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ELENA PUGLIESE

HAI LASCIATO LA LUCE ACCESA


Project Room è un’idea di mediazione tra l’esperienza dell’artista e il pubblico; un work in progress, attento alle situazioni e ai contesti nei quali si realizzano le diverse proposte. Project Room non si identifica in un luogo o in una programmazione determinati. È piuttosto un’ipotesi per creare uno spazio, un evento, un’occasione, grazie al dialogo e al confronto fra le parti. Ogni volta un progetto unico, in grado di dare evidenza al sentire dell’artista, rinnovando la relazione fra le persone e la ricerca contemporanea.


CASA BOSSI 23 settembre - 4 novembre 2018 Via Pier Lombardo 4, Novara


ELENA PUGLIESE

HAI LASCIATO LA LUCE ACCESA

A cura di Riccardo Caldura e Maria Yvonne Pugliese


Project Room 2 Hai lasciato la luce accesa Elena Pugliese

Comitato d’Amore per Casa Bossi Presidente Roberto Tognetti Comune di Novara Sindaco Alessandro Canelli YARC - Yvonneartecontemporanea Comunicazione, ufficio stampa YARC Comitato d’Amore Casa Bossi Coordinamento progetto Maria Yvonne Pugliese Assistente coordinamento progetto Caterina Tognetti Progetto grafico Cristina Cavallo Teresa Lo Giudice

In collaborazione con FAI Delegazione di Novara Circolo dei Lettori di Novara Direttrice Paola Turchelli Fondazione Nuovo Teatro Faraggiana

Foto Elena Pugliese Un grazie particolare per l’apporto di entusiasmo e di idee a Marzia Migliora, Cristina Treppo, Beatrice Catanzaro, Alice Benessia, Claudia Riconda, Maria Elena Micheloni, Danilo Bruni, i partecipanti al workshop: Elisa Canal, Ettore Ferro, Grazia Tamburello, Luca Gelmini, Maria Fichera, Paola, Minoggio, Alberto Pistola © gli autori per i testi © gli autori per le foto

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Liceo CLassico e Linguistico Carlo Alberto Novara Attuazione del progetto Frontiere Urbane 800 novarese tra passato e futuro Con il sostegno di Compagnia di San Paolo Painting srl Partner tecnici Luminum Light design


Sommario p 4

Roberto Tognetti

Casa Bossi freespace

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Riccardo Caldura

Per voce sola. Un percorso audio a Casa Bossi

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Maria Yvonne Pugliese

Conversazione con Elena Pugliese

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Elena Pugliese

Hai lasciato la luce accesa testo integrale audiodramma, 2018

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Elena Pugliese

Workshop - Gli inquilini di Casa Bossi documentazione

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CASA BOSSI FREESPACE Roberto Tognetti Presidente Comitato d’Amore per Casa Bossi

L’audiodramma di Elena Pugliese Hai lasciato la luce accesa arricchisce la gamma di sperimentazioni espositive che il Comitato d’Amore per Casa Bossi ha sviluppato dal 2010 a oggi, con oltre venti episodi molto diversificati fra di loro, ma convergenti sull’esplorazione dei linguaggi della contemporaneità. Si tratta di un’opera che si inserisce nella sfida di civile semplicità rispetto al rafforzamento dell’idea di “Cantiere di Bellezza” come strumento per la complessiva rigenerazione della Casa. Hai lasciato la luce accesa propone una riflessione sull’idea di casa, forse anche di città: «Di fronte alla crisi dello spazio pubblico tradizionale, l’ambiente domestico ha un potenziale straordinario su cui è importante tornare a riflettere. Un laboratorio fisico e virtuale in cui desideri, paure e differenze possono essere accolte come una risorsa che aiuti a ripensare l’idea stessa di città e di paesaggio umano e naturale per i prossimi decenni» (Luca Molinari, Le case che siamo, Roma, 2016, pag. 76). Un audiodramma fatto evolvere con molti mesi d’anticipo rispetto alla sua rappresentazione, sor-

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ta di site specific diacronico per trasformare un’esperienza di co-abitazione orchestrata dall’autrice come l’elemento basico del processo creativo. Una traiettoria dove gli ospiti e gli oggetti volutamente fatti portare con sé, hanno assunto dignità di “personaggi”. Essi hanno così contribuito alla configurazione di un paesaggio domestico asimmetrico dove presenza ed assenza fanno vibrare verso un rinnovato significato dell’abitare a partire dalla sua etimologia di “habitudo”, l’abitudine al luogo, tanto più interessante quanto più l’edificio antonelliano è collegato alla sua specifica storia di spazio abbandonato: «La questione dell’abbandono è spesso di natura psicologica e ha a che fare con l’incapacità di leggere il futuro in molti luoghi segnati da funzioni in apparenza troppo sclerotizzate per essere interpretate in una chiave diversa. Affrontare questo argomento scabroso per una civiltà che ha problemi di gestione del lutto e delle memorie richiede un coraggio e una generosità tali da innescare visioni che scompaginino il campo dei luoghi comuni che ci imprigionano» (Luca Molinari, ib., pag. 32).

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È in questa temperie che l’opera rende a Casa Bossi i suoi migliori auspici rituali, il suo farsi “dispositivo” per una fruizione aperta alle possibilità, dove ogni visitatore nel compiere il proprio attraversamento “senziente”, diventa al tempo stesso agente di rinnovamento cognitivo. La miscela di parola e spazio si confermano così come base di ricerca su quelle immagini dell’intimità che, secondo Gaston Bachelard, alimentano la poetica della casa, nel suo farsi analisi dell’anima umana o ancor meglio nel suo divenire rêverie poetica (in: La poetica dello spazio, Bari, 1984, passim, pagg.26, 27, 11). Questa possibilità acquisibile nello spazio vuoto del primo piano della casa, si sostiene nel testo elaborato dall’artista, che ogni visitatore ascolta solipsisticamente tramite audio cuffie. In tal modo ci si può abbandonare a quell’«”ontologia diretta” dell’atto poetico», che si accompagna all’«emergenza dell’immagine nella conscience rêveuse, là dove essa sanziona l’imprevedibilità della parola, situandosi “sempre un poco al di sopra del linguaggio significante”» (Gaston Bachelard, cit., quarta di copertina). Ne risulta un costrutto

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artistico che può essere vissuto come allestimento perenne di un museo invisibile e immateriale. Potrebbe anche trattarsi di un’originale, se non parossistica, sperimentazione di quanto realizzato a Istanbul dallo scrittore Orhan Pamuk con il Museo dell’innocenza nato in simbiosi con l’omonimo romanzo (Orhan Pamuk, Il Museo dell’innocenza, Milano, 2012). Trattandosi di una nuova, forse rivoluzionaria, tipologia espositiva, Pamuk ha redatto anche un “Manifesto per i musei” di dieci punti, dei quali il terzo dice: «Siamo stanchi di musei che cercano di assemblare le narrazioni storiche di una società, di una comunità, di una squadra, di una nazione, di popoli o specie. Sappiamo tutti che le storie di vita quotidiana e quelle ordinarie degli individui, sono più ricche, più umane e molto più gioiose rispetto alle storie delle grandi culture».

