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Periodico di informazione della Parrocchia di Olmi San Floriano TV. Numero 35

La tenda di Abramo Pasqua 2010 VITA DI COMUNITĂ€


«Se si vuole comprendere che cos’è la fede bisogna guardare il sorriso di un bambino. Il sorriso di un bambino significa questo: so di essere amato. Questa è la fede: la sorpresa di essere amati, il sì al sì di Dio nei nostri confronti. In questa linea la proposta della fede è questo: sorprendere le persone con un dono di cui non sanno di avere bisogno, ma quando li raggiunge, trasfigura la loro esistenza, pur non essendo necessario.» (Von Balthasar)


ALLA COMUNITÀ

La tenda di Abramo Pasqua 2010 Periodico di informazione della Parrocchia di Olmi San Floriano TV.

A tavola col Risorto

Numero 35

Direttore: don Adelino Bortoluzzi In redazione: Alessandra Dassie, Alessandro Barzan, Angela Berton, Barbara Benetton, Eva Gattel, Laura Susini, Luca Furlan, Marco Borriello, Mariasole Sartori, Nicola Bacchion, Sebiana Gaiotto, Simone Cardin. Hanno collaborato: Alessandro Daniel, Anita Walter, Elena Piovesana, Elisa Coghetto, don Fernando Cagnin, Franca Torresan, Linda Barbiero, Guido Tallone, Riccardo Ruggeri, Manjola Kripa, Raffaella Santello. via Claudia Augusta, 2 31050 Olmi T 0422 892260 F 0422 893535 www.olmi.org latendadiabramo@olmi.org canonica@olmi.org adbortoluzzi@gmail.com Stampa e fotolito: Europrint srl, via Gramsci 4, Quinto TV

In questi giorni di Quaresima sto provando un senso profondo di smarrimento e di sofferenza nel constatare come siamo giunti in mano ai “venditori”. Ci hanno venduto una civiltà che è inciviltà, un benessere che è malessere, un progresso che è regresso. E hanno avuto anche la spudoratezza di chiamarla civiltà e civiltà cristiana. Ci hanno rubato l’anima. E noi ci troviamo così in un clima di assuefazione generale, dove la menzogna, la corruzione, la furbizia dei disonesti, lo scempio dei sentimenti, lo svilimento della donna e del suo corpo e la seduzione dei miti dell’adolescenza, fanno scuola nei salotti del vuoto, nelle tribune e nei palchi dei potenti di turno. In questo clima noi celebriamo la Pasqua del Signore Gesù. Questa l’abbiamo vissuta durante la Quaresima nei tanti lutti che hanno colpito le diverse famiglie della nostra parrocchia. Qui, nella solidarietà e nella preghiera che ci ha riunito assieme, abbiamo fatto l’esperienza della forza e della consolazione di Gesù che piange con noi e per noi e che ci invita a guardare oltre, a credere in Lui, promessa di vita per sempre e di risurrezione. Anche se immersi in un contesto culturale in cui Dio non è più evidente e sembra per tanti non necessario, noi abbiamo percepito il respiro della presenza di un Gesù ben vivo e fonte di consolazione e forza. In tanti funerali Gesù sembrava essere lì a tavola con noi. Ecco perché la Pasqua del Risorto che celebriamo è un invito a guardare oltre la cronaca per trovare consolazione nei segni di speranza che ci circondano. È segno di speranza l’eucaristia domenicale e la preghiera che viene custodita con grande impegno e cura dentro la nostra comunità. Sono segni di speranza tutte quelle persone, soprattutto giovani, che nonostante tutto, mettono in gioco la loro fede e le loro responsabilità al servizio di un piccolo seme che cresce nel silenzio e nella invisibilità della terra e che si chiama “regno di Dio”. Ogni volta che li incontri ti stupisci e ringrazi. Sono segni di speranza gli uomini e le donne, che liberi da cattiveria ed egoismo, da calcoli e da secondi fini vivono fra noi con gratuità e onestà, pur dentro un mondo dove tutto si compra, dove ci si muove per tornaconto e dove gli altri sono nemici da emarginare o da punire con le chiacchiere, la menzogna e la calunnia. Il Cristo risorto ci invita ancora una volta a sentirlo vivo, a percepire la sua presenza e a collaborare con tutti coloro che credono in Lui promuovendo fin d’ora la vita eterna che Lui ha piantato come germe di fiducia e speranza in questa storia. Buona Pasqua,

don Adelino

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Benvenuto Gianfranco Agostino, Vescovo

E

ccellenza, domenica 7 febbraio in Cattedrale l’abbiamo accolta come nostro nuovo Vescovo.

aperta la domanda, come singoli e come comunità, su quale sia la nostra chiamata, il nostro ruolo in questa storia. Seriamente ci poniamo il problema La nostra comunità parrocchiale desi- della trasmissione della fede. Oggi dera rivolgerle il nostro benvenuto più che mai ci troviamo a gettare come guida e pastore. il seme su terreni sassosi o aridi. Sembrano mancare nelle giovani Ci troviamo a vivere un’epoca segnata generazioni la grammatica fondada un modello economico e sociale mentale e l’esperienza di amore per che mostra ora la propria caducità comprendere e accogliere il message sembra aver imboccato un binario gio del Vangelo. Come cristiani, come perverso fatto di cinismo, violenza, adulti, come genitori abbiamo delle corruzione, mercificazione della per- responsabilità; più che mai dobbiamo sona e vuoto di valori. prodigarci in questa difficile sfida, Questo lascia molte famiglie nella offrendo prima di tutto la nostra testidifficoltà tangibile della quotidianità monianza, se non vogliamo che l’an(sia essa la rata del mutuo, un lavoro nuncio vada spegnendosi. incerto, combinare il pranzo con la cena, accudire un genitore anziaLe sfide che aspettano la nostra no, un figlio disabile, un malato…) e diocesi, sono molte e difficili: i crimolte persone nel vuoto, nella solitu- stiani come realtà di minoranza, con dine, nella sofferenza dell’anima. pochi sacerdoti sempre più anziani, La tanto sbandierata crisi economica, la necessità e l’ardire di pensare a non è prima di tutto crisi di valori e nuove collaborazioni tra parrocchie quindi di idee, di creatività, di speran- e un ripensamento della pastorale. za? E’ l’attesa di un rinnovamento che rivesta la chiesa di quella freschezCome comunità parrocchiale riteza, forza e genuinità che aveva alle niamo fondamentale porre l’accento origini, per dare nuova speranza e su ciò che veramente conta, ovvero prospettive di cambiamento ad un sulla ricerca, mai terminata, del volto territorio complicato e pieno di risordi Dio, fatta di preghiera, di sobrietà se allo stesso tempo. e solidarietà, di servizio gratuito al prossimo in termini materiali, culAbbiamo il desiderio e la necessità di turali e spirituali. Teniamo sempre sentire nel Vescovo la nostra guida ed

il nostro pastore, che ci sia da esempio, da sprone, da sostegno. Nel Vescovo vediamo incarnata l’unità della chiesa diocesana ed universale che ci può far sentire meno soli, meno improvvisati, meno “canne sbattute dal vento”. Anche laddove la chiesa sembra talvolta inadeguata istituzione, vuoto apparato, rito senza fede, vogliamo scorgere i germogli del Vangelo e la forza che sgorga dalla fede di pochi. È quindi con sincera fratellanza che la accogliamo come nostro pastore e ci poniamo al suo fianco, fiduciosi nella ricchezza valoriale da lei maturata alla sequela di San Francesco. Confidiamo nella sua opera, nella sua preghiera e nel suo magistero.

La comunità di Olmi San Floriano

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Mio fratello ha la leucemia E

ra il 30 aprile 2009, da alcuni giorni Federico stava male: un po’ di febbre e stanchezza fisica. A mio padre parve strano che quella febbre non passasse, e decise perciò di andare al Pronto Soccorso, per essere sicuri che non ci fosse nulla di grave. Quella sera ero di servizio in sagra per la serata giovani. Ero uscita presto di casa e mi avevano telefonato, dicendo che sarebbero andati in ospedale e che mi avrebbero richiamato non appena avessero avuto notizie. Poco prima dell’inizio della serata – la palestra era ancora quasi vuota – ricevo una telefonata da mia madre, dove mi dice, semplicemente: “A Fede hanno diagnosticato la leucemia. Ora lo portano in ambulanza a Vicenza perché in reparto qui non c’è posto. Hanno detto che per fortuna l’hanno preso in tempo, un giorno in più e non ci sarebbe stato più niente da fare”. La mia risposta dopo un attimo di silenzio fu: “Ed io? Che faccio?”, mia madre mi disse di rimanere lì, fare la mia serata e che ci saremmo sentiti più tardi. Basta una piccola frase, poche parole, o meglio una sola, leucemia, per farti cadere il mondo attorno, ma di questo non mi sono resa conto subito. Ero come attonita, non riuscivo a pensare, la testa era intorpidita, avevo in mente solo quella parola, senza peraltro sapere bene cosa volesse

dire, cosa avrebbe comportato, quali sarebbero state le conseguenze nella vita della nostra famiglia per i successivi mesi… D’impulso uscii e feci un giro all’aria aperta, da sola, senza in realtà sapere perché. Rientrai e mi rifugiai in una delle stanze di Palextra. Le emozioni, che mi attraversarono in quella lunga ora che trascorsi lì, non so che nome possano avere, forse incredulità prima, rabbia poi, finché una telefonata mi riportò alla realtà e decisi di condividere la notizia, prima con alcuni amici che erano saliti a cercarmi, poi con don Adelino. Ancora oggi credo che la mia salvezza, a livello emotivo e psicologico, sia dovuta proprio al fatto che fossi lì in sagra quella sera ed abbia condiviso ed esternato quello che stava succedendo. Così ho potuto subito sentire il grande abbraccio di solidarietà e sostegno, dentro il quale mi sono sentita avvolta ed accolta in tutti questi mesi. Ci sarebbero voluti ancora alcuni giorni prima di scoprire, parlando con i medici, che il tipo di leucemia di Federico non era delle più facilmente curabili, e che ci sarebbe voluto molto tempo, forse sarebbe stato necessario sottoporsi al trapianto di midollo. Non fu certo una notizia leggera da digerire.


