è stata a lungo soffocata, e poi ha talmente faticato per affermarsi, che l’atmosfera di esasperato patriottismo in cui scriveva Vaso Pasha si è prolungata indefinitamente. Occorre immaginare quale quantitè nègligeable (quantità trascurabile) rappresentasse una popolazione albanese di poche centinaia di migliaia di abitanti nell’Ottocento, o di poco più settecentomila alla fine della prima guerra mondiale, per gli appetiti dei popoli vicini, i quali vivevano anch’essi in un clima di focoso nazionalismo. La storia è stata ingrata con gli albanesi, giunti per ultimi, nel 1912, alla formazione di uno Stato indipendente tra i popoli balcanici soggetti al dominio ottomano44. La lunga repressione delle aspirazioni nazionali, i sacrifici occorsi per ottenere l’indipendenza, e, una volta acquisita, l’umiliante tutoraggio del neonato Stato albanese prescritto dalle grandi potenze, tutto questo ha prodotto un nazionalismo radicale. 44

Sulla formazione dello Stato indipendente con il relativo processo risorgimentale si vedano, per un inquadramento, S. SKENDI, the Albanian National Awakening (1878-1912), Princeton Un. Press, 967; G. CASTELLAN, l’Albanie, Paris, 1980; e Histoire de l’Albanie des origines â nos hours, a cura di S. POLLO e A. PUTO, Lyon, 1974. Una bibliografia a questo proposito in Albanie, une bibliographie historique, a cura di Odile DANIEL, Paris, 1985.

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Può dirsi che non vi sia espressione delle vita pubblica e della cultura, nell’Albania del Novecento (prima dell’avvento al potere dei comunisti), la quale non si richiami ai valori del nazionalismo ed all’epopea letteraria della Rilindja, la rinascita patriottica dopo il letargo ottomano. Dopo il 1944, il comunismo ha cambiato l’orchestra ma non la musica. Gli indirizzi politici del comunismo albanese dimostrano ampiamente la centralità della questione nazionale dell’indipendenza e della sovranità. Si pensi all’autarchia economica, alla politica estera che per maggior sicurezza sceglieva interlocutori agli antipodi del pianeta (l’alleanza con la Cina), alla fierezza dell’unicità albanese, alla politica di incremento demografico accelerato (ogni albanese in più, un fucile in più per difendere la patria). Nel 1976 Mehmet Shehu, il compagno di Enver Hoxha, poi tragicamente scomparso, proclamava: “Certo, l’Albania socialista è piccola, accerchiata, e sottoposta ad un blocco, ma si erge come un’isola di granito nel grande e perfido oceano imperialista e revisionista”. È l’orgoglio della particolarità albanese. È il medesimo senso di nazione in lotta, la medesima concezione eroica dell’esistenza nazionale, che da Skanderbeg giunge a Vaso Pasha ed infine al regime marxista di Hoxha. Del resto i monumenti a Stalin e ai padri del marxismo costruiti in Albania, se posti a fianco ai monumenti equestri di

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Skanderbeg, non sfiorava neppure la sella su cui montava l’eroe nazionale45. Nel volgere dell’ultimo secolo, non c’è paese vicino all’Albania che non ne abbia conculcato o minacciato l’indipendenza, per tacere della vicenda ancora aperta del Kosovo. Gli albanesi hanno dovuto lottare, armi alla mano, contro soldati e milizie ottomane, serbe e montenegrine, jugoslave, greche, italiane, bulgare, tedesche. Nell’ultimo dopoguerra, Tito voleva fare dell’Albania una provincia jugoslava, e poco dopo, nel 1949-51, americani e inglesi hanno fatto dell’Albania il banco di prova del rovesciamento di un regime filosovietico dell’Europa orientale, tentando invano di avviare una guerriglia all’interno del paese, in vista di un’invasione dall’esterno46. La storia sofferta della nazione albanese spiega perché nella cultura schipetara, anche nel periodo socialista, il nazionalismo non sia considerato un termine inequivocabilmente negativo. Quello che per un europeo occidentale è un termine che evoca epoche infauste, guerre, fanatismo razziale, imperialismo, per un albanese può essere un valore positivo. Cos’altro hanno potuto fare gli albanesi di questo secolo, se non difendere la loro patria dalle tante e ripetute aggressioni? L’assolutizzazione del discorso nazionalista non stupisce, e del 45

Due recenti descrizioni critiche dell’Albania degli anni Ottanta, in cui si rileva il particolare carattere “nazionale”del marxismo albanese: E. e jp.champseix, 57, boulevard Staline. Croniques albanaises, Paris 1990, e F. TOZZOLI, Il caso Albania, Milano 1990. 46 Su questo aspetto poco noto della recente storia albanese,cfr. N. Betel, La missione tradita. Come Kim Philby sabotò l’invasione dell’Albania,Milano 1986.

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resto si pensi al consenso che riscuote il nazionalismo in altre regioni europee dove i problemi nazionali non sono risolti, da una serie di regioni e repubbliche comprese in quella che era la federazione socialista sovietica, ai paesi baschi, o all’Irlanda del nord. O si pensi a quanto sta accadendo proprio accanto all’Albania, nella federazione jugoslava preda della guerra civile. La scelta per l’ateismo di Stato, o, come qualcuno ha scritto, per “l’ateocrazia”, nel 1967, non è stata una scelta per una sorta di confessionalismo nazionalista. È esistita nell’Albania di Hoxha una religione di Stato, quella della nazione, provvista delle tendenze inquisitoriali e intolleranti di una religione di Stato che ha a sua totale disposizione il braccio secolare. E, poiché l’Albania ha una sua tradizione islamica, non è neppure mancato il Profeta: in questo senso potrebbe intendersi il culto della personalità di Enver Hoxha. Il marxismo è stato la teologia di questa religione, necessario forse per accordarla con la modernità. In verità, il marxismo in Albania non nasce da un’ispirazione del Profeta, si chiamo pure Enver Hoxha. È stato invece un fenomeno storico: è stata la risposta rabbiosa e disperata ad una società che era rimasta al livello feudale, la più arretrata d’Europa, con tassi altissimi di miseria ed analfabetismo47. E tuttavia, il marxismo ha servito egregiamente la religione albanese della nazione, fornendole 47

Cfr. a questo proposito B. BARDOSHI e T. KAREGO, Le dèveloppementèconomique et social de la R.P. d’Albanie (1944-1974), Tirana, 1974 e, in altro senso, S. SKENDI, Albania, New York 1956; ma soprattutto il quadro dell’economia albanese tracciato in A. ROSSELLI, Italia e Albania: relazioni finanziarie nel ventennio fascista, Bologna 1986.

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parole d’ordine, obbiettivi, riti e dogmi. Tutte le asserite conquiste del marxismo albanese, l’uomo nuovo, la società degli eguali, sono state considerate esclusive non tanto del marxismo, quanto della nazione albanese. In Albania, d’altra parte, la fede della nazione non ha avuto concorrenti temibili. Le religioni albanesi non ne hanno minacciato il primato nella cultura e nella vita pubblica albanese. L’egemonia ideologica del nazionalismo ha anzi influenzato profondamente le comunità religiose albanesi. L’Albania è un paese mediterraneo molto particolare: è l’unico della riva Nord ad essere a maggioranza musulmana. Ora, l’Islam albanese è tutt’altro che integralista, ha tendenze sintetiche, ha un concetto debole dell’Umma dei credenti nel Corano, ha tradizioni ancora povere 48 . Non è un islam che forgia un’identità nazionale, pur contando formalmente sul 70% della popolazione. Del resto, il passaggio dal cristianesimo all’Islam di parecchi albanesi, lungo l’età moderna, sotto il dominio ottomano, è stato definito da taluno, non senza ironia “un atto di politica alimentare”: era un modo di sopravvivere49. 48

Sull’Islam albanese cfr. A. POPOVIC, Les musulmans du Sud-Est europèen dans la pèriode post-Ottomane. Problèmes d’approche., (Journal Asiatique”, 26 (1975), pp. 317-360; P. BARTL, Die albanischen Muslime zur Zeit der nationale Unabhängigkeitbewegung 1878-1912, Wiesbaden 1986; oltre al mio, Nazione e religion in Albania(1920-1944), Bologna 1990. 49 Cfr. il citato articolo sulla”Revue des deux Mondes”. La definizione in questione è del figlio del re Zog e aspirante al trono d’Albania, Leka I. su un piano più scientifico si vedano, a proposito dell’islamizzazione degli albanesi: BARTL, op. cit.; T. W. ARNOLD, The Preaching of Islam. A History of the Propagation of the Muslim Faith, London 1986;

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Le comunità religiose albanesi, com’è noto, sono fondamentalmente quattro: la musulmana sunnita, la musulmana bektashi (questa setta di dervisci, con elemento dottrinali ad un tempo sciiti e cristiani, misterica ma anche aperta alle ideologie della modernità, coinvolgeva prima del comunismo intorno al 15% della popolazione), ortodossa (circa il 20%), la cattolica (circa il 10%)50. Ebbene, nelle mie ricerche sull’Albania contemporanea ho riscontrato come queste comunità religiose si siano strettamente legate alla passione nazionalista, assumendola come tratto privilegiato della loro azione51. Le riviste cristiane e musulmane, i discorsi dei capi religiosi, le dottrine sociali e politiche delle diverse religioni, tendevano in Albania sempre a sottolineare la centralità della questione nazionale. Qualora una comunità religiosa aveva contrasti con un'altra, era tutto un vantare, da una parte e dall’altra, le più alte benemerenze patriottiche. Lo stesso accadeva se una comunità religiosa era in urto con il potere civile: per prevalere nella querelle, entrambe le parti rincaravano il nazionalismo. Quasi che il dogma della nazione fosse al di sopra dei dogmi confessionali o della ragion di Stato.

G. Stradmüller, Die Islamisierung bei den Albanern, “Jahrbücher für Geschischte Osteuropas”, 3 (1955), pp. 404-429; H. KALESHI, Das Türkische Vordringen auf dem Balkan und albanischen Volkes, in Südosteuropa unter dem Halbmond, hrsg. Von Peter Bartl und Horst Glassl, München 1975, pp. 125-138. 50 Per un approccio complessivo alle religioni in Albania rimando al mio, Nazione e religione in Albania. 51 Cfr. ibidem.

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Qualche minoranza religiosa – è vero – non valorizzava troppo il discorso nazionalista, ma il fenomeno è secondario. Penso alle poche migliaia di ortodossi grecofoni della Bassa Albania, che però costituivano più un problema etnico che confessionale, oppure ad alcuni gesuiti di Scutari, peraltro cittadini italiani, i quali comunque avevano un loro peculiare attaccamento alla terra albanese. Anche il luogo comune che vuole gli albanesi di diverse fedi sempre uniti quando la patria è in pericolo non è un’astratta idealizzazione. In effetti, in virtù della professione di fede patriottica a tutti comune, si guardava agli albanesi di diversa religione come a dei fratelli non appena si aveva da condividere una qualche emergenza per la nazione. È vero che, poi, si riprendeva a vederli come diversi o inferiori in fatto di civiltà una volta tornati alla normalità. Ma di fronte ad ingerenze, minacce, invasioni straniere, le religioni albanesi si sono di regola scoperte solidali nella difesa della patria. In questo senso può essere in buona sostanza respinta l’accusa tradizionalmente rivolta alle religioni albanesi, di essere state fattore di divisione e pertanto di debolezza nazionale52. 52

Un tentativo di mettere a fuoco il rapporto tra religione e nazione, ovvero di appurare come fattore religioso incida sul nazionalismo, se in senso favorevole o contrario, in un recente studio di Eric J. HOBSBAWM (Nazioni e nazionalismo dal 1870. Programma, mito, realtà, ed. it. Torino 1991), il quale dopo una casistica che presenta situazioni molto contraddittorie non azzarda una conclusione univoca: “In definitiva: i rapporti tra religione e identificazione proto nazionale o nazionale restano complessi e assai poco chiari e, in ogni caso, non sono suscettibili di generalizzazione(p.80). a proposito dell’Albania, Hobsbawm rileva come gli albanesi avessero nell’Ottocento una coscienza nazionale piuttosto sviluppata “nonostante fossero divisi al

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Quando Hoxha, nel 1967, metteva al bando le religioni in quanto antinazionali, quali che fossero i veri moventi della sua azione, la fondava particolarmente su questa accusa 53 . Ma Hoxha sapeva probabilmente di semplificare la questione, in vista dell’uso politico che ne doveva fare. Indubbiamente le religioni sono state considerate dai nemici esterni dell’Albania come strumenti di penetrazione nel paese, ma questo non significa che le comunità religiose albanesi intendessero essere loro complici. In realtà esse erano permeate della cultura nazionalista egemone e condividevano l’idea nazionalista, vissuta come destino sacro e fatale. Così era, tra le due guerre, per gli ortodossi impegnati a fondare e sostanziare l’autocefalia e a rigettare la cultura greca: per taluni dei francescani che inclinavano – loro religiosi cattolici – alla xenofobia; per i bektashi che vantavano per sé i maggiori patrioti albanesi e identificavano nella patria “il massimo di tutti i beni” 54 ; per i musulmani sunniti che, dopo qualche incertezza iniziale, sentivano l’Albania indipendente ed i palazzi di potere, a Tirana, come loro creature esclusive.

