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• Poste Italiane s.p.a.• Sped. in A. P. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, D.C.B. To • Tassa pagata/Taxe perçue/Economy/c 2/2018 • MENSILE • ELLEDICI • 10096 LEUMANN TO • ANNO 44 9 3,50

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Rampage

aprile - 3 - 2018

LA RIVISTA SU MISURA DEI RAGAZZI E DELLE RAGAZZE

Benji & Fede

con Dwayne Johnson

Michela Moioli, snowboarder

d'o ro

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Articoli Teenworld

Che ci vado a fare? Cinema

Grandi, grossi e arrabbiati Musica

Benji & Fede Una coppia che fa rumore Zoom

Io non c’ero e se c’ero, dormivo! Speciale

Gli altri siamo noi Inserto

Domenico Savio La stoffa del grande santo Natura

Furbacchioni questi animali! Sport

Michela Moioli La guerriera dello snowboard Ragazzi Più

Nessuno in panchina

Rubriche

7 Cara Rosy 11 Best Games 12 Quasar 16 Music Show 20 Librolandia 42 Mondo Web

44 Fumetto 49 Fa ridere 53 Assist 54 Super Test 60 Giochi di Gris 62 Chiedi al don

In copertina: Benji & Fede (Foto: Luisa Carcavale)

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A voi la parola Come sempre vi lascio nelle mani un numero di Mondo Erre fantastico e pieno di novità esclusive, interviste, curiosità, giochi, fumetti e spazi di riflessione, ma voglio guardare avanti e chiedere un vostro contributo speciale. Il prossimo mese, Mondo Erre sarà partner di una campagna di sensibilizzazione molto importante insieme ad altri autorevoli protagonisti. Non posso ancora svelarvi tutti i particolari, ma riguarda la cronaca nera che vede protagonisti i ragazzi e i giovani. Protagonisti, ahimè, negativi. Tutto iniziò parecchio tempo fa. Era il 26 dicembre 1996 e Maria Letizia si era sposata sei mesi prima. Doveva trascorrere il Capodanno a Parigi con un gruppo di amici, ma l’auto guidata dal marito venne centrata da un sasso lanciato da un cavalcavia dell’autostrada Torino-Piacenza per il folle gesto di un gruppo di giovani tra i 18 e i 25 anni. Qualcuno provò a definirlo un gioco, solo per vincere la noia, ma era un omicidio senza senso. E lei morì. E di questi tempi si torna a parlare di sassi dai cavalcavia, con una ancor più angosciante differenza. Non sono maggiorenni annoiati i colpevoli, ma ragazzini di dieci e dodici anni. Incoscienti. E se non sono sassi lanciati, sono cani abbandonati sull’autostrada, solo perché il “giocattolo batuffoloso” di Natale, pochi mesi dopo è diventato un peso. Allora ci siamo detti: perché non dare la parola anche a chi vuole vivere e agire in modo positivo, ai ragazzi e ai giovani di Mondo Erre, affinché diventino testimonial affidabili e convincenti? Per questo la parola passa a voi. Spediteci in redazione le vostre idee, i vostri temi, i video, le poesie, i lavori fatti in classe. Un concorso? Dei premi? Una manifestazione? Calma, calma! Vi ho detto che non posso ancora dirvi tutto! Ma restate sintonizzati sul nostro sito internet www.mondoerre.it e non sarete delusi! Buona Pasqua in nostra compagnia.

Valter Rossi

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eenworld Elena Giordano

La messa della domenica

Che ci vado

do e ci fosse il mo s , sì o c e s s fo E se non puntamento p a to s e u q re di rende le? davvero specia La domenica è fatta per dormire; la domenica è fatta per uscire fuori a pranzo; la domenica è fatta per giocare a calcio. Come fa, la domenica, a essere fatta anche per andare a messa? Tantissimi ragazzi, “sbrigato” l’obbligo della catechesi, con annesso sacramento della Confermazione, iniziano a guardare con molto sospetto e un po’ di fastidio l’impegno della messa domenicale.

«Prima – racconta Giada – era divertente trovarsi con i compagni di catechismo: andavamo a messa tutti insieme, poi ci ritrovavamo a giocare, oppure a chiacchierare. Adesso da sola mi annoio da morire». Le fa eco Giovanni: «Io andavo a messa senza pensarci troppo, cioè non facevo storie; ora, però, i miei mi obbligano. E siccome io non sopporto le costrizioni, faccio in modo di non andarci mai». Sia Giada che Giovanni hanno ragione. Il tema “messa” è spinoso. E ci sono tantissimi modi – sbagliati – per affrontarlo. Vediamoli insieme. Se pensate che la messa sia un’appendice della catechesi, l’esito è scontato: finita la catechesi non si entra nemmeno più in chiesa. È invece l’incon-

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a fare? tro con Gesù Eucarestia che alimenta la catechesi, non viceversa! Andare a messa è bello perché si può ascoltare la Parola di Dio e perché Dio è lì, presente in mezzo alle persone che pregano.