Anita Walter

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Il trapianto

Dopo il trasferimento di Fede a Treviso cominciò il lungo andirivieni dentro e fuori l’ospedale per le terapie. Volevo sospendere i miei studi, ma grazie al sostegno di chi mi stava intorno, capii che la cosa migliore da fare, per mio fratello e i miei genitori, in quel momento, era continuare con gli esami. Nonostante i viaggi all’ospedale, nonostante vedessi, ogni giorno di più, i segni della chemioterapia sul corpo di un fratello, che ancor prima di essere mio fratello era un ragazzo di 18 anni con tante attività e progetti per il futuro da portare avanti, si respirava in casa un clima di difficoltà ma anche di fiducia e speranza nella sua guarigione. In realtà era lui che ci trasmetteva la fiducia e la voglia di non arrendersi e combattere, per ritornare alla vita normale di tutti i ragazzi della sua

età, grazie alla forza d’animo e all’ironia ed autoironia, che da sempre lo caratterizzavano e che lo avrebbero accompagnato in tutti i successivi mesi di malattia. Le terapie sembrava funzionassero, ma non sarebbero bastate per una completa guarigione. Era necessario un trapianto di midollo. Mi fu chiesto di fare un prelievo di sangue per vedere se fossi compatibile (solo tra fratelli si può verificare tale possibilità) per una donazione di midollo. Purtroppo la risposta fu negativa ed allora cominciai con tutto il cuore a sperare che si trovasse un donatore. Grazie alle nuove tecnologie trovarono un cordone ombelicale compatibile con il midollo di Fede. Il trapianto fu fissato, anche se mio fratello e mia madre avrebbero dovuto trascorrere molti mesi lontano da casa, a Bergamo, dato che quello era

l’ospedale d’eccellenza dove si sarebbe proceduto. Nonostante tutto la mia estate trascorse tra Estività, campo lupetti e settimana comunitaria a Taizé, ma sempre con il pensiero fisso, con il cellulare in tasca, pronta a rispondere quando lo sentivo suonare, anche se con il cuore che batteva forte e il timore ogni volta di cattive notizie. Ed una arrivò quando ero a Taizé e mio fratello era appena stato ricoverato a Bergamo. L’occhio, dal quale Fede aveva già da qualche settimana perso vista, era irrimediabilmente compromesso, essendo avvenuta un’ischemia. Grazie a Dio, questa notizia arrivò in un contesto non solo di compagnia, ma anche di preghiera. Anche se lontana da casa, lontana dall’avere, come si dice, “la situazione sotto mano”, riuscii a parare il colpo, grazie


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tanto, lontani da casa e dagli amici… ma mi chiedo spesso cosa possa aver provato mio fratello. So semplicemente che si è chiuso in un silenzio lungo due settimane, angosciante per i miei genitori, ma anche per me, che seguivo a distanza, da casa, gli sviluppi. Dopo il trapianto attendemmo fiduciosi una risposta positiva. Col suo arrivo si accese una nuova speranza, più concreta e più palpabile, in una guarigione. Tutto ciò mi regalò un piccolo sospiro di sollievo, pur consapevole che ci avrebbero aspettato ancora lunghi mesi di lontananza e, per mio fratello, una lunga via crucis in ospedale. Una volta ripreso un po’ di equilibrio interiore, dopo quei mesi di tensione, la vita mi riservò una ulteriore prova. Fu sufficiente una semplice telefonata per far crollare quella poca serenità che stavo recuperando: “Purtroppo il trapianto non ha funzionato, ci sono ancora cellule malate nel sistema linfatico e i medici dicono che solo un miracolo può salvare Fede”. al sostegno degli amici ed ai lunghi momenti di preghiera e riflessione che l’esperienza di Taizé ti regala. Quella settimana ha visto alternarsi in me momenti di silenzio nella mente e nella preghiera, momenti di rabbia, momenti di serenità ed abbandono al canto delle preghiere ed alla semplicità della vita comunitaria che stavo vivendo.

Di fronte al mistero

Era inutile rimanere a Bergamo, lì avevano fatto tutto il possibile, ora bisognava solo sperare che la malattia non prendesse il sopravvento e, per chi aveva fede, pregare il Signore. Iniziò un periodo difficile, perché la decisione fu di non far conoscere a Fede quale fosse la situazione reale. La scelta fu quella di non mettere un Grazie anche a tutto questo sono ragazzo di diciotto anni di fronte alla riuscita a trovare un po’ di serenità notizia della morte, ma che fosse lui a e nuova carica da trasmettere a mio prendere consapevolezza della gravità fratello e alla mia famiglia. della situazione, vivendo con serenità Non credo riuscirò mai a capire vera- la malattia, giorno dopo giorno. mente cosa si prova a dover stare Il desiderio di fargli vivere serenachiusi in una stanza di ospedale, mente e nel migliore dei modi ogni senza poter vedere nessuno o quasi momento ci aiutò a rendere il periodo per un mese, sottoponendosi nel frat- successivo il più sereno possibile. tempo a sedute di chemio-radiotera- Ed è stato proprio in questi mesi che pia e senza riuscire a mangiare più di anche noi fratelli riscoprimmo il pia-

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cere di stare insieme, più spesso di prima, nella semplicità di momenti familiari ritrovati. La speranza di guarire, la voglia di vivere, di tornare alla vita normale di diciottenne, che Fede aveva e trasmetteva, non gli fecero mai perdere la sua ironia, la sua voglia di conoscere, di stare in compagnia, nonostante non potesse fare le stesse esperienze degli amici e dei compagni. Nei momenti in cui stavamo insieme, era straordinario come fossero la sua energia positiva, il suo sguardo propositivo verso il futuro ad aiutarmi e sostenermi, a farmi ridere e scherzare serenamente con lui. È davvero un grande mistero quello che lo spirito della vita, il nostro tendere naturale a vivere fa a dispetto di un corpo che pian piano si deteriora, ad un fisico che vedi di giorno in giorno indebolirsi, assottigliarsi, perdere il vigore della giovane età, sopraffatto da un male invisibile ma prepotente, che non perdona, neanche se hai diciotto anni ed una vita davanti…

voluto urlare e svegliarmi dicendo: “Per fortuna è stato tutto un brutto incubo!”. Ma anche allora si insinuò in me il profondo desiderio di dire: “Se questi sono gli ultimi giorni, gli ultimi momenti che Fede è qui, devo far di tutto perché li possa vivere il più serenamente possibile e in pace, con attorno le persone che gli hanno sempre voluto bene e gli sono sempre state vicine…”. Rabbia, incredulità, ed allo stesso tempo, razionalmente, la dura consapevolezza che, se vivere così voleva dire soffrire, che senso aveva vivere? Che almeno fosse sereno negli ultimi giorni che avrebbe trascorso qui tra noi… E così se ne è andato, sereno, con accanto i genitori, e dopo aver salutato due amiche molto care d’infanzia.

La preghiera

Ora, a più di un mese dalla sua morte, i sentimenti a livello umano, sono ancora molto contrastanti in me. Si alternano ancora rabbia ed incredulità, momenti di nostalgia e di ricordi sereni, di quando eravamo La voglia di vivere, nonostante l’incon- più piccoli o facevamo qualcosa insiescia consapevolezza della malattia, me, di quando scherzavamo, fino ai l’ho vista con i miei occhi: ti fa trovare momenti in cui, lo scorso dicembre, le energie per stare in compagnia di lo stavo aiutando a consultare i siti amici e parenti durante le feste nata- internet delle facoltà universitarie… lizie, per andare ad una cena di capo- Ricordi che, nonostante una fitta di danno con gli amici, per festeggiare nostalgia, mi lasciano il sorriso sulle i tuoi diciannove anni nonostante le labbra e donano quasi un po’ di solgambe ormai non ti tengano più in lievo e serenità all’anima ferita. piedi ed i muscoli comincino a cedere. Tutto perché il tuo spirito non si vuole Ma forse questo sentimento, che rassegnare ad abbandonare questa ho potuto maturare in questi mesi, vita. non ci sarebbe senza le persone che È questo ciò che ho visto in mio frami sono vicine e mi accompagnano. tello nell’ultimo mese di vita, sosteSoprattutto, non ci sarebbe senza nuto sicuramente da un clima di la fede e le esperienze di preghiera serenità, amore, solidarietà, che lo che ho maturato negli anni. Questa ha, e ci ha, circondato in tutto questo fede la sento ogni giorno un po’ più periodo. matura, un punto fisso che, insieme alla comunità che mi circonda nella Quando mi resi conto che oramai il preghiera, è sempre pronta a donarmi male se lo stava portando via, avrei un momento di rifugio, di riflessio-

ne, anche di semplice sfogo con Dio delle sofferenze che ho dentro, o di ringraziamento per quello che, nonostante tutto, mi ha donato e continua a donarmi. Sto riscoprendo i momenti di preghiera anche come un momento in cui penso a mio fratello, prego per lui e con lui, che sta molto vicino a Dio. Anche se la mia fede è titubante, percepisco che da lì lui prega per me e tutti noi, ci guarda, sicuramente sorridendo con quel suo sorriso da furbetto che aveva da piccolo, e ci protegge. Perlomeno così mi piace pensarlo… La fede e la preghiera mi hanno anche aiutato a vivere il funerale come un momento di saluto e consegna di Federico al Signore. Lì ho pregato perché Federico fosse accolto nelle braccia del Signore e perché, da lì, lui continuasse ad aiutare tutti noi che ancora siamo qui. San Paolo scrive nella Lettera ai romani: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”. In questo periodo sto facendo di questo testo la mia preghiera, perché il Signore mi aiuti a comprendere che il Suo amore è più grande e più forte di ogni dolore e separazione. Cosicché, un po’ alla volta, io possa arrivare a percepire che mio fratello sta in questo amore più immenso, che tramite Dio continua ad essere tra di noi e con noi.

