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Il libro

Archivio blog 2009


L’enigma della lingua albanese Il libro

Archivio blog anno 2009


Questo e-book è proprietà del blog: L’enigma della lingua albanese (http://www.eltonvarfi.blogspot.com). Tutte le traduzioni dalla lingua albanese sono di Elton Varfi

©-20102010- L’enigma della lingua albanese


Qui la tragedia di una razza che ha donato gli elementi migliori, i soldati, i pensatori, gli uomini di Stato, i santi, a tutti i suoi dominatori slavi e latini, greci e turchi e che reclama finalmente i suoi figli, poveri e maltrattati, per educarli a sé ; che tende a ricostruirsi, fra tante difficoltà d'ogni genere, una coscienza nazionale. Di questo anelito collettivo è stato testimone per lungo tempo un sintomo solo ma possente : la conservazione e l'unità del linguaggio nazionale. Eugenio Vaina De Pava , " Albania che Nasce ", Catania ,1914 Gli Albanesi parlano una delle più antiche e più belle lingue del mondo. Le lingue affini e coeve all’albanese si sono estinte da millenni e non si parlano più in nessun posto della terra. La lingua albanese ha molte affinità con il greco antico, il latino e il sanscrito, l’antica lingua dell’India, con la lingua zend, che era la lingua dell’antica Persia, e infine con la lingua celta e con quella teutonica. Queste sono tutte lingue morte, mentre la nostra lingua, l’albanese, che fra queste è quella più antica, è viva e si parla ancora oggi come ai tempi dei Pelasgi. Sami Frashëri "Shqipëria ç'ka qënë, ç'është e ç'do të bëhet" Bucarest 1899

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Besa: la parola-impegno Di Adele Pellitteri

Quando parliamo con qualcuno che non conosciamo bene ascoltiamo quello che dice, ma le sue parole non bastano. Iniziamo dunque ad osservare i movimenti del suo volto per cercare di capire quanto possiamo fidarci. In questi casi è interessante come la parola non sia abbastanza per decidere di credere. Se si pensa al significato di “parola”, ci sono espressioni che rendono complessa la riflessione e ardua la possibilità di una conclusione definitiva. Per esempio l’espressione “Vogliamo fatti, non parole” lascia pensare ad una parola che si contrappone al fatto, al possibile, al fattibile. La parola diventa quasi un ostacolo e certamente non garantisce affatto sulla veridicità di quello che si dice. I significati di “parola” riportati dal dizionario De Mauro 4


confermano questo aspetto, in particolare il punto 3, nel quale si legge “spec. al pl., ciò che si dice, in contrapposizione a ciò che si fa”. Tuttavia riflettendo ancora un po’, viene in mente l’espressione “Ti do la mia parola” che è usata per confermare che quello che dico di fare o di aver fatto corrisponde alla verità. Sembra una definizione completamente diversa dalla precedente perché è una parola che garantisce, conferma, tutela. In realtà le cose sono molto più semplici di come sembrano. La parola non è vera o falsa in sé, ma neutra. Tutto dipende da come si usa. Niente può garantire sulla veridicità di quello che dico, se non il fatto che sia io a dirlo. Anche se, per certi versi, le parole sono il mezzo per giungere al significato delle cose, per affermare la verità, in italiano non abbiamo un termine che indichi una parola che è certamente vera. In albanese, invece, esiste una parola che indica che ciò 5


che si dice coincide con ciò che si fa, con ciò che si pensa, con ciò che è vero: besa. La besa, uno dei principi fondanti il Kanun, un insieme di leggi consuetudinarie trasmesse oralmente in Albania, è molto più della parola, è un giuramento, è garanzia del vero. Nel Kanun la besa è descritta come l’autorità più importante ed è strettamente legata al concetto di onore. La besa in particolare, il Kanun più in generale, è il prodotto della storia dell’Albania. In essa si ritrovano i principi fondanti maturati grazie al contatto con altre realtà storico-culturali. Eppure, in questi principi, si riconosce il febbrile tentativo di definire l’identità albanese. Ad esempio, se da un lato alcuni principi della chiesa cattolica sono facilmente individuabili tra le idee portanti del Kanun, dall’altro, attraverso questo codice, l’Albania ha tentato di forgiare la sua identità per rendersi

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meno vulnerabile agli attacchi imminenti che si profilavano all’orizzonte. Questa questione è trattata molto dettagliatamente in uno straordinario libro di Ismail Kadarè “Chi ha riportato Doruntina?”. È la storia di una donna albanese, Doruntina, che in seguito al suo matrimonio è costretta a trasferirsi in una cittadina dell’Europa centrale, lontana dalla madre e dai suoi fratelli. La madre, contraria al trasferimento della figlia in un posto così distante da lei, si acquieta solo quando arriva la promessa e la besa del figlio Costantino di portarla indietro tutte le volte che la madre avesse avuto il desiderio di rivedere la figlia. Purtroppo in seguito ad una grave epidemia, Costantino muore. Eppure, dopo tre anni dalla morte, Doruntina riesce a tornare a casa accompagnata da un misterioso cavaliere. Il capitano Stres viene incaricato di

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occuparsi di indagare sulla vicenda. La sua verità finale è scomoda per tanti, ma suggestiva e allettante per altri: “…

affermo

e

ribadisco

che

Doruntina non è stata riportata da altri che dal fratello Costantino, in virtù della parola data, della sua besa. Quel viaggio non si spiega né potrebbe spiegarsi altrimenti. Poco importa che Costantino sia uscito o no dal sepolcro per compiere la propria missione, poco importa di sapere chi fu il cavaliere che partì in quella notte scura e quale cavallo sellò, quali mani tennero le redini, quali piedi poggiarono sulle staffe, di chi erano i capelli 8


ricoperti

dalla

polvere

del

cammino. Ciascuno di noi ha la sua parte in questo viaggio, poiché la besa di Costantino, colui che ha riportato

Doruntina,

è

germogliata qui fra noi. E dunque, per essere più precisi si può dire che, attraverso Costantino, siamo stati noi tutti, voi, io, i nostri morti che riposano nel cimitero accanto alla chiesa, a riportate Doruntina (…) Nobili signori, non ho ancora finito. Vorrei dirvi – e vorrei dirlo soprattutto agli invitati giunti dalle regioni lontane – che cos’è questa forza

sublime

in 9

grado

di


infrangere le leggi della morte (…) Ogni popolo, di fronte al pericolo, affila i suoi strumenti di difesa e – questo è essenziale – se ne crea di nuovi. Bisogna avere la vista corta per non comprendere che l’Albania si trova di fronte a grandi drammi. Presto o tardi, giungeranno fino ai suoi confini, se già non vi sono arrivati. domanda:

Allora, in

si

pone

simili

la

nuove

condizioni di aggravamento dello stato

generale del

mondo,

in

quest’epoca di sfide, di crimini e di odiose perfidie, quale sarà il volto dell’Albania? Sposerà il male o vi 10


si opporrà? In breve, cambierà volto per adattarsi le maschere dell’epoca,

onde

assicurare

la

propria sopravvivenza, o manterrà un volto immutato, col rischio di attirare su di sé la collera dei tempi? L’Albania vede avvicinarsi l’era delle prove, della scelta fra quei due volti. E, se il popolo albanese ha cominciato a elaborare nel più profondo di sé delle istituzioni tanto sublimi come la besa, ciò sta a indicare che l’Albania è sul punto di fare la sua scelta.

È

per

portare

questo

messaggio all’Albania e al mondo 11


che Costantino è uscito dalla tomba.” Il capitano, nel suo discorso finale, invita tutti gli albanesi a riconoscersi attori dell’evento che ha coinvolto la nobile famiglia dei Vranaj. Si tratta di un impegno che “esigerà pesanti sacrifici dalla generazioni a venire”, ma è l’impegno di una nazione nel riconoscersi in una identità precisa, della quale il concetto di besa diventa elemento portante. La besa non è una promessa, è molto di più; è la garanzia che quello che dico è vero, è uno straordinario tentativo di fuggire all’ambiguità del linguaggio. Attraverso la parola puoi comunicare qualsiasi cosa, non importa che sia vero o non lo sia. Attraverso la besa comunichi il vero, prometti qualcosa che dovrai mantenere a qualsiasi costo, assumi un impegno.

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Ururi e gli Arbëreshë: come valorizzare il dialogo multiculturale Di Adele Pellitteri

L’indagine sulla storia del popolo a cui si appartiene, sulle tradizioni e sulla lingua che si parla

è sempre molto

stimolante, ma poco praticata. Fino a che un individuo si trova nella sua comunità e nella sua cultura, non percepisce il profondo significato della sua identità etnica. Tutto cambia in seguito ad un fenomeno migratorio. Il ritrovarsi in una società diversa, dove è diversa la storia, le tradizioni e la lingua. È allora che il senso della propria identità si rafforza e si riscopre una nuova energia che spinge il desiderio di scoprirsi appartenenti ad una comunità che ha precise connotazioni storico-culturali.

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All’interno di questo quadro così suggestivo di scoperta e di esplorazione si inseriscono le iniziative dell’istituto tecnico comprensivo “Gravino” di Ururi, provincia di Campobasso, tutte legate al desiderio di valorizzare la lingua e la cultura della comunità arbëreshë. Ururi è un paese di origine albanese e la comunità ha sempre cercato di preservare la propria identità etnica; tuttavia è consapevole dei rischi che comporta il fatto che questo passaggio alle nuove generazione avvenga oralmente. Ad aumentare la necessità di progettare iniziative finalizzate alla consapevolezza della propria identità, ci sono le recenti immigrazioni provenienti dall’Albania. Si è quindi resa necessaria una riflessione sul tema dell’identità arbëreshë. In particolare, uno dei progetti attivati si articola in due fasi: la prima è destinata all’anamnesi storica e più specificatamente culturale, mentre la seconda fase si concentra sulla lingua. 14


Vale la pena ricordare che gli arbëreshë sono albanesi costretti alla fuga perché decisi a non sottostare al dominio turco. Erano perlopiù

benestanti

che

non

volevano

accettare

l’islamizzazione forzata. Il loro nome deriva dal fatto che prima che lasciassero la loro terra, questa aveva il nome di Albanë o Arbër, mentre dopo l’invasione turca gli albanesi rimasti in Albania presero in nome di Shqiptar. Il progetto della scuola di Ururi è interessante non solo perché muove dal rispetto per una comunità che ha un’identità complessa e composita, ma anche perché è realizzato attraverso il contatto con la tradizione. Agli alunni coinvolti è stato chiesto di intervistare gli anziani, ascoltare le loro storie, fotografare oggetti tipici del passato. In tal modo la scuola invita i propri alunni a investigare sul proprio passato e sul passato dei loro compagni, facendo due operazioni positive: la prima consente 15


al bambino di origine arbëreshë di costruire una doppia identità etnica e lavorare sull’appartenenza ad entrambe le culture (quella italiana e quella arbëreshë); la seconda consente al bambino italiano di apprezzare il privilegio del dialogo multiculturale come generatore di uomini e donne inclini all’ascolto e capaci di apprezzare il valore della differenza.

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Due nomi di piante che ci legano agli Albanesi1 Di Alberto Areddu

1

Questo articolo è scritto dal professore Alberto Areddu in esclusiva per il blog L’enigma della lingua albanese

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E’ dal mondo agricolo e della terminologia delle piante che vengono le maggiori sorprese riguardo la verosimile origine illirica della civilizzazione in Sardegna; cosa in sé ovvia giacché l’isola pur avendo subito una notevole afflusso di termini latini nel campo agricolo, ha comunque lasciato sopravvivere altri termini, qui e là, che coll’ impianto grammaticale del latino non si spiegano affatto. I registri lessicali e le raccolte fitonomastiche ci consegnano due nomi di pianta per i quali si è sospettata fin dai tempi del Wagner una loro sostraticità. Il riparlarne qui mi dà modo di ritrattare la questione della loro etimologia, da altri e da me proposta nel saggio. Le piante sono il rethi/retti/rettiu 'cirro, viticcio' (clematis vitalba)

e il carcuri/craccuri/curcuri/curcuriu

'giunco, saracchio' (ampelodesma mauritanica) (utilizzate entrambi perlopiù per fare legacci e corde).

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Secondo lo studioso Paulis che agli inizi degli anni '9o ha predisposto un vocabolario etimologico per i molteplici nomi di pianta della Sardegna, in un caso si tratterebbe di una retroformazione

(cioè

una

forma

abbreviata)

del

lat.

RETIOLUm 'piccola rete', nel secondo caso del verbo latino CALCARE 'premere, calcare', intervenuto non si sa bene e in quale maniera su una qualche forma prelatina. Come abbiamo detto entrambe le piante (stelo e rami) servono ad avvolgere, legare, circondare oggetti di uso comune: basi di sedie, scarpe, baracche e come dicemmo in un altro studio, quello sulla serpe d'acqua, l'albanese conosce un suffisso -çi/-thi col quale si demarca il diminutivo maschile. Tale suffisso ha una peculiare presenza sopratutto nelle comunità italo-albanesi, che sono perlopiù d'origine tosca e che hanno preservato un certo tratto arcaico

dell'albanese

medievale.

Orbene

io

trovo

nel

vocabolario del Giordano le forme rripthi e rrypthi 'cirro, 19


viticcio' che derivano dal sostantivo rip 'laccio', e questo dal verbo rrjep 'strappare'. Questo verbo viene fatto derivare (cito per tutti Orel) da un protoalbanese *repa, connesso alla radice ie. *rep- 'strappare', tra i cui derivati si annoverano il greco ereptomai 'strappo', il latino rapere 'rapire', il lit. ap-repti 'fassen, ergreifen, begreifen'. E' ben evidente che la forma sarda deriva da un illirico *rep-thi 'il piccolo strappo, il piccolo laccio > il cirro, il viticcio', nel quale il nesso -pt- nel passaggio al latino di Sardegna si è naturalmente assimilato in -tt- (sette < SEPTEm; rettulia < REPTILEm), con preservazione della forma interdentale -th- nelle aree centrali (come barbaricino thiu 'zio' a petto del logudorese tiu, dal greco-latino THIUm), e assimilazione -tt- nell'area logudorese. Questa ipotesi, di una provenienza da un illirico *repthi 'il cirro' mi pare piÚ soddisfacente di quella velocemente affacciata nel mio saggio di un influsso del sostantivo rethi 'cerchio' su rrip-thi. 20


E ora veniamo al secondo fitonimo: carcuri e varianti, per il quale mi sono espresso per una connessione coll'albanese kĂŤrcuri (leggi: kertzuri]) 'ceppo', che pone in realtĂ  grossi problemi fonetici e semantici. Vedo invece ora che nel 21


sostantivo qark (leggi:[kjark]) 'cerchio' potrebbe trovarsi una soluzione. Tale voce viene però ricollegata dai vari studiosi al latino CIRCUm come prestito, anche se riconosce l'Orel la fonetica fa difetto (da CIRCUm otterremmo: *kirke, o *kjërke). In effetti è probabile che sia voce indigena in relazione con il greco arkus 'arco, cerchio' di variegata interpretazione (il Pokorny lo colloca sotto due basi diverse: *ar- e *arqu), con in aggiunta il ben noto prefissuale kë- 'questo, ciò' dell'albanese, altamente produttivo nella formazione di elementi lessicali e aggettivi (rimando a Camaj anche per la palatalizzazione di K- iniziale col suo esempio di kem, qem 'incenso' da un *ke anem; ma si potrebbe ipotizzare anche una metatesi di -i- in prima sillaba da un *karki-os, con successiva palatalizzazione; o ancora: visto che il nome del popolo illirico dei Japidi si presenta colla forma alternativa Apudi/Apuli, si può pensare a una tendenza già antica, come nelle lingue slave, 22


di palatalizzazione della vocale iniziale, per cui potremmo sospettare un *kë jarkos originario). Il tutto deve avere quindi indicato in origine "questo cerchio, tale arco". Possiamo dire che in questo caso è la forma sarda carcuri (leggi: [karkuri]), con la sua -a- iniziale, che dà sostanza e giustificazione all'indigenato dell'albanese qark, mentre l'uscita in -uri del sardo, che non è affatto latina, trova invece risposta nell'illirico e nell'albanese, dove ha verosimilmente avuto valore aggettivale per cui "il cerchiante, quello del cerchio, quello che cerchia,

quello

che

gira

a

cerchio"

è

divenuto

professionalmente nel gergo dei contadini, il nostro saracchio. Possiamo aggiungere in conclusione un'altra osservazione: diversi nomi di piante sarde terminanti in -i, presentano anche delle forme con -u aggiunta: così abbiamo eni/eniu; retti/rettiu; carcuri/curcuriu. Secondo me è lo stesso fenomeno che 23


distingue in albanese njerì e njeri-u, e di cui ho parlato nel saggio. Bibliografia utilizata: Areddu A.G., Le origini albanesi della civiltà in Sardegna, Napoli 2007

Camaj M., Albanische Wortbildung, Wiesbaden 1964 Giordano E., Fjalor e arbëreshvet t'Italise, Bari 1965 Landi A., Gli elementi latini nella lingua albanese, Napoli 1989 Orel V., Albanian etymological dictionary, Leiden-BostonKöln, 1998 Paulis G., I nomi popolari delle piante in Sardegna, Sassari 1992

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Pokorny J., Indogermanisches etymologisches Wรถrterbuch, Heidelberg 1959 Wagner M.L., Dizionario etimologico sardo, iii volumi 196062

25


Le origini Illiriche di Oristano Di Alberto Areddu

Il poleonimo di Oristano appare in antico in una forma (:Aristianis limne, nel geografo bizantino Giorgio Ciprio) che si ripresenta tuttoggi nel dialetto comune: Aristanis; la deformazione in Oristano è successiva (a partire da geografi toscani del xii sec.).

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L’interpretazione che ne fa un toponimo africaneggiante per l’uscita in -an (TERRACINI), come quella che lo vorrebbe un indimostrabile prediale da tale Aristius (DE FELICE; PITTAU) hanno poco fondamento; un suff. -anis ritorna infatti nel sostrato (cfr. ad es. Lesanis). Lo spiritus loci dovrebbe indirizzarci a fornire invece un etimo confacente alle caratteristiche, abbastanza particolari, del territorio. Oristano sorge a pochi km. dalla costa all’interno dell’omonimo golfo, in vicinanza dello stagno di S. Giusta, ma la denominazione di “portu” nel Medioevo fa presumere una sua maggiore prospicenza alla costa. Una prima nostra interpretazione ci potrebbe spingere a vedere nelle forme riportate dei geografi toscani: Arestagno, Aristanno un indizio di una durevole continuità dal lat. stagnum (cfr. SPANO sull’individuazione da ‘stagno’); ma se l’interpretazione è motivata

topograficamente, 27

non

lo

è

altrettanto


linguisticamente: dal lat. stagnum avremmo ottenuto nel sardo *stannu, e non vedendosi il motivo della perdita della geminata, meno ancora si comprenderebbe un Ari- iniziale romanzo. La chiave illirica può invece darci maggiori risposte; qui, come nel celtico, esiste un prefissuale ar- 'presso' (celt. are-, ari‘presso’; cfr. anche umbro ar- per ad-) che ritorna peraltro in altri toponimi sardi; “presso”, dunque di che cosa? La risposta più confacente: un’ ‘imboccatura’: cfr. all’uopo antico indiano ustha- ‘labbro, bocca’, così anche avestico aošta-, aoštra(<*əus), lat. ōstium ‘entrata, imboccatura sul fiume’ (= slavo *ustьje);

antico

slavo

usta

‘bocche’;

slavo

*ustьje

'imboccatura'; antico slavo ustьna, slov. ûstna ‘labbro' (dalla stessa base si confrontino le città tracie di Ostaphos, Ostudizos).

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Discorso solidale credo vada fatto per la località turistica olbiese di Porto Ìstana (così dal xiv sec: ad portus Istani stationem, PANEDDA).

Anche qui verosimilmente ritroviamo un *usta ‘imboccatura’ che originariamente doveva apparire isolatamente come *Ustana ‘luogo dell’imboccatura’ -> ‘porto’, poi replicato tautologicamente con la definizione di Porto. Secondo lo 29


SPANO, un altro Aristani/Aristanno si sarebbe trovato nel territorio di Olbia (forse in reg. Astaina si recepisce il documentato Aristana). Dunque sia Oristano “che sorge presso un porto”, sia Porto Istana ci possono testimoniare che la forma *Ùstana indicasse nella lingua nuragica il ‘porto largo’ (cfr. lettone uosts m., uōsta f. ‘porto’).

La resa i<u si inserisce in quegli

adeguamenti fonetici di u esotici, verosimilmente [ü], della

latinità coi prestiti, e nel successivo passaggio del segmento iniziale us- poco frequente a quello logudorese is- (: i-stare, ischire).

