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Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in A.P. 07/2018 - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, D.C.B. TO - Tassa Pagata/Taxe Percue/Economy/ - Periodico Elledici · 10142 Torino · Anno 55 • � 3,50

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MUSICA Alvaro Soler

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ATTUALITÀ L’invasione dei robot

DOSSIER

Generazione 18

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BENVENUTI!

Lo dico ai 2000, a quelli nati nel nuovo secolo e nel nuovo millennio e che quest’anno quasi al termine fa entrare nella maggiore età. Benvenuti nel grande mondo dei maggiorenni, dei responsabili di fronte alla Legge, di quelli che possono dire la loro, di votare, di agire. Benvenuti nel mondo degli adulti. Il dee-jay Gabry Ponte, nella sua canzone Che ne sanno i 2000, si chiede appunto che ne sanno i diciottenni del suo mondo, di Battisti e Mogol, del Festivalbar, del walkman e di Bim Bum Bam. Lui è del ’73 e di anni ne ha ormai 45 (e forse ai vostri occhi sembra già vecchio). Lui ha iniziato a fare successo che aveva “solo” vent’anni e il primo disco l’ha inciso a ventotto (dieci anni più di voi!). Canta con Daniele “Danti” Lazzarin, classe ’81, e per risparmiarvi il calcolo, ha già compiuto 37 anni. Avete visto il video originale su YouTube? Stanno cercando l’ispirazione per una nuova canzone, e si accorgono della distanza tra loro e “i giovani”, quando arriva Fabio Rovazzi, a caccia di Pokémon. Ma anche lui ha sei anni più di voi (e sono tanti, praticamente una generazione!). Al limite potrebbe essere vostro fratello maggiore; di quelli che «un consiglio glielo chiedi, ma sai già che lui sta dalla parte dei tuoi genitori». Ogni tanto me lo chiedo: che ne sanno, loro, del vostro mondo? Che ne so io, che pure cerco di non perdere il contatto con voi, che ne sanno i vostri genitori e i vostri insegnanti del mondo che vi stiamo lasciando tra le mani dicendo quasi con ironia: «Divertiti!». Ci sembrate tanto diversi ed invece siamo tanto uguali, troppo adulti voi e troppo bambini noi “grandi”, e facciamo così fatica a comunicare e a volerci bene. Abbiamo chiesto ad un esperto di provare a descrivervi. Leggete il dossier che vi abbiamo dedicato, e non abbiate paura a dirci la vostra, commentando, mandandoci una mail (sapete ancora cosa sono?), scrivendo sui social, o cercando il sito www.dimensioni.org. E buon compleanno, fantastici 2000.

Valter Rossi

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il mondo visto

dai giovani

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ensioni

d Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in A.P. 07/2018 - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma 1, D.C.B. TO - Tassa Pagata/Taxe Percue/Economy/ - Periodico Elledici · 10142 Torino · Anno 55 • � 3,50

Editoriale

otto MUSICA Alvaro Soler Freddie Mercury CINEMA Il biopic su

ATTUALITÀ L’invasione dei robot

DOSSIER

Generazione 18

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In copertina: È l’ora dei diciottenni.

ARTICOLI 6 Cinema Rapsodia per una rockstar di Claudio Facchetti 10 Hashtag La fatica della coerenza di Elena Giordano 14 Musica Alvaro Soler Tutti i colori della vita di Francesca Binfarè 18 Persone L’uomo che “ripara” le donne di Carlo Tagliani 24 Fumetto Il volo infinito di Claudio Facchetti

29 Dossier Generazione 18 di Leo Gangi

39 Società Leggera, mica tanto di Marta Cardini

44 Viaggi Sotto la lente di Sherlock Holmes di Francesca Binfarè

48 Attualità L’invasione dei robot di Consolata Morbelli

52 Sport L’Italia non ha colore di Stefano Ferrio

RUBRICHE 4 dPlanet

42 dBooks

di Francesca Binfarè

di Nicola Di Mauro

9 dScreen

51 dHeaven

di Claudio Facchetti

di Domenico Sigalini

13 dSwitch

55 dSport

di Elena Giordano

di Stefano Ferrio

17 dYoung

56 Fumetto

di Elena Giordano

di Valentina Canova

22 dTracks

62 dSmile

di Franz Coriasco

di Carlo Mantovani

27 dGames di Lorenzo Roagna

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cinema di Claudio Facchetti

UN BIOPIC REGALE

Rapsodia per una rockstar ECCENTRICO, MAGNETICO E GENIALE, MA ANCHE FRAGILE, FREDDIE MERCURY HA SEGNATO LA STORIA DEL ROCK COME LEADER DEI QUEEN. ORA RIVIVE LA SUA VITA SUL GRANDE SCHERMO.

È il 23 novembre del 1991 quando uno scarno comunicato ufficiale annuncia che Freddie Mercury è gravemente malato, colpito dall’Aids. Lo ha voluto lo stesso artista, che fino a quel momento aveva taciuto della sua malattia, benché tanti sapessero delle sue condizioni di salute. La notizia rimbalza come una palli-

na da ping pong su tutti i media: Freddie è una superstar del rock, conosciuto ai quattro angoli del mondo come leader dei Queen, una delle band più fenomenali che abbiano mai calcato le scene. Non c’è nemmeno il tempo di metabolizzare la news. Il giorno dopo arriva un altro drammatico comunicato: Mercury è volato in

cielo, lasciando nello sgomento milioni di fan sparsi per il pianeta. Si spegneva così una delle stelle più fulgide dell’universo musicale, “vittima”, per certi versi, della sua vita disordinata che, a un certo punto della sua strada, nel 1982, gli aveva fatto contrarre l’HIV, il virus responsabile dell’Aids.