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loro interno da una quantità di fedi religiose molto maggiore di quella che normalmente si ritrova nell’ambito di un territorio dalle dimensioni all’incirca corrispondenti a quelle del Galles” (p. 79). Sulla lotta antireligiosa del 1967 e degli anni successivi cft. Le motivazioni e le ricostruzioni su cui si sofferma no poco, e con chiarezza, l’ufficiale Storia del Partito del Lavoro d’Albania, edita a cura dell’Istituto di studi marxisti – leninisti presso il Comitato centrale del Partito del Lavoro d’Albania, Tirana, 1971, pp. 652-258. L’espressione è del bektashi Naim Frashëri, considerato il maggior patriota albanese de secolo scorso (cft. N. Frashëri, Die Bektaschis, herausgageben und übersetz von Norbert Jokl, “Balkanarchiv”, 2 (1962), pp. 226-240).

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Non intendo affatto, con queste osservazioni, ridurre le religioni dell’Albania a entità irrilevanti, la cui unica funzione era o è di sostenere l’idea di nazione. Lo storico non può indagare l’assenza del fenomeno religioso, ma solo proporre una storia positiva dei comportamenti umani socialmente rilevanti, indipendentemente dal giudizio del sentimento religioso e della “fede” degli individui e dei popoli. Lo storico non può dire se gli albanesi siano o no un popolo religioso, benché ciò sia stato oggetto di infinite controversie politiche e letterarie. La “fede” è per sua natura realtà interiore, invisibile, incontrollabile. Lo studioso può invece ricostruire il ruolo di comunità, che ad una fede si richiamano, negli avvenimenti di una società e di un paese. In questo senso, si può rivelare la forte influenza che l’idea di nazione ha esercitato sulla cultura e sugli uomini di religione e sui credenti albanesi per un lungo periodo, stante che nessun credente vive al di fuori della propria determinata temperie culturale e sociale. In conclusione, se gli albanesi non sono, dopo il crollo del comunismo, un popolo senza identità, questo è dovuto al sedimentarsi, ininterrotto, di una cultura in cui patria e nazione sono elementi tutt’altro che secondari. Le religioni hanno pure contribuito a questa cultura, inserendosi in tal modo pienamente nella corrente e nello spirito della vita albanese contemporanea. D’altra parte, è pur vero che una civiltà cristiana e una civiltà islamica dell’Albania sono realtà di fatto, che hanno plasmato l’identità di questa nazione, ma forse sarebbe meglio dire che ne hanno plasmato l’anima, che è qualcosa di cui lo studioso di cose storiche non riesce facilmente a parlare. 116


Gli Albanesi Di Sami Frashëri Gli Albanesi sono un popolo che abita il lato occidentale della penisola balcanica. La parola arnaut (albanese in turco) deriva dal termine greco arvanit (albanese). Questa popolazione abita la penisola balcanica da tempi remotissimi. Anche se sono stati a lungo in contatto con l’antica Grecia e con Roma, gli Albanesi hanno vissuto autonomamente rispetto a queste due grandi civiltà. Sovente accomunato con altre popolazioni, perché non considerato autonomo (malgrado l’esistenza di una lingua nazionale), fino ad oggi55 quello albanese è rimasto un popolo pressoché sconosciuto alla cultura convenzionale europea. Alcuni studiosi e storici europei pensano che gli Albanesi siano provenuti dall’Albania del Caucaso, e cioè l’odierno Daghestan; altri ritengono che siano Slavi, altri ancora credono che siano un popolo rimasto allo stato primitivo e un’altra parte ancora che siano Greci. L’autore ritiene che ognuno di loro sia lontano dalla verità. Molti filologi sanno che la lingua albanese ha affinità con il greco antico, il latino, la lingua slava, e che addirittura ha delle parole in comune con essi, ma si è sempre pensato sia la lingua albanese ad essere stata contaminata dalle suddette lingue. Ultimamente 56 , quando alcuni filologi europei iniziarono a studiare seriamente la lingua albanese, capirono in che rapporti 55 56

Cioè nel 1898, N.d.T. Sempre nel 1800, N.d.T.

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essa fosse con il greco antico, il latino, le lingue slave, la lingua persiana sanscrita, ecc. Esaminando attentamente l’essenza della lingua albanese e studiando minuziosamente la storia di quel popolo, finalmente capirono quali fossero le sue radici, da dove fosse venuto, ecc. Tale questione, che è rimasta una specie di enigma per tanti secoli, oramai è totalmente risolta, ed abbiamo la certezza che il popolo albanese appartenga ad uno dei ceppi più antichi delle popolazioni dell’Asia e dell’Europa: gli “Arii”. Se dovessimo soffermarci attentamente sul tema delle parole albanesi che sono affini a termini del greco antico, del latino, dello slavo, delle lingue germaniche e delle altre lingue antiche europee che da esse derivano, e poi ancora della lingua persiana, della lingua zend e del sanscrito, saremmo costretti a dilungarci ed annoiare il paziente lettore. Possiamo dire che, se facessimo un dizionario etimologico della lingua albanese, resterebbero escluse pochissime parole prive di affinità con gli idiomi da noi qui sopra elencati. Perciò non si ha la certezza assoluta che sia la lingua albanese ad essere stata originata dai linguaggi di matrice europea, perché moltissime parole albanesi hanno radici diverse da quelle delle medesime parole in latino e greco antico. Questo è un ulteriore argomento a testimonianza del fatto che la lingua albanese abbia origini più remote del greco antico e del latino, e di conseguenza che il popolo albanese sia quello più antico. L’affinità che hanno alcune parole albanesi con la lingua persiana, la lingua zend ed il sanscrito, più di qualsiasi altra lingua ariana dell’Europa, prova che l’albanese non deriva dalla lingua latina, greca e dalle lingue slave, ma ha un collegamento diretto con le antiche 118


lingue ariane e ci dimostra anche che gli Albanesi giunsero dall’Asia Centrale in Europa, come gli altri antichi popoli ariani. I popoli europei, secondo le tesi più accreditate, lasciarono in tempi antichissimi l’Asia Centrale per emigrare in massa verso ovest. Una parte di essi s’insediò in Russia, una parte in Iran e Anatolia, altri in Caucaso e sulle rive del Mar Nero; infine, si sparsero ovunque in Europa. Queste migrazioni non avvennero in tempi brevi, ma in lunghi archi temporali. È risaputo che la popolazione celta sia stata una delle prime ad arrivare in Europa. Ė probabile che gli Albanesi siano sopraggiunti più o meno nello stesso periodo dei Celti. Le affinità idiomatiche e di altro tipo dimostrano chiaramente che queste due popolazioni (Albanesi e Celti) siano arrivate in Europa quasi nello stesso periodo. I Celti s’insediarono nell’Ovest dell’Europa, invece gli Albanesi nell’Europa Orientale. Gli Slavi arrivarono molto più tardi. In quei tempi gli Albanesi si chiamavano Pelasgi. Secondo una corrente di pensiero, questo nome deriva dalla parola albanese plak (vecchio). Comunque sia, questo popolo in quel tempo era sparso in tutta la penisola balcanica, e fino all’Ovest dell’Anatolia. Gli Elleni, che arrivarono in un secondo momento, spinsero i Pelasgi fuori dal Peloponneso, tanto che una gran parte di essi migrarono in Italia ed è possibile che, mischiandosi con la popolazione autoctona, abbiano contribuito alla nascita del popolo latino. Ma non tutti i Pelasgi andarono via dalla Grecia. Molti rimasero in Etolia e in altre zone dell’Ellade, e molti di loro si fusero con gli Elleni. I Pelasgi, cioè gli antichi Albanesi, come spiegheremo meglio nel seguito, erano divisi in quattro gruppi: 119


1- Gli Illiri, erano sparsi dal confine settentrionale dell’antica Grecia fino al Nord dell’Adriatico, e cioè nel territorio che attualmente comprende l’Albania odierna, la Bosnia e la Dalmazia. 2- Gli antichi Macedoni, si stanziavano dalla montagna di Pindo fino ai monti Rodopi, al fiume Karasu ed al mar Egeo e cioè nella zona di Salonicco, fino a Monastir, Scopie, ecc. 3- I Traci, dimoravano in Bulgaria e forse fino al lato destro del fiume Danubio. 4- I Frigi, spaziavano dalla costa dell’Anatolia fino ad Ankara e Sivas. Per tutti e quattro i popoli che abbiamo nominato esistono prove attendibili della loro origine pelasgica. Gli Illiri e i Macedoni erano molto simili nella lingua, nelle usanze e nei costumi. La stessa cosa possiamo dire anche per i Frigi e i Traci. In particolar modo, il gergo degli Illiri e dei Macedoni era lo stesso. L’affinità fra questi quattro popoli era così forte che quando i Greci si mobilitarono nella guerra contro il re troiano, che era considerato frigio, eserciti dalla Macedonia e dalla Tracia accorsero in difesa dei Troiani contro i Greci. Se analizzassimo alcuni vocaboli che ci sono stati tramandati dalla storia degli antichi idiomi di Macedonia, Frigia e Tracia, si noterebbe che sono molto simili a parole del lessico albanese. Erodoto ci dà un indizio significativo, quando scrive che nella lingua frigia il pane era chiamato buks. Così, eliminando il suffisso greco s, che è stato aggiunto dallo stesso Erodoto, appare chiaro il nesso con la parola albanese buk-ë, che si usa tutt’oggi in Albania e che significa proprio pane. Anche Strabone, che è vissuto nel I secolo d. C., testimonia che gli 120


antichi Macedoni e gli Illiri erano un unico popolo e parlavano la stessa lingua. Infatti scrive: “Gli abitanti dell’Epiro, della Macedonia e dell’Illiria parlano la stessa lingua, tagliano i capelli nella stessa maniera e hanno identici usi e costumi.”(traduzione libera). Ed inoltre: “Essi si fanno guidare dal consiglio degli anziani, che viene detto“plagonija”; l’anziano è chiamato “plajis”, l’anziana “plaje.” (traduzione libera). Osserviamo che le parole plakonja e plak si usano ancora oggi nella lingua albanese con lo stesso significato. Nei paesi montani dell’Albania è conservata l’usanza che le discordie fra gli abitanti vengano risolte dai consigli degli anziani, chiamati plakonja. Con la stessa certezza che i quattro popoli sopracitati derivino dei Pelasgi, possiamo affermare che gli Illiri sono gli antenati degli Albanesi. Si conoscono con relativa precisione gli spostamenti di molti popoli da quasi duemila anni, ma non risulta che un popolo straniero si sia insediato nei territori dove oggi abitano gli Albanesi. Inoltre, in generale è ormai accettato il fatto che gli antichi Pelasgi e gli Albanesi appartengano alla stessa etnia. Questa convinzione viene rafforzata soprattutto dalla lettura degli antichi storici greci, che affermano che religione e credenze dei Greci e dei Romani sono state assimilate entrando in contatto con gli antichi Pelasgi, per cui anche i nomi degli dèi greci e romani sono di origine pelasgica. Assumendomi la responsabilità delle mie tesi e rivendicando l’orgoglio di essere albanese, posso confermare che il nostro popolo, nei tempi passati, si è esteso da Trieste fino a Sivas, e 121


cioè in due continenti: Europa e Asia. Ma, essendo circondati da stati potenti come la Grecia e l’antica Roma, e dovendo perennemente combattere contro gli invasori, i Pelasgi sono stati assimilati e sono quasi scomparsi in Anatolia, e più tardi anche in Tracia e nella parte Sud-Est della Macedonia e dell’Illiria, e cioè in Bosnia. Oggi gli Albanesi risiedono nella parte Sud-Occidentale della Macedonia per via degli attacchi continui dei Bulgari e degli Slavi. Gli Albanesi non hanno cambiato gli usi e costumi che hanno ereditato dai Pelasgi e dagli Illiri. Hanno sempre vissuto in disparte dagli altri popoli. Anche al loro interno vivevano divisi e in inimicizia in piccole tribù. Se analizziamo i dati storici che ci riporta Strabone, noteremo che lo stile di vita che caratterizzava gli Albanesi nei tempi antichi continua anche oggigiorno ad essere lo stesso nelle montagne di Dibra e Scutari. Essendo in continua lotta anche fra di loro, gli Albanesi non hanno mai potuto essere uniti, codificare la loro lingua o creare una loro letteratura. Anche gli studiosi, che pur non mancavano loro, erano costretti a imparare lingue straniere per questioni politiche ed in questa maniera non hanno contribuito al progresso culturale del loro paese natio. Per questo loro modo di vivere così isolato, gli Albanesi non hanno mai cercato di cambiare il loro arcaico idioma, che è rimasto pressoché intatto, così come gli usi e i costumi. Gli Albanesi, fin da tempi remoti, hanno vissuto divisi raggruppamenti tribali, e sono stati da sempre guidati dai loro capi tribù o dal consiglio degli anziani; è proprio per questo motivo cha la loro storia non è stata mai documentata. Come è noto, essi avevano formato tre stati; uno era collocato a Scutari, 122


