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Periodico di informazione della Parrocchia di Olmi San Floriano TV. Numero 32

La tenda di Abramo Natale 2008 VITA DI COMUNITĂ€


SCANSIONARE IL DISEGNO ATTENZIONE AI COLORI

Era notte, buio e freddo a Betlemme


ALLA COMUNITÀ

La tenda di Abramo Natale 2008 Periodico di informazione della Parrocchia di Olmi San Floriano TV. Numero 32

Direttore: don Adelino Bortoluzzi In redazione: Alessandra Dassie, Alessandro Barzan, Cristina De Matteis, Eva Gattel, Ilaria Frassinella, Laura Susini, Luca Furlan, Marco Borriello, Mariasole Sartori, Nicola Bacchion, Sebiana Gaiotto, Simone Cardin. Hanno collaborato: Aldo Marandino, Anita Walter, Daniele Bortoluzzi, Elena Piovesana, Elisa Vian, Franca Torresan, Mariagiovanna Bornia, Max Bergami, Monica Marandino, Gabriele Morandin, Giusto Pio, Marco Cazzaro, Monica Lazzaretto, Toni Grossi. via Claudia Augusta, 2 31050 Olmi T 0422 892260 F 0422 893535 www.olmi.org latendadiabramo@olmi.org canonica@olmi.org adelino49@libero.it Stampa e fotolito: Europrint srl, via Gramsci 4, Quinto TV

Mariagiovanna Bornia

Foto di copertina: Anita Walter

I

n nessun altro momento dell’anno il nostro desiderio di pace e di protezione è tanto grande come durante la festa del Natale. Per questo cerchiamo le persone che amiamo e che ci amano, per donare e ottenere, nella testimonianza dell’affetto reciproco, pace e sicurezza. Eppure ogni anno sperimentiamo qualcosa di strano: caschiamo in una agitazione che provoca nel nostro spirito una specie di scontento, di delusione e di insicurezza. Forse perché dimentichiamo una cosa semplice: il Natale viene a noi offrendo pace e protezione nella forma di un piccolo bambino. Era notte e buio a Betlemme. Come quando nella nostra vita ci troviamo senza prospettive per il futuro, senza speranza, con la paura per quello che ci sta intorno e per quello che ci sta davanti. Un affetto che sta per finire… Un figlio, una figlia che si ribellano, prendono il largo e percorrono strade inquietanti. Il lavoro che va male. L’economia che ci fa paura. La salute che dà segni di cedimento. Era freddo a Betlemme. E noi sappiamo che cosa è il freddo, quando la solitudine ci assedia, quando il prossimo sembra non interessarsi di noi, quando noi stessi siamo delusi e insoddisfatti di quello che siamo e di quello che facciamo. E di quello che non facciamo e non sappiamo fare, per debolezza o per pigrizia, o per sfiducia in noi e negli altri. La sfiducia, questa specie di fango gelato che imprigiona i piedi e le mani e ci immobilizza nella tristezza. Sulla notte, il freddo, il buio di Betlemme e dei nostri cuori è nato il Salvatore: Gesù, il figlio di Dio, concepito nel calore nel ventre di Maria, piccolo neonato avvolto in povere fasce e deposto sul fieno di una mangiatoia. Ciò che è accaduto è qualcosa di immenso perchè ci rivela che noi siamo amati da Dio come figli. Siamo amati senza condizioni, al di là dei nostri limiti, delle cattiverie e degli sbagli che commettiamo. Perché Dio, che ha voluto essere nostro Padre - Lui e non noi è buono, fino in fondo, generoso e fedele. Così noi dobbiamo avere rispetto per noi stessi ed allontanare ogni sentimento che ci porta a non stimarci abbastanza, a rifiutarci, a non accettarci. Noi proprio perché figli di Dio e in quanto tali amati e accettati da Dio dobbiamo voler bene a noi stessi e accettarci con umile gratitudine. Anche le persone che ci stanno intorno e con cui viviamo, marito e moglie, figli e genitori, parenti e amici, parrocchiani e compaesani, e tutti, proprio tutti, sono nobili figli e figlie di Dio. Perciò, nonostante le povertà e le incapacità, noi dobbiamo trattare gli altri con rispetto, con umiltà e comprensione. Con comprensione, perché tutti inevitabilmente siamo limitati, facciamo degli errori e siamo molto piccoli in tutto. Se facciamo l’esperienza di essere figli impareremo la gratitudine verso gli altri e la bontà potrà diventare amore: amore che dice grazie, amore che ascolta e che offre una parola che conforta, amore che infonde pace e sicurezza. Tutto questo lo intuiremo e ci lascerà un segno nel cuore se sapremo oggi incontrare quel bambino di Betlemme nel segno del vangelo e del pane dell’eucarestia. Buon Natale allora. Sia un vero Natale che prolunga fin dentro l’anno nuovo la sua pace, la sua protezione, la sua umile e sicura gioia. Buon Natale del Signore Gesù.

don Adelino

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arsi sorprendere dall’onda lunga è fastidioso. Talora accade all’improvviso, con irruenza, con una forza inspiegabile, riconducibile all’imprevedibilità della natura; in altri casi è un insinuarsi lento ma inesorabile. Comunque un evento che turba e sconvolge (non senza qualche fastidio) il prevedibile andamento dell’esistere.

disponibili a chiederci che cosa mai sta succedendo. La pigrizia, invece, rimanda alla voglia di non considerare gli eventi, a lasciar perdere, a pensare che “in fondo succede, ma passerà”. L’onda lunga però non si ferma, avanza. Può creare soltanto disagi marginali, toccare parti meno sensibili, i piedi del nostro quotidiano. Ma può anche diventare tsunami, qualcosa di terribile, travolgente, devastante. Sorpresi Comunque l’abbagliamento o la pigriPer questo accadimento che costringe zia rendono inermi o in ritardo rispetad abbandonare luoghi e tempi proto alla comprensione. E, quando ci si grammati, consolidati, perfino sicuri. rende conto, quasi sempre è troppo Accade soprattutto quando non si tardi. riesce a capire, a spiegare, a intravedere; per due motivi di base: o si è Questo accade, ora. abbagliati o si vive nella pigrizia. Perché del disagio dell’esistere, dei Nel primo caso siamo troppo presi da tormenti della comunità in cui siamo quello che è sopra, fuori, in superfiparte (piccola, familiare o globale), cie. Dal visibile, palpabile: dal sole, percepiamo soltanto le emergenze dal vento, dal rumore, dalle chiacultime, il fastidio dei cambiamenti, chiere, dalla suggestione di ciò che l’acqua che bagna i talloni e costringe sta intorno. L’atmosfera anestetizza, a lasciare la prescelta battigia. Non rende indifferenti, impermeabili, poco siamo capaci di andare oltre, di capi-

re, di cogliere da dove è partito quel movimento che ha generato l’onda che scombussola l’esistere. Il più delle volte la reazione è solitaria o parentale: mettersi al riparo con i propri mezzi, cercare una soluzione individuale. Scatta il tempo del “si salvi chi può”. Quasi sempre tale atteggiamento è accompagnato dalla richiesta di aiuto, dall’invocazione agli altri, soprattutto a chi ha responsabilità, a chi governa. Presto scatta il meccanismo delle difese. Qualche diga? Una barriera? Una solidarietà soltanto del momento? Dopo poco ci si accorge che l’onda lunga è più forte e testarda del previsto. Inarrestabile, magari implacabile. Allora è sconforto, rassegnazione. Perché quello che non abbiamo capito (e il dubbio assale ma non sconvolge il pensiero dei più, purtroppo) è che proprio quell’evento parte da molto lontano ed ha radici assai più lontane. Ci arrabattiamo in mille modi per porvi rimedio, tentiamo di ingabbiare

Anita Walter

L’onda lunga, l’abbagliamento e la pigrizia


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le acque: leggi, garanzie, regolamenti, accordi programmatici, “sinergie” di vario genere”. Tutto pare inutile. Non potrebbe essere diversamente. Perché non abbiamo ancora capito, (abbagliati e pigri, si diceva) che il problema, la questione, le cause scatenanti di tutto ciò che ci esaspera nella sua fase terminale, sono molto più dentro. D’altra parte siamo anche presuntuosi: convinti di aver capito tutto, quando ammettiamo (confermati dalla comunicazione di massa, televisione, giornali, internet e sondaggi) che è arrivata la famigerata invasione delle acque. Oggi la grande truffa (intellettuale e sociale) è quella di scambiare gli effetti per cause. Come dire che stiamo male (individualmente e come comunità) perché c’è l’onda lunga del

disagio e non perché tale situazione è stata causata da ben altre ragioni. Ci interroghiamo sul perché della violenza ai bambini, alle donne, agli indifesi, e non andiamo a verificare che tutto ciò ha radici molto profonde, nella frantumazione del valore della persona, della vita, della diversità. Non capiamo, tanto per essere banalmente di attualità, che non possiamo pretendere il rispetto del corpo (femminile, ma non solo) se poi questo viene usato come merce. L’effetto è la violenza, il luogo da dove nasce è la cultura della vita, che stiamo tradendo. Non si può pensare che l’onda lunga della crisi finanziaria (tanto per restare nell’attualità) sia un insieme di “deviazioni del sistema capitalista” messe in campo da spregiudicati operatori, quando alla radice vi è una

visione mercantile della comune esistenza, una concezione dell’esistere basata sull’arricchimento, sul potere del denaro. Non ci si può limitare ad accettare che i ragazzi crescano travolti da un benessere dovuto, preteso, praticato ed esibito, arrabbiandosi quando questo non è praticabile (anzi, la giustizia è proprio consentirlo a tutti…) e poi interrogarsi, di fronte a qualche giovanile disgrazia; perché, in fondo, si scopre che dentro, proprio loro, i migliori per cuore ed età, avevano il vuoto. La politica, poi. La sua onda lunga è il disinteresse, la sfiducia. Nei “professionisti” prima di tutto, gente magari incapace in altre occupazioni, che ha trovato un modo più o meno onesto di campare. Questa è l’onda lunga.


