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il mondo vis to dai giovan

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Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in A.P. 09/2017 - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, D.C.B. TO - Tassa Pagata/Taxe Percue/Economy/ - Periodico Elledici · 10142 Torino · Anno 55 • � 3,50

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#hashtag

In cammino verso il Sinodo dei Giovani

musica Noel Gallagher

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ATTUALITÀ La tecnologia non basta

gennaio • febbraio 2018


2 gennaio•febbraio 2018


Editoriale Stretta è la foglia, larga è la via…

L’avrete sentita tante volte alla fine delle fiabe, ma vi siete mai chiesti che senso ha? Sembra un nonsense ma un significato lo possiede, nascosto in un errore di trascrizione. Nei secoli passati le lettere “f” ed “s” si somigliavano moltissimo, e così l’originale “soglia” diventò “foglia”. La frase era sbagliata, non aveva senso ma era di certo più giocosa e divenne universale. O forse una soglia da varcare fa sempre paura e l’istinto ci porta a non affrontare il problema cercando un’altra, più larga, via. Ma non lasciatevi sviare dalle mie divagazioni, anche perché a me interessava la continuazione della filastrocca: “Voi dite la vostra, io ho detto la mia”. Perché questo è proprio l’anno in cui voi dovete dire la vostra. Tutti, nessuno escluso. È l’anno dei giovani. L’ha detto papa Francesco, iniziando un cammino che porterà all’incontro di tutti i vescovi, al Sinodo dell’ottobre 2018. Saranno mesi di ascolto – così ha promesso il papa – della vostra voce, dei vostri desideri, della vostra immagine di Chiesa, delle domande di fede, dei dubbi, delle fatiche e dei rifiuti. E se la Chiesa promette di mettersi in ascolto, allora voi dovete parlare! Fate sentire la vostra voce, non accontentatevi, pretendete, cercate il dialogo sincero. Solo così si diventa capaci di scegliere ciò che è buono e giusto e di scartare la voce di mille gatti e mille volpi pronte a darvi il consiglio migliore… per loro. Solo così si può fare discernimento nella propria vita e trovare la via per il futuro. Ci saranno occasioni da prendere al volo e noi di Dimensioni Nuove vogliamo essere una di queste. Scrivete, mandate mail, commentate i nostri articoli su dimensioni.org. Saremo la vostra voce, il vostro amplificatore, il mondo visto da voi. E questo è l'anno in cui invocare la via, mettersi in cammino, farsi pellegrini. Stretta è la foglia, larga è la via, voi dite la vostra, io ho detto la mia.

Valter Rossi

uno

2018

In copertina: Pellegrinaggi verso il Sinodo dei Giovani.

articoli 6 Cinema Che mostri di robot! di Claudio Facchetti 10 Hashtag Pronto, Chiesa, ci sei? di Elena Giordano 14 Musica Noel Gallagher La gioia è rivoluzione di Francesca Binfarè 18 Attualità La tecnologia non basta di Carlo Mantovani 24 Fumetti Il Belpaese visto da Asterix di Nicola Di Mauro 27 Dossier L’invenzione del calendario di Fiammetta Orione 38 Società Startup, si parte di Leo Gangi 42 Viaggi Un eremo dimenticato di Francesca Binfarè 48 Tendenze Star bene con le lingue di Marta Cardini 52 Sport Il calcio non finisce mai di Stefano Ferrio

rubriche

4 dPlanet di Francesca Binfarè 9 dScreen di Claudio Facchetti 13 dSwitch di Elena Giordano 17 dYoung di Elena Giordano 21 dHeaven di Domenico Sigalini

22 dTracks di Franz Coriasco

40 dBooks di Nicola Di Mauro 46 dWeb di Stefano Moro 51 dGames di Lorenzo Roagna

55 dSport di Stefano Ferrio 56 Fumetto di Valentina Canova 62 dSmile di Carlo Mantovani

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cinema di Claudio Facchetti

“Pacific Rim - La rivolta”: anteprima del sequel

Che mostri di robot! I primi sono creature aliene venute a distruggere il pianeta, i secondi sono macchine comandate da umani costruite per difenderci. E daranno vita a uno scontro senza esclusioni di colpi.

A Hollywood sono sempre piaciute le mega produzioni, tanto che tra le prime nella storia del cinema risulta un cortometraggio muto del 1907, Ben-Hur, diretto da Sidney Olcott. Da allora, i kolossal non si sono più contati, tentazione irresistibile per tantissimi registi, che hanno segnato, con… colossali successi o clamorosi flop, il “cammino” della settima arte.

6 gennaio•febbraio 2018

Va da sé che con lo sviluppo della tecnologia e della grafica computerizzata, le pellicole si sono infarcite di effetti speciali sempre più sbalorditivi e spettacolari, diventandone, in taluni casi, quasi l’elemento portante, l’architrave su cui reggere la costruzione di un’intera trama. È il caso di Pacific Rim - La rivolta, sequel del film Pacific Rim,

uscito nel 2013 con la regia di Guillermo Del Toro, fresco vincitore del Leone d’Oro alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia per La forma dell’acqua. Un sequel che, a dire la verità, nessuno si aspettava perché al botteghino la prima pellicola non aveva fatto grandi sfracelli: negli USA era stata un insuccesso, con soli 100 milioni di dollari incassati


screen di Claudio Facchetti

My generation

Downsizing - Vivere alla grande di Alexander Payne Nel mondo si sta sempre più stretti e gli esseri umani, per poterci vivere, “mangiano” sempre più spazio, causando gravi danni ambientali. Per fortuna c’è chi ha inventato una soluzione al problema: rimpicciolire gli uomini. Lo scoprono due coniugi, Paul e Audrey Safranek (Matt Damon e Kristen Wiig), in difficoltà economiche, a una cena di amici in… miniatura. Facendosi piccoli, si estinguono i debiti e si riducono i consumi, e si vive in perfette small town tagliate su misura, in pochi centimetri. Per Paul e Audrey è una tentazione a cui non resistono. Ma è davvero una vita tutta rosa e fiori quella taglia mignon? Una commedia divertente ma non solo, che fa comunque pensare a quali danni stiamo facendo alla nostra casa comune.

di David Batty C’è stato un tempo, negli anni Sessanta, che il mondo sembrava essere stato messo in una centrifuga futuribile da cui uscivano idee rivoluzionarie nelle varie discipline dell’arte tutta e della cultura. Uno dei centri più vivaci era Londra, città “protagonista” di questo ottimo documentario ideato e narrato dal grande attore Michael Caine, allora tra i personaggi più in vista. È un viaggio emozionale nella cosiddetta Swinging London (com’era definita) che abbraccia la musica ovviamente con i suoi tanti protagonisti (Beatles, Who, Rolling Stones, ecc.) ma anche la fotografia, la pittura, il cinema e così via. Con un dato emergente: questa rivoluzione ha avuto come protagonisti uomini e donne che, nella maggior parte dei casi, appartenevano alla classe operaia e che sono riusciti a entrare in territori all’epoca loro reclusi. Cambiando la società.