di Elisa Coghetto

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In compagnia con i morti

trovare le parole per dire quanto profondamente e intensamente si può soffrire. Ho pianto, sì, più spesso nel passato, nel silenzio della mia casa, durante qualche colloquio in cimitero, durante qualche passeggiata in montagna… Ora le ferite non sanguinano più come prima, ma il dolore è sempre qui, dentro di me nel profondo del mio cuore. Mi basta vedere un bambino che muove la testa e le mani come faceva Massimo da piccolo, o percorrere un tratto di strada fatto in passato con mio marito nella nebbia a bambina ho conosciuto fra di noi perché lui voleva diventare le nonne, ma non i nonni: “ufficiale pilota”… e allora si è parlato autunnale o nella luce della primavera per sentire che “loro” non sono più erano morti prima che io di come affrontare la morte. avessi potuto conoscerli. Mio marito, dopo mia mamma, mi ha qui con me... e le lacrime scorrono all’improvviso abbondanti fino a che Le loro foto erano in casa mia e nelle insegnato ad amare la vita... insieme non riesco a dire ancora una volta a case delle nonne. I miei genitori mi abbiamo capito che la nostra vita e il parlavano di loro e della loro vita e nostro amore erano doni immensi che me stessa: “Lo so, è vero, mi mancafra le prime preghiere che la mamma noi dovevamo imparare ad apprezza- te, ma voi mi seguite, mi siete vicini; posso ancora parlarvi con parole che ci ha insegnato quando eravamo re, rispettare, mantenere vivi. Tutto le labbra non sanno esprimere ma bambini, c’era “l’eterno riposo” per i da giovani ci pareva un dono immennonni. Forse così ho imparato a senso: la famiglia intorno a noi, gli amici, il cuore può comprendere… So che voi “siete andati avanti”… e so che ci tirli in qualche modo vicini. Capivo la bellezza della natura, un tramonritroveremo e riprenderemo a camche per la mamma e il papà era stato to, un’aurora, un brano musicale… un gran dolore la perdita del proprio Sapevamo che il nostro amore ci dava minare gli uni accanto agli altri come facevamo quando camminavamo papà e che era rimasto nel loro cuore forza per affrontare le difficoltà nel lungo i sentieri fra i monti nel silenun sentimento di serena tristezza; a lavoro od altro; sapevamo di poter zio... tutti protesi ad ascoltare la voce me allora dispiaceva non poter “giocontare su di noi e sul nostro amore. care” con i nonni come facevano altri E abbiamo capito molto presto che un di Dio. Mio marito, infatti, mi diceva: “Quando bambini. dono così grande non era qualcosa Crescendo, poi, ho visto il dolore che sarebbe finito, nemmeno quando guardo il mondo da quassù e quando volo, sento di essere più vicino a Dio.” immenso della mamma di un mio uno di noi se ne fosse andato… Così io proseguo il mio cammino, compagno di scuola morto a 14 anni a Ricordo cosa mi disse mio marito il cercando di non dimenticare mai che causa di una grave malattia cardiaca giorno prima del matrimonio: “Sai a quei tempi incurabile. Non pensavo bene che io posso uscire una mattina anche quando si è provati dal dolore, Dio non ci lascia mai soli, ma ci è viciche una persona potesse sopravvivere per andare a volare e posso non torno e ci sorregge per riunirci per sema una prova così grande, ma proprio nare più a casa... quella mamma che avevo visto straNon voglio pensare che tu per questo pre a coloro che amiamo e che sono ziata nel momento del distacco, in perderai l’amore per la vita... Sai, per già presso di Lui. seguito, quando mi parlava del suo il bene che ti voglio, che mai e poi mai di Laura Susini Guido, mi faceva capire che suo figlio vorrei darti un dolore così grande; non era più con noi, ma era sempre ma io ti sarò sempre vicino... col mio con lei; lei diceva: “È nel mio cuore e amore…” so che lo rivedrò!” E un giorno è successo. Paolo, mio Quando ho incontrato mio marito, marito, se ne è andato e alcuni anni o meglio quel giovane che sarebbe dopo di lui anche mio figlio Massimo. diventato poi mio marito, il pensiero Ho attraversato momenti terribili, della morte si è fatto presente presto molto dolorosi; è difficile persino

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ATTUALITÀ


ATTUALITÀ

Bilancio di un’epoca Da un dialogo tra don Adelino e Riccardo Ruggeri, nascono questi quadri di vita quotidiana che fanno emergere i veloci cambiamenti della nostra società avvenuti negli ultimi quarant’anni. Riccardo Ruggeri, oggi imprenditore nelle assicurazioni e nella moda, sottolinea attraverso delle istantanee ironiche ma, non banali, la nuova mentalità del 2010.

Latte, burro e uova

fatto a base di latte comunitario. E controlli la data di scadenza... Per il latte: devi scegliere fra vitaminico, intero, scremato, nutriente, per bambini, per malati o magari in pro mozione, ma con la data di scadenza ed i componenti... Lasciamo perdere! 1969: Per le uova: cerchi la data di deposiVai a prendere il latte dal lattaio, che zione, il nome della ditta e soprattutto ti saluta, con in mano il bidone in verifichi che nessun uovo sia incrinato alluminio; prendi il burro fatto con o rotto e, accidenti!!! Ti ritrovi i pantalatte di mucca, tagliato a panetti. Poi loni sporchi di giallo! chiedi una dozzina di uova che sono Fai la coda alla cassa, ma la cicciona messe in un vaso di vetro. Paghi con davanti a te ha preso un articolo in il sorriso della lattaia ed esci sotto il promozione che non ha il codice... sole splendente. Il tutto ha richiesto allora aspetti e aspetti... Poi sempre 10 minuti di tempo. con questo carrello del cavolo, esci per prendere la tua auto sotto la piog2010: gia, ma non la trovi perché hai dimenPrendi un carrello del cavolo, che ha una ruota bloccata, che lo fa andare in ticato il numero della corsia... tutti i sensi salvo in quello che tu vor- Infine, dopo aver caricato l’auto, bisoresti, passi per la porta che dovrebbe gna riportare l’arnese rotto e solo in quel momento ti accorgi che è imposgirare, ma che è bloccata perché sibile recuperare la moneta... Torni un cretino l’ha spinta; poi cerchi il alla tua auto sotto la pioggia che è settore latticini, dove normalmente raddoppiata nel frattempo... ti ghiacci e cerchi di scegliere fra 12 marche di burro, che dovrebbe essere È più di un’ora che sei uscito.

Fare un viaggio in aereo 1969:

Viaggi con Alitalia, ti danno da mangiare e ti invitano a bere quello che vuoi, il tutto servito da bellissime hostess: il tuo sedile è talmente largo che ci può stare in due.

2010:

Entri in aereo continuando ad impigliarti con la cintura, che ti hanno fatto togliere in dogana per passare il controllo. Ti siedi sul tuo sedile e se respiri un po’ forte dai una botta con il gomito allo schienale del vicino. Se hai sete lo stewart ti porta la lista e i prezzi sono stratosferici.

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ATTUALITĂ€

Michele vuole andare nel bosco All’uscita da scuola. Mostra il suo coltellino a Giovanni, con il quale pensa di fabbricarsi una fionda.

1969:

Il direttore scolastico vede il suo coltello e gli domanda dove l’ha comprato, per andarsene a comprare uno uguale.

2010:

La scuola chiude, si chiama la polizia, che porta Michele in commissariato. Il TG1 presenta il caso durante il telegiornale in diretta dalla porta della scuola.

Disciplina scolastica 1969:

Fai il bullo in classe. Il professore ti molla una sberla. Quando arrivi a casa tuo padre te ne molla un altro paio.

2010:

Fai il bullo. Il professore ti domanda scusa. Tuo padre ti compra una moto e va a spaccare la faccia al prof!

Franco e Marco litigano. Si mollano qualche pugno dopo la scuola... 1969:

Gli altri seguono lo scontro. Marco vince. I due si stringono la mano e sono amici per tutta la vita.

2010:

La scuola chiude. Il TG1 denuncia la violenza scolastica. Il Corriere della Sera mette la notizia in prima pagina su 5 colonne.


ATTUALITÀ

Giovanni cade dopo una corsa a piedi. Si ferisce il ginocchio e piange La professoressa lo raggiunge, lo prende in braccio per confortarlo.

1969:

In due minuti Giovanni sta meglio e continua la corsa.

2010:

Enrico rompe il parabrezza di un auto nel quartiere

Arriva il 25 ottobre 1969:

Non succede nulla.