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Accettata, condivisa. Senza chiedersi se dietro non ci sia la perdita della categoria del “prossimo”, il defilarsi del senso di appartenenza ad una comunità, dalla famiglia al “campanile”.

La linearità consequenziale tra affermazioni di principio (ciò in cui dice di credere) e i gesti, le scelte, i comportamenti, è una delle grandi lacerazioni.

C’è dell’altro e più terribile. L’onda lunga non sempre è un fenomeno solo naturale. Talora è indotto dall’umano, anche da noi. La violenza nei confronti della natura, ad esempio. Ma anche la volontà di travolgere gli altri per poterli dominare. Abbagliare, impigrire, per poi proporre interessati rimedi, urgenze già programmate e risposte predisposte, per lo più fruttuose. L’onda lunga è un alibi che giustifica ogni incoerenza, perché ammantata di emergenza. Quando si può trasgredire, fare tutto ciò che è in netto contrasto con quello che si è affermato di credere e trovarne una motivazione perfino coerente.

Esempi infiniti: un leader politico che istituisce il Ministero della famiglia, che ha aziende (televisive, non roba di poco conto) che diffondono una cultura tutta dalla parte opposta; un ministro che lotta per le pari opportunità delle donne e combatte la sua battaglia a partire dai calendari; un grande movimento politico che fonda il proprio esistere non sul profondo (idee, valori, progetto di società), ma soltanto sull’andamento “progressista”, sul passo veloce senza specificare verso dove vuole andare. Una comunità sovranazionale che vuole stare insieme per la pace e poi ognuno va alla guerra per i fatti propri. Infiniti esempi di onde lunghe,

espressione di una palese frantumazione con il profondo… Da questo punto di vista siamo frantumati. Allora, la fatica e il tormento può essere uno soltanto: uscire dallo stato di abbagliamento e pigrizia, non scambiare gli effetti per cause; andare oltre, alla radice, dei mali, delle questioni, delle calamità, dei sommovimenti. Per fare questo c’è un’unica strada: non fermarsi all’acqua che bagna i piedi o intimorisce il cuore, ma affidarsi alla testa che (per il momento) non è ancora stata sommersa. Sconfiggere le calamità è una questione di pensiero: faticoso e terribile, soprattutto quando scopriremo che anche questo non sempre basterà. Allora dovremo cercare una conciliazione, un Patto anche con qualcosAltro. Non una sconfitta, ma una assunzione di responsabilità. Persino un sollievo. Scoprire che sulla battigia della vita, di fronte all’incalzare delle acque non siamo (biblicamente) soli.

di Toni Grossi

L’incoerenza

PER SAPERNE DI PIU’ ✒ TONI GROSSI. Padovano, da trent’anni giornalista professionista. Dopo aver lavorato nei quotidiani locali del “Gruppo Repubblica” (Il mattino di Padova, La tribuna di Treviso, La Nuova Venezia) dal 1997 svolge l’attività di consulente in comunicazione istituzionale per associazioni di categoria, banche di credito cooperativo, soggetti non profit. Da sempre è amico della nostra comunità parrocchiale.

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Buongiorno America! Buongiorno Italia! P

ensavo di aver vissuto uno di quei momenti che finiscono sui libri di storia, quando le borse si sono schiantate nelle scorse settimane, oltre ogni ragionevole previsione. Questa notte, invece, incollato allo schermo con la compagnia di Enrico (Mentana) mi sono reso conto che non avevo visto ancora nulla. Sono passati solo 40 anni da quando Martin Luther King è stato assassinato. Avevo 4 anni e non posso dire di ricordarmi chiaramente, ma di certo conservo dei frammenti di immagini, così come quando fui sve✒ MAX BERGAMI. È Professore di Organizzazione Aziendale all’Università di Bologna e Direttore di Alma Graduate School. Autore di numerose pubblicazioni nazionali e internazionali, è stato Visiting Professor alla Università Bocconi, alla University of Michigan, alla Florida University e alla New York University. È stato membro del Consiglio di Amministrazione del Gruppo Ferretti e attualmente fa parte del CdA di Ducati Motor Holding. www.almaweb.unibo.it

gliato da mio padre per vedere il primo passo sulla luna. Un Presidente di colore è qualcosa di inimmaginabile negli Stati Uniti fino a pochi mesi fa. Chi ha avuto la fortuna di studiare o lavorare per un po’ da quelle parti sa bene perché. E allora questo evento storico mi restituisce la speranza per il nostro Paese. Mi restituisce la speranza per chi parte da posizioni svantaggiate, ma lotta e si impegna. Mi restituisce la speranza per i giovani immigrati da altri Paesi che il nostro sistema produttivo utilizza, ma ai quali non sempre viene offerto un Sogno Italiano. Ma questo momento storico mi restituisce qualche speranza anche per altri motivi. La campagna elettorale di Barack Hussein Obama è stata condotta in maniera assolutamente anticonvenzionale e fuori dai palazzi del potere.

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Una campagna condotta tra la gente, su internet, con le risorse finanziarie rese disponibili da molti e non da pochi. Ma soprattutto fuori dal partito e dalla nomenclatura. Confesso di aver avuto iniziale simpatia per un possibile ticket Hillary-Barack, pensando che, dopo quattro anni di vicepresidenza, Obama avrebbe potuto essere il 45° Presidente e temendo che da solo non ce la facesse al primo giro. Obama in realtà ha vinto due competizioni: quella contro i Repubblicani e quella contro il Partito, dal quale si è affrancato e al quale non ha concesso neppure una vicepresidenza ingombrante. Al di là delle emozioni e dei buoni pensieri, Obama ha combattuto una battaglia più difficile, ma si è mantenuto ora le mani libere, senza prezzi troppo alti da pagare una volta eletto. Ma soprattutto, ha dimostrato che - società postmoderna, fluida o disconnessa che sia - le persone hanno ancora voglia di partecipare. La vittoria di Obama è una vittoria

di molti, moltissimi e non unicamente sua. Questa è la speranza che questo evento storico mi restituisce, pensando all’Italia. La speranza che anche quì possa cambiare qualcosa, che i rappresentanti del popolo non siano scelti a tavolino da quattro o cinque oligarchi e che sia possibile vedere la partecipazione delle persone e riconquistare una politica per il bene dei molti e non per l’interesse dei pochi. Recentemente abbiamo sentito dire più volte che gli Stati Uniti avevano iniziato la strada del declino. Non lo so, lascio ad altri queste diagnosi, di certo so che l’America, oggi, ci ha dato un’altra lezione.

di Max Bergami

Tenete presente che...

L

’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America si inserisce in un quadro internazionale molto critico, soprattutto a causa della crisi economica che ci investe da maggio dello scorso anno.

pali attori economici hanno cercato di massimizzare i propri profitti a qualunque costo, anche a scapito della loro sostenibilità.

Questa aspirazione è stata sicuramente programmata nelle sale del La fase che stiamo attraversando potere delle grandi multinazionali, viene definita dagli esperti come una ma si è anche servita di persone “crisi di sistema”. E non solo in rife- comuni: lavoratori poco competenti, rimento ai suoi effetti (da un crollo dipendenti poco coraggiosi e clienti finanziario a uno stallo dell’economia decisamente poco accorti (per quereale), ma soprattutto in relazione st’ultimi, basti pensare allo scandalo alle sue origini (questo fallimento dei derivati che sta interessando nasce da una catena di errori che molti Comuni italiani). governi, autorità di vigilanza, impre- Se da un lato questa situazione se e famiglie hanno alimentato). richiede nuove regole internazionali Il fatto è che negli ultimi anni, da per i principali operatori economici, Enron in poi per intenderci, i princidall’altro richiede (a tutti noi) una

migliore preparazione per vivere nel mondo del lavoro. Il lavoro non può più essere considerato come qualcosa che “si cerca” al termine degli studi o che “si improvvisa”. Il lavoro richiede preparazione e sacrificio. Occorrono competenze qualificate (certamente non sono più sufficienti quelle che apprendiamo durante l’università) e capacità spendibili in situazioni sempre più ambigue (capacità che tra l’altro sono sempre più difficili da costruire). Quindi la situazione è critica, perché c’è scarsità di conoscenze sul mercato locale, ma anche di “palestre” in cui conoscersi, sperimentarsi e sviluppare capacità. ➸


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Cosa fare allora? La preparazione sulle competenze che immagino richiede scelte importanti, perché impone spesso di investire molti soldi, di cambiare città o ➸

✒ GABRIELE MORANDIN. È Ricercatore e Professore Incaricato di Organizzazione Aziendale alla Facoltà di Economia dell’Università di Bologna. Dopo aver conseguito il Dottorato di Ricerca in Direzione Aziendale, è stato dal 2004 al 2006 Visiting Scholar e Reserch Assistant presso la Ross School of Business dell’University of Michigan (Usa). Attualmente è Direttore del Master in Gestione delle Risorse Umane di Alma Graduate School.