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PER VOCE SOLA. UN PERCORSO AUDIO A CASA BOSSI Riccardo Caldura Potrei, seguendo indicazioni e metodi utilizzati da Elena Pugliese, partire da qui. Come intendere però ‘qui’ senza considerare la sua stretta relazione con ‘ora’? Potrei dunque assumere come punto di avvio per questa riflessione la coincidenza di luogo e momento? Troppo semplice, mi farebbe osservare Elena, nel qui non vi è solo uno specifico luogo, ma lo stratificarsi e il ripresentarsi di altri luoghi, il qui essendo nella relazione fra il contesto dato e il precedente vissuto. L’ideale trasparenza del qui - come nelle tre lettere di plexiglas, sovrapposte l’una alle altre, che componevano un lavoro di Giulio Paolini del 1967 -, rappresenta una estrema condizione di visibilità che confligge con la compresenza e la stratificazione dei molti luoghi che si possono intravedere al di là, o al di sotto, dell’apparente semplicità corticale del qui. E d’altronde considerando la non separabilità dell’ora dal qui, l’assunzione della coincidenza di luogo e momento che pensavo fosse utile per l’avvio della presente riflessione si complica ulteriormente, nel gioco dei riflessi e degli echi temporali. Da quale qui partire, e come individuare il momento giusto? Durante una visita ad un chiostro bavarese mi sono ritrovato davanti ad una grande lapide tardomedievale, con il bassorilievo di una personalità eminente e un imperativo inciso nel marmo: Sta viator. Era un monito a fermarsi per osservare, prestare attenzione al momento, al luogo, alla persona lì sepolta, alla sua storia. Credo che quel monito abbia non poco a che fare con le metodologie di lavoro che propone Elena Pugliese, metodologie per cogliere ed evidenziare l’altrimenti inestricabile intreccio di qui e ora. Nello stare, subitanea condizione di messa fra parentesi della consuetudine del vivere, emerge quel che nel fluire dell’esistenza non poteva essere colto.

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Fa parte del modus operandi di Elena Pugliese l’organizzazione di laboratori rivolti a piccoli gruppi di partecipanti, invitando, per un relativamente limitato lasso di tempo, a sospendere le occupazioni abituali, alfine di poter riconoscere quali siano quelle significative in grado di dar senso ad una quotidianità non più passivamente vissuta. Il metodo utilizzato da Elena Pugliese ha origine nella sua personale pratica della scrittura, dove è già presente una marcata componente dialogica, che diventa, nel lavoro di gruppo, conversazione e coralità così da stimolare la capacità di altre persone di narrarsi autobiograficamente. Anche per il progetto Hai lasciato la luce accesa è stata avviata a Casa Bossi una pratica laboratoriale che ha coinvolto alcune persone durante tre giornate trascorse negli spazi della ex-residenza novarese. Persone che sono state invitate a rivivere il proprio quotidiano, così da coglierne i momenti qualificanti, in un contesto però che contraddiceva l’idea stessa di quotidianità, essendo Casa Bossi da tempo disabitata. La quotidianità veniva dunque rivissuta in una condizione di completa assenza di quotidianità. La casa, (“importantissima per me”, come ha specificato Elena Pugliese rispondendo ad una delle quattro domande dell’autointervista pubblicata nel 2017 su Lazagne Art Magazine #10), è il luogo per eccellenza dove la quotidianità oscilla fra monotonia, opacità e assunzione consapevole della propria storia, intrecciata a quella di coloro che con noi vivono o di coloro che ci hanno preceduto, alle cose che ci hanno lasciato, alle cose che noi stessi abbiamo raccolto e che eventualmente potremmo lasciare come testimonianza del nostro vissuto (questo il nucleo concettuale dei Testamenti poetici di Elena Pugliese, archivio in progress iniziato nel 2013).

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La quotidianità diventa così un crinale da percorrere, lungo il quale gli oggetti, nel loro essere amati, odiati, a volte trasformati in private ossessioni, oggetti nei quali riconoscersi oppure sentirsi estranei, vengono a svolgere funzione di segnavia. Incamminarsi lungo il crinale fra abitato e disabitato, fra consuetudine ed estraneità, fra smarrirsi e ritrovarsi è diventato, concretamente e non solo metaforicamente, l’altro elemento che ha caratterizzato la proposta per Casa Bossi: la realizzazione di un percorso audio che attraversa alcune delle stanze della casa e che restituisce mediante un attento esercizio di riscrittura, l’esperienza maturata in quei medesimi spazi nei mesi di preparazione del progetto, consegnandolo ad una nuova fruizione da parte del pubblico. Il percorso audio rappresenta, richiamando una parola che Elena Pugliese ama molto, il lascito dell’esperienza stessa. Hai lasciato la luce accesa si relaziona, come forma di restituzione esperienziale, a recenti lavori dell’autrice: la lecture performance realizzata per Centrale Fies, Dro - TN, con Marzia Migliora, (Alta tensione, 2016) e l’audioguida di Beatrice Catanzaro e Kolar Aparna (You are but you are not, 2017) curata da Lungomare a Bolzano. Entrambe le esperienze sono nate dalla collaborazione con altri artisti e con persone la cui storia era legata ai contesti specifici di elaborazione e restituzione dei progetti stessi. Per i due lavori, rispetto ai quali il progetto novarese sembra porsi in una linea di ideale continuità, il materiale proposto al pubblico era un audiotesto, elaborato dall’autrice in maniera molto accurata: una vera e propria riscrittura da ascoltare e non da leggere, fruibile solo con cuffie stereofoniche. In questo senso la ricerca che Elena Pugliese viene proponendo da qualche anno va considerata una forma di rivalutazione dell’esperienza dell’ascolto, sia nelle fasi di elaborazione corale dei progetti sia soprattutto

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per le modalità di restituzione dell’esperienza stessa. L’ascolto dunque come fase iniziale e come fase conclusiva del lavoro, in vista di una fruizione da parte del pubblico più immersiva e coinvolgente rispetto alla tradizionale lettura di un testo; immersività che viene intensificata qualora vengano attraversati concretamente degli spazi, come avviene fra le stanze disabitate di Casa Bossi. Nell’immagine fotografica scelta dall’autrice per comunicare il progetto novarese appare un oggetto appoggiato sul pavimento di una stanza della casa. Si tratta di un macinino da caffè, di colore rosso. Presenza incongrua di un piccolo elettrodomestico in un ambiente che è in evidente condizione di abbandono. Si tratta di un oggetto allo stesso tempo alieno, quanto simbolico dell’intero progetto: riflettere sulla quotidianità in assenza della medesima. Non è l’unico oggetto ad aver fatto la sua comparsa fra quelle stanze, ve ne sono stati degli altri, portati dai partecipanti durante la prima fase del progetto, quella laboratoriale. Però, per voluta scelta dell’autrice, nessun oggetto, nemmeno il macinino, doveva poi essere ritrovato negli spazi della casa. Fra la narrazione fruibile con cuffie stereofoniche e il percorso di attraversamento delle stanze, gli oggetti, se fisicamente presenti, avrebbero catalizzato l’attenzione visiva del pubblico distraendolo dall’ascolto. La concentrazione sull’ascolto per favorire una piena immersività nell’attraversamento di ambienti completamente vuoti, distingue in maniera netta l’approccio dell’autrice torinese a Casa Bossi, rispetto a quello di un altro artista che vi ha operato nel 2012, Gian Maria Tosatti, presentando “Tetralogia della polvere”. Il ‘visivo’ giocava, per Tosatti, un ruolo delicato ma ben presente nella realizzazione dei lavori;

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la casa poteva essere fatta rivivere, sia pure se di una vita residuale, grazie alla fantasmatica presenza di cose, di sedimentazioni, di tracce che si incontravano durante il percorso. Con la proposta di Elena Pugliese, l’accento si sposta dal vedere all’ascoltare. Nulla viene aggiunto alla condizione in essere degli spazi. Ăˆ il vuoto l’unico scenario possibile per il descrivere e ricordare aspetti significativi della vita propria e altrui. Lungo il percorso fra le stanze della casa ora solo una voce ci fa da segnavia.

