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Piaceri pericolosi

Missione trasgressiva


Titoli originali delle edizioni in lingua inglese: Reckless Pleasures Sealed With A Kiss Harlequin Blaze © 2011 Lori Karayianni & Tony Karayianni © 2011 Jill Floyd Traduzione di Elisabetta Frattini Traduzione di Anna De Figueiredo Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa edizione è pubblicata per accordo con Harlequin Enterprises II B.V. / S.à.r.l Luxembourg. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. Harmony è un marchio registrato di proprietà Harlequin Mondadori S.p.A. All Rights Reserved. © 2013 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione Harmony Temptation aprile 2013 Questo volume è stato stampato nel marzo 2013 presso la Rotolito Lombarda - Milano HARMONY TEMPTATION ISSN 1591 - 6707 Periodico mensile n. 306 del 18/04/2013 Direttore responsabile: Alessandra Bazardi Registrazione Tribunale di Milano n. 128 dello 07/03/2001 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - 20090 Segrate (MI) Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


TORI CARRINGTON

Piaceri pericolosi


Prologo Diciotto mesi... Megan McGowan sfregò pigramente il polpaccio contro la gamba di Darius, incurvandosi contro di lui. Non riusciva ad accettare il fatto che sarebbe rimasto lontano così a lungo. Praticamente un anno e mezzo. Settantancinque settimane. Cinquecentoventicinque giorni. E per tutto quel tempo lei non avrebbe più sentito quella pelle contro la propria, quel respiro solleticarle l'orecchio, l'erezione di lui premere contro il suo sesso umido e morbido e riempirla rendendola completa. «Non possiamo dire di non aver avuto il tempo di prepararci all'idea» mormorò Dari, sfiorandole i capelli con le labbra. «La convocazione è arrivata mesi fa» le ricordò e, baciandola sulla bocca, scatenò in lei il desiderio di sentire le sue attenzioni dirigersi verso un'area più strategica della sua anatomia. «Senza contare che ci siamo già passati prima.» Megan emise un gemito premendo il naso contro il suo collo. «Lo so, ma allora eravamo tutti e due nella stessa condizione. Sarei partita anch'io, mentre ora...» Megan si zittì. Ora si sentiva come la sposa che veniva lasciata a casa. Con la sola differenza che lei non era sua moglie. Non ancora. Dari non faceva altro che minacciare di proporle di sposarlo 7


e, nonostante continuassero a scherzare sulla faccenda, erano ancora decisamente al punto di partenza. Vivevano in appartamenti separati, ma trascorrevano gran parte del tempo a casa di Megan, a detta di Dari unicamente perché il suo frigorifero era più fornito. In realtà lei sapeva che si fermava lì perché la sua era una vera casa e non una tana da single come quella in cui abitava lui, dove la precisione e l'ordine militare restavano rigorosamente chiusi fuori dalla porta. Erano entrambi dei marine, ma mentre Megan, dopo aver completato il periodo di servizio, aveva accettato di essere congedata con onore, Dari aveva deciso di firmare come riservista, il che significava che poteva essere richiamato in qualsiasi momento. Eventualità che si era puntualmente verificata. «Ti saresti sentita meglio se fossi stata richiamata insieme a me?» «Sì.» Quella consapevolezza l'aiutò a rilassarsi. «Sei molto bravo in questo, lo sai?» commentò lei baciandolo sul collo e assaporando il sudore salino provocato dalla lunga maratona di sesso. «Io sono bravo in tutto.» Megan rise. «Io intendevo dire che sai sempre dire esattamente quello che ho bisogno di sentirmi dire, nel momento in cui mi serve sentirlo.» Scostandosi da lui, guardò il suo bel viso avvolto nell'ombra. Presto sarebbe sorto il sole e poco dopo lui se ne sarebbe andato alla base aerea di Petersen da cui sarebbe partito per la destinazione finale. «Ci provo» scherzò lui. Megan sorrise. Dari la baciò a lungo. «Sono sicuro che la Lazarus assorbirà tutte le tue energie.» La Lazarus Security. Nella condizione di vulnerabilità in cui si trovava, il nome evocò in lei una profonda tristezza, mitigata da una piccola scin8