Paese, in ogni caso di sacrificare le comodità e gli agi a cui siamo abituati; oppure potrebbe comportare nuovi equilibri familiari certamente non indolori. Lo sviluppo delle capacità invece ci invita a frequentare palestre laterali al mondo della scuola che, per fortuna, nella nostra parrocchia non mancano, ma che potrebbero non essere sufficienti. Ciascuno di noi quindi ha il dovere di vigilare attentamente sul

proprio percorso e di non lasciarsi sfuggire nessuna occasione di confronto, apprendimento e riflessione. Ogni esperienza in più potrebbe, un giorno, fare la differenza.

di Gabriele Morandin

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Opinioni a confronto Quali sono per te i segni di speranza in questo momento per il futuro della Chiesa e della società in cui viviamo? In questa crisi economica e culturale, quali sono i valori che dobbiamo accentuare per trovare serenità nella nostra vita? Quali inviti ti suggeriscono il Signore Gesù ed il Vangelo per vivere bene nella tua famiglia? Abbiamo posto queste domande ad alcuni amici della nostra comunità che vivono fasi della vita differenti e che si misurano nella loro quotidianità con i temi proposti dagli articoli precedenti.

Una giovane universitaria

Ultimamente mi chiedo cosa spinge i giovani ad andare verso il futuro con cuore carico di entusiasmo. Sono al penultimo anno di università e si rinforza anche in me il desiderio di conoscere in quale mondo concretizzerò i miei sogni. Comprando un giornale o camminando per le strade, mi nasce però un interrogativo: è proprio questa la società in cui voglio investire sul mio futuro e far crescere i miei figli? Se mi soffermo solo sulla realtà dipinta dai mass-media, la risposta non è del tutto affermativa. Ci sono però momenti in cui sul timore prevale un sentimento chiamato

speranza: i momenti di incontro con Gesù. Non è qualcosa di astratto, bensì qualcosa che si concretizza nei volti dei molti giovani con cui vengo a contatto agli incontri internazionali di Taizè per pregare e nelle persone che con dedizione si mettono a servizio di chi è povero, come le suore conosciute al Caritas Baby Hospital di Betlemme. Questa speranza diventa più reale se penso alle persone che hanno il coraggio di seguire valori, forse ormai fuori moda, come la fede, la gratuità, la sobrietà, la povertà dello spirito. Nel quotidiano la speranza si fa presente nei gesti di condivisione e di


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perdono di chi mi sta accanto. Non è semplice tenere salde queste intuizioni e testimoniarle a chi mi è vicino in famiglia o all’università. Aver visto i posti in cui Gesù è vissuto, durante il Pellegrinaggio in Terra Santa mi aiuta a comprendere quale radicalità e impegno sono chiamata a coltivare.

Una coppia appena sposata

Con il termine “paura liquida” mi immagino una paura che permea l’esistenza di una persona, una paura che immobilizza... Nei primi mesi di matrimonio questa paura liquida ci ha toccato e sconvolto. Soprattutto l’incertezza economica ha creato in noi ansia e paura di non farcela. Il sogno di “due cuori e una capanna” si è scontrato con la quotidianità e con il problema della gestione dei soldi. Questa fatica ci ha fatto capire che la felicità non è data solo dalle cose materiali ma anche da qualcos’altro. All’inizio questo “qualcos’altro” era nebuloso: era più facile vedere le cose negative che quelle positive. Poi un po’ alla volta abbiamo iniziato ad alzare la testa e a guardare avanti con fiducia, senza farci prendere dall’ansia. Ci siamo accorti che dobbiamo “re-inventarci” come coppia, dobbiamo scoprire nuove strade per vivere bene e per costruire la nostra famiglia. Un motivo di gioia è vedere alcune coppie di amici sposate da qualche anno: sono un segno di speranza che ci fa guardare avanti con fiducia e serenità. Indispensabile è anche il confronto con alcune coppie di amici coetanei. In alcuni momenti è più facile “pulire i panni sporchi in casa” che aprire la porta, uscire e chiedere aiuto. Ci rendiamo conto che il confronto con gli altri è “salvifico”: può innescare un cambiamento ed aiutare a non vedere

Ci stiamo impegnando a fare bene il nostro lavoro, in modo onesto, senza avere solo pretese ma adempiendo anche ai nostri doveri. tutto nero. Un altro segno di speranza per noi è il progetto di Artificio che sosteniamo, anche economicamente, e che crediamo possa giovare alle nuove generazioni.

Una coppia con un figlio

È vero che facciamo fatica ad arrivare a fine mese, è vero anche che mai come in questo momento temiamo per il nostro posto di lavoro perché sentiamo sempre più parlare di cassa integrazione e mobilità… Ma a nostro figlio possiamo dire che viviamo solo di queste ansie piuttosto che, avendo a cuore primariamente la sua felicità, ci stiamo impegnando per far fronte a questa situazione di insicurezza sia economica che sociale? Stiamo dedicando più tempo alla preghiera per cercare di capire quale tipo di comportamento Dio si aspetta da noi. Il cambiamento deve avvenire prima in noi stessi e nei nostri stili di vita quotidiana. Ci stiamo impegnando a fare bene il nostro lavoro in modo onesto senza avere solo pretese ma adempiendo anche ai nostri doveri, in modo da poter dare un contributo, pur nel nostro piccolo, all’azienda in cui lavoriamo. Stiamo tentando di darci uno stile di vita più sobrio, cercando di discernere cos’è veramente necessario e cosa superfluo: pensiamo alla quantità di giochi che abbiamo nelle nostre case e allo stile “usa e getta” acquisito dai nostri figli…

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Stiamo coltivando di più le relazioni nella nostra famiglia, sforzandoci di raccontare vicendevolmente i vissuti quotidiani e le emozioni. Il semplice godere del bene che ci lega diventa fonte di sicurezza e serenità per tutti noi. Crediamo che mai come in questo tempo sia importante l’accoglienza e la condivisione con altre famiglie. È molto difficile perché l’apertura agli altri ci obbliga a comprometterci, a spendere del tempo per ascoltare e per raccontarci. Noi sentiamo il bisogno di sentirci parte di una comunità che ci sostiene e si prende cura di nostro figlio. Siamo consapevoli dei nostri limiti e confidiamo che il fatto di pensare insieme ad altri genitori al bene dei nostri figli ci permetterà di fare scelte lungimiranti.

Io sono fiducioso, non ho paura del futuro perché vedo che ci sono anche tante persone disposte ad impegnarsi per fare del bene. Una coppia di nonni

Per noi vivere e lavorare assieme a tanti giovani per il bene di tutti è un segno di speranza per il futuro. Io sono ottimista per natura. Credo che per me sia stato importante vivere con i miei nonni. Ora che sono nonno posso confrontare la vita che facciamo oggi con quella che faceva mio nonno. Nella sua sobrietà dignitosa di operaio, l’ho sempre visto sorridere, sentito cantare, contento senza mai lamentarsi. Anche mia nonna. Io sono fiducioso, non ho paura del futuro perché vedo che ci sono anche

tante persone disposte ad impegnarsi per fare del bene. Vedere che ci sono tanti giovani che lavorano, hanno una famiglia e dedicano tempo per il bene comune, per educare i più piccoli, per il futuro, ci fa chiedere: e noi cosa possiamo fare? Noi dobbiamo dare una mano per fare quello che loro non possono, come la sagra, i mercatini, le cose pratiche… Dobbiamo farlo altrimenti chi lo può fare? E poi speriamo che i giovani crescano e ci sia un ricambio: chi continuerà a fare quello che facciamo? Solidarietà, onestà, speranza. Pensando alla crisi che stiamo vivendo mi viene da dire che tutto sommato non è male. Nel senso che non si può pensare di andare sempre avanti senza fermarsi e pensare. Quando sarà passata io non credo saremo tanto più poveri, però spero saremo più saggi… Spenderemo meno, non compreremo più tante cose, saremo più generosi, meno egoisti, ritroveremo i valori che avevano i nostri nonni: la solidarietà, l’onesta, la speranza… Quando pensiamo alla nostra famiglia non pensiamo solo a noi due, ma ai figli, ai fratelli, cognate, nipoti… ed in fondo la nostra famiglia è la comunità. Siamo nonni di nostra nipote, dei nipoti di mia sorella, ma in fondo ci sentiamo nonni di tutti i bambini che ci troviamo attorno lavorando nella comunità… La nostra famiglia siete voi, fuori da casa. Abbiamo una preoccupazione: che ne sarà dell’educazione alla fede dei nostri nipoti? Dei bambini che vivono in realtà diverse, più laiche di quella di Olmi… che ne sarà? I bambini di oggi non hanno più la fortuna di vivere in una famiglia come quella di una volta. In quelle famiglie c’erano i nonni. I nonni sono come una biblioteca in una famiglia. Sono dei punti di riferimento, dei fari… E quando non c’erano i nonni c’era la zia, lo zio… Oggi invece i bambini sono