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CONVERSAZIONE CON ELENA PUGLIESE Maria Yvonne Pugliese

1. Negli anni hai concentrato la tua ricerca sulla parola, sperimentando la poesia, la narrazione, la drammaturgia, il linguaggio della radio, del cinema e anche quello pubblicitario. Come sei giunta a identificare la forma della drammaturgia come quella che meglio rappresenta la tua espressione artistica? La drammaturgia è un testo che ha bisogno di essere agito. Include la poesia, la narrazione, suoni, ritmo, azione, silenzi, spazio. È una coralità, in cui ogni elemento richiede un lavoro di sottrazione/sintesi. Per me è importante riuscire a raggiungere quella semplicità, che più di ogni altra cosa rispecchia la realtà delle cose. Perché alla fine è tutto molto più semplice di quanto ce la raccontiamo. Rispetto al lavoro in Casa Bossi, quello che ho voluto chiamare audiodramma, riprende il concetto di radiodramma. In questo caso però non c’è una radio e neanche un teatro, qui lo spazio scenico è la realtà: un palazzo abbandonato. La parola non si consegna a dei personaggi, non ci sono attori, non c’è un palco, nulla di ciò che si ascolta è visibile. Il fruitore non è spettatore, ma diventa protagonista di un’esperienza immersiva, privata. Lui ascolta, cammina, immagina e pensa. La parola si consegna a una voce. Ho scelto la mia, semplicemente perché quello che dico è quello che penso. La voce è un altro elemento dell’orchestra. Non solo si deve togliere dal rischio di rappresentare un personaggio, ma deve togliersi anche da me che la enuncio. Occorre fare molti passi indietro per non cadere nel rischio di una identificazione di genere, di carattere, per rendere tutto il meno personale e più un puro mezzo di identificazione per chi ascolta. È bello quando il pubblico non si domanda più chi stia parlando. Il pubblico procede e senza rendersene conto si riconosce in ciò che sente. Non c’è nulla in questo testo che prenda per mano l’uditore, nessuno gli dice dov’è e dove lo sta portando, nulla lo rassicura. Solo in questo senso di smarrimento e di mancanza, che è dell’audio ma

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sopratutto della Casa in cui ci si muove, qualcosa può emergere: è un’espansione che lascia spazio al proprio sentire individuale. Una forma di resa e di affido.

2. Hai lasciato la luce accesa si sviluppa attraverso un processo creativo, per te usuale, che fonda la sua formazione sull’analisi dell’autobiografia. Un ambito a cui hai dedicato molti anni di studio e che oggi è il cuore dei tuoi laboratori. Quanto conta per te il rapporto con le singole storie di vita? Un giorno a un incontro mi hanno chiesto cos’era per me la lontananza. Istintivamente ho risposto che per me la lontananza è un orizzonte alle mie spalle. Mi sono stupita di quanto questa frase fosse uscita spontanea e combaciasse perfettamente con un qualcosa a cui non avevo mai pensato. Spesso, durante i laboratori di scrittura autobiografica che conduco, le persone si sorprendono quando leggono la loro storia, faticano a riconoscere se stessi in ciò che loro stessi hanno scritto di sé. Questo è l’orizzonte che intendo, la mia idea di lontananza: una linea tra sé e sé che si allontana, come lo spazio tra due mani che, solo quando sono giunte, sancisce l’unione. Accade a volte che qualcosa di noi non combaci con noi. Si fatica a definirsi. Restituire a una persona la propria storia, per me significa accorciare questa distanza, ritrovare se stessi in parti di se stessi. Riabitarsi. Sentirsi a casa. Entrando in Casa Bossi è chiaro e evidente quanto la mancanza di storie al suo interno l’abbia gettata in uno stato di mutismo e abbandono. Ciò che manca è ‘la banalità’ delle pratiche quotidiane, la vita che c’è, nella forma che ognuno sceglie di darle. Ogni mattina comincia la propria ‘danza del giorno’, irripetibile e insostituibile, non ce n’è un’altra uguale nel mondo, mai c’è stata prima e mai più ci sarà.

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Ogni vita è un’esperienza diversa dalla mia e quindi fonte di arricchimento, apertura, sorpresa, possibilità. È la forza della relazione. Pasolini diceva che gli uomini normali tutti i giorni fanno dei piccoli poemi d’azione. Tutti questi poemi modificano un po’ ogni giorno la realtà. 3. A distanza di un anno dall’impostazione del progetto per Casa Bossi, presentiamo il tuo lavoro. Come si è svolto il processo di avvicinamento e quanto valore ha il tempo processuale. O potremmo dire che anche l’audiodramma che ascoltiamo è un lavoro in itinere? Ho sentito la necessità di sviluppare il lavoro in due tappe. La prima per produrre esperienza, la seconda per dare forma alla conoscenza che ne è derivata. Nella prima tappa ho chiamato a raccolta la cittadinanza (di Novara e di fuori). In otto abbiamo abitato per tre giorni Casa Bossi e abbiamo sperimentato attraverso un workshop quanto l’unicità del proprio vivere quotidiano derivi dal fatto che la storia di ciascuno abiti in ogni nostro gesto, oggetto, ritualità. Durante il workshop la Casa è diventata un luogo di studio. Nella seconda tappa ho cercato di restituire alla Casa un presente plausibile attraverso la creazione di un percorso sonoro. Un audiodramma nato da quei pensieri costanti che accompagnano il quotidiano, quelli che ognuno di noi mette in atto senza neanche accorgersene. Pensieri estemporanei, apparentemente futili, privati, senza una trama apparente, uno dopo l’altro fanno parte di quella semplicissima quanto complessa pratica che mettiamo in atto tutti i santi giorni. Per me è molto importante sperimentare e indagare il tema con persone estranee ai fatti. Verificare come ciò che riguarda me possa riguardare anche gli altri e in che modo. Allargare il più possibile le maglie della quotidianità e entrare nella sua complessità, attuare dispositivi in grado di creare esperienza.

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Documentare lo studio e la ricerca che sta dietro la realizzazione di un lavoro, ritengo faccia parte del lavoro stesso. Darle visibilità attraverso una pubblicazione è un’occasione per divulgare, per aprire anche un dialogo su un tema che riguarda tutti. Aprire è la parola d’ordine, rendere il proprio lavoro aperto, far circolare all’interno ciò che può arrivare da fuori e lasciarlo in continuo divenire. Il lavoro di ricerca, in quanto tale, per me è questo. 4. In che relazione ti sei posta con il contesto della Casa? Il primo impatto con la Casa? Schiacciata uno a zero. Paradossalmente una casa vuota può risultare più piena di una casa piena. L’invisibile batte il visibile. Ciò che mi ha aiutata è stato sapere che questo palazzo, prima di essere abbandonato, sia sempre stato un condominio. Mi sono chiesta: come faccio a riempire ciò che non c’è lasciando la Casa per quella che è? Oggi Casa Bossi non ha più nulla di condominiale, perché la vita di tutti i giorni non c’è più. Con Hai lasciato la luce accesa il visitatore attraversa la Casa per come si presenta oggi, vuota e muta, e stanza dopo stanza fa esperienza di una quotidianità a-temporale. 5. Attraverso questo lavoro riporti alla presenza il luogo. Credi che la quotidianità sia ciò che ci accomuna anche con il passato? Presente e passato sono dei labirinti dove ci si può perdere. A volte i confini si mischiano, capita di cadere in stati confusionali. In Hai lasciato la luce accesa il vuoto di Casa Bossi si riempie di un presente plausibile, che sicuramente c’è stato, ma che ora non c’è più. Sono pensieri ad alta voce in piccole faccende di casa che, come una confessione privata diventano lo specchio di un’autobiografia collettiva. Nel percorrere le stanze, colui che ascolta entra in una forma di

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spaesamento misto a un riconoscimento di sé, una scissione tra la familiarità di ciò che sta sentendo e l’ignoto che sta attraversando. Ironia e perplessità, inquietudine e lucidità, in perenne contraddizione durante il percorso il pubblico è sempre perso e così si appella a se stesso, alla sua esperienza di vita quotidiana, alla sua storia privata. La sua àncora.