2010:

È il giorno del cambio dell’ora legale: Suo padre sfila la cintura e gli fa capile persone soffrono d’insonnia e di re come va la vita. depressione.

La prof. è accusata di perversione su minori e si ritrova disoccupata, si becca 3 anni di prigione con la condizionale. Giovanni va in terapia per 5 anni. I suoi genitori chiedono i danni e gli interessi alla scuola per negligenza nella sorveglianza e alla professoressa per trauma emotivo. Vincono tutti i processi. La prof. disoccupata è interdetta e si suicida gettandosi da un palazzo. Più tardi Giovanni morirà per overdose in una casa occupata.

Come si dice: viviamo in un’epoca davvero formidabile!

1969:

Enrico farà più attenzione la prossima volta, diventa grande normalmente, fa degli studi, va all’università e diventa un bravo professionista.

2010:

La polizia arresta il padre di Enrico per maltrattamenti sui minori. Enrico si unisce ad una banda di delinquenti. Lo psicologo arriva a convincere sua sorella che il padre abusava di lei e lo fa mettere in prigione.

PER SAPERNE DI PIU’ Riccardo Ruggeri Operaio, figlio e nipote di operai, nato, come lui stesso ricorda con orgoglio, “nella portineria al civico 9 di piazza Vittorio a Torino”, Riccardo Ruggeri ha saputo accettare le sfide che prima la vita, poi la Fiat e infine il mercato gli hanno proposto negli anni, fino a diventare un grande manager e un imprenditore di successo. Nella sua lunga carriera ha incontrato, per ragioni professionali, Vittorio Valletta, Enzo Ferrari, Carlo d’Inghilterra, Saddam Hussein, Siad Barre, e ha lavorato con Gianni e Umberto Agnelli, con Franco e Carlo De Benedetti, con Katsugice Mita, con Franco Tatò, con Cesare Romiti, con Umberto Quadrino, con Pier Luigi Celli. Ma anche con persone meno note e, forse, meno importanti ma ricche di passione e di autentico amore per il lavoro: attraverso queste figure, osservate con una lente tutta speciale, fatta di attenzione finissima per la natura umana e insieme di acume critico e di ironia, il lettore può scorgere i grandi cambiamenti di un Paese e di un’impresa, la Fiat, che più di ogni altra ne ha segnato la storia. Riccardo Ruggeri è oggi imprenditore nelle assicurazioni e nella moda.

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EDUCATI A SUPERARE IL PADRE


EDUCATI A SUPERARE IL PADRE

Impariamo a litigare È uno dei temi che abbiamo affrontato con Guido Tallone ne “Il sabato del villaggio”, rivolto ai genitori che frequentano questi incontri per il loro benessere. Perché parlare di “conflitto di coppia” come gruppo di genitori in ricerca? Perché cercare delle strategie in tal senso?

P

erché uno dei più grandi doni che possiamo fare ai nostri figli è quello di testimoniare loro come sia possibile vivere i conflitti incontrandosi e non distruggendosi, arrivando a scoprire la bellezza vera del chiedere scusa quando si ha sbagliato e di perdonare quando si ha ragione…allora lo stare insieme può diventare una festa. Un altro pomeriggio di ascolto e confronto con Guido Tallone, l’amico allenatore che ci sta aiutando, passo dopo passo, a mettere le “mani in pasta” per entrare nei temi più concreti e profondi dell’essere genitori oggi. Nell’incontro del 30 gennaio ci ha lanciato delle forti, concrete e reali provocazioni sui conflitti che viviamo come coppie nella convinzione che il vero banco di prova di una coppia è “imparare a litigare”. Guido, nel corso dell’incontro, ci ha condotto lungo un percorso di riflessioni molto concrete sulla nostra modalità di vivere i conflitti.

Ha introdotto e concluso il suo intervento raccontandoci la storia di una ragazza che ha deciso di non sposarsi perché non vuole fare la fine dei suoi genitori che litigavano dalla mattina alla sera. Questa esperienza di sofferenza e incomunicabilità l’ha segnata a tal punto che, da bambina, ha giurato a se stessa di non ripercorrere la stessa strada. E a quel giuramento ora vuole mantenere fede. Ma il problema, ci dice Guido, non è sposarsi o convivere. Non illudiamoci! Non saremo così ingenui da pensare che se scegliamo di non sposarci ma di convivere senza lavorare sui nostri modelli di riferimento e su noi stessi non faremo la stessa fine dei nostri genitori? Non possiamo farci trovare impreparati: bisogna darsi dei percorsi, degli obiettivi ed allenarsi cercando i giusti maestri. Nella vita di coppia, quando litighiamo, replichiamo gli schemi e il modello che abbiamo visto applicare

dai nostri genitori, nel bene e nel male. Se non prendiamo seriamente coscienza di questo e non vigiliamo, riprodurremo inevitabilmente le modalità che i nostri genitori ci hanno trasmesso. Se nostro padre era un padre/marito padrone, che nulla faceva in casa, noi uomini faremo altrettanto; se nostra madre era una moglie che incassava e non reagiva facendo la vittima, facendola pagare poi per altre vie, noi donne riprodurremo la stessa dinamica. Quest’esito è inevitabile a meno che non si metta mano al nostro modello di origine e non si trovino i mezzi per elaborarlo. Questo è un lavoro che va affrontato seriamente quando si inizia a vivere insieme. Nella fase dell’innamoramento, infatti, spesso non siamo coscienti della difficoltà di affrontare i conflitti perché siamo presi dal sentimento e dall’illusione che questo possa bastare. È nella vita condivisa quotidianamente che emerge tutta la difficoltà di

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vivere il conflitto come un vero incontro e non come uno sfogo distruttivo. Ognuno di noi allora faccia lo sforzo di guardare il proprio modello familiare, senza puntare gli occhi e il dito su quello dell’altro, come sarebbe più semplice fare. Quante volte ce ne usciamo con espressioni quali “Sei uguale a tua madre!!!” o “Sei peggio di tuo padre!”. Lo sforzo di elaborazione ci deve portare a prendere con un solo abbraccio i pregi dei nostri genitori per lasciare andare i difetti. Se nonostante gli sforzi, riproduciamo questo modello, non dobbiamo far altro che chiedere scusa. Ciò che è veramente importante è prenderne coscienza e trovare i mezzi per elaborarlo. Un’altra strategia importante è trovare il giusto equilibrio fra silenzio e parola. Un forte rischio infatti della vita di

coppia è che ci sia troppo silenzio; convinti che il tempo possa risolvere tutto, releghiamo i problemi all’oblio totale. È una pura illusione che non fa altro che ingigantire le difficoltà. Ad un certo punto, quando non se ne può più e quando meno ce lo spettiamo, l’eccessivo silenzio irrompe e distrugge. La verità è che non si riesce a parlare ma c’è estremo bisogno di parlare. Può succedere allora che ci venga rinfacciata una cosa che ci era stata perdonata sei mesi fa: non c’è nulla di peggio! Meglio pagare subito. Parlare troppo o male può essere altrettanto distruttivo! Dobbiamo chiederci: come parlo? Parlo per sfogare quello che ho dentro o parlo per incontrare? A volte facciamo come i bambini: soffriamo a tal punto che, per farlo capire all’altro, lo facciamo star male riversandogli addosso le peggiori

cattiverie puntando ai suoi “nervi scoperti”. Queste dinamiche, che rappresentano solo uno sfogo e non una modalità per affrontare il conflitto, rilevano la nostra incapacità di convivere dentro un percorso di coabitazione ed amicizia. Se è così bisogna correre ai ripari. Ecco allora che il silenzio può servire: se ci accorgiamo che non è necessario dire alcune cose perché sono frutto esclusivo di uno sfogo, dobbiamo fermarci, decidere di tacere. È necessario essere anche consapevoli che se alcuni difetti fanno parte della struttura costitutiva del nostro partner è inutile esasperarli. Cerchiamo allora il giusto equilibrio fra silenzio e parola per rispondere alla sofferenza della non comunicazione. Un’altra strategia utile può essere quella di prendere del tempo, di darsi


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mettere le mani addosso, non usare il verbo “essere”, non usare parolacce a sfondo sessuale… Se impariamo a parlare non per sfogarci ma per dare alla verità la forma della bontà e incontrare lo sguardo dell’altro, scopriamo che nella vita di coppia esiste anche la possibilità vera e reale, concreta ed affascinante di perdonarsi e di chiedere scusa per ritrovare le ragioni della comunione.

dei riti di coppia per affrontare i temi che ci fanno entrare in conflitto. Su molte cose forse non avremmo bisogno di maestri, ma su questo sì. Può essere molto utile per una coppia scegliersi una figura di mediazione che, ad esempio, una volta l’anno possa aiutarci a vivere un momento di verifica, qualcuno che ci aiuti a trovare il giusto equilibrio fra silenzio e parola. Qualcuno che ci aiuti anche a vigilare per non utilizzare i figli come luogo su cui catalizzare le tensioni. Prendiamoci dei tempi anche per chiederci come litighiamo: che cosa mi da fastidio dell’altro? Che cosa mi piace dell’altro? Che cosa ci manca? Dove facciamo fatica? Darsi dei tempi significa anche non affidare tutto al caso ma darsi un metodo (ad es. possiamo decidere che se litighiamo non ci parliamo per 10 giorni perché siamo troppo infuriati, ma poi, al decimo giorno, andiamo a cena…). Darsi dei riti significa trovare degli spazi propri, di coppia, senza i figli, per fare ciò che ci dà benessere:

come andare al cinema, cenare fuori, fare una vacanza da soli, magari una volta ogni tre anni… anche di questo la coppia ha bisogno! Non dobbiamo preoccuparci in queste occasioni di lasciare soli i nostri bambini: a loro fa bene vederci capaci di litigare e di inventarci dei riti per superare insieme i conflitti dedicandoci del tempo esclusivo. È rassicurante e liberante per loro percepire che i genitori si cercano e desiderano del tempo da dedicarsi come coppia.