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screen di Claudio Facchetti

Animali fantastici I crimini di Grindelwald di David Yates Secondo capitolo di una saga che ne prevede cinque, “Animali fantastici” rispolvera le atmosfere care a Harry Potter. D’altra parte, dal punto di vista letterario, è stato uno spin off del maghetto firmato dalla sua creatrice J.K. Rowling, qui arruolata anche come sceneggiatrice. Dunque, ambientazione magica come nel primo film con eventi che si sviluppano dal precedente episodio. Il protagonista, il magizoologo Newton “Newt” Scamandro, dovrà vedersela con il potente e cattivo Grindelwald, evaso dalla prigionia e deciso a dominare il mondo. Tra incantesimi, intrighi e appunto animali fantastici, salta fuori anche un nuovo alleato, un giovane Albus Silente, mago già visto in Harry Potter. Cast confermatissimo, con il premio Oscar Eddie Redmayne nei panni di Newt, un Johnny Depp (Grindelwald) sugli scudi e la new entry Jude Law (Albus Silente).

Robin Hood di Otto Bathurst È un eroe inossidabile Robin Hood, che mantiene il suo fascino intatto a dispetto del tempo che passa, come dimostrano le tante versioni arrivate sul grande schermo. Questa è l’ultima, con Taron Egerton nel ruolo dell’infallibile arciere, balzato alla ribalta nei film della serie spionistica Kingsman, e Jamie Foxx, nei panni dell’amico Little John. La storia è classica, con Robin Hood che torna dalle crociate e trova la sua terra dominata con pugno di ferro dallo sceriffo di Nottingham. Raddrizzerà i torti formando una banda di fuorilegge che ruba ai ricchi per dare ai poveri, sotto gli occhi innamorati di Lady Marian. Un film solido, girato con ritmo forsennato e ampio uso di effetti speciali per dare spettacolarità a duelli e battaglie.

Hunter killer - Caccia negli abissi di Donovan Marsh Nelle fredde acque del mare di Barents affondano misteriosamente, uno a breve distanza di tempo dall’altro, due sommergibili nucleari: il primo battente bandiera russa, il secondo americano. Un caso? Qualcuno pensa proprio di no, con ragione. Così al comandante Joe Glass (Gerard Butler) viene dato l’incarico di dirigersi con il suo sommergibile verso il punto in cui c’è stato l’incidente per vederci più chiaro. Glass scoprirà che dietro agli affondamenti si sta delineando un colpo di Stato in Russia che potrebbe scatenare la Terza Guerra Mondiale. Con l’aiuto dei Navy Seals, proverà a salvare il presidente russo, prima che sia troppo tardi. Come s’intuisce, niente di nuovo sotto il sole per questo action-thriller che, tuttavia, è ben costruito e sa tenere con il fiato sospeso lo spettatore.

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# hashtag

#Nessuno escluso - 8

di Elena Giordano

La fatica della coerenza Il confronto con chi abitualmente fa gli sgambetti per migliorare la propria posizione lavorativa è fastidioso. Si può rimanere se stessi e allo stesso tempo essere professionisti apprezzati? Scrive Davide: «Ho 25 anni, sono un lettore “anziano” di DN, ma vi voglio ugualmente lasciare la mia esperienza. Sono sempre stato molto attivo in parrocchia, così come tutta la mia famiglia. Mi sono laureato a pieni voti e per fortuna, senza fuggire all’estero, grazie a una specializzazione un po’ particolare – analista di Big Data – ho subito trovato lavoro in una giovane azienda molto agg uerrita, con prospett ive di crescita importanti, sia per il business che per il sottoscritto.

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Dopo pochi mesi dal mio arrivo, ho notato che, in modo involontario, mi stavo facendo terra br uciata attorno. Il motivo? Seguendo semplicemente le regole di comportamento insegnatemi dalla mia famiglia, mi impegnavo a fare bene. Questo voleva dire: non caricare i colleghi di lavori miei; non parlare male degli altri per salire di grado; non “lecchinare” il capo per avere favori; non passare agli altri i compit i più onerosi che spettavano comunque a me.

E mentre io cercavo di mantenermi “normale” e coerente con me stesso, altri colleghi – certamente meno attenti a queste forme di rispetto – progredivano di r uolo e di stipendio a fine mese. Ne ho discusso con mio padre, che per 30 anni ha lavorato in un’azienda analoga. La sua risposta è stata: funziona così. Allora io mi chiedo: per fare carriera devo dimenticarmi di essere una persona seria? E il rispetto del Vangelo dove va a finire?».


ro on posto di lavo u b n u e g n iu g g Non si ra na competizione, u e ss fo se e m co enza e la serietà. et p m co la n co ma

Il cristiano non va in giro con una medaglia appuntata sul petto. È una persona come tutte le altre, che cerca però di rispettare le regole del vivere civile, che è più attento a chi ha bisogno. Non si gira dall’altra parte, non si lascia invadere il cuore da odio o intolleranza. Se questi principi sono abbastanza semplici da seguire, specie quando ci si ritrova nella comunità parrocchiale, in cui tutti possiedono lo stesso idem sentire, la questione si fa complessa quando si “esce” fisicamente dalla calda e protettiva chiesa del quartiere. Là, fuori, il gioco si fa duro. In linea teorica tutti gli interlocutori – capi, mega manager, colleghi, sottoposti – dovrebbe-

ro essere sempre brave persone. Il fatto è che, per alcuni, essere “brave persone” significa lavorare con impegno, motivazione, sorriso. Per altri, faticare il meno possibile, per altri lamentarsi continuamente e incolpare gli altri delle proprie insoddisfazioni. Lo smarrimento di Davide è legittimo e provato da tantissime altre “brave persone vere”, ma bisogna rapidamente andare oltre questo andazzo.

