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Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in A.P. 08/2017 - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, D.C.B. TO - Tassa Pagata/Taxe Percue/Economy/ - Periodico Elledici · 10142 Torino · Anno 54 • � 3,50

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CINEMA

La forza

degli ultimi Jedi

a Caparezza MUSICA Intervista

DOSSIER Il Concilio della svolta

dicembre 2017


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2 dicembre 2017


NOVE

Iniziare dalla fine o finire dall’inizio? È solo un gioco di parole? Forse è una vera e propria filosofia di vita. Dalla fine all’inizio per arrivare al centro. Chi nella fine – sia essa un’annata, una storia affettiva, o un insuccesso – trova il punto di partenza per un nuovo inizio, ha un motore interno che non lo lascia andare giù. Chi dall’inizio non vede che si avvicini l’ora della fine, dimentica di vivere il presente riempiendolo di ricordi e rimpianti, di attese e illusioni. Partendo dalla fine della nostra rivista, vi ritrovate le riflessioni in salsa comica del nostro simpaticissimo Carlo Mantovani, che ama definirsi poliedrico “giorn-artista devoto al pensiero divergente”. E spero che tutti voi possiate imparare da lui un po’ della sua capacità di allineare bene le parole senza accettare mai di allineare anche la mente ai troppi pensieri comuni, alle facili frasi fatte e agli schemi precostituiti. Proprio a questo serve leggere, e tanto e vario. Serve a saper dire qualche “no” al momento giusto, con il coraggio di accettarne le conseguenze, magari, con un ginocchio piegato ma con la testa sempre alta, come stanno facendo gli atleti – di colore e non – negli Stati Uniti. Se poi riuscite a farlo senza rabbia, ma con l’umorismo è ancor meglio. Fatevi ispirare dalle vignette di Mordillo, che abbiamo avuto l’onore di intervistare in esclusiva. Il mondo che ha saputo ricreare è affascinante e poetico, pieno di omini rigorosamente muti ma proprio per questo capaci di parlare a tutti e sempre. Non abbiate paura della rete, perché il futuro passa da lì, ma imparate a non farvi mai imbrigliare dalla sua tela. Né tantomeno fatevi mettere in prigione con Caparezza. E se la gente mormora… non abbiate paura: con voi c’è la Forza degli Jedi. Dovrebbero essere gli ultimi, forse. E infine arrivate al centro, per gustarvi con calma il dossier dedicato al Concilio di Trento. Scoprirete che sulle righe storte degli uomini, Dio riesce a scrivere sempre diritto.

Valter Rossi

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In copertina: Daisy Ridley torna nei panni di Rey in “Star Wars VIII: Gli ultimi Jedi”.

articoli 6 Cinema La Forza degli ultimi Jedi di Claudio Facchetti 10 Società Se la gente mormora… di Elena Giordano 14 Musica Nella prigione con Caparezza di Francesca Binfarè 18 Attualità Big Data: il futuro è nella rete di Leo Gangi 24 Persone Jennifer Niven Libri che “parlano” ai giovani di Ilaria Beretta 27 Dossier Il Concilio della svolta di Martin Stein 37 Persone Mordillo Un amore che non finisce mai di Carlo Mantovani 42 Arte Venne tra i suoi di Natale Maffioli 46 Speciale Il faraone… dimenticato di Francesca Binfarè 52 Sport C’è chi dice no! di Stefano Ferrio

rubriche 4 dPlanet di Francesca Binfarè 9 dScreen di Claudio Facchetti 13 dPeople di Elena Giordano 17 dWords di Elena Giordano 21 dYoung di Valter Rossi 22 dTracks di Franz Coriasco

40 dBooks di Nicola Di Mauro 45 dHeaven di Domenico Sigalini 50 dWeb di Stefano Moro 55 dSport di Stefano Ferrio 56 Fumetto di Vanessa Romeo 62 dSmile di Carlo Mantovani

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cinema di Claudio Facchetti

In una galassia lontana…

La Forza degli ultimi Jedi

La saga di “Star Wars” arriva al suo ottavo capitolo. La giovane Rey deve contrastare le forze del sinistro Primo Ordine. Per farlo, dovrà prima imparare i segreti custoditi dal vecchio Luke Skywalker. Se fosse un puzzle, sarebbe composto da migliaia di pezzi e ormai per capirci qualcosa, ci vuole una mappa, o un’app da scaricare (ma forse qualcuno ci ha già pensato). Stiamo parlando della sterminata saga di Star Wars, arrivata all’ottavo capitolo con Gli ultimi Jedi, seconda “puntata” della terza trilogia, quella definita “del sequel”, in attesa dell’ultimo “episodio”, previsto nel 2019. Le altre due trilogie, precedenti a questa, sono state spalmate negli anni passati: la prima “storica”, da cui ha avuto inizio tutto, tra il 1977 e il 1983 (comprendeva gli Episodi IV, V e VI), la seconda tra il 1999 e il 2005 (metteva in fila gli Episodi I, II e III) e serviva da prequel.

6 dicembre 2017

Un’odissea stellare uscita fuori dal vulcanico cervello di George Lucas, regista, sceneggiatore e produttore, che lo ha fatto finire di diritto nella storia del cinema moderno. Un’odissea che, almeno come cineasta, si è fermata al primo film (Star Wars - Una nuova speranza, 1977) e alla trilogia prequel, per poi indirizzare tutti i suoi sforzi nel seguire la sua casa di produzione, la LucasFilm. Un “giocattolo” d’oro, quest’ultimo, tanto che quando Lucas ha deciso di cederlo alla Disney nel 2012, ha messo nelle tasche poco più di 4 miliardi di dollari, assicurandosi così la pensione. L’ingresso della Disney ha favorito il ritorno del brand Star Wars e il progetto di rilanciare la serie con una nuo-

va trilogia che stavolta, però, fungesse da sequel agli Episodi IV, V e VI con il contorno, come se non bastasse, di vari spin off. In questo modo, sono già usciti nelle sale Il risveglio della Forza - Episodio VII nel 2015 con la regia di J.J. Abrams e uno spin off, Rogue One: A Star Wars Story, nel 2016, diretto da Gareth Edwards, pellicole che hanno scalato il botteghino degli incassi: la prima con oltre due miliardi di dollari, la seconda con più di un miliardo di dollari.

