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Ancora nel suo letto

Irrefrenabile desiderio


Titoli originali delle edizioni in lingua inglese: She's Got It Bad Unleashed Harlequin Blaze © 2009 Small Cow Productions PTY Ltd. © 2008 Lori Borrill Traduzione di Paola Picasso Traduzione di Anna De Figuereido Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa edizione è pubblicata per accordo con Harlequin Enterprises II B.V. / S.à.r.l Luxembourg. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. Harmony è un marchio registrato di proprietà Harlequin Mondadori S.p.A. All Rights Reserved. © 2010 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione Harmony Temptation giugno 2010 Questo volume è stato impresso nel maggio 2010 presso la Rotolito Lombarda - Milano HARMONY TEMPTATION ISSN 1591 - 6707 Periodico mensile n. 267 del 3/6/2010 Direttore responsabile: Alessandra Bazardi Registrazione Tribunale di Milano n. 128 del 7/3/2001 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - 20090 Segrate (MI) Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


SARAH MAYBERRY

Ancora nel suo letto


Prologo

Melbourne, Australia Ottobre 1997 Il buio era così fitto che Liam Masters non riusciva a vedere a un palmo dal naso. Mentre dal viale di accesso alla casa dei Ford svoltava nel viottolo che conduceva nel cortile posteriore, dove si trovava lo studio in cui alloggiava, le sue scarpe riecheggiarono sul cemento screpolato. Nell'oscurità totale si distingueva appena il riquadro più chiaro della costruzione. Se fosse rimasto al ricevimento, molto probabilmente a quell'ora avrebbe già sfilato la mutandine a Sally Kendrick. A diciassette anni, aveva già abbastanza esperienza per prevedere quando la situazione sarebbe volta a suo favore. E invece, per una ragione che gli sfuggiva, aveva deciso di tornare a casa. Stupido. Mentre tirava fuori dalla tasca la chiave per entrare, vide un'ombra spostarsi dentro l'angolo del casotto e s'impietrì. Poi udì sospirare e percepì un lieve profumo di caprifoglio aleggiare nella notte estiva. Zoe. 5


La sua reazione immediata fu affondare le mani nelle tasche posteriori, il posto più sicuro in cui tenerle quando le stava vicino. «Sei rientrato presto» lo accolse lei. «Che cosa fai qui fuori?» l'apostrofò con più asprezza di quanto volesse. «Ti aspettavo.» Quella risposta tanto diretta lo lasciò senza parole. «Non dovresti stare fuori» replicò. «Che cosa faresti se Tom tornasse a casa?» Tom era il fratello di Zoe ed era molto protettivo nei suoi confronti. Liam non ebbe bisogno di vedere il suo viso per sapere che si era immusonita. Immaginò l'espressione ostinata dei suoi occhi verdi e le sopracciglia nere che si congiungevano in mezzo alla fronte. «Mi sono stancata di aspettare.» Dannazione. Liam rimpianse di aver bevuto tre birre e di non avere la mente lucida come avrebbe dovuto. Stare a così breve distanza dalla sorella minore del suo migliore amico rappresentava una tentazione che era meglio evitare. «Chi te lo ha chiesto?» replicò. Nessuno dei due si riferiva al suo rientro a casa ed entrambi ne erano consapevoli. «È vero?» sparò lei. «Che cosa?» «Quello che ha detto Tom. Che tu esci con Sally Kendrick.» «È meglio che entri prima che i tuoi genitori ci sentano.» «Esci con lei, o no?» insistette Zoe con voce tremante. «No.» Avrebbe dovuto mentire e dirle che lui e Sally erano pazzi l'uno dell'altro e che lui era appena sceso dal suo letto. 6


«È per questo che sei tornato presto? Perché le cose con Sally non vanno bene?» Zoe gli si era avvicinata tanto da permettergli di vedere il pallido ovale del suo viso e di aspirare il profumo al caprifoglio della lozione che usava per fare la doccia. Lei ha quindici anni, amico. Ed è la figlia di due persone che ti hanno accolto in casa loro quando nessuno ti voleva. Doveva indurla a rientrare in casa e a chiudersi nella sua camera da letto le cui pareti erano ricoperte da poster di gruppi heavy-metal e di giocatori di calcio. «Non so proprio perché sono tornato.» Zoe compì un altro passo. Nel buio i suoi occhi brillavano. «Baciami» sussurrò. «Ti prego.» Lui strinse i pugni dentro le tasche dei jeans. «Torna a casa» mormorò con disperazione. Intuendo la sua debolezza, Zoe fece un ultimo passo che annullò la distanza tra loro. Liam sentì il calore del suo corpo, il lieve contatto con la punta dei suoi seni e il tepore del suo alito sul collo. «Non resisto più. Mi siedo davanti a te a tavola, ti vedo a scuola e a casa. Non faccio che pensarti. Baciami, per favore.» Lui aveva cominciato a eccitarsi nell'istante in cui aveva sentito il profumo di caprifoglio, ma quando lei incollò il ventre al suo, temette di scoppiare. «No» sibilò, afferrandole le spalle e respingendola. Ma mentre lo diceva, le infilò le dita tra i capelli e attirò la sua testa verso di sé. Poi la baciò, affondandole la lingua in bocca e beandosi del suo sapore. Per lei era il primo bacio. Lo sapeva perché glielo aveva detto lei stessa due mesi prima e da allora non aveva fatto che sognare di essere il primo a baciarla, di lasciare sulle sue labbra l'impronta delle proprie. 7