Stronger di David Gordon Green È una relazione un po’ tormentata quella che vive Jeff Bauman (Jake Gyllenhaal) con Erin (Tatiana Maslany), tanto che un giorno, per conquistarla definitivamente, decide di aspettarla con un cartellone inneggiante il suo amore sul traguardo della maratona di Boston. Solo che è proprio “quella” maratona del 2013, quella dell’attentato terroristico. Jeff ne uscirà senza gambe, ma con negli occhi il volto di uno degli attentatori, che contribuirà a fare catturare. Diventa così un eroe suo malgrado, con la famiglia che cerca di cavalcare l’onda della sua notorietà. Ma nell’animo di Jeff c’è altro e solo Erin sa intuirlo. Un film solido, che non cede al facile vittimismo, tanto meno alla lacrima telecomandata. Per ricordarci come basta un niente per scombussolare una vita.

gennaio•febbraio gennaio 2018 2016

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# hashtag

di Elena Giordano

#Nessuno escluso - 1

Pronto, Chiesa, ci sei? La Chiesa è ricca di contraddizioni, a volte davvero pesanti da digerire. È arrivato il momento di farsi sentire, di alzare bene la voce e far valere il peso (e le opinioni) dei giovani.

Te lo spiego io «Sono Alessandro, ho 18 anni, sino a due anni fa mi piaceva andare in chiesa. In parrocchia avevo un sacco di amici, il don era davvero bravo, sapeva parlare ai ragazzi ed era anche di aiuto nei momenti un po’ difficili. Purtroppo ho dovuto, per problemi familiari, cambiare città e mi sono ritrovato di punto in bianco ad abitare vicino a una parrocchia in cui il sacerdote – praticamente – è rimasto ancorato al Cinquecento. Profusione di incensi, messe sontuose con omelie che nessuno capisce. Nessun giovane a frequentare i locali dell’oratorio, intanto è tutto vietato, persino respirare. Ho provato ad accennargli una questione che mi stava davvero a cuore (mio papà ha perso il lavoro e ora la situazione a casa è molto complicata) e lui mi ha ri-

10 gennaio•febbraio 2018

sposto: “Cosa vuoi pretendere, ormai è così”. Ecco, da quel momento in poi non mi sono più fatto vivo. Mi chiedo cosa c’entri Gesù con questo genere di sacerdoti, con questo tipo di comunità chiuse e non capaci di ascolto. Vorrei tornare alla mia vecchia parrocchia, ma non è possibile. Per ora sto a casa, poi vedrò…».

Come un elefante Un elefante che si muove in una cristalleria, a passo lento ma inesorabile. Non lo fa apposta. Per fortuna ogni tanto, per magia, si rimpicciolisce e diventa piccolo quanto tutti gli amici della savana che gli vivono intorno, così riesce a parlare, a capire e a farsi capire. Ecco, se dovessimo usare una metafora agreste per raccontare a un marziano cos’è la Chiesa, forse potremmo usare queste parole.

Il cristianesimo ha nella Chiesa il suo punto massimo di esperienza umana e divina. Nella chiesa di mattoni è custodito il Santissimo Sacramento, Dio presente in mezzo a noi. Sempre attorno alla chiesa di mattoni si muovono le persone, i fedeli. Ogni momento della nostra vita, bello e brutto, è scandito dalla presenza della comunità e del sacerdote. La chiesa è maestra, guida. La Chiesa con la C maiuscola, poi, guida da sempre, come da indicazione di Gesù, e poi di Pietro, tutto il popolo. Costruis c e la dottrina, precisa i corretti comportamenti che i cristiani devono tenere. Cosa resta, però, a un adolescente del


Che si fa?

2018, del rapporto con la Chiesa, intermediatrice della fede? Bella domanda, risposta davvero complessa. Nel tempo in cui le informazioni viaggiano in real time e ogni luogo è qui e ora, e la società si interroga su quesiti davvero importanti, con forza maggiore rispetto a un tempo, la chiesa è amica, nemica, ostaggio della tradizione? Innova, e quanto? E poi ancora: come fa a parlare, lei che è marmorizzata – ossia piena di marmo! – con persone che viaggiano “smart” e che soprattutto non sopportano le ingiustizie? La Chiesa sconta un passato non sempre trasparente e que-

Il tema non è “migliorare il caffè della macchinetta dell’oratorio”, c’è ben altro. Come si accresce la fede? Come si armonizza il Vangelo con la vita quotidiana? Un cristiano è sempre tale o ogni tanto può togliersi questa maglia e indossarne una un po’ meno impegnativa e fare quello che gli pare, e smetterla di amare il prossimo suo come se stesso? Avete questi quesiti che vi tormentano? Un passo alla volta: Cercate una persona, all’interno della vostra comunità, o anche fuori, di vostra estrema fiducia: il parroco, l’insegnante di religione, un educatore più grande. Uno con cui sentite di poter parlare liberamente. E aprite il vostro vaso di Pandora: raccontate la vostra perplessità, oppure ciò che vi angustia. La felicità è sempre incollata al Vangelo, ma non è detto che sia facile farla propria. Per questo occorre una mano. Dove c’è rumore, non c’è riflessione. Se state vivendo un momento di caos interiore, non capite che senso abbia un Gesù incarnato, oppure non sopportate l’atteggiamento degli uomini di Chiesa, troppo falso o perbenista, trovate un luogo di pace (anche esteriore) e poi provate a mettere in ordine i vostri pensieri (non deve essere per forza un luogo di culto, può essere anche una stanza silenziosa, o una panchina nel parco). Siate fiduciosi. Anche quando siete stufi e vorreste mandare tutti a quel paese. E immaginate quanti “rospi” abbia dovuto mandare giù Gesù nella sua vita terrena (a partire proprio dagli amici…).

sto pare non essere il tempo del perdono, bensì della denuncia. Prendete 10 amici che non frequentano la parrocchia, chiedete loro: qual è il problema più grosso

della Chiesa? Vi risponderanno: ha troppi soldi e la gente muore di fame; ha idee medioevali; non si aggiorna; è corrotta; è composta da persone che non hanno saputo tenere fede al proprio voto e si sono macchiate di crimini orribili, a ogni latitudine.

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musica di Francesca Binfarè

A tu per tu con Noel Gallagher

La gioia è rivoluzione

È l’idea al centro del suo ultimo cd, pieno di vibrazioni positive, felicità e speranza. Ci siamo fatti raccontare come sono nate le nuove canzoni. Ha fatto parte di una delle più grandi band del mondo negli anni ’90, gli Oasis, in cui ha militato con suo fratello Liam, con il quale ha avuto più di un litigio. Sciolta la band nel 2009, Noel Gallagher non ha affatto appeso la chitarra al chiodo e ha avviato una positiva carriera da solista con i suoi High Flying Birds, arrivati ora al terzo cd, Who built the moon? Lui, scontroso e ironico, dotato di humour inglese e senza peli

14 gennaio•febbraio 2018

sulla lingua, descrive il suo album come portatore di speranza e gioia. Oggi Noel Gallagher si fa paladino di questi sentimenti e dice che metterli in musica è un atto rivoluzionario. Ci ha spiegato perché.