l’altro in Epiro e cioè nei territori di Ioannina, e il terzo aveva come capitale una città chiamata Pella, che si trovava vicino a Vardar. Questo terzo stato è meglio conosciuto come Macedonia, e la sua storia è ben nota. Esso ebbe la sua notorietà quando conquistò molti paesi del mondo fino a quei tempi conosciuto. I suoi eserciti, sotto la guida di Alessandro Magno, figlio di Filippo II, arrivarono fino in India. Per i noti motivi che abbiamo già descritto, anche Alessandro Magno imparò la lingua greca. Come i suoi soldati, lui stesso era Macedone per lingua e cultura. È nota la sua avversione verso i Greci, malgrado li considerasse un grande popolo. Il re più famoso del regno d’Epiro fu Pirro, che per ben due volte trionfò contro i Romani. Nonostante avesse ampliato il suo dominio fino in Grecia ed in Egitto e la sua ambizione fosse enorme Pirro, quando morì, lasciò un regno appena un po’ più grande di quello che suo padre gli aveva consegnato. Tra i re d’Illiria che raggiunsero la notorietà possiamo nominare Gent I, e la regina Teuta. Gli Albanesi, che sotto la guida di Alessandro Magno avevano conquistato il mondo, non accettarono la dominazione dei Romani, e si opposero ad essi con una strenua resistenza. Così, quando il generale romano Paolo Emilio riuscì a sconfiggerli, per vendicarsi della loro ribellione rase al suolo 85 città, e mandò a Roma, legati in catene, centinaia di migliaia di prigionieri. Fu proprio in quel periodo che iniziò la sventura del popolo albanese. Oppressi dai Romani, e poi per non subire le invasioni di popoli barbari come gli Avari, gli Unni, ecc, gli Albanesi si ritirarono nelle sicure montagne, lasciando così le pianure fertili. Una parte di essi, quasi la metà della popolazione, lasciò per sempre la 123


propria patria, emigrando in Grecia, nel Peloponneso; coloro che rimasero invece in Albania, si ripararono in posti sicuri. Gli Ottomani trovarono gli Albanesi divisi. Anche se alcuni dei principi albanesi opposero una debole resistenza, molti altri, capendo che non potevano competere con la forza bellica degli Ottomani, si arresero senza combattere, e così facendo mantennero le loro posizioni di predominio. Questi principi ottennero alcuni privilegi e diritti nell’Impero ottomano ma Skanderbeg riuscì ad unirne una buona parte per combattere contro l’Impero Ottomano. Essendo Skanderbeg un abile ed esperto condottiero, ottenne dal Papa e dagli altri re cristiani d’Europa la promessa di aiuti di ogni genere, promessa che non fu mai mantenuta. Skanderbeg combatté per molti anni contro gli Ottomani senza mai perdere. Dopo la morte di Skanderbeg, tutto il paese passò nelle mani dei Turchi. Durante questo periodo centinaia di migliaia di Albanesi emigrarono in Calabria, in Sicilia, in parte a Venezia, a Marsiglia e addirittura in Spagna. Soltanto coloro che s’insediarono in Calabria e in Sicilia formarono comunità albanesi che hanno conservato fino ai giorni nostri la lingua e la religione d’origine. Queste comunità contano in totale duecentocinquantamila persone. Nel periodo in cui gli Albanesi dipesero dalla amministrazione ottomana, la maggior parte dei ricchi (i bey) abbracciò la fede Islamica. Dopo di ciò, gradualmente anche una parte della popolazione accettò la conversione all’Islam e così, in poco tempo, due terzi della popolazione albanese diventò islamica; il restante terzo si divise fra cattolici e ortodossi. In tal modo, gli stessi Albanesi che non avevano voluto sottomettersi ai Romani e a Bisanzio, contribuirono ad aumentare la fama e il 124


potere dell’Impero Ottomano. Fino a quando vi fu un esercito regolare ed organizzato, gli Albanesi fecero parte di esso. Questi soldati combatterono finanche nel deserto del Sudan. L’Impero Ottomano, apprezzando la loro fedeltà, conferì loro posizioni sociali molto alte. I pashà albanesi che diventarono primi ministri furono 25; addirittura alcuni fra loro, nel periodo del Sultano Selim I e del Sultano Suleiman, arrivarono a ricevere cinque mandati consecutivi da primo ministro. Anche gli Albanesi cristiani della Grecia e dell’Italia dimostrarono il loro valore. I condottieri della rivoluzione greca come Boçari, Xhavella, Kanari, Bolligasi, Bubulina ed altri ancora erano Albanesi. Molti Albanesi furono seguaci di Garibaldi nella sua missione di unificazione dell’Italia. La maggior parte di coloro che oggi57 guidano la Grecia e la sua flotta sono Albanesi. Anche fra gli Italiani ci sono tante personalità, poeti, scrittori, che hanno origine albanese; della stessa origine è anche il Papa Clemente XI, senza dimenticare che Giuseppe Crispi, colui che guida la diplomazia italiana ai nostri giorni58, è originario del Paese delle Aquile. Gli Albanesi dai loro avi hanno ereditato usi e costumi, l’onore e l’orgoglio. Hanno ereditato la considerazione per la parola data, che chiamano besa. Essi sono disposti a dare la loro vita per difendere la loro patria, la loro tribù, la loro famiglia, e addirittura per mantenere le promesse.

57

58

1898, N.d.T. Ved. nota precedente.

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Anche se per via della lingua si dividono in Gheghi e in Toschi, gli Albanesi non si sentono diversi fra loro ma fieri della loro appartenenza nazionale. I Gheghi sono insediati nel Nord Albania, invece i Toschi risiedono a sud. Il fiume Shkumbin, che scorre vicino alla città di Elbasan, funge da confine naturale fra di loro. I dialetti dei Gheghi e dei Toschi si differenziano solo nella pronuncia, negli accenti e in alcune frasi. In sostanza la lingua è la stessa: per questo si capiscono benissimo fra di loro. Esistono alcuni libri di prosa e di poesia in lingua albanese. La tematica prevalente è religiosa, e sono stati scritti 400-500 anni fa. Esistono anche alcune canzoni popolari del XV secolo. Gli Albanesi musulmani oggigiorno usano alcune parole e frasi arabe; invece quelli cristiani usano alcune parole e frasi greche. Anche dopo la conversione all’Islam degli Albanesi, sono apparsi scrittori e poeti che hanno composto opere di carattere religioso, che possiamo considerare letteratura; ma poiché gli autori di religione musulmana hanno scritto in lingua araba e gli autori di religione cristiana in lingua greca (e le loro opere sono piene di parole e frasi straniere), la letteratura nazionale albanese non ha avuto che un ruolo da comprimaria. Fra i primi che hanno scritto sugli Albanesi, sulla loro origine storica e sulla lingua, e li hanno fatti conoscere in Europa, sono stati Georg von Hahn (il quale ha vissuto per un lungo periodo a Ioannina e Scutari come console dell’Austria), il famoso filologo Franz Bopp e Dora d’Istria, che è albanese e discende dai Gjikaj, i principi di Romania. Fra gli Albanesi d’Italia vanno, infine, citati Vincenzo Dorsa, Giuseppe Crispi, 126


Demetrio Cammarda, Girolamo de Rada che, insieme ad altri, hanno scritto opere in lingua tedesca e italiana.

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Le più diffuse impressioni dei viaggiatori inglesi del XIX secolo sulla lingua albanese Di Shpëtim Mema La lingua albanese con la sua particolarità ha da sempre suscitato l’interesse non solo di storici come Leake, Hobhouse, ecc, e di poeti, come Lord Byron, ma anche di semplici viaggiatori. L’idea generale dei viaggiatori inglesi della seconda metà del XIX secolo è che la lingua albanese (Albaninan, Albanese, Skype, Skipetaric) è una lingua non scritta. Ma, in realtà, gli stessi viaggiatori ci informano che gli albanesi di quel secolo, in alcuni casi, scrivevano questa lingua. Così Leake ci dice che già nel 1804, quando Ali Pascià Tepeleni doveva comunicare qualcosa, i suoi messaggi venivano scritti in lingua albanese, usando le lettere greche 59 . Ci informa inoltre che, nel Sud dell’Albania, le parole scritte in lingua albanese venivano rappresentate con le lettere greche, eppure questa cosa non succedeva spesso perché la classi ricche, che erano anche le più istruite, ogni volta che avevano bisogno di scrivere preferivano utilizzare la lingua greca60.

59 60

Leake, W. M. Travels… v.1, p. 38. Leake, W. M. Researches… p. 260.

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Un’informazione simile la dà anche Bowen quando dichiara che gli albanesi per scrivere la loro lingua usavano le lettere greche, questo perché non possedevano un loro alfabeto61. Hobhouse, da parte sua, dichiarava che la lingua albanese è una lingua non scritta, anche perché non conosceva gli antichi autori albanesi come Budi, Bardhi ecc. Dopo un’analisi attenta dell’opera di De Lecce, giunge alla conclusione che la lingua albanese si attesta in forma scritta anche prima dell’anno 1716, anno nel quale è stato pubblicata la grammatica del sacerdote italiano. “Perché il padre parla” - scrive lui – “di un alfabeto albanese già formato che esisteva nel suo tempo, ad eccezione di cinque lettere che erano latine”62. Per quanto riguarda invece i suoni della lingua albanese, i viaggiatori in questione esprimono pareri diversi. Alcuni di loro li confrontano con i suoni delle altre lingue parlate nelle zone limitrofe dell’Albania. Così si esprime Leake: “L’alfabeto greco non è in grado di esprimere tutti i suoni della lingua albanese, anche se la lingua albanese contiene in sé tutti i suoni dell’alfabeto greco odierno” 63 , considerando questo fatto come una delle difficoltà maggiori che incontravano gli albanesi quando dovevano scrivere la loro lingua usando le lettere greche. La ricchezza dei suoni della lingua albanese la mette in risalto indirettamente anche Spencer quando scrive: “Mai ho incontrato uomini che pronunciano con tanta facilità la nostra 61

Bowen, F. G. Mount Athos… p. 195. Hobhouse, J. C. A Journey… p. 1124. 63 Leake, W. M. Researches… p. 260. 62

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th (/θ/ come thing inglese) difficilissima da pronunciare”. Egli inoltre sostiene che nella lingua albanese si trovano tutti i suoni gutturali della lingua celtica64. Per il viaggiatore Bowen “La lingua albanese è una lingua gutturale e monosillabica”. 65 Anche se egli non argomenta con i fatti questa sua infondata dichiarazione. Per quanto riguarda i dialetti dell’albanese, i viaggiatori inglesi ammettono l’esistenza dei due dialetti principali, quello del nord e quello del sud. Di grande interesse è l’informazione che ci dà Spencer quando scrive che sia la grammatica, sia il dizionario di Ksylander gli sono tornati utili quando visitò la Çamuria, ma non tanto quanto sperava quando visitò Mirdizi e Toschi, sebbene quest’ultimi parlassero la lingua albanese in tutta la sua purezza66. Da quello che abbiamo letto sulla lingua albanese possiamo trarre alcune conclusioni. Secondo il parere generale dei viaggiatori inglesi la lingua albanese è una lingua antichissima che gli albanesi hanno ereditato dai loro bisnonni e che trasmettono ai loro figli da secoli. Le loro osservazioni sull’origine illirica della lingua albanese e soprattutto sull’autoctonicità degli albanesi nei territori dove vivono, è molto importante sia per il periodo storico in cui si colloca il loro viaggio, sia per gli studi più recenti fatti su questo argomento.

64

Spencer, E. Travels… v.2, pp. 133- 134. Bowen, F. G. Mount Athos… p. 194. 66 Spencer, E. Travels… v.2,p. 134. 65

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Le testimonianze di questi viaggiatori sullo stato della lingua albanese nel periodo storico che vede la nascita delle loro opere, ci dimostrano che la lingua albanese, anche se usata pochissimo nei libri e non studiata nelle scuole, si trasmetteva oralmente ai bambini ed era il fattore principale della conservazione e del rafforzamento dello sentimento nazionale. Dal confronto che hanno fatto con le altre lingue, i viaggiatori inglesi concludono che la lingua albanese è una lingua molto ricca sia per la fonetica sia per il lessico, avendo nello stesso tempo una sua struttura grammaticale. La lingua albanese, anche se ha due principali dialetti, è una lingua unica e comune a tutti gli albanesi, i quali si riconoscono come un popolo fra gli altri popoli.