6. Qual è il rapporto tra realtà e finzione, tra la tua voce narrante e la forma della drammaturgia? Non è facile stare nelle cose di tutti i giorni. Non è facile prendere il futile sul serio, per citare il sociologo belga Claude Javeau. Il testo cerca di rimandare, anche sintatticamente, a questi ‘inciampi’ mentali. Per avvicinarmi il più possibile alla plausibilità di ciò che dico, uso molto il corpo. Per me l’estemporaneità di un pensiero non può essere letta a tavolino, occorre un’azione fisica che rispecchi o che si avvicini il più possibile al sentire che voglio trasmettere. Le frasi sono agite con il corpo, così sento di più il peso delle parole. La drammaturgia è comunque pur sempre una costruzione e quindi una finzione, l’unica cosa autentica resta l’esperienza del fruitore, quello che si porta a casa in termini di pensieri e emozioni. Il fatto che non ci sia una trama, per come la intendiamo noi, fa sì che la vera storia si compia alla fine, nel momento in cui il visitatore posa le sue cuffie e narra a qualcuno la sua esperienza. Dunque la trama la farà lui. Lui dirà che cosa è successo. Questo è il miglior risultato a cui può arrivare questo lavoro ed è ciò che mi auguro.

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Non dobbiamo accettare il ruolo di ignari braccianti addetti alle incombenze esistenziali. In nome della propria autodifesa occorre inseguire il senso della quotidianitĂ quasi fosse un delinquente. (cit. Jolanta Brach-Czaina)

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ELENA PUGLIESE

HAI LASCIATO LA LUCE ACCESA audiodramma, 2018

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Nota dell’autrice Hai lasciato la luce accesa è un audiodramma, inedito, ideato e scritto per Casa Bossi. Non è un lavoro su Casa Bossi, ma un lavoro che attraversa Casa Bossi. Hai lasciato la luce accesa riflette sul tema della quotidianità e su quanto qualsiasi luogo, se ne viene privato, resta inevitabilmente muto e vuoto. Un dispositivo di audio cuffie accoglie il visitatore che percorre il primo piano immerso nell’ascolto di una narrazione che cuce al suo interno reperti di quotidianità, tanto familiari quanto estranei. Pensieri estemporanei accompagnano futili azioni che si susseguono in rumori e silenzi pieni di precarietà e contraddizioni. Stanza dopo stanza, la complessità che abita nelle piccole banalità di tutti i giorni lascia traccia di sé.

HAI LASCIATO LA LUCE ACCESA, 2018 Audiodramma di Elena Pugliese Percorso audio, cuffie, 9’30’’ Voce: Elena Pugliese Mix audio: Niccolò Bosio Luogo: primo piano di Casa Bossi

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Il percorso sonoro inizia salendo la rampa di scale che porta al primo piano. Il visitatore, fornito di cuffie, sale ascoltando l’audio che comincia con il rumore di passi in casa. Si sente il rumore di una, due, tre finestre che si chiudono. Il caos della città resta fuori, si resta nella ‘tranquillità’ della casa. Prendo un libro e comincio a sfogliarlo.

C’è un poeta arabo che dice: la felicità non è una meta da raggiungere ma una casa a cui tornare, che non è davanti ma dietro. Tornare, non andare. Quando mi vengono dei dubbi. Con tutti i posti che ci sono al mondo. Proprio qui devo stare. Poi ci sono quei negozianti che tutti i giorni aprono, chiudono. Torni anche dopo vent’anni così all’improvviso, un pomeriggio passi e loro sono sempre lì. Una volta decidevo e andavo. Adesso la mattina se non ho il mio caffè.

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Mentre lavo i piatti

Solo l’idea di svuotare casa. Dovremmo fare come fanno in America, loro aprono le porte e vendono tutto. La gente passa, guarda, prova, tocca, prende e porta via. Sembra sempre tutto così importante. Sono quelle cose che a pensarle, poi nei fatti, non so. Poi magari c’è uno che punta proprio la mia tazza e se la porta via, così. La vede in mezzo al caos, me lo immagino, la prende, la guarda e davanti ai miei occhi, si volta e se ne va, con lei. Ma sì tanto non mi è mai piaciuta, la tenevo solo per ricordo.

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Ascolto un brano di musica classica originale di Flora Russo

Ăˆ incredibile ma la domenica qualsiasi cosa uno faccia, sa sempre tutto di domenica.

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Stiro

Mi piacciono quelle scatole dove puoi metterci dentro di tutto. Anche cose che non usi più, metti tutto lì, non si sa mai. Dovrei prenderne una solo per le chiavi, ogni volta le cerco. Ce n’è che non so neanche più da dove arrivino. Non si sa mai che un giorno qualcuno me le richieda. Comunque è assurdo tenere mazzi di chiavi di case che non ci sono neanche più.

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Attraverso la stanza

Non posso continuare a comprare roba vecchia, solo perchĂŠ cosĂŹ non se ne trovano piĂš.

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Sottofondo un frame del film “Io&Annie� di Woody Allen

Adesso per un attimo mi godo la casa.

Mentre guardo il film squilla il cellulare. Mi alzo, rispondo, mi allontano parlando e il film continua.

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Sono in camera, sdraiata sul letto.

Ho fatto un sogno, ero in corridoio, era buio, non si vedeva niente, neanche la porta del bagno, eppure camminavo come se ci fosse stata la luce accesa. Che poi non bisogna mai accendere la luce a un sonnambulo che poi vede dov’è e si sente perso.

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Ascolto “I am what I am” di Gloria Gaynor a tutto volume. Prendo le chiavi, la borsa, la chiudo con la cerniera, chiudo il computer, la musica si interrompe. I miei passi si allontanano, aprono la porta di casa, esco e chiudo a chiave. Il silenzio, la ‘tranquillità’ della casa, ora vuota, resta ancora presente a chi ascolta.

