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Trasformare il detenuto in risorsa. Si può fare

Ci risiamo. Anche stavolta l'Italia è riuscita a distinguersi per lo scarso valore attribuito al concetto di persona intesa come risorsa sociale: la Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo ha, proprio in questi giorni, ammonito e condannato il nostro Paese per la situazione delle carceri e per il "trattamento inumano e degradante" di molti detenuti. E io mi chiedo, come sempre, perchè riusciamo sempre a balzare in primo piano per il nostro palese menefreghismo, perchè non crediamo o non vogliamo credere nel cambiamento, nell'innovazione e nel recupero repentino delle situazioni disagiate. Siamo così: tiriamo avanti finchè non scoppia lo scandalo, della serie "finchè la barca va, lasciala andare", e anzichè correre ai ripari per tempo giochiamo i tempi supplementari lanciando qua e là delle belle pezze colorate. Siamo il Paese della disorganizzazione, della burocrazia, dell'imbroglio, preferiamo mimetizzare i rifiuti nel nostro contesto urbano e far finta di non vederli piuttosto che utilizzarli come fonte di energia rinnovabile, come fanno da molto tempo i Paesi del Nord Europa. Stesso discorso per le carceri: ci proclamiamo Paese civile e democratico, non contempliamo la pena di morte, ma le nostre strutture carcerarie esplodono e chi viene privato della libertà, per azioni più o meno gravi, è costretto a vivere in 3 metri quadrati, condannato ad essere un peso per il Paese che, d'altra parte, non fa niente per trasformarlo in risorsa. Passavo, poco tempo fa, di fronte al carcere di Buoncammino di Cagliari, una struttura imponente arroccata sul belvedere della città: scovolgente osservare i detenuti affacciati, annoiati, imbambolati, privi di obiettivi, costretti semplicemente ad occupare degli spazi, non-luoghi del degrado. Eppure esistono esempi di soluzioni virtuose per il recupero e l'utilizzo dei detenuti come risorsa sociale, soluzioni che mirano a trasformare una reclusione forzata in una strategia organizzativa dalle immense potenzialità economiche per il Paese. Ancora una volta le case historiesprovengono soprattutto dall'Europa del Nord, dove fortunatamente esiste un'altra mentalità e un diverso investimento sul sociale. Dove un penitenziario femminile islandese ha scelto di appoggiare un progetto eco-sostenibile della OIIO Architecturel preparandosi a trasformarsi in una struttura costruita tramite prefabbricati, pannelli solari e spazi all'aperto che mutano a seconda del cambio delle stagioni: ai prigionieri il compito di curare gli spazi e di coltivare piante e fiori locali. In Brasile poi nelle carceri si produce energia pedalando. I detenuti del carcere di Santa Rita do Sapucai pedalano in sella a bici da palestra (ma attenzione, niente a che vedere con i lavori forzati!) producendo così energia elettrica, che viene utilizzata di sera per illuminare la passeggiata lungo il fiume. Oltre ad avere la possibilità di ridurre la pena i detenuti dichiarano di sentirsi utili alla società e finalmente in foma. E noi? Noi veniamo condannati da Strasburgo e non facciamo progetti per cambiare le cose. E quando qualcuno tira fuori dal nulla soluzioni intelligenti, parlo in particolare della proposta del Ministro della Giustizia Severino riguardo alla possibilità di utilizzare il lavoro dei detenuti per la ricostruzione nelle zone terremotate dell'Emilia e della Lombardia, i media si scatenano e si preferisce rinunciare. Problemi di sicurezza? Non ci credo: ormai siamo rintracciabili ovunque, anche se non lo vogliamo, esistono i GPS, i sistemi di localizzazione, gli iPhone e smartphones e chi più ne ha più ne metta, perchè fermarsi alla prima difficoltà? Anzichè farli marcire in 3 metri per tre, perchè non utilizzare i detenuti per scopi virtuosi? Secondo me, per riprendere il titolo di un bellissimo film, "Si può fare".


Trasformare il detenuto in risorsa. Si può fare