tilla di speranza, emozioni che l'aiutarono a distrarsi, anche se brevemente, dalla prova che sarebbe stata chiamata ad affrontare di lì a poco. Era davvero già passato più di un anno da quando il loro amico Barry Lazaro si era arreso al nemico finale? Sembrava impossibile. Barry era sopravvissuto a prove inenarrabili durante il servizio oltremare. Era il più valido di tutti loro, quello a cui tutti facevano riferimento, il capo della squadra. Peccato che una volta ritornato alla vita civile aveva finito per perdere la battaglia più importante. Lazaro era tornato a casa da un paio di mesi quando era stato trovato appeso al tubo della doccia, morto. Megan si irrigidì. In quel momento il ricordo scatenò in lei un dolore troppo forte da sopportare. Era stato in nome di Barry che i cinque membri della squadra che erano sopravvissuti e avevano stretto un'amicizia indissolubile combattendo in Waziristan, avevano fondato la Lazarus Security: lei, Darius, Jason Savage, Lincoln Williams e Eli Stark. Negli ultimi mesi dar vita all'agenzia di sicurezza aveva prosciugato tutte le energie dei quattro soci attivi. Lei, Dari e Jason si occupavano dell'organizzazione e del lavoro sul campo. Grazie all'esperienza maturata nel FBI, Linc aveva solidi agganci con il governo che forniva loro la maggior parte dei contratti. Mentre Eli... Be', Eli aveva sofferto più di tutti loro per la morte di Barry e aveva offerto l'appoggio finanziario per avviare l'attività, insistendo per restare un socio silenzioso. Megan pensò che se avessero saputo quanto duramente avrebbero dovuto lavorare, forse non si sarebbero lanciati in quell'impresa. C'era anche da dire che, essendo tutti ex marine o riservisti, il duro lavoro non li spaventava e poi, con il tempo, avrebbero potuto assumere altro personale, magari espandendosi anche oltreoceano. 9


Un giorno la Lazarus Security sarebbe diventata il tributo finale a un eroe caduto, un uomo che tutti loro avevano conosciuto e amato. «Non sarà lo stesso senza di te qui» mormorò rivolta a Dari. Lui le passò la mano tra i capelli, poi scese sulla schiena, scatenando in lei un delizioso brivido e il desiderio che la sua mano si spingesse ancora più in basso. «Vedi di non incontrare nessun'altra laggiù.» Le parole sussurrate e appena udibili la sorpresero. Non era da lei dire certe cose. Dari si limitò a sorridere mentre lei gli scivolava sopra. «Non preoccuparti, tu mi basti e mi avanzi.» Poi la baciò, a lungo, come aveva fatto in occasione del loro primo incontro, due anni prima, quando erano di stanza in Pakistan al confine con l'Afghanistan. In quella notte fredda, il sesso era stato bollente. Megan non sembrava averne mai abbastanza di lui e da allora le cose non erano cambiate. Per quanto spesso facessero l'amore, lei non era mai sazia. Sapeva che lui non l'avrebbe tradita. Al mondo non esistevano uomini più fedeli di Darius Folsom. E quella era la seconda virtù per cui lo amava così tanto. La prima riguardava il modo in cui la toccava. Le sue dita si diressero verso la meta agognata, stringendosi prima sulle natiche per spostarsi poi tra le sue morbide pieghe, strappandole un gemito. «E tu?» le chiese lui. Megan deglutì a fatica, incapace di concentrarsi, travolta da quelle piacevoli sensazioni. «Io?» «Sì, tu. Devo preoccuparmi nel saperti qui tutta sola?» Le sue dita avevano raggiunto l'obiettivo da dietro e Megan allargò automaticamente le gambe per concedergli un migliore accesso. Il cuore le batteva forte nel petto. Lo guardò dritto negli occhi. «Non lo so.» Megan infilò la lingua nella sua bocca, poi la ritrasse. Prima di incontrare Dari non aveva mai avuto una relazione 10