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da soli… vedono i genitori massimo un’ora al giorno e poi sono sempre con chi sa chi… Cosa ci chiama a fare il Signore? Il vangelo non è proprio sempre facile seguirlo… Comunque credo che bisogna rispettarsi anzitutto, come minimo. Rispettare anche quelli che, come i nipoti, hanno idee diverse… Non voglio dire proprio “ama il prossimo tuo come te stesso” ma insomma cercare almeno di farlo…

Un giovane imprenditore con famiglia

Siamo di fronte ad una ridefinizione di equilibri in tutti i campi ed in tutti i sensi, sia a livello mondiale che locale. Ci troviamo a vivere una fase di transizione e cambiamento in cui sono da ripensare nuove logiche e modalità, passando inevitabilmente anche attraverso momenti di crisi e sofferenza. In questo contesto la mia

speranza personale è che le persone emergano per il proprio merito e per le loro capacità piuttosto che per i rapporti di parentela o per l’appartenenza a qualche club o cerchia privilegiata. Spero che emergano e vengano riconosciute le persone per quello che sono. Per me il primo valore da accentuare per far fronte alla situazione attuale è l’onestà: un’onestà vissuta e praticata piuttosto che proclamata soltanto a parole. Di questo valore se ne parla sempre meno ma io personalmente lo ritengo fondamentale. Mi riferisco all’onestà intellettuale, nei rapporti sociali, nel lavoro, nel mondo economico e nella gestione del proprio ruolo. È un valore trasversale perché fondante di qualsiasi relazione umana. Oltre a questo penso che sia indispensabile riportare un equilibrio tra quelli che sono i nostri diritti e i nostri doveri. Oggi, infatti, viviamo in una

società in cui sembrano esserci solo diritti e tante persone stentano ad assumersi i propri doveri. Con riferimento alla famiglia, credo che la vita vada accudita, promossa, stimolata, orientata e puntellata. Nella mia famiglia cerchiamo di vivere la relazione fra me e mia moglie nelle differenze di genere fra maschio e femmina e questo promuove noi, come singoli e come coppia, e di conseguenza la vita dei nostri figli. Credo che questa sia la missione della famiglia.

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VITA DI COMUNITÀ

Quando la musica eleva lo spirito Intervista al Maestro Giusto Pio Abbiamo incontrato il maestro Giusto Pio, classe 1926, nella sua casa di Castelfranco Veneto, nella quale ci ha accolto con amicizia e semplicità. Gli abbiamo rivolto qualche domanda partendo dalla sua ricca e lunga carriera, per capire come vede i giovani ed il particolare momento storico che la nostra società sta attraversando.

Maestro, a 82 anni come mantiene vivace e attiva la sua ricerca musicale e culturale?

Di notte dormo poco e ascolto tre o quattro radio diverse una dall’altra, sono molto curioso e non mi piace specializzarmi in qualcosa di particolare. La mia indole mi porta a guardarmi tutto intorno, a leggere, studiare, osservare…

CHI È GIUSTO PIO

La fatica che abbiamo fatto noi è stata molto grande, ma se la paragono a quella che stanno provando i giovani di oggi, la nostra è stata un gioco. C’è l’abitudine di parlare sempre male dei giovani, spesso si sente dire: “una volta era meglio…” ma nessuno dice che adesso i giovani fanno più fatica. Infatti i giovani in questi tempi sono soggetti a delle provocazioni incredibili in tutti gli ambiti. Nel lavoro, nei rapporti sociali e nella politica non esiste più il tutto positivo o il tutto negativo. Adesso, di fronte a delle scelte, ci sono delle leggere sfumature tra l’una e l’altra cosa, per cui questi ragazzi come fanno a scegliere? Quando ero giovane il mondo non era quello di oggi: uno era indirizzato in pochi canali. Una volta c’era una colonna portante di valori, adesso ce ne sono centomila, spesso fragili…

Come vede i giovani d’oggi? In cosa sono diversi da quelli della sua generazione? Ci racconta qualche aneddoto dei suoi inizi giovanili?

Giusto Pio nasce a Castelfranco Veneto l’11 gennaio del 1926. Ha ereditato la passione per la musica dal padre che suonava diversi strumenti, senza aver però frequentato scuole regolari. Violinista classico di livello nazionale, in una lunghissima carriera professionale ha fatto sue le più disparate esperienze musicali. A 13 anni comincia a studiare il violino. I suoi studi musicali vengono fatti a Venezia, dove studia composizione con Malipiero e diplomandosi con L. Ferro, ultimo violinista della grande scuola veneziana. Vincitore di numerosi concorsi internazionali, ha suonato un repertorio cameristico, solistico, sinfonico ed operistico che spazia dal medioevo alla musica contemporanea, attraverso il barocco, con una discografia che vanta decine di titoli. Alla fine degli anni ’70 nacque il sodalizio artistico con Franco Battiato, che va da “Juke Box” (1977) sino a “Come un cammello in una grondaia” (1991). Nel corso degli anni Giusto Pio ha sviluppato una complessa discografia all’interno della quale sono passate tutte le sue esperienze dal campo operistico a quello sperimentale. Uno degli ultimi lavori discografici di Giusto Pio è la “Missa Populi” (Artis Records- Polygram distribuzione) dedicata a papa Giovanni Paolo II, che ha incontrato un vivo successo di pubblico e critica. Più recentemente ha realizzato il poema Sinfonico Elettronico “Le vie dell’oro” per l’omonima installazione di Bruno Gripari.

Nella mia gioventù mi era stato offerto di suonare a Madonna di Campiglio, presso un Hotel di lusso. Avevo una paga ottima oltre a circa 20.000 lire di mance a serata. Ma dopo una certa ora dovevo rimanere ad accompagnare con la mia musica quei “vecchi” di 40 anni che passavano la serata a divertirsi in dolce compagnia. Dopo 20 giorni, a metà della durata del mio contratto, non ne potevo più. Ho scritto una lettera a mia mamma parlan-


VITA DI COMUNITÀ

dole del mio disagio e lei mi ha risposto che se non me la sentivo di continuare sarei potuto tornare a casa e avrei trovato un’altra strada. Quando sono ritornato a casa da Madonna di Campiglio non sapevo che sarei andato a Treviso ad insegnar violino per 6.000 lire al mese e per poter avere l’abbonamento del treno con lo sconto studenti mi sono iscritto al corso di armonia, perché i soldi non mi bastavano nemmeno per prendermi un panino. Alla mattina partivo da casa molto presto ed arrivavo alle 6 con il treno a Treviso. Iniziavo le mie lezioni di violino alle 10 e il tempo libero che avevo a disposizione lo trascorrevo nelle chiese, perchè andare in un bar costava troppo.

Guardando alla sua carriera di musicista, quanto hanno contato la passione e la determinazione? Ai miei genitori dicevano che erano matti a farmi studiare musica perché avrei fatto la fine di andare in giro per le osterie col “piateo”. Ma a me piaceva la musica, volevo fare musica e sono rimasto fermo in questa mia direzione, ho coltivato la mia passione. Se uno guarda in se stesso trova la forza di camminare, analizzando se stesso ed il mondo che gli sta attorno per riuscire ad individuare quale sia la sua rotta.

Cosa rappresenta per lei la speranza?

Mi è difficile e non posso dire quali siano le mie speranze e cosa credo oggi se non lo collego a ciò che è stato il passato: quando ero bambino avevo delle speranze, negli anni ‘20 ho vissuto nella miseria. La mia speranza era diversa negli anni quaranta, durante la guerra; diversa ancora quando sono entrato nell’orchestra della Rai e ancora diversa quando sono andato in pensione. La speranza varia a seconda della situazione che stai vivendo. Mia mamma era una maestra e mio padre impiegato. Lo stipendio di mia mamma bastava solo per comprare il pane e il latte, e la mia speranza era quella di diventare autonomo il prima possibile…

LA RAPPRESENTAZIONE MULTIMEDIALE NEL CIMITERO DI SAN FLORIANO L’associazione culturale MENSANAX il 04 luglio 2008 ha organizzato una rappresentazione multimediale per coro e orchestra sinfonica simulati elettronicamente e voce recitante dal titolo “Le ultime ore di Gesù”, opera in prima mondiale assoluta, composta e diretta dal maestro Giusto Pio di Castelfranco, su testo di Paul Claudel. Voce recitante: Sergio Sartor, riconosciuto interprete teatrale dei maggiori autori del novecento e collaboratore di Giusto Pio nelle più recenti composizioni sperimentali. Tale rappresentazione si è svolta presso la chiesa a cielo aperto del cimitero di San Floriano e ne ha rappresentato l’inaugurazione dopo i lavori di recupero e restauro che lo hanno interessato negli ultimi anni, rendendolo un luogo – oltre che di fede e di pietà popolare - di notevole valenza artistica, richiamo di estimatori da ogni dove. L’importanza e il livello artistico della manifestazione è stato tale da richiamare anche un grosso afflusso di pubblico e la presenza di artisti da tutto il Veneto.