Come affrontare il lavoro Che si tratti di piccola azienda, multinazionale, ente pubblico, realtà che ha a che fare con gli altri (banca, ospedale, esercizio commerciale); che la persona sia

cristiana, musulmana, buddista o atea sino al midollo, vi è un solo modo corretto che sovrasta ogni particolarismo, personalizzazione, allergia, fastidio o abitudine: la responsabilità. Per ciò che si è, per il ruolo che si ricopre, per l’importanza che il lavoro riveste nella propria vita. E la serietà, che induce a portare a termine il lavoro, ad arrivare puntuali, a comportarsi correttamente nei confronti di capo, colleghi, clienti. E la carriera? Se il capo è intelligente, se la struttura manageriale è realmente competente, le persone che agiscono in maniera professionale emergeranno come in un prato emergono i fiori dallo stelo più alto. Il processo è

Che si fa? Lavorate sulle soft skill

Il mondo del lavoro in Italia è in rapido cambiamento. Non sono solo le professioni nuove a fare capolino e a soppiantare quelle vecchie. Sono anche le competenze, quelle che si chiamano soft skill. In pratica, anche all’interno dell’azienda cambiano i modi di arrivare al risultato. Volete essere pronti, non appena laureati, per affrontare le nuove opportunità? Allora iniziate da ora a imparare a: • lavorare in team; • avere una visione multilaterale del problema; • usare la creatività; • utilizzare la capacità di problem solving; • saper prendere decisioni importanti, ora subito; • gestire lo stress; • essere proattivi; • utilizzare il pensiero critico, ossia gestire il presente sfruttando le capacità acquisite in passato. novembre 2018

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musica

A tu per tu con Alvaro Soler

di Francesca Binfarè

Tutti i colori della vita È stato il re dell’estate con il singolo “La cintura” e ora lo è anche dell’autunno con il nuovo cd “Mar de colores”. Tante tinte diverse che si mescolano nelle canzoni che “fanno di noi quel che siamo”. L’estate è ormai archiviata, ma una fetta della calda stagione è ancora qui, ben viva. A fornircela è Alvaro Soler, che la prolunga con l’uscita del suo nuovo album, Mar de colores, finito al secondo posto della classifica di iTunes Italia poche ore dopo la sua pubblicazione. Alvaro ai successi ci è abitua-

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to: il cd d’esordio Eterno agosto, uscito tre anni fa, aveva conquistato le radio e il pubblico con la sua solarità, e si era guadagnato il disco di platino per le vendite nel nostro Paese. Agli stessi risultati sembra destinato Mar de colores, che è stato lanciato da un altro successo indiscusso, La cintura, con cui

Alvaro ci ha tenuto compagnia tutta l’estate. Ma nel nuovo disco c’è molto altro: di questo abbiamo chiacchierato con lui, di passaggio a Milano tra i mille impegni della promozione internazionale.

Una vita molto intensa, la tua. Certamente non hai fatto vacanze la scorsa estate.


Mi sono ritagliato pochi giorni in ottobre, prima di mettermi a pensare al palco per i prossimi concerti, decidere come saranno questi live e fare le prove.

Partiamo allora dai concerti, o meglio dalla data importante che ti vedrà protagonista per la prima volta al Forum di Milano, il 9 maggio 2019. Sono emozionato, sto già lavorando a quel live perché voglio uno show dinamico, diverso da quelli del passato. Vorrei più elementi, tanta cura dei dettagli… Mi piacerebbe lasciare nel pubblico la voglia di tornare ad assistere a un altro mio concerto.

Dicevamo, tanti impegni anche internazionali ma tu sei italiano d’adozione (dopo l’esperienza in tv, Alvaro parla benissimo la nostra lingua, nda).

Avevo preso casa a Milano quando ero impegnato come giudice a X Factor. Non appena sono arrivato in città per promuovere Mar de colores sono stato travolto dai ricordi. Ho abitato qui per un mese con il mio chitarrista; avevamo orari fissi, una routine. È stato un bel periodo di cui conservo cari ricordi. Adesso vivo tra Berlino e Madrid.

Nel disco in alcune canzoni sembri fare riferimento a una vita vissuta meno di fretta e alle cose semplici che la rendono preziosa. È così? Sì, rallentare è una filosofia di vita. Se mangiamo di corsa non assaporiamo il gusto dei cibi, e così è per la vita. Spesso dimentichiamo di godere il momento e questo è un vero peccato. Con Mar de colores, in fondo, esprimo questo concetto: ognuno di noi

i anche giudice d Alvaro è stato

ha un posto che è casa, a cui ripensa con intensità quando se ne allontana. Tutti abbiamo famiglia, tradizioni, piatti tipici, usanze che fanno parte di noi: sono le nostre radici, qualcosa da non perdere. Mar de colores è appunto un mare di colori, dei nostri ricordi da bambini, di tutto quello che fa di noi le persone che siamo e che ci arricchisce quando le raccontiamo agli altri. Condividere è bellissimo.