30


Riguardo l'uscita in -is, che parrebbe latina, faccio presente che la

presentano

toponimi

sicuramente

prelatini

come

Kalaris/Karalis, Lesanis, Etis, Seunis, Sipontis, e per i quali ho trovato forti connessioni illiriche. Al momento non ho trovato tracce di *usta in area illirica, ma non è detto che salti fuori; foneticamente si adatterebbe la località di Shtanë (anticam. Stana), registrata dalle carte albanesi, che però non è località balneare. Riguardo poi la toponomastica odierna albanese essa ha subito notevoli influssi da quella slava (gli albanesi erano pastori in continua migrazione per i Balcani), e molto oggi si discute su quanto sia esterno e quanto sia originario.

bibliografia utilizzata De Felice E., Le coste della Sardegna, Cagliari 1964 Panedda D., I toponimi dell'agro olbiese, Sassari 1991

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Pittau M., I nomi di paesi cittĂ  regioni monti fiumi della Sardegna. Significato e origine, Cagliari 1997 Spano G., Vocabolario sardo geografico patronimico ed etimologico, Cagliari 1872 Terracini B., Pagine e appunti di linguistica storica, Firenze 1957

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Quando a Oliena si parlava albanese Di Albeto Areddu

Guardate il borgo della Sardegna centrale che vedete qui fotografato, celebre per i suoi vini, per i suoi formaggi, per le escursioni montane, per le sue attività culturali e per aver dato i natali al calciatore sardo più noto all’universo mondo. Immagino ci siate arrivati da voi (eh già, c'è anche il titolo), se no ve lo dico io: questa piccola cellula di sardità è Oliena, od 33


Ulìana, come viene pronunciata oggidì. Come quasi tutti i centri della Sardegna porta un nome che sfugge alle indagini condotte scientificamente, c’è chi ha pensato all’olio, e inevitabilmente perché nel territorio ci sono oliveti (ma li han portati i Pisani, quando il nome Olian c’era già) e in quanti punti della Sardegna non ci sono?; altri hanno pensato agli Iliensi (i figli di … Ilio, da cui una parte dei Nuragici diceva di discendere). La mia indagine, che parte proprio da qui tende invece a rilevare come il suffisso -ena. -ana sia frequentissimo nei toponimi del sostrato preromano; e qui la scuola mediterraneista avrebbe obiettato: “roba africana”, mentre l’ipotesi orientalizzante, propugnata in Sardegna dal solo Pittau, di risposta: "roba etrusca". Ma guardiamo il tema (cioè la parte iniziale), esso è Oli- e per ora fermiamoci qui. Quasi che i nostri lontani antenati abbiano inteso lasciarci qua e là qualche voluta traccia del loro passaggio sulla terra, scavando 34


nel sottosuolo di Oliena a metà Ottocento l’archeologo Giovanni Spano riportava alla luce una statuetta d’epoca romana che presto veniva ricomposta e prima tributata a Belzebù, il re delle mosche della tradizione semitica (giacché di mosche pareva ricoperta), poi si attribuiva a una figura di cui si aveva avuto sentore fino ad allora solo attraverso le fonti greche relative alla Sardegna preistorica: quella di Aristeo, mitico apportatore di tecniche innovative nell’agricoltura, nella viticoltura e soprattutto nell’apicoltura, venuto, chissà mai quando, da Tebe in Beozia (il classico ex oriente lux). Le api incise sul petto indicavano che era una statuetta votiva a questo antico euretes orientale; non solo, il posto del ritrovamento parlava chiaro: la località di Su medde (o sa 'idda de su Medde), che è una variante locale del sardo su mele ‘il miele’ (allotropi dunque del latino Mel(l)e). Ma la cosa che nessuno approfondì era che la statuetta era stata scavata all'interno di un 35


salto, detto (e così ancora oggi): Dule. Tale parola in chiave latina non trova corrispondenze confacenti, mentre il lettore albanofono sa, essa consuona perfettamente con la voce albanese (propria e non prestito latino, turco o slavo): dyllë che vuol dire ‘cera’ !!! Orbene questa potrebbe essere una casualità, il mondo è pieno di corrispondenze casuali: quella celebre anglosassone e persiana della parola bad che indica la stessa cosa ‘malvagio’, ma ha origine e percorso etimologico diverso. Potrebbe dunque essere. Ma nel mio libro di altre circostanze casuali così, se ne trovano. Anzi, se da una esigua traccia se ne deve pur trarre un qualche elemento deduttivo, io ritorno ad Oliena e chiedo retoricamente: "un territorio che ci consegna dall’antichità una statuetta consacrata a una divinità dell’apicoltura, potrebbe avere una qualche intima ragione a definirsi come “luogo di favi”? Mi rispondo di sì, perché il lettore albanese sa bene, ma sopratutto lo sa bene quello 36


arbëresht (gli albanesi d’Italia), che ha conservato una variante più pura, il nome del favo nella sua lingua suona: hol-i !!! E anche questa (ce lo dicono i vari Meyer, Çabej, Demiraj e Orel) è voce indeuropea, parente del latino alveus, del greco aulos, e sopratutto dello slavo ulьjь e del lituano aulys che valgono 'favo delle api'. Lo so a questo punto il lettore scettico storcerà il naso, perché è per natura difficile a convincersi; e ha ragione, ci vuole ben altro: la toponomastica è sempre argomento vischioso e si rischia di fare delle scivolate da cui non ci si rialza più. Va bene, miscredente, eccoti servito. Allora, nel territorio che vedi indicato (Oliena, Orgosolo e Ogliastra) c’è una parola che da decenni ha fatto impazzire prima il Wagner (puoi controllare nel suo celebre DES a pag 489) poi tutti gli altri glottologi: eni, enis o eniu. Con questa misteriosa parola in questa plaga di Sardegna si designa l’albero del tasso (tassonomicamente, è il caso di dirlo, la taxus bacchata). C’è 37


chi ha pensato al basco e chi ha detto: boh. Inutile che lo dica io: l’albanese lo sa già: perché per la stessa pianta, ha la denominazione di enjë (che sembra il nome di una cantante irlandese), ma che è parola misteriosa anche per la lingua albanese, e che nel mio libro ho cercato di interpretare (in chiave, inutile dirlo, indoeuropea).

Bibliografia utilizzata: Angiolillo S., “Aristeo in Sardegna” in Bollettino di Archeologia 5/61(1990), 1-9 CASTIA S., "Aristeo il protos euretes" in La Sardegna e i miti classici, Olbia 1996, 19-22 Çabej E., Studime etimologjike në fushë të shqipes, Tiranë 1982 Demiraj B., Albanische Etymologien, Amsterdam-Atlanta 1997 38


Meyer G., Etymologisches Wörterbuch der Albanesischen Sprache, Strassburg 1891 Orel V., Albanian Etymological Dictionary, Leiden-BostonKöln 1998 Pianu G., “Il mito di Aristeo in Sardegna” in Zucca 2004, 9698 Pittau M., I nomi di paesi città regioni monti fiumi della Sardegna significato origine, Cagliari 1997 Sanna S., “La figura di Aristeo in Sardegna”, in Zucca 2004, 99-111 Spano G., “Statuetta d’Aristeo in bronzo” in Bullettino Archeologico

Sardo

I

(1855)

65-71

[testo

in

http://www.comune.oliena.nu.it/conosci_secondo.php?mpos=5 0&id=20&bar=arch] Spiggia S., Le api nella tradizione popolare della Sardegna, Sassari, 1997 39


Wolf H. J, Toponomastica barbaricina, Nuoro (1998) “

“La toponomastica preromana in Sardegna”, in Max

Leopold Wagner. Lingua e cultura sarda, Atti Conv. Int. di ling. sarda (a cura di D. Turchi), Oliena 23-3 2003, 49-58 (2004) Zucca R, (a cura di) LOGOS PERI THS SARDOUS. Le fonti classiche e la Sardegna, Roma 2004

40


Ă&#x2C6; di origine illirica l'antica mastruca sarda Di Alberto Areddu

Uomo in mastruca

41


A lungo abbiamo perlustrato sulla Rete alla ricerca di qualche immagine

recente

che

supportasse

l'estratto

che

qui

presentiamo, ma poco oramai si trova di uomini col vecchio costume, forse anche deve esser subentrato un qualche moto di vergogna, per cui tuttalpiù viene tirato fuori per mascherate e carnevalate varie.

La mastruca o mastruga, secondo antica

parola mai però perfettamente popolare in epoca recente, più agevolmente dai Sardi odierni resa col sinonimo di best'e pedde 'vestito di pelle', è il tipico indumento di una società di pastori, che vivono gran parte dell'anno sui monti, adatta (come le microfibre) non solo per gli inverni ma anche per le estati; essa apparve agli occhi dei Romani come specifico tratto costitutivo di una società "regredita", anche perché al tempo di Tolomeo si vedevano Sardi Pelliti anche a Cornus (che proprio in montagna non era). Ma qui siamo per occuparci della parola; le 42


indicazioni di "sardità" in questo senso ci paiono precise. Vediamo pertanto le fonti, tralasciando, come cosa scontata, quando dicono che i Sardi vestivano genericamente di pellicce: “Se non riuscì a sedurlo la porpora regale, fu forse la mastruca dei Sardi a trasformarlo? (Cicerone, Pro Scauro xxi) “Cicerone, nell’atto di sbeffeggiare (i Sardi), a bella posta adoperò la parola mastruca” (Quintiliano, I, 5-8) Sempre Cicerone si rivolge ai “mastrucatis latrunculis” della Sardegna in De prov. cons. 15 “Mastruga si chiama il saio nella lingua dei Sardi; megalie si chiamano le case nella lingua degli Afri; cateia si chiama il dardo nella lingua dei Persiani (P. Mauro, 284) “Ad ogni nazione appartiene un certo tipo di indumento che riflette una caratteristica peculiare di ciascuna di queste; …per i Sardi le mastruche” (Isidoro di Siviglia, XIX, 23-1)

43


“Mastruga è una veste germanica confezionata mediante piccoli pelli di animali: questo è ciò che si può leggere nel libro delle differenze” (Codice Bernese, 83) Fino ad ora riguardo l’origine della parola -che nel sardo odierno, come detto, pur registrata nei dizionari,

non è

popolare- si erano fatte diverse ipotesi: chi era propenso per una autentica parola indigena sarda (Terracini e Bertoldi) in ragione del suffisso -uca giudicato però secondo la visuale mediterraneista come "africaneggiante"; chi per un’origine semitica (così il celebre vocabolario latino di Ernout e del Meillet); o ancora chi propendeva per una parola d’origine gallica o germanica (Dottin). La voce viene nuovamente considerata un probabile semitismo, visto che la sua prima apparizione colla forma mastruga, nel Poenulus di Plauto, si accompagna a un’altra parola semitica, rivolta al cartaginese

44


Annone come offesa, a giudizio dello studioso Martino (il quale però non adduce forme su cui poter discutere). Ma la mia ricerca va per altre plaghe. Osservo infatti che in albanese e nel montenegrino esiste un capo di vestiario detto strugë/a ‘coperta di lana usata come mantello; mantello di lana bianco portato da pastori di bestiame in zone dell’Albania settentrionale’;

‘specie

di

mantello’;

abbiamo

strokë

‘giubbetto’ in arbëresht. Non trovo la voce segnalata nei vocabolari etimologici a mia disposizione. Il Meyer, riporta solo un vb. struk ‘mascherarsi’, dubbioso se non sia con italiano stuccarsi; l’Orel accenna a una shtrosë ‘pelle di capra usata come cuscino’ esito dal verbo shtroj ‘distendere’. E’ interessante invece notare come nelle lingue germaniche si trovi l’aggettivo strūga (dell'antico islandese) ‘irsuto, ispido, divenire ispido’ e oggi si abbia l'olandese struik ‘ispido’,

45


imparentati con inglese to struggle ‘combattere’ (secondo il celebre Pokorny). Per la parte iniziale della nostra parola, non si può non richiamare l'attenzione sulla base indoeuropea: *moisos/maiso-s ‘pecora, pelle, otre di pelle di pecora, sacca’, tra i cui esiti segnaliamo l'antico bulgaro mĕchъ ‘otre’, il russo mĕch ‘pelle, otre, sacca’. La nostra mastruga risalirà quindi verosimilmente a un chiaro sintagma nominale indoeuropeo: *maisa struga ‘pelle ispida, pelliccia irsuta’. Ma davvero può esser stata una parola indigena sarda? Potrebbe esser stato un germanismo che gli autori latini hanno usato anche per gli impellicciati sardi? A questa ipotesi vanno opposti due fatti: all’epoca di Plauto i Germani non erano così ben conosciuti come lo sarebbero divenuti dopo (nell’epoca di Mario, ad es.) e d’altra parte il riferimento ai Punici in Plauto è chiaro, segno che dalle contrade di Sardegna, forse anche per una 46


penetrazione della parola nel punico locale

la parola deve

essersi diffusa nel latino; cercando poi nelle lingue germaniche non ho trovato nulla su una eventuale sostantivazione di struga. La conclusione da trarsi è che molto probabilmente la voce, sotto forma di aggettivo,

è entrata in prestito dal

protogermanico (ché pelli i Germani usavano per ricoprirsi) nell’illirico ma poi è andata sostantivandosi, formando in un rivolo anche sintagma con *masio, e un’originaria *masa struga ‘pelle/pelliccia irsuta’ (< maisa struga, con -ai- > a dell’illirico, vs. lituano máišas, máiše) per aplologia: *mas(ë) struga, è giunta nell’Egeo e da qui in Sardegna a denominare l’indumento usato dagli indigeni cavernicoli, che l’avrebbero però poi trasmesso (visti anche i benefici effetti: fresco d’estate e caldo d’inverno) agli Illiri (si noti come le élites militari rappresentate nelle statuette nuragiche non indossino mai

47


questo indumento, ma solo una mantellina), come nemesi storica, o forse, per meglio dire, preistorica.

bibliografia utilizzata: Giordano E., Fjalor i arbëreshvet t’Italisë, Bari 1963 Leka F.-Simoni Z., Dizionario albanese italiano. Fjalor shqip italisht, Tiranë 1996-1998 Dottin G., La langue gauloise. Grammaire, textes et glossaire, Paris 1918 ERNOUT A. - A. MEILLET, Dictionnaire étymologique de la langue latine, Paris 1967 Bertoldi V. “Sardo-punica” in La Parola del Passato ii (1947) Meyer G., Etymologisches Wörterbuch der Albanesischen Sprache, Strassburg 1891 Perra M., ΣΑΡ∆Ω Sardinia Sardegna, III voll. Oristano 1997

48


Martino P., “Il problema dei semitismi antichi nel latino” in L’Italia e il mondo antico. Atti del Conv. della SIG (a cura di A. Landi) Pisa 1995 Newmark L., Albanian English Dictionary, Oxford 1999 Orel V., Albanian Etymological Dictionary, Leiden-BostonKöln, 1998 Pokorny J., Indogermanisches Etymologisches Wörterbuch, 1959 Hubschmid J., Schläuche und Fasser, Bern 1955 (RH, vol. 54) Gamkrelidze Th. V. - Ivanov Vj- V., Indo-European and the Indo-Europeans, Berlin- New York 1995, II voll.

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Lo scarafaggio balcaniche

sardo

dalle

tinte

Di Alberto Areddu

Forse vi sarà capitato di aver schiacciato per casa, in cucina o in cantina qualche scarafaggio, bene (anzi male, dotatevi subito di qualche DDT) è sicuro che nel farlo avrete provato un qualche estatico piacere nel sentire lo sgranocchiante guscio sotto le vostre pedate, e chissà quante volte avrete pronunciato soddisfattamente vittoriosi, l'irriguardosa espressione rivolta al deceduto: "creba, malaitta sasaja" (o secondo il luogo di dove siete: sisaja, sesaja, babbasaja, o al maschile babbusau). Sappiate allora che probabilmente facendo ciò e facendolo per diverse generazioni, uccidendo quel ripugnante animaletto, 50


abbiamo salvato una nostra antica parola (e ringraziamo il cielo che gli scarafaggi non si siano estinti, nonostante il nostro prodigarci, perché neanche avremmo più la parola). Se diamo una scorsa all'enciclopedico Rubattu vediamo quanti modi abbiamo per chiamare lo scarafaggio: scarafaggio sm. zool. (Blatta blapo

(gigante)

sm.

zool.

orientalis) [cockroach, blatte, (Blaps mortisaga) [bug, blatte, cucaracha, Schabe] carrabusu blata, Schabe] sasja f., sasàgia (lat. CARRUM + piem. büsa), f., sesàgia f., sesaja f., sisàgia f., babbasau, babbajotzedda f., sisaja f., sisaza f. (prerom.), babbasaju,

babbasaja, babbasau, cadalana f., cadelana

babborottu,

cadalanu, f., cagalanu, grìglia f., melaghe

caddalanu, cadelana carraffazu,

cadalana f.,

f., (L), sisaja f., sasaja f., pretta f.

cadenale, (sp.

catalana

prieto),

f., sulafigu,

51

brattedda

candulittu

f., (N),


iscortone, paulina f., terriolu, babbaiotzedda f., babballotti, pabasale,

noeddu

de brabetta f., cadelanu, curri-curri,

Frantziscu

mannu

(L), mùsulu, perta f., perta pùdiga f.,

babbarrottu,

babbarrotzu, pettedda f., prattedda f., pretta f.,

bobborrottu, sisaja f., bisasa f., prettedda

f.,

sulafigu

(C),

babbaluccu,

carraffone, caddarana f., sasàia f. (S),

scarraffone,

iscrapione, babbasàiu, mangoi (G).

scarfone, garrappiu (N), pretta f.,

prettedda f.,

scraffajoni,

scarfajoni, scraffioni,

scraffaioi,

scarafàcciu,

carrabusu (C), caddarana f., sasàia

f.

(S),

babbasàiu,

carrabusu, mangoni (G) // tintirriolu (L) “specie di s.

52


alato”

è interessante notare come usiamo cadalana per rilevare che evidentemente i bruni uomini di Catalogna ai nostri antenati poco risultavano simpatici (per la supponenza e la falsa nobiltà d'animo) e come (sempre i nostri antenati) definissero lo scarafaggio come paulina 'l'animale zozzo da paludi'. In mezzo a ciò, la nostra sasaja, sisaja, sesaja, che è rimasta misteriosamente insondata nelle sue origini (infatti il Wagner nel suo DES dice: "probabilmente prelatino"). Tra le varie forme riportate si ha anche il logudorese melaghe, che vediamo è la chiave per comprendere il nostro sasaja. Melaghe deriva 53


dal greco melas che vuol dire 'nero'. Sulla presenza di questo grecismo (localizzato a Oschiri) nel sardo ci sono diverse posizioni: secondo il Wagner e il Pittau è un sufficientemente antico prestito del greco (si intende i greci di Focea che forse passarono per la Gallura nel vi-v sec. a.C.), secondo me è parola di origine greco-italica, giunta cioè con le armate romane che di italici erano perlopiù composte, secondo il pio studioso Paulis, sarebbe giunta invece con i mistici religiosi bizantini (quelli che nei Condaghes si spartivano pezzi di schiavi e schiave, cattolici quanto loro, per lavorargli la terra). Sta di fatto che la tale parola ci offre la chiave semantica, perché se abbiamo una forma sarda che si ispira al colore nero (è il più comune per la blatta, ci sono anche scarafaggi di colore marrone o verdi), si può presupporre che possano esser sortite anche altre denominazioni ispirate da tale scontatissimo tratto. Orbene il mistero può esser sciolto: l'albanese ha per 54


indicare il colore nero la parola: zi, che al femminile fa: zeza/zezë (leggi: sesa, la z albanese è come la nostra -s- di "caso", o "kasu", la ë è come la e dei napoletani: quannë 'quando'). La parola è antica: nell'onomastica trace si troverebbero vari Sis, Zis, che il Georgiev, luminare della materia, interpretava come indicanti 'Nero'. Il suffisso -aja nell'illirico è molto frequente, mentre da noi appare solo per poche parole (inteso nel sardo in generale, perché nel Logudoro è anche riflesso della palatalizzazione di latino -ACULA), e tutte perlopiù misteriose. In albanese -ja indica, si aggiunga, la forma femminile determinata (per posposizione, tipica dell'albanese e del rumeno), come dire: "nera la" (cioè "la nera") contrapposta a "nera". Dunque, un aggettivo così tipicamente albanese, deve esser antico anche da noi, ma non sappiamo quanto, perché morso dai dubbi e dal fatto che in Sardegna insieme agli Italici vennero anche i Messapi 55


(sarebbero gli odierni Salentini), i quali erano degli antichi discendenti degli Illiri, giunti in Italia intorno al primo Millennio, nel mio saggio ho prospettato l'idea che la parola possa esser giunta in epoca romana,

grazie al travaso

linguistico di parole di costoro nel latino regionale di Puglia. Ma potrebbe ben esser veramente antica e allora un'altra circostanza, ci legherebbe a quello straordinario popolo che abita i Balcani e che sono gli Albanesi (che vi piaccia o meno). Pertanto la sasaja null'altro è che la "la negra, la negraccia, la maledetta".