La messa… Cos’è Una scelta da confermare ogni domenica Un incontro speciale con Dio Un momento da vivere con la comunità La “ricarica” dello spirito

Cosa non è Un biglietto da timbrare obbligatoriamente Un insieme di parole pronunciate senza sentimento

Un appuntamento importante Se pensate che andare a messa sia solo un obbligo, come entrare a scuola puntuali alle 8, rimarrete ugualmente molto delusi. È vero che uno dei Comandamenti recita “Ricordati di santificare le feste”, ma è anche vero che se uno entra in chiesa, si siede sul banco e poi pensa ai fatti suoi...… tanto vale che resti a casa a leggere un libro. La messa ha senso se “ci credete”, ossia se credete che sia un appuntamento che vi dà energia e amore da spendere poi nel resto della settimana. Se pensate che la messa sia una lagna, perché il prete è noioso, ascoltare le letture è complicato, comprendere l’omelia ancora di più, molto spesso avete ragione. Ma questa situazione può migliorare, proprio con il vostro aiuto. Ricordate il gruppo di amici con cui avete frequentato la catechesi? Perché non ritrovarsi e provare i canti, e poi animare la messa,

Un’ora da trascorrere per forza fuori casa Un momento per chiacchierare con gli amici

Andare a messa è bello perché si può ascoltare la Parola di Dio…

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inema

Claudio Facchetti

Rampage: dal videogame al film

Grandi, grossi e

arrabbiati

ali mutati Sono gli anim distruggere a i is c e d te n e geneticam a loro strada. ll u s o n a v o tr tutto ciò che tto i conti con fa o n n a h n o n Ma on. Dwayne Johns

Ancora lui. Lo avevamo appena lasciato nel 2017 tra l’inospitale giungla di Jumanji e le più accoglienti spiagge di Baywatch negli omonimi film, ed eccolo di nuovo in azione nello scoppiettante Rampage - Furia bestiale. Non si può certo dire che Dwayne Johnson, detto The Rock dal suo passato di wrestler, stia con le mani e... i muscoli in mano, visto quanto è richiesto a Hollywood. Un gradimento avvalorato non solo dai buoni incassi delle pellicole a cui partecipa, ma anche dalla prestigiosa stella che gli è stata assegnata l’anno scorso sulla Walk of Fame, segno di una raggiunta e consolidata celebrità.

Logico, dunque, ritrovarlo in un altro blockbuster come Rampage - Furia bestiale, ispirato a un videogame di successo risalente al 1986. Allora, la società Midway Games, oggi fallita, lanciò sul mercato Rampage, appunto, un arcade dove tre mostri giganteschi, il gorilla George, il dinosauro Lizzie e il lupo mannaro Ralph, mettevano a ferro e fuoco varie città. Adesso arriva nei cinema il suo adattamento, ovviamente corretto ed ampliato per rendere l’avventura più coinvolgente, come conferma il regista Brad Peyton, che ha già firmato pellicole quali Viaggio nell’isola misteriosa e San Andreas. «Il gioco originale – commenta – mi è servito come fonte

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Il muscoloso attore e qualche “simpatica” bestiola un po’ nervosa con cui dovrà vedersela.

d’ispirazione ma, insieme agli sceneggiatori, ho mesè rimasto vittima inso parecchia nuova carne sul fuoco. D’altra parte, consapevole di un esperimento sarebbe stato sciocco replicare sul grande schermo genetico scorretto, sembra ormai troppo tardi il semplice game. Così mi sono spinto verso altri terper rimediare. ritori, di modo che la trama riuscisse a Non solo. Oltre a George, anche un reggersi da sola. E con le idee che sococcodrillo e un lupo hanno subito Il film è ritagliato no scaturite, credo di esserci riuscito». le stesse mutazioni, diventando di taper mettere in evidenza glia extralarge, e sono ben decisi a tutto ciò che trovano luntanti effetti speciali distruggere Uno studioso go la loro strada. A fermarli ci prova e i bicipiti del palestrato l’esercito, ma sembrano indistruttibili. tutto muscoli In effetti, di nuove idee, Peyton e i Okoye, intanto, insieme a un ingegneDwayne Johnson suoi collaboratori ne hanno messe pare genetico, cerca un antidoto per rirecchie in Rampage - Furia bestiale riportare alla normalità i bestioni e sospetto al vecchio game. Nel film, difatprattutto George. ti, incontriamo Davis Okoye (Dwayne Nell’attesa, a Okoye non resta Johnson), un primatologo, ovvero uno che gettarsi nella mischia, sfoderanstudioso di scimmie, dal carattere riserdo la sua abilità di combattente per vato. Durante i suoi approfonditi studi, fermare i mostri e provare a salvaha creato un forte legame con George, un gorilla re George che, alla fine, si schiererà al suo fianco. bianco che ha allevato dall’età di due anni e che possiede un’intelliAzione e imprevedibilità genza straordinaria. Come s’intuisce, il film è ritagliato per mettere Docile come un cagnoin evidenza tanti effetti speciali e i bicipiti del palino, il gorilla, a un certo lestrato Dwayne Johnson che, nella storia, da stupunto, inizia a cambiare cadioso di scimmie si trasforma in una macchina da rattere: diventa rabbioso e guerra, tanto che a un certo punto dice alla genetista per giunta sempre più grosso. che gli sta accanto: «Andiamo a salvare il mondo». Qualcosa non torna e quando «Mi è piaciuto il progetto – dice l’attore – , che Okoye comprende che George