Le passò la lingua sul labbro inferiore e poi lo succhiò. Aveva un sapore dolce. Premendole una mano sulla schiena, l'attirò contro di sé e la sentì emettere un piccolo gemito. Oh, Signore. La desiderava tanto che temette di non resistere. Zoe cominciò a sollevargli la T-shirt. «Toglitela. Voglio toccarti.» Incapace di connettere, Liam alzò le braccia in modo che lei potesse sfilargliela dalla testa. Poi avvertì il tocco delle sue mani che lo accarezzavano, lo stuzzicavano, lo scoprivano. Quando le sue dita trovarono i capezzoli, interruppe il bacio e si frugò in tasca per prendere la chiave. Le mani gli tremavano tanto che fu un miracolo se riuscì ad aprire la porta. Poi, ricominciando a baciarla, le fece salire la breve scala e la portò nel locale in cui dormiva. «Aspetta» sussurrò lei e dai lievi suoni che produsse, lui comprese che si stava togliendo la maglietta. Nonostante le insistenze di sua madre, non portava mai il reggiseno e lui era stato costretto per molto tempo a soffocare il desiderio di toccarla, di vedere i colore dei suoi capezzoli, la loro forma. «Voglio guardarti» disse, accendendo la lampada. Abbagliata dalla luce improvvisa, Zoe batté le palpebre e si coprì con le braccia, ma lui gliele abbassò adagio, tenendole stretti i polsi. La vista dei due seni piccoli e rosei e dei capezzoli induriti che sembravano due ciliegine, gli fece trattenere il respiro. «Zoe» mormorò, allungando le braccia. Mentre le accarezzava la schiena, la sentì rabbrividire. La sua pelle era come una seta calda e liscia. Prese i seni nelle mani e le stuzzicò i capezzoli. «Com'è bello» bisbigliò lei, socchiudendo gli occhi. 8


Con addosso solo i jeans, a piedi nudi, le guance soffuse di rossore e i lunghi capelli scuri che le scendevano a cascata sulla schiena, era stupenda. Liam prese a baciarla dappertutto, scendendo dal collo al seno e infine prendendo in bocca un capezzolo. «Oh» sussurrò lei. Il suo corpo ebbe un sussulto, poi gli afferrò la testa e se la premette sul petto. «È così bello, Liam, così bello» sussurrò. Caddero avvinti sul letto e lui gioì nel sentire che lei apriva le gambe per permettergli di premere la sua erezione contro il centro della sua femminilità. Si baciarono, uniti eppure separati da due paia di jeans e benché quella frizione fosse meravigliosa, non poteva bastare. A un certo punto Liam le infilò una mano tra le gambe e sentì un calore intenso salirgli lungo le dita e le braccia. «Sì, Liam» sussurrò lei, sollevando i fianchi. Era un invito appassionato e irresistibile. Lui premette le dita sul suo punto più sensibile e sentendole ruotare il bacino, il desiderio di entrare in lei divenne tormentoso. Toccarla, toccarla dovunque: da questo sembrava dipendere la sua stessa vita. Infilò una mano dentro i jeans. Il ventre di Zoe era teso e fremente. Poi lei aprì le gambe, incoraggiandolo a continuare e quando avvertì la pressione di un dito che scendeva e la frugava, cominciò a gemere sottovoce. Era così bagnata. Calda e scivolosa. Sfregandosi contro il suo fianco, Liam continuò a toccarla. «È... è incredibile» sussurrò Zoe con voce spezzata. Sorridendo del suo stupore, lui fece scivolare il dito tra le pieghe di carne. Zoe rabbrividì, sollevò di scatto i seni e inalò una boccata d'aria. «Non smettere» pregò. «Qualunque cosa tu stia facendo, non smettere.» 9


«No» rispose lui, prendendo in bocca un capezzolo. Poi, seguitando ad accarezzarla, scese più in basso finché sentì la piccola fessura calda e umida. Succhiandole con forza il capezzolo, affondò il dito e avvertì la contrazione dei suoi muscoli interni. «Togliti i jeans. Voglio vederti. Voglio toccarti» ansimò lei, afferrandogli i capelli e sollevandogli la testa per guardarlo negli occhi. «Voglio che tu sia il primo. Voglio fare l'amore con te.» L'idea di starle dentro, di prendere quello che lei gli offriva con tanta passione, lo fece tremare. L'amava. Era così bella con gli occhi velati di desiderio e il volto arrossato. Non poteva esserci un momento più perfetto. «Voglio toccarti» ripeté lei, cominciando a muovere la mano in su e in giù all'altezza del suo membro. «Non m'importa di niente. Ti desidero. Ti ho sempre desiderato.» «E io ho sempre desiderato te» rispose Liam, mentre lei gli sbottonava i jeans e vi infilava dentro la mano. Poi lo trovò e lo circondò con le dita, dapprima esitante, poi più sicura. «Com'è possibile che sia così duro e così morbido allo stesso tempo?» «E tu come puoi essere tanto calda e tanto bagnata?» Ridendo, lei riprese ad accarezzarlo e quando lui cominciò di nuovo a muovere il dito, rovesciò la testa all'indietro. «Ti prego, ti prego...» Perché non le aveva ancora sfilato i jeans e non le era entrato dentro?, si domandò Liam. Avere Zoe nel suo letto, che lo toccava e lo supplicava di prenderla, era la realizzazione di tutti i suoi sogni. Quante volte di notte era rimasto sveglio a masturbarsi, immaginando di averla accanto, di sentire il suo profumo, i suoi gemiti? 10