Alla ricerca di un maestro L’operazione Star Wars, dunque, ha funzionato alla grande, acchiappando i nostalgici delle vecchie trilogie e le nuove generazioni con quella oggi in corso di pro-


screen di Claudio Facchetti

Wonder Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott 10 luglio 1973. A Roma un gruppo di delinquenti affiliati alla ’ndrangheta rapiscono il sedicenne John Paul Getty III. Il ragazzo è il nipote del magnate del petrolio Jean Paul Getty, all’epoca considerato l’uomo più ricco del mondo. Tuttavia, alla richiesta del riscatto, il miliardario si rifiuta di pagare. Da questo episodio, prende il via il film, che si concentra sul tentativo disperato della mamma Abigail (Michel Williams) e dell’uomo della sicurezza Fletcher Chase (Mark Whalberg) di trovare il denaro in tempo per pagare la somma richiesta dai rapitori. Una storia che mischia realtà e, in parte, fantasia, ma che getta una luce inquietante sul nonno, più attaccato ai soldi che al ragazzo.

di Stephen Chbosky Ventisei interventi chirurgici non sono riusciti a dare al volto del giovane Auggie Pullman (l’ottimo Jacob Tremblay) un aspetto normale. Colpito da una rara sindrome, finora è vissuto isolato e circondato dall’affetto dei genitori (Owen Wilson e Julia Roberts), ma adesso è arrivato il grande passo: andare in una scuola normale per frequentare la quinta elementare. Non sarà facile per il ragazzino affrontare la “prova”, tra le sue chiusure verso gli altri e la curiosità dei compagni. Giocata tra i toni del dramma e della commedia, la pellicola è ben costruita e alterna sorrisi e lacrime. Riesce a parlare di diversità in modo convinto, facendoci riflettere su come spesso si dovrebbe andare oltre le apparenze.

Jumanji: Benvenuti nella giungla di Jake Kasdan In tempo di sequel, c’è posto anche per questo film, che si riallaccia a Jumanji, il cult del 1975 che vedeva sugli scudi lo scomparso e grande Robin Williams. Qui sono quattro ragazzi che trovano una vecchia consolle e vengono risucchiati nel gioco, Jumanji appunto, e catapultati nella giungla selvaggia con le sembianze dei rispettivi avatar. Inizia così la scoppiettante avventura condita di effetti speciali e battute di spirito nel tentativo, da parte dei protagonisti, di trovare il modo di uscire interi dal game. La pellicola schiera un cast eterogeneo, tra i muscoli di Dwayne Johnson, l’avvenenza di Karen Gillan e la verve comica di Jack Black e Kevin Hart.

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società

di Elena Giordano

Pssst, pssst, pssst…

Se la gente mormora...

Il giudizio degli altri ci importa tantissimo. Il pettegolezzo su di noi ci può ferire assai. Come riuscire a “togliere potere” alle parole degli altri? Scopriamolo insieme. Chi vive per sé? Chi vive per gli altri? No, non nel senso “Chi vive in funzione degli altri?”, ma “Chi vive cercando di non pensare esageratamente a quello che gli altri pensano di lui?”. Sembra contorto, ma non lo è. Prendete orologio con timer e sveglia del cellulare e date loro metaforicamente il via: quanto tempo della giornata passate a pensare a cosa il prof, l’amico, il parente, il passante, il vicino di casa pensa di voi? Quante ore preziose investite nel cercare di

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essere “compliant” con il pensiero altrui? E ancora, quanto soffrite quando sapete che la gente non approva un certo vostro comportamento o una certa presa di posizione? Il tema è noto e arcinoto e si insinua tra le vie del piccolo paese così come per i quartieri popolosi delle metropoli. Nessuno è esente: per il semplice fatto di essere inseriti in un contesto di relazioni e conoscenze, tessiamo fili di ragnatele invisibili. Quando questi, per qualche lieve scosso-

ne, si muovono in maniera inconsulta, qualcosa in noi inizia a darci fastidio e a turbarci.

Il peso che diamo agli “altri” Considerare, rispettare e valutare l’opinione altrui è cosa buona e giusta: l’ascolto è alla base del vivere sociale. Più la persona che abbiamo davanti gode della nostra fiducia e della nostra stima, più il suo giudizio sarà per noi importante. Questo atteggiamento è sano e indica che le persone non vivono in modo


superbo, non credono di essere le uniche detentrici della verità, sanno mettersi in discussione. Proprio dai confronti nascono per esempio nuovi progetti, iniziative, attività, movimenti di pensiero. Quand’è che il meccanismo virtuoso appena descritto si interrompe? In due casi, diversi tra loro. Primo caso: l’altro diventa dio (per noi). Un dio laico, si intende, ossia un portatore della verità ultima ed estrema. Chi si trova in questa situazione non è più in grado di applicare il senso critico e si trova in posizione subalterna: se “dio” inizia a fare affermazioni assurde, o a suggerire malignità, la trappola scatta e la persona rimane imbrigliata. Secondo caso: teniamo troppo alla nostra reputazione, al punto che agiamo, pensiamo, ci muoviamo e incontriamo o non incontriamo le persone a seconda di quello che potrà accadere alla nostra “immagine”. Capite bene che in questa situazione il mormorio, il pettegolezzo diventano ingestibili, perché la persona ha troppa paura di peggiorare ulteriormente la percezione che di sé sta dando agli altri. Immaginate un buco nero: ecco, ci state cadendo dentro.

Sentimenti negativi Per arginare questi meccanismi malati, bisogna un attimo riavvolgere la pellicola della vita e cercare di capire per quale motivo le persone mormorino (con mormorare intendiamo parlare male, insinuare dubbi, parlare alle spalle, spettegolare, inven-

s Un caso curioso

Francesco si sposa con Giovanna e va a vivere in centro città, in Corso Italia 25. Dopo qualche mese, la zia di Francesco incontra una conoscente, che la punzecchia: «Sai, ho visto tuo nipote entrare in una palazzina del centro mano nella mano con una bella ragazza. Se non ricordo male era il 25 di Corso Italia…». E la zia, prontamente: «Certo, stava tornando a casa. E la bella ragazza era sua moglie…». Cosa ci insegna questa storia vera? Che certe persone inventano l’inventabile. E non lo tengono per sé, ma lo diffondono. Poco importa se in questo modo infangano la reputazione dell’altro o mettono in giro falsità. Motivo ulteriore e definitivo per andare dritti per la propria strada. A testa alta.

tare falsità…). Eccovene alcuni, maledettamente umani (ossia difficili da sradicare): invidia, cattiveria, faciloneria, incapacità di comprendere le conseguenze di quanto si sta facendo, gelosia, insoddisfazione, rancore, desiderio di vendetta. Ora seguite attentamente il ragionamento: quelli appena elencati sono sentimenti negativi, che tirano fuori il peggio delle persone. Davvero volete dare peso ai ragionamenti errati e fuorvianti di un individuo che sta mostrando il suo lato peggiore? Se iniziate a valutare da questa ottica il “problema-mormorio-della-gente”,

tempo cinque minuti e vi sarete già scordati di tutto: sono bassezze troppo… basse per essere prese in considerazione. Inutile stare appresso alle sciocchezze, inutile dare peso agli altri nel momento in cui non costruiscono ponti, bensì barriere.