E oggi, cosa vede di fronte a sé?

Penso di essere arrivato al capolinea. Sto passando però una vecchiaia Cosa ne pensa del momento molto interessante, perché riesco a attuale di recessione economica percepire lucidamente il mio degrado e di difficoltà diffusa? fisico giorno dopo giorno. Non è un La situazione di crisi economica nella fatto che mi fa paura, mi dà quasi condizione in cui sono non mi importa soddisfazione perché mi fa godere molto e non mi fa più paura. Ho visto del cammino percorso e dei traguardi che nella storia di cose così ne sono raggiunti. capitate tante, sono cose governate La mia bussola è sempre stata quella dagli uomini con successioni di avve- che si trova nelle Beatitudini. Tutti i nimenti altalenanti, sicché penso ci lavori che ho fatto sono incentrati sul sarà presto o tardi una risalita. tema spirituale, ed è proprio nella fede che trovo stabilità.

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EDUCATI A SUPERARE IL PADRE


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Educati a superare il padre

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Educarsi per educare “Ad un valore si può credere, accettarlo come luce orientatrice per la propria vita se lo si è trovato e non lo si è inventato” (Martin Buber)

I

l 10 ottobre scorso, in occasione dell’incontro di preparazione alla Cresima con i genitori e i padrini dei ragazzi, abbiamo incontrato la Dott.ssa Monica Lazzaretto, relatrice della serata. Qui di seguito riportiamo una sintesi del suo intervento.

siamo sfiduciati e stanchi? Guardavo qualche giorno fa un bambino di un anno che cercava di camminare e mi ha molto colpito osservare che quando un piccolo comincia a fare i primi passi quello che guarda non è dove posa il piede, ma il volto di sua madre. Mi è venuto in mente, con una certa Camminare sorretti dallo sguardo nostalgia, quando i miei figli hanno cominAd un convegno al quale ero stata invitata per ciato a camminare e anch’io mi sono messa una relazione, mi hanno colpito alcune semdi fronte a loro, a pochi passi. Il loro sguardo plici domande poste, con tono provocatorio, da era fisso su di me, con i loro occhi cercavano un collega a proposito di educazione: nel mio volto il coraggio, la forza, la sicurez“Ma noi, che ogni giorno siamo chiamati ad za e la tranquillità che servivano per riuscire educare, a crescere, a curare i più piccoli, in un traguardo evolutivo molto importante: cosa pensiamo della vita? Come e quando ci camminare da soli. Ad un certo momento si confrontiamo sul suo senso? Cosa davvero capisce che non occorre più tenere i figli per desideriamo per le generazioni future?” mano, si possono sostenere con lo sguardo, Sembrano domande scontate, a cui sappiamo con l’espressione incoraggiante del sorriso, dare una risposta, ma il silenzio della sala per gratificarli poi con l’abbraccio finale a diceva molto di più: insinuava che tanti adulti suggellare la cosa buona che sono riusciti a sono ormai stanchi, sfiduciati, che forse da fare, la cosa bella che dà loro sempre più la anni non “aggiornano” il loro senso sull’esse- possibilità di diventare indipendenti… anche re nel mondo, declinato in termini personali, da noi genitori. familiari, di cittadinanza, di comunità. Ma se ci sentiamo così allora mi chiedo: con che occhi Il timoniere, la boa e... il mare aperto guardiamo la vita? Che indicazioni a procedere Se il timoniere non ha chiaramente in mente si possono dare alle generazioni più giovani se una rotta verso cui tendere, perché si meravi-


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glia se il suo equipaggio teme la deriva? Se i genitori faticano a dare senso e valore a ciò che affermano e, molto spesso, vivono senza essere orientati verso una meta, come possono essere credibili e affidabili? E come possono i loro figli crescere elaborando un progetto di vita che, lontano da qualsiasi mercificazione della loro intelligenza e sensibilità, permetta loro di realizzarsi pienamente? Tendere verso una meta è concepire la propria vita in continua trasformazione, è sapersi in cammino avendo nella propria bisaccia i riferimenti che servono: una bussola, una mappa, delle risorse e... tanto fiato. È accettare gli eventi che accadono e sapere situarli in un processo evolutivo che porta verso una comprensione sempre più adeguata e profonda di sé, della propria storia, dei propri limiti, delle possibilità e del senso dello stare al mondo. Per molte persone, invece, essere adulti significa essere “arrivati”, sapere già, avere già vissuto, aver definito una volta per tutte ciò che è giusto da ciò che non lo è, ciò che si può da ciò che non è permesso, ciò che… da ciò che non... Sembra che questi tipi di adulti invece che continuare a pensare cose nuove, cercare stimoli e provocazioni tali da permettere loro di poter anche cambiare idea, ridefinire un giudizio, ri-aggiustare un obiettivo, ri-vedere un percorso, una meta, sprechino la loro intelligenza nel tentativo continuo di riorganizzare i propri pregiudizi, di ridefinire e rinforzare i propri stereotipi. È anche questo un modo di difendersi, di cercare la propria sicurezza ma, rispetto al compito di educare le generazioni future alla vita, è davvero poco utile. A volte sembriamo timonieri incagliati in una boa, condannati a girarci sempre intorno, a ripetere le stesse parole, a rimurginare gli stessi pensieri. Magari proprio quando i nostri figli, incautamente a volte, ma con tanta energia vitale, orientano la prua verso il mare aperto, impavidi e incoscienti vogliono superare le loro colonne d’Ercole, alla ricerca di nuove terre, nuove parole, nuove emozioni, nuovi sguardi che sappiano sorreggere non più i loro primi passi, ma il loro cammino. È in questi momenti che si sente più grande

la distanza, la separazione tra le generazioni, la difficoltà ad incontrarsi in un territorio condiviso.

La circolarità e la reciprocità della relazione

Educarsi per educare, crescere per accompagnare nella crescita, l’esperienza dell’apprendimento e quella dell’insegnamento si incontrano in una relazione circolare, si tessono insieme in una educazione reciproca. Noi generiamo dei figli che a loro volta ci generano come genitori, mettiamo al mondo figli che, a loro volta, ci ri-mettono nel mondo come genitori. L’atto generativo non è lineare, è circolare: diamo alla vita e siamo riposizionati nella vita, educhiamo i nostri figli e in questa relazione avviene che anche loro educano noi: ci interrogano, ci richiamano, ci criticano, ci spiegano, ci cercano… Pensare la relazione in termini di reciprocità è fondamentale, l’io e l’altro impegnati assieme in una co-costruzione di senso, in una cooperazione attiva e creativa che può avvenire solo se ho un altro davanti a me, diverso da me, che mi provoca, mi invita. E io lo riconosco e riconoscendolo lo chiamo per nome. La reciprocità è infatti la caratteristica prima del riconoscimento, non è un’esperienza unilaterale che può essere definita una volta per tutte. Se proviamo a cogliere della relazione queste implicazioni più articolate e complesse possiamo posizionare l’atto educativo in un modo più costruttivo: non tanto ciò che io faccio per l’altro, quanto piuttosto ciò che facciamo insieme, che ci doniamo reciprocamente, riconoscendoci uno di fronte all’altro, necessitanti entrambi. E dentro a questo profondo riconoscimento che è la condizione imprescindibile di ogni atto relazionale ed educativo potremmo spingerci poi, come adulti, un passo più in là e domandarci: “Che parole usa la nostra speranza?”.

di Monica Lazzaretto Responsabile centro Studi Cooperativa G. Olivotti

✒ MONICA LAZZARETTO. È docente comandata dal Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) presso la comunità terapeutica G. Olivotti di Mira, dirige il Centro Studi ente accreditato dalla Regione Veneto, è responsabile di progetti regionali di formazione degli Adulti Significativi (genitori, docenti, allenatori, educatori, animatori) nell’area della promozione del benessere e della prevenzione del disagio minorile. centrostudi@olivotti.org

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La fantastica avventura di centotrenta bambini


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Estate ragazzi

E

state Ragazzi è una nuova iniziativa per bambini e ragazzi, maturata quest’anno dal gruppo ARTIFICIO in collborazione con le scuole primarie del comune di San Biagio e con la supervisione del dott. Guido Tallone. Artificio ha raccolto la richiesta di molte famiglie che erano alla ricerca di proposte educative significative per i propri figli nel periodo delle vacanze estive, al fine di trovare una valida alternativa alle solite attività ricreative ridotte a mera “sorveglianza” ormai diffuse sul territorio della provincia. È nata così una proposta all’insegna della cultura, della creatività, del gioco e della socializzazione, rivolta ai “piccoli”, con l’apporto anche di altre generazioni, come nonni, genitori e giovani adolescenti.