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Vestigia greche e pelasgiche in Italia Di Stanislao Marchianò Pasquale Borrelli, uomo di tendenze politiche liberali, per cui fu costretto all’esilio, fu tra i massimi autori di filologia moderna; egli, nella sua opera “Principi della scienza etimologica”, parlando delle prime migrazioni pelasgo-albanesi in Italia, ritenendo di essere in buona fede, sostiene che quelle migrazioni abbiano riguardato coloni greci. Così egli riporta le sue convinzioni alle pagine 19 e 20 dell’opera citata: “Il primo arrivo dei Greci in Italia risale ad un periodo tanto remoto che sarebbe impossibile precisarne esattamente l’epoca. Certamente molti luoghi, che ora appartengono al Regno delle Due Sicilie, sono indicati da Omero con una tale accuratezza che, sebbene egli non li abbia mai visitati, verosimilmente devono essergli stati descritti da uomini a cui erano familiari. È stato ormai accertato che la prima delle colonie greche nel sud Italia fosse Cuma e Strabone assicura che fino ai suoi tempi essa conservava monumenti, giuochi, sacrifici ed altre istituzioni che rendevano evidente la sua origine”. Nel seguito lo scrittore dice: “La presenza di vestigia attestanti la pregressa stanzialità dei Greci non fu certo limitata alla sola Cuma, poiché precedentemente all’edificazione di Roma, o contemporaneamente, o poco dopo, essi fondarono Squillace, Sibari, Crotone, Locri, Metaponto, Elea, Reggio, Posidonia, Siponto, Taranto, Megara, Nasso, Gela, Enna, Agrigento, 132


Siracusa, Catania ed altre città che poi acquisirono grande fama, ed i cui popoli parlarono greco.” E più avanti, lo stesso Borrelli, ritenendo sempre di origine greca tutte le colonie che si insediarono in Italia, dice: “È molto verosimile che un gran numero di Greci si siano recati in Italia. Ma si dispersero ovunque, quando videro assalite, occupate e devastate le loro infelici contrade dalle orde barbariche”. Noi non comprendiamo di quali barbari il sig. Borrelli intenda parlare. Se vuole alludere all’invasione turca nell’Epiro ed in altre regioni della penisola ellenica avvenuta 4 o 5 secoli fa, allora coloro che ne furono oggetto in Italia erano popoli albanesi e non greci. Se poi coi termini orde barbariche egli intende riferirsi agli invasori Cadmei, in tal caso i popoli che le subirono in Italia erano pelasgo-albanesi e fondarono nelle estreme regioni meridionali paesi che, con differenze linguistiche minime, portano nomi albanesi. Perseverando nello stesso errore, il Borrelli più oltre conclude: “Anzi, quando le vessazioni dei loro oppressori per circostanze particolari divennero più forti, piccoli raggruppamenti di Elleni abbandonarono la loro patria e, seguendo l’esempio dei loro antenati, decisero di trasferirsi nel Regno di Napoli. Citiamo quel gruppo che nel 1534 lasciò Corone, città della Morea e, giunto in Basilicata, si stanziò nel territorio dell’attuale Barile. L’insediamento si accrebbe ulteriormente nel 1647 per l’arrivo di altri Greci provenuti da Maina. Ma già da tempo si riteneva che questo paese (Barile), fosse stato fondato in epoca sconosciuta da altri coloni, anch’essi Greci”. 133


Ci dispiace moltissimo dover confutare le asserzioni del sig. Borrelli, il cui valore di studioso è giustamente riconosciuto dai suoi colleghi italiani ma, ritenendo di poter dimostrare chiaramente le nostre tesi, replichiamo senza remore alle sue argomentazioni. Con le parole Il primo arrivo dei Greci in Italia risale a un periodo tanto remoto che sarebbe impossibile precisarne esattamente l’epoca egli chiaramente dimostra di ignorare sia l’esatta origine dei Greci sia l’epoca in cui i popoli che abitavano l’Ellade assunsero tale nome. I coloni che vennero a stabilirsi in Italia in tempi così remoti da non essere rigorosamente databili erano Pelasgi e non Greci. Ed affinché il lettore si convinca della bontà della nostra tesi, citeremo qui appresso l’autorevole affermazione di Erodoto il quale, nel libro VIII della sua Storia, a pagina 108 dice: “Gli Ateniesi, nel tempo in cui i Pelasgi occupavano l’odierna Grecia, erano Pelasgi, e venivano detti Cranai (forse Caranai). Sotto il re Cécrope si chiamarono Cecropidi; sotto il suo successore Eretteo cambiarono nome e furono detti Ateniesi”. Se la prima migrazione in Italia, della quale intende parlare Borrelli, non fu effettuata da popoli greci, dal momento che l’appellativo di Grecia esisteva allora forse soltanto in mente Dei, come afferma Erodoto, molto meno popoli bisogna ritenere che non siano stati Greci quelli che vennero a fondare la nostra Cuma, perché stando alle tradizioni locali e a ciò che riportano gli studi storici degli italiani G. Antonini e C. Pellegrino e dei greci Alessarco ed Aristonico, l’esodo di quei Pelasgi che fondarono Cuma e si stabilirono nell’attuale 134


Campania viene collocato contemporaneamente alla prima migrazione nella penisola ellenica, e non si può neppure congetturare quanti secoli prima della guerra di Troia ciò sia avvenuto: e meno che mai si possono considerare coloni greci quei gruppi che, nel 1534, partiti da Corone, città della Morea (Peloponneso), giunsero in Basilicata e, tra gli altri paesi, fondarono Barile, perché gli abitanti di questo paese sono in tutto e per tutto Albanesi, e parlano la lingua albanese; quindi, i loro antenati non potevano essere Greci, ma Albanesi; né erano Greci quelli che giunsero a Barile nel 1647 partiti da Maina, seguiti da altri. È tradizione assai nota presso tutti gli Albanesi residenti in Italia che i paesi nei dintorni di Corone nella Morea siano stati culla dei loro proavi, i quali vennero a stanziarsi nelle province di Potenza, Campobasso, Cosenza, Catanzaro, Reggio ed in Sicilia, ove edificarono castelli, paesi e città; inoltre, molte famiglie albanesi, ancora oggi, aggiungono al cognome l’appellativo di Coroneo, come Jeno de’Coronei, Elmo de’Coronei ecc., ed esiste anche il paese chiamato S. Demetrio Corone. Oltre a ciò, tra i canti popolari tradizionali degli Albanesi, ve ne è uno che incomincia coi seguenti versi:

Albanese antico Mori ebùkura Morèe, Cië kùur të glièe nëng të pèe, Attiè kàm ù szottin tàt, Attiè kàm ù mëmën timme, Mori ebùkura Morèe, Cië kùur tëglièe nëng të pèe.

Che in italiano vengono tradotti così Ahimè! Bella, avvenente Morea, Da quando ho dovuto abbandonarti, io non ti vidi più, Ho là il mio Signor Padre, 135


Ho là la Signora mia Madre, Ahimè! Bella, avvenente Morea, Da quando ho dovuto abbandonarti, io non più ti vidi.

Basandoci sull’autorevolezza di questo documento tradizionale, possiamo concludere che sia completamente falso che tutti quei gruppi i quali, sia prima che dopo il 1534, vennero a stabilirsi nelle provincie sopracitate siano greci, perché tutti i membri di quegli insediamenti parlano l’idioma albanese, ed è legittima conseguenza dedurre che Corone, Maina ed altri centri della Morea fossero stati abitati e fondati da Albanesi. Sicché, da un verso gli storici moderni con la loro superficialità, anche se in buona fede, dall’altro gli antichi, con la loro premeditata malizia, tutti insieme contribuirono ad oscurare e mistificare la reale origine albanese di quelle colonizzazioni, sostenendo l’illogica tesi di insediamenti di Greci.

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La tradizione serba non possiede canti epici di Veis Sejko Estratto dal libro “Sugli elementi in comune nell’epica albanese - arbëreshë e quella serbo-croata” Ringraziamo la signora Esmeralda Tyli – nipote dell’autore – per aver autorizzato la traduzione e la pubblicazione di questo materiale. (traduzione di Brunilda Ternova) La tradizione serba non possiede canti popolari di eroi propriamente detti. Lo strumento musicale Liuto (alb. Lahuta) è noto in Serbia grazie ai cantori erranti stranieri ciechi e non, che vagavano su e giù per guadagnarsi da vivere, e i serbi consapevoli di non avere esattamente una propria Epica, ronzarono intorno ad essi. Le canzoni epiche dei cantori ciechi non erano apprezzate dalla gente e nemmeno dagli autori serbo-croati che nei loro confronti si esprimevano con parole di disprezzo. Questi cantori ciechi non erano realmente dei veri rapsodi di professione, ma si sono occupati di questo lavoro solo per necessità. Tra di essi avevano una certa abilità Filip Visnjić e un uomo cieco di nome Qorr Hysa, il primo proveniva dall’Erzegovina e il secondo dalla Bosnia. (N.d.T. ‘Qorr’ in lingua albanese vuol dire ‘cieco’) Tuttavia, il distretto della città serba di Uzhice e in parte la regione di Jadri nella Serbia occidentale sono popolati da emigrati della Erzegovina, Bosnia e Montenegro, i quali hanno canti epici con il Liuto, il che dimostra ancora meglio che la Serbia propriamente detta non è una zona di cultura Epica. 137


L’aspetto strano è che, nonostante la Serbia non possieda il folk epico con il Liuto, nessuno degli autori serbo-croati riesce ad ammettere che non ne sono i possessori. Anche Vuk Karadzic, a questo punto balbetta e non riesce a pronunciare la parola “non abbiamo un folk epico”, ma gira intorno alla questione senza nemmeno affermare come stanno le cose. In una conversazione con A. Dozen nel 1857, Vuk gli conferma questo: “Oggi solo in Bosnia-Erzegovina, in Montenegro e nelle regioni montane della Serbia meridionale esiste una specie di preferenza per il canto eroico ...” [August Dozen: La poesie populaire serbe, Paris, 1859, p. 3.]. Quindi, come si vede, la Serbia viene “inclusa” nella dichiarazione di Karadzic tanto per dire che le regioni montuose del sud - Kosovo odierno - hanno tendenze epiche. Vale a dire che la Serbia propriamente detta non l’adopera e questo aspetto non viene dichiarato in modo esplicito. Osservando i tre volumi dei canti di Vuk Karadzic non esiste nemmeno un singolo canto che provenga dai villaggi e dai contadini serbi, il che significa che la Serbia non è mai stata l’area del Liuto e quindi nemmeno l’area dei canti eroici. Abbiamo poi due asserzioni chiare: quella di M. Ibrovaci che dice “Questa poesia così ricca e così diversificata è comparsa improvvisamente nel 1814”, e quella di Vuk Karadzic che afferma “le canzoni epiche ci sono oggi solo in Bosnia, Erzegovina e Montenegro”. Considerando ad literam le affermazioni di questi due autori, si evince che questa poesia apparve nel 1814 in quei stessi luoghi dove rimasero anche nel 1857, ma dove la Serbia stessa non risultava. Dal 1814 fino al 1857 sono solo 43 anni, un periodo troppo breve per la nascita, 138


lo sviluppo e la morte di una poesia popolare. Tanta fretta non dimostrarono nemmeno i bugarstice (influenza musicale bulgara sulla musica popolare serba), che malgrado tutto lasciarono alcune canzoni, mentre i deseterci non lasciarono nessuna influenza in Serbia. Vuk Karadzic, avendo dei problemi fisici camminava con le stampelle e difficilmente poteva viaggiare recandosi personalmente nei luoghi serbo croati per raccogliere le canzoni popolari, ad eccezione di Karlovac, Serm e la Croazia - ovviamente sempre seduto su un trono a chiamare davanti a sé quei rapsodi che gli segnalavano. Questo difetto fisico costrinse Vuk Karadzic a creare una rete di corrispondenti in tutta la Croazia, Bosnia, Montenegro, ecc, per raccogliere e gestire i canti che gli venivano recapitati a Vienna, dove aveva stabilito la sua famiglia. La rete di corrispondenti era composta da capi dei villaggi, vescovi, sacerdoti, commercianti, insegnanti, generali, ecc, persone per così dire ‘istruite’ per quell’epoca. Nella Serbia del 1822, Vuk raccolse quattro canti da un vecchio errante di Kolashin, e altri quattro da un certo Angelico Vukovici dal Kosova, il quale cantò a Vuk tre canzoni piccole con contenuti della provincia croata e una canzone autobiografica; vale a dire nessun canto autentico serbo. Milivoje V. Knezevic nella sua relazione che riguardava il Liuto d’Acero, tenutasi nel VII congresso del folclore a Ohrid del 1960, ex- Jugoslavia, disse: “La Serbia nel senso stretto della parola, fuoriuscì dalla zona epica insieme con altre regioni del territorio serbo-croato, e con il declino della cultura patriarcale, l’estensione geografica del liuto vene concentrata in Montenegro, in Bosnia-Erzegovina e nella Zagora della 139