Troppe. Quasi ogni notte da quando si era trasferito in casa dei Ford dopo la morte di sua madre, un anno prima. Senza più esitare, le abbassò la cintura dei jeans. «Sì! Finalmente!» esultò lei, sfilandoseli dalle gambe. Indossava delle banali mutandine bianche con sopra una scritta, ma fu solo quando lei se le tolse, che riuscì a leggerla. Il bravo bambino è quello che sa amare e donare. Liam s'impietrì e nel silenzio si udì solo il suono del suo respiro aspro. Amare e donare. Zoe era così. Ma era anche intelligente, coraggiosa, tenace. Sapeva disegnare meglio di chiunque avesse conosciuto e non rifiutava mai una sfida. Non portava mai la gonna e non si truccava. Sapeva cambiare il pulsante d'accensione della vecchia Mini di suo padre, calciare il pallone, o lanciare una palla da cricket. Non aveva idea di quanto fosse bella. Di quanti studenti facesse voltare quando arrivava a scuola in jeans, T-shirt, senza reggiseno. Aveva gli occhi verdi, un ovale perfetto e una fossetta nel mento. Entro pochi anni si sarebbe resa conto del suo valore. «Liam» sussurrò lei, muovendo i fianchi con impazienza. «Sbrigati.» Lo voleva, ma avrebbe rimpianto quel momento. Chi era lui in definitiva? I professori sostenevano che aveva la testa dura come un sasso. Era orfano e senza un tetto sotto cui ripararsi. Da solo non avrebbe mai potuto combinare niente. Essere accolto dai Ford era stato il primo colpo di fortuna della sua vita, ma anche se la signora Ford l'aveva spinto a ripetere l'anno per essere promosso e potersi iscrivere all'università, aveva temuto fin dall'inizio che non durasse. Sapeva chi era e che cosa era. Lo aveva capito da piccolo, quando ancora non arrivava alle ginocchia di suo padre. 11


Non sarebbe mai stato degno di Zoe Ford. Non poteva essere il suo primo uomo. «Che cosa c'è?» Zoe si puntellò sui gomiti e lo guardò. «Non posso farlo» le rispose, rimettendole a posto i jeans. «Che cosa significa? Non capisco.» «Significa che non lo faremo, Zoe. Devi rivestirti e andare a casa.» Lei lo fissò a bocca aperta, confusa. «Ho... ho fatto qualcosa di sbagliato?» domandò. «Insegnami quello che devo fare e lo farò.» Liam le chiuse la cerniera dei jeans. «Devi rivestirti» ripeté. Lei lo respinse. «Non capisco che cosa sia successo» insistette con le lacrime agli occhi. Poi si spinse indietro sul letto e si abbracciò le ginocchia. «Per favore, non farmi questo.» «Quello che ti sto facendo è evitarti un errore madornale» rispose lui, rimettendosi i jeans e fermandosi ai piedi del letto. «Devi andare via prima che qualcuno ti veda qui.» Zoe sbatté le ciglia per liberarsi dalle lacrime. «È questo che ti preoccupa? Che qualcuno ci scopra? Perché io non lo direi mai. Ti amo. Lo sai. Non ti metterei mai nei guai.» «Hai quindici anni, Zoe. Tom si fida di me, i tuoi genitori si fidano di me. Mi hanno accolto nella loro famiglia.» «Balle» sbuffò lei. «Non si tratta di mio fratello, o dei miei genitori. Dimmi che cosa c'è di sbagliato. Il fatto che sono vergine? O che i miei seni sono troppo piccoli? Lo so, ma pensavo che non t'importasse. La mamma mi assicura che con il tempo aumenteranno...» Liam imprecò tra i denti e si passò le dita tra i capelli. «Non sei tu. Sono io, va bene? Non puoi desiderare che io sia il primo a far l'amore con te.» «Invece lo desidero. Più di qualsiasi cosa» assicurò lei, guardandolo con fiducia e sincerità. 12