È importante mettersi dal punto di vista dell’altro perchè amare significa anche imparare a guardare il mondo da un’altra parte, sforzarsi di capire… Così facendo ci si prepara ad invecchiare insieme e a tenersi compagnia per arrivare a sorridere del difetto dell’altro, tacere quando le parole non servono e parlare quando è indispensabile per evitare che si sedimenti il rancore. Bisogna imparare a stare insieme anche perché poi, ad un certo punto del cammino, i figli se ne vanno.

Per far ciò bisogna allenarsi, darsi dei percorsi, degli obiettivi. In questo modo si possono vivere tante “vite” ed esperienze dentro la stessa coppia e con lo stesso partner in un percorso estremamente affascinante di crescita. Se non si fa così si rischia di vivere la stessa esperienza fallimentare con tanti partner diversi, come succede a volte a chi si separa e poi si risposa o Una altra regola molto pratica per cerca altri compagni senza, nel fratvivere in maniera corretta il litigio, senza distruggersi ed autodistrugger- tempo, maturare e crescere. Impariamo a litigare perché soltansi, è quella di “circoscrivere l’episodio”. Spesso, infatti, nel momento del to se si litiga bene si sperimenta la conflitto si parte da un fatto oggettivo bellezza liberante del chiedere scusa che innesca lo scontro e si finisce per e del perdonarsi, che è il segreto del volersi bene. tirar fuori episodi vecchi di mesi od anni, mai perdonati o mai veramente di Franca Torresan perdonati, si generalizza, si danno interpretazioni e si usano categorie di giudizio pesanti come macigni. Non dimentichiamo poi che alcuni colpi bassi non vanno mai dati: non

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Cosa mi dai di mancia? I nostri figli e il denaro: come insegnar loro ad avere un rapporto corretto con il denaro e perchè è importante non dare per scontata questo tipo di educazione.

A

rrivo all’appuntamento con Guido Tallone davvero curiosa. Il tema dell’incontro (come edu care i nostri figli ad un corretto rapporto con il denaro) è un argomento inconsueto, che raramente viene trattato. È vero che (specie ultimamente) si sente spesso parlar di ‘soldi’, ma sempre in un contesto economico e finanziario: come ottimizzare gli investimenti, come salvaguardare i risparmi, come guadagnare di più. Ma nessuno, o pochi, si chiedono cosa rappresenti davvero il denaro nella nostra vita, che ruolo giochi nelle nostre relazioni e soprattutto, come insegnare ai nostri figli a farne buon uso. Anzi e prima ancora: non ci si chiede proprio quale sia questo “buon uso”. In quest’ottica riduttiva, pare, dunque, che l’“educazione al denaro” si avvicini di più alla matematica (giusto per sapere quanto si deve avere di resto quando si fa la spesa), che non all’educazione vera e propria. O, almeno, a quello che io intendo per “educazione”: valori, sentimenti, principi. Su questi presupposti arrivo all’incontro, pensando di riceverne pratiche “istruzioni per l’uso” sul come gestire questa faccen-

da con i miei figli: se e da quando dar loro la “paghetta”; se regalare o meno denaro; se compensare i loro successi con qualche mancia extra e via di questo passo. Ma già dalle prime battute di Guido Tallone capisco che non è di questo che parleremo, perché non è questo il problema. Il quesito che ci viene posto è (per fortuna) diverso e ben più complesso, ossia: come rendere i nostri figli liberi dal denaro? Come insegnar loro ad usare il denaro, senza esserne usati? Già posta così, la domanda è inquietante. Ancor più inquietante è la risposta: non c’è regola valevole sempre e comunque, non c’è formula che garantisca il risultato. Come orientarsi allora? La risposta, stavolta, è nota (almeno a chi ha già seguito gli altri incontri con Tallone), ma, non per questo, scontata: “i valori non si trasmettono, si possono solo testimoniare”. In altre parole: non serve cercare regole astratte che possano insegnare ai nostri figli a gestire il denaro in modo sano ed equilibrato; né serve far loro lunghi ed articolati discorsi su cosa sia giusto e cosa non lo sia. L’insegnamento che, inevitabilmente, pas-


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serà a loro, invece, sarà quello - silenzioso, ma efficacissimo - che gli testimoniamo noi, con i nostri comportamenti e con il nostro personale modo di usare il denaro: come e perché lo spendiamo o non lo spendiamo e che ruolo gli attribuiamo nella nostra vita e nelle nostre relazioni. Perché il problema del denaro - dice senza mezzi termini Tallone - è sempre un problema di relazioni. Il denaro svela e, allo stesso tempo, nasconde molto più di quanto pensiamo: le nostre paure, le nostre carenze affettive, le nostre incapacità di metterci in rapporto sincero con l’altro. La soluzione, dunque (se mai ve n’è una), è quella di cercare, noi per primi, di avere un rapporto libero da e con il denaro, spendendolo senza paura, consapevoli che è solo uno “strumento”, ma, nello stesso tempo, sapendoci sottrarre alla tentazione di usarlo per tamponare falle affettive e relazionali che richiederebbero ben altri rimedi.

Ma per far questo è necessario, allora, avere il coraggio di interrogarci, senza comodi alibi, su quello che il denaro realmente rappresenta per noi e sugli scopi per cui lo spendiamo (o non lo spendiamo). Il rapporto con i soldi è ambiguo ed insidioso. Ci serve (inutile negarlo), ma ne diventiamo facilmente servitori. Può aiutarci a rendere più piacevole la nostra vita, ma spesso, invece, ce la danniamo nel rincorrere senza sosta quel po’ di ricchezza in più che sembra mancarci sempre. Ma, allora, qual è il punto di equilibrio, oltrepassato il quale il nostro rapporto con il denaro diventa malsano, trasformandoci da padroni in prigionieri? Impossibile, anche qui, dare una risposta univoca. Ognuno deve imparare a trovare il proprio personale “bilanciere” per rimanere in piedi su questo filo sottile. Si possono però fare alcune considerazioni

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generali, attorno alle quali ognuno potrà fare le sue personalissime riflessioni. E così possiamo cominciare col dire che, di certo, il denaro viene usato in modo distorto quando lo spendiamo nel tentativo di comprare ciò che non è in vendita e che dovremmo guadagnarci investendo un po’ più di noi stessi, piuttosto che del nostro conto in banca. Esempi se ne possono fare tanti. Denaro speso in regali costosi per sedare i nostri sensi di colpa, o farci guadagnare il perdono di chi abbiamo ferito. Denaro ostentato per acquistare agli occhi degli altri un’importanza ed una dignità che, dentro di noi, sentiamo di non avere. Denaro risparmiato ossessivamente per placare la paura dell’ignoto e darci l’illusione di una sicurezza che non sappiamo costruire diversamente. Denaro speso compulsivamente in oggetti inutili, nel tentativo di colmare il vuoto insaziabile dell’assenza di sentimenti, di affetti, di significati.

di lui. È doveroso spenderlo, soprattutto, per regalarci ciò che può arricchire la nostra vita interiore e le relazioni con coloro che amiamo. Il messaggio può sembrare provocatorio o ingenuo in un periodo di crisi economica quale quello che stiamo attraversando, ma non è così. Non occorrono acquisti mirabolanti; in realtà basta poco, pochissimo. Un libro che ci schiuda orizzonti nuovi; uno spettacolo a teatro per vedere qualcosa di diverso; un CD di musica che faccia compagnia ai nostri pensieri; una pizza con tutta la famiglia per uscire dalla solita cucina di casa (e regalare alla mamma una serata di libertà); un fiore acquistato da un extracomunitario, per dare a lui qualche euro in più ed a noi un modo nuovo di dire, o sentirsi dire, “ti amo”. Solo così il denaro ritorna nei suoi naturali confini, che ne fanno un “mezzo”, che va usato a nostro beneficio e non un “fine” a cui votare la propria vita. E così, il suggerimento per la Quaresima che provocatoriamente arriva da Guido Tallone per chi è troppo avaro è - non di rinunciare ancor di più - ma, al contrario, di spendere di più. Per regalarsi un po’ di libertà e vedere la propria ansia da denaro per quello che è: fuga da una povertà affettiva che nessuna somma può compensare. L’incontro si chiude così ed uscendo ripenDenaro usato come pretesto nelle liti faso a mia nonna, che era l’ottava di diciotto miliari per dare la stura a conflitti ben più fratelli, che ha cominciato a lavorare a otto lontani, mai realmente affrontati e, proprio anni, e che, anche quando di soldi ne aveva per questo, mai sopiti. abbastanza, cucinava per sé i pesci che io In sintesi: denaro usato per mascherare compravo per il gatto; ma che, alla fine degli dolori, carenze, incapacità che arrivano dagli anni Quaranta, non ha avuto timore di spenangoli più lontani e dispersi della nostra inti- dere una cifra (per allora) favolosa per una mità e che cerchiamo di dimenticare spenbellissima radio con grammofono, perché le dendo o, al contrario, accumulando. piaceva tanto ascoltare l’opera. Ma questo è solo un lato della questione e Il suo pensiero sul denaro si riassumeva sarebbe riduttivo fermarsi qui. così: “Chi che non varda al schèo non val un Perché, se è vero che il denaro può essere schèo, ma chi che xé avaro coi schèi xé avaro usato nel modo distorto che abbiamo detto, col cuor”. è altrettanto vero che il denaro è fatto per Mi pare un’ottima sintesi di quanto ho ascolessere speso e che spenderlo, per certi tato oggi. E pensare che lei aveva fatto solo aspetti, è quasi doveroso. la terza elementare… È doveroso usarlo senza paura, per non esserne usati; è doveroso spenderlo senza di Raffaella Santello timore che finisca, per non finire noi prima

“Chi che non varda al schèo non val un schèo, ma chi che xé avaro coi schèi xé avaro col cuor”


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ESTIVITÀ olmi 2010

Informazioni utili La proposta si rivolge ai ragazzi dai 6 ai 13 anni con possibilità di estenderla anche ai fratellini di 4 e 5 anni. Si svolgerà dal 10 giugno al 23 luglio 2010, dal lunedì al venerdì. Orari Le attività si svolgeranno dalle ore 8.30 alle ore 16.30. Ci sarà la possibilità di partecipare all’esperienza anche solo al mattino (dalle 8.30 alle 12.30). Al venerdì è prevista la gita di una giornata fuori Olmi.