A tutti, ma non a me! Molti restano davvero di sasso quando, certi di essere persone perbene, si accorgono che qualcuno li ha presi di mira con battute o falsità. «Ma come, questo a me non deve capitare! Non ho fatto niente per meritarmelo, sono inattaccabile»: tutto vero, peccato

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m musica

di Francesca Binfarè

Intervista con il rapper

Nella prigione con Caparezza A "rinchiuderlo in cella" è stato un disturbo alle orecchie che lo ha fatto sentire prigioniero della sua stessa vita. E ha reagito con un album denso e sfaccettato, dove parla di sé. Perché proprio a me? Questa è la domanda da cui è scaturito il fluire delle idee e dell’ispirazione che ha portato Caparezza a scrivere il suo nuovo disco, Prisoner 709. Tutto è iniziato quando il fischio che sentiva nelle orecchie da qualche anno (l’acufene, una patologia probabilmente dovuta all’esposizione ad alti volumi) è diventato insopportabile. Da qui è nata nel rapper una riflessione: «Perché proprio a me? Me lo sono chiesto perché

14 dicembre 2017

ho concentrato tutta l’esistenza sulla musica come fossi un predestinato, come se nulla potesse accadermi, almeno fino a questo colpo di scena. Nell’arco della mia vita, centinaia di scelte diverse mi avrebbero portato in centinaia di direzioni e oggi avrei potuto essere l’esatto opposto di ciò che presumo io sia. E invece, anche stavolta sono tornato a scrivere». Ma chi “presumiamo” che sia Caparezza? In realtà, lo sappiamo:

Michele Salvemini (così all’anagrafe) ha esordito nel mondo della musica con il nome di Mikimix, ha partecipato ad alcuni Festival di Sanremo tra i giovani, ma non funzionava. È dunque diventato Caparezza e con la nuova “identità” ha raggiunto il grande pubblico nel 2003 grazie al successo del brano Fuori dal tunnel, proponendo una sorta di rap alternativo con diverse sollecitazioni sonore e testi ricchi di spunti e di messaggi. Ed è così anche per Prisoner 709.


Come descriveresti il tuo nuovo disco? È un album sulla mia prigionia. Il ruolo centrale in questo cd lo riveste lo zero, che ha la forma del disco e che rappresenta la scelta tra una parola di 7 o di 9 lettere.

Cosa significa il numero che hai scelto per il titolo? 7 e 9 sono due poli. 709 sta per Michele – 7 lettere – o Caparezza – 9. Ma possono significare anche aprirsi o chiudersi, libertà o prigionia, per stare nella metafora che ho scelto.

E il senso di prisoner, prigioniero, qual è in questo contesto? Dopo tanti anni di dischi e di concerti mi sono sentito un po’ prigioniero della mia vita. Ho avuto bisogno di un momento di riflessione, non a caso i colori del cd sono bianco e nero, ancora una volta i due poli. Per la prima volta nella mia carriera mi sono messo al centro dell’album.

Come mai hai sentito questa esigenza? La musica, come tutte le cose che si amano e si odiano, mi ha dato tan-

to ma mi ha anche tolto qualcosa. Nel brano che apre Prisoner 709, che è Prosopagnosia (un deficit che impedisce il riconoscimento dei volti altrui), ho buttato fuori tutto quello che provavo, è stato uno sfogo: non riconoscevo più me stesso. Una volta esorcizzati quei pensieri, il disco è nato in maniera abbastanza naturale.

Hai detto che la musica ti ha tolto qualcosa: a cosa ti riferisci?

A un po’ del mio udito. Ho un deficit uditivo, causato da continui ronzii che sento. Sono cose che capitano, io non amo i piagnistei e detesto i vittimismi e quindi, dopo aver messo tutto sul piatto della bilancia, ho ricominciato a scrivere. Ho deciso dove andare, in questo caso nella direzione di un disco introverso, rivolto verso di me e non verso l’esterno, in cui analizzo me stesso.

Tu sei il prigioniero di questo album: ma per quale reato sei in carcere? Il reato è l’esistere. Nella mia presa di coscienza di persona adulta ho pensato alle gabbie, al corpo, alla mancanza di serenità nonostante io faccia un lavoro privilegiato che mi dà anche alcune libertà: ad esempio certe mattine posso svegliarmi quando voglio.

E chi è la guardia di questo carcere in cui sei rinchiuso? Il prigioniero è Michele e la guardia è Caparezza, che è una sentinella benevola. La prigione è la mia mente, quindi tutto deve essere riferito a me.

Ti sei mai interessato di psicologia e analisi? Non ho le conoscenze adeguate per approfondire il discorso, ma la


attualità di Leo Gangi

Il Grande Fratello è sempre più tra noi

Big Data:

il futuro è nella rete L’enorme quantità di dati e informazioni che passano dal web sono ormai gestiti da potenti programmi. Un bene o un male?

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Una volta predire il futuro era roba da maghe e stregoni. Ora non è più così. Ci pensano gli esperti di statistica e gli algoritmi più potenti a dirci cosa succederà. Il segreto si chiama “big data”. È l’enorme quantità di informazioni che ogni giorno, sempre di più, attraversa il world wide web e che alcuni programmi hanno imparato a gestire: anagrafica, indirizzo di casa, numero del telefonino, fotografie, opinioni, voce e probabilmente anche le impronte digitali. Del resto è facilissimo rendersi conto che le situazioni in cui immettiamo dati in rete sono

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sterminate: mentre usiamo i social, ad esempio, attraverso i post e le immagini che condividiamo con gli amici. Quando navighiamo su Internet le nostre preferenze vengono registrate e sommate a quelle di molti altri per dare al “cervellone” di turno le basi su cui impostare le tendenze di massa. Se decidiamo di acquistare online, anche quelle informazioni vengono registrate ed elaborate per valutare non solo i nostri gusti ma quelli dei nostri coetanei nelle varie parti del mondo. La mole di notizie personali fornita in questo modo ai mega

server che gestiscono la rete (Google in pole position, ma non solo) cresce in maniera esponenziale. Non è difficile crederlo: il mondo è oramai connesso ovunque 24 ore su 24 tramite telefonini, computer e tablet, a cui si aggiungono satelliti, televisori smart, orologi interattivi, telecamere, bancomat, sistemi wi-fi a casa e in città, diventati compagni inseparabili della nostra vita quotidiana. E poi si devono aggiungere anche dati di contesto: geografici, meteorologici, di cronaca… il numero è talmente grande che l’ordine di misura dei Gigabite è