duratura con un uomo, ma solo avventure, poche delle quali erano durate più di tre mesi e nessuna più di sei. Il che rendeva la longevità della loro relazione speciale. E la sua partenza ancora più spaventosa. «In ogni caso ho chiesto a Jason di tenerti d'occhio» dichiarò lui e sfiorandola con la punta delle dita le strappò un sospiro. «Jason Savage?» mormorò lei, sforzandosi di seguire la conversazione nonostante fosse ansiosa di sentirlo ancora dentro di sé. Subito. «Già.» Megan conosceva Jason da almeno tanto tempo quanto conosceva Dari, ma l'amicizia tra i due uomini risaliva a molto prima. I due marine erano simili fisicamente, ma non avrebbero potuto essere più diversi caratterialmente. Dari era un uomo fedele mentre a Jason piaceva darsi da fare. Megan posizionò le ginocchia a lato dei fianchi di Dari e si agitò sopra di lui fino a quando non sentì la sua erezione premere per entrare dentro di lei. «E ti fidi di lui?» gli chiese. «È il mio miglior amico da quando avevamo cinque anni.» Megan incominciò a muoversi su e giù. «Ma è anche uno che non si lascia sfuggire nessuna occasione.» Dari gemette, diventando improvvisamente serio. «Non con la mia ragazza.» Era strano come quell'appellativo le provocasse sempre una sorta di sfarfallio nello stomaco. Poco importava che lei fosse un marine o che si considerasse pari a lui. Ogni volta che lui la definiva sua, lei si sentiva tale. Dari allungò la mano sul comodino per prendere un preservativo e dopo esserselo infilato, la penetrò con una lunga spinta che liberò la sua mente da ogni pensiero. Megan gemette con le labbra appiccicate alle sue, più che felice di accoglierlo di nuovo dentro di sé. Ancora e ancora. Quanto più spesso possibile prima di vederlo partire, sapendo che sarebbe rimasta senza di lui per diciotto lunghissimi mesi. 11


1 Quattro mesi più tardi Megan puntò il fucile automatico M16 contro il bersaglio mobile dalla forma umana a centotrenta metri di distanza. Non intendeva mettere alla prova la sua bravura, era un'eccellente tiratrice che aveva imparato a sparare a dieci anni e che col tempo era diventata una consumata professionista, ma doveva testare la qualità del programma di esercitazione destinato alle reclute nel campo della Lazarus appena fuori Colorado Springs. Nessuno di loro apparteneva a quel luogo che tuttavia Barry Lazaro aveva considerato casa sua. «Ancora troppo lento!» urlò rivolta alla cabina di controllo. Non aveva ancora finito di parlare che il bersaglio si mosse veloce e poi rallentò di nuovo. Megan sparò mancandolo. Con un sospiro, abbassò il fucile e si voltò a guardare la cabina di controllo da dove Jason Savage le sorrideva. «Hai detto che lo volevi più veloce.» «Infatti.» Megan prese in considerazione l'idea di puntargli il fucile contro, poi lasciò perdere. Un professionista non puntava mai la sua arma contro qualcuno a meno che non fosse deciso a sparare. E in quel caso, benché la tentazione fosse molto forte... 12


«Abbiamo finito?» Megan annuì. «Faremo un'altra valutazione durante la prossima esercitazione.» Con passo veloce si diresse verso la costruzione principale, entrò e raggiunse l'armeria dove controllò e pulì il fucile prima di riporlo. La Lazarus Security stava crescendo a un ritmo che nessuno di loro aveva previsto. La proprietà si estendeva su un centinaio di acri. Il complesso principale si trovava nell'angolo a sudovest e consisteva in una grande struttura a un piano che comprendeva una palestra, un poligono di tiro, alcune aule, un'armeria ben attrezzata e, per ogni evenienza, stanze per un totale di venti posti letto. All'esterno c'erano cinque diversi percorsi d'addestramento, incluse una pista ciclabile e una per l'insegnamento di manovre evasive con auto e altri veicoli. Grazie al passaparola la società faceva fatica a soddisfare tutte le richieste di assistenza e ogni due settimane arrivavano nuovi elementi, perlopiù ex militari, a potenziare le loro fila. Nonostante i contratti abbondassero, si trattava nella maggior parte di compiti di basso livello. Le richieste andavano dalle guardie del corpo, agli autisti fino all'installazione di sistemi di sicurezza in abitazioni private e in uffici. Nessuno dei soci si lamentava, mentre Megan sperava sempre in qualcosa di più eccitante. Aprendo la porta dell'armeria per poco non si scontrò con Jason Savage che, ridendo, sollevò le mani in segno di resa. «Mi arrendo.» «Molto divertente.» Con il suo metro e novantacinque, Jason era leggermente più alto di Darius e molto più scuro. Dari aveva capelli castano chiaro, come gli occhi, mentre quelli di Jason erano quasi neri. Ma le differenze andavano oltre l'aspetto fisico: Jason era 13