Iscrizioni Sarà possibile iscriversi dal giorno 11 aprile, ogni domenica dopo la Messa delle 11.00, e nei giorni de “Il Sabato del Villaggio” dopo l’incontro genitori (ore 19.00), con termine delle iscrizioni il 30 maggio (comunque fino ad esaurimento della capacità ricettiva) Per ulteriori informazioni, rivolgersi dopo le ore 18.00 a: Elena Piovesana (tel. 339 3288579).


VITA DI COMUNITÀ EDUCATI A SUPERARE IL PADRE

Cos’è Estività?

Estività nasce da un’intuizione, maturata tre anni fa assieme al dott. Guido Tallone, che il tempo estivo non va sprecato ma anzi è un periodo prezioso e fondamentale per la crescita dei piccoli, e anche dalla reale necessità di dare una risposta alle famiglie che dopo il tempo della scuola non cercano per i propri figli solo luoghi di parcheggio ma anche di relazioni umane, gioco ed occasioni per coltivare passioni e amicizie. Quest’anno arricchita da nuove attività sportive, come il basket e la danza, Estività propone ai bambini e ragazzi laboratori manuali, momenti di gioco, gite immerse nella natura ed esperienze di preghiera oltre al semplice stare assieme che rende felici e che fa arrivare a casa la sera stanchi ma sereni. Crediamo che queste esperienze aiutino a crescere non solo i più piccoli, che porteranno nel cuore il ricordo di giornate felici accanto a persone più grandi che si occupavano di loro, ma anche i giovani, che donando tempo per gli altri stanno imparando che non è un controsenso pensare che si cresce quando ci si abbassa verso i più piccoli. La tenda di Abramo Pasqua 2010

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ARCOBALENO TONDO campi estivi olmi 2010

Lupetti 24 - 31 luglio › Isola di Santa Sofia (FC) 3° - 4° - 5° elementare 24 - 31 luglio › Isola di Santa Sofia (FC) Reparto 22 luglio - 1 agosto › Borgo San Lorenzo (FI) 1° - 2° - 3° media 25 luglio - 1 agosto › Borgo San Lorenzo (FI) 1° superiore 25 luglio - 1 agosto › campo in luogo da definire Clan 25 luglio - 1 agosto › campo itinerante in luogo da definire


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Yes, You Can! Corso di crescita personale e comunicazione promosso dall’Associazione Liberamente di Treviso che ha coinvolto a Olmi circa 30 teenagers il 20 e 21 marzo scorsi.

L

e aspettative che noi abbiamo su qualcuno influenzano il suo comportamento e i suoi risultati. Se crediamo che nostro figlio sia un ragazzo che riesce in quello che fa, stiamo collaborando a formare un vincente, se invece pensiamo che sia un incapace, lo stiamo aiutando a fallire. “Profezia che si auto realizza”, come dimostra l’esperimento che fece Rosenthal, uno psicologo americano: sottopose gli alunni di una scuola elementare ad un test di intelligenza, scelse poi degli alunni in modo casuale, senza tener conto dell’esito della prova, e dichiarò alle maestre che si trattava di bambini molto dotati e brillanti. Dopo un anno Rosenthal ripassò nella scuola e rifece i test: il quoziente intellettivo dei bambini selezionati era aumentato, così come il loro rendimento scolastico ed erano diventati i migliori della classe! Cos’era successo? Il fatto di aspettarsi degli ottimi risultati aveva portato gli insegnanti ad avere un atteggiamento stimolante e incoraggiante verso quegli studenti e loro, sentendo questa fiducia, hanno creduto di poter riuscire e così è effettivamente successo. Il giudizio positivo o negativo di un genitore, di un insegnante, di un allenatore sportivo, di un educatore influenza le prestazioni di un ragazzo, perché influenza l’immagine che si sta formando di se stesso, le sue

emozioni ed i suoi comportamenti. Frasi come “puoi farcela”, “ne hai le capacità”, ma anche “sei uno stupido”, “non sei portato per…”, dette magari a volte con leggerezza o per scherzo, segnano il destinatario più di quanto immaginiamo.

tanarsi da, e che siamo noi a comandare le nostre gambe, ci sentiamo forti e insicuri allo stesso tempo. Quando un giovane ha delle idee, chiede che vengano rispettate e il fatto che il genitore faccia lo stesso può creare un contrasto. Abbiamo aiutato i ragazzi a capire I ragazzi voglio essere liberi e indicome ogni individuo ragioni in base al pendenti: nel nostro corso si sono suo personale vissuto e ai suoi valori. resi conto di come ciò che gli altri Comunicare significa ascolto, comcredono di loro li influenzi, ma anche prensione, rispetto, accettazione ma di come loro possano influenzare non necessariamente condivisione. gli altri con lo stesso meccanismo. Il modo naturale in cui l’essere Tuttavia, accorgerci che alcune perso- umano impara è attraverso l’espene ci condizionano non significa che rienza, così abbiamo imparato a la responsabilità di ciò che siamo e camminare, a guidare, ad amare, etc. facciamo sia solo e tutta loro: la real- Per questo nel nostro corso abbiamo tà è ciò che è vero per me, è il risulscelto di insegnare attraverso la creatato dei miei pensieri, da cui discenzione di esperienze mediante giochi, dono le mie emozioni e le mie azioni. attività, magie e altro ancora. Per essere libero posso imparare a La nostra speranza è che alla fine scegliere i miei pensieri, perché mi dei due giorni trascorsi insieme nella potenzino e non mi limitino, l’ultima testa e nel cuore di ogni partecipante parola spetta a me. Prendo consape- la frase “Yes, you can!” (sì, tu puoi!) volezza e scelgo i miei valori, i miei abbia assunto un significato di potere obiettivi, scelgo e determino il mio di scelta, libertà e responsabilità. futuro. Questa è libertà, che porta con sé, inevitabilmente, la responsabilità di Linda Barbiero di se stessi. Se tutto, alla fine, dipen- Coach in PNL e collaboratrice de da me… cosa faccio? È la nostra dell’Associazione “Liberamente” potenza che ci spaventa, non le nostre di Treviso debolezze. Quando ci rendiamo conto www.associazioneliberamente.com di quanto possiamo, di quanto dipenda da noi, di come anche una non scelta sia una scelta, di come ogni passo sia un andare verso e un allon-


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Incontriamo gli autori

I

l “Sabato del Villaggio”, ciclo di incontri organizzati dalla nostra parrocchia con la collaborazione del dott. Guido Tallone aventi l’intento di aggregare genitori e famiglie intorno ai temi dell’educazione, oltre ad avere un ottimo successo tra i destinatari della proposta, sta suscitando crescente interesse al di fuori dei confini della nostra comunità fino a raggiungere un gran numero di persone, tra cui intellettuali e artisti, che vedono nella novità e nelle modalità di questi partecipati incontri un interessante segno di cambiamento e freschezza. È in quest’ottica che alcuni autori hanno espresso il desiderio di incontrarci per condividere un pomeriggio insieme fatto di amicizia e reciproco arricchimento. È il caso della scrittrice Dacia Maraini, che ci raggiungerà sabato 24 Aprile per conoscerci e parlare dei suoi più recenti libri. Sabato 22 Maggio sarà invece la volta del cantautore Roberto Vecchioni che sarà con noi per un incontro-concerto durante il quale presenterà anche il suo saggio “Scacco a Dio”. Gli incontri, come di consueto, si svolgeranno presso la sala Artificio di Olmi.