Hai scelto come titolo Who built the moon?, “Chi ha costruito la luna?”. Ce lo spieghi? L’ho preso in prestito da un libro, che appunto si intitola così.

Non credo affatto alle teorie cospirative, però questo volume si domanda appunto chi abbia costruito la luna. Perché, secondo quanto esposto nelle pagine, è un oggetto estraneo al sistema solare. Mi chiedo quante volte abbia visto Guerre stellari l’autore… Però penso che Who built the moon? sia un titolo meraviglioso per un disco. Mi capita di prendere spunto da qualcun altro quando non riesco a “chiudere” da solo.


A me piacerebbe pensarlo come “cosmic pop”, pop cosmico. Però questo è anche il mio disco più rock’n’roll. Qui scatta un equivoco: la gente pensa che il rock’n’roll sia indossare giubbotti di pelle e bere whisky, ma non è così. Io il rock’n’roll lo vivo come sinonimo di libertà, come un modo di esprimere quello che sei. In studio questa libertà l’ho sentita, ho fatto ciò che ho voluto. E poi, ancora una volta, l’apporto di David Holmes è stato importante.

In che senso? Concluso il tour di Chasing

on ce Wats

Se Who built the moon? non suona come qualcosa degli Oasis, come potremmo definirlo?

me abbiamo trovato un modo per esprimere questo “qualcosa”. Forse si tratta di uno spirito avventuroso che non pensavo mi appartenesse.

Lawren

Il produttore, David Holmes, è senz’altro la persona che mi ha influenzato di più. Ha insistito perché qualunque cosa io scrivessi non ricordasse gli Oasis. Praticamente, non mi ha dato il permesso di comporre a casa senza che lui fosse presente. Per un anno questa situazione per me è stata frustrante, poi ho capito la direzione che David voleva che prendessi: allora sì ho iniziato a divertirmi.

Yesterday sapevo chi ero e cosa stessi facendo, però quel tipo di suono lo avevo già esplorato completamente. David Holmes è arrivato al momento giusto, perché lui in me ha visto qualcosa che nemmeno io vedevo: insie-

©Foto:

L’album sembra diverso dai precedenti. Chi ti ha maggiormente influenzato nella scrittura di queste canzoni?

Noel Gallagher definisce la sua musica “cosmic pop”.


attualità di Carlo Mantovani

Idee brillanti

La tecnologia non basta È quanto sostiene Massimiano Bucchi in un suo libro, dove dimostra come tante invenzioni sono frutto di un lungo processo e le soluzioni hi-tech non sempre sono sufficienti.

c È vero che parlare di innova-

zione in un Paese come il nostro, dove servono anni di dibattito anche solo per cambiare sistema elettorale, è un po’ come parlare di crisi in Svizzera, ma l’intervento di Massimiano Bucchi allo scorso Festival Letteratura di Mantova, significativamente intitolato La tecnologia non basta, ha dimostrato quanto la materia possa essere interessante. Soprattutto se a parlarne è un sociologo della scienza come il professor Bucchi, che nel suo libro Per un pugno di idee spiega che l’innovazione non è come il Campo dei Miracoli di Pinocchio, dove basta seminare quattro monete

18 gennaio•febbraio 2018

per raccogliere palate di soldi il giorno dopo: è un processo lungo e complesso, dove la soluzione hitech, come avverte il titolo della conferenza, non è sufficiente. Investire in ricerca aspettandosi automaticamente rivoluzioni tecnologiche, dice Bucchi, è sbagliato: un approccio do ut des, in cui all’investimento debba necessariamente corrispondere un risultato immediato, rischierebbe di minare l’intero sistema di finanziamenti alla ricerca. L’innovazione, infatti, non funziona così: non è la trovata geniale di un cervellone solitario, come ci piace pensare, ma è un processo collettivo e non lineare, fortemente

condizionato dalla situazione sociale e culturale dell’epoca. Perché, come diceva Bacone con una frase di sorprendente attualità, «l’innovazione è uno straniero che bussa alla nostra porta e ci chiede di cambiare». Insomma: anche quando la tecnologia è disponibile, non è detto che lo siano le persone.

Tra forchetta e kalashnikov Per perorare la sua illuminante causa, l’autore analizza una serie di invenzioni che, come recita il sottotitolo del libro, “hanno cambiato la nostra vita”. Prendiamo, ad esempio, il caso della forchetta, uno strumento il cui


pur avendo un contenuto tecnologico bassissimo; e favorita, in Italia, dall’esigenza di mangiare la pasta. Per convincersi che senza l’approvazione sociale non ci può essere innovazione, basta pensare a Google: un motore di ricerca imprescindibile, un oracolo dei giorni nostri il cui successo si basa sul quotidiano utilizzo del web da parte dei navigatori. L’invenzione della vera arma

di distruzione di massa, avvenuta nel 1947 con la produzione del tristemente famoso kalashnikov, serve a sfatare un altro luogo comune: quello secondo cui le invenzioni provengono dagli istituti di ricerca tecnologica. Questo mitragliatore, utilizzato in tutto il mondo per la sua praticità e robustezza, è stato ideato da un ex soldato russo rimasto ferito durante la Seconda Guerra Mondiale, a suo vedere per colpa dell’arma non abbastanza efficiente: il quale, ad un concorso per progettare un nuovo mitragliatore, sbaragliò la concorrenza apparentemente insuperabile di ingegneri e quotati professionisti del settore. A conferma che l’idea vincente non sempre proviene da ambienti accademici: la freschezza mentale dell’outsider, non condizionato dalle conoscenze attuali, a volte ha la meglio.

Un salto da record Un altro esempio di invenzione rivoluzionaria a basso contenuto tecnologico è la disinfezione, introdotta nella seconda metà dell’800 da un medico ostetrico ungherese, Ignaz Philipp Semmelweis, il quale comprese che i tanti decessi tra le partorienti erano dovuti al semplice ma drammatico fatto che il personale degli ospedali, fino ad allora, non si lavava le mani. Il rimedio, una semplice soluzione antisettica a base di calce che avrebbe cambiato la storia dell’igiene pubblica, non fu però accettato dalla comunità medica, che considerò Sommelweis alla stregua di un pazzo. Emarginato dai colleghi, il nostro eroe morì in un ospedale psichiatrico: a conferma che per produrre innovazione e quindi cambiamento, l’invenzione deve superare una serie di insidiose resistenze sociali. Se parliamo di invenzioni guardate con sospetto, il salto alla Fosbury, che poi rivoluzionò il mondo dell’atleltica leggera,

tenuto o r t n o chi. lato inc ova da Buc L’affol t n a M i d a r Letteratu al Festival

antova ratura di M stival Lette ©Foto: Fe

uso oggi appare normale, ma che in realtà ha impiegato settecento anni ad imporsi sulle tavole italiane: pur avendo notizia della sua esistenza, anche se in forma rudimentale, intorno all’anno Mille, solo nel Settecento usare la forchetta è considerata una questione di igiene ed eleganza, una specie di obbligo sociale. Un’invenzione che ha cambiato il nostro approccio al cibo e il modo di stare a tavola,

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fumetti di Nicola Di Mauro

Un personaggio che non tramonta mai

Il Belpaese visto da Asterix È uscita una nuova avventura del Gallo più simpatico del mondo e si svolge in Italia. L’occasione per parlarne con gli autori.