Dalmazia”. [Mil. V. Knezevic: "Gusle javorove" VII Congresso di folklore Jugoslavo a Ohrid 1960, p. 348 .] Quindi, nemmeno questo autore ci dice se in Serbia sia mai esistita oppure no una cultura del canto Epico con il Liuto. L’Autore si aggrappa al filo dell’ambiguità per lasciar recepire che un tempo in Serbia esisteva il canto epico degli eroi, ma ora non c’è più poiché lo ha fatto sparire la scomparsa della vita patriarcale. (?) Ma una tale pretesa sarebbe stata appropriata nel caso in cui nel passato in Serbia ci fossero state effettuate raccolti di canti epici. Dichiarare che si è persa la cultura epica dal momento che è scomparsa la vita patriarcale non è una giustificazione valida, poiché se osservassimo la Croazia e la Bosnia vedremmo che i canti epici hanno avuto una loro continuità. Gli sforzi di questi autori per convincerci che in Serbia siano esistiti un tempo i canti epici e che adesso non esistano più non si presentano come un lavoro serio e responsabile. Vogliono forzatamente far apparire la Serbia come una zona epica, come fosse una montagna che nel passato ha avuto una foresta mentre adesso non ce l’ha più perché è stata disboscata. Senza darci esempi di canti serbi raccolti nei villaggi serbi e da cantori propriamente serbi in una certa data e anno, con quale coraggio si dice che la Serbia fu una zona epica mentre adesso non lo sarebbe più? In allegato riportiamo un elenco di opere e di cantori rapsodi di Vuk Karadzic, per dare la possibilità al nostro lettore di capire che nella Serbia propriamente detta non ci sono e non ci sono mai stati cantori serbi di canti accompagnati dal Liuto. L’Ordine dei cantanti e delle canzoni di Vuk Karadzic. 140


Nome e Cognome / Di dove è / Dove si incontrò con Vuk Karadzic / Quanti canzoni ha dato / Teshan Podrugoviq / Erzegovina / Karlovac / Errante / 22 Filip Visnjić / Bosnia / Serm / Mendicante cieco / 13 Starac Milija / Erzegovina / Serbia / Errante / 4 Starac Rashko / Erzegovina / Serbia / Errante / 10 Stojai (ladro) / Erzegovina / Serbia / Prigioniero/ 3 Gjuro Cernagorac / Montenegro / Belgrado / Mendicante anziana / 6 Gaj Balaqi / Lika / Serbia / Soldato / 7 L’anziana Zhivana /? / Zemun / Mendicante cieca / 6 Angelico Vukovici / Kosova / Serbia / Emigrante / 4 Commerciante anonimo / Bosnia / Karlovac / Emigrante/ 3 donna Mehanxhiq / Croazia / Zemun / Guardia / 3 Due montenegrini / Montenegro/ Serbia /Viaggiatori di passaggio/ 2 Anonimi Un contadino anonimo / Serbia / Serbia / Agricoltore / 3 Stefania Plaka /? / Serbia / Mendicante cieca / 4 Un certo Rov / Serbia / Serbia / Proprietario / 3 Pavlo Iriq / Uzhica / Serbia / Proprietario / 6 Vaso Popovic /Croazia / tramite corrispondenza / Proprietario / 16 Commerciante anonimo / Bosnia / Serbia / Commerciante / 8 Anziana anonima/? / Serbia /? / 1 Ivan Beriq /? / materiale inviato tramite corrispondenza /? / 1 Urosh Voliq /? /? /? Montenegrino anonimo / Montenegro / Serbia /? / 1 * 141


Primo – Come si può vedere nell’area serba non ci risulta nessun cantore rapsodo, ma ci sono solo degli individui erranti. Secondo – I canti sono stati raccolti da persone eterogenee: 29 canzoni da mendicanti ciechi; 36 da erranti senza un indirizzo; 6 canzoni da pellegrini diversi; 9 canzoni da servi che non si sa di dove siano; 4 canzoni che provengono da un kosovaro e che non hanno alcun collegamento né con il Kosova e nemmeno con la Serbia. Lo stesso vale anche per i canti bosniaci di Kosta Hermani, che sono stati raccolti lontano dal luogo di origine, come l’acqua che viene raccolta lontano dalla fonte del ruscello, direttamente dal fango. In questo lavoro scientifico ci basiamo su un principio fondamentale: là dove suona il liuto è presente anche il decasillabo (ma là dove è presente il decasillabo non deve essere presente anche il liuto). L’etnografico russo P. Rovinski che è stato in Serbia, in Montenegro e Kosovo nel 1860, scrive nella sua opera ”Cernagorije” II pagina 23: “da su gusle u Serbiji malo ponzate” che in italiano vorrebbe dire “Il liuto in Serbia è poco conosciuto” [Murko: Gjurmët, 19]. Gli autori serbo-croati dichiarano che il Sandzak di Novi Pazar costituisce un ‘insieme epico’, (ibidem) e questo onore lo fanno a loro stessi e non agli altri - visto che il Novi Pazar è stato l’epicentro dello stato prima del 1280, cioè prima che l’epicentro monarchico, religioso e politico serbo convogliasse da Rascia in Kosova; e per non catalogare questo centro antico dicono che oggi esso forma un ‘insieme epico’. Anche se di questo “insieme epico” non si conosce nessun canto, tanto nella raccolta di Vuk quanto in quelle di M. Parry e di A. B. Lord. Facciamo riferimento agli ortodossi serbi o ai musulmani del 142


Novi Pazar - vale a dire alla popolazione che parla slavo come lingua madre -, poiché anche gli albanesi parlano il serbo come seconda lingua, cantano molti canti con liuto dando vita così ad un “insieme epico”, e questo viene dimostrato in particolare nei due volumi del canto epico dei due autori americani. Se fosse vero che i serbi avevano nella loro tradizione i canti epici, allora gli emigranti serbi dell’ Ungheria lo avrebbero dimostrato prendendo queste canzoni con sé in terra straniera, così come fece la popolazione albanese che emigrò in Italia - in Calabria, in Sicilia e altrove. In questo modo, anche se avessero perso queste canzoni in Serbia, le avrebbero mantenute in vita in emigrazione in Ungheria. Sia per quanto riguarda gli altri slavi del sud che per i serbi, si impone una domanda fondamentale: come mai queste popolazioni non formarono un epica popolare durante le guerre sanguinose combattute contro i Franchi, i Bizantini e gli altri nemici? Comprendiamo i croati che furono quasi sempre sotto il giogo ungherese, ma non i serbi che riuscirono a vincere nelle loro guerre raggiungendo una certa indipendenza da Bisanzio dal 1196 fino al 1398, - anno in cui dopo la guerra del Kosova la persero nuovamente a causa dell’Impero Ottomano. Come è possibile che i serbi abbiano fatto una lunga lotta contro Bisanzio per molti secoli, senza aver creato nessun canto epico per ricordare le loro gesta? Noi pensiamo che ci siano, ma non sussistono in nessun caso. I serbi, tuttavia, sono un caso atipico. Il primo ostacolo è stato il clero ortodosso che era sia serbo che Bizantino. In pratica Bisanzio non fu solo una scelta politica per i serbi, ma fu anche la loro metropoli religiosa. Per il 143


rapsodo serbo sarebbe stato difficile cantare contro Bisanzio, poiché i sacerdoti lo avrebbero ucciso subito. Il secondo ostacolo fu la mancanza di una linea epica, perché gli slavi in generale non furono capaci di assimilarla. Addirittura quando non potevano essere costituiti in liberi versi, i canti non furono registrati e conseguentemente persi. L’esistenza di canti in liberi versi nella popolazione ceca è una casualità, poiché qualcuno si impegnò a registrarle, ma questo succede raramente e non si verificò con i serbi. Supponendo che fosse stata presente nei serbi ma che la collezione fu persa e mai trovata, ciò dimostrerebbe solo l’esistenza della prosa ritmica. Ma l’Epica popolare non rimane in piedi solamente con la prosa ritmica, essa necessita di una metrica regolare. Il cantore serbo ha avuto la possibilità di prendere in prestito questa metrica dal popolo albanese, con il quale viveva in simbiosi e/o come vicino di frontiera, ma con una grande differenza: il popolo albanese cantava contro i re e i nemici serbi, dunque la sua canzone era, per i serbi, da evitare a tutti i costi. Anzi doveva essere maledetta due volte: la prima volta, perché la chiesa ortodossa serba non l’avrebbe mai accettata data la lesa maestatis contro i re serbi; la seconda perché gli albanesi erano oppressi e venivano disprezzati per la loro arcaica eredità culturale. Sono molte le ragioni oggettive che non diedero agli albanesi la possibilità di formare il loro Stato durante i secoli VIII, IX, X, XI mentre gli slavi, in particolar modo i serbi, diligentemente tramite guerre sanguinose riuscirono a creare il loro. Le cause principali sono state esattamente la doppia oppressione e la penetrazione nelle fila degli albanesi dell’elemento serbo. In 144


merito alla situazione degli albanesi, i quali si trovavano tra l’'incudine e il martello, tra l’oppressione bizantina e quella serba, sono state spese parole anche dagli stessi autori slavi. L’autore croato Milan Shuflai dice: “Oppressi dai greci a sud, e moltissimo dai serbi a nord, gli aristocratici albanesi si sono rivolti agli Angiò a Durazzo e Napoli” [Dr.Milan Shuflai: Serbi e Albanesi (prospetto medievale), con l’introduzione di St.Stanojeviq, professore presso Università di Belgrado. Tradotto da Zef Fekeçi e Karl Gurakuqi, Tirana 1926, p.59.] Questi due occupanti, che erano in conflitto tra di loro ma solidali contro gli albanesi, non davano a quest’ultimi tempo e spazio neanche per respirare. Questa ostilità diventava ancora più aggressiva vedendo che gli albanesi si coalizzavano con l’occidente, sorreggendo le loro speranze principali nelle rivolte. Forse alla fine di una di esse arrivavano a creare un nucleo militare stabile all’origine dello Stato. Ma le insurrezioni albanesi, come dalla narrazione di Ataliati (1043) o come accennato dai fratelli Dhimitër e Bogoje Suma (1331) contro Stefan Dusan, causavano grandi stragi senza creare un nucleo statale, rimandando più in là le speranze in uno Stato. Un popolo che ha uno Stato è un popolo che ha una capitale, una amministrazione nazionale e locale, un capo, un esercito, l’organizzazione della propria cultura, delle leggi e tribunali, ecc. Condizioni necessarie per vivere collettivamente con diritti e doveri equi e dignitosi. Un popolo senza uno Stato è come una carrozzeria senza motore buttata per terra che chiunque può squartare e saccheggiare. In una nazione senza Stato regnano gli interessi, vincono i più forti, la violenza, la vendetta, ecc. aspetti questi che diventando principi fanno sì 145


che il nemico esterno penetri facilmente. In aggiunta, una nazione senza Stato è disprezzata ed è calpestata dagli altri, sentendosi essa stessa debole e umile. Il popolo albanese seppe creare una comunità militare sotto la guida di Scanderbeg, tale da sfidare un intero impero potente, come quello ottomano, resistendo molto meglio e più a lungo rispetto ai vicini balcanici - che fruivano di una organizzazione statale. Questa nazione, la popolazione albanese, non si e incamminata durante la storia come una folla sparpagliata, ma ha esercitato una efficiente organizzazione tribale interna, con in testa i suoi nobili e le casate - che non era altro che uno stato in miniatura che aveva le sue leggi, i suoi tribunali, il suo mondo culturale, i suoi confini politici, i suoi alleati e l’esercito per affrontare il comune nemico esterno per il bene di tutta la nazione. Anche nei suoi momenti più critici la popolazione albanese non è mai stata una massa amorfa, si presentava piuttosto come una unità pronta a raccogliere un esercito come quello del re illirico Bato, Skanderbeg o della Lega Albanese di Prizren, ecc. Per le loro qualità virili e pagane gli albanesi sono stati temuti dai loro nemici, così come ci spiega anche Vincenzo Dorsa: “Dice Byron: Non vi è un Popolo più odiato e temuto dai suoi vicini come gli Albanesi … i greci a malapena li considerano cristiani, e lo stesso i turchi a malapena li considerano musulmani. Per quanto io ho potuto constatare altro non devo loro che degli elogi…” [Vincenzo Dorsa: Su gli Albanesi, ricerche e pensieri, Napoli, 1847, fq. 138-139.] Durante lo Stato medievale serbo, il Liuto - essendo uno strumento senza rilevanza, primitivo e appartenente ad un 146


popolo snobbato che lo utilizzava contro gli stessi re serbi – non fu trasmesso ai serbi e non fu adottato da quest’ultimi. Inoltre i serbi stessi in quel momento particolare della storia non avevano di cosa cantare con questo strumento musicale visto che loro stessi erano degli aggressori e antagonisti. Durante il dominio turco il Liuto ai serbi non serviva poiché essendo dei raja (schiavi liberi) a loro servivano piuttosto strumenti lavorativi come il piccone e le pale per lavorare la terra. I serbi presero già pronto il Liuto da terzi, dai cantori presi a prestito, in ugual modo di come i bosniaci oggi si trovano ad avere al loro interno il bilinguismo del Novipazar. I cantori prestati non sono proprio stranieri, ma sono popolazioni bosniache, montenegrine e hercegovine. Se gli autori serbi dicono che “Il valore morale del Liuto si osserva quando si dice che il Liuto liberò la Serbia dai turchi, …” [MURKO, Tragom, pagina 196 ], si deve tener presente il cantore cieco Filippo Vishnjiq; Quest’ultimo si incamminò dalla Bosnia verso la Serbia nel 1809 e cantò il primo canto della liberazione serba “L’inizio della rivolta contro i dahis” (N.d.T, i dahis erano leader dei giannizzeri), così come molte altre canzoni che furono le prime conosciute dai serbi sul loro suolo. Come è ben noto le rivolte serbe iniziarono nel 1804 con l’aiuto della Russia, raggiungendo l’autonomia nel 1817. L’aiuto del Liuto in questo caso è a dir poco eccessivo.