Parafrasando il famoso titolo di un libro, proviamo a sciogliere alcuni fraintendimenti circa la fede e il suo valore per la nostra vita. A volte possiamo pensare che la fede sia un insieme di “verità pure”, venute dal cielo, intoccabili, una serie di dogmi da accogliere aprioristicamente nella propria vita. O meglio, da scartare a piè pari e senza troppi scrupoli di coscienza. Magari in nome di una cultura pronta a definirsi moderna e concreta. Ma non è così. La vera fede è uno sguardo autentico sulla vita di ogni giorno, con tutta la sua concretezza e nasce dall’incontro tra il Dio di Verità presentatoci da Gesù e le pratiche di vita che il mondo di oggi ci propone. Occorre incarnare i Un esempio doni dello Spirito nella cultura concreto odierna. Un b u o n a n i m a to re Segno distintivo della cultura come rileggerà l’esperienodierna è mettere in crisi il senza di don Bosco e il suo so delle istituzioni e la loro capacarisma educativo, nelcità di incontrare, interpretare la concretezza dell’oggi, e sostenere il mondo interiore. con le sue sfide nuove ed Crolla la capacità di dialogo, la impensabili ai tempi deltrasmissione di contenuti e il la vita del santo torinese? ruolo di mediazione nei conAvrà il coraggio di fermarsi fronti del trascendente. Se di e chiedersi se l’oratorio e spiritualità si può parlare, il tutle sue attività sono ancora to deve essere visto in una relacapaci di “parlare” ai zione immediata con il Sacro e il giovani? proprio spirito individuale, visCome metterà in gioco suto in maniera estremamente da un lato la vita concreta personale, singolare. che un giovane contemAl centro c’è l’Io, totale, narciporaneo deve affrontare sista, auto-realizzativo, giocato con i suoi dubbi e i desideri sul “vivo come meglio mi pare”. di realizzazione e dall’altro Come Narciso i giovani si affacla proposta coraggiosa ciano su acque che nascondono e spiazzante di Gesù che pericoli mortali. Così presi ad propone di perdere la proamarsi da diventare incapaci pria vita per ritrovarla in di donare amore e di costruire lui? spazi veri di interdipendenza e

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Quello che la fede non è

di Valter Rossi

di comunione, in cui l’altro viene anzitutto riconosciuto come lontano e diverso da sé. È in questa temperie culturale che la fede si deve incarnare. È dando senso a queste due grandi sfide, l’età secolare e la cultura auto-determinata, che la Chiesa deve trovare il suo ruolo. Sfide quali la confusione tra bisogno e desiderio, una libertà distorta che porta a dire “faccio quello che voglio”, l’evaporazione della logica del dono, la cultura dello scarto che porta alla rinuncia. Ecco alcune sfide che la vera fede deve affrontare. Non dando rispostine facili o severi giudizi, ma ripensandosi come uomini e donne, figli e figlie di Dio, educatori ed educatrici, uomini liberi capaci di stringere legami veri di incontro, di solidarietà e di comunione. dicembre 2017

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persone di Ilaria Beretta

Incontro con la scrittrice Jennifer Niven

Libri che “parlano” ai giovani Ha firmato due romanzi diventati best sellers che raccontano i sentimenti dei teenager, belli e brutti. Perché “voglio che non si sentano soli”. In una giornata di sole che segue un weekend di pioggia ininterrotta, incontriamo a Milano Jennifer Niven, l’autrice dei romanzi Raccontami di un giorno perfetto e L’universo nei tuoi occhi pubblicati in Italia da DeAgostini, il secondo dei quali appena qualche mese fa. Far tornare a splendere il sole nella vita dei giovani che si trovano in un periodo buio dell’adolescenza è d’altronde l’obbiettivo esplicito della letteratura della scrittrice residente a Los Angeles che – dopo alcuni romanzi per “grandi” – ha raggiunto la celebrità in tutto il mondo proprio grazie ai due racconti per teenager. I romanzi di Jennifer Niven piacciono ai giovani lettori perché sono storie d’amore nate tra i banchi di scuola, ma allo stesso

24 dicembre 2017

tempo parlano dei disagi giovanili nascosti nella quotidianità. I protagonisti di Raccontami di un giorno perfetto sono Violet e Finch, diciassettenni toccati rispettivamente dal dramma della morte della sorella e da un malessere psicologico che conduce a istinti suicidi; Libby – una delle voci narranti de L’universo nei tuoi occhi – è vittima di bullismo a causa del sovrappeso, mentre Jack, il ragazzo più carino della scuola, si vergogna della sindrome che gli impedisce di riconoscere i volti delle persone che incontra. Jennifer Niven, 49 anni, sta dalla parte dei giovani: racconta i loro problemi da vicino, facendo parlare i suoi protagonisti e portando nella storia pezzi della sua vita da adolescente.

Quando hai deciso di diventare scrittrice? Avevo dieci anni e mia madre era una scrittrice. Amavo scrivere più di ogni altra cosa, ma vedere quanto questo lavoro poteva essere stressante e frustrante mi aveva convinto a fare altro. Solo al college ho deciso che scrivere era esattamente quello che volevo fare; così quando mi sono laureata, ho deciso di iscrivermi alla scuola di specializzazione per sceneggiatori: la verità è che non riesco a non scrivere.

Come hai iniziato? Mi ricordo una storia che ho scritto quando avevo dieci anni e i miei genitori si trasferirono dal Maryland all’Indiana: ero molto infelice. Era un libro dal titolo La mia vita in Indiana ovvero «Non


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di Martin Stein

Dopo la bufera di Lutero, la Chiesa corre ai ripari. A Trento cerca una risposta alle domande sollevate dai protestanti e inizia la sua profonda riforma che ne cambierĂ il volto per secoli.


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Dopo la bufera di Lutero, cosa capita? La Controriforma, direbbero molti. Ebbene sì, ebbene no. Sì, perché con il Concilio di Trento si ebbe la risposta della Chiesa cattolica a Lutero. No, perché Trento fu un fenomeno molto più complesso di quanto si possa pensare, coinvolgendo personaggi, energie, risorse, politici, re, imperatori e papi a un livello mai visto prima con conseguenze di natura economica, politica, militare, culturale, letteraria, musicale, architettonica a dir poco innovative se non rivoluzionarie. Per cui parlare di Controriforma non è esatto. Trento non fu solo una risposta a Lutero, fu molto di più. Inoltre, ciò che potrebbe apparire strano è che le sue conseguenze andarono ben oltre ciò che si era previsto. Ma andiamo con ordine.