c Asterix, il celebre personag-

gio che da decenni tiene in scacco le guarnigioni legionarie di Cesare in Gallia, è tornato in edicola e in libreria lo scorso ottobre con una nuova emozionantissima storia pubblicata dalla Panini Comics: Asterix e la corsa d’Italia (titolo originale: Astérix et la Transitalique). Si tratta del 37° albo a fumetti della serie, che vanta la pubblicazione di oltre 370 milioni di copie nel mondo, tradotte in più di 100 lingue. Il volume, uscito in più di 25 Paesi del globo, in Italia è stato distribuito in due versioni: una car-

24 gennaio•febbraio 2018

tonata di 48 pagine, disponibile in edicola e in libreria (€ 12,90); l’altra, disponibile solo in libreria, sempre cartonata ma con dorso in tela e in formato più grande, con ben 128 pagine, contenenti fra l’altro, oltre a un dossier illustrativo,

la riproduzione delle matite originarie dei disegni (€ 34,90). In occasione dell’uscita del libro, Dimensioni Nuove ha intervistato gli autori Jean-Yves Ferri per i testi e Didier Conrad per i disegni.

Ferri e Conrad con il Ministro Franceschini.


doss ier di Fiammetta Orione

L'invenzione

Del calendario “Vi siano luminari nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte e siano segni dei tempi, dei giorni e degli anni�. (Gen 1,14)


doss ier Cleopatra.

DALLE ALPI ALLE PIRAMIDI

Le storie d’amore hanno il potere di cambiare la vita delle persone, non solo delle due parti in causa, ma anche di coloro che le circondano. Quando le storie d’amore coinvolgono persone particolarmente potenti, persone che potremmo definire “vip”, possono addirittura modificare il corso degli eventi, della storia. Il nostro calendario, quell’oggetto che impariamo molto presto a considerare indispensabile, nucleo dei diari e delle agende, appeso al muro della classe, di casa, degli uffici e dei negozi deve molto della sua consistenza proprio ad una storia d’amore tra due persone molto importanti e potenti, di tanto tempo fa. Una sera di ottobre del 48 a.C. nello splendido porto di Alessandria d’Egitto approdò una piccola imbarcazione, che trasportava un dono per Giulio Cesare, il condottiero più potente del mondo di allora, presente in città per via della sua campagna militare in zona. Il dono era un magnifico tappeto, arrotolato, che, svolto di fronte all’illustre romano, rivelò contenere una splendida ragazza, Cleopatra, regina d’Egitto. Con questo stratagemma l’astuta regina aveva eluso i nemici che insidiavano la sua vita, e non ottenne semplicemente l’appoggio militare di Cesare per consolidare il giovane regno traballante, ottenne anche il suo cuore. Negli anni che seguirono Cleopatra fece conoscere a Cesare la bellezza e la ricchezza dell’Egitto, culla del sapere antico, e fu così che Cesare ammirò più da vicino gli usi e i costumi del luogo. Gli astronomi

28 gennaio•febbraio 2018

egizi, in particolare, gli fecero comprendere che molto si poteva migliorare a Roma in termini di regolazione dei giorni, dei mesi, degli anni: il calendario. Cesare aiutò Cleopatra a dominare l’Egitto e Cleopatra aiutò Cesare a regolare il tempo, l’unico potere che avrebbe potuto completare il successo di quest’uomo straordinario. Il calendario di Roma sarebbe stato il calendario del mondo intero, dalla Britannia alla Mesopotamia (ovvero tutta l’Europa ed il Medio Oriente), facendo di Cesare il dominatore indiscusso. Quel calendario, con qualche modifica, sostanzialmente è quello che vediamo appeso al muro adesso.

Anno lunare o solare?

Il tempo è una realtà antica quanto l’universo; si può dire che il tempo rappresenti il fluire degli immensi movimenti del cosmo, movimenti che regolano la vita sulla Terra. Già dalla preistoria, parliamo di 30.000 anni fa, sembra che l’uomo si fosse accorto che la Luna si spostava nel cielo e cambiava “consistenza”, in modo regolare, prevedibile: prima buia, poi parzialmente illuminata, poi piena, poi di nuovo parzialmente illuminata, poi buia... L’uomo paleolitico riusciva a calcolare quante alternanze di Sole e notte sarebbero occorse, per esempio, tra una Luna piena e l’altra, e quante Lune piene sarebbero trascorse tra un inverno di neve ed un’estate di luce e calore. L’uomo preistorico si accorse che un ciclo lunare durava circa 29 giorni, dodici cicli lunari (un ciclo è l’insieme delle fasi di Luna oscura, parziale, piena, parziale, oscura, e viene chiamato “lunazione”) sembravano racchiudere il ciclo delle quattro stagioni, che i Romani avrebbero chiamato “annus”, circolo, un vero e proprio anello del tempo che sempre si rinnova. L’alternanza Sole-notte divenne il giorno. L’alternanza di 29 giorni divenne il mese. Il ciclo delle dodici lunazioni divenne il ciclo dei mesi, l’anno, ed ecco il primo, semplice calendario lunare. La Luna


invasioni e alle guerre diffuse, che afflissero grandemente anche gli scambi tra un Paese e l’altro e quindi il progredire della cultura europea. Solo quando la situazione europea sembrò assestarsi, e ricominciarono i commerci e gli scambi, si poté ripensare in modo organico a rimediare alle imprecisioni sul computo del tempo per la corretta determinazione della lunghezza dell’anno la corrispondenza degli equinozi e dei solstizi. Nel calendario Giuliano, quello introdotto da Giulio Cesare, l’anno durava 11 minuti e 14 secondi di più dell’anno astronomico. Per questo motivo, l’equinozio solare, nell’anno 325 cadeva il 21 marzo e alla fine del XVI secolo cadeva 10 giorni prima (11 marzo). Per tentare di risolvere questo problema, papa Gregorio XIII, il grande riformatore del Cinquecento, riuscì a raccogliere i migliori contributi, tra cui quello di Niccolò Copernico. Gregorio XIII riuscì a dare un senso compiuto alla mole di calcoli fatti, conferendo al calendario l’aspetto che oggi conosciamo. Da lui prese il nome di calendario Gregoriano, promulgato nel 1582. In questo modo venne aggiornata la data, con uno spostamento in avanti di 10 giorni e l’equinozio di primavera tornò ad essere festeggiato il 21 marzo. Questo creò però un problema inaccettabile all’interno della chiesa ortodossa. I sapienti ortodossi temendo che le correzioni al calendario potessero alterare il messaggio dei padri della Chiesa, mal si

Papa Gregorio XIII.

adattavano a riconoscere alla Chiesa di Roma l’autorità di modificare il computo del tempo. Nel calendario Gregoriano, infatti, la Pasqua può cadere tanto prima, quanto dopo quella ebraica, mentre i canoni della Chiesa ortodossa stabilivano che la Pasqua cristiana cadesse sempre dopo la Pasqua ebraica: nei testi sacri infatti si dice che il Signore è risorto la prima Domenica dopo la Pasqua ebraica. Fu uno studioso calabrese poco noto a conciliare i calcoli con le date. Si chiamava Luigi Lilio e risolse brillantemente il problema di quanto fosse effettivamente lungo l’anno e derivare le altre date importanti. Ebbe la sfortuna di morire appena arrivato a Roma, munito di tutti i suoi calcoli e documenti, per partecipare alla commissione di studiosi appositamente convocata dal papa. Il suo contributo fu comunque prezioso.