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usica

Francesca Binfarè

Una coppia Incontro con Benji & Fede

che fa rumore

Vuole farsi sentire il duo-fenomeno degli ultimi anni. E lo fa con un cd pieno di canzoni pop che li rispecchia totalmente. È arrivata la primavera e con la bella stagione è fiorito anche il nuovo disco di Benji & Fede, intitolato Siamo solo noise. Sono passati tre anni dall’uscita del loro primo album ed è stato come l’arrivo di un ciclone: 20:05, il secondo cd 0+ e tutti i singoli estratti hanno raccolto certificazioni di platino e d’oro. Il rapporto con i fan, alimentato sui social e tenuto vivo durante gli appuntamenti instore, ha visto accorrere da Benji & Fede più di 100.000 persone. Ai loro concerti hanno cantato oltre 80.000 voci. Siamo solo noise è stato anticipato dal singolo Buona fortuna che, per la prima volta, ha visto Federico nelle vesti di autore. Di questa e delle altre canzoni Benji & Fede ci hanno parlato pochi giorni prima della pubblicazione del disco.

L’intervis ta Ogni vostro album ha sempre avuto titoli molto personali. Questa volta sembra che abbiate fatto un ragionamento diverso. Benji: Anche Siamo solo noise è un titolo che ci

appartiene molto. Rappresenta totalmente noi e il percorso fatto fin qui. Gli ultimi tre anni sono stati incredibili e questo è il nuovo capitolo del nostro cammino, il più importante di tutti. Letteralmente significa “siamo solo rumore”, ma il significato più

profondo è che siamo io, Fede e i nostri fan. Per alcune persone siamo solo rumore, un’interferenza… ma in effetti di rumore ne abbiamo fatto per lasciare il segno, soprattutto all’inizio della nostra carriera, quando nessuno credeva in noi. Infine, per tornare al titolo, la musica è rumore. Rumore che piace o che non piace, quello dipende dai gusti personali.

Siete presi a modello da molti giovanissimi, e affrontate anche temi importanti per i ragazzi. Ci volete parlare del video di Buona fortuna? Fede: In questo caso abbiamo affrontato il tema del bullismo. Al video ha partecipato Leonardo Bonucci, capitano del Milan, a cui sta a cuore la sensibilizzazione su questo tema. B: Durante l’adolescenza si è fragili, è facile sbagliare. A noi lo sport, insieme alla musica, ha aiutato tantissimo a crescere. Ci ha insegnato i valori più importanti, quelli che contano. Consapevoli di questo, e sapendo di essere osservati da tanti giovanissimi, cerchiamo di comunicare messaggi positivi. Invitiamo tutti i ragazzi e le ragazze a inseguire i propri sogni, a coltivare le loro passioni.

Ci raccontate qualcosa sul brano Da grande? F: Quante volte ci è stato chiesto da bambini cosa vogliamo fare da grandi? Centinaia

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A noi lo sport, insieme alla musica, ha aiutato tantissimo a crescere. Ci ha insegnato i valori più importanti, quelli che contano.

Come trovate il vostro equilibrio di coppia artistica? F: Siamo molto simili per

Foto: L. Carcavale

di volte. E rispondiamo generalmente il calciatore, la ballerina... una bambina a noi ha risposto di voler fare la dottoressa, per aiutare chi non sta bene. In Da grande i bambini che cantano sono in cura presso l’oncoematologia pediatrica dell’ospedale di Modena. A Natale eravamo andati a suonare per loro, e questa volta siamo stati noi a chiedere loro di cantare nel nostro brano. B: Per noi è stata una cosa bellissima, loro erano entusiasti.

tanti aspetti, ma abbiamo caratteri diversi. B: I nostri gusti sono simili, ci influenziamo a vicenda. Abbiamo tanto in comune nel modo di intendere la musica, soprattutto nel modo di farla: questa premessa è fondamentale per durare nel tempo.

Avete mai pensato, se non vi foste incontrati, come sarebbe stato fare questo lavoro da soli? F: Non ci ho mai pensato, non so. Credo che

avrei comunque provato a fare della musica un lavoro, ma forse non sarei stato costante. B: Penso che sarebbe stato più difficile e diverso. Essere in due aiuta, perché ci supportiamo e ci compensiamo. Fede ha dei lampi di genio ma non finalizza, ad esempio, per quello che riguarda il marketing. Io rendo reali le sue idee, sono più concreto e più costante. Nella musica, invece, magari l’idea parte da me, ma poi lui è bravo a indirizzarla sulla strada giusta. Se fossi da solo probabilmente non farei musica. Mi piace pensare che potrei fare qualsiasi cosa, forse dipingerei in spiaggia a Venice Beach, in California, dalla mattina alla sera.

C hi s o n o

Benjam Rossi sono il in Mascolo e Federic o duo feno

men Entrambi di M odena, si sono o degli ultimi anni. conosciuti su il primo messa internet: ggio se lo sono titolo del loro sc primo album. ambiato alle 20:05, 0+ è il loro il titolo del lo comune gruppo sanguigno, ro secondo d diventato isco. Hanno scri Vietato sme tto anche un libro di successo ttere di sog nare, (Rizzoli).:

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Valter Rossi

Una storia che fa acqua

Io non c’ero e se c’ero,

dormivo! Il Vangelo di Matteo racconta di alcuni soldati di guardia al sepolcro di Gesù. Dicono che i discepoli avrebbero trafugato il corpo mentre loro si erano addormentati. È possibile o è tutta una fake news?