56


Una serpe davvero illirica nel centro della Sardegna Di Alberto Areddu

E' sopratutto nel Centro della Sardegna (Barbagia e Ogliastra) che si sono salvate dall'usura del tempo, alcune denominazioni spesso risalenti a epoche molto lontane; cosĂŹ non solo alcuni termini di evidente e perspicua latinitĂ , ma anche qualcuno che ha preceduto le armate romane. Queste parole diversamente da 57


quelle della toponomastica che sono mute e quindi facilmente sottoposte all'arbitrio della libera e personale interpretazione, possono dirci in filigrana se si possa realmente agitare un'ipotesi a sostegno dell'illiricità originaria dei Sardi Nuragici. Un retaggio di sicura non-latinità è l'espressione per indicare la "serpe d'acqua" o natrice (tropinodotus natrix), un rettile di piccole dimensioni, non

velenoso (come tutti quelli che

abitano in Sardegna) che ha come habitat i corsi d'acqua a corso lento e ricchi di vegetazione, i terreni boschivi o i margini dei sentieri. Orbene nel paese di Gavoi viene detta: lircis, a Nuoro: lirtzis, a Ollolai: lortzis, a Olzai pare si abbia una doppia denominazione: lurtzi e sulurtzi, in alcuni siti barbaricini: thulurtzis, e infine a Ottana abbiamo: silurtzis (dati Pittau) Chi si è occupato di tali denominazioni, si è così espresso: per il Wagner (che riporta nel DES solo la variante lircis) è parola misteriosa; per lo studioso catalano E. Blasco i 58


Ferrer sarebbe una forma greco-bizantina da un sintagma nominale: Thiu Leoutis 'zio Leuzzi' (una notte insonne ho passato chiedendomi chi fosse mai 'sto Leuzzi); per quello sardo M.Pittau: non si sa da dove venga, ma gli sembra ricordare qualche toponimo iberico, come Ilurci, così tanto per dirne una accattivante. Come si vede, direbbero gli inquirenti, stiamo brancolando nel buio più fitto. Eppure l'acqua in cui la natrice sguazza non è poi così torbida come si vorrebbe. Ritorniamo per un attimo al titolo: "una serpe davvero illirica... ecc. ecc". Illirica: era forse suggestivo l'italics per questa parola?... Molti forse non lo sanno, e allora glielo diciamo noi, ma spesso i popoli primitivi assumono una certa loro denominazione di ethnos, con la precisa funzione di spaventare i loro vicini e avversari o per votarsi a un qualche animale sacro all'interno della loro tribù; tutto ciò è chiamato: totemismo. Così gli antichi Piceni avevano come animale sacro 59


il picchio, la gazza: picus in latino, da cui: Pic-eni, gli Hirpini il lupo, da hirpus 'lupo'. Ora gli Illiri che vivevano probabilmente in origine intorno a qualche fiume o lago, come un'altra tribù illirica, gli Enchelei 'le anguille' (da έγχελυς ), secondo una ragionevole ipotesi formulata dal grande Anton Mayer, da un antenato-serpe detto Illuriòs 'serpe' (figlio del celebre Cadmo) prendevano nome (quello che i linguisti chiamano l'eponimo). E presso tutti gli Illiri, ma specie quelli meridionali, il serpente era l'animale ctonio per eccellenza, collegato col culto degli antenati e col complesso magico religioso della fertilità della terra e della donna, apparendo con frequenza raffigurato in bassorilievi, gioielli e sulle polene delle navi.

60


Le radicate credenze in serpi e draghi pare sian state d'ostacolo all'affermazione del Cristianesimo, come si deduce dalla Vita di S. Ilarione scritta dall'illirico San Gerolamo; Ilarione dovette eliminare il terribile Boas che devastava Epidauro, divorando animali e persone, perché i pagani iniziassero un'opera di conversione. Detto ciò, osserviamo la forma linguistica. La radice *il- (dall'indoeuropeo ụel) la ritroviamo in altre lingue indeuropee,

come

nel

greco

dove

vale

‘storcere,avvolgere,torcere': illòs 'strabico', perché è della serpe, non c'è bisogno che ve lo dica io, muoversi in tale 61


maniera. Orbene a una radice il- si è aggiunto un suffisso -ur, che in area illirica (e come vedo nel mio libro in quella paleosarda) è assai diffuso; si ottiene così:ilur-, e già qui le acque sembrano rischiararsi notevolmente. Manca la parte finale -ci, -tzi: per spiegarla sono ricorso all'albanese, che ci offre un suffisso -çi, -thi

per indicare il diminutivo. La

soluzione che io offro è pertanto che una molto probabile forma: *ilurci indicasse il "serpentello", e che come tale sia penetrata nel volgare latino di Sardegna, variamente sfigurata poi per l'incontro con l'articolo romanzo su 'il, lo' (attraverso il meccanismo della concrezione/discrezione come succede in altri casi ben dettagliati dal Wagner nella sua Historische Lautlehre des Sardischen). Dunque la serpe d'acqua sarda ha una radice intrinsecamente e formalmente illirica.

bibliografia utilizzata: 62


M.L. Wagner, Dizionario Etimologico Sardo, Heidelberg 196064 M. Alinei, Dal totemismo al Cristianesimo popolare, Alessandria 1984 M. Pittau, Dizionario della lingua Sarda I-II, Cagliari 20002002 A. Mayer, Die Sprache der alten Illyrier, Wien 1959 A.Stipcevic, "Simbolismo illirico e simbolismo albanese" in Iliria 5, 1976 M. Camaj, Albanische Wortbildung, Wiesbaden 1966 J. Pokorny,

Indogermanisches Etymologisches WĂśrterbuch,

1959 D. Srejovic, Illiri e Traci, Milano 1996 J. Wilkes, Gli Illiri tra identitĂ  e integrazione, Genova 1994

63


E. Blasco i Ferrer,â&#x20AC;&#x153;Etimologia ed etnolinguistica:zoonimi parentelari e totemismo in Sardegnaâ&#x20AC;? in Quaderni di Semantica xxii, 2001

64


L’etimologia (pellazg)

della

parola

pelasgo

Di Aristidh Kola

Secondo una nota versione la parola pelasgo (pellazg) deriva dalla parola plasin e pelago. Il mitropolita bizantino Evstathio chiama gli abitanti dell’Asia minore pelasgi e riconduce l’etimologia del nome pelasgo a pelas jis che vuol dire terra vicina, riferendosi per l’appunto all’Asia Minore. Se questa versione fosse corretta, ci si potrebbe domandare perché Evstathio ritiene che la terra vicina sia l’Asia Minore e non l’Italia o, ancora meglio, l’Illiria? Il geografo e storico dell’antica Grecia, Strabone, collega l’etimologia della parola pelasgo a pelarg, un secondo appellativo che gli ateniesi riferivano ai pelasgi. Myler spiega l’etimologia della parola in questione attraverso le parole pelin e argo. Quest’ultimo termine è pelasgico e vuol 65


dire campo, invece l’espressione pelin argo ha il significato di colui che vive nei campi. Omero chiama la Tessaglia argo pelasgica che vuol dire campo pelasgico. In Grecia esiste, tra gli altri, il campo (argo) della Thesprotia e del Peloponneso. La lingua albanese conserva ancora la radice della parola argo (ar) e la usa nella parola arë che significa campo coltivato. Il professore Saqelariu afferma che l’etimologia della parola che stiamo prendendo in esame deriva dalle radici indoeuropee Bhel (sbocciare) e Osqho (ramo). Secondo questa versione, resa nota per la prima volta nell’anno 1958, cambiando soltanto qualche lettera si arriverebbe alla conclusione che pelasgo significa ramo sbocciato o germogliato. Aristidh Kola non vede nessun nesso fra il ramo germogliato e il nome pelasgo. Qual è la versione etimologicamente più esatta? Kola crede che la spiegazione che danno gli studiosi Strabone e Myler sia la più esatta, perché esamina sia la parte linguistica 66


sia quella semantica

del

termine.

Strabone e Myler

condividono l’opinione

degli antichi ateniesi: i due infatti

riconducono l’etimologia della parola pelasgo a pelargo che in albanese vuol dire cicogna (lejlek). La parola pelarg deriva dall’espressione pelin argo che, come abbiamo già detto, ha il significato di colui che vive nei campi perché è noto quanto le cicogne gradiscano vivere nei campi. Inoltre le cicogne costituiscono una similitudine perfettamente adeguata al popolo pelasgico. Analizziamo per esempio la questione della migrazione: Aristofane in una sua commedia dice che i pelasgi migrano come le cicogne. Un altro motivo per il quale il ricorso alla cicogna è molto utile per comprendere meglio il pelasgico è il rispetto mostrato ai genitori, che si traduce in sacrifici di vario genere. Ne “La storia degli animali” (2,9,13), Aristotele scrive che le cicogne giovani portano sulla schiena le cicogne anziane per aiutarle a 67


migrare. Questo grande amore e rispetto verso i propri genitori era uno degli elementi fondamentali della società degli antichi pelasgi. Si tenga presente che nella Grecia antica esistevano delle leggi di tutela dei genitori anziani chiamate appunto le leggi della cicogna. In conclusione, l’etimologia della parola pelasgo sarebbe direttamente riconducibile alle dalle parole pelin e argo dalle quali deriverebbe pelargo. Il fatto che gli antichi elleni chiamassero i pelasgi pelarg non fa altro che confermare la nostra teoria.

P.S. In questo blog è stata precedentemente discussa la questione relativa all’etimologia della parola pelasgo, partendo da un brano dello studioso Robert d’Angely

68


L’origine delle parole: un interessante confronto Di Aristidh Kola

Se solo guardassimo una piccola lista di parole albanesi, confrontandole alle parole del greco antico e moderno, capiremmo subito che la lingua albanese è direttamente riconducibile al greco omerico. Non avverrebbe lo stesso se confrontassimo la lingua greca antica con quella moderna. Per quanto possa sembrare strano, le cose stanno proprio così. Tra le parole albanesi che si trovano elencate nella lista che segue non ci sono solo parole rappresentative della lingua letteraria, ma anche espressioni dialettali arbëresh. Nel leggere l’elenco bisogna tenere presente che in greco manca la y sostituita dalla i, mentre il suono sh è stato sostituito dalla s. Inoltre è necessario ricordare che la d albanese in greco antico era dh. 69


ALBANESE

GRECO

NEO

ANTICO

GRECO

ITALIANO

(OMERICO)

dor – ë, dor - a

ekedeka – dor - màti

mano

o lesh

Lasios

qheri

lana

mi, miu

Mis

malå

topo

pondåqi

levare

heq, (hekl = Elko tërheq) marr (mar)

mar - pto

perno

prendere

edhe, dhe

idhe, te

qe

e

arë, ara

Arura

horàfi

terra lavorare)

punë (puna)

Ponos

dhulià

70

lavorare

(da


kalë, kali

kelis - tos

àlogo

cavallo

krye (krie)

Kridhen

qefali

testa, capo

re, retë

rea (perëndia e sinefo

nuvole

reve) vesh, vishem

ves – this - forào

vestire

vesnimi lepur

Leporis

lagæs

lepre

qen, qeni

Qion

sqilos

cane

zo, akmazo

vivere

rronjë

(rroj, ronio, ronimi

jetoj) ruaj, rojtar

rio, ritor

filàso

guardiano

iki, ike

Iko

fevgo

andare

lig

lig – ios, lig - adhinatos

cattivo

æs ethe(kam ethe)

ethir, ethæ

piretos

71

febbre


rrah

rahso, raso

piretos

terra

ne (neve)

Noi

emis

noi

rri (qëndroj)

e – ri - dhome

kathome

restare

vend (ved)

ved – os, vedh edhafos,

posto

- os

topos

mend, mendoj

mendohem

medhome

pensare

errët (errësirë)

ere - vos

sokotos

scuro

fonazo

chiamare

thërres (thrres, threo, throos thrras) para (përpara)

Paros

mbrostà

avanti

për ty

par ti

ja sena

per te

ai që nëm

neme

sis, katara

neme - sao

colui maledice

van (shkuan)

Van

pigan

andato

hedh

Heo

rihno,

tiro

72

che


tinazo, sio dhe,

dheu jea, dhor, dha

ji

terra

(tokë) nuk

ni uk

dhen

non

udhë, udha

Udhos

dhromos

strada

kaloqeri

estate

verë (stina e Vear verës) shkop

skipon, skiptro

ravdhi

legno

torrë

Tornoo

jiro

torre

korr

Kiro

thiro

raccolta

thimos

essere

mëri

(mëni, Minis

dialekti verior)

litigato

marrë (i marrë) Margos

trelæs

pazzo

nisem

Nisome

kseqinæ

partire

flas

flio, fliaræ

milao,

parlare

73


omilæ lehem (lind)

leho, lohia

fryma (frima, Frimao

jenieme

partorire

fisima

alito

dialekt i jugut) shkel

skel - os

patao

calpesto

deti

theti – s

thalasa

mare

krua, kroi

Krunos

vrisi

fonte

dru

dris,

drimos, ksilo

legno

driti lutem

Litome

parakalæ

pregare

nuse

nisos, nios

nifi

nuora

ter (thaj)

ter – so

stegnæno

asciugare

dera

Thira

porta

porta

kall (djeg)

Kileo

qeo

bruciare

zien

Zei

vrazi

bolle

74


mjet

Mitos

nima

mezzo

hondrĂŚ tata, ati, i jati

tata, ata, jetas

pateras

padre

Le parole prese in analisi nella lista si possono ritrovare nellâ&#x20AC;&#x2122;Illiade (A 35, 105,189,115, 570) e nellâ&#x20AC;&#x2122;Odissea (A 409, E152, 457, ecc.)

75


L’Olimpo: il trono di Zeus Di Aristidh Kola

Vi siete mai domandati perché proprio sul monte Olimpo si trova il trono di Zeus e la famosa casa degli dei? Per rispondere a questa domanda dobbiamo andare alla ricerca degli antichi sacerdoti provenienti dal nord-ovest dei Balcani, più esattamente da Dodona, i quali guardavano il sole (Diaw – Dia – Diell) sorgere in cima all’Olimpo. I geologi hanno verificato che l’Olimpo, nei tempi antichissimi, è stato oggetto di un forte terremoto, a causa del quale da una sola cima altissima vennero a crearsi due cime più basse. La montagna prese in tal modo la forma in cui è nota oggi. Un giorno gli occhi straniti degli antichi sacerdoti dell’Epiro videro quel terribile terremoto e avranno pensato che la montagna si è abbassata, è diventato più corta. Questa frase, 76


nella loro lingua, sarebbe: “Ulj u bë” (si è abbassata) che si pronunciava “Uljumb”. Più tardi, con l’aggiunta della desinenza os si è passati da Uljubes a Ulimbos per giungere alla forma definitiva Olimbos. Che ci sia stato un terremoto è evidente, più difficile è datarlo. Il lavoro dei geologi è prezioso per stabilire il periodo in cui ha avuto luogo il sisma e, quindi, riuscire a stabilire la data in cui è stata usata la parola che trae origine dall’albanese, lingua che in tanti hanno cercato di eliminare dal territorio greco, anche quando, ancora recente il ricordo degli eroi della rivoluzione greca

del

1821,

tutti,

in

Grecia,

esclusivamente la lingua albanese.

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parlavano

quasi


Il faraone Psammetico e la parola “bek” Di Aristidh Kola

Psammetico affidò due neonati a un pastore; doveva portarli presso il suo gregge e allevarli senza mai pronunciare parola davanti a loro […]. In tal modo avrebbe ascoltato quale parola i bimbi avrebbero emesso per prima […]. Un giorno, dopo che furono passati due anni, il pastore aprì la porta e i bambini si gettarono ai suoi piedi e pronunciarono la parola bekos, tendendo le mani […]. Psammetico scoprì che i Frigi chiamavano bekos il pane. In tal modo, gli Egiziani […] ammisero che i Frigi erano più antichi di loro. ERODOTO, Storie II, 1. [1]Indipendentemente dal metodo adottato dal faraone, la storia ci offre un indizio molto importante, cioè che nella lingua [2]frigia il pane si chiamava becos. Analizziamo meglio la 78


storia. Dizionario: Becos da leggere bekos e da pronunciare bek. La desinenza os dipende dal ghego della parola frigia bek. Allora vediamo che la parola bek ha lo stesso significato della parola albanese buk, che nell’albanese odierno vuol dire appunto pane. Il racconto non è stato inventato dagli egizi ed è talmente vero che Erodoto lo ha inserito nella sua opera. Un altro fatto incontestabile è che nella lingua albanese odierna sono ancora utilizzate parole di origine pelasgica (lingua che secondo molti studiosi è stata la lingua universale e primigenia della razza bianca). Si tratta in particolare di parole che hanno subito pochi cambiamenti, in alcuni casi nessuno, rispetto alle parole antiche della lingua pelasgica dalle quali derivano.

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Le Amazzoni Di Aristidh Kola

Dal mito delle amazzoni apprendiamo dell’esistenza di un popolo guerriero legato agli achei da un rapporto di parentela diretta. Questo popolo è noto principalmente per la presenza di donne capaci di combattere come gli uomini. Non analizzeremo le origini geografiche delle amazzoni, ma piuttosto l’etimologia del nome. Tuttavia è bene precisare che hanno molto in comune con le donne combattenti albanesi che guerreggiavano al fianco degli uomini (Bubulina, Xhavelena, le donne di Scutari ecc). Ma torniamo alla questione etimologica. Gli antichi studiosi greci spiegavano l’etimologia riferendosi al termine Mazos (seno) perché si dice che le amazzoni si amputassero la

80


mammella destra per non essere impedite nel tiro con l’arco e nel lancio delle frecce. Louis Benloew, invece, spiega l’etimologia della parola partendo da un termine ebraico (Amah) e da uno caldaico (Azen). Entrambe le parole significano arma/i. Karolide ritiene che l’etimologia della parola amazzone si possa spiegare attraverso la parola armena Amaduni che vuol dire straniero, oppure grazie al termine persiano Amadem. Nessuno di questi studiosi ha provato a spiegare l’etimologia della parola in questione utilizzando

la lingua del popolo

pelasgo. Cercheremo dunque di spiegare la parola con tutte le riserve del caso. In albanese esiste la parola zonjë (signora) utilizzata anche come titolo. Zonja (la signora) è la prima persona (la più importante) per la gestione della casa e per la vita dell’uomo. 81


La lingua albanese prevede inoltre espressioni come Zonja ime (signora mia) oppure Ime zonjë (mia signora). Premesso che nel greco antico ime è emi, possiamo concludere che l’espressione Emizonjë (mia signora) è molto vicina a Amazonë (Amazzoni).

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L’influenza della lingua albanese in quella sanscrita Di Elena Kocaqi

Ci sono molte parole che lingua sanscrita e albanese condividono e che la lingua albanese mantiene in uso tutt’oggi. A prova di questo forte contatto, esiste una popolazione dell’Himalaya che denomina le cifre utilizzando le stesse parole della lingua albanese. Per esempio il numero sette è shtatë, esattamente come in albanese. Di seguito un elenco di parole sanscrite utilizzate nell’odierno albanese. SANSCRITO

ALBANESE

ITALIANO

name

emri (nga nami që

nome

e ka edhe shqipja)

83


nata

nata

notte

çlath

çlith (pra lëshoj)

lasciare

da

dha

dare

varga

varg

cresta

viçesa

viç

vitello

bahra

barra

peso

giri

guri

pietra

arita

arrita

arrivare

vartitum

vërtita

lanciare, ruotare

peja

pija

bevanda

ulka

yllka

stellina

pa

pa

vedere

trapa

trup

corpo

krimi

krimbi

verme

arja

ari

oro

84


lipsu

lipës

mendicante

lap

llap

lingua

ratha

reth

cerchio

prer

prer, prej

tagliare

paka

pjek

cuocere (al forno)

vrana

e vrame

nuvoloso

trut

tret

digerire

tiras

thërras

chiamare

tila

thela

pezzo

vasu

vash

ragazza

vas

vesh

vestire

kleça

kleçka

ostacolo, impaccio

suni

çuni

85

figlio


nusa

nusja

nuora

ramja

i ramë

caduto

supa

supa

zuppa

fal

fal

perdonare

man

mand, mendoj

pensare

gata

gota

bicchiere

tata

tata

padre

gatita

gatita

preparare

bhuta

bota

mondo

pura

para (pra që është

avanti

përpara) anu

anë

parte

Per giustificare la presenza delle parole albanesi nella lingua sanscrita si potrebbero individuare due ragionevoli spiegazioni.

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La prima è che queste parole potrebbero essere entrate nel sanscrito grazie alla popolazione pelasgico - albanese che ha dominato quei territori per migliaia di anni. La seconda, in voga grazie a studi recenti, è che la lingua albanese sia la madre di tutte le lingue indo-europee. In ogni caso non esiste una razza indo-europea, nÊ una lingua indo-europea. Le parole albanesi che si trovano nella lingua sanscrita si ritrovano anche in tante altre presunte lingue indoeuropee, ed è proprio la presenza di queste parole che supporta la tesi secondo la quale esisterebbe una lingua comune e indoeuropea. Se gli studiosi e i linguisti dessero alla lingua albanese il peso che merita, non commetterebbero mai un simile errore.