Una lenta affermazione

La strada del calendario dopo il 1582 fu ancora accidentata, a causa della difficoltà dei vari Regni ad uniformarsi alle direttive che arrivavano da Roma. Il primo Regno al mondo che adottò il “nostro” calendario fu il Regno di Savoia alla fine del Cinquecento, mentre l’ultimo Paese ad adottarlo è stato la Cina nel 1949. Le chiese ortodosse di Oriente, i Musulmani, gli Ebrei, i Buddisti non lo hanno mai adottato. La nostra avventura può dirsi conclusa? Lo studio dello scorrere del tempo progredisce ancora oggi, camminando in sincronia, questo sì, con lo sviluppo della conoscenza umana. Ogni Stato si avvale di Istituti di Ricerca deputati a questo lavoro, sempre più basilare nell’era informatica, dove la sincronizzazione dei sistemi diventa essenziale per la comunicazione e la gestione delle attività frenetiche che ci caratterizzano. In Italia, a Torino, l’INRIM (Istituto Nazionale di Ricerca Metrologica), svolge da quasi un secolo questo delicato compito, meritandosi l’onere e l’onore di scandire, da quest’anno, l’ora esatta in tutta la Comunità Europea. gennaio•febbraio 2018

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società di Leo Gangi

PROGETTI da soppesare

Startup, si parte

Il modo giovane di fare impresa non è una facile passeggiata. Bisogna valutare bene i rischi che si corrono nell’avviare un’attività. Perché il flop è dietro l’angolo.

Cambiare il mondo con un’idea fulminante, e magari guadagnarci qualche milione di euro. Sarebbe fantastico. Perché non provarci? Tutti sognano di imitare il successo mondiale di Facebook. Anche con un’invenzione meno importante ma che comunque, partendo da zero, faccia “il botto”. Il sistema c’è, si chiama startup. Che poi sarebbe il modo giovane di fare impresa: la tecnologia lo consente, le istituzioni offrono servizi come gli “incubatori” e sconti fiscali, si può avviare da soli o con qualche amico, il pubblico potenziale è elevato. Quello che conta davvero è l’idea.

I fattori da tenere d’occhio Nel DNA di ogni startup ci sono alcuni elementi essenziali: alta tecnologia, connettività, rapidità, un’organizzazione giovane e snella. Si parte da un’intuizione forte che, avvertono gli esperti, deve rispondere a un’esigenza reale di un alto numero di persone. Ci sono però anche altri fattori da

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considerare: le caratteristiche del mercato, gli obiettivi a breve e a medio termine, la concorrenza. Di norma qui entrano in gioco gli incubatori e gli acceleratori d’impresa, che funzionano accompagnando le “giovani promesse” passo a passo nei primi momenti di vita, sia nelle pratiche burocratiche, sia nella simulazione degli ostacoli che si incontreranno. Il bello è che tutti possono tentare l’esperienza. Ovviamente, occorre un capitale iniziale. Il quale, però, a differenza del passato, non va cercato solo nel circuito delle banche e degli altri investitori tradizionali: internet offre altre opportunità, come il crowdfunding, che raccoglie attorno a singoli progetti le donazioni di chi “ci crede”.

Non è tutto oro quel che luccica Mai come ora il passo dal sogno alla realtà è stato così breve. Ma, avverte il proverbio, «non è tutto

oro quel che luccica». Spesso ci si dimentica che alla base di ogni avventura c’è il rischio d’impresa. Che in tema di startup è elevatissimo: secondo gli esperti una su tre è in perdita, otto su dieci chiudono i battenti dopo cinque anni di vita. Non è solo un problema nostrano ma un fatto mondiale. Un esempio clamoroso è quello di Yik Yak, una app di messaggistica creata nel 2013 da due studenti americani della Furman University, nella Carolina del Sud. Segni particolari: il social, rivolto ai ragazzi delle high school locali, garantiva l’assoluto anonimato dei partecipanti. In pochi mesi la popolarità è cresciuta fino a coinvolgere


commerce. Il comun denominatore è l’intraprendenza, con una decisa propensione agli investimenti in tecnologia e ICT (Information and Communication Technologies), otto volte più elevati rispetto a un’azienda tradizionale.

Da crisalide a farfalla

migliaia di fan in diversi Stati USA, permettendo a Yik Yak di ottenere più di 70 milioni di dollari da finanziatori esterni e una quotazione della società di quasi 400 milioni. Un impero nato in fretta e crollato in un attimo, quando la chat è scivolata negli eccessi del cyberbullismo. I due studenti non sono riusciti a eliminare il problema mantenendo il fascino dell’idea, e la loro società è cessata definitivamente nel 2017. Un altro caso clamoroso è quello del sito web Beepi dove vendere e comprare auto usate, con consegna a domicilio: un successone con un giro d’affari da quasi 50 milioni, affossato dagli alti costi del personale necessario. E che dire di Juicero? La startup dei succhi di frutta (sostenuta tra gli altri da Google Ventures) ha visto crollare le vendite quando si è scoperto che le ricariche con i preparati si potevano utilizzare anche senza la costosa macchina spremitrice al centro del progetto. Sono solo alcuni esempi di come un errore di valutazione

possa trasformare un potenziale successo in un flop. Per fortuna non è sempre così.

Quante sono È un fatto che nonostante i fallimenti le startup impazzano, anche in Italia. I “Rapporti trimestrali del Ministero dello Sviluppo Economico, Unioncamere e Infocamere”, danno un quadro aggiornato della situazione: a ottobre 2017 le società iscritte nel registro delle imprese sono state poco meno di ottomila, con un trend in forte crescita. Soci e occupati sono triplicati in tre anni. Il capitale dichiarato, anche questo in aumento, si attesta sui 380 milioni di euro. I protagonisti di questa scalata sono i giovani, specie se under 35 (anche grazie a regimi fiscali agevolati), con preferenza per le donne, più intraprendenti e capaci di organizzare risorse e strumenti. La regione preferita è la Lombardia, i settori dove si posizionano le neo imprese sono soprattutto i servizi avanzati e l’e-

Ci sono ancora due aspetti da affrontare. Il primo riguarda il rapporto con il mondo dell’industria, in molti casi ancora diffidente (e qualche volta ostile) verso i servizi forniti dalle startup per migliorarne la produttività. Il motivo è che la prima si rivolge a un quadro consolidato, mentre le seconde puntano ai territori ancora inesplorati dell’innovazione digitale. Il difficile è fare incrociare le due rotte. Quando ci si riesce si parla di industria 4.0, come quella che guida il settore biomedicale e le produzioni con stampanti 3D. Il secondo è la funzione delle startup: non nascono per durare ma per aprire una finestra sul futuro. La loro vita è quindi breve per definizione (start up vuol dire “avviare”). Ma non nascono neanche per fare fiasco. Come insegna il “guru” Steve Blank, devono essere “scalabili”: devono, cioè, riuscire a svilupparsi in base al mercato sfruttando l’estrema flessibilità senza perdere la mission iniziale. Una volta raggiunto l’obiettivo devono sapersi trasformare in una società più strutturata, meno avventurosa ma anche più solida. Un po’ come la crisalide che diventa farfalla. E vola sicura verso il domani. 

gennaio•febbraio 2018

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viaggi

Pellegrini in cammino - 1

Un eremo dimenticato

di Francesca Binfarè

Isolato e solitario, incastonato nella roccia, conserva ancora il suo fascino. E dalla sua sommità si spazia su un panorama bellissimo, a cominciare dalla vicina Ascoli Piceno.