Nell’epoca delle fake news non è per niente facile distinguere le notizie vere da quelle totalmente inventate. E per quanto ci si dia da fare, le bufale continuano tranquillamente a circolare. Oggi come nel passato, sono armi potenti per distruggere avversari scomodi.

Una fake news nel Vangelo

Anche il Vangelo di Matteo ci presenta il tentativo di smascherare una fake news che suonava più o meno così: «Gesù non è risorto. Gli apostoli hanno trafugato il suo corpo e si sono inventati tutto il resto». Per l’evangelista Matteo, convinto della risurrezione di Gesù, era un’accusa che avrebbe minato alla base l’annuncio dei primi cristiani e che andava presa di petto, chiedendo di esibire prove e testimoni. Che andava smontata dimostrandone l’assurdità e la malafede. La diceria si era diffusa sicuramente dopo il 70 d.C., data della distruzione di Gerusalemme, della deportazione degli abitanti e della morte di quasi tutti i testimoni oculari. Pochi, dopo quell’evento disastroso, avrebbero potuto vedere le evidenti

contraddizioni contenute in quella bufala colossale. Per questo Matteo ricostruisce con ordine come sarebbero andati i fatti secondo l’accusa, facendone vedere l’assurdità.

La ricostruzione dei fatti

La sepoltura di Gesù era avvenuta alla vigilia di uno dei giorni più importanti per gli ebrei, la parasceve della Pasqua, tempo di riposo assoluto per tutti. Per questo era stata fatta in fretta, ottenendo il permesso da Pilato stesso di non lasciare dei corpi appesi durante la festa. Ma solo il giorno seguente i capi del popolo sarebbero andati da Pilato per chiedere un drappello di guardia davanti al sepolcro. Quindi, insieme a queste guardie avrebbero sigillato il sepolcro e sarebbero tornate tranquille a casa. «Cioè, mi volete far credere – sembra di sentire Matteo meravigliato – che i Sommi Sacerdoti e i Capi del popolo, invece di essere nel Tempio a pregare in quel giorno solennissimo, si sarebbero contaminati andando da Ponzio Pilato per avere dei soldati, sarebbero andati a toccare un sepolcro (cosa tra le più impure per l’epoca) e avrebbero messo dei sigilli alla tomba (un lavoro vietatissimo durante le feste)?». Assurdo, certo, o per lo meno improbabile, ma vista la gravità della minaccia rappresentata da Gesù o dai suoi discepoli, uno strappo alla rigide leggi dell’ebraismo forse si potrebbe ancora tollerare.

Testimoni addormentati…

Ma ecco la seconda parte della ricostruzione secondo l’accusa. La mattina del giorno successivo, le guardie preposte alla custodia del sepolcro si sarebbero

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La Resurrezione di Cristo, opera di Piero della Francesca.

Matteo ricostruisce con ordine come sarebbero andati i fatti secondo l’accusa, facendone vedere l’a ssurdità.

presentate ai sommi sacerdoti dicendo: «Scusateci tanto, ma ci siamo bellamente addormentati e al nostro risveglio il sepolcro era vuoto. Secondo noi sono stati i suoi discepoli!». Vi immaginate la rabbia dei sacerdoti? Avrebbero potuto dire: «Ma come? Dovete stare svegli quattro ore (tanto durava un turno di guardia), vi addormentate e venite qui a dirci che il sepolcro è vuoto? Come hanno fatto a rompere i sigilli, rotolare quella pietra enorme e portare via il cadavere senza svegliarvi? Eravate ubriachi o siete loro complici? E poi come fate a dire che sono stati i discepoli, se voi dormivate? Da quando si ascolta-

no dei testimoni che dormono? Parlate o andiamo da Pilato a chiedere la vostra testa!». E invece niente di tutto ciò. Anzi i Sommi Sacerdoti non solo non puniscono le guardie, ma le tranquillizzano: «Se mai la cosa verrà all’orecchio del governatore, vi libereremo da ogni noia». Sembra di vedere Matteo saltar su imbufalito: «Anche alle fake news c’è un limite! Delle guardie addormentate che accusano gli apostoli non vengono punite, anzi vengono credute? E perché allora non inizia la caccia al discepolo? Perché i primi cristiani girano tranquillamente per Gerusalemme e nei primi processi subiti da Pietro, da Stefano e dai primi cristiani nessuno mai accenna alla profanazione della tomba o al furto del cadavere? Né tantomeno si sente di guardie disposte a testimoniare?».

…o i primi testimoni?

Sono osservazioni così ovvie che dovrebbero venire in mente a tutti, eppure... Ma veniamo alle conclusioni. «Non è che – suggerisce infine Matteo – quelle guardie non ci sono mai state e sono un’invenzione poco credibile? O se anche c’erano, non è che hanno visto qualcosa di così potente e glorioso da non potersi opporre in alcun modo? E che quando si sono presentate ai sacerdoti, sono stati i primi testimoni – inascoltati – della risurrezione di Gesù?».