«Tu non sai chi sono.» Liam pensò alle ragazze con cui era andato a letto, alle lotte che aveva sostenuto, agli oggetti che aveva rubato, alle bugie che aveva detto. Ricordò la fuga notturna insieme a sua madre, con tutti i loro miseri averi chiusi in un fagotto e le loro vite distrutte a causa di suo padre. «Se mi conoscessi davvero, non mi vorresti» ripeté. Lei scosse la testa. «Invece ti voglio. Sei il solo che voglio.» Poi scese dal letto e gli si piazzò davanti a seno nudo. «Ti voglio, lo vedi?» insistette, prendendogli le mani e posandosele sui seni. Era così bella, calda, morbida, arresa, che Liam dovette fare uno sforzo sovrumano per respingerla. «Vestiti» ordinò. Lei si strinse le braccia intorno al petto. «Ti amo, Liam» mormorò. «Non farmi questo, ti prego.» «Un giorno mi ringrazierai.» Buttata la T-shirt in fondo al letto, lui si voltò e andò alla finestra per non vederla. Non si sarebbe mai dimenticato i suoi occhi addolorati e confusi. Il rumore della porta che si chiudeva segnalò la sua uscita e lui strizzò gli occhi. Era stato sul punto di prendere qualcosa che non gli apparteneva. Qualcosa di perfetto. Affranto, si sedette sul letto e si prese la testa tra le mani. Rivedeva i seni di Zoe, i capezzoli inumiditi dalla sua saliva, gli occhi verdi incupiti dal desiderio. Udiva il suo respiro fermarsi mentre la toccava tra le gambe. Di colpo capì quello che doveva fare. Tirò fuori lo zaino da sotto il letto e vi buttò dentro tutta la sua roba. La vita gli aveva insegnato a viaggiare leggero. Esitò un momento, poi prese la fotografia che aveva nascosto tra le pagine di una rivista di moto. Era la foto di Tom, Zoe e lui che ridevano e si spruzzavano con delle pistole ad acqua, 13


l'estate precedente. Se la infilò nella tasca posteriore e andò alla porta. La sua moto era nel garage. La spinse fuori con cautela, passando tra le vecchia Mini del signor Ford e la Station Vagon della signora Ford. Arrivato in fondo al vialetto, la sistemò sulla forcella e si dispose ad aspettare il ritorno di Tom, seduto per terra. Quando dopo una lunga attesa, lo vide arrivare, si mise in piedi e l'altro si fermò, sorridendo. «Ehi, amico. Che cosa fai qui fuori?» gli domandò con la voce un po' impastata. «Perché diavolo sei andato via così presto? La festa era appena cominciata. Sally è molto arrabbiata con te, lascia che te lo dica.» Poi notò la moto, lo zaino rigonfio e smise di ridacchiare. «Cos'è successo?» «Parto. È ora che me ne vada.» Tom corrugò la fronte. «Che cosa? Che cosa intendi dire?» «Non voglio approfittare della vostra ospitalità» spiegò Liam con un'alzata di spalle. «Non sognartelo nemmeno. Non puoi andare via in questo modo. La mamma si preoccuperebbe da morire, a mio padre verrebbe un colpo e non so immaginare cosa farebbe Zoe. Sai che bacerebbe la terra su cui cammini.» Liam tirò fuori da una tasca la lettera che aveva scritto. Non diceva molto, solo qualche spiegazione un po' vaga e dei ringraziamenti. Dentro la busta aveva messo tutti i soldi che aveva per saldare i conti in sospeso. Sarebbero dovuti bastare. Tom guardò la lettera, ma non la prese. I suoi occhi verdi, così simili a quelli di Zoe, gli frugarono il viso. Poi si avvicinò alla moto, prese la chiave di accensione e se la mise in tasca. «Ehi!» «Dimmi che cos'è successo e te la renderò» promise. 14


«Non è successo niente.» «Balle.» «Dammi la chiave, Tom. Sappi solo che sto facendo la cosa migliore.» «Sgattaiolando via nel cuore delle notte? Già, molto nobile.» «Dammi la chiave.» Liam gli si avvicinò, ma l'altro retrocesse. «Dimmi cosa è successo.» Imprecando, Liam gli si buttò addosso, ma Tom si spostò di lato. «Tom...» lo avvertì Liam, tornando ad avventarsi su di lui. Tom lo schivò di nuovo. «Dimmelo.» «No.» «Dimmelo.» Compiendo una mossa inattesa, Liam gli afferrò la camicia e lo bloccò. Lottarono in silenzio, strappandosi i vestiti per non farsi del male, poi si fermarono ansimanti e si fissarono. «È per Zoe» buttò fuori Liam quasi senza rendersene conto. «Non posso restare per colpa sua.» Tom si accigliò. «Perché ha preso una cotta per te? So che può essere insistente ma non è cattiva...» Liam lo guardò senza replicare e d'improvviso l'amico capì. «Non è possibile» mormorò, scuotendo la testa. «Non è successo niente.» Tom compì due passi, tornò indietro e scosse di nuovo la testa. «Tu e mia sorella? Dimmi che è uno scherzo.» Liam sapeva quello che l'amico pensava. Lo aveva sentito molte volte parlare di ragazze e sapeva che ne aveva avute parecchie negli ultimi due anni e che non restava mai accanto a 15