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acia Maraini è considerata una

tra le più importanti scrittrici della letteratura italiana del dopo guerra. Nasce a Fiesole nel 1936, figlia di una pittrice e di un famoso etnologo e scrittore. A causa del lavoro del padre, Dacia trascorre la sua infanzia in Giappone, periodo durante il quale vive anche l’esperienza dei campi di concentramento giapponesi, fino al 1946. Questo periodo diventerà fondamentale per la sua produzione artistica che porterà con sé molti echi di quell’esperienza. Rientrata in Italia si trasferisce in Sicilia e, a seguito della separazione dei genitori, decide di andare a vivere a Roma con il padre. Comincia così a lavorare come archivista, segretaria e giornalista per mantenersi agli studi. Esordisce come scrittrice nel 1962 con il libro “La vacanza” dando vita alla sua lunga produzione letteraria ma non solo. Infatti, comincia in quegli anni ad occuparsi anche di teatro scrivendo molti testi teatrali, tra i quali “Maria Stuarda” tradotto e rappresentato in ventuno paesi. Gli anni Novanta rappresentano per lei un’importante fioritura artistica: scrive “La lunga vita di Marianna Ucrìa” grazie al quale vince il premio Supercampiello. Con il celebre libro di racconti “Buio” tratta il tema della violenza sull’infanzia e sull’adolescenza raccontata attraverso dodici storie e riceve il prestigioso premio Strega. Sicuramente il teatro

rimane per Dacia Maraini un mezzo importante per informare il pubblico riguardo a specifici problemi sociali e politici; i suoi testi infatti toccano le più svariate tematiche tanto che Rizzoli pubblica il volume “Fare teatro (1966-2000)” raccogliendo quasi tutta l’opera teatrale della Maraini. La fama della Maraini è dovuta, non solo alla sua ricca produzione teatrale e letteraria ma anche al suo grande talento come critico, poetessa e drammaturgo. Il 24 aprile presso la Sala Artificio, Dacia Maraini incontrerà la nostra comunità e presenterà il suo libro “La ragazza di via Maqueda”.


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oberto Vecchioni nasce a Milano

nel 1943 da genitori napoletani. Nel 1968 si laurea in lettere antiche all’Università Cattolica di Milano, dove resterà per due anni come assistente di “Storia delle religioni”, proseguendo poi per trent’anni la sua attività di insegnante di greco, latino, italiano e storia nei licei classici. Negli anni 60, la sua attività nel mondo musicale inizia, quando comincia a scrivere canzoni per artisti affermati (Vanoni e Zanicchi per esempio), collaborazioni che riprenderà più tardi anche per Nannini, Oxa e Patty Pravo. Nel 1971 si propone per la prima volta come interprete delle sue canzoni e nel ‘73 partecipa al Festival di Sanremo con “l’uomo che si gioca il cielo a dadi”. Il successo di pubblico arriva però nel ‘77 con il famoso album “Samarcanda”.

Ma Vecchioni non è solamente un cantante e un cantautore, è anche autore di libri e saggi, collabora con articoli di fondo e commenti per i massimi giornali italiani. Come narratore ha esordito nel 1983 con “Il grande sogno”, libro di prosa e poesia. Nel maggio del 2000 esce il suo primo romanzo: “Le parole non le portano le cicogne”, una coinvolgente avventura nel mondo della parola e dei suoi significati. Numerosissimi i premi e riconoscimenti ricevuti, tra i quali spiccano l’Ambrogino D’oro, il premio Scanno per la narrativa, due premi Tenco alla carriera e il premio Angelo Dell’anno per le sue attività di impegno nel sociale. Nel 1999, su richiesta del Ministero della Pubblica Istruzione, ha tenuto più di ottanta conferenze nelle scuole e università italiane e fran-

cesi, sul tema “Musica e Poesia”. Tuttora insegna “Forme di poesia per musica” in alcune facoltà italiane. Mentre dal 2006 tiene il corso di “Laboratorio di Scrittura e Cultura della Comunicazione” presso l’Università La Sapienza di Roma e il corso di “Testi letterari in musica” presso l’Università di Pavia. Nel 2009, ha inoltre contribuito a creare e cantare la canzone Domani 21.04.09, dedicata alle persone rimaste coinvolte nel terremoto dell’Aquila e nello stesso anno ha pubblicato il libro “Scacco a Dio”, edito da Einaudi. Con grandissima gioia, avremo il piacere di incontrare Roberto, che presenterà il suo ultimo libro il giorno 22 maggio, presso la Sala Artificio, durante l’incontro pomeridiano de “Il Sabato del Villaggio”.

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VITA DI COMUNITÀ

L’icona e la preghiera in famiglia Pubblicata da Matteo Editore una preziosa opera per comprendere la spiritualità delle icone.

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uesto non è un libro d’arte, né di poesia, né di esegesi, né di preghiera. È piuttosto la testimonianza di un’esperienza d’ascolto della Parola che interpella… e del lavorìo interiore della Parola stessa, che non rimane mai senza effetto, ma fa fiorire in qualcuno l’arte, in qualcun altro la poesia, in altri ancora il donopassione per l’esegesi, in ognuno fa sbocciare una risposta nella preghiera: per ciascuno la Parola è fonte di creatività. L’arte dell’icona ha, per sua natura, un’origine diversa rispetto all’arte che scaturisce dall’ingegno umano. Essa trova infatti la sua fonte nel mistero della Rivelazione e si può quindi affermare che nasce dall’alto: è il Creatore che si è fatto conoscere alle sue creature e non viceversa. “Ciò che abbiamo visto e udito” nasce attorno ad una serie di icone scritte (un’icona non si dipinge, si scrive) da una iconografa padovana, il cui cammino di fede si è fortemente intrecciato negli anni con la vita della comunità monastica camaldolese di Santa Maria in Colle di Montebelluna e, attraverso di essa, anche con la comunità parrocchiale di Olmi. Grazie alla frequentazione dell’Eremo Camaldolese di Montebelluna, è nata l’idea che nelle nuove famiglie ci

fosse un’icona per aiutare la preghiera e la vita di fede della coppia.

l’animo dell’uomo. Il desiderio profondo che ha spinto un nutrito numero di persone a contribuire a quest’opera è quello di stimolare chi volesse ad avvicinarsi e approfondire i passi delle Sacre Scritture che ne sono fonte di ispirazione, con l’intento soprattutto di aprire lo spirito al dono di novità e di nuovi orizzonti che la bellezza, la poesia e la meditazione radicate nella Parola possono trasmettere.

Il libro si apre con una introduzione composta da vari contributi che inquadrano il tema dell’icona sotto diversi aspetti: il rapporto tra questa e l’arte occidentale (Gigi Cerantola, poeta e prosatore, docente all’università Imperiale di Tokio); le peculiarità dell’arte iconografica (Giovanni Mezzalira, maestro iconografo della Scuola di San Luca di Padova); l’icodi Mariasole Sartori na come strumento e frutto di una ricerca di fede (Francesca Pretto, iconografa, autrice delle icone presenti nell’opera); fino al senso della presenza di un’icona in casa (testimonianza di una famiglia della parrocchia di Olmi). La pubblicazione si snoda poi in un percorso ricco e variegato in cui vengono affiancati di volta in volta splendide icone di figure bibliche (il Cristo, Maria, la Trinità, gli Angeli…), episodi del Nuovo Testamento (la samaritana al pozzo, la Trasfigurazione, la lavanda dei piedi, la crocifissione, la Risurrezione…), Santi cristiani (Romualdo, Nicola,…), testi di varia natura (esegesi biblica, poesia, preghiera). Questi scritti vanno letti come frutti dell’ascolto della Parola e del lavoro silenzioso che la stessa compie nel-


VITA DI COMUNITÀ

Intervista a Manjola, maestra di danza di Palextra

M

anjola, ormai da tre anni, è l’istruttrice del corso di ginnastica artistica per bambine, organizzato da Palextra. Dall’anno scorso è anche l’insegnante del corso Ginnastica & Musica, per adulti. In questi anni ha conquistato tutti con la propria professionalità, con la passione per quello che insegna, con la disciplina che richiede alle proprie allieve ma che sa condire con tanta dolcezza e attenzione per ciascuna di loro.La intervistiamo per conoscerla meglio e per capire da dove nasce il suo amore per la danza, per la ginnastica, per l’arte. Quando le chiedo se posso intervistarla subito si schernisce, affermando di aver poco da dire, di avere una storia normale, come tanti altri… ma già dalle prime domande capisco che non è proprio così.

Manjola, ti chiedo innanzitutto qualcosa sulle tue origini: dove sei nata? Ci parli della tua famiglia?

Sono nata a Tirana, la capitale dell’Albania. Mio padre è laureato in Economia, ha svolto incarichi abbastanza importanti come dirigente e come consulente per il governo. Alcuni suoi studi sono stati utilizzati per realizzare delle leggi nell’ambito dei trasporti. Ora è in pensione ma continua a svolgere consulenze. Mia madre invece è dentista. Ho un fratello, di due anni più giovane di me. Sappiamo che, anche se da noi insegni ginnastica artistica, in realtà sei una ballerina di danza classica.

Quando hai cominciato a studiare danza, quando è nata in te questa passione?

Sono sempre stata attirata della danza classica, fin da piccolissima. A sei anni sono andata di nascosto ad iscrivermi. All’inizio ho dovuto “ripiegare” sulla ginnastica artistica, perché dove abitavo non c’era possibilità di fare danza, poi ho fatto il concorso per entrare all’Accademia di Danza di Tirana e sono stata ammessa. In

Albania non c’erano scuole private di ballo, c’erano solo scuole nazionali, a numero chiuso. E poi sono stati otto anni bellissimi e molto importanti per me… pieni di concerti… di tournée… sono stata scelta per entrare nel corpo di ballo dell’Accademia…

Otto anni?

Sì, perché si trattava di scuola accademica, di impostazione russa, molto rigida e selettiva: entri in quinta elementare e continui fino all’ultimo anno delle superiori. Si seguivano tutte le materie, si arrivava alla mattina alle sei e mezzo e si resisteva fino a sera. Mangiavamo lì, colazione compresa: venivano controllate le calorie che assumevamo, per essere dentro certi parametri. Chi non rientrava in questi parametri non poteva continuare. Non era una questione fatta per discriminare. La danza è un’arte e ha bisogno di determinate cose: tutti possono ballare, ma non tutti possono diventare ballerini professionisti, specialmente classici. Si tratta di cercare

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di Tirana, mi ha raggiunto. Ora però lui è responsabile in una azienda di telefonia dati: bisogna mantenere la famiglia e anche se l’Italia è un paese d’arte, se lo è un po’ dimenticato e si fa gran fatica a vivere solo d’arte!