] L’eremo di San Marco. L’11 e 12 agosto prossimi i giovani si sono dati appuntamento con papa Francesco a Roma, in occasione del Sinodo 2018. La settimana precedente, i ragazzi sono stati invitati a percorrere gli antichi cammini dei pellegrini, andando alla scoperta delle ricchezze umane e spirituali del nostro territorio. L’Italia è ricca di questi percorsi, dalla Via Francigena alle strade che portano a Loreto, dal cammino minerario di santa Barbara in Sardegna ai luoghi di san Bene-

42 gennaio•febbraio 2018

detto: lungo questi cammini i ragazzi avranno occasione di riscoprire se stessi e di incontrare testimoni e momenti di solidarietà, protagonismo civile, impegno sociale. Sulla scia di questo desiderio di camminare per scoprirsi e scoprire, Dimensioni Nuove inizia un percorso alla ricerca di luoghi ricchi di spiritualità e di bellezza, che nutrono l’anima. Il primo è Ascoli Piceno, con il suo eremo di San Marco: partiamo da qui.

L’eremo di San Marco è una perla incastonata nella roccia. Per raggiungerlo e respirare la pace e la bellezza che emana, il


Ascoli Piceno raccontata dai La Rua

I La Rua sono una band numerosa, entusiasta, esuberante e… marchigiana, di Ascoli Piceno e dintorni. Le rue sono le stradine minuscole del centro storico della città, capito da dove deriva il loro nome? Ai La Rua abbiamo chiesto un itinerario “a misura di ragazzo”. Daniele Incicco, la voce del gruppo, suggerisce alcune tappe irrinunciabili: «Senz’altro Piazza del Popolo, da tutti considerata un gioiello: la chiesa di San Francesco (nella foto), il Palazzo dei Capitani con il suo orologio, gli archi con le loro piccole volte che ospitano i negozi. È un luogo di ritrovo amato dagli ascolani: andateci a prendere un aperitivo, quando il tramonto la tinge di rosso». William D’Angelo, chitarrista della band, specifica che «la piazza è in travertino, una pietra lucidissima che diventa uno specchio quando piove. È uno degli scorci più fotografati in città». Una tappa irrinunciabile, per musicisti e non, è il Teatro Ventidio Basso, un gioiellino che si trova a poche centinaia di metri proprio da Piazza del Popolo (dove si sono esibiti anche i La Rua). Prima di ripartire, «bisogna assaggiare le olive

gione è San Benedetto del Tronto, conosciuto per le sue spiagge sabbiose e per il suo lungomare che ospita 8000 palme di varie specie. Della Riviera delle Palme fanno parte anche i centri di Grottammare e Cupra Marittima.

edetto ] San Ben

all’ascolana (ripiene di carne) e il fritto misto all’ascolana che comprende costolette d’agnello, carciofi, olive e cremini: sono quadratini di crema pasticcera, ovviamente fritta. Friggiamo tutto, da queste parti!». William riassume lo spirito della sua città con tre aggettivi: «Goliardica, storica e passionale. Ascoli ha tante facce, come gli ascolani: è goliardica come il suo carnevale. Ci sono dei personaggi in maschera, che noi chiamiamo “macchiette”, che coinvolgono con piccole rappresentazioni divertenti le persone per strada. Gli aspetti storici e passionali della città si abbracciano nelle vie, negli edifici e nelle feste. Penso alla giostra equestre della Quintana, uno “scontro” tra destrieri che prende vita la prima domenica di agosto in occasione della festa di Sant’Emidio». Quale canzone dei La Rua potremmo ascoltare visitando Ascoli Piceno? «Sicuramente Non ho la tristezza: è stata scritta per questa città che ci sta supportando con tantissimo calore». Diamo un ultimo sguardo d’insieme: da dove? «La vista panoramica migliore si ha dal Colle dell’Annunziata, l’area verde sopra Ascoli».

Nell’entroterra di San Benedetto si trova Acquaviva Picena: dalla collina su cui sorge si può far correre lo sguardo sulle alture marchigiane che si estendono fino all’Appennino. Tradizione radicata nel borgo di Acquaviva

è la produzione dei cesti di paglia. Anche Offida si trova nell’entroterra: è uno dei “borghi più belli d’Italia”, costruito su uno sperone di roccia e racchiuso tra le mura del XV secolo. La sua tradizione artigianale più forte? La preziosissima lavorazione del merletto a tombolo, arte antica a cui è dedicato un museo. Arquata del Tronto è diventata tristemente nota per il terremoto del 2016 che l’ha coinvolta, e proprio per questo non va dimenticata. Appartiene alla comunità montana del Tronto ed è racchiusa all’interno di due aree protette, che sono il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e il Parco Nazionale dei Monti Sibillini. La storica rocca che sovrastava l’abitato è rimasta in piedi, nonostante i danni subiti. 

. del Tronto gennaio•febbraio 2018

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web di Stefano Moro

Che cos’è il Bitcoin Una valuta digitale, ma molto reale.

“Diventa ricco in un giorno grazie al Bitcoin”, “È far west sulla blockchain”, “Svelato il segreto delle criptovalute”, “Tracollo di Bitcoin!”, sono solo alcuni dei titoli che hanno invaso le sezioni tecnologiche di quotidiani e riviste nel 2017. Un vero e proprio tormentone. Ma pochi in fondo sanno davvero di cosa si tratti, a volte persino tra chi ne scrive. Non è un caso, Bitcoin coinvolge infatti argomenti già di per sé complessi, al confine tra tecnologia e finanza, e per i non addetti ai lavori è un termine piuttosto oscuro, il più delle volte avvolto nel mistero, almeno quanto la parola “criptovaluta”. Ma partiamo proprio da qui per provare a spiegare Bitcoin in modo semplice, magari impreciso, ma comprensibile, almeno spero, anche ai non esperti.