L’avventura di 130 bambini

Estate Ragazzi ha coinvolto 130 bambini e ragazzi dai 4 ai 13 anni nel periodo estivo dal 9 giugno all’11 luglio. Le attività si sono svolte dal lunedì al venerdì con la possibilità di scelta tra due moduli orari, dalle 8,30 alle 12,30 oppure fino alle 16,30 con pranzo incluso. Nella cornice di un’ambientazione fantastica, quella delle Olimpiadi di Pechino, i bambini e i ragazzi si sono divertiti a creare oggetti e scenografie, ad imparare danze e canti, a fare giochi creativi, di squadra, di cooperazione, d’acqua, a partecipare

ad attività di espressione e teatro, a ricamare e cucire, a vedere film e cartoni animati ambientati, a leggere e a svolgere i compiti estivi. La giornata veniva ritmata al mattino da un intenso e vivace momento di preghiera in chiesa guidato da don Adelino e dagli animatori. La settimana terminava con l’attesa gita del venerdì, trascorsa in luoghi interessanti dal punto di vista naturalistico, artistico o ludico. Ad animare le giornate erano 20 educatori, fra i 16 e i 25 anni, aiutati e diretti da una responsabile di riferimento, Claudia. Tutti gli educatori si sono preparati a questa esperienza partecipando a corsi ed attività formative finalizzate alla gestione di gruppi, alla cura dei più deboli, alla trasmissione del piacere di leggere e studiare. Un aiuto prezioso inoltre è stato dato da un gruppo di nonni che si è reso disponibile con grande generosità per la gestione dei pasti, delle merende e di altre attività.

Una risposta sorprendente.

Ogni lunedì arrivavano bambini sempre più entusiasti di vivere insieme le giornate immersi in quel paese fantastico, desiderosi di far entrare anche altri loro amici dentro la magia che respiravano. La festa finale è stata carica di allegria e simpatia: i genitori hanno potuto partecipare alla rappresentazione, vedere le realizzazioni dei loro piccoli e le foto dei momenti

più belli e divertenti, ma quello che si respirava quel pomeriggio di festa era soprattutto un’atmosfera accogliente, semplice ed una sensazione di sintonia tra i bambini e le famiglie. Genitori, nonni, educatori e responsabili si sono raccolti intorno ai veri protagonisti dell’esperienza, i bambini, uniti dal medesimo desiderio di vederli crescere allegri e forti, in un contesto di amicizia, comunicazione serena e condivisione di valori. L’esperienza in tutte le sue dimensioni e valenze (giocosa, artistica, educativa, creativa, espressiva, di socializzazione) è riuscita ad essere un contributo significativo alla crescita unitaria e armonica dei ragazzi. Un grazie di cuore a don Adelino che ha contribuito a questo progetto con passione, fede, attenzione, idee, fedeltà, mettendo a disposizione risorse e strutture, e a tutti quelli che si sono resi disponibili, pur impegnati nel lavoro e nello studio, mettendosi a servizio dei piccoli, con un atteggiamento di sincero e generoso servizio. Siamo stati davvero felici che le voci dei bambini abbiano riempito di gioia e allegria le strade di Olmi, facendoci sognare un futuro nuovo per questo territorio, alimentando una speranza che viene proprio dalle nuove generazioni.

di Monica Marandino


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Se ami i figli tuoi dona Ali e Radici. Questo è il motto che ha accompagnato noi animatori e capi scout durante quest’anno di animazione e ci ha aiutato anche a progettare con passione i campi scuola. Ali e Radici è quello che ci chiedono i nostri ragazzi: radici salde su cui poggiare e ali sicure con cui volare leggeri. Ali e radici è quello che noi vorremmo offrire ai nostri giovani collaborando con i genitori nell’opera educativa. Aiutare i giovani a guardare al futuro con speranza è un lavoro che noi animatori e capi scout sentiamo di poter portare avanti solo nella collaborazione con i genitori. Le attività estive si inseriscono proprio in quest’ottica di aiuto alla coeducazione. In particolare, i campiscuola di quest’estate hanno permesso ai ragazzi di vivere delle esperienze educative molto importanti guidati da persone un po’ più grandi di loro che si sono prese a cuore il loro stare bene. I ragazzi hanno avuto innanzitutto la possibilità di “fare esperienza”, cioè di imparare provando a fare le cose, in questo caso a vivere in comunione con gli altri, collaborare, mettersi alla prova, intrecciare relazioni e conoscere Gesù.

Campo lupetti, 20-27 Luglio, Pergo - Cortona (AR) La settimana è stata vissuta dai Lupetti in un clima di condivisione e serenità: la fantasia, le risate nella fatica, l’energia e la sensibilità che è emersa forte dai bambini ha reso questa settimana un momento importante per scoprire la bellezza e la positività della vita comunitaria, grazie anche agli intensi momenti di convivialità vissuti durante i pranzi e le cene tra due chiacchiere e una risata in compagnia. In un tuffo nel passato i lupetti sono stati coinvolti da Re Artù e dal suo fidato Mago Merlino nelle avventure dei Cavalieri della Tavola Rotonda alla ricerca del Sacro Graal.

fantasia risate

scoprire la bellezza e la positività della vita comunitaria

energia sensibilità


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Campo di reparto, 18-27 Luglio, Montepulciano (SI) I ragazzi hanno vissuto il campo con tanta serenità e disponibilità verso le proposte dei capi. Sorprendente è stata la loro adesione alle proposte di fede. Resterà memorabile l’esperienza fatta all’Eremo delle Celle e la celebrazione dell’Eucaristia a conclusione della preghiera del campo. Noi capi abbiamo cercato di non fare prediche ai ragazzi ma di narrare con gesti, fatti e parole quanto sono preziosi agli occhi di Dio e quanto sia importante prendere sul serio la propria vita aiutati dai valori dello scoutismo.

radici salde su cui poggiare e ali con cui volare leggeri abbiamo cercato il più possibile di trasmettere esperienze personali

si sentono liberi di esprimere la ricchezza e la bellezza che portano dentro e che non sanno come mostrarci

perché si sentano ascoltati e capiti, ma anche contenuti e sostenuti. Campo elementari e I-II media, 20-27 Luglio, Pienza (SI) In questo campo noi animatori abbiamo cercato di affacciarci al mondo dei nostri dodicenni con molta attenzione, fiducia, coltivando un progetto per loro e cercando di attingere ad un Amore più grande. In risposta a questo tentativo i ragazzi si sono sentiti liberi di esprimere la ricchezza e la bellezza che portano dentro e che spesso non sanno come manifestare, se non con linguaggi per noi apparentemente incomprensibili. Pensiamo che al mondo adulto sia richiesto un grande sforzo per cercare la chiave di traduzione per leggere i messaggi di questi giovani in cerca d’identità, perché si sentano ascoltati e capiti, ma anche contenuti e sorretti.

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EDUCATI A SUPERARE IL PADRE

Campo di 3 media + I-II sup, 20-27 Luglio, Monteriggioni (SI) Noi animatori abbiamo percepito che quando i ragazzi si sentono voluti bene veramente e liberamente possono esprimere i loro lati migliori. In questo campo molti sono riusciti a far emergere le loro qualità e a vivere bene insieme. Tanto che alla fine dell’esperienza ci sono sembrati “diversi”. È incredibile pensare a come partono, vedere che nei loro occhi si muove qualcosa e come, poi, fatichino a conservare questo movimento.

vedere che nei loro occhi si muove qualcosa...

far famiglia

mettersi in gioco

tirar fuori la loro sensibilità

Campo Clan + 3-4-5 sup, 1-8 Agosto, luoghi di San Francesco e Citerna (PG) La prima parte del campo mobile è stato un momento per “fare famiglia”, riscoprendo il senso dei pasti insieme come momento di narrazione personale. Il clima durante tutto il campo è stato molto sereno e coinvolgente, si notava che c’erano ragazzi che avevano fatto la scelta di venire senza troppe costrizioni quanto piuttosto per fiducia verso noi capi. Abbiamo avuto l’impressione che si siano proprio buttati in quello che gli proponevamo mettendosi in gioco ed esprimendo tutta la loro sensibilità.


EDUCATI A SUPERARE IL PADRE

Campo comunitario, 12-16 Agosto, La Spezia La comunità capi e il gruppo animatori ha vissuto una settimana di ritiro spirituale presso il convento delle suore Benedettine di clausura di La Spezia. I temi che sono stati affrontati sono: 1. Vocazione e carriera, cioè cosa siamo chiamati a fare nella nostra vita, cercando di scoprire qual è il progetto che Dio ha su di noi.

2. Gesù uomo radicale e responsabile come modello a cui guardare in questa società nella quale l’Io debole cerca quello che piace. 3. Membri di una comunità perchè siamo tutti parte di qualcosa di più grande a cui siamo chiamati a partecipare con dedizione e gratuità, nessuno escluso.