una di loro dopo aver ottenuto quello che voleva. «Non è successo niente. L'ho rimandata a casa prima che la situazione mi sfuggisse di mano.» «Gesù! Ma cosa diavolo faceva da sola con te? Da quanto tempo va avanti questa storia?» Liam scosse la testa. «Non è mai cominciata. Zoe mi è sempre piaciuta, ma non l'avevo mai toccata prima.» Tom gettò in aria le braccia, imprecando. «Hai toccato mia sorella?» «Non nel modo che pensi. Non è successo niente.» Il pugno di Tom gli arrivò all'improvviso, violento come una mazzata e Liam si sentì piegare le ginocchia. «Carogna che non sei altro!» urlò Tom. «Dannazione, Zoe ha quindici anni. Quindici!» «È per questo che me ne vado» ribadì Liam. Tom si mise una mano in tasca e gli lanciò la chiave. Lento a spostare la testa, Liam la ricevette sul viso prima che cadesse per terra. Mentre la raccoglieva sentì un rivoletto di sangue colargli sul mento. Offrì di nuovo la lettera a Tom e poi, vedendo che non la prendeva, la infilò nella cassetta postale. «Per quello che può valere, io l'amo» disse, calcandosi il casco sulla testa. Tom gli voltò le spalle e s'incamminò lungo il viale. Liam restò a guardarlo finché scomparve, poi abbassò la forcella e ruotò la chiave dell'accensione. La moto prese vita ruggendo e fremendo. Lui accelerò e partì senza voltarsi indietro. Sapeva di aver preso la decisione giusta.

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Capitolo 1

Dodici anni dopo Arrivato davanti all'ingresso dell'Hartman Art Gallery, Liam, si abbottonò la giacca scura. Una giovane donna di circa trent'anni, alta, elegante, con i capelli color platino raccolti in un morbido nodo, riceveva gli ospiti nell'atrio. «Liam. Sei venuto!» lo accolse con un sorriso felice. «Certo che sono venuto» le rispose. «Bene.» Poi, mentre l'osservava con attenzione, smise di sorridere. «Non ti sei messo la cravatta che ti ho regalato.» «No.» «Liam...» Lui spalancò le braccia per farle ammirare la giacca dal taglio perfetto, la camicia immacolata e i pantaloni di ottima fattura. «Andiamo, non cavillare. Addosso a me non c'è un centimetro di jeans, o di pelle» le sussurrò, cingendole la vita con un braccio e attirandola verso di sé. «Ti avevo detto che potevi tentare di civilizzarmi, non che ci saresti riuscita» concluse, sfiorandole le labbra, per non sbavarle il rossetto. «Caro, la gente può vederci» protestò lei. 17


Liam scoppiò a ridere. Le regole sociali che Jacinta si era imposta, lo facevano sempre ridere. Erano delle norme che valevano solo in pubblico perché in privato ogni veto cadeva. Erano amici da anni e ogni tanto, quando entrambi erano dell'umore adatto, facevano sesso. Sei mesi prima, quando si era fatto costruire una nuova villa lungo la costa di St. Kilda, lei gli aveva proposto di arredarla, sperando nello stesso tempo di riuscire a raffinare anche lui. «Non capisco perché tu ti opponga tanto all'idea di apparire impeccabile. Se sapessi come sei bello in completo elegante, non ci penseresti due volte.» «Io fabbrico moto e passo le giornate coperto di morchia.» «Sei ricco. Se volessi, potresti smettere di sporcarti le mani.» «Pupa, tu hai il tuo mondo; io, il mio. Non ti chiedo di arroventare delle sbarre di ferro e tu non devi chiedermi di portare la cravatta.» Jacinta parve sul punto di replicare, poi scrollò le spalle. «Cocciuto come un mulo. Vieni, ti mostro i pezzi che ho scelto per te» disse, prendendolo per mano e guidandolo all'interno della galleria. Mentre avanzavano tra sculture asimmetriche, tele coloratissime e pezzi di metallo contorti, molte teste si girarono. Cinque anni prima Liam avrebbe pensato che lo guardavano perché non apparteneva al loro ambiente, come testimoniavano i suoi capelli troppo lunghi, l'incedere aggressivo, le mani rovinate e svelte a reagire. E lui avrebbe reagito, fissando ciascuno negli occhi, squadrando le spalle e assumendo un'aria strafottente per far capire quanto poco gli importasse il giudizio di quella gente. Adesso, invece, sapendo di non dover dimostrare niente a nessuno, ignorò gli sguardi. Possedeva una villa spaziosa, una 18