In questo caleidoscopio che è la vita, quale colore prevale? Come nella musica, non ce n’è uno che predomina. Alla fine sono tante tinte nate da tre colori primari

alia.

“X Factor” in It

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persone di Carlo Tagliani

In prima linea

L'uomo che "ripara" le donne In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne l’incontro con il medico congolese Denis Mukwege, che dedica la propria vita a curare le vittime d’indicibili abusi. È conosciuto in tutto il mondo come «l’uomo che ripara le donne» perché lui le donne le “aggiusta” davvero. Medico, specializzato in ostetricia e ginecologia, Denis Mukwege dedica la propria vita a soccorrere e a curare le prime vittime della violenza che da decenni insanguina la Repubblica democratica del Congo, definita dalle Nazioni Unite «il peggior luogo del mondo per essere una donna».

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Un impegno per la vita Nato il 1° marzo di sessantatre anni fa a Bukavu, nella provincia orientale del Sud Kivu, zona poverissima, teatro di conflitti etnici e di traffici illegali delle ricchezze minerarie, fin da bambino Mukwege percepisce le difficoltà e le condizioni di oggettiva inferiorità in cui vivono le donne e decide di fare quanto è in suo potere per aiutarle. «Terzo di nove figli – racconta

– sono nato all’interno di una famiglia pentecostale. Mio padre era il pastore della comunità e, ogni volta che lo accompagnavo a far visita ai malati, mi rendevo conto che le pazienti dell’ospedale ricevevano cure insufficienti e non di rado morivano dopo il parto. Mi domandavo con insistenza che cosa avrei potuto fare per alleviare le loro sofferenze e decisi di studiare medicina». Terminate le scuole superio-


Conflitti e violenze mietono vittim soprattutto tra donne e bambini.

dersi d’animo ne costruisce un altro a Bukavu, la sua città natale, ma anch’esso ha vita breve. Con fiducia e tenacia realizza – sempre a Bukavu – il Panzi Hospital, che dal 1999 ha ospitato e curato oltre 50.000 donne vittime di violenze sessuali di ogni tipo.

Il coraggio di non arrendersi «Sono come un fazzoletto strappato: si devono prendere i fili e riannodarli uno a uno». Così Mukwege descrive le condizioni fisiche e psicologiche delle donne che varcano le soglie del Panzi Hospital per essere “riparate”. Il suo impegno e la sua dedizione sono conosciuti e riconosciuti in tutto il mondo. Candidato al premio Nobel per la pace, nel 2012 ha tenuto un discorso alle Nazioni Unite per denuncia-

e in Congo da decenni,

re gli abusi e le violenze cui sono sottoposte le donne congolesi e nel 2014 è stato insignito dal Parlamento europeo del Premio Sacharov per la sua battaglia a favore dei diritti umani e della libertà di pensiero. In più occasioni ha chiesto l’istituzione di un Tribunale penale internazionale per il Congo, consapevole che «quando si parla di milioni di morti, di oltre 1.800.000 donne violentate, non si può non avviare un processo che permetta di conoscere la verità e di fare giustizia». Le sue denunce e le sue prese di posizione lo hanno esposto a ritorsioni e a minacce: dopo il discorso all’Onu, per esempio, ha subito un attentato da parte di quattro uomini armati che è costata la vita a una guardia della sua scorta e mi-

nacce alla sua famiglia che lo hanno spinto a un esilio forzato in Svezia e a Bruxelles. In seguito alla mobilitazione delle “sue” donne, che ne hanno chiesto a gran voce il ritorno, Mukwege ha ripreso la propria missione al Panzi Hospital. «Se devo fare un bilancio della mia vita – conclude – mi rendo conto che devo tutto alle donne e al loro coraggio, a cominciare da mia moglie, con la quale identifico ogni paziente. Non so quante volte, osservandole nei loro letti di dolore, mi sono disperato e mi sono domandato: “Come potranno riprendersi?”. E ogni volta scopro che si rimettono in piedi non per se stesse ma per le loro famiglie e per i loro figli. Credo che da loro noi uomini abbiamo davvero molto da imparare». 

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fumetto di Claudio Facchetti

Un classico intramontabile

Il volo infinito

È quello compiuto da Buck Danny, l’intrepido pilota americano che ha attraversato i decenni senza mai perdere appeal.

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© Dupuis, 2018

L’anno scorso ha compiuto 70 anni e come tanti personaggi del mondo dei fumetti non dimostra la sua età e, anzi, è volato (è proprio il caso di dirlo) attraverso il tempo fino a oggi senza che gli sia comparsa sul volto una sola ruga: insomma, un eterno giovane. Parliamo di Buck Danny, pilota dell’aviazione militare americana, finito in pagina per la prima volta nel lontano 1947 su idea di due maestri del fumetto franco-belga, Jean-Michel Charlier (1924-1989) e Victor Hubinon (1924-1979). Entrambi sono destinati a lasciare un segno profondo nella

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storia dei fumetti, non solo insieme con la creazione di Buck Danny, ma anche collaborando con altri autori: per esempio, Charlier realizzerà con Albert Uderzo (uno dei papà di Asterix) la coppia di piloti dell’aereonautica francese Tanguy e Laverdure; invece con Jean Giraud darà vita al tenente Blueberry, calandolo in un inconsueto scenario western. Dal canto suo, Hubinon collaborerà con l’allora popolare periodico Spirou, dove incontrerà Charlier, e con lui, oltre a Buck Danny, creerà il pirata Barbarossa, senza dimenticare la striscia umoristica Pistolin, firmata con René Goscinny (l’altro papà di Asterix).