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Un popolo pelasgo - illirico: i troiani Di Elena Kocaqi

La città di Troia ha un nome che si lega direttamente alla lingua albanese e per dimostrarlo non è necessario modificare alcuna lettera. Trojë significa terreno dal quale si erigono case e costruzioni di ogni tipo. In Albania questa parola si usa anche oggi. Chi vuole costruire ha bisogno di troje per farlo. Un altro fatto interessane è che il simbolo dei troiani era l’aquila che è stato simbolo di Alessandro il Grande, Pirro di Epiro e Scanderbeg (l’eroe nazionale albanese). A questo punto è d’obbligo osservare che il simbolo che si ritrova oggi sulla bandiera albanese è proprio l’aquila e gli albanesi sono noti come figli dell’aquila (shqiptar). Un ultimo aspetto degno di nota che dimostrerebbe l’etnicità pelasgo–illirica dei troiani e dei loro alleati durante la guerra di 88


Troia si trova nell’Iliade. Omero ci fornisce i nomi dei posti, delle persone e degli dei. Questi nomi si spiegano perfettamente riferendosi all’odierna lingua albanese: Festi, era un guerriero che veniva dalla Lidia. In albanese fest significa festa. Arna Menest, guerriero della Beozia, si chiamava così perché combatteva con armi vecchie. In albanese arna significa cosa vecchia, rattoppata. Alkatos, nome troiano usato anche nell’ antico Epiro. In Albania è tutt’oggi in uso come nome proprio. Kliti, nome troiano. Si usava anche in Illiria e Macedonia. Era il nome di un re illirico che combatté contro Alessandro il Grande. Nome proprio in uso tutt’oggi in Albania.

89


Perifati, in lingua albanese sarebbe perri – fati che significa buona fortuna. Oggi in alcune zone dell’Albania non si dice “buona fortuna” ma “bella fortuna” (bukur mirë). Perri in albanese significa stupenda, la più bella. Aise, dio che sorveglia le azioni degli uomini durante la giornata. In lingua albanese sarebbe Ai-se, cioè Ai-she (lui guarda), cioè osserva cosa fanno gli uomini durante la giornata. Aretyre, in albanese è aretyre o meglio ancora arë-tyre, in italiano si traduce con la loro terra (da coltivare). Erinjet, dio che protegge la vita ed è al suo servizio. In lingua albanese è e-rin-jetë che significa colui che rigenera la vita. Hypokanti, nella lingua albanese è hy-po-kan-ti cioè bello come un dio. 90


Hypodon è un nome troiano che in albanese è hy-po-don che significa essere come un dio. Jadet era il nome della dea della pioggia. In albanese è ja-det il suo significato italiano è pieno di acqua come il mare. Menti, in albanese mendi oppure menti, significa persona intelligente, piena di cervello. Nella città di Troia un altro nome molto usato che deriva dalla stesse radice è Mentore. Come abbiamo visto, questi nomi, assieme ad altri che si trovano nell’Iliade, si spiegano molto facilmente tramite la lingua albanese. Di conseguenza se ne può facilmente dedurre che la popolazione che abitava l’Asia Minore avesse la stessa origine degli abitanti dell’Illiria e quindi, da ciò ne deriverebbe che, la popolazione troiana potrebbe essere illirica.

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Christòs Anèsti Di Elton Varfi

Un po’ di anni fa mi è capitata fra le mani una copia di una rivista per la promozione del turismo in Sicilia. Il titolo era “ciao Sicilia what’s on…” La copia che è in mio possesso è dell’aprile del 1987. Sfogliando questa rivista, con grande sorpresa, mi sono imbattuto in una poesia in lingua arbëresh. La poesia si intitola “Stosanesi” ed è una storpiatura dell’espressione Christòs Anèsti, una frase greca che significa “Cristo è risorto”. È una poesia di Strollaku, soprannome di Antonino Cuccia, originario di Contessa Entellina. È stata scritta ben 92 anni fa e riguarda la visita del Clero Greco nella Chiesa Latina a Pasqua. Strollaku è una storpiatura derivata da “Astrologo”. Per gli studiosi di lingua arbëresh, la 92


lettura di questa poesia sarà certamente interessante per rilevare i cambiamenti e le evoluzioni della lingua. Arbëresh Me paqe e me harè te kjò bukurëditë Çë ka klënëçelur sa ke çë isht jetë, qi i madh gëzim vjen një herë në vit: kush rron e sheh pametë; kush vdes mbëllin sytë, kundet vete jep te jetëra Jetë, se In Zot, vdekur rrijti tre ditë, me kaqë harè na u ngjall si sot. Luftarët e rruajn me gjak te sytë Kur tundej dheu e luajnë ajo botë, se si vdiqi In Zot ngë u pa më dritë (dritë) luftarët u llavtin me atë tirrimot, rran te dheu e zbëllijtin sytë: njohtin se aì çë vran ish e vërteta In Zot, Shën Mëria Virgjërë rrij vënë më lip, klajti të birin tre ditë me sot, u kallaritin engjulitë e erdhi ajo dritë an’e t’i than Shën Mërisë se u ngjall In Zot. Shën Mëria Virgjërë rriodhi, fshijti vat’e barcarti t’In Zot e pa se te gjiri kish një firitë: atë helm i madhë ndiejt Shën Mëria kur vdiq’In Zot. 93


Mbi dyzet ditat te Parraisi u hip, me flamën te dora u ngjall In Zot. Priftèria na i mbëson këtë i madh shërbes Se për tre ditë hipet me atë “Stosanes” E Litirit vete t’ja thot kini harè se u ngjall In Zot. Këtë rrimë e bëri Strollaku e u jam’e ju i thom sot: me kaqë harè u ngjall In Zot. Antonino Cuccia detto STROLLAKU. Italiano Con pace e con gioia in questo bel giorno ch’è stato celebrato da quando è il mondo questo gran diletto una volta l’anno viene: chi muore chiude gli occhi e nell’Aldilà il resoconto presenta, perché tre giorni il Signore stette morto con gran gioia risorse come oggi I soldati con occhi insanguinanti lo sorvegliarono mentre il suolo tremava e la terra oscillava poiché quando morì il Signore più luce non si vide 94


i soldati si atterrirono al terremoto caddero al suolo e venne loro la vista compresero che avevano ucciso il Signore. La Santa Vergine Maria stava in preghiera ha pianto il figlio fin’oggi tre giorni vennero giù gli angeli e venne la luce dissero alla Madonna che risorto era il Signore La Santa Vergine Maria corse e si asciugò gli occhi abbracciò il Signore e vide che in petto aveva una ferita tanto dolore provò la Madonna quando morì il Signore Dopo quaranta giorni in paradiso salì con la bandiera in mano risorse il Signore Il Clero ci insegna questa cosa meravigliosa e per tre giorni sale con lo “Stosanesi” ed al Latino dice “gioite ché il Signore è risorto” Questa rima è stata composta da Strollaku e ve lo dico oggi: Con tanta gioia è risorto Nostro Signore.

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L’iscrizione del mosaico di Mesaplik del VI secolo è in lingua albanese Di Elton Varfi

Nel museo storico nazionale dell’Albania si trova esposto un bellissimo mosaico che è stato rinvenuto dalle rovine di una basilica nel villaggio di Mesaplik, vicino a Valona. Questo mosaico è datato V o VI secolo d.C. e le sue dimensioni sono 230x349 cm. Il mosaico in questione ha attirato l’attenzione degli studiosi che hanno scritto sui pelasgi e sugli illiri, ma non è mai stata spiegata l’iscrizione che si trova su di esso. Il mosaico raffigura la testa di profilo di un uomo che indossa un capello a punta. All’estremità del cappello sono attaccati due nastri. Nei tempi antichi, questo tipo di capello veniva indossato da professori e filosofi illustri.

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Attorno all’uomo, ci sono dei piatti pieni di frutta e di pesce. Lo suo sguardo è diretto verso l’iscrizione “A PAK KE T’AÇ”. Queste lettere appartengono quasi tutte all’alfabeto latino, ad esclusione della seconda lettera che è la lettera P dell’alfabeto greco. Gli studiosi e i linguisti hanno pareri diversi su cosa significhi questa frase. Il professore Moikom Zeqo in un suo articolo scrive:

“Il

mosaico del V secolo d.C. raffigura la testa di profilo di un uomo giovane che indossa un capello a punta, come Hermes, e una iscrizione: “Aparkeas”, che è il nome storpiato del dio Abraxas, adorato dalla setta monoteista ed eretica dei “basiliti”, che era così popolare e diffusa da fare concorrenza al Cristianesimo. Il mosaico con il viso gnostico di Aparkeas/Abraxas è un mosaico non comune, anche a livello europeo. Questo mosaico chiude l’epoca della storia degli 97


illiri, per aprire l’epoca della storia degli albanesi.” (Koha Jonë, 29/06/2001, traduzione mia).

(riproduzione del mosaico di Mesaplik)

Chiaramente la lingua dell’iscrizione, secondo Zeqo, è il greco antico. Tuttavia altri studiosi pensano che questa frase sia scritta in lingua albanese. Se fosse vero, allora dovremmo spostare la datazione del primo documento scritto in lingua albanese dal 98


XV secolo al V o VI secolo d.C. Naturalmente si tratterebbe di una scoperta sensazionale. Il professore Arben Llalla legge la frase: “A ΠΑR ΚΕ ΑC” (A PAR KE AC) e aggiunge le seguenti considerazioni: 1- gli arbëresh hanno un proverbio che dice: “Ha për drekë, po lë për darkë” (mangia per pranzo, però pensa per la cena). Un proverbio molto simile ce l’hanno anche gli abitanti di Skrapar in Albania: “Ha sot, po mejto edhe për nesër” (mangia oggi, ma pensa a domani); invece nel sud dell’Albania dicono: “Ha për drekë, por lër dhe për darkë” (mangia a pranzo, ma pensa alla cena). Non è casuale che nel sud dell’Albania, ovvero il luogo dove è stato rinvenuto il mosaico, si dica “Ha pak, që të kesh” (mangia poco, così ti resta). Questo proverbio

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avrebbe esattamente lo stesso significato della frase incisa sul mosaico. (Questi proverbi si possono leggere nel libro “FJALË TË URTA SHQIPE” (proverbi albanesi) seconda edizione Prishtinë, 1983, pp. 193.) 2- Quasi tutte le lettere della frase sono latine. Solo la prima lettera della seconda riga è la lettera P dell’alfabeto greco. Invece, la terza lettera della seconda riga è RR e, secondo quanto scrive lo studioso tedesco J.G. Von Hahn nel suo libro “Appunti sulla scrittura pelasgica”,

apparterrebbe

all’alfabeto

pelasgico

albanese. 3- La teoria di professore Zeqo verrebbe del tutto confutata se analizziamo l’ultima lettera dell’ultima riga, che in realtà è una C e non una S come il

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professore sostiene. La lettera S in greco è Σ, invece la lettera ΤΣ in greco si pronuncia C. 4- La forma stessa di questa frase è particolare. È scritta dall’alto verso il basso e rispetta tutte le regole dell’ortografia. Questo consentirebbe di avvalorare la tesi secondo la quale non si tratta di una sola parola, bensì di quattro parole diverse. 5- Attorno all’uomo raffigurato nel mosaico ci sono piatti pieni di frutta e di pesce; inoltre, lo sguardo dell’uomo è diretto verso la frase incisa. Perciò è molto probabile che la frase faccia riferimento al cibo e potremmo

ragionevolmente

pensare

che

sia

un

ammonimento al risparmio. Lo studioso greco di origini albanesi Niko Stylos, assieme all’esperto Ilir Mati, non hanno nessun dubbio: la frase è in

101


lingua albanese e letteralmente vuol dire mangia poco, hai da mangiare. I due studiosi, secondo me, forniscono prove più che convincenti per pensare che la lingua sia proprio quella albanese. Illir Mati contraddice sia la teoria del professore Zeqo, sia la lettura che il professore Llalla fa della terza lettera del secondo rigo (R). Per Mati la lettera è K. Per confermare questa sua teoria, Illir Mati porta come prova un vaso antico greco dove sono raffigurati Patroclo, Achille e sua madre, Teti. La sesta lettera del nome di Patroclo è identica alla prima lettera della seconda riga del mosaico, ed è proprio la lettera K. (vedi la foto in basso)

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Un altro fatto interessante è la somiglianza del capello indossato dallâ&#x20AC;&#x2122;uomo del mosaico e il Qeleshe, che è un berretto tradizionale portato dagli uomini albanesi (vedi foto in basso)

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Ora basta che anche gli albanesi provino a credere nella possibilitĂ  che la loro lingua abbia una storia molto piĂš antica rispetto a quella che la storia ufficiale ci racconta e, in tal modo, le ricerche saranno animate da un maggiore entusiasmo e da un forte desiderio di conoscere la veritĂ .

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La stele di Lemno Di Elton Varfi

La stele funeraria di Lemno è stata ritrovata nel 1886 a Karminia, un villaggio che si trova nell’isola di Lemno, prefettura di Lesbo. Questa stele è stata recuperata da due soci della Scuola Archeologica di Atene. La scoperta è stata pubblicata nello stesso anno nella rivista della Scuola (G. Cousin et F. Durrbach, Bas-relief de Lemnos avec inscriptions. Bull. d. corr. Hellën. 1886, 1).

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Sin dal suo ritrovamento l’iscrizione che si trova sulla stele è stata oggetto di numerose attenzioni. La maggioranza degli studiosi sostiene che la lingua dell’iscrizione sia quella degli antichi etruschi. Sulla stele è intagliato il profilo di un guerriero che tiene in mano una lancia. Attorno al guerriero si legge un’incisione le cui lettere apparterrebbero a un alfabeto che gli studiosi farebbero risalire al VII secolo a.C.

La stele di Lemno

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Per decenni in tanti hanno cercato di decifrare l’iscrizione che si trova sulla stele, utilizzando il latino e il greco antico, ma senza pervenire ad alcun risultato. In questo articolo proporrò alcune ipotesi di studiosi che hanno cercato di tradurre ricorrendo alla lingua albanese. Lo studioso francese Zacharia Mayani, nel suo libro “Fundi i misterit etrusk” (La fine del mistero etrusco, Tirana 1973) legge l’epigramma nella maniera seguente:

1. holaiez naphoth, 2. maras mav, 3. sialXveiz, aviz, 4. evisth zeronaith, 5. zivai, 6. aker tavarzio, 7.vanalasial zeronai morinaial.

“Holaiez, nipote di Ziazi, è morto quando aveva 39 anni. Durante tutta la sua vita, vicino a Zerona, è stato sacerdote del tempio di Zerona di Miriana.” 107


Holaiez, dice lo studioso, è il nome dell’eroe (raffigurato sulla stele), Zerona era una dea adorata a Lenmo, invece Miriana è un nome di città. La studiosa Nermin Falaschi Vlora nel suo libro “L’etrusco lingua viva”, Roma 1989 interpreta l’iscrizione in questo modo: (In lettere maiuscole la trascrizione dell’epigramma, fra parentesi la traduzione in albanese e in italiano). ZI A ZI (zi a zi – lutto e lutto), MARAZ (maraz - angoscia), MAF (maf = vello e zezë – velo nero), ZI APKH (zi ape – lutto hai dato), FEIS A FEIS (fisve a fis – ai parenti o parente), E FIS TH, H (e fis, th, h – e (il) parente, th, h), ZER O NAI TH (zer, oh nai,th, zer = me kap – afferrato, oh noi ha, th), SI FAI? (si faj? – per quale colpa?), AKER (acër = gropë – una fossa) , TAF (taft = fron – un trono), AR (ar – d’oro), ZI, TH( zi, th – lutto, th), FAMA (fama – 108


la fama), PA (pa - vide), ZI AP (zi u hap – lutto si è divulgato), ZER,O (kap është - afferrato è), NAI (për ne – a noi), MORI (mori – portato via), NA IP (na hip – ci assale), HOPAIE (hopthi – sul petto), ZI MATH H, TH (zi math, h, th

-lutto grande, h , th), SI FAI? (si faj? – per quale

colpa?). La Falaschi fa soltanto la traduzione delle parole, lasciando chi legge libero di interpretare nel modo che ritiene più opportuno. L’unico elemento che sembra trovare unanimità di giudizio è di natura contenutistica: l’iscrizione è uno straziante lamento funebre, con la ripetizione continua dei suoni “TH” e “H” per rendere il suono del pianto e dei singhiozzi dei parenti inconsolabili. Si tratterebbe dunque di parole onomatopeiche utilizzate per rendere al meglio il tema affrontato.

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Lo studioso francese Robert d’Angely nel quinto libro “Le secret des epitaphes” della sua imponente opera “L’enigme”, “ scrive che l’iscrizione sulla stele ele funeraria di Lemno sarebbe scritta in pelasgico.

L’epigramma trascritto dallo studioso Robert d’Angely

I 1) O LLAJ QË NJEF ZIT’ E TUA, 2) MARAS MAJ; 3) SIALLI KU QË AVIS 4) VISET E TU: SHËRON AITH 5) SIVA 6) LA MALA SIELL, SHËRON AI MORINASIT

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7) AHERE O TAVARAZ. II 1) O LLAUZ (KUR) SI PHOKJA SOLI (U SUL): SHPËTONTE AITH VISTHIN E TI 2) DHE TË NDERONTE, RRO ME, O HARALI, SIFAJ (rro 3) EPTE ZI, U ARRATIS PHOKJA, SIVAJ; 4) AVIS, U SUL KY QË, MARAZI IM, AVIS; AH, UMBI AU. Sintetizzo di seguito il contenuto: nella prima parte dell’iscrizione, l’autore racconta del defunto TAVARZI HARALI, originario di MYRNIA, città dell’isola di Lemno, il quale viene lodato

perché ha salvato la sua patria

dall’invasione dei popoli della vicina Tracia; nella seconda parte si legge che l’eroe ha salvato il suo popolo anche dall’invasione dei focesi, però è morto prima che la battaglia finisse. Inizia a questo punto un’esortazione da parte 111


dell’autore dell’incisione che prima precisa al defunto eroe che alla fine la sua armata ha sconfitto i focesi, poi però lo informa che il primo nemico da lui sconfitto, cioè i popoli della vicina Tracia, hanno costretto in schiavitù la sua amata patria; per questo motivo invita l’eroe morto a risuscitare per salvare ancora il suo popolo. Lo studioso Illir Mati nel suo libro “Një shqiptar në botën e etruskëve” Tiranë 2000 (un albanese nel mondo degli etruschi) legge l’incisione sulla stele così: HOPIAE : S : NA FOTH SIASI MARAS : MAF SIAPYFEIS . AVIS E FIST: SERONAITHSIVAI VAN APA SIAP : SERON AI MO RINAIP AKER: TAVARSITH

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Le parole sottolineate, secondo l’autore, sarebbero molto simili alle seguenti parole albanesi: HOP AI E (salta, lui), NA (noi), ZI (lutto), A(ËSHTË) (è), MARAZ (angoscia), SE RON AI ZIVAI (perché vive lui ), TU VAR ZITH (nella tomba nera). In albanese: Hop ai e zë na thotë zia është zi. Hidhërim të madh si jap né fis, nga fisi né fis se ron ai zivaj. Van? si jap se ron ai megjithëse ri ai pak te varri i zi. In italiano: Salta e lo prende, dice che il lutto è il lutto. Un grande dispiacere ha dato a tutta la parentela, perché vivo è il lutto. Se ne è andato? Però vive, anche se starà per un po’ nella tomba nera.

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Secondo lo studioso Ilir Mati, questa interpretazione sarebbe la più semplice fra le tante prese in analisi. Tuttavia l’incisione resta un enigma che, se un giorno venisse risolto ricorrendo alla lingua albanese, allora potremmo dire di avere raccolto una nuova prova che dimostri che la lingua pelasgico – albanese veniva regolarmente utilizzata nella sua forma scritta già nel VII secolo a.C., per di più all’interno del territorio greco.

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Teti: la madre del pelasgico Achille Di Elton Varfi

Già nel leggere il titolo qualcuno potrebbe storcere il naso, soprattutto i lettori greci i quali ritengono che leggendario sia sinonimo di greco. Greci erano gli eroi della guerra di Troia, anche se nell’Iliade l’esercito che combatteva contro i troiani non era né greco né elleno. Omero li definisce solo achei. Per Robert d’Angely l’etimologia della parola acheo è riconducibile alla lingua albanese e significherebbe “così bello, che piace a tutti”. Un altro greco famoso? Alessandro Magno. Non si deve stupire il lettore nel leggere che per i greci anche Alessandro Magno è greco. Il principio è sempre lo stesso: tutto ciò che sia riconducibile all’antichità e sia leggendario e famoso, è necessariamente greco.