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peciale Leo Gangi

Gli altri

Ci sentiamo dire spesso che siamo tutti uguali. Invece non è così. Siamo tutti diversi: tu, io; femmine, maschi; italiani, stranieri; ricchi, poveri; laureati, illetterati; scienziati, artisti. La lista è infinita. Lo sa bene la Costituzione, che nel terzo articolo chiarisce il concetto: siamo tutti uguali «davanti alla legge». Cioè, dobbiamo rispettare le stesse norme di civile convivenza. Ognuno è chiamato a farlo con le proprie caratteristiche e possibilità. Perché queste sono le regole che rendono stabile la Repubblica, cioè la casa in cui viviamo.

siamo noi La strada della democrazia - 3

o rispettare Tutti dobbiam e di civile le stesse norm essuno deve n E . a z n e iv v n co uitato essere perseg idee. per le proprie

Nessun privilegiato Di conseguenza, non ci devono essere sconti per i più potenti né per le “caste” (o le lobby, per dirla all’inglese). Un bel problema in una società dove i privilegi sono all’ordine del giorno: i benefit per i politici, i posti in prima fila agli eventi per i personaggi più noti, i tanti vantaggi per i VIP sono sotto gli occhi di tutti. Altrimenti, sentire di un ministro che si sposta in pullman e senza scorta non farebbe notizia. Tutti, senza eccezioni, dobbiamo osservare le

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Inserto Testi: Valter Rossi - Claudio Russo Disegni: Nino Musio

Domenico Savio la stoffa del grande santo

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Inserto

Il primo incontro

Voglio raccontarvi alcuni episodi della vita di un ragazzo come voi, che per tre anni frequentò lʼOratorio di Valdocco. Si chiama Domenico Savio. La sua vita, così bella e piena, il suo coraggio, la sua allegria sono stati eccezionali. La Chiesa non ha avuto paura a proclamarlo santo

nonostante la sua giovane età: volò in Cielo che non aveva ancora compiuto 15 anni. Ricordo ancora il mio primo incontro con lui. Tutti gli anni portavo un gruppo di ragazzi dell’Oratorio a fare una bella scampagnata a Castelnuovo, anzi, alla frazione dei Becchi, dove vi-

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Pronto per il Cielo

Furono tre anni bellissimi. Lʼallegria di Domenico era contagiosa; la sua bontà sosteneva anche i più vivaci e il suo impegno trascinava i più svogliati. Ma la vita allʼOratorio era molto faticosa, specie per lui, che era piuttosto fragile di salute e non voleva mancare mai a nessun impegno. Lʼinverno gelido gli procurò una brutta tosse, che non voleva proprio passare. I medici consigliarono un periodo di riposo a casa sua, a Mondonio. Cambiando aria, curato dai suoi e al caldo, si sarebbe ripreso. Tentò di resistere, poi obbedì al volere dei medici e dei suoi famigliari. Era già stato alcuni giorni a casa, poi era tornato. Ma quella volta, Domenico salutò tutti come se non li dovesse vedere mai più. Mi salutò parlando del Paradiso. Era il primo marzo 1857. Per qualche giorno sembrò migliorare, poi la febbre e la tosse aumentarono e lo costrinsero a letto. Non cʼerano medicine adatte e i salassi (incisioni per far uscire molto sangue e abbassare la febbre) sembravano lʼunica soluzione. Si confessò e fece la Comunione a letto, rinnovando gli impegni presi nella Prima Comunione: «Gesù e Maria saranno per sempre i miei migliori amici. Piuttosto che peccare, preferisco morire!». Sembrava che la salute stesse migliorando, ma Domenico ormai aveva negli occhi solo il Cielo. Erano le 22 di lunedì 9 marzo 1857, quando lasciò questo mondo tanto amato, per volare in Paradiso, accolto dagli angeli, da Gesù e da Maria, i suoi amici più cari. Venne dichiarato santo il 12 giugno 1954 da papa Pio XII. Un grande santo di appena 15 anni.

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Gianna Boetti

cibo o sfuggire Per prendere del bestie ai predatori, tante le rotelle mettono in moto scogitano del cervello. Ed e efficaci. “trovate” davvero Aguzzando l’ingegno, si raggiunge l’obiettivo. Lo sanno bene i procioni, che riescono a conquistare del cibo che galleggia, fuori portata, all’interno di un tubo. Messi alla prova da un gruppo di ricercatori, questi animaletti originari del nord America, soprannominati “orsetti lavatori” per l’abitudine di mettere prima nell’acqua o sfregare nell’erba quello che vogliono mangiare, quasi a lavarlo o ripulirlo, sono riusciti a risolvere il rompicapo e conquistare il pasto. Escogitando tre diverse soluzioni. Ovvero, gettando pietre per far salire il livello dell’acqua, quindi aiutandosi con una tazza e, infine, adottando anche il sistema della “forza bruta”, cioè ribaltando tutto. Scimpanzé con prole. In alto: il drongo, capace di imitare 32 richiami di altri uccelli. Nell’altra pagina: un procione.