tenebroso anche nell'atteggiamento. Qualcosa di oscuro e pericoloso strisciava sotto la superficie. Era rimasta sorpresa di come le fosse stato vicino dopo che Dari era partito per la missione a cui era stato assegnato. Immaginava che a spingerlo ad avvicinarsi a lei fosse stata la mancanza per entrambi della persona a loro più cara. «Dove sei diretta?» le chiese. Megan gli lanciò un'occhiata mentre camminavano. Indossavano entrambi l'uniforme per le esercitazioni. «Agli uffici.» «Anch'io. Ti accompagno.» Insieme attraversarono l'entrata, poi uscirono e imboccarono il viale che portava agli uffici. Ogni struttura era separata e a distanza di sicurezza dalle altre. «Non hai ancora avuto notizie di Dari?» chiese Jason aprendole la porta e facendosi da parte per lasciarla passare. Megan lo fissò, battendo le palpebre per riparare gli occhi dal sole del primo pomeriggio mentre entravano nella gradevole costruzione che aveva l'aspetto più di una casa moderna che di un edificio commerciale. Jason scrollò le spalle. «È un dato di fatto. Sei sempre nervosa quando non vi sentite.» Megan atteggiò le labbra a una smorfia, riconoscendo che probabilmente aveva ragione. «È da due settimane ormai che non lo sento» ammise. «Sì, anch'io. A quanto pare è impegnato in grandi manovre.» Grandi manovre era un termine in codice che si riferiva a missioni in luoghi particolarmente remoti e sensibili, in cui i gruppi scelti rimanevano isolati e da cui non potevano comunicare con il mondo esterno a meno che non fosse per chiedere aiuto al comando. Megan si accorse che si stava grattando un braccio. Era stata anche lei un marine e, come diceva il motto, un 14


marine resta tale per sempre, la qual cosa tuttavia non le era servita a rendere più facili i quattro mesi appena trascorsi. In special modo ora che Dari non si faceva più sentire. Se non altro, prima erano riusciti a parlarsi con una certa regolarità e in qualche occasione anche a vedersi tramite webcam, lasciandosi andare a effusioni a distanza. Ora, però, che non aveva più sue notizie, Megan aveva come l'impressione che il mondo si fosse completamente fermato. Insieme a Jason entrò nella sede degli uffici. Lo spostamento da una struttura all'altra la metteva sempre un po' a disagio. In uniforme da lavoro si sentiva fuori luogo nell'ambiente civile ed elegantemente arredato, sensazione che non provava quando si presentava vestita in modo da impressionare positivamente i clienti durante gli incontri di lavoro. «Immagino che qui le nostre strade si dividano» annunciò Jason rivolgendole un sorriso sornione. «C'è una nuova receptionist con la quale non vedo l'ora di sfoggiare tutto il mio fascino.» Megan rise sollevando gli occhi al cielo. «Se ha un cervello, ti darà il benservito.» «Che cosa ti fa pensare che io sia interessato al suo cervello?» Megan sorrise. «Già» commentò e, scuotendo la testa, aprì la porta del suo ufficio. «Ehi» l'apostrofò Jason. «Perché più tardi non vieni a bere qualcosa a The Barracks.» Ogni giorno le estendeva lo stesso invito e ogni giorno lei rifiutava. «Forse» tergiversò lei. «Perfetto. È pur sempre un passo avanti rispetto a un no secco.» In effetti poteva anche sembrare, nonostante lei fosse convinta del contrario. 15