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Ma analizziamo meglio quanto fosse effettivamente greco il grande condottiero. Filippo II di Macedonia sposa in seconde nozze Olimpiade (il suo vero nome era Polissena), che in quanto figlia del monarca dei Molossi d’Epiro, Neottolemo, discende direttamente da Achille. Per molti questa origine sarebbe alla base del motivo per il quale Alessandro Magno è stato considerato il nuovo Achille. Pertanto la madre di Alessandro Magno era epiriota, cioè albanese. Se dessimo credito a Georgiu Fineley, autore de “La storia della rivoluzione greca”, il quale sostiene che gli antichi storici ritenevano possibile che Alessandro Magno parlasse con i generali del suo esercito la lingua della madre, quale era questa lingua? Siamo sicuri che si trattasse della lingua greca? Perche i greci chiamavano Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno, barbaro? 116


Un'altra notazione importante: l’eroe nazionale dell’Albania, Giorgio Kastriota, noto come il soldato di Cristo, era chiamato dai turchi Skënderbe che vuol dire il principe Alessandro. Forse lo chiamarono così in onore del bisnonno Alessandro Magno? Ma abbandoniamo questa controversa questione per analizzare l’argomento principale di questo articolo. La ninfa Teti era la più bella tra le cinquanta ninfe figlie di Nereo e Doride. La sua figura è principalmente quella di sposa di Peleo e madre di Achille. Sia Poseidone che Zeus avrebbero voluto sposarla. Tuttavia essendo stato profetizzato che il figlio di Teti avrebbe acquistato maggiore fama del proprio padre, Poseidone rivolse le sue attenzioni ad Anfitrite, sorella di Teti. Zeus scelse Era come compagna e impose a Teti di sposare Peleo, il più nobile degli uomini, il quale però faticò non poco per farsi accettare da Teti. 117


Teti cercò di rendere immortali i primi sei figli avuti da Peleo, immergendone i corpi nel fuoco, ma Peleo riuscì a sottrarle l'ultimo nato, Achille, prima che la dea completasse il rito magico che avrebbe dovuto renderlo immortale. Uno dei talloni del bambino si era già bruciato e il centauro Chirone, che s'intendeva di medicina, sostituì l’osso danneggiato. Fermiamoci un attimo. L’etimologia del nome Chirone risale alla lingua albanese. Abbiamo detto che il centauro Chirone era un medico. Il compito di un medico è quello di fare in modo che un paziente guarisca. In albanese il verbo guarire è shëron. A questo punto lasciamo che il lettore tragga le proprie conclusioni sull’attendibilità di questa osservazione. Andiamo avanti con la storia. Abbiamo detto che Chirone, pregato da Peleo, sostituì l'osso danneggiato, prendendo quello corrispondente dallo scheletro 118


del gigante Damaso, che da vivo era stato invincibile nella corsa, ciò spiega le doti di corridore di Achille "pie' veloce". Fermiamoci ancora. A proposito Robert d’Angely osserva che in greco il nome di Achille è Aχιλλευς (Achilleus) e anche in questo caso l’etimologia può essere spiegata facendo riferimento alla lingua albanese;

Aq-i-lehtë/i

che

in

italiano

sarebbe:

così

leggero/veloce. Andiamo avanti. Nonostante questo intervento, il tallone di Achille rimase vulnerabile. La madre non aveva fatto in tempo a spalmarlo con l'ambrosia, che era riuscita a distribuire nel resto del corpo per renderlo invulnerabile. Una tradizione più accreditata annovera tra i sostenitori l’artista Rubens, il quale in un suo dipinto raffigura il momento del rito compiuto da Teti. Secondo questa versione dei fatti la 119


vulnerabilità del tallone di Achille sarebbe dovuta al fatto che Teti intendeva renderlo invulnerabile immergendolo nel fiume Stige e non nel fuoco. La donna reggeva il bambino per un piede, che quindi rimase asciutto. Dopo le note vicende della guerra di Troia e la morte di Achille, Teti raccolse le sue ceneri insieme a quelle di Patroclo in un'urna che, forgiata da Efesto, le era stata donata per le sue nozze, e guidò l'anima del figlio alla boscosa isola di Leuca, di fronte alle foci del Danubio. Poi si recò nel luogo del suo primo incontro con Peleo e lo portò con sé negli abissi, dove avrebbe ottenuto l'immortalità anche per lui. Sennonché egli l'abbandonò per raggiungere la terra dei Molossi, dove sperava di rintracciare Neottolemo, figlio di Achille, e perse irrimediabilmente quella possibilità: fece naufragio e morì presso Eubea.

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Teti si ritrova in molte altre leggende. Aiutò per esempio agli Argonauti; accolse nella sua grotta marina Dioniso che, inseguito dagli uomini di Licurgo, re degli Edoni, si era gettato in mare; soccorse Teseo che, tuffatosi in mare per ripescare l'anello gettatovi da Minosse, dimostrò in tal modo di essere figlio di Poseidone; aiutò perfino Zeus a liberarsi da un crudele incantesimo. Dopo avere raccontato in breve la storia della ninfa andiamo alla questione etimologica relativa al

suo nome. In greco

Thétis, in latino Thetis oppure Thelis, Thetidis. Dalle ricerche che ho fatto, non ho trovato nessuno che fornisca un’etimologia completa del nome Teti. Pertanto il punto da cui decido di partire è la spiegazione che dà Bürkert relativamente al nome della titanessa Teti o Tetide (greco Τηθύς), moglie del fratello Oceano e nonna della nostra Teti.

121


Bürkert vede nel nome Teti una trasformazione dell'accadico tiamtu o tâmtu, “il mare”, che è riconoscibile in Tiamat. Ovviamente se Bürkert avesse potuto ricorrere alla lingua albanese non avrebbe dovuto necessariamente scomodare la lingua accadica per trovare l’etimologia del nome della titanessa. In albanese il mare è det o deti. La somiglianza con il nome di Teti è notevole. Ma se il nome della nonna della nostra Teti si spiega perfettamente con la parola albanese deti, credo che per la ninfa il percorso etimologico non possa essere lo stesso. Mi spiego meglio. Teti era una ninfa e come abbiamo già detto trascorreva molto tempo nelle profondità marine. La parola profondo in albanese è Thellë e la parola profondità è Thellësia. Credo che ricondurre il nome della ninfa alla parola albanese Thellë sia una buona strada da seguire.

122


Questo articolo non ha la pretesa di essere un tentativo di spiegare una volta e per tutte lâ&#x20AC;&#x2122;etimologia della parola in questione, ma piuttosto è un invito a riflettere sulla questione, partendo dalla riflessione di un attento conoscitore della lingua albanese che non si è mai arrogato il diritto di linguista.

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essere un


Parole nelle iscrizioni etrusche Di Ilir Mati

Zemla In uno specchio etrusco si trova una scena d’amore i cui protagonisti sono Apollo, intento a guardare il dio etrusco del divertimento, Fuflun, mentre bacia una giovane donna, il cui nome è scritto accanto: Zemla. Domanda: è possibile che il nome Zemla sia arrivato fino ai

124


giorni nostri tramite la lingua albanese e che sia oggi presente nella parola albanese zemra (cuore)?

Nota: se si potesse accertare l’attendibilità del collegamento tra la parola zemla e zemra, così come di molte altre parole etrusche, si potrebbe affermare con certezza la presenza non solo di un legame tra la lingua albanese parlata oggi e la lingua e la cultura etrusca, ma anche del fatto che effettivamente queste testimonianze siano arrivate fino ai nostri giorni attraverso questo can Tin, Ita Il dio più grande per gli etruschi era Tin oppure Tinia, che più tardi i romani chiamarono Giove. In un vaso rinvenuto a Dodona, conservato nel museo di Louvre, troviamo inciso: THEOZOTO. Theo in greco è Dio, Zot invece è Dio nella lingua albanese. 125


In Buzuku2 troviamo: Tin Zot. Gli etruschi: Tin, Tinia. In etruscologia, il dio Tin tiene in mano tre fulmini, con il primo avverte – tuona (bubullin, in albanese), con il secondo appare – lampeggia (vetëtin, in albanese), con il terzo colpisce – fulmina (shkreptin, in albanese). Nelle parole albanesi Vetë-tin, Shkrep-tin, Bubull-in forse si trova il nome del dio Tin, il cui simbolo era il fulmine? Un altro dio degli etruschi era Ita. Gli albanesi chiamano il luogo nel quale questo dio è nato Tale oppure Itale. Dalla necropoli di Durazzo è stata rinvenuta un’incisione col nome EITALE, datato IV – III secolo a.C.

Cutu 2

Gjon Buzuku è stato un vescovo cattolico albanese, autore del più antico documento noto stampato in lingua albanese: una traduzione del Messale Romano, in albanese: "Meshari", stampata forse a Venezia attorno al 1555.

126


Nella rivista “Atlante” dell’aprile 1984, gli etruscologi italiani hanno dato la notizia del ritrovamento della tomba della famiglia Cutu. Gli etruscologi hanno attribuito il nome Cutu perché in molte tombe di pietra e in diverse urne è stata ritrovata incisa la suddetta parola. Le parole incise sulla pietra, secondo gli etruscologi italiani, sono i nomi dei defunti (il nome proprio, il nome della famiglia, il nome del padre e della madre nel caso di frasi composte da quattro parole). In base a queste informazioni, nella rivista “Atlante” si legge che gli etruscologi sono riusciti a ricostruire l’albero genealogico dei defunti. L’iscrizione sulla tomba è: ARNO

CAIS

CUTU FELUSA

(ARTH

KAIS

KUTU FELUSA)

In un'altra tomba è inciso: 127


AU CUTU FIPIAL In questo caso, secondo gli studiosi italiani, abbiamo la rimozione della parola CAI per nascondere l’origine servile che questa parola indica, lasciando solo il cognome CUTU della famiglia CAI = KAI che in Albanese si può tradurre anche con piango (qaj). Certamente uno studio più approfondito di tutto il materiale epigrafico potrebbe chiarire se CUTU è effettivamente il cognome della famiglia oppure più semplicemente si tratta della parola qui, KËTU o, come viene pronunciata dalla popolazione çam, KUTU.

Haron Nel dizionario della lingua etrusca di D’Aversa troviamo:

128


“Harun, Karon nella iconografia etrusca non è colui che accompagna il defunto nell’altro mondo, ma il testimone ed esecutore della morte” Basandosi su questa spiegazione, confermata dagli stessi autori antichi, possiamo sostenere che: Harun, Haron può essere Ha Ron (in italiano letteralmente mangia vita e cioè il mangiatore di vite) Ron, rnoj in albanese ha il significato Jetoj (vivere) Ron, rnon in albanese ha il significato Jetë (vita) Ha in albanese significa mangiare. Nella mitologia troviamo anche hades cioè il mondo sotterraneo, il posto dei morti. Un’interessante coincidenza: 1-Haron = Ha Ron = Ha Jetë (in italiano mangia vita, mangiatore di vite, la morte)

129


2-Hades = Ha Vdes = Ha të vdekurit (in italiano mangia i morti) L’espressione “A RNO” potrebbe corrispondere alla frase albanese: “asht jetë” che in italiano si tradurrebbe con “è vita”. La parola Arno, inoltre, con tutte le sue numerose varianti (Arnth, Arnthi, Arnthial), la troviamo molto spesso nelle incisioni etrusche.

130


La tomba Golini I Di Ilir Mati

Nel 1865 in Umbria vengono ritrovate due tombe etrusche affrescate, oggi note come tombe Golini, dal nome del loro scopritore. Nel 1951 gli affreschi, gravemente danneggiati, sono stati esposti nel museo archeologico di Firenze. Nei magazzini di questo museo si trovano le copie in scala reale. Questa tomba ha forma quasi quadrata (5,35 x 5,20m). Secondo gli studiosi italiani gli affreschi che si trovano dentro la tomba Golini I raffigurano un banchetto funebre allestito nellâ&#x20AC;&#x2122;oltretomba in onore di un nuovo arrivato. I dipinti si dividono in tre parti: 1. la preparazione del banchetto, dove sembra che i lavori siano fatti dagli schiavi; 2. i personaggi per i quali il banchetto è stato allestito; 3. lâ&#x20AC;&#x2122;arrivo 131


del nuovo abitante della tomba. Vicino ad ogni personaggio ci sono due parole scritte in nero. L’etruscologo Paolino sostiene che “queste scritte indicano perlopiù le funzioni degli schiavi piuttosto che i loro nomi propri”, però non è chiara la funzione esatta dello schiavo. La cosa più impressionante è la prima scena della prima parte, dove si sta preparando la carne per il banchetto. Appesi ad un tronco ci sono un toro ammazzato, una capra, un coniglio e altro vario pollame. Vicino a loro si vede il macellaio con una mannaia nella mano alzata fin sopra la testa, che sta per colpire il tagliere nel quale si trova la carne. In alto, nell’immagine, si legge THAR..:KAO.

132


THAR KAO

In tutte e due le parole manca qualche lettera (per esempio, poteva essere THARNA KAON), ma anche se non si aggiungesse alcuna lettera, si potrebbe tranquillamente leggere: THER KAUN. La cosa curiosa è che in lingua albanese questa frase vuol dire ammazzare il toro, ther = ammazzare, sgozzare , kau-n = toro. Accanto allâ&#x20AC;&#x2122;immagine del macellaio, si trova la figura di una donna che sembra uscire dal posto in cui si sta preparando la carne per il banchetto. Tiene nella mano sinistra un bicchiere 133


pieno, invece nella mano destra tiene qualcos’altro. Vicino a questa donna troviamo scritto THARMA ML.RUNS. Nella seconda frase manca la terza lettera. Sembra che la donna nella mano sinistra, dentro il bicchiere, tenga il fomento (in albanese tharmin) per il banchetto. Nella mano destra invece si trova il segno del sacrificio fatto in onore degli dei, che potrebbe essere il fegato del toro ammazzato. Se l’ipotesi fosse giusta THARMA

ML.RUNS

potrebbe

significare

THARMA

MBLEDHUN, che tradotto in italiano sarebbe raccogliere il fomento. La sesta figura (se iniziamo il conteggio a partire dall’immagine del macellaio) è un uomo che sta macinando un malto particolare. L’uomo non macina colpendo il malto, ma sbriciolandolo con le mani. Vicino all’uomo troviamo questa iscrizione: PAZU MULUANE.

134


PAZU MULUANE

Sembra che qui si ritrovi la forma pa zu bukĂŤn,(lievitare il pane,) pa zu kosin,(fermentare lo yogurt) , pa zu djathin (pastorizzare il formaggio). Se fosse stato scritto paza muluane si poteva tradurre macinare in silenzio, senza voce = pa za â&#x20AC;&#x201C; senza voce, muluane(bluan) macinare. Sulle mura della tomba si trovano altre iscrizioni difficili da tradurre, che però lasciano intuire che il banchetto disponga di 135


tutto il necessario: gli invitati, i servitori, i musicanti, alcuni animali mitologici, un messaggero, il nuovo arrivato e anche alcuni esseri sconfitti dell’aldilà. Uno si chiama KRANKRU e dà l’idea di un animale che rosicchia i crani, dall’albanese kran – cranio, e kru – aj – rosicchiare. L’altro animale si chiama KURPU e potrebbe personificare il disgusto, lo schifo, dalla parola albanese kurpë – disgusto, schifo. Questi due animali sono sotto una specie di divano, sconfitti dagli abitanti della tomba. Ognuno degli abitanti della tomba fa la sua preghiera. Si rivolgono all’Altissimo, larth (in albanese lart). Pregano di perdonarli felinies, felth (in albanese fal), perchè con tutta la parentela me fis (in albanese me fis-in) e i bambini, me fmi (in albanese me fëmi) piangono klan (in albanese qan), chiedendo intensamente perdono felusum (in albanese falje shumë).

136


La cerimonia della preghiera è eterna ed è la stessa per ognuno degli abitanti della tomba, indipendentemente da quando sono arrivati. Chi ha costruito la tomba comune, decide di dipingere un tema eterno per tutti coloro che saranno sepolti lÏ, invece di dipingere un nuovo tema ogni qual volta un nuovo abitante della tomba arriva.

137


Achille Di Mathieu Aref

Il nome Eperios o Epeiros si spiega solo ricorrendo alla lingua albanese. Il significato del termine è “qualcosa che è sopra, in alto, oltre” (rispetto alla Grecia). Omero conosceva solo il nome di Thesprotia, nome che sostituì Pelasgia (Erodoto II, 56). In verità, secondo alcuni autori antichi, Epiro con Pelasgiotide erano la pelasgica Argo (Argo è l'eponimo della città di Argos). La città della Thesprotia, chiamata Dodona, era de del luogo sacro che i pelasgi avevano dedicato

a Zeus Dodoneo e

Pelasgico. Ecco la preghiera che Achille rivolge a Zeus (Iliade XVI, 236 – 237):

138


"Signore Zeus, Dodoneo, Pelasgico, che vivi lontano, su Dodona regni dalle male tempeste e intorno i Selli vivono, interpreti tuoi, che mai lavano i piedi, e dormono in terra; come ascoltasti una volta la voce del mio pregare, dandomi gloria, molto punisti l'esercito acheo;

Questo paragrafo, inspiegabilmente passato inosservato da parte di molti studiosi, è uno dei più importanti e dei più chiari dei poemi omerici ed è doppiamente significativo. Prima di tutto perché lo stesso Omero riconosce l’origine pelasgica di Achille e la dichiara liberamente. Addirittura lo

139


stesso Zeus, dio pelasgico, avrebbe difeso Achille dalla minaccia dell’esercito acheo. La seconda questione vede Omero esprimere chiaramente la genesi pelasgica della religione, che più tardi con piccolissime variazioni, diventerà la religione dei greci. Il nome di Achille si spiega riferendosi alla lingua albanese, Aspeitos parola che deriva dalla radice A’shpeit che si traduce con il veloce, il velocista nella lingua dei pelasgi e quindi in albanese. I greci spiegano il nome di Achille usando l’espressione il grande indescrivibile, (cfr. Plutarco, Pyrrhos i, 3) o semplicemente: il grande, il pieno, l’ottimo. Tuttavia questa interpretazione greca non coincide affatto con gli appellativi che Omero usa riferendosi ad Achille. La stessa cosa avviene se consideriamo un altro nome attribuito ad Achille: Achilleys, che i greci traducono con l’espressione senza labbra. Quest’ultimo nome di Achille si spiega molto 140


meglio attraverso la lingua albanese: Aq i lehtë (così leggero, veloce). In qualsiasi maniera vediamo la questione del nome di Achille, la lingua albanese risulta infallibile nella spiegazione.

Grazie alla lingua albanese si spiega perfettamente anche il nome di Ulisse, il cui significato è viaggiatore (Udhësi). Di conseguenza i nomi dei due eroi più conosciuti nei poemi omerici, Achille nell’Iliade e Ulisse nell’Odissea, si spiegano benissimo ricorrendo alla lingua albanese. Nei due poemi citati, l’autore dichiara di avere scoperto 58 citazioni relative ad Achille, fra le quali 18 si riferiscono alla nozione di velocità: Achille piè veloce, Achille con i piedi leggeri, instancabili; il concetto di divino ricorre 11 volte; 25 ricorrenze mostrano degli appellativi che hanno a che fare con la sua tribù e la sua parentela: Pelide, figlio di Peleo; e infine altri 4 appellativi che non sono pertinenti. 141


Il nome di Achille, la sua religione e il suo posto nella gerarchia delle divinità (era figlio della dea Teti, il cui nome è pelasgico e in albanese vuol dire mare, det) ci mostrano chiaramente la sua origine pelasgica. Ecco cosa ci dice Plutarco (la vita di Pirro 1/3):

“da lì [luogo santo di Dodona, nelle terre di Molossi, il regno di

suo

figlio

Neottolemo]

Achille è stato accolto come una divinità in Epiro, dove, dalla lingua del luogo, prese il nome di Aspetos”.

142


Plutarco lo sapeva bene che gli abitanti delle terre dei Molossi o di Thesprotia, ovvero dei dodonei, parlavano una lingua diversa da quella greca, parlavano la lingua del luogo.

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Pirro II Di Mathieu Aref

Pirro II (319–272 a.C.) regnò in Epiro dal 295 al 272 a.C. Questo re epirota, con origini traco– illiriche, come Alessandro Magno, voleva ricalcare le gesta del valoroso generale. Inizialmente attaccò i romani che sconfisse ad Heraclea nel 280 a.C. e poi ad Asculum nel 279 a.C. Ottenne quest’ultima vittoria con difficoltà e grandi furono le perdite per il suo esercito, da questo evento deriva il detto “vittoria di Pirro”, una vittoria ottenuta pagando un prezzo troppo alto. Dopo la sconfitta per mano dei romani a Benevento (275 a.C.), tentò più volte di invadere la Grecia. Durante una di queste spedizioni morì. Secondo la leggenda ad ucciderlo sarebbe stato un masso cadutogli in testa.