r doss ie di Leo Gangi

Generazione

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Cosa vuol dire diventare maggiorenni nell’era digitale.


r doss ie

rano k, dove c’e r o Y w e N Oggi, a ruite , sono state cost le el em G i rr To le e dei grattacieli. as b sa es st la n due fontane co

QUESTIONI DI GENERAZIONE

Non abbiamo vissuto la guerra, e nemmeno gli anni del boom economico. Non abbiamo visto cadere il muro di Berlino e neanche le battaglie per l’articolo 18. Cos’è l’articolo 18? Il crollo delle torri gemelle a New York ce l’hanno raccontato: c’eravamo, ma eravamo troppo piccoli per ricordarcelo. Qualcuno ci chiama Generazione Z, qualcun altro iGeneration, e in tanti altri modi ancora. Noi non crediamo che un’etichetta basti a capirci. Ma se proprio volete “incasellarci”, chiamateci diciottenni, con le nostre paure e qualche speranza, quelle che le generazioni precedenti non ci hanno ancora tolto.

Il nuovo mondo

Potrebbe iniziare così il “manifesto” di chi quest’anno diventa maggiorenne in un mondo completamente diverso da quello che hanno conosciuto i suoi genitori, e forse anche i fratelli più grandi. Una società sempre in evoluzione e proprio per questo segnata da precariato e rottura dei riferimenti che hanno guidato chi c’era prima. Ma contraddistinta an-

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che dalla rivoluzione digitale 2.0, che ha portato iPhone, smart city, realtà aumentata e una nuova dimensione da scoprire e inventare. Ci sono state altre epoche di grandi eventi: la scoperta dell’America, l’invenzione della stampa, lo sbarco sulla Luna. Ma mai con così tante novità tutte assieme. Ecco le principali, viste con gli occhi dei protagonisti. Il “manifesto” della Generazione18 continua.

Dopo le Torri Gemelle

L’11 settembre 2001 è la prima data da ricordare: le Torri Gemelle di New York crollano, colpite da due aerei dirottati e usati come missili “impropri”, provocando quasi tremila morti. L’America, che da qualche anno si dedica ai film apocalittici in stile Indipendence day, dove ogni volta Manhattan viene rasa al suolo, ma solo per finta, resta sotto shock. La rovina delle Twin Towers sconvolge l’Occidente. Per un attimo, ma solo per un attimo, si teme l’inizio di una terza guerra mondiale. Non succederà, ma da quel giorno nasce un nuovo modo di concepire il terrorismo internazionale, e anche la risposta è nuova. La paura si trasforma in rabbia e


società di Marta Cardini

salute in fumo…

Leggera, mica troppo Si è diffusa l’idea che la “cannabis light” non sia pericolosa e per questo vada venduta liberamente. In realtà può avere effetti negativi sulle persone, come ha rilevato il Consiglio Superiore di Sanità.

La chiamano “cannabis light”. È la sostanza con il principio attivo Thc inferiore alla tradizionale marijuana. Ma nonostante questo è ugualmente pericolosa. O meglio, non si conoscono ancora in dettaglio tutti i rischi ed effetti negativi per la salute. Mentre i rivenditori aumentano, arriva una proposta di legge per vietarne la vendita, che verrà valutata dal nostro Governo. Ma la cannabis non è soltanto qualcosa che “si fuma”, ha anche usi medici, cosmetici, edilizi e ambientali. Ecco tutto ciò che c’è da sapere su questa nuova sostanza.

“I green shop vanno chiusi” Lo scorso 11 luglio 2018 è giunta la notizia che il vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli ha depositato una proposta di legge per la chiusura dei green shop, ossia dei rivenditori di cannabis light. «Mi auguro – ha affermato – che il nostro Governo non favorisca la crescita di un fenomeno che danneggia la salute dei nostri giovani, come affermano tutte le istituzioni sanitarie». Nei giorni precedenti il Ministro della Famiglia Lorenzo Fontana, con delega alle politiche antidroga, in un’intervista al

Effetti, rischi e controindicazioni

La cannabis light viene considerata “rilassante”, più che “sballante” come la normale marijuana. A dosi alte però non sono da escludere le risposte individuali alla sostanza legate sia alla persona che alla modalità di assunzione. È difficile dunque misurare con precisione gli eventuali effetti negativi sul corpo e soprattutto sul sistema nervoso, anche perché nella pianta i cannabinoidi non sono contenuti in forma attiva. Sarebbe quindi meglio evitarne l’utilizzo finché non si conoscono i reali pericoli per la salute.

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Cos’è la cannabis light

Si chiama anche CBD (cannabidiolo) e si tratta di una cannabis con il principio attivo Thc che era ritenuto “inferiore ai limiti di legge”. I prodotti a base di cannabis, nel rispetto del tetto fissato per la dose di Thc contenuta, si potevano vendere in Italia, in base alla legge 242 del 2016, entrata in vigore il 14 gennaio 2017. A giugno 2018, la cosa è stata riconsiderata perché il limite di Thc previsto dalla legge (0,20,6%) non sarebbe trascurabile e gli effetti psicotropi possono comunque prodursi, magari aumentando le dosi.

quotidiano La Stampa aveva dichiarato: «Mi riconosco nella formula della “tolleranza zero”. E non lib eralizzerò la cannabis. Penso ai genitori: non credo vorrebbero che i loro figli fumassero».