Il monolocale di Megan nella zona ovest di Colorado Springs le era sempre sembrato piccolo, ma da quando Dari se ne era andato, pareva fosse diventato troppo grande. Erano le otto e mezzo di sera e il sole, benché non fosse ancora tramontato, era sceso dietro le Montagne Rocciose. Megan era sdraiata sul letto a due piazze, vestita unicamente con una vecchia camicia di jeans che Dari aveva lasciato nel suo armadio, intenta a guardare il soffitto. Si chiedeva che cosa stesse facendo lui in quel momento. Lo immaginava in perlustrazione nelle regioni più remote del Waziristan alla ricerca di postazioni nemiche. In effetti nessuno meglio di lui conosceva il terreno accidentato e le grotte di quella zona. Oppure lo vedeva accampato sotto la volta stellata con un occhio rivolto alle colline da dove il nemico sarebbe potuto comparire da un momento all'altro. Chissà se stava pensando a lei. Sospirando si rigirò sul letto affondando il viso nel cuscino. Era patetica. In fondo aveva molti pensieri con cui tenere occupata la mente, quindi perché mai si ostinava a struggersi per un uomo che era già suo? Perché sentiva la sua mancanza. La sentiva con ogni fibra del suo essere. Voltandosi, lanciò un'occhiata al telefono sul comodino. Aveva impostato la suoneria al massimo livello, ciononostante non riuscì a impedirsi di allungare la mano per prenderlo e controllare che non ci fossero chiamate perse o messaggi. Di nuovo sospirò sentendo lo stomaco brontolare. Aveva cenato? Non riusciva a ricordarselo. Il che non era un buon segno. Pensò a che cosa aveva nel frigorifero e sorrise. Anche Dari avrebbe riso, stupito nel constatare che, a differenza del solito, il frigorifero era vuoto. Prima di tornare a casa, 16


Megan si era del tutto dimenticata di fare la spesa. Con uno sforzo si alzò dal letto e si avviò a piedi nudi verso la cucina dove, aprendo il frigorifero, ebbe conferma che conteneva unicamente un cartone mezzo vuoto di latte, qualche fetta di formaggio, un barattolo di yogurt scaduto e una confezione di condimento per insalate. Niente con cui si sarebbe potuta preparare una cena decente. Nel cassetto del tavolo c'era il menu della rosticceria, ma di solito lei e Dari utilizzavano il servizio a domicilio solo quando erano troppo esausti per prepararsi anche un semplice panino dopo una lunga maratona di sesso. Megan sorrise ricordando quel dettaglio e subito dopo le sue labbra si contrassero in una smorfia. «Al diavolo!» Decisa tornò in camera, controllò il cellulare e si vestì. Megan non frequentava il The Barracks da quattro mesi. Non ci aveva più messo piede dopo la festa che gli amici di Dari avevano organizzato per salutarlo prima della partenza. Ma il pensiero di trascorrere un'altra notte da sola, nel suo appartamento, l'aveva spronata a entrare in azione. Il fatto che al bar servissero anche degli hamburger era stato un ulteriore incentivo. Una qualità del locale era che, anche se non lo frequentavi da tempo, quando tornavi, tutti si ricordavano di te e ti accoglievano calorosamente. Megan rispose ai saluti espansivi con altrettanti sorrisi amichevoli. Per essere un giovedì sera c'era una discreta folla. Una mano sollevata in fondo al bancone attirò la sua attenzione e Megan rispose al saluto di Jason. «Alzati, marine» ordinò Jason al ragazzo seduto sullo sgabello accanto al suo quando lei lo raggiunse. Megan sorrise, divertita nel vedere come il giovane ubbidiva al comando. Non si sarebbe stupita di vederlo prodursi 17


in un saluto militare benché Jason non fosse stato congedato con onore. In realtà era stato buttato fuori dal corpo e probabilmente portava il segno indelebile di una pedata sul sedere. «Grazie» annuì rivolta al giovane mentre scivolava sullo sgabello. «E io?» domandò Jason inarcando un sopracciglio prima di portarsi la bottiglia di birra alle labbra per bere un sorso generoso. «Tu che cosa? Vuoi sapere perché non ti ho ringraziato?» Il sorriso di Jason si fece più aperto. «Be', non sei stato tu a rinunciare al tuo sgabello per me.» Gli altri avventori intorno a loro annuirono dandosi gomitate. Una delle donne prese la parola. «Una donna che si aspetta che un uomo le ceda il posto a sedere non ne merita uno.» Megan le rivolse un sorriso. «Una donna così stupida da rifiutare l'offerta di un posto a sedere meriterebbe di sedersi sul pavimento o di essere colpita sulla testa con uno sgabello.» Di nuovo la folla annuì. Con quella battuta Megan rientrò nello spirito della compagnia come se fosse mancata solo per qualche giorno e non per qualche mese. Ordinò una birra alla spina e un cheeseburger. Jason chiese alla cameriera di aggiungere anche una porzione di patatine fritte. Quando la ragazza si fu allontanata, Megan lo fulminò con lo sguardo. «Spero che tu intenda mangiarle.» «Sì, un paio, ma il mio piano è di assicurarmi che tu mangi tutto il resto. Quando tornerà Dari non sarà contento di vedere che sei dimagrita tanto. Quanti chili hai perso, cinque?» In realtà erano sei, ma Megan non replicò, accontentan18