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È interessante fare un’annotazione sul famoso elmo celtico con due corna (di capra o di ariete) che indossava Pirro II, lo stesso indossato da Alessandro Magno. Intanto l’elmo in questione è lo stesso indossato dall’eroe nazionale albanese Giorgio Kastriota, detto Scanderbeg (14051468). Questo elmo diventò anche lo stemma del re albanese Zog I (1895–1961). Inoltre, Alessandro Magno viene più volte citato nel Corano come “Alessandro con le due corna - Al Iskandar Z’ul Karnain”. Queste osservazioni confermerebbero il fatto che l’elmo con le corna di ariete (o di capra) viene indossato dai re e in particolare da quelli con origini traco– illiriche. Altri esempi ci dimostrano che gli epiroti, soprattutto i Molossi (Pirro II apparteneva alla tribù dei Molossi come la stessa madre di Alessandro Magno, Olimpiade), erano pelasgi. Prima di tutto il nome Molossi in albanese corrisponde alla parola 145


malësorë, in italiano montanari. In verità, le parole malësor, malësi oppure malës (montanaro, montagnolo) derivano dalla radice pre-ellenica mal (montagna), usata anche oggi nella lingua albanese. I malësorët (i montanari), di origine traco– illirica, erano di statura alta (come sono oggi gli abitanti dell’Albania del nord) a differenza dei greci che erano più bassi. In secondo luogo, il nome Pirro (Pirrohs) che nella lingua albanese è burri (uomo), deriva dal pelasgo–albanese burrë che vuol dire uomo coraggioso. Se alla parola burrë (uomo) si aggiunge il suffisso greco os questo ricaviamo burros (burrë– os) trasformato dai greci in Pirrhos. Pirrhos è anche uno dei tanti appellativi di Achille. Pirro II è stato uno degli ultimi re dell’Epiro, i suoi soldati lo chiamavano l’Aquila (in albanese, shqiponjë), mentre loro si facevano

chiamare

Figli

dell’Aquila. 146

Ancora

oggi,


lâ&#x20AC;&#x2122;espressione è usata per riferirsi agli albanesi (in albanese, shqiptar); sono gli altri (i non albanesi) che utilizzano le parole Albanias, Albanian, Albanesi ecc.

147


Alcuni esempi di neologismi inutili della lingua albanese Di Mathieu Aref

Arrestoj; arrestim – arrestare; arresto Nella lingua albanese esiste la parola kap (prendere). La radice di questa parola la ritroviamo in latino (capere), in inglese (Keep) e in francese (capturer). Marshim, marshoj, marshon – marcia militare Non si riesce a comprendere la necessità di questo neologismo. La lingua albanese ha le parole ecje, eci, ecim, ecën (cammino, camminare, cammina)

Sukses – successo La lingua albanese ha diverse parole che hanno tutte questo significato (mbarëvajtje, mbarësi, mbrodhësi, ose arritje) 148


Audiencë – udienza L’albanese ha le parole vëmëndje, pritje, mbledhje che ovviamente, con leggere sfumature di significato, vogliono dire tutte udienza. Aplikim, aplikacion – applicazione In albanese esistono già le parole, vendosje, vënie, zbatim, përdorim. Tendencë – tendenza La lingua albanese ha la parola prirje. Procedim – querela Anche per questa parola già esistono mënyrë veprimi, sjellje, mënyrë e sjelljes Protestoj – protestare In albanese c’è già la parola kundërshtoj. Abuzim – abuso In albanese ci sono le parole shpërdorim, teprim, tepri. 149


Egzistoj – esistere Anche per questa parola si tende ad utilizzare una parola straniera anche se in albanese c’è una parola che proviene dagli albori dell’umanità ed è jetoj. Poi ci sono

ancora

vazhdon

(continua)

vazhdon

ende

(continua ancora) e hala. Si usa anche jam gjallë (sono vivo). Injorant – ignorante In albanese, i pa ditur, i paditun, nuk di gjë, ose nuk di gja. Indipendencë – indipendenza Esistono le parole albanesi pamvarësi e mëmëvetësi. Inteligjent – intelligente Anche per questa parola si usa un termine straniero, anche se la lingua albanese è molto fornita di termini

150


che significano intelligente. Tra gli altri cito i zgjuar, i mençëm, i ditur. Civilizuar – civile In albanese esiste una parola antichissima che è qytetëruar, qytetar (civile o cittadino). I latini ereditarono questa parola dagli etruschi nella forma di civica (città) dalla quale è nata la parola italiana città e la parola francese citè (città). È un paradosso che gli albanesi utilizzino una parola nata tra loro antenati, storpiata dal latino e rivista dalla lingua francese. Plazh – spiaggia Anche per adeguarsi alla modernità, gli albanesi hanno cominciato ad usare la parola plazh, ma la lingua albanese aveva già alcune parole antichissime che indicavano la spiaggia. Tra queste c’è ranishtë che deriva dalla parola ranë (sabbia) in dialetto ghego e 151


rërë (sabbia) in dialetto tosco. C’è una parola ancora più antica che ha lo stesso significato ed è la parola kum. Da questa parola derivano cumes e cumae

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Thot/Hermes Trimegisto Di Mathieu Aref

Il verbo “them” in albanese si traduce con dire, ma anche con raccontare, pensare, giudicare. “Thotë” perciò vuol dire che qualcuno racconta, pensa, giudica. Se diamo un’occhiata da vicino agli attributi della divinità egizia Thot, non potremo fare a meno di notare la grande somiglianza che questi hanno con la parola albanese thotë (dice). Thot è noto come il dio della sapienza e della scrittura. Viene rappresentato con la testa di Ibis e, molto spesso, nelle sue raffigurazioni è presente anche Anubi, divinità con la testa di sciacallo che

aveva il compito di accompagnare i defunti

davanti al tribunale supremo degli dei. Nell’epoca greco-romana, il dio Thot era Hermes Trimegisto, il Mercurio dei romani. Anche in questo caso nella mitologia 153


cosiddetta greca, il nome di Hermes Trimegisto si spiega tramite il ricorso alla lingua albanese. Hermes è “Err mes”, che nel dialetto ghego dell’Albania del Nord vuol dire: “Io ammazzo l’oscurità” o anche “Colui che sfida l’oscurità”, err – oscurità, buio, mes – m(b)ys ammazzo, uccido. In principio, prima che i greci facessero la loro comparsa, una delle funzioni della divinità Hermes era l’accompagnamento dei defunti nella loro ultima dimora, cioè nell’aldilà (terri, l’oscurità, il buio pesto). Anche per spiegare la parola “Trimegisto” dobbiamo affidarci alla lingua albanese. Questa parola, che i greci ritengono sia di tipo onomatopeico e dunque facilmente spiegabile come “tre volte grandissimo”, accompagna quasi sempre la divinità Hermes. La leggenda narra che Hermes inventò la lira, utilizzando il guscio della tartaruga come scatola di risonanza e 154


le budella come corde. I pelasgi lo qualificarono come “Err mys – Kris me gishta” cioè “Hermes che suona con le dita”, Kris –suona, me – con, gishta – dita. Questo strumento, cioè la lira, più tardi venne associato ad Apollo. Chi vuole approfondire l’argomento, può leggere il libro dell’autore Giuseppe Catapano “Thot parlava albanese” pubblicato a Roma nel 1984.

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Il museo archeologico di Viterbo Di Nermin Vlora Falaschi

Anche il museo archeologico di Viterbo è ricco o di reperti di grande valore, nonché di messaggi epigrafici di notevole contenuto filosofico. Entrando, contro la parete destra si nota un sarcofago originale, con una figura umana completamente distesa sul coperchio. In corrispondenza dei piedi è incisa questa brevissima iscrizione:

Questa epigrafe estremamente concisa richiede però un lungo commento, poiché racchiude in se stessa un concetto ampio: CAE-I nella maniera moderna si potrebbe interpretare nel senso di “Abbi benevolenza per lui, Signore”. 156


In verità CAE ( qaje in albanese) letteralmente vorrebbe dire semplicemente “piangilo”, ma il suo significato profondo è molto più importante. Non lacrime di pianto chiedono al Signore, ma compassione, misericordia, benevolenza. Questa si deduce dalla solitaria I che segue la parola CAE, e il cui significato è DIO. Nella Divina Commedia (Paradiso, XXVI, 133 – 134) Dante ce lo conferma in questo modo:

Pria ch’io scendessi all’infernale ambascia, “I” s’appellava in terra il Sommo Bene…

e Jacopo della Lana, il letterato bolognese del XIV secolo che per primo commentò per intero la Divina Commedia, annotò:

157


…çoè in soa vita Deo s’appellava “I”. Il primo nome per lo quale Adamo nominò Iddio fu “I”.

È interessante notare che nella lingua turca come in quella giapponese e coreana, e forse in altre lingue orientali I significa bene. In turco i adam sta per persona buona, perbene. Perciò è sempre opportuno cercare di analizzare le epigrafi inquadrandole in relazione all’epoca e alle circostanze in cui di adoperavano quelle parole, evitando di fermarsi al loro significato posteriore o addirittura di accettarne accattivanti assonanze, come sembra sia stato fatto con questa iscrizione affrettatamente assimilata al nome proprio romano “Caius”.

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Le tombe “Vend-Kahrun” di Tarquinia Di Nermin Vlora Falaschi

A Tarquinia tra il verde dei prati, tra colline soavemente ondeggianti e rese suggestive da ulivi secolari e fiorellini variopinti, si trovano numerose tombe etrusche. Si usa dire “muto come una tomba”. Al contrario, quelle tombe sono loquaci, non solo dove il pensiero è stato fissato con un commento epigrafico, ma perfino quelle tombe dove un emblema sostituisce la parola. Un fiore, un disegno geometrico, un cielo stellato, un animale, esprimono quel simbolo che rappresenta l’idea e stimola il pensiero. Una delle più interessanti tombe di Tarquinia, sia per quanto riguarda la ricca paleografia, sia per l’insieme degli emblemi floreali che con la loro eloquenza pittorica destano stupore ed

159


emozione, è la tomba di VANTH (in albanese vend è il luogo per eccellenza, cioè patria). Per cominciare, leggiamo e interpretiamo questa interessante iscrizione:

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

FEL

Fal

Offerto

ANI

Ana

Da parte

NAS

Nash

Di noi

FE

Me fe

Con fede

160


LUS

Lus

Prego

CLAN

Klanve

Ai familiari

AI

Ai

Egli

I AFRS

I afërt

Vicino

IU RU

Iu ru

Si conservò

XXII

22?

22 anni?

Due caratteristiche distinguono questa bella dedica all’amato scomparso. La voce (ME) RU in albanese significa conservare. RUNE sono “cose ben conservate”, ed è noto che le rune sono iscrizioni incise prevalentemente su legno in Germania, Norvegia, Islanda, Svezia, Scozia, Danimarca, Romania, Bosnia e altrove con caratteri simili a quelli etruschi. Pochi sono gli esemplari rimasti, a causa della deperibilità del legno.

161


Sulle rune riferisce anche lo storico romano Publio Cornelio Tacito nella sua opera “Germania”. Una particolarità di questa tomba eccezionale è che accanto alla dea alata Vend (VANTH), tenuta in grande considerazione dagli etruschi per la sua missione di accompagnatrice dei defunti meritevoli al paradiso degli eroi, appare ora anche il dio alato Kahrun (KHARUN) e cioè kah = verso, run = conservazione, vale a dire verso l’infinito, l’eternità. Sempre nella tomba Vend-Kahrun, di fronte all’entrata si trova una iscrizione murale ornata da un doppio festone, dove l’alloro si snoda intrecciandosi con una fascia rossa scura: l’insieme di questa pittura si materializza nel numero 8 orizzontale. Al principio, l’8 appare grande, poi va diminuendo per terminare con un tralcio rivolto verso l’alto. Com’è noto l’8 è stato sempre simbolo dell’infinito, e questo disegno potrebbe significare il cammino che il defunto deve seguire per 162


giungere, percorrendo “infiniti” sempre più piccoli, nel finito del Tutto Universale.

Pelasgo-Etrusco

Albanese

Italiano

ANI

Ana

Da parte

NAS

Nash

Di noi

ARNO

Arno

Creatore

CE

Che

LUS

Lus

Prego

THANKHEI

Thanje

Oralmente

163


LUS

Lus

Prego

ATI

Ati

Il padre

A

â

Che ha

LA

La

Lasciato

FILS

Fisin

I parenti

XXXIX

39?

A 39 anni?

In questa iscrizione merita particolare attenzione la parola ARNO, che nel passato stava per Creatore e che forse per questo ha dato il nome al fiume intorno al quale sono sorte grandi civiltà come quella di Firenze. Si avrà comunque modo di osservare successivamente molte altre iscrizioni con questa parola, tenendo presente che così com’è decaduto il significato di faber , anche ARNO ha perso in Albania la sua antica dignità e oggi vuol dire semplicemente restauratore.

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Alcuni dei dell’Olimpo Di Robert d’Angely

Zeus Al primo posto tra tutti gli dei, i pelasgi mettevano Zeus, per i latini Giove (Jupiter). Per spiegare l’etimologia del nome Ζευς (Zeus) dobbiamo prima precisare che gli antichi lo chiamavano tuonante, infatti era anche il dio del tuono. L’appellativo tuonante si spiega perfettamente riferendosi alla lingua pelasgica: Zë – ës (Zë – in albanese vuol dire voce), che in greco è φωνεις phōneis. Tuttavia la parola pelasgico – albanese Zë – ës, si adatta molto meglio al nome di Ζευς (Zeus). Possiamo dire senza ombra di dubbio che Ζευς (Zeus) è l’evoluzione della parola pelasgico– albanese Zëës: tuonante o colui che parla a voce alta. 165


Demetra Demetra era una delle dee più potenti dell’Olimpo. Il suo nome (in dorico ∆αµατηρ (Damatēr)) secondo un’etimologia molto antica deriva non dal greco γη (gē) = terra, bensì dal pelasgico– albanese dhe = δη (dē) = δα (da) = tokë – terra. Anche la seconda parte del nome, µητηρ (mētēr), deriverebbe dalla lingua pelasgica motër = mater = µητηρ (mētēr) = madre. Il significato che gli antichi pelasgi davano alla parola motër, che in albanese si traduce con sorella, non è assolutamente quello di madre, ma si tratta di un appellativo utilizzato per rivolgersi con grande rispetto a una donna che non è necessariamente giovane ma neanche particolarmente anziana. Questo stesso significato del termine è ancora in uso nel sud dell’Albania, soprattutto nella zona di Përmet. Apollo

166


La forma più antica del nome Apollo è la forma pelasgica Aπελλων (Apellōn), dalla quale derivano Aπολουν (Apoloun) e Aπλων (Aplōn), anche queste forme pelasgiche. La forma Aπολουν (Apoloun) somiglia molto al nome etrusco Aplu o Apulu, invece la forma Aπελλων (Apellōn) si avvicina alla parola osca Apellun che a sua volta si avvicina a tutti i nomi antichi greci; Aπελλας (Apellas), Aπελλης (Appellēs), Aπελλις (Apellis), Aπελλικος (Apellikos) ecc. Basandosi sia sulle forme etrusche Aplu e Apulu, sia sulla lingua osca Apellun possiamo individuare, con l’aiuto della lingua pelasgico–albanese, un’etimologia convincente del nome Apollo. L’etimologia che proponiamo sulla base di Aplu, Apulu, Apellun è Aπελλων (Apellōn) ovvero: che fa sorgere la

167


stella. Naturalmente si tratta della stella per antonomasia, il sole. Ancora meglio sarebbe ap udhën = që hap rrugën: che apre la strada (al sole). Per questo motivo i greci chiamavano Delos, l’isola dove si trovava il santuario di Apollo cioè l’isola dove sorge il sole. A partire da questo si spiega molto bene l’ipotesi secondo la quale Apullen e Apudhën vogliano dire colui che apre la strada al sole. Per rafforzare questa teoria possiamo ricordare che Apollo viene raffigurato con una corona e quattro raggi di sole sulla testa, sempre preceduto da Aurora, sua figlia.

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διοι Πελασγοι = I Pelasgi sapienti di Robert d’Angely

Durante il periodo che va dalla subsidenza dell’isola di Atlantide alla prima spedizione dei pelasgi verso l’India, oltre ai contatti con gli atlanti che sono rimasti definitivamente in Europa, i pelasgi hanno avuto diversi altri rapporti con popolazioni di razza bianca grazie alle migrazioni di quest’ultime. I legami che di volta in volta venivano sviluppati hanno fatto sì che si unificasse la lingua pelasgica che si parlava, e forse si scriveva, a quel tempo. Siamo sicuri che i pelasgi o ΑΡΓ (arg) grazie alla loro fama, guadagnata grazie alla battaglia vinta contro gli atlanti, hanno avuto la possibilità, anche per merito della loro leggendaria sapienza, di diffondere l’uso della loro lingua pelasgica in Grecia, soprattutto ad Atene, e in Italia. 169


Abbiamo detto “grazie alla loro sapienza” proprio per correggere un errore millenario, cioè la parola greca διοι (dioi) che tutti traducono come divini, come se avesse qualche legame con la parola θειος (theios), che deriva da θεος (theos), che vuol dire Dio. Infatti διοι (dioi), che si traduce erroneamente come divini, deriva dalla parola albanese di-ës che in italiano vuol dire so, ho conoscenza. Di conseguenza, l’esatta traduzione di διοι Πελάσγοι (dioi pelasgoi) sarebbe non “i pelasgi divini”, come è stata da sempre tradotta, ma “i pelasgi sapienti”. Prima della prima spedizione dei pelasgi verso l’India, il termine Pelarg oppure Piellarg che si riferiva a tutte le popolazioni

della

razza

bianca,

è

stato

semplificato,

rimuovendone la prima parte (cioè Pel oppure Piell che significa nascere o nato, dall’albanese pjell) e trattenendone la seconda (cioè ARG in greco ΑΡΓ (arg) che significa bianco, 170


dall’albanese bardhë). Il termine ARG, in greco ΑΡΓ, ha avuto una grande fortuna perché da esso derivano la parola mesopotamica ARYA e la parola greca ΑΡΓΕΙΟΣ (argeios); inoltre, finì con l’alternarsi alla parola ΠΕΛΑΡΓΟΣ (pelargos) o ΠΕΛΑΣΓΟΣ (pelasgos), senza riuscire, però, a sostituirla del tutto.

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La vera etimologia di YTI (il tuo) e βαρβαρ – ος (barbar – os) Di Robert d’Angely

Una delle parole più interessanti dell’Odissea è il nome che Ulisse diede a se stesso e che Polifemo usò per chiamarlo, cioè ουτις (outis). Da come è scritta, o da come hanno voluto scriverla più tardi, è immediatamente evidente che non si tratta di una parola greca. Il significato che è stato a lungo attribuito a questo termine è “nessuno”, che però, in greco, avrebbe dovuto essere scritto ουδεις (oudeis). La parola greca che ha il significato di “nessuno” è Ου τις (ou tis) e si scrive usando due parole distinte come infatti lo troviamo scritto in tantissime altre parti sia dell’“Illiade” che dell’“Odissea”.

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Ουτις (outis) non significa nessuno, ma è la trascrizione esatta di YTI (il tuo): yti pelasgico. All’inizio YTI = yti si pronunciava seguendo le regole della lingua pelasgica e l’uditorio era perfettamente in grado di capire; molto più tardi, nell’epoca di Pisistrate, quando le opere sono state tradotte in greco, la parola yti non è stata cambiata, ma semplicemente trascritta in ουτι (outi). Anche dopo la traduzione in greco, la parola

si pronunciava esattamente yti e l’auditorio gli

attribuiva in automatico il significato originale, cioè il tuo. Più tardi, quando i testi pelasgi iniziarono a diventare più rari fino a perdersi del tutto, la vera pronuncia e il vero significato della parola ουτις (outis) vennero dimenticati e solo in seguito è stato attribuito il significato che oggi tutti noi conosciamo, cioè nessuno. La parola pelasgia yti è in uso anche oggi in Albania e significa il tuo (yt+i). Lo stesso significato che aveva quando Ulisse la 173


utilizzò per sfuggire a Polifemo. Lo stratagemma di Ulisse era tanto

semplice quanto geniale. Dopo che Ulisse accecò

Polifemo, gli altri ciclopi corsero subito in aiuto del gigante. Appena arrivati davanti alla grotta, domandarono: “Perché, Polifemo, sei così afflitto e gridi così nella notte divina? Forse un mortale porta via le tue greggi e non vuoi? Lui rispose “yti” cioè il tuo. Loro domandarono di nuovo: “Forse qualcuno ti uccide con l'inganno e con la forza?" e lui rispose di nuovo “yti”. Ora, quando gli altri ciclopi sentirono la parola yti pensarono che Polifemo stesse accusando i loro familiari, le persone più vicine a loro (servi, cugini, fratelli). Per non avere problemi con gli altri ciclopi, dunque, decisero di ritornare alle loro grotte. In tal modo ουτις (outis) non avrebbe più il significato di “nessuno”, ma il significato pelasgio “yti”, il tuo. Dal

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significato originale del temine, si coglie meglio anche la storia del raggiro di Ulisse ai danni del ciclope Polifemo. Un’altra parola che dimostrerebbe che la lingua pelasgica era la lingua universale parlata nell’antichità e che non solo ha influenzato la lingua greca, ma costituirebbe la materia prima per la formazione delle parole in quella lingua, è βαρβαρ – ος (barbar – os). Nell’antichità, i greci, conoscendo l’etimologia di questa parola, la usavano solo quando volevano indicare una lingua differente da quella greca, mai per indicare un’altra razza o nazionalità. Solo più tardi, e soprattutto con l’influenza latina, la parola barbaro venne usata per indicare popolazioni incivili, in particolare coloro che invasero l’impero romano fino a causarne la distruzione. Ed è questo il significato che è rimasto fino ad oggi nel nostro immaginario popolare.