macchina di lusso e un cospicuo conto in banca. Jacinta si arrestò davanti a un piccolo obelisco di pietra bianca e luminosa. «Ho pensato che questo starebbe bene nell'angolo del balcone» dichiarò. Liam osservò l'obelisco senza dire una parola. «Non ti piace?» domandò lei. «No. Sembra un grosso pene. Nessuno vorrebbe un oggetto capace di metterlo in ombra.» Jacinta sospirò. «Non solo non capisci niente di arte, ma hai delle strane opinioni.» «Voglio vedere la vera maestria. Uno qualunque dei miei operai saprebbe farne uno simile prima di colazione.» «Fantastico. Potresti chiedere loro di farne qualcuno per noi.» Jacinta vide la sua espressione indifferente e sospirò. «Seguimi. Abbiamo una collezione più piccola in una saletta laterale. Ho la sensazione che le tele di Paulo Gregorio incontreranno il tuo gusto.» Osservandola camminare davanti a lui con il suo tipico ondeggiare dei fianchi, Liam si chiese se portasse le giarrettiere come l'ultima volta che aveva trascorso la notte a casa sua. Lo spettacolo offerto da una donna con della biancheria intima di pizzo rosso non mancava mai di emozionarlo. «Questo artista è più tradizionale. Nel suo lavoro troverai tutta la maestria che vuoi» lo informò Jacinta, anticipandolo. Otto grandi tele erano appese contro le pareti, ciascuna illuminata da un faretto e raffigurante una donna in diversi momenti d'intimità. Jacinta indicò il primo nel quale appariva una donna adagiata su una sdraio. Un negligé di tessuto trasparente le scivolava da una spalla e le scendeva tra le gambe. «I colori sono belli, la tecnica ottima e io so che questi soggetti ti sono cari.» 19


Percependo l'ironia, Liam sorrise e studiò il dipinto, notando lo sguardo caldo della donna, le sfumature del tessuto e il colore roseo della pelle. «Bel lavoro» commentò. «Bel lavoro? Non è una delle tue moto, Liam.» Lui si chinò per vedere il prezzo sul catalogo che lei teneva in mano. «Hai ragione. Un pezzo prodotto dalla Masters Mechanics vale tre volte questo.» Jacinta alzò gli occhi al soffitto. «Che cosa te ne pare di quest'altro? Pensavo che starebbe d'incanto nel tuo bagno, sopra la vasca di marmo.» Liam spostò l'attenzione sul quadro successivo. La tela era più grande e il soggetto completamente nudo, giaceva in posa supina su una coperta verde bosco. Aveva le braccia spalancate e una gamba ciondolava da un lato. All'apice delle cosce si annidava un'ombra misteriosa. L'artista aveva solo abbozzato ciò che un uomo poteva vedere nella realtà, ma quell'accenno era più che sufficiente. Se avesse appeso quel quadro nel suo bagno, avrebbe dovuto farsi una doccia fredda ogni giorno. «Immagino che il pittore non mi darà il numero telefonico delle modelle, giusto?» domandò, scherzando solo in parte. Jacinta sbuffò con impazienza. «Significa che ti piace?» Liam distolse lo sguardo dai seni gonfi della donna per riportarlo su di lei. Poi, di colpo, smise di respirare. Fece un passo indietro e borbottò una parola che non sarebbe stata ripetibile in alcun salotto. Occhi verdi, fossetta nel mento. Lunghi capelli scuri. Una faccia che gli appariva molto spesso in sogno. Il ricordo più dolce-amaro di tutta la sua intera vita. 20


Zoe. «Dannazione.» Jacinta gli toccò un braccio. «Che cosa c'è?» Liam continuò a scrutare il dipinto, cercando una prova che gli dimostrasse che si sbagliava e studiò quelle gambe aperte, i fianchi, i seni. E il viso di Zoe. Indiscutibilmente il suo viso. Perché Zoe aveva fatto da modella? Perché si era messa in mostra in quel modo? La piccola Zoe sbattuta contro una parete perché qualunque uomo potesse guardarla?, si domandò, afferrando la cornice del quadro. «Liam! Che cosa fai?» gridò Jacinta. «Chi altri ha visto questo ritratto? Da quanto tempo è esposto?» domandò lui. «Rimettilo al suo posto. Santo cielo, che cosa ti prende?» Lui staccò il dipinto dal chiodo e lo voltò contro la parete. Solo a quel punto, si rilassò. «Incartalo. Non voglio che lo veda nessuno.» Jacinta si mise le mani sui fianchi. «Ti dispiace rimetterlo com'era?» Liam tirò fuori dalla tasca il libretto degli assegni. «Quanto costa? Lo porto via con me.» Jacinta lo fissò a lungo. «Dici sul serio, vero?» Poi, vedendo che lui non rispondeva, sospirò. «Quindicimila» disse. Lui compilò l'assegno e lo strappò dal blocchetto. «Voglio parlare con questo Paulo. Questa sera.» «Senti, non so che cosa stia succedendo, ma...» «La conosco» ringhiò lui. «O almeno, la conoscevo. Non so che cosa le abbia offerto il pittore per poterla ritrarre, ma non può rimanere qui.» «Per l'amore del cielo, Liam. Sembri un genitore oltraggiato. Questa è arte, non pornografia.» «Puoi darmi il numero di questo pittore, o no?» 21