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Albanesi in Sicilia. Loro vicende. Collegio Greco di Palermo. Uomini illustri Di Vincenzo Dorsa Quando la compagine delle soldatesche albanesi, capitanata da Giorgio e Basilio, figli di Demetrio Reres, venuta in soccorso di Alfonso I d’Aragona per aiutarlo ad assoggettare la Calabria, da questa provincia passò in Sicilia, si fermò in Bisiri, terra del Mazarese che teneva a presidio. Intenti all’adempimento del servizio militare governativo, non potevano accettare l’dea di stabilirsi definitivamente lontano dall’amata patria la quale, sebbene a quei tempi sottoposta alla pressione militare del Musulmano, aveva in Skanderbeg la speranza di un futuro migliore. Si racconta però che nel 1450, da Bisiri quei militari si trasferirono nel feudo di Contessa, ed ivi fondarono il paese omonimo. Lo abbandonarono dopo qualche anno per recarsi in Albania a combattere sotto la bandiera della patria: ma tornarono a ripopolarlo appena che, morto il valoroso Castriota, si prospettava per quella terra un’epoca terribile e funesta. Si unirono ad essi una buona quantità di famiglie distinte per cariche e nobiltà, e da quelle ebbero origine le colonie siculo albanesi. Inizialmente queste colonie furono sette: Contessa, Piana de’Greci, Palazzo Adriano, Mezzoiuso, Bronte, S. Angelo e S. Michele. Attualmente, però, solo le prime quattro vengono riconosciute come insediamenti di cultura albanese, avendo le ultime tre mutato linguaggio e costumi. 148


Contessa dunque riconduce la data della sua fondazione al 1450, e la ripopolazione intorno al 1480, ad opera dei valorosi militari venuti al seguito di Reres in Calabria fin dal 1448. A quell’epoca, il feudo apparteneva ad Alfonso di Cardona; le convenzioni con gli Albanesi furono stipulate il 14 dicembre 1517. Piana de’Greci67 fu fondata nel 1488, epoca in cui ottenne la sovrana approvazione delle convenzioni fatte il 13 Gennaio 1487 tra molte famiglie albanesi e il Cardinal Borgia, arcivescovo di Monreale, con le quali quest’ultimo concedeva a quelle famiglie il permesso di abitare e coltivare i due feudi di Merco e Aydingli, appartenenti a quell’arcivescovado. In un primo tempo, esse si erano stabilite alle falde dell’erto monte Pizzuta, sotto tabernacoli e padiglioni secondo l’uso militare. Dopo un qualche anno discesero alla pianura vicina, dal momento che l’aria rigida del monte era per loro nociva. Il primo riferimento documentato a Palazzo Adriano risale all’anno 1482, con le capitolazioni stese da Giorgio Mirspi, mediatore tra tredici famiglie albanesi e Giovanni Villaraut, signore del feudo, che aveva concesso ad esse di abitarlo e coltivarlo. Nel 1507 il feudo passò al Cardinal Galcotti, e costui, con nuove capitolazioni, confermò pienamente gli accordi sanciti nelle prime.

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In realtà, il paese è noto come Piana degli Albanesi. L’autore si riferisce erroneamente alla località con il nome di Piana de’ Greci perché il rito ortodosso, in voga in questa località, utilizza come unica lingua veicolare la lingua greca. A partire dagli anni sessanta del XX secolo, il paese è ufficialmente noto come Piana degli Albanesi (N.d.R.).

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Il nome Mezzoiuso è legato alla commenda dell’anno 1501. I suoi fondatori avevano vagato per più feudi prima di fermarsi in questo, già pertinente al Monastero Benedettino di S. Giovanni degli Eremiti. Monsignor Alfonso d’Aragona, commendatario di quel Monastero, aveva, fin dal 1490, concesso agli Albanesi di abitarlo; ma non concesse loro i privilegi e non stipulò le capitolazioni che nel 1501. Queste colonie stabilite in Sicilia attiravano l’attenzione generale per l’ingegnosità degli abitanti e per i loro modi gentili, ed accrescevano di giorno in giorno la loro popolazione grazie all’afflusso dei residenti della zona di fede cattolica. Essendo stati gli Albanesi i fondatori delle colonie, essi ritenevano di dover avere il primato sia morale e civile quanto ecclesiastico nelle colonie stesse. In fatti essi soli erano ammessi alle cariche pubbliche che erano considerate di loro diritto esclusivo. Questo privilegio però, col decorso degli anni, venne meno quasi ovunque; rimase in vigore in Piana sino al 1819, anno in cui le nuove leggi distrussero ogni disuguaglianza fra i cittadini. Gli Albanesi mantennero intatto il primato morale ecclesiastico dal momento che i Latini vengono considerati stranieri in quelle comunità, in cui predominano il linguaggio e i costumi epiroti, e le Chiese si rifanno al rito greco: salvo che a Mezzoiuso, dove vi sono due culti, l’uno greco e l’altro latino, grazie ad una transazione a cui convennero i due cleri di quel paese nel 1681. Non mi soffermerò sulle scissioni e sulle discordie continue che per moltissimo tempo turbarono i due cleri nelle colonie albanesi di Sicilia. 150


Durante i primi secoli del loro insediamento, senza una stabilità politica e senza un vescovo di rito ortodosso, i giovani greci68 che intendevano dedicarsi al sacerdozio erano costretti a studiare nei seminari cattolici e, per essere ordinati sacerdoti, dovevano recarsi a Roma. Da ciò derivarono due gravi problemi: primo, essi non potevano approfondire mai le conoscenze liturgiche e la disciplina della loro Chiesa; secondo, i loro viaggi nella capitale del mondo ortodosso risultavano molto dispendiosi. Per cui, divenendo esiguo il numero dei sacerdoti e divenendo il clero ortodosso sempre più ignorante, c’era il palese pericolo della completa estinzione del rito, nonché del linguaggio e dei costumi patri. Questo stato penoso perdurò fino a circa la metà del secolo scorso 69 . Viveva a quei tempi P. Giorgio Guzzetta, della Congregazione dei Padri Olivetani di Palermo e questi, mosso da quello zelo potente che contraddistingue i grandi uomini quando si pongono lo scopo di procurare un bene generale a una nazione, con i suoi modi risoluti e con cure infaticabili giunse ad ottenere da Carlo III, allora regnante sulle Due Sicilie, il permesso di fondare un collegio Greco in Palermo, ed inoltre una dotazione in denaro molto rilevante, detratta dalle mense dei vescovi cattolici, sotto la cui giurisdizione si trovavano le colonie.

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Ogni volta che l’autore si riferisce alla popolazione del luogo parlando di Greci, in realtà il solo criterio utilizzato è quello del rito ortodosso. È chiaro, dunque, che i Greci sono in realtà gli Albanesi trasferitisi nel luogo (N.d.R.). 69 Con “scorso” l’autore si riferisce al secolo XVIII (N.d.R.).

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Fatto questo primo passo, si cercò di ottenerne un secondo, e cioè la designazione di un vescovo greco per le sacre ordinazioni. Pochi anni dopo aver ottenuto il primo risultato le colonie, unanimemente, si rivolsero al re per raggiungere anche il secondo obiettivo. Dovettero, però, subire le proteste dei vescovi latini, che ritenevano tale novità superflua e inammissibile perché avrebbe offeso in profondità i diritti antichi della loro giurisdizione. Per dirimere la vertenza sorta tra le opposte fazioni, il re Ferdinando IV ne affidò l’esame alla suprema Giunta di Sicilia, ed è famosa l’arringa dell’illustre Saverio Mattei che, in questa occasione, scrisse a difesa dei Greci. La causa fu risolta a loro favore sul finire dell’anno 1782. Ottenute in seguito le approvazioni di Roma e la destinazione della mensa per il mantenimento del nuovo Prelato, col decreto del 10 Gennaio 1784 fu nominato il primo vescovo italo - greco in Palermo: monsignor Giorgio Stasi, già rettore in quel Collegio. Il Decreto Regio fu approvato dalla Bolla di Pio VI del 6 febbraio dello stesso anno, e fu destinata come congrua l’Abbazia commendata di S. Maria di Eula nella diocesi di Messina. Allo Stasi successero due altri vescovi, ed il quarto, che attualmente 70 governa, è Monsignor Giuseppe Crispi, uomo dottissimo nella cultura e nella lingua greca, nonché esperto nella conoscenza di altre lingue orientali e delle antichità patrie. È autore di molte opere, tra le quali spicca il suo Corso di Grammatica Greca, tanto considerata dai giornali più 70

Con “attualmente” l’autore si riferisce all’anno 1847, anno di pubblicazione del libro dal quale è tratto il brano (n.d.r).

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accreditati d'Italia e di Francia e da Le Sage, che lo colloca nel suo Atlante tra i libri che meritano di essere consultati in fatto di lingua greca. Le colonie siculo - albanesi non mancano certo di altri uomini illustri, ed è un vanto di quest’opera onorarne qui la memoria. Il P. Giorgio Guzzetta, già fondatore del Collegio Greco di Palermo, può meritare degnamente dalla sua nazione il titolo di padre della patria: infatti egli non rivolse ad altro le cure di una intera vita che al bene dei suoi connazionali. Oltre al Collegio, fondò in Piana una Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri per i sacerdoti celibi di rito greco - bizantino, e un Collegio di fanciulle albanesi, ove le quali fossero educate nella pietà, nelle pratiche del rito e nelle industrie femminili, vestendo l'abito delle monache Basiliane. Si distinse per la erudizione e per la conoscenza delle lettere greche e latine, ed esistono di lui una Cronica della Macedonia fino ai tempi di Skanderbeg, un Etimologico, una erudita Apologia delle Monache del Salvatore in Palermo e molti diplomi greci interpretati. Il P. Antonio Brancato, cooperatore principale di P. Giorgio nella edificazione del Collegio di Maria di rito greco nella Piana, fu anch’egli un uomo meritevole del ricordo dei posteri. È autore di varie poesie sacre albanesi. Paolo M. Parrino nacque a Palazzo Adriano e morì a Palermo nel 1765. Scrisse varie opere redatte in puro latino, e fra le altre una Dissertazione sul Rito Greco in Sicilia, e una Storia dei Sacramenti. Questi manoscritti si conservano a Palermo nella biblioteca del Collegio Greco. 153


Girolamo Matranca, chierico regolare del secolo XVII, è ricordato come degno di lode da vari scrittori ed è menzionato in vari dizionari biografici di uomini illustri. Fu cittadino della Piana e morì nel 1679. Monsignor Catalano, monaco Basiliano e poi arcivescovo di Durazzo, nacque a Mezzoiuso. Nella biblioteca del Collegio Greco di Palermo si conserva un suo Dizionario ItalianoAlbanese e Albanese-Italiano in forma manoscritta con allegato un saggio di grammatica e varie canzoni albanesi. Niccolò Chetta, nativo di Contessa, fu rettore del Seminario Greco, e la comunità albanese lo ricorda come uno dei suoi più grandi benefattori. Lasciò vari scritti sulla lingua albanese, un vasto dizionario ed un Etimologico dello stesso idioma, nonché una Storia dell'Epiro e della Macedonia. Il Conte Alessandro Manzoni della Piana visse agli inizi del secolo corrente 71 . La sua dottrina e la sua eloquenza, che esercitava nel Foro, lo resero talmente autorevole presso i Siciliani, che la sua figura influì moltissimo nell'andamento degli affari dell'isola in quell'epoca difficile e tempestosa, e nel Parlamento Siculo del 1812, fu una delle personalità più luminose. Sono anche degni di nota Costantino M. Costantini per i suoi Commentari ai decreti ed atti ministeriali, per il poema didascalico il Colombaio, e per l'altro poema incompiuto sui Vespri Siciliani; P. Serafino Guzzetta, Carmelitano Scalzo e, per come si siano distinti per le missioni nella Chimera in

71

Trattasi del 1847 (N.d.R.).