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I greci avrebbero attinto a questa parola attraverso la lingua pelasgica , mantenendo lo stesso significato, cioè që flet belbër ovvero persona che parla in modo incomprensibile, come un bambino. Prendendo in considerazione l’attuale lingua correntemente parlata e originaria da quella pelagica, ovvero l’albanese, si possono tentare due spiegazioni etimologiche della parola. La prima sarebbe riconducibile all’idea di una persona logorroica, che parla eccessivamente: flet bërbër, si bythë e turtullit. La seconda, invece, si riferirebbe ad una persona che non parla correttamente, che storpia le parole, flet belbër si foshnjat, cioè parla come un bambino. Umberto Eco scrive: “i greci del periodo classico conoscevano genti che parlavano lingue diverse dalla loro, ma li denominavano appunto barbaroi ossia esseri che balbettavano parlando in modo incomprensibile” .

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Con questa dichiarazione, il professor Eco conferma quello che si vuole dimostrare. Tornando all’argomento principale, in entrambi i casi (flet bërbër e flet belbër) la lingua si distorce a tal punto da diventare incomprensibile anche per un albanese. Ed è cosi che è stato per i greci del periodo classico, i quali all’inizio parlavano tutti la lingua pelasgica, ma col tempo, dal contatto con gli stranieri e con le loro lingue, nacque la lingua greca; lingua liturgica, diplomatica, ufficiale e internazionale (per comunicare con i non pelasgi) e dalla loro parola bërbër onomatopeica (che è uguale nella lingua albanese odierna bërbër oppure belbër) venne fuori βαρβαρ – ος (barbar – os). Questa parola venne usata per indicare sia gli stranieri che parlavano una lingua diversa dal greco, sia gli elleni che parlavano male la lingua greca.

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In conclusione, i greci del periodo classico usavano la parola βαρβαρ – ος (barbar – os) solo per indicare il modo di parlare una lingua e non per indicare la razza di qualcuno; questa cosa faceva sì che i pelasgi venissero considerati barbari esattamente come gli stranieri. Per comprendere veramente il significato che la parola βαρβαρ – ος (barbar – os) assunse in seguito, citeremo qui un sillogismo che coloro che si chiamavano eleni hanno formulato per distinguere gli elleni dai non elleni: Πασ µη Ελλην βαρβαρος (pas mē Ellēn barbaros) cioè Tu non elleno (sei) barbaro, dicevano, usando questa frase come base del sillogismo. Demostene ha aggiunto: non tutti gli elleni sono barbari, ora Filippo II di Macedonia il padre di Alessandro Magno non è elleno, allora Filippo II di Macedonia è barbaro (conclusione del sillogismo). Se questo è vero, viene spontaneo domandarsi perché i greci odierni sostengono che Filippo II, Alessandro Magno, i macedoni, gli epiroti fossero tutti elleni. 178


δουριος ιππ – ος (dourios ipp – os) Oδυσσεια (Odusseia) di Robert d’Angely

È noto che le lingue monosillabiche sono le lingue più antiche. Se è vera questa teoria, allora è più antica la parola albanese kjaj (piango) oppure la parola greca κλαι – ω (klai – ō)? Hepem, dall’albanese mi incurvo, oppure εποµ – αι (epom – ai)? Jam, in albanese io sono, oppure ειµι (eimi), io sono in greco? Bretkues, rana in albanese, oppure βατρα – χος, rana in greco? Dru, in albanese legno, oppure δρυ– ς (dru - s), in greco legno o foresta? Der- ë, in albanese porta, oppure θυρ – α (thur – a), in greco porta?

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Dhallë, in albanese fermento di latte, oppure γαλα (gala), in greco latte? Potremmo continuare con altre centinaia di esempi, ma ci fermiamo qui. Ora se i poemi antichi come l’Iliade e l’Odissea sono scritti nella lingua greca, perchè si usa la parola ιππ – ος (ipp – os), che in greco indica il cavallo oppure lo stare in sella sul cavallo, che in albanese è hip = shaloj, che vuol dire salire sul cavallo o sellare il cavallo? E ancora, perché non si usa la parola greca ξυλιν – ος (zulin – os), di legno, ma la parola δουριος (dourios), legno? La spiegazione è semplice. La parola ξυλιν – ος (zulin – os) non esisteva nella lingua greca nel periodo della guerra di Troia e tutti usavano la parola δουρι - ος (douri - os), che deriva dalla parola pelasgica dru – ri = dru = legno. 180


Questa è un'altra prova tangibile del fatto che i poemi antichi sono stati scritti nella lingua pelasgica e solo dopo sono stati tradotti in greco. Questo discorso viene dimostrato proprio dalla presenza della parola appena esaminata, cioè δουριος ιππ – ος (dourios ipp – os)= salita di legno. Passiamo ad un altro termine. È più antico il nome proprio Penelope (l’origine di questa parola è stata attestata non oltre il 700 a.C.) oppure la parola pelasgica pen’e lypi (il cotone chiede) che è stato poi usato come nome proprio? La tela di cui si servì Penelope fu uno stratagemma, narrato nell'Odissea, utilizzato per non convolare a nozze, nella speranza di poter rivedere il marito Ulisse. La donna comunicò ai suoi pretendenti che avrebbe scelto il suo prossimo marito solo dopo aver completato la tela. Per fare in modo che la scelta si rimandasse, la notte disfaceva ciò che tesseva durante 181


il giorno. Ancora oggi l’espressione la tela di Penelope viene utilizzata per riferirsi ad un lavoro che non avrà mai termine. Ne deduciamo che la derivazione del nome proprio Penelope dal termine pen’e lypi (il cotone ha chiesto) si adatta perfettamente a questo personaggio. Ora analizziamo un'altra parola che tutti credono sia greca. L’interminabile viaggio intrapreso da Ulisse per tornare in patria è alla base del poema epico noto come Oδυσσεια (Odusseia), nome che i pelasgi diedero al protagonista. Per la verità il nome del poema Oδυσσεια (Odusseia) non è il nome proprio del protagonista, ma il nome che i pelasgi gli attribuirono per via delle numerose disavventure che fu costretto ad affrontare per ben dieci anni prima di riuscire a tornare in patria. Il titolo di questa poema si comprende e si traduce meglio solo se si utilizza la lingua albanese. Infatti, l’espressione albanese Udhë s’shêu, che molti secoli dopo è 182


diventata in greco Oδυσσευς (Odusseus) vuol dire colui che non ha visto la via, non vede la strada. Come nel caso di Penelope, anche questa spiegazione si adatta perfettamente al profilo di Ulisse, al quale i pelasgi hanno attribuito anche un altro nome, che però non è arrivato fino a noi perché è stato tradotto in greco Πλυµηχαν – ος (Plumēchan – os), intelligente, astuto. Dopo queste riflessioni possiamo dire che il dizionario Omerico di Pandazides non è preciso, visto che fa risalire il titolo del poema al verbo oδυσσευoµαι (odussenomai), che vuol dire arrabbiarsi. Adesso abbiamo numerose ragioni per credere che non è così.

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L’etimologia del nome della dea Atena Di Robert d’Angely

L’etimologia del nome della dea Atena è rimasta a lungo ignota. Max Müller, lo studioso che sostiene che i pelasgi non sono mai esistiti, ritiene che ΑΘΙΝΑ (Athina) sia una parola greca, un’evoluzione dal sanscrito ahâna che vuol dire folgorante, che brucia. Tuttavia Müller non fornisce alcuna spiegazione che possa giustificare la relazione tra le parole ΑΘΙΝΑ e ahâna. Secondo lo studioso Schwartz, Atena è la dea del fulmine e anche questa spiegazione si collegherebbe al sanscrito. Secondo altri studiosi invece la parola Atena deriva dalla radice αιθ (aith). Dalla stessa deriverebbe anche la parola αιθηρ (aithēr) = etere, o meglio ancora della radice αθ (ath)

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dalla quale derivano le parole ανθος (anthos) oppure αθηρ (athēr) = fiore. Tuttavia ci sono altri linguisti che sostengono che Aθηναια (athēnaia) oppure Aθηναιη (athēnaiē) sia un nome e non un appellativo di Παλλας (pallas), pertanto traducono la frase di Omero Παλλας Αθηναι (pallas athēnai) con Pallas Athinase. Immaginiamo per un attimo che questa teoria sia sbagliata. Intanto iniziamo con l’osservare come

queste spiegazioni

tocchino solo da lontano la parola Atene e non diano alcuna spiegazione etimologica approfondita del termine in questione. Proviamo a riferirci alla solita lingua pelasgo-albanese per capire se riusciamo a ottenere spiegazioni etimologiche più convincenti. In albanese Atena è E THËNA cioè colei che è destinata a nascere. Solo dopo questa parola è diventata ATHËNA, ΑΘANA, ATENE, ecc. 185


Partendo da questa definizione proviamo a individuare l’origine, abbandonando tutte le altre spiegazioni.

Iniziamo dalla leggenda sulla nascita della dea. Zeus ingoiò la sua prima moglie, Metide, appena rimase incinta, perché Urano e Gea gli dissero che se fosse nato un maschio questo avrebbe detronizzato il padre. Quando arrivò il momento della nascita del figlio che Mentide avrebbe dovuto partorire, Zeus sentì un dolore insopportabile alla testa dalla quale Prometeo (secondo altre versioni

Efesto, Ermete o Palemone) estrasse la dea

Atena che uscì fuori già adulta e armata, lanciando grida di gioia. Ecco perché la dea è nota per essere nata dalla testa di Zeus. Omero nel suo inno ad Atene descrive con maestria la nascita della dea e l’impressione che costei fece agli dei immortali dell’Olimpo. Sul testo greco originale ci si imbatte spesso in un 186


appellativo riferito ad Atene: τριτογενης (tritogenēs). Per spiegare questa parola gli studiosi hanno concentrato la loro attenzione sulla prima parte dell’appellativo cioè τριτο (trito). Eppure nessuno è riuscito a trovare una spiegazione convincente che chiarisse una volta e per tutte l’appellativo in questione. Il dizionario di M. A. Bailly lo spiega scrivendo “nata dal mare” oppure, secondo gli antichi scrittori, “nata vicino al lago”. Questa spiegazione deriva dall’errato mito secondo il quale Atena era nata nei pressi del lago Tritone che si trova in Africa. Però gli scrittori del tempo che Bailly tira in ballo non commettevano lo stesso errore di analisi della parola che fa lo studioso francese in quanto conoscitori della lingua pelasgica, dunque sapevano che la parola composta τριτογενεια (tritogeneia) si traduce come nata dal cervello. La prima parte di questa parola cioè τριτο (trito) deriva dalla parola albanese 187


trutë o truri che in italiano è cervello. Questa spiegazione dell’appellativo τριτογενεια (tritogeneia) si collega alla leggenda della nascita della dea Atene dal cervello di Zeus.

Per quando riguarda l’altro epiteto riferito alla dea: Παλλας Αθηνά (Pallas Athina), anche questo si spiega altrettanto bene ricorrendo alla lingua albanese. Παλλας (Pallas) in albanese è “pall – ës” - chi inventa usando l’immaginazione, chi ha idee. Questa parola deriva dal verbo pall concepire. Ancora oggi nella lingua odierna albanese si usa la frase të palli tani? = e kuptove? të ra ndërmend tani? – lo hai capito ora? ti sei ricordato?. Questo è uno degli appellativi che calza meglio alla dea. Louis Benloew conferma la nostra spiegazione etimologica dell’appellativo Παλλας (Pallas) quando nel suo libro La Grèce avant les Grecs (Parigi 1877, pp 1777-78)

188


scrive:

“[…]

i

greci

hanno

intrecciato

delle

caratteristiche e delle tradizioni così diverse per la dea Atena, che alla fine hanno ottenuto per lei le migliori qualità che sono la fermezza, il

coraggio,

la

capacità

inventiva

e

produttiva, delle quali Atena è diventato il simbolo […]”

189


La vera etimologia del termine Пελαργος (pelargos) o Пελασγος (pelasgos), Argo o Arya Di Robert d’Angely

È necessario parlare dell’origine della lingua e della civiltà pelasgica poiché i termini: pellazgë (pelasgi), arias (ariani), etruskë (etruschi), arbëreshë (albanesi), ecc. sono sinonimi. In realtà non si tratta di un popolo, ma di un grande gruppo di popoli che proviene dalla stessa razza e che è riconducibile alla prima comparsa dell’uomo sulla terra. In passato questo popolo abitava in Europa, in una parte dell’est asiatico e in nord Africa. Sebbene ci sia stata una simile estensione e gli autori antichi abbiano scritto molto in merito a questo popolo, gli studiosi di oggi ne ignorano l’esistenza e trascurano l’etimologia esatta della parola pellazgë. Il noto studioso Max Müller è andato oltre e si è permesso di sostenere che “I pelasgi 190


sono una leggenda dell’antichità.” La categoricità di Max Müller fa pensare che veda più chiaramente di tutti gli altri autori antichi quando dichiarano che tutti i popoli conosciuti di razza bianca dell’antichità erano pelasgi. Tuttavia gli autori antichi, conoscendo molto bene l’etimologia della parola, non facevano questo errore e chiamavano pelasgi tutti gli abitanti dell’Europa che vivevano lungo le coste del Mediaterraneo o nella parte settentrionale del continente ήπειρος (ēpeiros). Così pelasgo, Пελαργος (pelargos) o Пελασγος (pelasgos), al contrario di tutte le spiegazioni etimologiche che hanno cercato di dare fino ad oggi appoggiandosi alla parola spelunca ovvero shkemb (roccia), oppure alla parola Пελαγος (pelagos) (mare interno). Questa parola si spiega solo tramite la lingua albanese nella quale il suo significato è “nato bianco”. Non c’è dubbio che la parola Пελαργος (pelargos) è un termine pelasgicoalbanese ellenizzato molto tardi. Analizzando la parola 191


arriviamo facilmente nella sua forma primitiva originale, basta seguire alcune tappe. Iniziamo dalla parola Пελαργος (pelargos) e leviamo la desinenza greca ος. Quello che rimane Пελαργ (pelarg), è il calco dall’albanese al greco “Piellarg” che nell’ albanese odierno ci dà piell(b)ardh(ë), (nato bianco). La forma primitiva pelasgico-albanese “Piellarg” (quando la lingua greca si stava formando sulla base della lingua pelasgica ) si è evoluta ed è venuta fuori la parola greca Пελασγος (pelasgos) cambiando solo le lettere ρ (r) e σ (s).

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La lingua pelasgica: lingua universale della razza bianca Di Robert d’Angely

Nell’antichità la lingua parlata in tutto il mondo conosciuto era la lingua pelasgica, la lingua universale di tutta la razza bianca. Quando si parla di tutto il mondo conosciuto si intende da Costantinopoli, Grecia fino alla costa francese, dall’Albania in Egitto, dal Danubio a Roma fino in Sicilia, dalle colonne d’Ercole (lo stretto di Gibilterra) fino al Caucaso. Tutto il mondo usava la lingua pelasgica per le pubbliche relazioni. La classe dominante, cioè l’elite, e tutti coloro che sapevano leggere e scrivere erano bilingue. Sapevano parlare il pelasgico e sapevano leggere e scrivere il greco. Sia le popolazioni con vera origine pelasgica, sia gli stranieri assimilati conoscevano solo il pelasgico. Questo molto tempo prima che si formasse la 193


lingua greca. Gli antichi ci fanno sapere che prima dell'alfabeto di Cadmo esistevano da molto tempo Πελασγικα γραµµατα (Pelasgika grammata) le lettere pelasgiche. Infine gli stranieri non assimilati dalla civiltà pelasgica e che erano arrivati da poco tempo in Asia minore, in Grecia e in Italia erano bilingue e secondo i casi parlavano tre lingue, cioè non solo pelasgico e greco ma secondo la loro nazionalità la lingua egizia, arabica, aramaica, armena ecc. Tutti questi stranieri per potere relazionarsi nella vita di ogni giorno con la popolazione autoctona erano costretti a conoscere, oltre alla loro lingua, anche il pelasgico. Inoltre quanti volevano istruirsi imparavano il greco come terza lingua. Se non fosse stato che la famosa biblioteca di Alessandria d’Egitto andò distrutta, presumibilmente intorno all'anno 270 o forse verso l'anno 400, in circostanze misteriose, avremmo una quantità inimmaginabile di opere scritte nella lingua pelasgica. 194


Un altro fatto incontestabile è che durante i secoli VI, VII, VIII, IX, X E XI dopo Cristo, si assistette ad una forte crisi del papiro, per questo vennero cancellati moltissimi documenti scritti in lingua pelasgica, etrusca e greca, per assicurare la carta di papiro ai nuovi autori. Se questi due episodi non si fossero verificati, oggi non solo non ci sarebbero mancati i documenti scritti nella lingua pelasgica o etrusca, ma non ci sarebbe posto per gli enigmi linguistici che abbiamo davanti a noi. Comunque siano andate le cose, oggi possiamo ritenerci fortunati perché possiamo studiare questa lingua antica e universale della razza bianca, nella sua forma viva che ci si è stata fedelmente trasmessa attraverso la lingua albanese. Il mondo della cultura, gli intellettuali sono da sempre interessati alla lingua greca antica. Noi faremmo un grande errore se combattessimo questo sentimento spontaneo scatenato giustamente dalla qualità del greco antico. Spinti dalle 195


circostanze si impone la citazione di un proverbio greco che dice: “Ω ουτος κυαµους εφαγες, κυαµους µαρτυρεις !” ovvero “Ma caro signore chi mangia broccoli, broccoli parla”. Tutti gli studiosi che adorano la lingua greca e che hanno studiato solo questa lingua, hanno un deficit da colmare. Se, infatti, avessero conosciuto e approfondito la lingua albanese in egual maniera, avrebbero potuto confrontare la copia, cioè il greco, con l’originale, la lingua pelasgica, erede diretta della lingua albanese. In conclusione, possiamo dire che la lingua pelasgica esisteva prima ancora della lingua greca, la quale si è formata proprio a partire da questa lingua.