Frutta a portata di mano Quando è necessario, per molti animali ingegnarsi è un gioco da ragazzi. Se diverse scimmie sono in grado di usare pietre per rompere le noci o un lungo bastone per verificare la solidità del terreno in un’area paludosa, gli oranghi del Borneo costruiscono fischietti con foglie e fili d’erba per tenere lontani i predatori. Già ai primi del Novecento, gli studiosi scoprirono l’abilità degli scimpanzé con un esperimento: misero un frutto e un lungo bastone fuori dalla gabbia e all’interno un rametto più corto. Gli animali provarono ad afferrare il frutto, poi a prenderlo usando il bastone corto. Non ci riuscirono e si arrabbiarono. Alla fine, calmandosi, ecco l’idea: presero il bastone corto per avvicinare a loro quello lungo, lo afferrarono e, finalmente, presero il frutto.

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Furbacchioni questi

La necessità aguzza l'ingegno

animali! Anche i macachi sono ben “svegli”. Ha fatto il giro del mondo la storia di Imo, scimmietta dell’isola giapponese di Koshima, diventata famosa per avere capito che le patate dolci sono più buone se, prima di mangiarle, vengono lavate nell’acqua del ruscello. E c’è di più. Imo ha poi insegnato a ripulire le patate alla madre e ai suoi compagni di gioco. Così, nel giro di cinque anni, tutta la comunità ha assaporato un cibo più gustoso. Inoltre, l’ingegnosa scimmietta ha anche scoperto che il grano misto a sabbia si può comodamente ripulire facendolo galleggiare sull’acqua: ha insegnato anche questo trucco ai membri del proprio gruppo. Ora, molti macachi che vivono in Giappone lavano in mare le patate: hanno capito che, in questo modo, non sono solo più pulite, ma anche più saporite grazie al sale marino.

Noci sotto le auto Ingegnarsi vuol dire soprattutto procurarsi il cibo con più facilità o portare a casa la pelle. O, ancora, difendere i propri cuccioli. Le delfine australiane hanno scoperto come proteggere il sensibilissimo muso dai tagli dei coralli quando cercano cibo lungo la barriera: si infilano una spugna sopra il naso. In Giappone i corvi hanno imparato a mettere

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Adalberto Scemma

La guerriera dello s Inarrestabile Michela Moioli

Chi fa surf sulla neve, chi scende a rompicollo lungo le cunette facendo a sportellate in curva con le avversarie, è sempre e comunque un tipo speciale. Michela Moioli, però, lo è di più. Capace di spaccare il mondo a parole prima ancora di salire sulla tavola da snowboard ma capace, soprattutto, di mantenere l’una dopo l’altra tutte le promesse. Lo ha fatto in Corea, nella finale che assegnava l’oro alle Olimpiadi, e lo ha fatto con la leggerezza di chi sapeva di poter contare su un talento smisurato. Nessuno come lei, assicurano i critici, nella storia di una specialità che richiede coraggio, equilibrio, doti atletiche ma anche una buona dose di sfacciataggine, che è poi la voglia di osare, di accettare in partenza qualsiasi sfida. La sfida di Michela era stata lanciata quattro anni prima a Sochi, dopo un’Olimpiade che le era costata la rottura dei legamenti del ginocchio, presa a spallate da una scorretta avversaria e costretta al ritiro dopo una rovinosa caduta. All’epoca Michela aveva soltanto 18 anni ma il carattere era già forgiato, insieme con un temperamento guerriero “da bergamasca”, come lei ama precisare. Già all’uscita dall’ospedale aveva cominciato a maturare l’idea della rivincita, evitando le spacconate delle avversarie americane, supportate da media televisivi che impongono atteggiamenti da Wonder Woman, ma allenandosi con una tenacia, una continuità e una determinazione straordinarie. Il resto, compresa la conferma di mezzi tecnici d’eccezione, era arrivato di conseguenza, al punto da spingere Cesare Pisoni, il direttore sportivo azzurro, a una dichiarazione inequivocabile: «Un’atleta come Michela nasce ogni 20 anni. È impressionante. Dopo la delusione di Sochi ha lavorato per questo obiettivo senza concedersi un attimo di respiro. Era la favorita e ha vinto alla grande sbriciolando le avversarie».

to piadi ha vin io m li O e im m Alle ult giusto pre Il . le a c o p i sacrifici un oro e d o t t a f o eriod dopo un p adesso E i. t n e m a n e duri alle mondo. l e d a p p o C punta alla

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o snowboard Un ciclone in pista