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BACKSTAGE Lo scritto e la costruzione della struttura narrativa sono stati preceduti da un lavoro sulla realtĂ

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WORKSHOP GLI INQUILINI DI CASA BOSSI 13-14-15 APRILE 2018 Partecipanti: un pensionato (ex inquilino di Casa Bossi), un’urbanista, una guida turistica, un’architetta, uno psicologo, una volontaria del servizio civile, una grafica, una diarista. Temi e azioni: abbiamo lavorato sulla composizione e rottura dell’atto quotidiano, le sue mappe, il potere degli oggetti, le ritualità. Momenti di azione e scritture dal vivo si sono alternati a brevi testi d’ascolto e riflessioni. Spazi: alcune stanze del primo piano. Per tre giorni, come inquilini, abbiamo ri-abitato Casa Bossi. Al termine dell’esperienza ai partecipanti è stato consegnato un diario che la diarista Maria Elena Micheloni ha redatto giornalmente. Una testimonianza di ciò che è successo. Di seguito appunti sui temi e azioni svolte, con il focus su alcuni testi dei partecipanti. APPUNTI SUL TEMA N.1 COSA TRASFORMA UN ALLOGGIO IN UNA CASA From house to home. Cosa trasforma un alloggio in una casa? La presenza di tracce, effetti personali, trame esistenziali, gesti, abitudini, tradizioni familiari, odori, umane connessioni. La casa custodisce memorie private. Abitare un luogo vuol dire agire un’esperienza quotidiana. Una serialità di scelte molto personali. Una ripetizione che può guarire come ammalare, sedurre e tormentare. Tra follia e ragione, le ritualità aiutano a tenere sotto controllo, cercano di ricomporre il caos. In questi equilibrismi l’unica àncora è la storia personale, che radica e impedisce lo sconfinamento. Unisce noi al gesto, noi all’oggetto, noi alla follia e alla regola, compatta, rafforza e sancisce l’unicità. E allora ecco che un oggetto può diventare l’oggetto intoccabile, il vaso che per tutti è solo un vaso diventa il ‘nostro’ vaso e acquista un significato simbolico. La storia personale sancisce l’unione. Dà il Momento del workshop nostro personale senso alle cose. Il quotidiano è la vita che c’è. È la forma che diamo giorno per giorno al nostro stare al mondo e di cui siamo completamente padroni. Ma la sua unicità, che contraddistingue ciascuna persona, esiste solo in virtù di un passato che abita in ogni nostro gesto, oggetto, rituale. Si tratta di imparare – per usare un’espressione del sociologo belga Claude Javeau – a “prendere il futile sul serio”, a riconoscere che di banale nel quotidiano non c’è proprio nulla, a studiare i meccanismi microscopici che, per quanto impercettibili, sono sempre in mutamento. La quotidianità è un processo creativo, nel senso di trasformativo, comprenderla vuol dire comprendere in che modo stiamo al mondo. Le grandi cose sono quelle che ti sconvolgono, che ti scioccano, ma che poi, inevitabilmente, finiscono. E devono finire. La maggior parte della nostra esistenza è un’esistenza quotidiana. (cit. Aldo Nove) 34


AZIONE N. 1 HO INVITATO I PARTECIPANTI A DISEGNARE LA MAPPA DEL PROPRIO APPARTAMENTO E SU QUESTA INDIVIDUARE IL PROPRIO ANGOLO . O GNUNO HA UN PROPRIO ANGOLO PREFERITO : UN TEMPO , QUEL MOMENTO DELLA GIORNATA , QUELLA STANZA , QUELLA POLTRONA , UNA DOCCIA , UN TÈ . U N ANGOLO ( ANCHE SOLO TEMPORALE ) DEDICATO A SE STESSO , IN CUI CI SI RITROVA . H O CHIESTO DI DESCRIVERLO . Prima di descrivere il mio “angolo preferito” della casa, la mia zona di conforto, dovrei per lo meno decidere qual è. Sinceramente non mi viene in mente un posto all’interno della casa dove io possa definirmi realmente “in pace”. Il primo pensiero andrebbe al letto. “Letto” nel mio caso è una parola molto generosa: purtroppo del letto comunemente inteso, c’è solo il materasso. Un materasso buttato a terra, sottratto a casa di un’amica, neanche troppo amica a dire il vero. Guardando dall’esterno qualcuno potrebbe trovare in questa modesta soluzione un fascino bohémien, io invece ci vedo solo le disastrose conseguenze della mia disorganizzazione e della mia pigrizia. Però, al di là di queste considerazioni, è questo materasso il luogo dove vado a posare la stanchezza della giornata di lavoro, dove rimango per ore a guardare il soffitto, dove sto abbracciato per più tempo ad un’altra persona. Ma forse è proprio per queste sue funzioni che non riesco a vederlo come un angolo confortevole e anzi spesso la sento come una prigione, il luogo dove la mia pigrizia mi prende in ostaggio. Io che vorrei fare mille cose, che vorrei essere un vulcano in eruzione, mi ritrovo sdraiato, paralizzato su questo materasso malmesso in mezzo alla stanza, immobile e irrequieto. Non può essere questa cuccia, questo letto d’ospizio la mia zona di conforto. Ho provato diverse volte a spostare il luogo dove appoggio il corpo appesantito, dal letto al divano in soggiorno. Il divano mi dà una sensazione di dinamicità, un’impressione di riposo incompleto che placa i sensi di colpa, inganna con il sotterfugio verticale dello schienale. Dormire seduti è una di quelle cose da nonni che mi fa sentire un ribelle pazzesco. Sul divano posso tenere accanto un libro o una chitarra, leggere due pagine, fare due accordi, ascoltare un paio di canzoni, per avere di me un’immagine produttiva e socialmente efficace. Ma anche il divano, strappato il velo di Maia, si rivela come un patetico, per quanto confortevole, abbozzo dei miei desideri grandiosi. In realtà se penso alla casa non mi viene in mente uno spazio tranquillo, di serenità, perché forse la pace della quotidianità di casa ospita i miei fantasmi. La mia pace probabilmente sta a casa di qualcun altro, sulla comodissima poltrona nel salotto di Marta, dove parlavamo per ore e tutto sembrava così profondo e leggero. Mappa della casa di un partecipante - Scritto del suo angolo 35


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APPUNTI SUL TEMA N.2 GLI OGGETTI: DIABOLICI DETTAGLI DEL QUOTIDIANO Ciò che resta sono le cose. Cataste di oggetti: piccoli ingombri diabolici che tanto ci rendono liberi quanto schiavi. Al di là della loro funzionalità ci dicono da dove arrivano, di chi erano, si narrano in continuazione, ci rendono schiavi di ritualità ereditate, di usi legati a una tradizione, riescono a emozionarci fino a commuoverci. Transitano di mano in mano, entrano con la loro storia dentro la nostra e parte della nostra diventa loro. Gli oggetti sono il racconto di sé che continua. Definiscono un’appartenenza, una provenienza, una tradizione, una cultura; archeologia generazionale mi vien da dire. Tentiamo di addomesticarli, ma alla fine li posiamo sulla mensola come su un altare (cit. Annalisa Ferretti): li onoriamo esageratamente di un valore simbolico. Un porta vaso per me di pura utilità, può essere per qualcun altro il vaso intoccabile. Succube della storia che lo abita, può perdere il suo valore funzionale e diventare suo malgrado un totem. Testimoni di ciò che è stato, come scatole nere le cose possono dirci come è stato vissuto quello che è successo. “Le bon Dieu est dans le détail”, il buon Dio è nel dettaglio affermava Flaubert; “il Diavolo è nel dettaglio” ha aggiunto lo storico dell’arte Aby Warburg. Che ci sia Dio o il diavolo, più mi addentro nei dettagli, più ne apprezzo la complessità.