Pericolosa e non del tutto conosciuta La cannabis light è pericolosa. Lo ha affermato recentemente il Consiglio Superiore di Sanità (Css), quando è stato chiesto a questo ente se sia opportuno o no liberalizzare la vendita di canapa con un con-

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tenuto di thc (uno dei maggiori principi attivi della cannabis) inferiore allo 0,6%. Un anno fa, quando iniziavano a sorgere in tutta Italia i rivenditori di tale sostanza considerata “leggera”, il fondatore della comunità di recupero Villa Maraini, Massimo Barra, in un’intervista ad In Terris anticipò, in qualche modo, il giudizio del Css: «È estremamente pericoloso tutto ciò che attenta al sistema nervoso centrale, che è la parte più raffinata e differenziata del corpo, nonché la più delicata. Che sia una sostanza rilassante, immunizzante o ansiolitica chiamata “light”, sempre di droga si tratta». Il parere medico attesta, dunque, che siamo dinanzi a una sostanza stupefacente, di cui non

si conoscono completamente gli effetti psicotropi sia a breve che a lungo termine. Questa droga non può quindi essere considerata “sicura” e priva di effetti collaterali, soprattutto per i giovani.

Le posizioni dei nostri politici Dopo aver consultato il Consiglio Superiore di Sanità, ora spetta al Ministero della Salute del nostro Governo la decisione di bloccare o no la vendita di questa sostanza. Ma come la pensano i nostri politici Matteo Salvini e Luigi Di Maio? Il leader leghista, attualmente Ministro dell’Interno, si dichiara più proibizionista. Dice no a tutte le forme di droga: «Non distinguo tra pesanti e leggere» afferma durante un’intervista a Radio 105.


abis light in Olanda. Un negozio che vende cann stanno diffondendo. Anche nel nostro Paese si Mentre Luigi Di Maio, Ministro dello Sviluppo Economico, sembra assumere una posizione più morbida. Durante la recente campagna elettorale il leader politico del Movimento 5 Stelle aveva parlato di cannabis: intervistato aveva dichiarato di essere favorevole a una “liberalizzazione soft” della cannabis e dei suoi

derivati, «soft nel senso di stabilire con precisione dosi possibili».

Altri usi Ovvero quando la cannabis “non si fuma” e non viene usata per sballarsi. La canapa, a seconda della lavorazione, può essere usata per motivi farmacologici, in caso di alcune gravi malattie

Rivenditori vicino alle scuole

La cannabis light, oltre a suscitare preoccupazioni sui potenziali danni alla salute, rappresenta un’enorme fucina di affari. In poco più di un anno sono 422 i rivenditori sorti in tutta Italia e alcuni shop sorgono anche vicino alle scuole. Ad esempio a Roma, vicino ad un prestigioso Liceo, dove la preside ha chiesto l’intervento del prefetto perché davanti alla sua scuola è nato un “canapa shop”. O a Campobasso, dove la presenza di un negozio di canapa a pochi passi da tre scuole superiori ha scatenato la rivolta dei genitori.

(naturalmente se prescritta, dosata e controllata, da un medico). In Italia, la marijuana per uso terapeutico può essere prescritta dal medico solo quando i trattamenti convenzionali non danno risultati soddisfacenti o non sono più sufficienti a controllare i sintomi indotti da certe patologie. L’impiego della marijuana per uso terapeutico risale a 3000 anni fa, quando alcuni medici cinesi cercavano di curare alcune gravi malattie. Esistono inoltre coltivazioni di canapa destinate alla produzione di alimenti, cosmetici, materie prime biodegradabili e semilavorati innovativi per le industrie di diversi settori. O ancora coltivazioni destinate alla realizzazione di opere di bioingegneria, bonifica dei terreni, attività didattiche e di ricerca. In questi casi la canapa può essere venduta, ma non per essere fumata. 

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viaggi di Francesca Binfarè

PAGINE DEL MONDO - 2

Sotto la lente di Sherlock Holmes IL GRANDE INVESTIGATORE INVENTATO DA DOYLE ABITA E SPESSO AGISCE A LONDRA. SEGUIRLO NELLE SUE AVVENTURE È COME FARE UN TUFFO NEL CUORE PIÙ CLASSICO DELLA CITTÀ.

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bilia riguardanti anche Watson. Bisogna però tenere presente che il pub è sempre affollato, quindi si consiglia di prenotare specialmente se ci si vuole trattenere per mangiare qualcosa. La Cattedrale di St. Paul e il British Museum sono state location delle riprese di alcuni film e serie tv con protagonista il nostro geniale investigatore, e sono

anche due mete irrinunciabili per chi visita Londra. Si trovano in due quartieri non vicini, ma entrambi sono a nord del Tamigi. La Cattedrale di St. Paul si staglia imponente grazie alla sua cupola alta 110 metri, la seconda più grande del mondo dopo quella di San Pietro a Roma. All’interno si verifica un insolito fenomeno acustico (che certamente

Cattedrale di

St. Paul.

avrebbe intrigato Holmes), per cui dalla balconata dei sussurri anche le parole dette sottovoce riecheggiano nella cupola. Il celebre British Museum, fondato nel 1753, è il più antico museo del mondo; raccoglie manufatti, tesori, monete, una collezione egizia, una orientale e così via, fino a una collezione di arte moderna. Il Museo si raggiunge comodamente con la metropolitana, visto che nei pressi ci sono diverse fermate. Infine, chiudiamo questo viaggio nella fantasia e nella letteratura visitando il luogo dove si accese la scintilla per la nascita di Holmes: il famoso Langham Hotel (si trova nella zona di Regent’s Park), dove si incontrarono Arthur Conan Doyle e Oscar Wilde, nel 1889, insieme al redattore di un mensile a cui promisero dei romanzi. Uno era Il segno dei quattro, pubblicato nel 1890, ancora oggi uno dei libri più noti con protagonista Sherlock Holmes.