Nei quattro anni trascorsi da Sochi a PyeongChang Michela è cambiata anche nell’approccio alle gare, molto più sereno, privo di quelle tensioni che nelle stagioni giovanili la condizionavano prima del via. Il tutto nonostante le complicazioni che alla vigilia della finale olimpica si erano evidenziate innescando polemiche velenose. Non a caso proprio l’intervento dei tecnici italiani aveva contribuito a far modificare un percorso disegnato con criteri dissennati. Basti pensare che nella gara maschile ben 11 concorrenti su 40 erano finiti all’ospedale, traditi da una pista che imponeMichela con la medaglia d’oro vinta in Corea. va gesti da acrobati, non da atleti. «Chi fa snowboard – commenta Michela – si allena in maniera professionale, programma ogni cosa con grande meticolosità, non può pensare di scendere a medaglia d’oro al collo. Alle sue spalle sono finite tutta velocità per un di- la francese De Sousa e la ceca Samkova, la camslivello di 230 metri pionessa uscente. Quanto all’americana Jacobellis, rischiando di rompersi la star della vigilia, con un codazzo di telecamere il collo ad ogni salto». sempre pronte a spiarne ogni gesto, è bastato conLa vigilia della fi- trollarla a vista e aggredirla d’impeto in una curnale, dopo aver visto i va a gomito prima del salto. Per la Jacobellis quel disastri della gara ma- gesto tecnico è stato come una mazzata, non ha schile, era stata inizialmente saputo reggere dal punto di vista psicologico ed è vissuta come un incubo. «Avevo finita addirittura fuori dal podio. paura, mi erano rimaste impresse «La sicurezza di vincere – dice Ho capito certe scene drammatiche, mi veMichela – l’ho avuto però soltanto che non bisogna niva voglia di urlare per la rabbia. dopo l’ultimo salto. Lo snowboard Poi ho trovato per fortuna la fornon ti concede un attimo di sosta, mai accontentarsi, za di reagire e l’umore è cambiadevi rimanere in tensione sino all’ulche non si può to di colpo anche grazie alla mia timo anche perché il contatto con pensare di vivere famiglia. Mia madre e mia sorella le avversarie è sempre in agguato mi hanno raggiunto in Corea, le e c’è il rischio di mandare in fransugli allori. ho costrette a seguirmi ed è stata tumi per una sciocchezza quattro la scelta più bella della mia vita». anni di duro lavoro. Mi ha aiutato In gara Michela è stata un autenmoltissimo la vicinanza di persotico ciclone. Ha dominato i quarti di ne speciali, gli psicologi Giuseppe finale, ha stravinto la semifinale e a Vercelli e Lucia Bocchi, l’osteopametà gara della finale aveva già la ta Paolo Romano e il preparatore

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Disegni: Virginia Chiabotti - Jacopo Tagliasacchi. Testi: Marco Daeron Ventura.

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Nessuno in panchina di Valter Rossi

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Suggerimenti del Coach Non vi preoccupate, ragazzi, vedrete che Flavio capirà. È impulsivo ma intelligente e credo proprio che questa avventura aiuterà lui e tutti gli altri a crescere e capire il proprio ruolo per diventare campioni. Qui non si tratta solo di eccellere in uno sport o nelle gare, ma di diventare anche campioni nella vita ed entrare in campo per giocare la partita della santità (anche se per quella il vero coach è don Silvano).

Guardate che tutti i ruoli sono importanti. Non pensate che fare il capitano sia un privilegio. Se ogni atleta cerca di essere il migliore, per il capitano prevale il senso di responsabilità e l’impegno a mettere ognuno a proprio agio. Per questo, Mattia, se vuoi davvero essere il capitano, il tuo primo compito sarà ricuperare Flavio ed aiutarlo a capire il suo ruolo. Qui nessuno deve sentirsi in panchina.

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I racconti di d on Silvan o

zzo di ricor da to di un ra ga no so i m i Po e. ti gi or ni m i ha nn o sco: M ic he le M ag on Bo n Le te ns io ni di qu es do i. . Lo chiamano te du e ep is od e, un leader naturale rt fo È n fa tto ve ni re in m en lde e l primo mar tir ag no la . Ne l gi oco no Il primo è quello de il ge ne ra le di Ca rm re ia sc è il primo a la batte nessuno, ma lo la Ch ie sa , Stef an o . a Er ve na di ? ta vi a to la su al tr o se ve de un a un ad o st po Vi ho gi à ra ccon ta il gn o ni e vi veva a Ge ru sa tr is tezz a ne i su oi occh i. Se un co m pa un o de i pr im i cr is tia a am un se e ti, raggio da leone i po rg e i su oi gu an gl , do ed fr ha sa, lemme. Aveva un co co va al al e. Q ua nd o in iz ia trovare, se lui ha qu a va lo o at al m pa rla nt in a eccezi on ere senza. ntieri con chi ne è ssuno poteva resist le ne vo e, e on id si iv us nd sc co di lo a i un tt er e im pu ls iv o gl rla va da sé , er a lo ra pa ca n o No su . il le ro re pa pu e Ep al le su za nt o la fo ga gl i da va un a sa pi en ti sc he rz i. O gn i ta ut br a oc gi Sp iri to Sa nto ch e an prende il sove nte ca pi ta qu avolge e la rabbia tr lo o oc gi l de im m en sa . M a co m e e sione rit à, su sc itò in vi di a scopre nella confes ve a M la o. ta nt en ve es av pr pr si so do sa rla ve ra m ed ic in a in iz ia ro no ad accu l ch ie de re pe rd on o ne e od io in al cu ni , ch e ci fic ator e tr ib un al e. ti d’ ira e di ve nt a pa at sc oi su ai lo e lo po rt ar on o in pì ca ò in di et ro , m a co m pa gn i. St ef an o no n si tir m oi di ve ni - tr a i su oi cu in to en di ve nt ar e i no st ri om m no il vo a de er i st lo el ue Q qu e ch di , il co ra gg io si , im pa vi ll’am or e ch e sa lv a i, rt de e fo i on an im ov st Gi te . ro lli re ve to. de m et te re se an na to e fu la pi da il co ra gg io di no n o nn ha e ch m on do . Ve nn e co nd i ch ria gloria moriva, perdonando rio orgoglio, la prop op pr il , si es st Ma proprio mentre ear si a et re , tu tt i si acco rs m a ch e sa nn o af fid pi o, le tt n tu co a i a iv nt lp va co da lo an ch e co nt ro co rr en ge lo, e an ch e Pa oan re da un e an m o co nn a sa er e e o ro ch le Di non voglioovane per lanciare sere coerenti. Che es di r pu te lo, che era troppo gi i ire ta pi en a. la sc ia to a cu stod e m a vi ve re un a vi ar hi cc va vi no pi et re ed er a st ato te nella mente quella Gi ov an i sa nt i! mantelli, impresse . le de fe e sa io gg st im on ia nz a co ra