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Albania, Monsignor Skirò, Arcivescovo di Durazzo e Monsignor Basilio Matranca.

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I Pelasgi secondo Dorsa Di Vincenzo Dorsa È riconosciuto universalmente che i Pelasgi furono il popolo più antico che sia apparso nella storia dei popoli gentili postdiluviani. Viene accertata la loro presenza nella penisola greca verso il 2000 a. C. 72 , cioè pressappoco ai tempi di Abramo. È ormai acclarato che siano originari dell'oriente e abbiano vagato a lungo, come avessero avuto l'alta missione di popolare la terra. Non v'è dubbio, in ultimo, che essi furono i soli, tra i popoli gentili, a conservare delle credenze ortodosse. Alla luce dell'insieme della attuale documentazione e degli studi effettuati, sono giunto alle seguenti conclusioni: mancando altre attendibili fonti storiche in relazione al passato più remoto, la sola che vive e soddisfa è la mosaica. Accettando a priori quanto racconta, ne consegue che le origini dei popoli siano tutte da ricercare nella terra che si estende fra il Tigri e l'Eufrate, come è altresì confermato dalle tradizioni dell'Europa e dell'Asia Orientale 73 . È certo, inoltre, che le antiche credenze si mantennero più pure nei popoli che, nella dispersione dei tre rami noachidi, si stanziarono lungo le due valli del Tigri e dell'Eufrate, come gli Assiri della discendenza di Sem. La Bibbia riporta anche che le genti semitiche di Aram

72

Clavier , Hist. des premiers temps de la Grece , V. j. Laicher , Cronolog. di Erodoto T. VII. Petit.-Radei , Tav. comparativa dei sincronismi dell'ist. dei tempi eroici della Grecia Marsh. Home Pelasgicae. C. Balbo , Med. Stor. 73 Balbo, Meditaz. Sloriche, Med. VI. J. 4.

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si spinsero a popolare il Ponto e l'Asia minore74; ed è indubbio che quest’ultima regione fu il primo stanziamento dei Pelasgi, nonché il luogo da cui partirono per invadere l'occidente. Dedurremo quindi, in termini generali, che i Pelasgi non furono altro che i discendenti noachidi i quali, cresciuti in gran numero nel luogo del loro primo stanziamento, si spostarono per colonizzare quelle contrade che ritrovarono quasi disabitate. Passarono perciò in Grecia e nelle regioni vicine, quindi si diramarono per l'Italia. Chiarito ciò, resterebbe da determinare il corso di quella famosa emigrazione. Un certo numero di autori, capitanati dal Clavier, sostengono che essa abbia, in un primo momento, toccato l'Argolide, e da lì sia avanzata nell'Arcadia, poi ad Atene attraverso la Tessaglia, per poi proseguire ad occidente nell'Epiro e in Italia, e ad oriente nella Tracia fino all'Ellesponto e al Bosforo. Lo Jannelli, il Marsh ed altri sostengono, d'altronde, che la migrazione avvenne dall'Ellesponto al Peloponneso, da settentrione a mezzogiorno, e che perciò la Tracia, la Macedonia, la Tessaglia, l'Epiro furono occupate prima della Grecia stessa. La ragione addotta da questi ultimi è che dall'Asia all'Europa si perviene più facilmente per l'Ellesponto che dal mare. Non siamo interessati a questo problema che sembra ad altri tanto importante, ma facciamo presente che il popolo pelasgo si stabilì, dominò e impose il proprio culto nella Tessaglia, nell'Epiro e nella Macedonia, mentre nel mezzogiorno della Grecia si fuse e si disperse tra le genti primitive di quella contrada. Le regioni 74

Id. op. cit, Meditaz. VI. J. 9.

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intorno al Pindo erano anch'esse abitate dal ramo giapetico, il quale si diresse per primo in occidente dopo la dispersione; ma il popolo pelasgico, più forte e forse più numeroso, lo vinse e, avendolo assoggettato alle sue leggi, al suo culto, alle sue tradizioni, si fuse completamente con esso, e lo stampo della nazione divenne unicamente pelasgico, da cui i Pelasgi non misti che Erodoto ritrova e ravvisa in quei luoghi. Queste regioni settentrionali furono meno soggette all'ambizione e alle mire di popolazioni nomadi, e continuarono a conservare nella sua originalità lo stampo nazionale. La Grecia stessa, dominata dagli Elleni che ripresero il comando sui Pelasgi, ed influenzata da colonizzatori provenienti dalla Fenicia e dall'Egitto, ha dovuto ondeggiare tra cento governi, cento tradizioni, cento linguaggi, tanto che non ha potuto conservare che una confusa sintesi di tutti questi elementi che concorsero a formare la sua nazionalità e la sua civilizzazione. E ciò è così vero che Tucidide, Erodoto ed altri autori distinguono senza alcun dubbio gli Epiroti dai Greci75, e se vogliamo profittare degli studi di Nicbuhr, diremo con lui che: il seme primo della Macedonia fu un popolo particolare da non considerarsi come greco o come illirico, ma, piuttosto, pelasgi76. Vorrei ora aggiungere una riflessione: Omero chiama barbari gli abitanti dei dintorni di Dodona, e si sa che Platone stimava ed ammirava la dottrina e la lingua dei barbari, dal momento che questo filosofo collocava in gran parte la meta dei suoi desideri nel passato, e considerava il vero progresso come un 75

V. Nicbuhr , Stor. Roiu. V. I. ediz. napol. 1846. dove definisce gli Epiroti e i Pelasgi come lo stesso popolo. 76 Idem , op. cit.

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savio ritorno all'antichità 77 . Si deduce da ciò che questo termine, in origine, anziché significare popoli rozzi e incivili, indicasse piuttosto i civili ed antichi, ai tempi di Erodoto divenuti barbari, cioè non intelligibili agli Elleni 78 . M. Ballanche l'ha osservato con avvedutezza, e sostiene che la parola barbaro sia un'espressione vaga, indeterminata per indicare la sorgente oscura delle dottrine, il punto di partenza sconosciuto delle tradizioni. Tanto che, secondo lui, quando Plauto definisce il latino una lingua barbara, intende ciò in modo assoluto e non nel paragone con altre lingue79. A questa osservazione del dotto francese unisco 1'altra dell'illustre italiano Cesare Balbo, il quale afferma le stesse cose anche se in modi diversi: “A voler ben riflettere” dice “ci si accorgerà che la parola barbari non fu usata dai Greci in senso contrario a civili: infatti in origine non ebbe altro significato che quello della parola hostis presso i Latini, cioè un qualcosa di simile ai tre concetti con cui noi definiamo ospite, straniero e nemico, quell'ostile non noi che tutte le genti, tutte le nazioni, tutte le religioni espressero in qualche maniera, che gli Ebrei chiamano ancora oggi col termine goim, i Maomettani con gìaour, i Cristiani con gentili80”. Inoltre Omero81 ed altri antichi scrittori greci denominano divini i Pelasgi, cioè a dire nobilissimi. Per tutte queste ragioni, riteniamo fermamente che barbari e Pelasgi, presso i Greci antichi, erano la stessa cosa, cioè quei 77

Gioberti , Avvertenza del Buono. Id. Primato c. Brusselles 1844 T. II. p. 153. 79 Orphèe , 1. Addit. Aux. Prolegoinenes. 80 Meditaz. Stor. , Med. VII. J. 1. 81 V. Iliad: Lib. 10. v. 429. Odiss. L. 19 v. 117 78

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popoli conservatori della cultura, delle dottrine e delle lingue arcaiche, e che i barbari di Dodona furono i veri Pelasgi provenienti dall'Asia. Abbiamo fin qui parlato dei Pelasgi e della loro presenza a Dodona. Diremo ora che il popolo albanese discende direttamente da essi. E potrebbe essere definito indigeno di quel paese, se questo termine, che fino a poco tempo fa indicava una popolazione totalmente originaria del luogo da esso abitato, si potesse usare in senso più ampio, per indicare anche quella che, dopo antichissime migrazioni, rimase costantemente su quella terra, poiché è provato dalla lingua degli Albanesi che essi abitano l'Europa contemporaneamente ai Greci e ai Celti 82 , ed è noto che in Albania non vi furono invasioni di barbari tali da distruggere completamente la razza antica e sostituirla con una di popoli conquistatori, con altra lingua, altra religione e costumi diversi. Questo sarebbe stato un avvenimento epocale che avrebbe destato l'attenzione della storia, considerando che si sarebbe trattato della distruzione totale di un popolo numeroso, esteso e radicato da secoli sul suolo che abita. Ma la storia non ne parla; è strana quindi la supposizione che considera gli Albanesi discendenti dagli Albani asiatici venuti dalla terra che separa il Caspio dal Mar Nero.

82

V. Malte-Brun, Geograph. Univers. Liv. 118

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Altre meraviglie dell’Etruria Di Nermin Vlora Falaschi È ormai accertato che i Pelasgi erano abili navigatori, tanto da meritarsi, l’appellativo di “Popoli del Mare”. Anche i loro discendenti Iliri, Traci, Etruschi, Dori etc. erano popoli marinari e diventarono grandi con una conquistata supremazia sul mare e con il conseguente dominio del traffico marittimo. Esistono diverse epigrafi etrusche che parlano di mare e di navi. Per qualche strana ragione queste iscrizioni si trovano a Firenze,Siena, Chiusi, Cortona, tutte le località distanti dal mare. Abbiamo già commentato la bellissima iscrizione di Cortona che ci dice con grande fierezza: la nave è per noi simbolo di coraggio e di libertà. Ma non tutti i messaggi sono cosi belli e baldanzosi. Di ben altro tono è questa iscrizione incisa su un’urna al Museo di Firenze, in cui ogni sicurezza appare distrutta dalla fatalità di un declino già accettato con rassegnazione. Infatti, secondo Seneca gli Etruschi si erano stabiliti in Italia intorno al 1200 a.C., persuasi che la loro nazione sarebbe durata dieci secoli, ed ora il termine fatidico era prossimo.

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

OANIA FEOU ME SCIRIA FAT

Ania theu më shkriu fat

La nave si è infranta me ha consumato il fato

La parola Fat si ritrova oggi, con lo stesso significato, in albanese, italiano, francese, inglese. A Siena, sul coperchio di un’urna particolarmente bella, figura questa iscrizione:

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

OANIA TUT NEI LUFNA TETI NA SA

Ania tut në luftna deti na za

La nave spavento in guerre di mare noi ha preso

Sempre a Siena, su un’altra urna, con un leone in bassorilievo che sembra far la guardia a una donna adagiata sul coperchio, vi è questa iscrizione dolorosa:

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

OANIA SFIANTI FILIANIA MARC NAI

Ania sfilinti bijania marrĂŤ nai

La nave afflisse la figliolanza prendendo (lei) ( a noi

Per terminare con i messaggi che narrano di navi, su un sarcofago a Chiusi leggiamo questo triste racconto che sembra mettere fine alla gloriosa storia di quella popolazione:

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

OANIA THELI CUMNISA

Ania thelli Kumniza

La nave affondò i Chiusini

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Dal bassorilievo, dove figurano scene di guerra, si comprende che la fine è dovuta a sventure belliche. La persona adagiata sul coperchio simboleggia probabilmente l’affondamento di tutti i chiusini. A Siena sono conservate molte urne che ci trasmettono messaggi tristi, ma non perciò meno interessanti. I nostri antenati hanno voluto che sapessimo di questi loro doloro e noi vogliamo conoscerli per meglio comunicare con loro, per sentirci vicini a loro, per meritare di essere degli discendenti di un popolo che ha illuminato il mondo. Ecco la commemorazione di un personaggio trapassato senza sofferenze, il cui destino terreno ha avuto termine nell’urna:

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

FASTITI E SPEI CUME RESA PE O NAL SHEC

Fashtini e shpejt Kumtime të Rezave Pe u nal shek

Si è spento in pace e rapidamente Commemorazione degli Etruschi Il filo (della della vita) vita si è fermato nell’urna

Ancora a Siena, una piccola urna reca incisa una dedica a una giovane, strappata via in tenera età ai suoi cari:

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

FL FILIA FL MAR

Fle bija fle marrë

PURO

puro

Dorme la figlia dorme presa (= portata via) pura

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Sempre nel museo di Siena, si trova una bellissima urna decorata da un bassorilievo al cui centro appare la Dea alata Vend accompagnata da un gruppo di personaggi. Sul coperchio sta sdraiata una donna, appoggiata su un fianco in tenera contemplazione di un bambino, mentre con la mano destra sostiene probabilmente una fiaccola. Tutta la contemplazione mette ette in evidenza una palese espressione di affetto per il bambino. Questa donna e questo bambino, gli Etruschi (RESA) hanno voluto commemorare affidandoli alla protezione della loro venerata Dea Vend:

167


Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

CUME RESA

Kumtime tĂŤ Rezave

Commemorazione degli Etruschi

Nel Museo Archeologico Guarnacci di Volterra è conservata questa stele originale nella forma e nella iscrizione, tanto semplice quanto significativa:

168


Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

MI MA FELUSH RUTLNISH A FLESLA

Mu ma falsh rysnin a flatera

Ame tu voglia donare l’esperienza anche delle ali

Evidentemente, si fa esprimere alla persona che riposa presso quella stele l’anelito di spiccare il volo verso gli spazi infiniti: un desiderio condiviso da tutta l’umanità! La parola pelasgo-etrusca FLESLA si è trasformata nell’albanese in flatera, connessa a fluturuar (volare), che richiama l’italiano fluttuare, l’inglese to float, to fluctuate, il francese flotter, il tedesco flug, lo spagnolo fluctuar. Su un’urna a Cortona si può leggere questo pensiero che in qualche modo ci fa visualizzate il nostro concetto di paradiso: Il caro defunto ci ha lasciati, però ora si trova nei giardini di Arno (il Creatore), circondato dalle mitiche lisa (le querci).