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attualità di Consolata Morbelli

UN MONDO CHE CAMBIA

L'invasione dei robot AUTOMI E MACCHINE “INTELLIGENTI” DOVREBBERO ESSERE AL SERVIZIO DELL’UOMO, NON SOSTITUIRLO. MA IL PERICOLO C’È E LA RICERCA TECNOLOGICA AVANZA. CON QUALCHE PREOCCUPAZIONE.

c «Le innovazioni tecnologi-

che siano impiegate per la protezione della nostra casa comune. In particolare, l’intelligenza artificiale e i robot devono essere al servizio dell’umanità, non una minaccia come alcune valutazioni purtroppo prevedono». Lo ha detto papa Francesco in una let-

tera inviata al World Economic Forum (Wef) che si è svolto a Davos nel mese di gennaio del 2018. Una lettera in cui, tra le altre cose, il Pontefice ha invocato il ritorno dell’uomo al centro dell’economia, e per far sì che questo accada, ha scritto: «È necessario che venga creata una

società inclusiva, giusta e in grado di dare supporto». Riuscirà mai l’intelligenza artificiale ad essere equiparabile a quella di un essere umano? E soprattutto, che uso sarà in grado di fare l’uomo dell’intelligenza artificiale senza diventarne in qualche modo schiavo?

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Il prof robot Ci sono dei Paesi in cui la convivenza con i robot è accettata già da tempo, come il Giappone. Qui gli automi e i prodotti tecnologici in generale non sono considerati solo macchine, ma parte integrante della società. Anni fa si è parlato tantissimo di un esperimento che prevedeva l’utilizzo di un robot di nome Saya al posto degli insegnanti di scienze e tecnologia. All’epoca non pareva essere uno strumento adatto a s ostituirli, anche se in seguito si parlò pure della possibilità di assumere dei robot laddove dovesse esserci una carenza di insegnanti. Va da sé che un’introduzione massiccia di insegnanti robotici cambierebbe in modo radicale il rapporto tra insegnanti e studenti. Ad oggi ciò che le tecnologie attuali e futuribili di intelligenza artificiale permettono di realizzare è un sistema che non supera di molto le capacità interattive di un assistente virtuale in grado di facilitare la trasmissione e la memorizzazione di certe informazioni. Gli esperti di robotica educativa stessi però ritengono che l’insegnamento sia ben più di questo e che dunque il mestiere di insegnante non sia automatizzabile – o meglio, che la sua automatizzazione richieda il superamento di sfide che l’intelligenza artificiale affronta dalla sua nascita e che, verosimilmente, continuerà ad affrontare ancora per svariati decenni.

Il ruolo dell’insegnante deve rimanere ancora al centro, affiancato eventualmente dalla presenza di un robot che potrà aggiungersi ai vari materiali didattici per mediare l’apprendimento di conoscenze, abilità e competenze. La decisione di utilizzarlo o meno non dovrà portare a un cambiamento nell’indispensabile rapporto tra docente e studente, fatto di confronto reale e scambio di emozioni.

Pittori artificiali Secondo un articolo scritto dal giornalista Raul Gabriel sull’Avvenire «l’intelligenza artificiale, qualunque sia la sua potenza, si espande in maniera orizzontale ma non può tentare il salto verticale della creatività». E dunque l’intelligenza artificiale non potrà mai essere superiore a quella umana. Secondo Gabriel, infatti, l’errore nel confronto tra le due intelligenze è il medesimo che si fa nel paragonare il talento tecnico con quello artistico. Non sono due categorie comparabili sullo stesso piano. Eppure c’è chi è pronto a dimostrare l’esatto contrario chiamando in causa i cosiddetti pittori artificiali. Sembra incredibile, ma è proprio così: due “artisti” robot si sono sfidati nella realizzazione di opere d’arte mostrando il loro lato creativo e sollevando conseguentemente nuovi interrogativi sul futuro dell’arte e sul tema della creatività in ambito robotico. Questo sorprendente esperimento infatti è servito per dimostrare a tutti che i sistemi di intelligenza artificiale non sono solo

capaci di eseguire calcoli, tecniche, formule e analisi, ma sono anche in grado di creare veri e propri dipinti paragonabili a quelli dei più grandi maestri della storia dell’arte. I più abili artisti digitali si sono infatti sfidati nella RobotArt, una gara che ha avuto per protagonisti “pittori artificiali” provenienti da tutto il mondo. Andrew Conru, l’artista e ingegnere che ha ideato RobotArt ci ha tenuto a specificare che robot e software non potranno mai sostituire la creatività umana.

Il primo robo-insegnante in Italia

Si chiama Pepper ed è un androide “friulano” che ha presenziato dal 28 luglio al 5 agosto 2018 nella piazza Show Rondò del Centro Commerciale Città Fiera di Martignacco, dove ha avuto il compito di intrattenere i bambini e i ragazzi con tre laboratori gratuiti e istruttivi. L’insegnante robot ha coinvolto bambini e ragazzi in attività di robotica, corpo umano e creatività. Tra le principali attività una lezione sul funzionamento delle articolazioni avvenuta tramite lo sviluppo di una mano robotica, poi un’altra attività incentrata sulla respirazione. Infine, un’attività didattica dedicata all’arte giapponese degli origami, con lo scopo di metterà alla prova la creatività dei ragazzi.