dosi di sorseggiare la birra. «Non ditemi che voi ragazzi perdete tempo a parlare di me...» Quando parlate, avrebbe voluto concludere, ma lasciò la frase in sospeso, estraendo il cellulare dalla borsa per sistemarlo sul bancone del bar davanti a sé. «Stai scherzando? Se fosse per Dari non faremmo altro che parlare di te.» «Sì, come no.» Megan si voltò a guardare Jason divertita, aspettandosi una risposta sagace e fu sorpresa di vederlo bere un altro sorso dalla bottiglia e poi passarsi il dorso della mano sulle labbra, lo sguardo serio e concentrato, come se stesse cercando di capire qualcosa che gli sfuggiva. «Dici sul serio?» chiese sforzandosi di ridere. «Certo.» Megan studiò la sua espressione. Jason scrollò le spalle e spostò lo sguardo davanti a sé. «Sono sicuro che in questo momento impazzisce all'idea di non riuscire a contattarti.» Megan si accorse di avere spostato lo sguardo sul cellulare silenzioso e lo sollevò di scatto. In quel caso erano in due a impazzire. «E dai, so che la maggior parte del tempo lo trascorrete a parlare della Lazarus.» Jason scosse piano la testa. «No.» Nel silenzio che seguì, Megan cercò di immaginare una conversazione tipo tra i due amici. «È sicuro che siamo in grado di gestire l'agenzia senza problemi» osservò Jason. In effetti Dari non era il tipo da preoccuparsi di ciò che esulava dal suo controllo, inoltre probabilmente aveva già troppi problemi là dove si trovava. Non condivideva mai i dettagli delle missioni nonostante lei e Jason sarebbero stati in grado non solo di capire, ma anche di entrare in empatia con lui. 19


«Ehi!» Megan sollevò lo sguardo che era scivolato di nuovo sul cellulare. Il fratello minore di Jason, Jackson, pulì il bancone davanti a loro e le servì il cheeseburger che aveva ordinato. Jason allungò la mano verso le patatine e lei la colpì. «Le hai preparate tu, Jax?» «Certo.» Megan aveva sentito dire che Jackson Savage aveva fatto domanda alla Lazarus per ottenere un posto e che suo fratello aveva rifiutato di assumerlo per ben due volte. «Speravo che noi due potessimo parlare uno di questi giorni» affermò Jax guardandola dritto negli occhi. Jason si irrigidì. «Tu e la signora non avete niente di cui parlare.» Megan rimase impassibile. «Certo, Jackson, chiamami quando vuoi.» Non aveva mai chiacchierato con il giovane Savage al di fuori di situazioni sociali come quella, ma era convinta che non avrebbe trovato difficoltà a ottenere il suo numero di telefono. Jax sorrise. «Gustati il tuo cheeseburger, ci ho aggiunto del bacon solo per te.» «Grazie.» Megan lo guardò allontanarsi, poi aprì il panino e tolse la pancetta affumicata sistemandola sul piattino dalla parte più vicina a Jason e non rimase affatto sorpresa quando lui se ne impossessò facendola sparire tra le fauci. Lei lo guardò e gli domandò: «Posso chiederti che cosa è appena successo?». Jason la fissò con occhi che brillavano pericolosamente nella luce fioca. «Chiedi pure.» «Tanto tu non mi risponderai, giusto? È questo che intendi dire?» Jason le rivolse un sorriso pigro. «Ho sempre saputo che mi piacevi per una ragione ben precisa.» 20


Per un istante lo sguardo di Megan si fuse con il suo e lei fu percorsa da una scossa che riconobbe come pura e intensa attrazione fisica. Senza rendersene conto trattenne il respiro. Jason sembrava sorpreso quanto lei, ma alla fine fu lui a rompere il contatto visivo. Prese altre patatine, lasciandogliene un paio. Il cellulare sul bancone si mise a squillare. Dari! Megan lo afferrò, scivolò giù dallo sgabello e corse verso la porta. «Ciao, tesoro» mormorò con il cuore in gola.

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