AZIONE N. 2.1 HO INVITATO I PARTECIPANTI A PORTARE L’OGGETTO CHE NON HANNO MAI OSATO BUTTARE. GLI OGGETTI PORTATI SONO STATI : UN MACININO DA CAFFÈ , UN VASO DI VETRO CONTENENTE BIGLIETTI SCRITTI RIPIEGATI , UN QUADRO RAFFIGURANTE CASA BOSSI , UNA STATUETTA LIGNEA PRECOLOMBIANA , UN SOUVENIR DI VERONA (LIBRETTO IN SUGHERO + COLORI), UN VECCHIO ATLANTE GEOGRAFICO, BIGLIETTI DI VIAGGIO (TRENO, BUS) PERFETTAMENTE FASCICOLATI , UNA SCODELLA VERDE IKEA . L’AZIONE CONSISTE NEL CONSEGNARE IL PROPRIO OGGETTO AD UN ALTRO PARTECIPANTE. QUEST’ULTIMO TROVA PER L ’ OGGETTO RICEVUTO UN LUOGO ALL ’ INTERNO DELLE STANZE VUOTE E LO POSA . SUCCESSIVAMENTE I PARTECIPANTI SCRIVONO LA STORIA DEL PROPRIO OGGETTO.

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TERMINATA

LA SCRITTURA , CON LA LORO STORIA , CERCANO IL PROPRIO OGGETTO , SI POSIZIONANO A FIANCO

E LA LEGGONO QUANDO IL COMPAGNO CHE LO AVEVA POSIZIONATO SI AVVICINA PER ASCOLTARLO .

AL TERMINE

DELL ’ ASCOLTO , I PARTECIPANTI SI SPOSTANO ACCANTO AD UN ALTRO OGGETTO PER ASCOLTARE ANCHE LE ALTRE STORIE .

LE LETTURE AVVENGONO IN CONTEMPORANEA NELLE DIVERSE STANZE. L’ESPERIENZA HA MESSO IN EVIDENZA IL SENSO DI SPIAZZAMENTO PRIMA E DI APPARTENENZA

DOPO .

LO

STATO

DI ABBANDONO DELLE STANZE DI CASA BOSSI HA FATTO DA CASSA DI RISONANZA A UN SENSO DI SMARRIMENTO E ALL ’ URGENZA DI RITROVARSI NEL PROPRIO OGGETTO .

L’OGGETTO ABITATO DALLA STORIA PERSONALE È ‘CASA’

PER IL SUO PROPRIETARIO .

Un idolo precolombiano. Un orribile omino di legno. Per la mia nuova casa. Che ansia. L’ansia di una casa che sarà mia per tanto tempo. Non per sempre, quello no, ma tanto tempo è tanto tempo. E quando non sopporterò più quella catena che mi lega a un posto non sarà più sufficiente fare le valigie e andare altrove. E in più ora devo condividerla con questo mostriciattolo inanimato, a ricordarmi sempre una fase, o forse anche più di una, della mia vita, per mille motivi, per troppo tempo. Un regalo dal Messico, che è parte della mia vita per altri motivi. Un oggetto brutto, ma che racchiude la mia storia, prima e dopo. Quando ho lasciato Roma avrei voluto fargli fare una fine degna del suo aspetto. Non ci sono riuscita. Me lo sono portato appresso, sepolto negli scatoloni, in attesa di trovare una nuova collocazione alla mia vita. Insieme alla vita ho ricollocato anche lui, il mostriciattolo, a ricordarmi che nulla è per sempre, che tutto finisce e si rinnova. Nel suo brutto aspetto vedo ciò che è stato, che mi ha reso felice e che mi ha fatto soffrire. Soprattutto vedo la mia storia, con i suoi alti e bassi, gioie e dolori, ma con tante piccole storie che mi porto dentro e che mi hanno forgiata. Oggi non sarei io senza le continue svolte, anche dalla parte sbagliata, senza chi mi ha accompagnata lungo il percorso e mi ha lasciato un pezzo di questo piccolo mostro colorato. E così lui, loro sono ancora lì, pronti per il prossimo scatolone. Inizio in realtà a domandarmi se ci saranno ancora scatoloni e mi dico che forse è arrivato il momento della soluzione per il mostriciattolo. Ma ogni giorno, ogni istante, la vita mi ricorda che se continuo a vivere, a rinnovarmi, ci sarà sempre spazio per uno scatolone. E così il piccolo idolo resta al suo posto. Oggetto e testo di un partecipante

AZIONE N. 2.2 HO CHIESTO DI SCRIVERE UN BREVE RITRATTO DEL PROPRIETARIO DELL’OGGETTO DI CUI SI È ASCOLTATA LA STORIA . A DIMOSTRAZIONE DI QUANTO UN SOLO OGGETTO HA IN SÉ UNA BREVE MA GIÀ ESAUSTIVA BIOGRAFIA .

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APPUNTI SUL TEMA N.3 LA QUOTIDIANITÀ È FISICA: C’È UN CORPO IN CONTINUO MOVIMENTO. Il punto è trasformare la banalità dell’atto in un qualcosa che acquisisce un senso. La quotidianità è fisica, c’è un corpo in continuo movimento. Il punto di partenza è uguale per tutti: il risveglio, da quel momento cominciano le traiettorie di una mappa invisibile che ha in sé una propria logica. AZIONE N. 3 LA MATTINA APRO GLI OCCHI E PENSO, VEDO, FACCIO. DA QUESTA STIMOLAZIONE È NATA UNA STESURA. A COPPIE DI DUE HO CHIESTO DI CONSEGNARE ALL’ALTRO LA PROPRIA PIANTA DELL ’ APPARTAMENTO E LEGGERE IL PROPRIO TESTO , IL COMPAGNO AL TERMINE DELL ’ ASCOLTO , TRACCIA SULLA PIANTA RICEVUTA LA MAPPA DELLE DIREZIONI DEL SUO COMPAGNO . La mattina apro gli occhi nel sentire una voce, quella di Eugenio, che chiama “Mamma”. Da qualche tempo aspetto la seconda chiamata per alzarmi. Fino a qualche tempo fa no: a qualsiasi ora della mattina o della notte accorrevo, scattante, per riaddormentare, coccolare, confortare. Paolo prende il telefono e guarda l’ora, non abbiamo una sveglia. Mi giro, Michele è addormentato in mezzo a noi. È arrivato circa un’oretta fa, correndo, in cerca delle sue sornione coccole mattutine. Eugenio richiama “Mammaaaaa”. Allora mi alzo, questa volta prontamente, senza alcuna esitazione, e mi dirigo nella camera dei bimbi. Eugenio mi aspetta, nascosto sotto le coperte, e quando entro in camera dice “Mamma tu non mi devi trovare”. Allora un po’ stancamente fingo di cercarlo in bagno (ma non esco neanche dalla stanza), nell’armadio, nel letto vuoto di Michele. Poi ad alta voce, ogni mattina, dico “Eugenio è sparito, allora mi riposo ancora un po’ sul suo letto” e mi sdraio facendo finta di stupirmi nel trovarlo sotto le coperte. Allora lo abbraccio, gli faccio il solletico, gli dico “Mi hai fatto un bello scherzaccio, eh, a sparire così?!”. E lui ride. Di gusto. Ogni mattina. So che passerà presto questo amore per la ripetizione di sequenze di gesti, suoni, azioni. E mi godo la sua gioia del conosciuto. Gioisco nel saper cosa fare, nel vedere quanto sia ancora semplice (ma non banale) dimostrargli il mio amore. Intanto arriva Michele in camera, che si è svegliato, ha fatto qualche carezza a Cubì, e mi vuole fuori dalla stanza per vestirsi da solo, per farci ogni mattina la sorpresa di comparire in cucina già vestito da capo a piedi. Una conquista recente. Allora esco e, solitamente, nel passaggio tra le camere e il bagno incrocio Paolo, e mi faccio abbracciare, lo abbraccio. Mi accoccolo per qualche secondo appoggiando la testa sul suo petto. Fino a quando, e dura veramente pochissimo, arriva Eugenio.