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sport di Stefano Ferrio

TRAGUARDI DA TAGLIARE

L'Italia

non ha colore NELL’ATLETICA SONO SALITI ALLA RIBALTA GIOVANI CAMPIONI CHE SI SENTONO E SONO ITALIANI, PUR PROVENENDO DA FAMIGLIE DI ETNIE DIVERSE. PER VINCERE ANCHE LA GARA PIÙ DIFFICILE: CONTRO IL RAZZISMO.

La storia di un’estate particolarmente “nera”, da vari punti di vista, inizia da questo breve discorso: «Ringrazio il Presidente Mattarella, perché questo è il mio Paese; qui sono cresciuto, qui ho i miei amici e tutti mi vogliono bene. No, non vorrei gareggiare per nessun altro Paese». Frasi rotte dall’emozione, che più di qualcuno ha rammentato il 12 agosto scorso, davanti al tricolore italiano sventolante nel cielo di Berlino, durante la premiazione della gara di maratona ai campionati europei di atletica leggera. Veniva facile rievocarle partendo dal colore nero. Nero come la pelle, quanto meno scura, di molti protagonisti che incontreremo. Nero come il cielo sopra l’Italia dei migranti, per tutta l’e-

state (e chissà per quanto ancora) al centro di mille problemi e polemiche, più qualche sciagura.

Se ventidue titoli non bastano... Tanto per iniziare a capirci, sul gradino più basso del podio della maratona di Berlino saliva a prendersi una bellissima medaglia di bronzo proprio Yassine Rachik, nato ad Ain Sebaa, in Marocco, nel 1993, e sin dall’infanzia residente con la famiglia a Castelli Calepio, nel Bergamasco: atleta divenuto cittadino italiano solo nel 2015, il giorno in cui, con quelle parole, ringraziava il Presidente Mattarella. Molti altri si sono ricordati del suo discorso, il 12 agosto. Quanto meno lo hanno fatto i 21mila sottoscrittori della peti-

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e cittadini sensibili alla causa, l’Italia si ritroverebbe, all’indomani di un’edizione particolarmente disastrosa degli Europei, priva di una delle quattro medaglie portate a casa, tutte di bronzo, due delle quali conquistate da altri “colored” di casa nostra, entrambi di origini etiopi: Yohanes Chiappinelli nei 3mila siepi, e Yeman Crippa nei diecimila metri. Il quarto titolo è dovuto invece ad Antonella Palmisano, pugliese di Mottola, giunta terza nella 20 chilometri di marcia femminile.

La Francia pallonara Apriamo una parentesi. Solo un mese prima, la nazionale francese di calcio si laureava, per la seconda volta nella storia, campione del mondo, schierando una nazionale resa fortissima dal sangue di origini africane che scorre nelle vene di talenti puri come l’attaccante Kilian Mbappé o il centrocampista Paul Pogba, ma anche in quelle di fondamentali comprimari quali lo

A pag.52: vicino al titolo, Yohanes Chiappinelli; sotto: Antonella Palmisano. Qui in basso: Yeman Crippa; in alto: Yassine Rachik.

© Tutte le foto son o: FIDAL COLOMBO /FIDAL

zione popolare che, sostenuta dalla piattaforma online Change.org, tre anni fa si rese necessaria affinché Yassine Rachik acquisisse una cittadinanza italiana a cui non gli aveva dato alcun diritto l’enormità di ventidue titoli nazionali giovanili di fondo e mezzofondo vinti fino ad allora. Da studente se li era infatti aggiudicati in competizioni aperte, secondo il regolamento federale, anche ai minorenni “residenti in Italia”. Dato che questa concessione non vale più con la maggiore età, solo un movimento popolare può teoricamente accelerare le pratiche di cittadinanza riguardanti atleti particolarmente meritevoli. Una volta compreso, dal dossier finito sul suo tavolo, che Rachik rientra in questa categoria, il Presidente della Repubblica ha indirizzato una vicenda così paradossale verso il lieto fine di cui a Berlino abbiamo assaporato i frutti. Non ci fosse stato quella sintonia di vedute fra Quirinale

juventino Blaise Matuidi, il difensore goleador Samuel Umtiti, il laterale del Barcellona Ousmane Dembélé. Subito dopo la coppa alzata al cielo da capitan Lloris, milioni di francesi sono scesi in strada a festeggiare, pazzi di gioia per una vittoria storica dovuta a ventitré connazionali, oltre che al ct Didier Dechampe, da quel momento in poi uniti in una Leggenda dove mai si farà distinzione di etnia, provenienze, origini e fedi religiose. Semplicemente, essa sarà rievocata pronunciando lo stesso nome di sei lettere, “France”, usato per rammentare la precedente squadra campione nel mondo, nel 1998 guidata alla vittoria da fuoriclasse come Zinedine Zidane, di origini algerine, o Lilian Thuram, nativo di Guadalupe. Chiusa la parentesi.

La nerissima staffetta femminile Se, invece che tre bronzi, praticamente ignoti a chi non si appassiona per l’atletica, i comunque ammirevoli Chiappinelli, Crippa e Rachik avessero portato a casa tre ori europei ben più clamorosi, quale tipo di festosa riconoscenza avrebbe espresso

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Questa serie di fumetti è prodotta da giovani artisti emergenti selezionati dalla rivista di manga on line Mangakugan

Biscotti/1

di Valentina Canova

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DIMENSIONI NUOVE Novembre 2018  
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