La tattica Proprio nessuno deve dire: «Io me ne sto in panchina!». Come nello sport ognuno ha un suo ruolo nella squadra, così nella Chiesa ogni cristiano è chiamato a dare il meglio di sé, riconoscendo e coltivando i talenti che ha ricevuto. Ecco perché è importante: Conoscere la vita dei santi, che con i loro doni hanno dato volti sempre nuovi e portato energia e innovazione alla Chiesa. Leggere la vita, gli eventi che capitano, le caratteristiche personali come elementi per scoprire la propria chiamata unica e personale. Scoprire che non sono solo i preti o le suore ad essere chiamati, ma che ogni vita è vocazione.

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Faccia mo squadra

La nostra divisa

Moltissimi personaggi del mondo dello sport e del calcio stesso non nascondono assolutamente la propria fede. Nel libro Sorpresi dalla fede. Testimoni della vita nuova (Elledici) don Arturo Cattaneo raccoglie molte testimonianze rilasciate da uomini e donne dello spettacolo, dello sport, della cultura, ma anche da gente comune. Così racconta Javier Zanetti: «La fede per me è molto importante in tutto quello che faccio. Io sono molto religioso, molto cristiano, cerco sempre di essere molto vicino a Dio. Fa parte della mia personalità. Prima di andare in campo faccio il segno della Croce. E dopo cerco di sentirmi vicino a Dio. Chiedo di poter essere protetto, lo faccio per me e soprattutto per la mia famiglia, chiedo a Dio soprattutto che possa allontanare da noi tutto il male che c’è in questo mondo». Campioni nello sport e nella vita.

Far parte della Chiesa, molte volte, vuol dire andare controcorrente, fare delle rinunce pur di mettersi dalla parte della verità, che non sempre sta con il più forte. Ci vuole coraggio ad andare contro il pensiero comune, il linguaggio volgare e aggressivo di molti, il disimpegno di chi dice: «Non tocca a me migliorare il mondo». Ma chi sta nella squadra di Dio sa di avere al fianco proprio quel Gesù che ha vinto la morte e il male e ha detto di non temere il mondo e le sue logiche perdenti. In compagnia, come disse papa Francesco, «di tanti santi che hanno saputo interpretare la passione, l’entusiasmo, la costanza, la determinazione, la sfida e il limite con lo sguardo proiettato verso un oltre, oltre se stessi verso l’orizzonte di Dio».

Il ca mp o da gioco Elimina dalla tabella tutte le parole in elenco. Possono essere scritte in tutte le direzioni. Con le lettere rimaste formerai il nostro slogan (7,7) N A N I H C N A P D ala aloe ateo atletica

A T L E T I C A E I

S I C A P I T A N S

capitano cavia cena coraggio

A M O T I R I P S U

N O O S T A C O L I

T N S U V E D P N D

dea difficoltà Dio disciplina

I E C E N I R E I A diva Gesù giochi gioco

M S S A N O V S T C

P S D T V S C E O S

E U I A I I O R R I

guanti impegno leader luce

_______ _______ G N F G P M A S T E

N O F L I G O N C S

Messi nessuno nido noi

O S I R G O A N Q O

E N C I E U C U E G

ostacoli panchina prova santi

A L O E G D A H G I

T S L N I D A E I O senso spirito squadra terso

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I N T V R O S E L C

V S A A L U C E L O testimone timone vita vivere

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Nato a Los Angeles 29 anni fa, viene notato da ragazzino da Steven Spielberg, non proprio uno qualsiasi. È già stato diretto da grandi registi come Francis Ford Coppola, Woody Allen, i fratelli Coen. Adesso sembra pronto per il grande salto verso la popolarità: è lui il giovane Han Solo nel film “Solo: A Star Wars Story”.

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La monoposto è la 64ª concepita e realizzata da Ferrari per il mondiale di Formula 1. Telaio in materiale composito a nido d’ape con fibra di carbonio; Cambio longitudinale Ferrari a 8 velocità + RM; Peso con acqua, olio e pilota 733 kg; Ruote OZ (anteriori e posteriori) 13”; Motore Ferrari 062 EVO; Cilindrata 1600 cc; Quantità benzina 105 kg.

Sebastian Vettel, Kimi Raikkonen, Ferrari SF71H. Poster

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Tanti auguri di una Pasqua felice.

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