Questo Concilio non s’ha da fare

Per quanto da secoli si chiedesse una riforma nella Chiesa e i tentativi non fossero mancati, il fuoco delle parole di Lutero non furono sufficienti a scaldare gli animi. Come mai? Non bastava il pericolo di una profonda divisione all’interno dell’Impero di Carlo V? Non incuteva paura la pressione dei Turchi che premevano da Oriente sul cuore dell’Europa? Non faceva riflettere la posizione dell’Inghilterra che con Enrico VIII si era staccata dal papa? Il vivace studio che attraversava tutta l’Europa non aveva forse portato un rinnovato interesse verso la Bibbia? Infine, in ogni angolo d’Europa, soprattutto da parte dei laici, cresceva una fortissima domanda per una seria e profonda spiritualità cristiana. Cosa si aspetta, dunque, per iniziare un’autentica riforma che aiuti a vivere il Vangelo? La risposta è molto semplice: la politica! Carlo V non si fida del papa Clemente VII: a dire il vero nessuno in Europa si fida di lui a causa del suo repentino cambiamento di scelte, opinioni... e alleanze politiche. Il re di Francia, Francesco I, vuole

28 dicembre 2017

ero. Martin Lut

estendere il suo dominio sull’Italia e minaccia Firenze, la terra dei Medici, ossia della famiglia tanto di Leone X, il papa sotto cui Lutero aveva iniziato la Riforma, quanto di Clemente VII, suo cugino e successore al trono di Pietro, dopo la breve pausa dell’austero Adriano VI. Carlo V vuole un Concilio per pacificare tutta l’Europa ma questo deve svolgersi in “terra tedesca”, terra in cui la rivolta contro Roma ha avuto inizio, ma quando Clemente VII nel 1533 manda sua nipote, Caterina de’ Medici, in sposa a Enrico, secondo figlio di Francesco I – il quale non vuole un Concilio in “terra tedesca” – , i suoi timori che il papa voglia ribaltare gli equilibri politici dell’Europa, aumentano. È vero che Caterina de’ Medici insegna ai francesi a usare la forchetta, prima del tutto sconosciuta alla corte di Parigi, ma è anche vero che la situazione si sta facendo sempre più incandescente, visto che proprio nel cuore dell’Impero, a Smalcalda, una piccola città della Turingia, nel 1531 si forma un’alleanza militare contro Carlo V


Forse è la volta buona, o no?

Con la riapertura del Concilio si vuole finalmente affrontare il tema della riforma della Chiesa che deve ripartire dall’obbligo di residenza per i vescovi. Per questo si chiede che tale obbligo sia dichiarato di diritto divino in modo che nessuno possa modificarlo. Gli spagnoli sono d’accordo, quasi tutti gli italiani no. Inoltre continuano le richieste per dare il calice ai laici, rivedere il celibato, avviare la celebrazione della Messa nella lingua dei vari popoli e invece dell’odioso “Indice dei libri proibiti” si stili un “Indice dei libri da consigliare”. Questo era anche un modo per mettere tutti d’accordo e per far considerare questa terza convocazione come il naturale prolungamento delle due precedenti. Il tema della formazione dei preti e la necessità dei seminari era già apparsa nella prima parte del Concilio, ma ora è un laico, Sigmund Baumgartner, a nome del duca

d Papa Giulio III.

di Baviera, a caldeggiare l’iniziativa e a raccomandare che per i preti è meglio un matrimonio casto che un celibato impuro, altrimenti la situazione sarebbe peggiorata. Per il calice, la risposta è che non è necessario per la salvezza ricevere il sacramento sotto le due specie e che non è sbagliato riceverlo solo sotto una, anche se il papa Pio IV è favorevole e il 16 aprile 1564 concede il calice per ampie zone dell’impero. Il calice era però diventato un segno talmente distintivo fra cattolici e luterani che lo stesso duca di Baviera, Alberto V, che tanto lo aveva richiesto, sette anni dopo aver ottenuto la concessione, nel 1571, lo abolì. Papa Clemente VIII non lo proibì in Ungheria prima del 1604 e in Boemia durò fino al 1621. Lo stesso dicasi per il latino. Il Concilio non proibisce l’uso della lingua popolare, ma afferma la legittimità del latino. Prova ne è il fatto che ancora nel 1555, Roma finanzia la stampa del messale in lingua albanese. Ma dove le discussioni esplodono, è quando si viene a parlare dei preti, di chi li deve ordinare e del rapporto che essi hanno con i vescovi. Esiste o no un diritto divino e non umano che stabilisce questo e che impone il dovere della residenzialità ai vescovi?

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Fra questi ve n’è uno che nominerà cardinale a soli 21 anni, ma si dimostrerà col tempo uno dei più convinti riformatori della Chiesa: Carlo Borromeo. Intanto, tutto il lavoro fatto a Trento e a Bologna, che fine ha fatto? Quei documenti così raffinati e importanti che sono stati votati da tutti i vescovi che vi hanno riconosciuto la vera fede cattolica, e le decisioni prese per cambiare la Chiesa, a cosa servono? Saranno attuate? Purtroppo il Concilio non è stato chiuso e il papa non ha mai approvato le decisioni di Trento, per cui è ancora tutto sospeso... e su ogni questione la discussione può essere riaperta... Nel 1560 Pio IV riconvoca il Concilio, ma il giorno in cui deve iniziare, vi sono solo quattro vescovi, così bisognerà attendere il 1562 per vedere almeno cento vescovi e parlare di vero inizio. Sono passati ben 15 anni dall’ultima volta che a Trento si è deciso qualcosa. L’Europa è cambiata moltissimo, e dei primi partecipanti non c’è quasi più nessuno.

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Papa Pio IV.

Il Concilio di Trento non è il tridentinismo

Trento è stato un Concilio equilibrato e sobrio nelle sue disposizioni e ha riportato ordine e maggiore senso evangelico alla Chiesa, richiedendo la residenza ai vescovi e ai parroci per meglio seguire i fedeli. Ma sovente si sono fatte dire cose che al Concilio non sono mai state discusse oppure si è introdotto un clima che non aveva nulla a che fare con il clima aperto, talvolta combattivo, delle discussioni del Concilio. La franchezza e le visioni estremamente moderne dibattute nell’aula del Concilio poco si ritrovano negli atteggiamenti di chiusura che ne seguirono; questo provocato anche dal fatto che tutti i documenti delle discussioni vengono chiusi in un Fondo Concilio che sarà aperto solo nel 1880 da papa Leone XIII dando così impulso allo studio della vera storia del Concilio di Trento. Ciò che rese ancor più controllata la periferia della Chiesa da parte del centro romano fu l’istituzione nel 1588 della Congregazione dei Riti, un ufficio della Curia che controllava tutte le celebrazioni della Chiesa. Questo accentramento e la chiusura sul latino e la Bibbia – che a Trento non ci fu – caratterizzò il cattolicesimo dei secoli seguenti, unitamente ad altri aspetti molto positivi, quali l’enorme slancio missionario, l’esaltazione dell’architettura, della pittura e della musica, con la produzione di opere d’arte insuperate.