Abbiamo imparato a conoscerci meglio e a conoscere il valore della fatica. Quando toglievo le scarpette da ballo avevo le vesciche insanguinate… ma se non fai fatica non arrivi da nessuna parte.

Cosa pensi che possa fare lo sport, o nel tuo caso l’arte della danza, per la formazione di bambini e ragazzi?

Come ti trovi con le bambine del corso di ginnastica artistica?

Bene! L’unica cosa è che hanno una smania… di voler fare, decidere, di È un aspetto importantissimo. imporsi… quando invece non sono Nell’antica Grecia le materie princinell’età in cui possono decidere… ma pali erano letteratura, matematica e dipende dal contesto in cui vivono, da danza. E perché? Perché l’uomo deve cosa insegniamo noi adulti… Devono esprimere il bello e i propri sentimen- imparare di più ad ascoltare, ad usare ti. Non li può trattenere per sé. Lo le orecchie… sembra che abbiano solo la bellezza e nella danza classica ci sport, la ginnastica, la danza aiutano gli occhi! sono dei canoni da rispettare. È come a prendere confidenza con se stessi. nella ricerca della bellezza in generale, intesa come concetto estetico, è Più si conosce il proprio corpo, il pro- Ho sentito che sarai con noi anche un rapporto importante tra contenuto prio sé interiore, più ci si rende conto quest’estate… delle proprie possibilità e dei propri Sì, mi è stato proposto di partecipare e forma. limiti. Senza sottovalutarsi, ma anche ad Estività… e sono stata molto contenta… sto pensando a come impostaHai sempre vissuto a Tirana o ti sei senza credere troppo in se stessi. E questo ti aiuta anche a misurarti e re l’attività… penso di fare qualcosa spostata, magari all’estero? a stare con gli altri. Iniziare la danza di dinamico, di movimentato, per tirar No, fondamentalmente vivevo a da piccoli aiuta a vincere la timidezza, fuori l’energia… vedremo! Tirana. Ma quando ho finito l’Accaa placare l’aggressività, a rapportarti demia sono stata ammessa a far parte per due anni del Corpo di Ballo con l’altro: se ti fai male capisci cos’è di Alessandro Daniel Nazionale, un pò come fosse la Scala il dolore, e se fai male a qualcun altro, sai cosa vuol dire, perché l’hai di Milano, per capirci. Così ho potuto vissuto. E quindi rafforzi il legame con fare anche molte tournée all’estele persone. Fare sport, o danza, non ro. Quando sono rientrata mi sono è semplicemente pensare all’aspetto iscritta all’Accademia di Belle Arti di fisico, alla bellezza. Prendersi cura Tirana, per diventare insegnante di del corpo vuol dire averne rispetto, danza. Mi sono laureata a ventitrè conoscerlo, aumentare il rispetanni, perché a Tirana gli esami devi farli tutti nei tempi stabiliti, altrimenti to verso te stesso e verso gli altri. Quando una persona non rispetta gli non puoi continuare gli studi. altri vuol dire che ha poca stima di se stesso. Una famosa critica d’arte Quando ti sei trasferita in Italia? diceva che non tutte le bambine che Finita l’università sono stata richiafanno danza diventeranno ballerine, mata nel Corpo di Ballo Nazionale ma la cortesia, la tenacia, la capacità ed ero spesso all’estero. In Albania di lavorare, la gioia del movimento le intanto si stava passando dal regiaccompagnerà per tutta la vita. Oggi i me comunista ad una repubblica bambini hanno paura della fatica, del democratica; la situazione era molto dolore e le mamme ancora di più. instabile e così ho deciso di trasfeMa cosa è successo a noi, a me, che rirmi in Italia. In seguito mio marito, ci siamo massacrati, che ci siamo che era violinista alla Filarmonica giocati, sacrificati fino in fondo?


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Ricomincia la Sagra di Olmi San Floriano. Ti aspettiamo dal 23 aprile al 9 maggio presso il Palaolmi

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Buona Pasqua dalla Cina

E

ra un sabato un po’ piovoso quello di venticinque anni fa quando il Vescovo Antonio Mistrorigo veniva a Olmi per un evento gioioso non solo per me, ma per tutta la comunità parrocchiale di Olmi. Quel 22 giugno 1985 sono stato ordinato sacerdote realizzando così quella vocazione che arde dentro di me di portare la presenza di Dio nell’Eucaristia e nell’annuncio della buona notizia fino ai confini del mondo!

grande decisione e la possibilità di cominciare il lavoro nella Cina interna, ancora molto resistente alle influenze straniere e soprattutto ostile ad ogni forma di interferenza religiosa.

Allora il popolo cinese era molto povero e anche gli ambienti di vita erano piuttosto decadenti. I più svantaggiati di tutti erano le persone deboli, gli anziani, i disabili, la gente dei villaggi, ecc. Tuttavia, in pochi anni c’è stato un balzo economico che ha portato Dopo cinque anni di lavoro e studio in Italia le persone nelle città o nelle periferie, con e USA, ero pronto per approdare nella infinite fabbriche che producono di tutto. Gli lontana Cina dove ormai sto lavorando da investimenti stranieri, uniti alla laboriosità vent’anni. All’inizio ho collaborato in una del popolo cinese e al controllo tenace del parrocchia di Hong Kong finché la lingua valore della moneta da parte delle autorie la cultura locale non hanno cominciato a tà locali, hanno portato al miracolo che si diventarmi familiari. Poi, nel 1995 è giunta la vede oggi: molte città con oltre dieci milioni di abitanti, con grattacieli e metropolitane, treni ad alta velocità, autostrade sopraelevate anche a due e tre livelli, porti e aeroporti spaziosi ed economici, ecc. Al primo colpo d’occhio dei turisti è certamente una meraviglia. Credo che le Olimpiadi faraoniche di due anni fa abbiano colpito tutti per il loro splendore. Tutto questo però è un apparato esteriore! Se si vive quotidianamente a fianco alle persone ci si accorge che c’è ancora tutto da fare a livello di assistenza sociale, medica, umanitaria, scolastica, sindacale e così via. Il materialismo è entrato nelle vene dei giovani cinesi che non conoscono i valori umani e la cultura che sta dietro alla loro civiltà. Parlare di libertà di pensiero e di dignità della persona è davvero difficile; cade non


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sembra essere attratto da altri percorsi! Il mio lavoro missionario consiste fondamentalmente nella testimonianza vissuta di persona, con qualche sacrificio e molte gioie! Non posso ancora certamente andare in chiesa dal lato dell’altare! Tuttavia posso portare tra i banchi poveri e disabili, volontari e operatori, amici e persone di buona volontà che credono che il vero progresso sociale sta anche nell’uguaglianza delle persone (“tutte valide” anche se disabili) e nel dare a tutti la possibilità di ricercare non solo il benessere fisico, ma anche risposte alle grandi domande di senso e della vita. Come Matteo Ricci (di cui ricorre il quattrocentenario) noi ci acculturiamo, parliamo, mangiamo i loro cibi, viviamo le realtà di tutti i giorni come loro e con loro, ma ci presentiamo anche con delle caratteristiche molto apprezzate, come esperti di umanità, con il coraggio di accompagnare tutti, giusti e peccatori, poveri e ricchi, locali e stranieri, forti e deboli sulla strada che dà delle risposte alle chiamate interiori, alla voglia di sapere di più sul senso della vita. Noi La chiesa e le religioni, pur essendo un po’ siamo cercati perché siamo portatori di una messe da parte, controllate (loro dicono “protette”) e talvolta combattute, stanno tut- notizia straordinaria: la vita continua. Gesù tavia vivendo un periodo di prosperità. Credo è risorto; anche noi risorgeremo! Si comincia ad amare il prossimo e si finisce con un che il motivo sia davvero semplice: in un amore che sconfina raggiungendo con gioia momento storico in cui dominano il materialismo, lo stress da lavoro e quello provo- la mano tesa di Dio. A tutti un augurio di Buona Pasqua! cato dal “disordine sentimentale”, la gente prova a cercare soluzioni là dove vengono proposti messaggi sensati o saggi, morali o don Fernando Cagnin solidamente tradizionali dal punto di vista filosofico, religioso e culturale. Questa sete di risposte alle domande interiori porta molte persone ad avvicinarsi ai cristiani, a visitare le grandi e splendide chiese costruite in passato dove spesso si sentono masse di persone che cantano e festeggiano insieme. Pensate che alla vigilia del Natale scorso (festa, caduta in giorno lavorativo) nella cattedrale di Canton che contiene più di mille posti sono state celebrate 5 messe pomeridiane e di mezza notte tutte con grandi cerimoniali e con partecipanti che all’80 per cento non erano battezzati! Vien voglia di dire che Dio trova il suo modo di chiamare la gente a sé, anche se il mondo solo sotto la censura, ma anche automaticamente nell’“auto-censura”, cioè si ha paura di parlarne per non essere tacciati di anti-patriottismo. I più aperti si giustificano dicendo: “noi cinesi siamo in tanti ed è difficile cambiare, e poi non si vuole che capitino ancora i sanguinari e devastanti disordini sociali avvenuti in passato…”

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