Fiducia e criptovaluta Prima di tutto, cos’è una valuta? In estrema sintesi è un’unità di scambio, che ha permesso di sostituire il baratto. E le sue caratteristiche più tipiche? Non deperisce, è disponibile (ma non troppo), è trasferibile, è divisibile, è verificabile ed è difficilmente contraffabile. Infine, su cosa si basa? Fondamentalmente sulla fiducia. Per questo articolo accetto di essere pagato in euro perché sono ragionevolmente

46 gennaio•febbraio 2018

sicuro che potrò spenderli, altrimenti preferirei ricevere una cassetta di ortaggi. Non è una banalità. Anzi, nell’era digitale la questione della fiducia diventa ancora più cruciale, il nostro denaro infatti non è più tanto un gruzzolo di monete d’oro o di carta filigranata, il più delle volte è una registrazione su un database bancario. Non ci pensiamo, di solito, ma in caso di gravi eventi naturali o socio politici, la disponibilità del nostro denaro è tipicamente legata all’esistenza e alla disponibilità di quella registrazione su database. In fondo ci fidiamo della nostra banca, delle sue capacità finanziarie e tecnologiche. Roba da far venire i brividi, vero? Veniamo ora alle criptovalute. Cosa sono? Si potrebbe dire che sono valute digitali, virtuali, certo, sebbene ormai lo siano in gran parte an-


che quelle tradizionali. Garantiscono le stesse caratteristiche delle altre valute? Sì. Come? Essenzialmente grazie alla crittografia e alle tecnologie peer-to-peer. Ora però, per non perderci in astrazioni, veniamo al Bitcoin, che è solo una delle numerose criptovalute in circolazione, ma certamente la più conosciuta e diffusa.

Tra blockchain e miner Bitcoin nasce nel 2009 ad opera del misterioso Satoshi Nakamoto, pseudonimo probabilmente di un gruppo di hacker tuttora sconosciuti, che lavoravano da tempo al progetto di una criptovaluta innovativa e sicura. Il loro obiettivo era creare un sistema distribuito su rete Internet, senza autorità centrale, che garantisse sicurezza di possesso e trasferimento di valuta, anonimato e resistenza ad attacchi e frodi. La tecnologia adottata è la blockchain, ossia un registro pubblico delle transazioni in Bitcoin distribuito su tutti i terminali degli utenti. Ci sono quindi migliaia e migliaia di copie in giro per il mondo di tutto il registro delle transazioni, fatto che rende la criptovaluta decisamente più sicura della valuta tradizionale per quanto riguarda il rischio di perdita di dati per eventi catastrofici. La blockchain è in sostanza una catena (chain) di transazioni, in cui ogni blocco di dati è legato ai precedenti e non è per sua natura “sganciabile”, garanzia questa di una sostanziale impossibilità di manomissione del registro. Ogni transazione poi, prima di essere registrata, deve essere “validata” dai cosiddetti miner, utenti che dispongono di grande capacità di calcolo (ormai sono vere e proprie aziende) e verificano la validità di mittente e destinatario e il reale possesso di denaro da parte del mittente. Un’azione, quella del miner, che è voluta-

mente estremamente complessa, in modo che non sia possibile da parte di alcuno assumere il controllo della rete. Un’azione che è remunerata in Bitcoin, fatto che garantisce l’immissione periodica e controllata di nuova moneta nel sistema. Controllata, perché il sistema è costruito in modo che nel tempo ne venga emessa sempre meno, senza poter mai raggiungere il tetto di 21 milioni di Bitcoin in circolazione. Questo garantisce la caratteristica tipica di una valuta, che per essere affidabile deve essere disponibile, ma in modo limitato.

Un sistema trasparente Ho fatto più volte riferimento a questo “sistema”, programmato per funzionare in un certo modo e garantire determinate caratteristiche. Questo sistema è alla base della fiducia che permette a Bitcoin di essere una valuta “credibile” e in continua espansione. È un programma informatico, in definitiva, ed è open source, creato sì dal misterioso Satoshi Nakamoto, ma completamente trasparente. Un sistema che utilizza la crittografia asimmetrica, alla base della comune firma digitale, per garantire che chi opera ne abbia titolo, e che utilizza la blockchain per garantire tutte le caratteristiche di affidabilità sopra elencate. In sostanza, una criptovaluta di questo tipo funziona, e bene. Rischi ce ne sono? Sì, certamente, e sono legati, a mio avviso, proprio al sistema di fiducia. Il Bitcoin (BTC) può valere tanto o poco, il cambio con valute tradizionali può essere più o meno buono, in base a quanto sia ritenuta affidabile e conveniente la criptovaluta. Torniamo alla questione che accettiamo euro o dollari perché li possiamo spendere o, al limite, cambiare in altra valuta spendibile. Un anno fa il BTC era scambiato a 685 euro, al momento in cui scrivo questo articolo ne vale 6.650. Domani, non lo sappiamo. Tecnicamente il Bitcoin ha tutte le carte in regola per essere una valuta affidabile, anche più di quelle tradizionali. Ma una valuta e, ancor più, una criptovaluta sono in fin dei conti una trusted network, una rete di fiducia. L’aspetto tecnologico, per quanto affascinante, non è decisivo. gennaio•febbraio 2018

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tendenze di Marta Cardini

Impara l’arte e mettila da parte

Star bene con le lingue

Sapere una lingua straniera non è solo utile. Sembra anche che attivi milioni di circuiti e di cellule neuronali del cervello e ritardi l’invecchiamento. Quante lingue conosci? E quante ne stai imparando? Secondo studi recenti il cervello di chi conosce almeno due lingue è più sano, più grande e più connesso. Studiare le lingue previene anche l’invecchiamento e persino dopo i 70 anni si può diventare poliglotti. A tutte le età sembra essere il miglior modo per allenare la mente.

Le lingue più parlate al mondo

Le lingue più parlate al mondo sono l’inglese e il cinese mandarino con 1000 milioni di persone che le utilizzano. Seguono l’hindi-urdu, una lingua prevalentemente parlata in India e Pakistan da 900 milioni di persone, e lo spagnolo con 450 milioni di persone che lo usano.

48 gennaio•febbraio 2018

Materia grigia in espansione Pare infatti che chi sta studiando una nuova lingua abbia la mente in espansione, attivi milioni di circuiti e di cellule neuronali, aumenti la materia grigia del cervello. In una ricerca pubblicata sulla rivista Plos One viene spiegato che sottoponendo persone anglofone dai 18 ai 78 anni a un corso intensivo di lingua straniera, già dopo una settimana gli studenti miglioravano il livello dell’attenzione. E non si ottiene soltanto una

mente più elastica, ma lo studio delle lingue previene anche l’invecchiamento e l’Alzheimer. Secondo uno studio condotto in Cina dall’Università VitaSalute San Raffaele di Milano in collaborazione con l’Università di Hong Kong, non c’è differenza tra chi impara una seconda lingua da bambino e chi lo fa da adulto. Inoltre, gli anziani che parlano più lingue sviluppano più materia grigia di chi ne parla una


sola. Con la mente più elastica è possibile prevenire meglio la demenza senile e altre malattie dell’invecchiamento.