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LA TRASMISSIONE DELLA FEDE

Destare un’eco Che cos’è la catechesi e “come si fa”? Scopriamolo insieme a don Roberto Laurita

I

l 17 ottobre si è svolto il primo incontro di un percorso formativo sulla catechesi che durerà due anni. Il “docente” del corso è don Roberto Laurita. Perché la parrocchia ha deciso di fare questa proposta offrendola e rivolgendola non solo a catechisti, capi scout e animatori, ma a tutti coloro che, primi fra tutti i genitori, sono responsabili della trasmissione della fede ai bambini e ai ragazzi? Siamo di fronte ad un’emergenza: è sempre più difficile mantenere una vera fede cristiana e comunicarla ai più giovani nell’attuale contesto socio culturale. Il vuoto, il superfluo e il banale in cui siamo immersi, senza

PER SAPERNE DI PIU’ Don Roberto Laurita Ha studiato liturgia a Padova (S. Giustina) e catechesi a Parigi (Institut Catholique); è parroco a Casarsa, insegna catechesi presso lo studio teologico del seminario di Pordenone e fa parte del Consiglio di Direzione della rivista “Servizio della Parola”.

una seria vigilanza ed una ricerca vera e responsabile, possono condurre le giovani generazioni all’apatia se non alla disperazione. Proprio ora che è più difficile trasmetterlo, il messaggio di Gesù Cristo si può rivelare la vera fonte di speranza nel futuro per far fronte alla dilagante “paura di vivere” che rischia di insidiarsi nei cuori e nelle menti di tutti noi. Mai come ora diventa importante fondare la nostra fede e quella dei nostri bambini su basi solide, competenti, aperte alla ricerca, ai cambiamenti e al dinamismo cui ci chiama un rapporto vero con Dio. Con questa “preoccupazione” è stato proposto il corso cui si sono iscritte 150 persone di Olmi di tutte le età. Vi hanno aderito anche un buon numero di parrocchiani di Silea e Roncade. Fin dalle prime battute è apparso chiaro che la visione del “fare catechismo” di don Laurita, viso gioviale, sguardo vivo e acuto, un po’ ironico, non è convenzionale. E’ ben distante

dall’idea dell’oretta di dottrina che comunemente abbiamo. Don Laurita ha un’idea della catechesi che anzitutto chiama in causa i genitori, la mamma ed il papà, l’intera famiglia, prima che i catechisti. Se come genitori, in una realtà in cui tutto rema contro, desideriamo comunicare la fede in Cristo Gesù ai nostri figli e scegliamo pertanto di chiedere per loro i sacramenti del battesimo, della comunione e della cresima, non possiamo non darci gli strumenti per affrontare con serietà e responsabilità questa scelta, che può rivelarsi veramente il dono più grande che possiamo fare loro. Un dono che può anche arrivare a sanare gli inevitabili limiti e mancanze del nostro amore per loro. Con il primo incontro don Laurita ha posto le premesse per affrontare correttamente qualsiasi contenuto in merito alla catechesi: “fare catechismo/comunicare la fede significa entrare in una dinamica di relazione” da questo non si può prescindere. ➸


LA TRASMISSIONE DELLA FEDE

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LA TRASMISSIONE DELLA FEDE

Don Laurita non usa mezzi termini: la nostra capacità di entrare in relazione con bambini e ragazzi può facilitare o, al contrario, impedire la loro relazione con Gesù. Non è una responsabilità da poco! Il catechista esce allo scoperto con se stesso, con i destinatari del suo messaggio (bambini e ragazzi, ma anche adulti) e con Dio, perciò non può non essere autentico poiché nel suo comunicare emerge “chi è” e “com’è”. Deve avere un atteggiamento educante (per condurre a Dio) e non seducente per conquistare il consenso dei ragazzi. Gesù Cristo infatti non è mai stato seducente con chi lo ascoltava. Il catechista non ha il compito di omologare ma quello di destare l’originalità di ognuno. Un tale atteggiamento è possibile in chi non pensa di essere perfetto, in chi non ha la presunzione di sapere tutto, ma in chi, con spirito umile e illuminato, si mette in ricerca e “rimane” in ricerca nonostante la fatica che questo comporta. ➸

Da questa ricerca scaturiscono delle “narrazioni di fede” che costruiscono

la relazione fra i catechisti e i bambini e fra quest’ultimi e Dio, in una triangolazione che chiama tutti ad essere protagonisti. Don Laurita, attraverso i suoi percorsi, chiari e lucidi, non ha introdotto soltanto un discorso di metodo né tanto meno affrontato una lezione di tecniche della comunicazione. Ha parlato di faccende sostanziali e determinanti per la crescita nella fede delle nostre famiglie. In fondo quello che comunichiamo è quello che siamo e pertanto quello che comunichiamo circa la fede è quello che noi stessi viviamo come cristiani. Questo percorso formativo sulla catechesi ci dà anzitutto l’opportunità di interrogarci sul nostro modo di vivere la fede per mantenere viva una ricerca ed accogliere la responsabilità di invitare i più giovani ad unirsi a noi nel cercare insieme di scoprire il Signore Gesù e costruire una speranza vera nel futuro. Le modalità comunicative di don Laurita e la sua evidente competenza teorica fortemente fondata sull’esperienza e verificata sul campo della

vita parrocchiale, oltre che la sua visibile consapevolezza di trasmettere contenuti essenziali per la vita delle persone, ne fanno un interlocutore prezioso, piacevole e, diciamo pure, divertente da ascoltare, capace di comunicare con semplicità concetti complessi ed articolati. Gli incontri si strutturano in genere con una fase introduttiva di ascolto del suo intervento, una fase “pratica” che coinvolge i partecipanti ed una fase di domande/confronto che costituisce la sintesi della serata. Partecipare a questo percorso diventa formativo di per sé, un’occasione e uno stimolo ad attivare la nostra creatività, mettendoci in gioco e diventando protagonisti di riflessioni su contenuti che ci elevano e possono elevare il livello del dialogo fra di noi e con i nostri figli. Se qualcuno desiderasse iscriversi, le iscrizioni continuano ad essere aperte, considerato il grande interesse che il corso ha suscitato e l’ampia partecipazione al primo incontro.

di Franca Torresan

I contenuti del corso 1. La catechesi nel campo della comunicazione. 2. L’atto di catechesi. Quando è corretto. 3. Gli schemi della comunicazione secondo Pierre Babin. 4. Le strutture di trasmissione: insegnamento, apprendistato, iniziazione. 5. L’iniziazione alla fede cristiana: una richiesta che domanda di essere accolta.

6. Che cos’è la fede e come si esprime. 7. I passaggi dell’iniziazione cristiana (1): leggere la Scrittura ed intendere una Parola che interpella. 8. I passaggi dell’iniziazione cristiana (2): il senso del peccato e l’esperienza del perdono. 9. I passaggi dell’iniziazione cristiana (3): un’esperienza spirituale aperta alla fraternità

e all’ospitalità. Una comunità con i suoi slanci e le sue rughe. 10. I passaggi dell’iniziazione cristiana (4): ruolo dei riti ed iniziazione all’espressione simbolica. 11. Una catechesi che produce un cambiamento: seguendo alcuni suggerimenti della Scuola di Palo Alto. INFO: Canonica Olmi, 0422 892260


LA TRASMISSIONE DELLA FEDE

Nella terra di Gesù, per subirne il fascino

chia di Olmi e 18 di Silea, aderire a questa esperienza di fede è stato come rispondere alla chiamata ad un nuovo incontro, personalissimo, con Gesù. Nelle tracce storiche e concrete del passaggio del Signore sulla Terra, abbiamo toccato con mano, grazie allo Spirito Santo, tutta Nella ricerca spirituale di questi ulti- la sua umanità, la certezza che non mi anni, punteggiata da ritiri, incontri è solo uomo del passato ma che lo si può incontrare oggi, come risorto, di preghiera e dalle provocazioni del nostro Vescovo di non essere adagiati nella nostra vita. L’esperienza viva di Gesù ha destato in tutti noi un fascino nella tiepidezza spirituale e morale per essere profumo di Cristo, ci siamo sorprendente, capace di suscitare interrogati su cosa significhi per noi oggi essere cristiani. Siamo arrivati a comprendere che l’essere discepoli di Gesù non è l’adesione ad un insieme di precetti etici e di dottrine; non è neppure la partecipazione ad un insieme di riti, né tantomeno l’appartenenza ad un’istituzione. Essere cristiani è invece l’esperienza dell’incontro personale con Gesù risorto. Con queste premesse siamo partiti, guidati da don Chino Biscontin, per il Pellegrinaggio in Terra Santa, dal 5 al 12 settembre 2008. Per ciascuno dei partecipanti, 82 della parroc-

un cambiamento radicale nel mondo dei nostri desideri per conformarli a quelli di Dio Padre. Siamo tornati portando nel cuore una passione sempre più viva nei confronti di Gesù, del suo Vangelo e con una provocazione forte a farci suoi collaboratori nella testimonianza che dobbiamo dare di Lui e nell’impegno a trasmettere il Suo Vangelo alle nuove generazioni. Nella prossima Tenda riporteremo alcune narrazioni di questa esperienza di fede e di amore a Gesù.