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Le tensioni si fanno così forti che l’imperatore, il re di Francia, quello di Baviere e d’Austria intervengono pesantemente per costringere il papa a decidersi una buona volta a riformare la Curia, imporre la residenzialità ai vescovi e cambiare il modo di eleggere il suo successore. Le fortissime tensioni provocano il rapido deperimento fisico di due legati pontifici, Girolamo Seripando ed Ercole Gonzaga che nel giro di pochi giorni muoiono uno dopo l’altro. Il papa è sempre più solo e non sa cosa fare. Ma dal cilindro, con una rapidità incredibile, tira fuori la soluzione magica: a guidare il Concilio sarà niente poco di meno che il cardinal Morone, quello che Paolo IV aveva gettato in galera. Questi era già stato a Trento nel primo periodo ed era un abilissimo diplomatico, simpatico a tutti i sovrani cattolici e di profonda fede. Con la sua capacità tutte le difficoltà politiche si avviano a soluzione poiché dopo lunghe ed estenuanti discussioni riesce a mettere tutti d’accordo. La notizia della salute instabile di Pio IV accelera la fine dei lavori. Se muore prima della fine del Concilio, occorre attendere l’elezione del nuovo, e in quel tempo potevano anche passare mesi, senza sapere se il nuovo papa ne avrebbe decretato la continuazione. Il cardinal Morone, con incredibile abilità, conduce velocemente a termine i lavori e il 4 dicembre 1563 pronuncia le fatidiche parole: «Post actas Deo gratis, ite in pace», seguite da un boato di giubilo e lacrime. Con questa fortissima commozione si chiude il Concilio di Trento. Se anche il Concilio non è riuscito a ricomporre lo scisma protestante e ripristinare l’unità, con fatica e in mezzo a mille traversie ha per lo meno trovato il modo di riformare la Chiesa cattolica e di restare unita. Papa Pio IV con la bolla Benedictus Deus conferma tutti i decreti del Concilio e inizia la grande opera della sua applicazione che durerà per quattro secoli.


p

persone

di Carlo Mantovani

Linea diretta con Mordillo

Un amore che non finisce mai È quello per il disegno, che ha fatto diventare celebre il vignettista argentino nel mondo con le sue tavole argute. Anche se è successo quasi vent’anni fa, nella primavera del 1998, lo ricordo benissimo. Sfogliando il giornale, venni a sapere che dopo qualche ora il leggendario disegnatore umorista argentino Guillermo Mordillo, classe 1932, sarebbe stato ospite della Fiera del libro per ragazzi di Bologna: annullai tutti gli impegni e mi precipitai nella città felsinea, nella speranza di vederlo e magari strappargli un autografo.

Ottenni molto più dell’autografo che ancora gelosamente custodisco: quando iniziò il dibattito, alzai la mano per primo, e gli feci una domanda. Il mio idolo che, guardandomi dritto negli occhi, mi rispondeva: una soddisfazione incredibile, che però mi lasciò la voglia di continuare una chiacchierata che, per me, era appena iniziata. Corono questo mio sogno soltanto oggi, grazie alla conoscenza dell’inglese e alla indi-

spensabile mediazione della società di Amsterdam che gestisce il copyright sulle sue opere. Mordillo, che oggi ha ottantacinque anni e vive tra il sud della Francia e la Spagna, è famoso in tutto il mondo per le sue coloratissime vignette senza parole, popolate di omini ingegnosi e romantici, donne che si fanno rispettare, sportivi improbabili e animali buffissimi. Ecco cosa ha risposto.

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a arte

di Natale Maffioli

L’Adorazione dei Magi di Leonardo Da Vinci

Venne tra i suoi

Esposta agli Uffizi, da poco restaurata, è una pala di grande potenza espressiva e di assoluta modernità, epifania della divina maternità di Maria.

Aveva 29 anni quando, nel 1481, Leonardo stipulò con i canonici agostiniani regolari di San Donato di Scopeto (un monastero fuori dalle mura di Firenze, distrutto preventivamente prima dell’assedio del 1529) il contratto per l’esecuzione di una pala d’altare raffigurante l’Adorazione dei Magi. Il maestro avrebbe dovuto consegnare la tavola finita entro trenta mesi, ma così non fu: Leonardo partì nell’estate del 1482 per Milano lasciando incompiuto il dipinto.

Come togliere un velo La composizione è estremamente mossa, quasi agitata, non è il furore panico dell’evento ma la consapevolezza di assistere ad un disvelamento, ad una epifania, per l’appunto.

Alcuni particolari

dell'opera.

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Nella tavola viene messo da parte ogni riferimento al passato artistico. Non c’è più un’esaltazione politica come nel corteo dei Magi della tavola di Botticelli dove i membri della famiglia de’ Medici sono raffigurati in branco, e nemmeno la pacata presenza di tanti curiosi vale a rendere meno aulica la scena. La cavalcata nella tavola di Lippi è un tributo alla tradizione, i cavalli e i cavalieri sono in fila come nelle giostre cittadine e di certo il pittore ha gettato una occhiata all’analogo lavoro di Domenico del Ghirlandaio del 1485 nella cappella Sassetti della chiesa fiorentina di Santa Trinità. Il centro, anche prospettico, della tavola di Leonardo agli Uffizi è il viso della Vergine. Lei è il cardine attorno al quale ruo-

tano, in una sorta di carosello, tanti comprimari, lo stesso piccolo Gesù, che dovrebbe essere il centro della composizione, cede il

Il racconto del Vangelo

Il testo evangelico di riferimento è di Matteo al capitolo primo: “Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese” (Mt. 1, 9-13).


a L'opera di Leonardo in origine e, in piccolo, restaurata. prostrato, si accosta e offre il suo dono, una pisside, che il piccolo Gesù, con infantile curiosità, cerca di scoperchiare. Sappiamo dal Vangelo che genere di doni offrirono al bambino, ma qui è mantenuto il segreto e il mistero in Leonardo resterà tale per sempre.

Contemplando i particolari

posto alla madre e l’opera diviene la manifestazione, l’epifania, della divina maternità di Maria. Tutti sono equidistanti dalla Madre e dal Figlio: un solo magio,

Vasari nella vita e nella tavola del maestro vi scorge “molte cose belle, massime di teste” e il tutto realizzato con una celerità impressionante, con mano sicura come se avesse già in previsione di dover abbandonare il lavoro a Firenze.