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

LA ROI CUPSLINA ARNO A LISA

La roi kopshna Arno â lisa

Lasciò di vivere nei giardini del Creatore che hanno querci

169


Nel Museo Archeologico di Firenze è esposta la Chimera, una composizione mostruosa costituita da un leone ruggente con la coda a forma di serpente, ripiegata sulla groppa per mordere una capra che emerge dal dorso della stessa belva. Questo mostro in bronzo, di splendida fattura, forse vuole rappresentare il male e il bene. La statua reca incisa questa brevissima scritta emblematica dello spirito del male che cova occulto, pronto ad aggredire all’improvviso:

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

TINSH C FIL

TinĂŤsh kap fill

Di nascosto acchiappa subitamente

170


Nello stesso museo di Firenze si trova questa magnifica statua di bronzo, che nell’isieme, per l’atteggiamento e la veste, fa pensare a un magistrato romano. L’iscrizione sul bordo della toga è però scritta in etrusco e con autentiche lettere etrusche. Questo importante personaggio, che viene chiamato l’Arringatore, sta declamando un’esortazione al coraggio:

171


Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

A VAESHI ME TELISH FE FE SIAL CIENSHI CEN FLERESH TEC SANSHL TPNINE TUOI NESH KHIS FLICSH

A veshi me telish fe fe ziar kienshi cenë vlerësh tek Zanash të prinë t’uroi nesh qisi frikësh

E vestiti con armatura fede fede in fuoko siano solleciti di valori unici dalle Muse guidati augurando da noi cacciar via le paure

172


Frammenti di iscrizioni Di Nermin Vlora Falaschi Non molto distante dalla tomba Vend-Kahrun Kahrun si trova un altro bellissimo sepolcro con pitture murali e qualche iscrizione. Vi figurano due porte dipinte, con ai lati due personaggi. La figura sinistra della porta laterale è facilmente riconoscibile come Kahrun, non solo dall’aspetto e dalla bipenne che tiene in mano, ma anche dalla iscrizione ben leggibile vicino alla sua testa. Invece non è individuabile la persona raffigurata a destra della porta, essendo l’iscrizione quasi interamente deteriorata e sarebbe inopportuno azzardare una qualunque ipotesi seria. Però non vi è dubbio che si tratti di una figura maschile dall’aspetto gentile, contrariamente a quello burbero di “Caronte”, pur vestendo abiti simili.

Il messaggio epigrafico leggibile si presenta cosi:

173


Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

KHA RUN KHUN KHU LIS

Kah run kund ku lis

Verso la conservazione luogo dove è la fiera casata

La parola Lis, in questa iscrizione, non è al plurale: qui ha il significato etnografico di discendenza dalla stessa casata. Come aggettivo, Lis assume il valore attribuito personale, cosi per esempio: Ësht lis, letteralmente è una quercia, significa uomo solido, onesto, fiero. Ha inoltre un significato composto per esprimere la fierezza della stirpe, come nelle locuzioni: Lisi i gjinisë = la quercia della genesi, Lisi i gjakut = la quercia del sangue. La porta (Dera) in albanese è simbolo di casata, oppure Ju mbyll dera = gli si è estinta la casata. Perciò le porte raffigurate in questa tomba possono voler simboleggiare la casata. D’altra parte non si può scartare l’ipotesi che le porte rappresentino il passaggio da una vita all’altra. Di fronte all’ingresso della tomba, in fondo alla scala, appare un ‘altra porta uguale alla prima, ornata con una cornice di pitture floreali. Ai due lati è dipinto “Caronte”. Al di sopra della figura di destra si distingue bene la scritta KHARUN, mentre l’altra purtroppo è illeggibile:

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Un po’ più lontano si trova una tomba spaziosa, adornata con dipinti murali di soggetti vari, ingiustamente e inspiegabilmente chiamata “La Tomba dell’Orco”. Si tratta di un’opera scavata con un lavoro di notevole impegno e affrescata con rara maestria. Ogni parete raffigura un soggetto diverso, accompagnato da brevi iscrizioni, la maggior parte delle quali appare rovinata dal tempo e forse dall’imperizia e negligenza dei primi scopritori. Per fortuna, qualche scritta si è conservata, tanto da poterla leggere e interpretare il suo significato. È una magra consolazione poterne comprendere solo tre, fra tante iscrizioni, ma il tempo consuma la bellezza e rende inafferrabili i messaggi di coloro che intendevano far conoscere ai posteri le loro vicende umane. In compenso imprime loro una patina di vetustà, velata di mistero. Leggiamo dunque questa lapidaria iscrizione:

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

NE ITHNIA

Në idhnia

Nell’ afflizione

Questo messaggio murale si trova esattamente sopra la testa della figura a destra, probabilmente una donna. Purtroppo, l’iscrizione di fronte al suo volto è illeggibile. Alla destra della donna è dipinto un personaggio maschile dalle fattezze robuste. Al suo lato si vede un iscrizione che va dalla testa al gomito, ma neanche questa è leggibile. Sarebbe stato interessante conoscere il dialogo tra questi due personaggi, separati da un albero sui cui rami si muovono due piccolissimi uomini, che forse rappresentano le anime dei defunti di quella casata. Su un ‘altra parete ete appare un grande dipinto scrostato, frammentato nel suo concetto come per deviare il simbolo delle idee frantumate nella descrizione di un evento importante che doveva essere raccontato ai posteri, ma il tempo ha tutto occultato, salvando appena poche lettere:

176


Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

U THUSTE

U thashtë

Sia raccontato

Cosi non sappiamo che cosa avremmo dovuto sapere: qualche cosa che, purtroppo, ci è stato negato… ed è un vero peccato! Il tempo ha voluto che questo dipinto superbo arrivasse a noi in una dimensione metapsichica, dove una bella testa di donna si è conservata intatta tra le altre nascoste dalle nebulose, proprio per narrarci una frase saggia per loro, che diventi guida per noi:

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

APN C.. FEL KHE FEL

Apun kah fal ke fal

Aperto al (verso) perdono ottieni perdono

La parola Fal ha in albanese il significato di preghiera, perdono, dono. Per esempio, con l’espressione Shumë të fala = Molte (somma di) preghiere, perdoni, doni per te, si termina una lettera o si formula un saluto. In questa iscrizione la parola Fel ha certamente valore di perdono. Però nella sua laconicità epigrafica è probabile che questo messaggio di fede avesse un triplice significato, come per esempio: Apriti alla preghiera, al perdono, al dono, e riceverai preghiera, perdono, dono.

178


L’antica iscrizione di Durazzo Di Nermin Vlora Falaschi Nel Museo di Viterbo, si può osservare questa iscrizione scolpita su una stele, le, particolarmente interessante perché invece di avere il consueto concetto funerario, riporta la preghiera di un agricoltore che invoca la pioggia (shi) ( e di conseguenza desidera un grande (mathi)) granaio (mash) ( da riempire: Pelasgo - Illirico

Albanese

Italiano

THMI ARATHIA FELA VESHNA SHI A MATHI MASH

Timi aratia fale vreshtna shi a madhi mash

Al mio campo dona vigne, pioggia e grande granaio

L’espressione Fela, fale in albanese, è l’imperativo derivante da Fal, cioè preghiera, perdono, dono. Altra parola che merita di essere messa in evidenza è MATHI, cioè grande o anche il Grande.. Si tratta di un’antica parola dei Pelasgi, la cui radice, attraverso gli Etruschi, si è affermata nel latino (magnus, magnitudo)) e sopravvive praticamente nelle ne lingue europee moderne (magnifico, magnifico, magnificent, magnifique, etc.). 179


Al superlativo assoluto, questa stessa parola si ritrova per esempio su una delle tavolette murate nell’androne dell’Università di Perugia:

Pelasgo - Illirico

Albanese

Italiano

AVLE SCELI MADNOIA LEYE DA

Avlli shkeli Madhnia leje dha

Nell’avello Nell scese, il Grandissimo permesso diede

Considerando la parola MATHI, è interessante osservare un’antica iscrizione illirica scoperta a Durazzo, dove il vocabolo è presentato solo con le consonanti. Vediamo quindi questo profondo concetto filosofico tombale che, assomiglia di quasi tutte le iscrizioni dell’Illiria, e non soltanto funerarie ma anche di semplice saluto o benvenuto, termina con la parola HAIRE , “per il bene” :

180


Pelasgo - Illirico

Albanese

Italiano

TEI TOC TEI MH NOC HAIRE

Tei toc, tei, (abbr. di) madhe nat: Hair

Oltre la terra oltre la grande notte: per il Bene

La caratteristica più interessante di queste iscrizioni è costituita dai caratteri, che sono straordinariamente simili a quelli etruschi e che inconfondibilmente rivelano un ceppo comune. Merita notare che la parola HAIRE si ritrova nel greco (χαιρε), ( nel tedesco (heil), nell’iglese (hail), ), nel turco (hayir), ( etc. sempre con un significato di benevolenza. In Albania, oggi, questa parola sussiste anche come nome femminile: Hairìe, come pure Lirì cioè Libertà,, di cui Iliri è i corrispondente maschile.

181


Tracce di lingua Pelasgo – Veneta Di Nermin Vlora Falaschi Ăˆ opportuno citare una iscrizione venetica rinvenuta sui Colli Euganei, recante una spietata condanna alla decapitazione per alto tradimento. Si tratta di una pietra quadrata con un bassorilievo raffigurante una biga con due cavalli rampanti, incitati alla corsa da due personaggi, uno presumibilmente umibilmente incaricato di portare a compimento una spedizione punitiva contro un traditore, da quanto si rileva dalla severa sentenza che per tre lati incornicia il bassorilievo:

Pelasgo-Venetico

Albanese

Italiano

ATE

Ate

Colui che

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XE I FE IKHNOI KROAN MNIIOIE KAPE THERI SE KHO

qe i fe idhnoi Kryen: mënjanoie, kape, there, se e do.

era (godeva) di fede afflisse il Capo: isolalo, acchiappalo, decàpitalo, perché lo vuole.

[…] Ora osserviamo due anfore che, con concetti tra loro affini, offrivano gioia e gratificazione agli umani mediante il loro contenuto costituito da vino. Prendiamo in esame per prima un’anfora vinaria del IV secolo a.C. conservata nel Museo Vaticano e captiamo l’euforia trasmessaci attraverso “lo spirito” di quella bevanda che, come adesso, anche allora creava distensione e comunione tra i commensali:

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Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

MIIA RISA A KHS

Mija risìa ta kesh

La mia gioventù tu abbia.

Questa massima potrebbe definire un brindisi dei nostri antenati, ai quali il vino dell’anfora trasferiva il proprio vigore facendoli sentire giovani. Ora esaminiamo l’altra anfora vinaria, di epoca probabilmente anteriore, esposta nel Museo Nazionale di Chiusi:

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

ARNO SE ORE

Arno së ore

Creatore del tempo

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“Tu, vino sei un creatore del tempo, e poiché ci fai vivere il tempo e lo rinnovi, tu meriti questo appellativo” questa potrebbe essere l’interpretazione del concetto espresso con quelle parole. Però potrebbe rappresentare anche una dedica ad ARNO, che con il contenuto dell’anfora rende felici le persone. Comunque sia, le anfore sono belle e i concetti autenticamente umani, concetti che allora come ora, per sempre, si ripeteranno sempre e per sempre.

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L’enigma della lingua albanese, il libro, anno 2011  

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