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Albanologi austriaci scoprono un libro in lingua albanese risalente a prima di Buzuku I professori austriaci Stefan Schumacher e Joachim Matzinger hanno riportato alla luce un libro che si pensa risalga al XIV secolo. Questo libro è scritto in lingua albanese, ma con caratteri latini. I due professori sono arrivati alla conclusione che la lingua latina e quella tedesca, insieme alla maggior parte delle lingue balcaniche, contengono importanti elementi che risalgono appunto alla lingua albanese. Questa tesi è supportata dal fatto che una parte dei verbi principali della lingua albanese si ritoverebbe nelle lingue sopracitate. L’obietivo principale della ricerca dei due studiosi è quello di scoprire l’influenza dell’albanese sulle lingue parlate nella 197


penisola, ma anche sulle lingue morte. Sono proprio loro, gli austriaci, gli eterni innamorati della lingua albanese, che ci sorprendono ancora una volta con una scoperta importante che aggiunge un tassello nuovo alla storia di questa lingua. I due professori hanno presentato una pagina di una Bibbia scritta in lingua albanese che risale all’inizio del XVI secolo. Se questo documento dovesse risultare autentico allora avremmo

a

che

fare

con

un

libro

antecedente

al

“messalino”(meshari) che risale al XVI secolo. La scoperta Non si sa ancora quanto sia attendibile la scoperta fatta, il documento però è già stato pubblicato sul sito ufficiale dell’Accademia Austriaca delle Scienze. Si ritiene che questo documento contenga brani in lingua albanese risalenti al XIV secolo. Sapere con esatezza la datazione ci consentirebbe di capire se il “messalino” di Buzuku è realmente il primo libro 198


scritto che conosciamo della lingua albanese o se invece esiste un libro che lo precederebbe. Sulle orme di Jokl I due albanologi austriaci hanno usato i materiali di Norbert Jokl che si considera il fondatore dell’albanologia. Jokl è nato il 25 febbraio del 1887 ed è morto nel maggio del 1942, ucciso dai nazisti. Jokl dedicò la sua vita alla linguistica. Studiò le lingue indoeuropee, slave e romene. All’età di 30 anni iniziò a studiare la lingua albanese. È autore di alcuni libri che hanno come oggetto privilegiato lo studio della lingua albanese (“Linguistisch-kulturhistorische

Untersuchungen

aus

dem

Bereiche des albanese, Berlin – Leipzig”) Le prime testimonianze scritte della lingua albanese La lingua albanese è una delle lingue più vecchie che si conoscono. Le prime testimonianze scritte di questa lingua risalgono al XV secolo. La più importante è una formula di 199


battesimo (Formula e Pagëzimit) dell’arcivescovo di Durazzo, Paolo Angelo (Pal Engjëlli) del 1462 "Un të pagëzonj pr'emen't Atit e t'birit e t'shpirtit shenjt ", vale a dire “io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. La formula si trova all’interno di una circolare scritta in latino. Paolo Angelo, durante una visita a Mat, si accorse di numerose irregolarità commesse dai sacerdoti durante l’esercizio del loro ministero. Per questo decise di scrivere alcune importanti direttive che il clero avrebbe dovuto seguire. Tra esse c’era la formula sopracitata, la quale poteva essere utilizzata dai fedeli per battezzare i propri figli nel caso mancasse l’opportunità di portarli in chiesa oppure non ci fossero sacerdoti a disposizione. La formula è scritta in alfabeto latino nel dialetto del nord (ghego) ed è stata ritrovata nella biblioteca lauteriana di Milano dallo storico romeno Nicola Jorga, il quale l’ha pubblicata nel 200


1915. Successivamente il filologo francese Mario Rognes pubblicò lo stesso documento aggiungendo una foto. Il secondo documento in lingua albanese è un piccolo dizionarietto scritto da Arnold Von Harf. Il viaggiatore tedesco Von Harf, originario di Colonia, nell’autunno del 1496 decise di fare un viaggio di pellegrinaggio in terra santa. Durante il viaggio attraversò l’Albania, fermandosi a Dulcigno, Durazzo e nell’isola di Sesano. Per necessità personali, durante la permanenza in Albania, scrisse 26 parole, 8 frasi e i numeri da 1 a 1000, accostando ad ogni parola albanese la traduzione tedesca. Questo dizionarietto venne pubblicato per la prima volta a Colonia nel 1860 e, pur essendo modesto, è molto importante per la storia della lingua albanese perché contiene frasi e numeri. Tra la fine del XV secolo e l’inizio XVI, nella biblioteca ambrosiana di Milano, venne ritrovato un altro testo scritto in 201


lingua albanese all’interno di un manoscritto greco. Il testo contiene parti dal Vangelo di Marco, scritto nel dialetto del sud (tosco) in alfabeto greco. Questo testo è noto come Vangelo della Pasqua. Questi documenti sono privi di valore letterario, tuttavia sono di grande interesse per ripercorrere la storia della lingua albanese scritta. Già nelle prime testimonianze scritte dell’albanese, è evidente come siano stati usati tutti e due i dialetti, quello del nord (ghego) e quello del sud (tosco), e due alfabeti differenti, quello latino e quello greco. Il primo libro scritto nella lingua albanese che noi conosciamo fino ad oggi è Meshari (il Messale) di Gjon Buzuku dell’anno 1555. Di questo libro oggi si conosce una sola copia che si conserva nella biblioteca Vaticana. Il libro contiene 220 pagine scritte, divise in due colonne. Meshari è la traduzione in albanese delle parti principali della liturgia cattolica e contiene 202


le messe delle feste principali dell’anno liturgico, commenti del libro delle preghiere, alcune traduzioni del Vangelo e parti del rituale del catechismo. In sintesi, il libro contiene tutte le parti che consentivano al sacerdote di esercitare il suo ministero. È chiaro che ci troviamo di fronte al tentativo dell’autore di introdurre la liturgia cattolica nella cultura albanese, passando attraverso la lingua. Dunque anche per la lingua albanese, così come per altre lingue, il periodo della letteratura inizia con le traduzioni dei testi religiosi. Meshari è stato ritrovato per la prima volta a Roma da uno scrittore proveniente dall’Albania del nord, Gjon Nikollë Kazazi. Il testo venne smarrito per poi essere ritrovato nel 1909 dal vescovo Pal Skeroi, ricercatore e studioso di testi antichi. Nel 1930 lo studioso originario di Scutari, Jystin Rrota, andò a Roma, fece tre copie del libro e le portò in Albania. Nel 1968 il libro venne pubblicato in Albania. 203


Meshari è scritto nel dialetto ghego in alfabeto latino con l’aggiunta di alcune lettere particolari. Il libro fa uso di un vocabolario relativamente ricco e di forme grammaticali già ben definite. Ciò dimostrerebbe che la lingua albanese aveva già una forte tradizione in lingua scritta. Altri indizi lascerebbero pensare che la lingua albanese possa essere stata scritta prima ancora del XV secolo. A fornire tali indizi sarebbe l’arcivescovo di Tivar, il francese Gurllaume Adae (1270-1341), il quale fu arcivescovo di Tivar dal 1324 fino al 1341 per questo ebbe la possibilità di conoscere molto bene gli albanesi. In una sua relazione dal titolo Directorium ad passagium faciendum ad terrom sanctam, inviata al re di Francia, Filippo VI di Valù, fra l’altro scrisse: “anche se gli albanesi hanno una lingua diversa dal latino, loro usano nei loro libri le lettere latine”. Perciò l’arcivescovo parla di libri in

204


lingua albanese, fornendo così testimonianza del fatto che la lingua albanese sarebbe stata scritta prima del XV secolo. Un'altra testimonianza ci viene data da Marin Barleti nella sua opera De obsi dione scodrensi, pubblicata a Venezia nel 1504. Barleti, descrivendo la città di Scutari, menziona alcuni framenti scritti nella vernacula lingua, cioè nella lingua del paese. In conclusione La formula del battesimo del 1462, il dizionario di Arnold Fon Harf del 1497, il “Meshari” di Giovanni Buzuku 1555 sono i primi documenti scritti della lingua albanese conosciuti fino ad oggi. Questo dà la misura dell’importanza della recente scoperta dei due studiosi austriaci.

Fonte: il giornale Tirana Observer

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La parola albanese “Gur” si ritrova nei testi biblici sin dai tempi più remoti, a partire da 29 secoli fa Di Moikom Zeqo

Filologi e studiosi vari hanno dimostrato che nei testi più antichi dell’umanità puoi trovare briciole di parole di origine albanese. Sono state rinvenute alcune tabelle di bronzo risalenti a trentasette secoli fa3 nelle quali si trovano anche nomi illiri che corrispondono antoponomicamente a nomi illiri come “Dasi” e “Gent”, ecc. Questi nomi illiri si ritrovano anche in tempi più recenti, però la loro etimologia è rimasta ignota. Nelle opere grandiose di Omero, soprattutto nell’Odissea (versi 500, 501, 507), si legge anche un’espressione come “Gyraien Petren”, che si traduce come “Gurin e gurte:” (la pietra di 3

Si tratta della scrittura lineare B di Creta, tradotto da M. Ventris.

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pietra). Nell’epopea di Omero si racconta che l’eroe Aiace d’Oileo4 dopo la caduta di Troia, navigando per mare, giunse in un’isola chiamata Guras Petras. Poseidone, il dio dei mari, colpì con il tridente Aiace e una parte dell’isola sprofondò assieme al malaugurato navigatore. Secondo il filologo e patriarca Spiro Konda, il nome della suddetta isola era Gur, un nome che ebbe origine molto prima dei navigatori greci. In tempi più recenti, i navigatori greci hanno chiamato l’isola con il nome Guras Petras, facendo così una tautologia; così questo nome ellenico antichissimo contiene il nome illiro ancora più 4

Nella mitologia greca, Aiace, figlio di Oileo, re della Locride, e comandante dei locresi durante la guerra di Troia; detto “di Oileo” o Oilìde, per distinguerlo da Aiace Telamonio, figlio di Telamone. Dopo la caduta della città, violò il tempio di Atena trascinando via la profetessa Cassandra dall’altare della dea, la quale implorò il dio Poseidone di vendicare il sacrilegio. Quando i greci salparono per tornare in patria, Poseidone scatenò una terribile tempesta; Aiace naufragò, ma riuscì a salvarsi: si aggrappò a uno scoglio, vantandosi di essere un uomo che il mare non poteva sconfiggere. Udendo quelle parole, Poseidone spezzò lo scoglio con il suo tridente e Aiace fu travolto dalle onde.

207


antico Gur, riconducibile ad un periodo storico anteriore rispetto alle epopee di Omero. Se accettiamo che Omero sia vissuto nel VII secolo a.C., allora dobbiamo dire che la parola Gur usata dai Pelasgi e dagli Illiri, e che è tutt’oggi in uso come una parola essenziale della lingua albanese, si documenta come la parola più antica della nostra lingua (albanese) in un monumento letterario grandioso dell’umanità come le opere di Omero. Anche in tempi più recenti altri autori, per esempio il grande poeta greco Archiloco, si ritrova la tautologia illirogreca nella forma Gurai Petras. Nel 1920 negli scavi archeologici di Dodona è stata trovata una tabella di bronzo con il nome Guras, nome proprio di uomo. Questo nome illiro si trova come toponimo anche a Creta, Kylkade e Tessalia. Lo storico antico Arriano, nel suo libro su Alessandro Magno (4,23) dice che: durante la campagna in India “Alessandro Magno attraversò un paese chiamato Guraioi, nel quale si 208


trovava un fiume avente lo stesso nome”. Leggendo con attenzione la sacra bibbia abbiamo trovato una testimonianza unica quasi due secoli più antica dei testi di Omero, nella quale si trova la parola illiro albanese Gur. La frase si trova nel secondo libro dei re (9,27). Là si racconta l’episodio di come Ieu fece una rivolta e uccise Acazia, diventando lui stesso il re della Giudea e di Israele. Ho consultato alcuni testi della Sacra Bibbia in albanese. Nella versione stampata a Brindisi nell’anno 1995 alla pagina 424 si legge “Dhe e gjuajtën (Akazian) në të përpjetën e Gurit që është afër Iblehamit“5. Nella versione della Sacra Bibbia stampata a Jongloed, nell’anno 1993, pagina 398, si legge “pranë vëndit ku rruga është drejt Gurit e kthen për në drejtim të Jiblamit”6. Nella

5

Trad. bibbia online http://www.laparola.net/testo.php “E lo colpirono alla salita di Gur, che è vicino a Ibleam.” 6

Ibidem

209


versione della Sacra Bibbia in albanese pubblicata da « The Albanian Bible Society » a Firenze nel 1995, pagina 722, si legge : ”E gjuajtën në të përpjetën e Gurit që është afër Iblemit”7. È interessante leggere come il toponimo Ibleam si scriva in diversi modi Jiblam oppure Iblami, mentre, in tutti i suddetti casi, il toponimo del posto chiamato Gur non cambia. Per verificare ulteriormente il toponimo Gur ho controllato le traduzioni delle bibbie in greco e in latino. In tutti e due i casi questo toponino si trova nella forma Gur. Nella “Holy Bible”, nella “International version”, pubblicato dall”International Bible Society”, nell’anno 1984 alla pagina 267 il passaggio è “on the way up to Gur near Ibleam”. Ne “La Bible”, “Nouvelle edition revue” Parigi, (tradotto dall’originale ebraico e greco), alla pagina 440 si legge “à la montée de Gour près Yivleim”. È chiaro che in tutte le versioni della bibbia scritte nelle lingue 7

Ibidem

210


più diffuse il toponino è Gur. Questa è la prova che la parola albanese Gur è stata tramandata come toponimo ed è rimasta ferma al secondo libro dei re scritto nel IX secolo a.C.. Leggendo la bellissima traduzione in albanese del vecchio testamento, fatta da Don Simon Filipaj pubblicato nel 1994, capolavoro filologico della lingua albanese, alla pagina 448, alla nota numero 27, di dà la spiegazione geografica del posto dove Ieu uccise Acazia. Così Ibleam oggi si chiama Tel Belame e si trova al sud di Jenin, quasi dieci chilometri a sud di Israele, nella strada verso Gerusalemme. Questo vuol dire che anche il posto che si chiama Gur non è molto lontano dalla città santa. Una ricerca fruttuosa potrebbe essere cercare di verificare se il toponino Gur esiste ancora oppure è stato cambiato. Quello che è importante per noi albanesi è che la parola albanese Gur si documenti nei testi biblici di 2900 anni fa. Questa è la testimonianza più antica di una parola albanese 211


che usata regolarmente oggi. Non è affatto una scoperta semplice e soprattutto non ci può essere alcuno scetticismo. Il mio amico Petro Zheji, nel suo libro“ Shqipja Dhe Sanskritishtja”8, pubblicato nel 1996, tratta ampliamente della parola Gur e la definisce una delle parole più antiche dell’umanità, una parola che si ritrova in tante lingue del mondo, si trova in sanscrito nella forma Giri oppure in latino Gravis (pesante), in slavo Gora (montagna), Granica (confine), in tedesco Gral (pietra sacra) e in greco Aguridhe (uva acerba, dura come la pietra). Petro Zheji crea equazioni etimologiche che hanno come radice la parola Gur come nel nome di Gorgona (il cui sguardo trasforma tutto in pietra). Ha anche scoperto che la tomba di Timurlen in Sammarcanda si chiama “Gur-i-mire” (pietra buona). Secondo Zheji, la parola Gur si ritrova a partire dalla vecchia e lontana India fino ai confini del 8

Trad. “L’albanese e il sanscrito”

212


nord d’Europa. È una parola utilizzata dai Pelasgi, l’hanno ereditata gli Illiri ed è una parola viva solo in un popolo del mondo: gli albanesi. Gur, parola monosillaba, fa parte delle prime parole dell’umanità. È interessante che il capolavoro poetico del grande poeta romano Lucano (I secolo d.C.) “Pharsalia”, nel libro VI, dove si racconta la storica battaglia della città di Durazzo fra Cesare e Pompeo, possiamo leggere il nome di una grande roccia che oggi si chiama “shkembi i Kavajes” (la roccia di Kavaja). Lucano dice espressamente che “il taulant9 la chiama Petra”. Infatti Petra è l’ellenizzazione del toponimo Gur. È talmente vero che nei documenti medievali si nomina la chiesa di Shen Kollit (Nikolles)10 che più tardi nella lingua albanese ha dato il 9

I Taulanti (in albanese Taulantët) erano una delle principali tribù illiriche. Un mito riportato da Arriano racconta che il nome deriva dal capostipite, Taulas (dal genitivo Taulanti). 10

Trad. “San Nicola”

213


nome al paese “Shkallnur (Shen Kolli i gurit)11. Questo vuol dire che il fatto che il nome di questa roccia, che si trova a Sud della città di Durazzo, contenga la radice Gur significa che ha sopravvissuto negli anni indipendentemente dal fatto che i cronisti fossero latini o greci o che avessero utilizzato altre parole o altri nomi. Per questa grande roccia è stato tramandato il nome originario dei tempi più remoti. Anche il nome dell’isola di Saseno12, vicino Valona, è legato al latino volgare “Saso” che vuol dire Gur. Questo significa che, anche nei tempi più remoti, l’isola è stata sempre chiamata Gur. Il fatto collega l’isola albanese con quel soggetto omerico di “Guras Petras” del quale abbiamo già parlato. In conclusione, la parola Gur è l’emblema linguistico più antico della lingua albanese.

11

Trad. “San Nicola di pietra”

12

In albanese Sazan

214


Ideali nazionali e linguistica: ricostruzione dell’albanese

la

Un caso interessante riguarda la relazione che collega gli studi linguistici degli autori italo albanesi e la formazione degli ideali nazionali. In particolare, il collegamento fra lingua dei Pelasgi, greco e latino sarà ampiamente utilizzato dagli autori arbëreshë per provare l’antichità e l’autonomia dell’albanese. I legami e le corrispondenze col greco e col latino sancirebbero anzi una nobiltà e un’importanza non minori rispetto a queste due lingue. Fra i principali studiosi che misero a punto lo schema interpretativo della storia linguistica e culturale degli albanesi che ispirò gli intellettuali della Rilindja, è il Chetta, che nel Tesoro di notizie su dè macedoni (Chetta 2002[1777]) ricostruisce la storia e l’identità degli albanesi attraverso una comparazione fra costumi, gli usi, la religione e la lingua degli 215


albanesi e delle popolazioni (i macedoni) che considerava loro progenitori. Per quando riguarda la lingua, gli indizi e gli elementi che vengono esaminati mirano ricostruire l’origine dell’albanese come una lingua nettamente separata dal greco e dal latino. Forti implicazioni ideologiche affiorano anche negli scritti degli studiosi italo albanesi dell’Ottocento, nei quali gli ideali nazionali influenzano in maniera decisiva la trattazione e l’interpretazione dei fatti linguistici. Infatti essi mirano a attribuire

un’identità

storico-linguistica

all’albanese,

a

dimostrare l’originaria indipendenza e nobiltà e a stabilire attraverso le prove linguistiche l’autoctonia e l’antichità della lingua e quindi del popolo albanese. Anche una questione di ordine pratico come quella della scelta della grafia è funzionale alle esigenze di una politica linguistica nazionale. Gli autori arbëreshë continuano ad utilizzare metodi di analisi e teorie 216


che appartengono alla tradizione illuminista, come il rapporto fra genio della lingua e genio della nazione e alla tradizione vichiana. Ad esempio in Dorsa (1862) (cfr. Solano 1975) i richiami alla letteratura scientifica sull’albanese (sono citati Hahn, Bopp, Fallemayer, Stier) si combinano appunto con l’eredità di Vico e degli autori settecenteschi.

[…] far risaltare l’antichità antiomerica dell’idioma albanese, mettendolo in comparazione col greco e latino primitivi. Le autorità dei dotti e in special modo di Malte-Brun, Court de Gèbelin, Mazocchi, ci guideranno per seguire alcun altro punto di affinità con gli altri idiomi indeuropei, e anche semitici derivati pure in origine da una madre comune. Seguiremo lo svolgimento delle parole guidati dalle stesse leggi onde si svolgono le idee, e invocando da maestro il Vico

217


[…] forse ci sarà dato di tracciare in qualche modo una storia ideale della lingua albanese […] (pp.8-10)

La pressione delle idealità nazionali e l’illustrazione di una specificità linguistica e culturale è preminente in Sugli albanesi. Ricerche e pensieri e in Studi etimologici della lingua albanese di Dorsa (Dorsa 1847 e 1862). La grande incertezza metodologica e l’anacronismo di procedure etimologiche di stampo vichiano e gèbeliniano lasciano emergere un intento di natura culturale e politica coerente con gli ideali romantici coevi. Riprendendo la teoria per cui l’albanese continuerebbe la lingua pelasgica, la Dorsa cerca comunque di provare un legame genealogico particolare dell’albanese col greco antico e le lingue italiche. Anche altri autori italo albanesi sostennero questa connessione, e in particolare De Rada (De Rada 1893). D’altra parte l’idea che la lingua pelasgica fosse una sorta si 218


sostrato di delle antiche lingue della Grecia e dellâ&#x20AC;&#x2122;Italia e che fosse il collegamento con il persiano era diffusa nella linguistica pre-ascoliana, e compare ad esempio anche in Cattaneo (1841). Una stessa impostazione caratterizza nel complesso il Saggio di grammatologia comparata sulla lingua albanese di Demetrio Camarda. In Camarda (1864) (cfr.Camaj 1984; Guzzetta 1984) lâ&#x20AC;&#x2122;asseto comparativo, confermato dalla conoscenza della letteratura tedesca (Bopp, Shleicher, Curtius) si piega alle esigenze di uno schema precostruito, cioè la dimostrazione di un rapporto di parentela fra greco e albanese sia attraverso la comparazione grammaticale, sia in particolare, attraverso la ricostruzione etimologica.

FIRENZE E LA LINGUA ITALIANA pp. 133-134.

219


Parole derivate dalla lingua PelasgicoAlbanese Nel 1975, l’Istituto linguistico svedese pubblicò il libro Webster's New Twentieth Century Dictionary, Unabridged Second Edition, De Luxe Color, William Collins and World Publishing Co., Inc. Nel libro è conservato l’albero dell’origine delle lingue indoeuropee. Secondo l’albero in questione, la lingua albanese sarebbe la lingua più antica. Di seguito un elenco di parole riconducibili alla lingua pelasgico-albanese.

220


Italiano

Lingua

Albanese

Spiegazione

Afër dita

Vicina alla

pelasgica

Afrodite

Afërdita

luce del giorno Agorà

Agora

Asht gur 221

Fatto di pietra


Atena

Athina

A thina /

Il detto

thena Bylis (Città

Bylis

Pylli

La foresta

Dea

Dhea

La terra

albanese)

Dea

(Dheja, Dheu) Demetra

Demetër

Dhe motër

Sorella terra

Efeso

Efesi

Është veshi

È l’orecchio

Eschilo

Eskili

E shkeli

Egli calpestò

222


Era

Hera

Era

Il vento

Itaca

Itaka

I thaka

Asciutto

Cassandra

Cassandra

Qes anderr

Interpreto i sogni

Lisus (Città

Lisus

Lis

Quercia

Mallakastra

Mal kashtër

Paglia /

albanese) Mallakastra

pagliaio Menelao

Menelau

Me ne leu

Egli è nato con noi

Micene

Mikena

Mik kena

Noi abbiamo amici

223


Pegaso

Pegas

Pe gja (gjë)

Hai visto qualcosa?

Penelope

Penelope

pen’e lypi

La matassa di cotone chiede

Persefone

Persefoni

Përse vonë

Perché tardi?

Perseo

Perseu

Përse

Perché?

Pirro

Pirro

Pi rro

Bevi e vivi

Poseidone

Poseidon

Po, se i don

Sì, perché lui lo vuole

Priamo

Priam

Prij jam / I parë jam

224

Sono il primo


Salamina

Salamis

Sa lamë

Quanti ne abbiamo

(Città greca)

lasciati?

Tetide

Detis

Deti

Mare

Thesalia

Thesalia

Thesa li-ni

Sacco di lino

Tiranët

Të rëndët

I pesanti

(Città ) Tiranno

225


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