«Non mi va che chiami uno dei miei espositori e lo tormenti. Che cosa vuoi sapere? Come contattarla, presumo.» «Per cominciare.» «Dammi cinque minuti.» Jacinta si diresse in fondo alla galleria dove lui sapeva che c'era il suo ufficio. Rimasto solo, Liam chiuse gli occhi e si passò le dita tra i capelli. Si sentiva male come se avesse ricevuto una scarica di pugni allo stomaco. Quel maiale di Paulo doveva averle offerto un mucchio di soldi per convincerla a posare. E lei doveva essere stata tanto disperata da accettare. Dannazione, che cosa diavolo stava facendo Tom? Perché lasciava che sua sorella si mettesse nei guai? Un suono di passi annunciò il ritorno di Jacinta che gli diede un foglietto. «Nessun dettaglio personale. Solo l'indirizzo del posto in cui lavora. A detta di Paulo, è una donna molto riservata.» Liam studiò il numero di telefono e la via. Il Blue Rose, nella zona est della città, a Footscray. Non era un quartiere raffinato. Che genere di lavoro faceva? «Puoi farmi incartare il quadro?» domandò. «Immagino che sia inutile chiederti di lasciarlo qui fino alla chiusura della mostra» azzardò lei. «Infatti.» «Lo immaginavo.» Jacinta sospirò e si diresse alla porta ma prima di varcarla, si voltò. «Ho chiesto a Paulo quanto l'ha pagata perché posasse per lui.» «E?» «Niente. Non ha chiesto alcun compenso.» Liam scosse la testa, rifiutandosi di credere a una cosa simile. «Impossibile.» 22


Jacinta corrugò la fronte, scosse la testa e riprese a camminare. Quaranta minuti dopo Liam si fermò all'indirizzo che gli avevano dato. Sporgendosi verso il finestrino vide che il Blue Rose era un locale in cui si eseguivano dei tatuaggi. Era l'ultima cosa che si aspettava. Fissò a lungo la finestra ovale, poi inserì la retromarcia e tornò a casa. Durante il tragitto, ripensò ai Ford con un misto di rimpianto e riconoscenza e si chiese per l'ennesima volta come sarebbe finito se quella brava gente non l'avesse accolto in casa. Farsi carico di un adolescente problematico rappresentava una complicazione per molte persone, eppure i Ford non avevano esitato. Gli erano stati vicino durante la breve, dolorosa malattia di sua madre e alla sua morte gli avevano proposto di vivere con loro, offrendogli il cottage sul retro del cortile. Poi, prima che lui vi si trasferisse, l'avevano ridipinto e coibentato in modo da non farlo morire di caldo durante l'estate. Lui e Tom erano stati grandi amici. Anzi, Tom era stato il suo primo e unico vero amico. In precedenza, insieme a sua madre si era spostato così spesso da una città all'altra che non si era mai dato la pena di stringere dei rapporti duraturi, o di interessarsi alle cose che appassionavano i ragazzi della sua età: musica, motori, ragazze. Ma Tom aveva reso tutto facile così come la sua famiglia. E Zoe... Ricordava ancora la prima volta che l'aveva vista. Lui e Tom erano appena tornati da scuola e si erano fermati davanti al frigorifero a bere una soda quando lei era entrata. Indossava dei calzoncini corti di jeans e un top. Portava i capelli legati a coda di cavallo e le sue gambe lunghe e snelle la facevano sembrare una piccola giraffa che tentava di muovere i primi passi. Due minuscole protuberanze premevano contro il tessuto della maglietta e gli occhi... Dio, quegli occhi verdi. 23


Le aveva lanciato un'occhiata e la soda che stava bevendo gli era andata di traverso. Zoe era speciale. L'aveva capito subito e ne aveva avuto piena conferma in seguito. Negli ultimi dodici anni si era chiesto dove fosse e come fosse diventata. Adesso aveva ventisette anni. Doveva essersi sposata e magari avere dei figli. Giunto a casa, posò il quadro in sala da pranzo, poi si appoggiò contro il muro e guardò il corpo nudo di Zoe attraverso la plastica che lo avvolgeva. Non aveva mai immaginato che lei potesse fare una cosa del genere. Spasimava dal desiderio di strappare il telo di plastica e riempirsi gli occhi di lei, ma non l'avrebbe fatto, decise, voltando le spalle al suo ritratto. Troppo vivo era il ricordo della fiducia con cui lo aveva guardato un tempo, della totale sincerità con cui gli aveva detto che lo amava. Zoe Ford meritava qualcosa di più di quel ritratto, o di un negozio di tatuaggi. Per prima cosa, il mattino dopo, sarebbe andato a cercarla e avrebbe fatto di tutto per rimettere a posto la sua vita. «Ehi, come andiamo, gente? Oggi è una bellissima giornata» annunciò Zoe, entrando dalla porta posteriore del Blue Rose. «Zoe! Accidenti, cominciavo a preoccuparmi.» Jake Lewis le lanciò uno sguardo angosciato. Lei controllò l'orologio. «Sono in tempo per il mio appuntamento delle dieci e mezzo, Jake» rispose. «Moriresti, se arrivassi venti minuti prima?» «Sai che non ho bisogno di prepararmi in anticipo. È tutto qui, nella mia testa» assicurò lei, toccandosi una tempia. Poi si tolse il giubbotto di jeans, lo buttò su una sedia e si 24