Qualche consiglio Sul web si trovano centinaia di consigli su come imparare una lingua straniera, su come apprenderla in poco tempo oppure on line. Anche per chi non è portato. Il sito di Babbel Magazine, rivista fondata nel 2014, spiega che quando si tratta di lingue straniere, bisogna tenere in considerazione differenti aspetti: saper leggere, scrivere, dialogare, tradurre o, ancora, ricordare il vocabolario. È dimostrato che alcuni individui hanno capacità linguistiche più sviluppate di altri, ma è altrettanto provato che tutti p oss ono imparare una seconda lingua in maniera soddisfacente. Per farlo il segreto è concentrarsi sui nostri punti di

Italia: tra lingua e dialetti

Nella nostra penisola anche alcuni dialetti sono considerati delle vere e proprie lingue. Secondo i più recenti dati statistici (La lingua italiana, i dialetti e le lingue straniere, Istat, 2012) l’84,8% degli italiani parla in modo esclusivo o prevalente l’italiano, il 10,7% lo alterna con una lingua locale, mentre solo l’1,7% si esprime esclusivamente nell’idioma locale. All’interno delle mura domestiche il numero di coloro che si esprime in dialetto aumenta, arrivando al 9%. L’italiano deriva dal latino, ma non dal latino classico che si studia a scuola, quanto dal latino volgare, più vicino a quello plebeo dell’epoca repubblicana, parlato da soldati, contadini e abitanti delle province romane. Dalla contaminazione tra il latino volgare con le lingue degli invasori (longobardi, franchi, goti) deriva il volgare, dalla cui lunga evoluzione nascerà l’italiano. Tra i primi a ritenere che il volgare dovesse sostituire il latino c’era Dante Alighieri, che alla questione dedicò un’opera: il De vulgari eloquentia (1303-1305). La nostra lingua è la ventunesima al mondo per numero di parlanti. I madrelingua sono circa 63 milioni di persone. I dialetti, invece, rispetto alla lingua nazionale, hanno una grammatica, un vocabolario e una tradizione letteraria autonomi. Da nord a sud ce ne sono circa una decina: il piemontese, il genovese, il lombardo (che comprende più dialetti a seconda delle province), la lingua veneta, il ladino (che si parla in Alto Adige), il friulano, l’emiliano-romagnolo, la lingua napoletana, siciliana e sarda. Senza contare le infinite combinazioni dialettali che si trovano nei diversi territori provinciali o comunali. In Italia si parlano così tanti dialetti che secondo l’Enciclopedia Treccani è persino difficile contarli. Per comodità gli studiosi dividono l’Italia in tre grandi aree dialettali: la linea La Spezia-Rimini separa quella settentrionale da quella centrale, che è sua volta divisa dall’area meridionale dalla linea RomaAncona. I linguisti definiscono italiano popolare l’italiano di chi ha per madrelingua il dialetto e ha acquisito la lingua nazionale in modo imperfetto.

gennaio•febbraio 2018

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sport di Stefano Ferrio

Si prepara la Uefa Nations League

Il calcio

non finisce mai È ormai sulla rampa di lancio un nuovo torneo di calcio che coinvolgerà le Nazionali europee. Con il rischio di inflazionare il pubblico di partite.

La Nazionale italiana alle prese con un nuovo incubo, che si chiama “retrocessione”. Ovvero costretta per due anni a partite contro Slovacchia e Ungheria, piuttosto che contro Germania o Spagna. Lo stesso incubo settimanalmente provato in Serie A dalle squadre della fascia salvezza, tipo il Benevento, il Verona, la Spal, il Crotone e il Sassuolo del campionato in corso. Una prospettiva da “caduta degli dei” che i Bonucci e i Belotti della rappresentativa azzurra condivideranno con colleghi superstar come il fuoriclasse portoghese Cristiano Ronaldo, il

52 gennaio•febbraio 2018

portiere tedesco Manuel Neuer o l’attaccante spagnolo Francisco Isco. È un tormentone a cui dobbiamo cominciare ad abituarci a partire da questo 2018 che, oltre ai Mondiali di Mosca, si porta nel sacco la nascita della prima Uefa Nations League, autentico campionato per rappresentative nazionali di durata biennale, con tanto di Lega A, B, C e D e relative promozioni e retrocessioni.

4 gironi, 55 squadre Appuntamento in Svizzera, a Losanna, il 24 gennaio, per

un sorteggio in cui l’Italia sarà inizialmente inserita – ranking europeo alla mano – in Serie A, assieme a undici avversarie: Germania, Francia, Portogallo, Belgio, Spagna, Svizzera, Croazia, Polonia, Islanda e Bosnia. Dalle urne svizzere usciranno i quattro gironi da tre in calendario fra settembre e novembre, tramite partite di andata e ritorno. Nel giugno 2019 è in programma la Final Four, ovvero le semifinali e le finali fra le quattro vincitrici dei gironi, secondo la stessa formula che riguarderà anche la B, la C e la D.


Chissà se l’Italia tornerà a festeggiare eo internazionale la vittoria in un torn i. dopo l’eliminazione ai Mondial

Le squadre vincitrici dei quattro play off saranno premiate attraverso la qualificazione diretta agli Europei del 2020, aperti a 24 nazionali in tutto, con partite giocate in tredici diverse città del continente (fra cui Roma) e finali al Wembley Stadium di Londra. È l’edizione itinerante ideata per celebrare il sessantennale della massima competizione continentale, inaugurata nel 1960 dalla vittoria dell’allora Unione Sovietica. Ma, venendo alle insonnie italiane, l’obbiettivo Europei 2020 è la bella faccia di una medaglia che nasconde nel verso il pericolo della retrocessione prevista per le ultime quattro dei gironi di Lega A, sostituite nella Nations League 2020-2021 dalle “promosse” che si saranno aggiudicate i gruppi della Serie

Bulgaria, Albania, Scozia, Montenegro, Norvegia, Lituania, Azerbaigian, Cipro, Armenia. E saranno sedici in Lega D, da suddividere fra quattro gironi da quattro. Parliamo di Estonia, Finlandia, Bielorussia, Georgia, Isole Far Oer, Lettonia, Macedonia, Kazakistan, Moldavia, Lussemburgo, Liechtenstein, Kosovo, Malta, Andorra, San Marino, Gibilterra.

Pericolo saturazione B. Quest’ultima inizia composta da altre dodici nazionali: Repubblica d’Irlanda, Russia, Austria, Svezia, Slovacchia, Galles, Ucraina, Olanda, Irlanda del Nord, Repubblica Ceca, Turchia, Ungheria. Sale il numero delle rappresentative raggruppate nelle due leghe inferiori. Saranno quindici in C, da distribuire fra un girone da tre squadre e tre da quattro: si tratta di Grecia, Romania, Slovenia, Israele, Serbia, Danimarca,

Per sviscerare le ragioni che hanno condotto al parto della Nations League, risulta di fondamentale importanza la somma delle nazionali iscritte alle quattro leghe, 55, ovvero tutte le federazioni affiliate alla Uefa. Che in questo modo instaura, attraverso la competizione, un regime di gestione costante e capillare dell’intero calcio europeo, con relative ricadute economiche in sponsorizzazioni e sfruttamento dei diritti televisivi. Ciò comporterà più di una c ons eguenza, a c ominciare dall’estinzione pressoché totale

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Questa serie di fumetti è prodotta da giovani artisti emergenti selezionati dalla rivista di manga on line Mangakugan

Tempesta

di Valentina Canova

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Dimensioni Nuove gennaio 2018  
Dimensioni Nuove gennaio 2018  
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