In pellegrinaggio alla Madonna della Corona

è stata condivisa l’esperienza di fede ed apprezzato lo spirito del pellegrinaggio; tanto che molti hanno chiesto di poter partecipare ancora ai prossimi pellegrinaggi. Giunti a Spiazzi, ci si è incamminati verso il Santuario, meditando le stazioni della Via Crucis, aiutati dal nostro parroco don Adelino. Il gruppo Caritas di Olmi, il 27 setAl Santuario è stata celebrata l’Eutembre scorso, ha organizzato un carestia e ogni persona si è dedipellegrinaggio presso il Santuario di cata alla preghiera personale e alla Spiazzi, tra le rocce del Monte Baldo meditazione sulla vita della nostra (VR). Il santuario è stato realizzato comunità parrocchiale come aveva per venerare un antico e famoso simulacro dell’Addolorata risalente al proposto il parroco. La giornata si 1500 circa. La partecipazione dei par- è conclusa con il pranzo e con una rocchiani è stata superiore alle aspet- breve escursione a Bardolino sul lago tative, tanto che si sono resi necessari di Garda. due pulmann. Tra i partecipanti c’eradi Aldo Marandino no anche fedeli di altre parrocchie:

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LA TRASMISSIONE DELLA FEDE


LA TRASMISSIONE DELLA FEDE

Viva è la Parola di Dio In ascolto di San Paolo Da tre anni la nostra parrocchia sta vivendo una ricerca di fede assieme alle parrocchie di Roncade e Silea. È un pellegrinaggio di comunione tra cristiani che vivono nello stesso territorio, premessa ad una collaborazione sempre più profonda. Il tema di quest’anno vuole mettere al centro l’ascolto della Parola di Dio attraverso gli scritti dell’Apostolo Paolo. L’esperienza della preghiera, sostenuta dai tre parroci don Valeriano, don Mario e don Adelino, è guidata da don Chino Biscontin che ormai è diventato un parrocchiano di adozione

Anita Walter

Taizé - Treviso Una opportunità di meditazione è la preghiera semplice sullo stile di Taizè, appuntamento mensile promosso dai frati francescani di Treviso in collaborazione con il gruppo di Taizè-Treviso e tenuto nella chiesa di San Francesco. I canti meditativi e i momenti di riflessione e raccoglimento danno la possibilità di “ascoltare quel silenzioso desiderio di Dio” che per frère Roger, fondatore della comunità di Taizè, “è già l’inizio della fede”. Questi momenti di preghiera offrono anche l’occasione per prepa-

e che da tanti anni cammina con noi testimoniandoci la sua ricerca di fede. Siamo certi che questi incontri sono una grande occasione perchè la Liturgia celebrata nelle nostre parrocchie sia un’esperienza vera di incontro con il Signore e perchè i catechisti e i vari operatori pastorali, possano attingere alla fonte della Parola di Dio il nutrimento per le loro attività. Senza questa ricerca, come dice il nostro Vescovo, rischiamo soltanto, nelle nostre parrocchie, di muovere la polvere e non trasmettere una fede viva e autentica.

Calendario degli incontri 23 gennaio 2009, Silea “Se uno è in Cristo è una creatura nuova” 20 febbraio 2009, Olmi “Lo Spirito scruta ogni cosa” 20 marzo 2009, Roncade “Gesù Cristo spogliò sé stesso” 24 aprile 2009, Silea “Vivendo secondo verità nella carità” 15 maggio 2009, Olmi “Camminate secondo lo Spirito”

rarsi al 31° “Pellegrinaggio di fiducia sulla terra”, ospitato quest’anno a Bruxelles dal 29 dicembre al 2 gennaio, che vedrà migliaia di giovani europei delle differenti fedi cristiane incontrare i frères della comunità di Taizè per proseguire insieme il cammino ecumenico con momenti di preghiera comune, meditando sulla lettera da Taizè scritta da frère Alois.

di Nicola Bacchion Per maggiori informazioni: www.taizetreviso.org

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VITA DI COMUNITÀ

Per non dimenticare “Manutenzione” di coppia e pellegrinaggio alle sorgenti della nostra Costituzione

La famiglia funziona se la coppia funziona. Più volte ce lo siamo detti e lo abbiamo “macinato” in discussioni con gli amici, incontri, conferenze, corsi di formazione. Perché ciò avvenga di tanto in tanto sono necessari dei tempi dedicati alla coppia, una sorta di “manutenzione” periodica e preventiva da vivere in maniera costruttiva. Abbiamo quindi accettato volentieri la proposta fatta dalla nostra parrocchia e da Guido Tallone di passare insieme ad altre coppie ed amici della nostra comunità una domenica particolare. Abbiamo quindi lasciato i bambini dai nonni e siamo partiti per Casaglia di Monte Sole, poco fuori Bologna, a nemmeno due

ore di strada. Eravamo una settantina, sdegno e scandalo di fronte al male organizzati con una corriera e alcune che - oggi come allora - percorre auto. l’uomo quando, accecato dall’odio e dalla sete di potere, perde la sua Il luogo è tristemente noto per l’ecci- umanità. dio di Marzabotto. Nel 1944 i tedeschi, alle strette tra partigiani e alleati, Nel piccolo cimitero di Casaglia decisero di dare un duro colpo ai par- abbiamo reso omaggio e pregato tigiani e ai civili che li appoggiavano. sulla tomba di Giuseppe Dossetti, uno La mattina del 29 settembre quattro dei padri della nostra Costituzione. reparti delle truppe naziste accerProveniente dall’Azione Cattolica, chiarono e rastrellarono una vasta nel 1945 divenne vicesegretario della area di quel territorio. Gli uomini, Democrazia Cristiana e, il 2 giusaputo del rastrellamento fuggirogno 1946 fu eletto alla Costituente, no sui monti. Rimasero solo donne, di cui fu uno dei membri più attivecchi e bambini. Nella frazione di vi. Fece parte della Commissione Casaglia di Monte Sole, la popolaziodei 75, che elaborò la prima bozza ne atterrita si raccolse in preghiera della Costituzione, e della prima nella chiesa di Santa Maria Assunta, Sottocommissione incaricata di fornella speranza che non succedesse mulare la parte sui “diritti e doveri loro nulla. Irruppero i tedeschi, uccidei cittadini”. All’interno della D.C. le dendo con una raffica di mitragliatrice posizioni di Dossetti, improntate ad il sacerdote, don Ubaldo Marchioni, un ideale evangelico, si contrapposero e tre anziani. Le altre persone, racquasi inevitabilmente a quelle decisacolte alla spiccia nel cimitero, furono mente pragmatiche di De Gasperi. mitragliate a sangue freddo: 195 vitti- Dossetti lasciò la politica attiva e nel me, di 28 famiglie diverse tra le quali 1956, pronunciò i voti religiosi dopo 50 bambini. che le autorità ecclesiastiche avevano dato la loro approvazione alla regoPercorrendo i pochi passi dalla chiesa la della comunità monastica della al cimitero della strage, un brivido “Piccola Famiglia dell’Annunziata”, da ci ha attraversato la schiena, immalui fondata e basata su “silenzio, preginando, da genitori, i sentimenti ed ghiera, lavoro e povertà”. i pensieri delle mamme e dei papà Negli anni ‘60 partecipò ai lavori che insieme ai loro bambini andavano del Concilio Vaticano II ma, anche in incontro alla morte. Guido ci provoca- questo caso, la sua presenza, mal va dicendo che troppo poco proviamo vista da alcuni settori delle gerar-


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chie ecclesiastiche gli fece scegliere il ritiro, senza clamori e polemiche, com’era nel suo stile. Tornò sotto i riflettori della stampa solo nel 1994, quando espresse pubblicamente la sua preoccupazione per i propositi di stravolgimento della Costituzione repubblicana, che da vari ambienti politici venivano espressi con sempre maggiore chiarezza e radicalità. Dossetti morì due anni dopo, il 15 dicembre 1996 e fu sepolto insieme ai martiri dell’eccidio nel piccolo cimitero di Casaglia di Monte Sole, come aveva desiderato affinché quel fatto efferato non fosse dimenticato.

è testimoniato in maniera così forte come un’esperienza di dolore e di mostruosa disumanità abbia comunque fatto scaturire reazioni e riflessioni che hanno contribuito a fondare la speranza in un futuro di pace e di dignità per l’Italia. Intelligenze elevate e volontà determinate si sono messe al servizio di tutti perché “non ricapitasse ancora”. Continua ad essere una provocazione molto forte anche per noi che ci troviamo a vivere in un momento storico che ci pone di fronte a scenari inediti, spesso preoccupanti. Attrezzarsi per affrontare questi scenari significa anche cercare fra i protagonisti della nostra storia dei riferimenti forti e concreti. Questa “gita” è stata un’occasione per Darsi, come coppia, delle occasioni interrogarsi sul valore della nostra come questa non significa “trascuCostituzione insieme ad altri amici; ci rare” i propri figli anche nel tempo siamo recati come pellegrini lì dove libero, ma lanciar loro dei messaggi

sulle cose che riteniamo importanti e attraverso le narrazioni di quello che vediamo, avviare un dialogo che possa aiutarli a crescere.

di Marco Borriello e Franca Torresan

La tenda di Abramo Natale 2008 - 37


FUOCHI D’ARTIFICIO

Fuochi d’artificio Noi bambini del catechismo di quarta elementare abbiamo preparato dei disegni per raccontarvi la storia della nascita di Gesù.

N

el sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”... L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”

I

n quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo”.


FUOCHI D’ARTIFICIO

C

’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”.

E

d ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.


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Tenda di Abramo 32  

La Tenda di Abramo - Natale 2009

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