I volti ossequiosi dei magi, le teste dei paggi con i boccoli ravvivati da colpi di biacca. Vi è una tipologia di facce e di sguardi da bastare per ben più di decine di ritratti. Uno sguardo attento potrebbe far riconoscere, nel gruppo di giovani di destra, l’estrema, ma incompleta, fatica del maestro là dove il pittore ha dato gli ultimi colpi prima di deporre i pennelli ancora intrisi di biacca. Le rovine sono un piece de force di tutte le composizioni di analogo soggetto, ma qui Leonardo le ravviva con una forte presenza; non sono i simbolici residui del paganesimo che cede il posto nel-

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speciale

di Francesca Binfarè

Amenofi II al MUDEC di Milano

Il faraone... dimenticato Ingiustamente in ombra, il sovrano viene rivalutato in una splendida mostra. E l’Età dell’Oro dell’Antico Egitto rivive attraverso il racconto della scoperta della sua tomba. Un faraone che è stato un grande del suo tempo, ma che ha avuto la “sfortuna” di avere un padre famosissimo. È quello che è successo ad Amenofi II: chi ne conosce nome e gesta? Tutankhamon, Nefertiti, questi sono i regnanti egiziani di cui sappiamo fatti di vita e dettagli sulla morte. Un altro nome noto tra i faraoni è quello di Thutmosi III. Ecco, appunto: lui è il padre di Amenofi II, e la sua grandezza ha gettato ombra sulla figura, comunque rilevante, del figlio. A Milano, presso il Museo del-

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le Culture MUDEC, fino al prossimo 7 gennaio è possibile apprendere qualcosa di più su Amenofi II e sulla scoperta della sua tomba. La mostra, “Egitto. La straordinaria scoperta del Faraone Amenofi II”, srotola davanti ai visitatori in maniera emozionante il racconto della vita e della figura di questo faraone vissuto tra il 1427 e il 1401 a.C., durante la XVIII dinastia. Sovrano di una corte sfarzosa, eroico protagonista del suo tempo, Amenofi II merita le luci della ribalta e la riscoperta della sua

persona, ingiustamente oscurata dalla fama di Thutmosi III. Ma c’è anche una seconda riscoperta, e riguarda il ritrovamento nella Valle dei Re, in Egitto, della sua tomba. La tomba di Amenofi II è l’altra grande protagonista della mostra allestita al MUDEC, che unisce approfondimento scientifico ed emozione. L’esposizione permette di ammirare pezzi pregiati provenienti da importanti collezioni egizie mondiali, dal Museo Egizio del Cairo al Rijksmuseum Van Oudheden di Leida in Olanda, dal


© Tutte le foto di Carlotta Coppo

fago: come sappiamo, le tombe dei faraoni sono state quasi tutte depredate dai ladri. E invece, Loret ha potuto portare alla luce la mummia di Amenofi (era la prima volta che un faraone veniva scoperto all’interno della sua tomba) e anche quelle di alcuni

celebri sovrani del Nuovo Regno. Mummie che erano state nascoste all’interno di una delle quattro stanze annesse alla camera funeraria del faraone per sottrarle ai profanatori di tombe. Tra questi corpi c’erano anche quelli della madre e della nonna di Tutankhamon – se siete appassionati di alberi genealogici, erano parenti di Amenofi, e anche questo viene spiegato lungo il percorso espositivo. La mostra si snoda lungo tappe che allargano a tratti lo sguardo oltre la vita di Amenofi, per ab-

bracciare una visione più ampia della quotidianità in Egitto. Oltre alla sala della sua tomba, ci sono altre chicche: ad esempio, il percorso sulle credenze sull’Aldilà e sulla mummificazione che porta alla camera funeraria, in cui ammirare i tesori che accompagnavano il faraone nel suo viaggio verso l’oltretomba. Le altre sezioni della mostra non sono meno interessanti. Affrontano la vita quotidiana, le usanze e le abitudini di vita delle classi sociali più vicine alla corte di Amenofi con un’esposizione di armi, gioielli, oggetti per la cura del corpo. Non mancano corredi funerari, mummie, suppellettili che raccontano la vita dell’alta società dell’epoca. Tutto molto affascinante. 

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di Stefano Moro

Siamo uomini o cyborg? I chip sottopelle non sono più fantascienza, ma realtà e sembrano destinati a diffondersi. Sono utili o pericolosi? Le ultime novità dalla Svezia fanno parlare. E pensare. Tutto è cominciato nel gennaio 2015, quando un’azienda di Stoccolma, la Epicenter, ha proposto ai propri dipendenti di impiantarsi un chip sottopelle per registrare ingressi e uscite e pagare caffè e bottigliette d’acqua con un gesto. Poi è stata la volta di altre aziende in Belgio, in USA e in Australia. Per arrivare negli ultimi mesi nuovamente in Svezia. Questa volta però non si tratta più del giochino tecnologico di una startup, che pure aveva già fatto parlare tanto. Va detto, per inciso, che all’epoca in Italia la notizia fu in parte colorita, più o meno consapevolmente, da vari giornali che la riportarono scrivendo di presunte coercizioni all’impianto del chip sottopelle ai dipendenti, fatto che si rivelò ben presto una bufala. Oggi tuttavia la notizia è decisamente più significativa: la SJ, compagnia ferroviaria di Stato svedese, accetta e verifica biglietti del treno

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caricati su microchip impiantati nella mano dei passeggeri. La novità non riguarda ancora un numero imponente di utenti, si parla di circa 3.000 svedesi dotati di chip sottopelle, tuttavia appare subito chiaro come si sia passati da un giochino innovativo a un vero e proprio servizio pubblico. Sgomberiamo però il campo da sensazionalismi tecnologici. Stiamo parlando della tecnologia


Fusi insieme alla tecnologia

Glossario Cyborg Contrazione dell’inglese cybernetic organism, il termine cyborg indica un organismo cibernetico, ossia un organismo biologico, ad esempio un uomo, con elementi artificiali, ad esempio un occhio, un braccio, ma anche semplicemente un dispositivo medico come un pacemaker. Inutile sottolineare come il cinema, soprattutto tra gli anni ’70 e ’80, abbia dato molto risalto alla misteriosa figura del cyborg, basti pensare a film come Star Wars, Robocop o Terminator. NFC Acronimo di Near Field Communication, NFC è una tecnologia di comunicazione a corto raggio, bidirezionale, che rappresenta un’evoluzione di RFID (Radio Frequency Identification), che ha invece la caratteristica di essere monodirezionale. La tecnologia NFC, grazie alla quale due dispositivi nell’arco di 10 cm comunicano tra loro a una frequenza di 13,56 Mhz, è ormai supportata da tutti i più moderni smartphone e rende possibili pagamenti sicuri e altri servizi basati sull’identificazione.

NFC (Near Field Communication), oggi a bordo della maggior parte dei nostri smartphone, e dell’impianto di un microchip sottopelle, oggi realizzabile a 150 € mediante iniezione tra indice e pollice della mano, ma certamente non più innovativo dell’impianto di un pacemaker per regolare il battito cardiaco. E sì, cyborg sono i passeggeri più nerd della SJ svedese e cyborg è mio nonno con il pacemaker.