Scritto e traiettorie della casa di un partecipante

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TEMA N.4 IL RITO TRA NOIA E NOSTALGIA Il rito deve essere sempre uguale perché segna un contesto, una tradizione, una cultura, un’educazione, segna anche una differenza rispetto alle altre vite e agli altri giorni. Il pranzo della domenica, per esempio, è diverso da quello del lunedì. Il rito porta con sé un’appartenenza. Per esempio la colazione italiana è diversa da quella inglese. Porta con sé delle regole di condotta. Esistono riti sociali, familiari, individuali, riti religiosi, riti pubblici e privati. Infrangere un rito non è facile. C’è come un’obbedienza, dovuta al fatto che si compiono azioni e gesti ereditati, cambiarli crea forti spiazzamenti. In una convivenza, le ritualità dell’uno incontrano quelle dell’altro e se ne creano di nuove. È un processo creativo perché trasformativo. AZIONE N. 4.1 DESCRIVERE IL PROPRIO

PRANZO DELLA DOMENICA .

Il mio cognome è di origine marchigiana, anche se la famiglia di mio padre è emigrata nel vercellese in periodo postbellico dal Veneto e mio padre e i suoi fratelli veneti si sentono. Io no, io, cresciuto a pane e dialetto vercellese da quella gran cuoca della mia nonna, io mi sento vercellese, come la mia mamma e adoro, con rare eccezioni, la cucina delle mie parti ed i suoi piatti tipici di cui studio le ricette, le etimologie, le origini. Io voglio sapere, perché la cultura di questo nostro incantevole paese passa attraverso l’enogastronomia. Ancora oggi, a casa mia, il pranzo della domenica passa attraverso una ritualità che è antica e precisa. In cucina regna sovrana ai fornelli la mi’ mamma. Intendiamoci, non è per maschilismo, è che guai a toccare i suoi attrezzi del mestiere senza specifiche istruzioni da parte sua. Si rischia grosso e io e mio padre, negli anni, abbiamo imparato a girarle debitamente al largo. Mia mamma parte a cucinare da prima di andare alla Messa delle 11, che poi così, dopo, ha tutto pronto. Poi torna dopo la funzione e finisce ciò che aveva iniziato a preparare e comincia con il risotto. Il risotto è rito lungo e ben codificato. Si comincia col far bollire il brodo (di carne o di verdura a seconda) che si è già preparato in precedenza, poi in una padella si fa imbiondire una cipolla e dell’aglio con un filo d’olio e, a volte, qualche altro ingrediente specifico. Dopodiché si mette il riso a tostare. Due pugni per commensale più un pugno residuo per la pentola. E si inizia ad aggiungere il brodo per la cottura, continuando a mescolare. Poi, a 5 minuti dacché si è messo il riso a cuocere, si aggiunge il vino con cui sfumare (ché al ris al nas an’t l’aua e l’ mör an’t al vin! Lo sanno tutti) e poi ancora il brodo e, a volte, qualche altro ingrediente. Quindi dopo 16/18 minuti di cottura si spegne il fuoco sotto la pentola e si procede con la mantecatura con burro e formaggio grattugiato. Ecco, il riso è pronto per essere impiattato. Tipicamente, la domenica mia mamma cucina la “panissa” (tra l’altro, sapete perché la “panissa” si chiama così? No, non ve lo dico, perché sono carogna), il tipico risotto vercellese o qualche altra tipologia di risotto e mentre cucina mette in tavola gli antipasti, che in Piemonte, non dovrebbero mai mancare, tipicamente affettati -tra i quali non manca quasi mai il “salam d’la duja”. Ah tra l’altro sapete perché si chiama così? No non ve lo dico perché sono doppiamente carogna-, insalata russa, lingua cun al bagnët vert, il vitello tonnato e i brüsch (le tipiche verdurine sottaceto piemontesi). Mia mamma mette tutto in tavola così che io e lei possiamo mangiare, mentre mio padre, tipicamente impegnato con i suoi lavori in cortile, orto o magazzino, no, ma tanto a lui 41


gli antipasti non piacciono (invero non l’ho mai saputo, ma data la loro bontà, credo sia solo una cosa che sostiene mia madre senza prove effettive). Arrivato il riso in tavola, parte l’urlo belluino di mia madre verso l’esterno: “CARLOOOOOO, L’È PRUUUUUUUUUNT!!!!”. È questo il primo richiamo. Noi ci sediamo finalmente a tavola (gli antipasti vengono per lo più spizzicati andanda, come si suol dire) composti a mangiare il risotto caldo e al dente, a metà del quale, rigorosamente, parte il secondo urlo verso l’esterno: “CARLOOOOOOOOO, AT MANGI TÜT FRËËËËËC!!!!”, seguito poi dal commento di solito verso di me: “Mi i capis’ nent’ cu j’à semp da fé, is omu, anca la duminica!” Finito il riso, mia mamma torna ai fornelli a scaldare la carne e le verdure di contorno che, usualmente, aveva preparato prima di Messa e, mentre fa ciò, copre il riso di papà con il piatto piano, facendo partire il terzo e ultimo avvertimento a mio padre, con un tono ormai sull’arrabbiato andante: “MA AT’ VEÑI SÌ O NO???”, seguito, a volte forte, altre volte piano dell’ulteriore: “Anca n’cö lu mangia (T’LU MANGI) cuñ ai corni!” (colorito modo di dire per descrivere un riso abbondantemente scotto e che ai più -ma non è il caso di mio padre- farebbe abbastanza schifo anche da dar da mangiare ai cani). Ora, mentre per me e mia madre, il secondo è pronto in tavola, mio padre rientra e si deve lavare le mani (sporche di grasso, unto e terra, a volte tutte e tre insieme) o si deve sciacquare interamente in bagno. Puntuale, lui si siederà a tavola quando io e Foto dal workshop e scritto di un partecipante mia mamma saremo già alla frutta, dopo la quale, per noi, nei giorni di festa c’è sempre qualche dolcino di pasticceria da aprire, mentre mio padre sta ancora finendo il riso. Questo è il nostro pranzo della domenica, direi da sempre e, anche se mia madre non perde occasione per dirmi che mi vorrebbe fuori casa quanto prima, io penso che, almeno alla domenica più che in tante altre occasioni, lei sia felice che, nella ritualità della famiglia, io ci sia per raccontarle qualcosa e chiacchierare con lei delle mille cose che faccio e che lei, per lo più, non approva. Ed è il pranzo di gran lunga più bello della settimana! AZIONE N. 4.2 HO CHIESTO DI PORTARE IL PROPRIO COPERTO DEL PRANZO DELLA DOMENICA (TOVAGLIETTA, PIATTO, BICCHIERE , POSATE E TOVAGLIOLO ). A BBIAMO APPARECCHIATO LA TAVOLA , OGNUNO CON IL PROPRIO POSTO . AL MOMENTO DI SEDERSI L’AZIONE RICHIESTA È STATA QUELLA DI SCAMBIARSI DI POSTO. OGNI PARTECIPANTE MANGIA NEL COPERTO DI UN COMPAGNO . AL TERMINE DEL PRANZO, CHIEDO DI SCRIVERE LA STORIA DEL PROPRIO COPERTO E DI ANDARLO A LEGGERE AL PARTECIPANTE CHE VI HA MANGIATO . Del coperto, portato qui oggi, non c’è nulla che sia mio. Il coltello, classico coltello manico nero collezione Ikea, lo ha portato uno dei miei coinquilini qualche giorno dopo il trasloco nella nuova casa. Non so neanche dire quale dei miei due coinquilini. So solo che me lo sono trovato in mano. Ho tagliato carne, verdura, frutta, torte ma sempre nella totale inconsapevolezza. La forchetta, stesso discorso. Il bicchiere invece l’ho scelto tra quelli presenti nella credenza. L’ho scelto perché è quello che utilizzo di più, quello che semplicemente volente o nolente mi trovo più in mano. Non so che storia abbia, conosco solo la sua storia recente. L’ha portato Alessandro, dalla sua precedente casa, che condivideva con la sua ragazza. Idem per il piatto. La mia quotidianità è fatta di oggetti di altre persone, oggetti che hanno una storia che non è la mia. 42