Piuttosto ci si potrebbe chiedere quanto sia rilevante, dal punto di vista etico ed antropologico, impiantare qualcosa di elettronico nel proprio corpo, quando non necessario per ragioni di sopravvivenza. Qui ci sono pareri discordanti, naturalmente, ed è probabilmente difficile capire oggi la portata di questo passaggio. Il giornalista tecnologo Riccardo Luna, quasi a sorpresa, ha scritto che accetterebbe un chip nel suo corpo solo per ragioni mediche. Il CEO di Epicenter, Patrick Mesterton, ha dichiarato al Telegraph che questa è una tecnologia semplicemente utile, perché sostituisce decine di oggetti, come chiavi, carte e badge, che ci dobbiamo quotidianamente portare dietro. E ancora Elon Musk, l’impreditore tecnologo più citato del momento, fondatore e amministratore delegato di SpaceX e Tesla, oltre che cofondatore di PayPal e Neuralink, ha dichiarato che «le persone non capiscono che già adesso sono dei cyborg. Se ti dimentichi il cellulare ti senti come se ti mancasse un braccio. Ci stiamo già fondendo con i telefonini e la tecnologia». Altri ancora, come il microbiologo svedese Ben Libberton, hanno invece sollevato il problema della privacy e del rischio che i dati registrati sul microchip vengano hackerati. In un certo senso hanno ragione tutti. Si tratta di una tecnologia potenzialmente utile, ma anche potenzialmente pericolosa per la privacy. Quanto lo smartphone? Forse sì, l’uso che facciamo dello smartphone spesso ci espone agli stessi rischi. Quindi, me lo farei impiantare? Beh, io certamente no, sto già faticando per diventare meno dipendente dal cellulare, ma almeno per questo non ho bisogno di un’operazione. dicembre 2017

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s sport

di Stefano Ferrio

Lo sai che Spartaco è rinato in USA?

C’è chi dice no!

Buona parte del mondo dello sport si è schierato contro Donald Trump, accusato di essere troppo tollerante con i razzisti. C ’è c h i d i c e n o c a n t ava trent’anni fa Vasco. Che, non essendo ancora il Vasco buonista e quasi salottiero del concerto da 220mila spettatori dello scorso luglio, ispirava più sfrontati venti di ribellione. Gli stessi che, a partire dalla scorsa estate, pervadono l’intero sport professionistico americano, mobilitatosi in piena rivolta contro il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L’inquilino della Casa Bianca è accusato di mostrarsi accondiscendente verso una parte di elettorato bianco ancora troppo razzista, intollerante, nonché capace di guidare a senso unico,

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e indovinate contro chi, le azioni repressive dei corpi di polizia. Da qui gli inni nazionali ascoltati in ginocchio, gli inviti alla Casa Bianca rispediti al mittente, i continui interventi anti-Trump sul fronte dei media.

In ginocchio per protesta Ecco chi dice no, e perché. Con la dovuta riconoscenza verso un “profeta” che si chiama Colin Rand Kaepernick, è nato nel 1987 a Milwaukee – stato del Wisconsin – da padre nero e madre bianca, ed è attualmente disoccupato. Uno spreco, pensando che fino a un anno fa di lavoro faceva il

quarterback, l’uomo che lancia ai compagni la palla ovale, nei Saint Francisco 49ers, gloriosa squadra della Nfl, la lega americana del football. I problemi per lui, ma non solo per lui come vedremo, nascono il 28 agosto 2016, quando, prima dell’amichevole pre-season contro i Green Bay Packers, durante l’inno nazionale americano si inginocchia per protesta. È bene ricordare che, all’epoca, presidente degli Stati Uniti era ancora Barack Obama, ormai alla fine del proprio secondo mandato. Ma i tempi sono già tali perché Kaepernick dichiari davan-


sport

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Note di ieri Tre volte Nadal Tennis, Open degli Stati Uniti, ultimo atto del Grande Slam 2017. Nel singolare maschile si impone per la terza volta lo spagnolo Rafa Nadal, che distrugge 3-0 in finale il sudafricano Kevin Anderson. Fra le donne vince l’americana Sloane Stephens, che sconfigge 2-0 la connazionale Madison Keys.

Slovenia sul tetto d’Europa 17 settembre, Istanbul: la Slovenia batte la Serbia 9385, laureandosi per la prima volta campione d’Europa di basket, trascinata dalla cestistica onnipotenza di Goran Dragic (nella foto), stella Nba, e dalla prorompente gioventù di Luka Doncic, 18 anni, con vista a sua volta nel campionato americano.

Suicidio Ferrari

di Stefano Ferrio

Note di domani Mondiale di rugby

Sarà il 2 dicembre la finale del campionato mondiale di rugby a 13, competizione resa fascinosa dalla lunghezza, visto che si disputa a partire dal 26 ottobre. Quattordici le squadre al via, fra cui l’Italia; qualificazioni ed eliminazioni dirette in Australia, Nuova Zelanda e Papua Nuova Guinea.

Il match dell’anno Il 9 dicembre il Madison Square Garden di New York apre le porte a quello che è da molti definito il match dell’anno: la sfida per il titolo mondiale dei superpiuma, versione WBO, fra il campione in carica, l’ucraino Vasyl Lomachenko e lo sfidante, il cubano Guillermo Rigondeaux.

Pallamano: Norvegia contro tutti

Sempre il 17 settembre si consuma il “suicidio della Ferrari” al Gran Premio di Singapore. Dove, alla partenza, i due ferraristi, ovvero il tedesco Sebastian Vettel e il finlandese Kimi Raikkonen, si scontrano fra loro, regalando così la vittoria all’inglese campione del mondo Lewis Hamilton.

Si svolge dall’1 al 17 dicembre, in Germania, la ventiquattresima edizione del campionato mondiale di pallamano femminile. Le campionesse in carica della Norvegia dovranno difendere il proprio titolo dagli assalti delle tedesche padrone di casa, ma anche delle olandesi, francesi e ungheresi.

Bell’esordio in Europa League per l’Atalanta

Un nuovo torneo di calcio

Tre sberle a zero propinate in casa all’Everton di Wayne Rooney, e un uno a uno strappato con classe in uno stadio-roccaforte come quello di Lione. Così l’Atalanta di mister Gasperini si presenta in Europa League, candidandosi subito alla qualificazione alle partite a eliminazione di primavera.

Fissato per il 24 gennaio 2018 a Losanna, in Svizzera, il sorteggio della prima edizione della Uefa Nations League, campionato di calcio per nazionali europee distribuite in quattro serie. La final four della Serie A, composta da dodici nazionali, fra cui l’Italia, è in programma nel giugno 2018. dicembre gennaio 2016 2017

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Questa serie di fumetti è prodotta da giovani artisti emergenti selezionati dalla rivista di manga on line Mangakugan

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La dentista di draghi

di Vanessa Romeo


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Dimensioni Nuove dicembre 2017  
Dimensioni Nuove dicembre 2017  
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