Avere degli oggetti propri probabilmente vuol dire abitare dei luoghi. Dare una permanenza, un tempo stabile, farsi localizzare, farsi riconoscere. Rendersi conoscibili e quindi fidarsi. Se ho scelto quel bicchiere, tra i tanti presenti nella credenza è perché è un’ottima via di mezzo. Né troppo grande, né troppo piccolo. Adatto al vino fino ad un certo punto, ottimo per l’acqua ma senza dissetare. Forse pensato per qualcosa di più forte, ma io c’ho bevuto pure un succo di mirtillo. Qualsiasi liquido al suo interno si è espanso e ha preso la sua forma, per poi non lasciare traccia. Ho però una tazza. La “mia tazza”. Decisi che era la mia tazza quando partecipai al corso di Elena. Come fosse scontato lei chiese “per il prossimo incontro portate la vostra tazza”. Guardai i presenti e compresi di essere l’unico a trovare curiosa la domanda. Tutti avevano una tazza tranne me. Feci lo stesso che con questo bicchiere, presi la tazza che usavo di più a casa di Gabri, dove vivevo allora. Tazza media misura, troppo grande per il caffè, troppo piccola per il tè. Da quel giorno però quella è la mia tazza e, forse, da oggi in poi questo sarà il mio bicchiere. Probabilmente è nelle vie di mezzo, nelle approssimazioni che posso riconoscermi. Ma nella sua mezza misura questo bicchiere ha ospitato un Gattinara, un Lagavulin, un caffè peruviano, un tè indiano, una vodka polacca, del mirtillo biologico chilometro zero. Nella sua incerta dimensione ha saputo dare forma a liquidi differenti, riuscendo però ad accoglierli tutti. AZIONE N. 4.3 L’AZIONE SI CONCLUDE CON UNA BREVE CONSIDERAZIONE SU COSA HA SUSCITATO VEDERE IL NOSTRO COPERTO UTILIZZATO DA UN ALTRO .

FONTI AGAMBEN G., Autoritratto nello studio, Nottetempo 2017 BERGER J., Modi di vivere, Bollati Boringhieri 2014 BERGER J., “Distanza” in E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto, Bruno Mondadori 2008 BERGER PETER E BRIGITTE, La dimensione sociale nella vita quoidiana, Il Mulino 1989 BENJAMIN W., Il narratore, Einaudi 2011 BIMBI F. E CAPECCHI V., Strutture e strategie della vita quotidiana, Franco Angeli 1986 Biografie di oggetti|Storie di cose a cura di Alvise Mattozzi, Paolo Volonté|Angelika Burtscher, Daniele Lupo, Mondadori, Milano 2009 COCCETTI F., L’eminenza grigia. Autobiografia della polvere, Quodlibet Studio 2014 CURREY M., Rituali quotidiani, Vallardi 2016 CUSUMANO A., Oggetti e memoria nel teatro di Tadeusz Kantor Kantor, Annali Online di Ferrara - Lettere Vol. 1 (2008) GOFFMAN E., La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino 1997 JEDLOWSKY P., Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana, Mondadori 2000 JEDLOWSKY P., La sociologia della vita quotidiana oggi, relazione per il convegno dell’A.I.S. del 21-22 novembre 2008, Milano MEKAS J., Je n’avais nulle part où aller aller, P.O.L. Trafic, Paris 2004 MUNARI B., Da cosa nasce cosa, Ed Laterza 1981 PEREC G., La vita istruzioni per l’uso, BUR Rizzoli Contemporanea 2004 PEREC G., Le cose, Einaudi 2011 SZCZYGIEL M., Reality, Gransasso Nottetempo 2011 WITTGENSTEIN L., Movimenti del pensiero, diari 1930-1932/1936-1937, Quodlibet 1999

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Elena Pugliese (Torino, 1971) drammaturga. Scrive per il teatro, cinema e radio. Realizza progetti nell’ambito dell’arte contemporanea. Il suo lavoro di scrittura e ricerca ruota attorno ad alcuni punti fermi: l’attenzione per memorie personali e collettive, l’arte autobiografica, la poetica del quotidiano, gli archivi come risorse per il contemporaneo, i lasciti materiali e immateriali. Conduce laboratori di scrittura autobiografica. Tra le rappresentazioni più recenti: YOU ARE BUT YOU ARE NOT - Audioguida sul tema dei confini e dell’ospitalità per la città di Bolzano di Kolar Aparna e Beatrice Catanzaro, progetto di Lungomare Bolzano / video installazione COSA VORRESTI LASCIARE DI TE – ARCHIVIO IN PROGRESS DI TESTAMENTI POETICI 2013-2017 / UN CASO - Talk Performance con Marzia Migliora, prod. Biennale Democrazia Torino 2015 / TERESA E LA DINAMITE 4’, audio narrazione documentario muto 2014, Archivio Nazionale Cinema d’Impresa Ivrea. Per seguire altri progetti, vedere i video dei lavori e contatti: www.elenapugliese.it


Percorso sonoro Hai lasciato la luce accesa


Finito di stampare nel mese di settembre 2018 Grafica Novarese


Hai lasciato la luce accesa è un audiodramma di Elena Pugliese ideato e scritto per Casa Bossi: palazzo neoclassico di Novara, opera di Alessandro Antonelli, che dopo un secolo glorioso di vita di condominio resiste da anni al suo stato di abbandono. Non è un lavoro su Casa Bossi, ma un lavoro che la attraversa e riflette sul tema della quotidianità e su quanto qualsiasi luogo, se ne viene privato, resti inevitabilmente muto e vuoto. Questo volume presenta il testo integrale dell’audiodramma e la documentazione del suo processo di creazione accompagnati dalle riflessioni di Roberto Tognetti, presidente del Comitato d’Amore per Casa Bossi, il testo critico di Riccardo Caldura e l’intervista di Maria Yvonne Pugliese.

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Hai lasciato la luce accesa  

Hai Lasciato la luce accesa è un audiodramma di Elena Pugliese ideato e scritto per Casa Bossi (NO), a cura di Riccardo Caldura e Maria Yvon...

Hai lasciato la luce accesa  

Hai Lasciato la luce accesa è un audiodramma di Elena Pugliese ideato e scritto per Casa Bossi (NO), a cura di Riccardo Caldura e Maria Yvon...

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