diresse verso il banco di lavoro per predisporre gli oggetti che le servivano. «Ti hanno mai detto che sei una gran furbacchiona, Ford?» «Oh, sì. Ma oggi è la prima volta, perciò il premio va a te.» Zoe gli mostrò il dito medio e come sperava, lui rise. Sul banco stava tutto in ordine: le tazzine per l'inchiostro erano pulite e la fila di aghi nuovi era pronta. «Farai lo spettacolo questa sera?» domandò lui, trascinando il banco da lavoro con i ferri sterilizzati. «Alle nove. Verrai? Metterò il tuo nome sulla porta.» «Non so se la mia pressione me lo permetterà.» «Esagerato» sbuffò lei, alzando gli occhi al soffitto. Mentre Jake andava nella parte anteriore del negozio, lei si tolse la T-shirt a maniche lunghe che portava sopra a una canottiera nera. Quando lavorava aveva sempre caldo e non voleva interrompere quello che stava facendo, per alleggerirsi. Udendo il suono del campanello, guardò l'orologio. Contro ogni sua previsione, il cliente era in perfetto orario. Quando aveva fissato l'appuntamento, quel cliente era stato così nervoso da farle prevedere che non si sarebbe presentato o che, prima di farsi infilare un ago nella pelle, sarebbe scappato, assicurando di tornare più tardi, salvo non farsi più vedere. Delle voci maschili provennero dal negozio e lei preparò il disinfettante per evitare eventuali infezioni. «Certo, vada pure. La troverà sul retro» udì dire a Jake. Dei passi pesanti si avvicinarono e per una ragione misteriosa, un brivido le corse lungo la spina dorsale. Premonizione? «Zoe?» Lei voltava le spalle alla porta ma quando udì quella voce, i capelli le si drizzarono sulla nuca. Girandosi sulla sedia, sapeva già chi avrebbe visto. Liam. Era più alto, più forte e più imponente di come lo ri25


cordava. Mentre lo guardava, le mancò il respiro. Ecco i suoi occhi scuri, la piccola gobba sul naso, i capelli neri che sfioravano il colletto di un giubbotto di pelle, la mascella forte. Ma qualcosa era cambiato. Le sue spalle erano più larghe, i fianchi più snelli e le gambe più muscolose. Il ragazzo di un tempo era diventato un uomo. Un uomo forte, possente. A Melbourne c'erano molti posti in cui si eseguivano i tatuaggi. Come mai lui era venuto proprio nel suo? Possibile che si trattasse di una coincidenza? Un'ondata di rabbia spazzò via lo stupore. Dodici anni di risentimento e di amarezza riaffiorarono di colpo. Il modo in cui lui aveva rifiutato quello che lei gli voleva offrire. Il modo in cui se ne era andato senza dirle una parola. In seguito, straziata dal dolore, non si era più curata di niente, nemmeno di sé. «Masters!» esclamò, incrociando le braccia sul seno, orgogliosa di riuscire a mantenere una calma esemplare. «Questa sì che è una sorpresa. È molto tempo che non ci vediamo.» Liam la scrutò da capo a piedi, prendendo nota dei seni che debordavano dalla canottiera, dei jeans aderenti, delle labbra troppo rosse e degli occhi bistrati. Lei vide apparire sul suo viso un'espressione incredula e delusa. «Santo cielo, Zoe» mormorò. «Che cosa fai qui?» «Che cosa ti sembra stia facendo? Lavoro. Se vuoi farti un tatuaggio, ti avverto che ho un appuntamento. Dovrai tornare più tardi.» Liam guardò il banco pieno di oggetti, il pavimento screpolato e i cartoni su cui lei aveva disegnato vari esempi di tatuaggi, appoggiati in un angolo. «Tom è al corrente di tutto questo?» domandò con asprezza. «Scusa, come hai detto?» Lui si passò le dita tra i capelli, un gesto che aveva sempre fatto. 26


«Questo non è un posto per te» affermò. Zoe si alzò e si mise le mani sui fianchi. «No? Che cosa ne sai tu? Che cosa diavolo sai di me?» Lo sguardo di lui le si posò sul seno, ma si spostò subito sul suo viso. «Ieri sera ho comperato un quadro. Di Paulo Gregorio.» Lei lo fissò a lungo, poi scoppiò a ridere. Liam non l'aveva trovata per caso. L'aveva cercata. «Capisco. Hai comprato il quadro di Paulo e hai deciso di venire a darmi un'occhiata dal vivo. Che cosa succede, Liam? D'improvviso ti sei accorto di aver perso qualcosa anni fa.» «Volevo scoprire che cosa è andato storto.» «Storto?» ripeté lei, socchiudendo gli occhi. «Per costringerti a fare quello che fai.» Che arroganza! Zoe scosse la testa, incredula. «Caspita! Sei diventato un moralista. Ma evita di preoccuparti per me. Io sto bene. Anzi, benissimo e faccio esattamente quello che desidero fare.» «Non ci credo.» Zoe rise di nuovo, una risata priva di allegria. «Non m'importa un accidente se ci credi o no. Chi pensi di essere per presentarti qui e dirmi che ciò che faccio è sbagliato?» «Ero in ansia per te.» «Sei in ritardo di dodici anni, bello mio» replicò lei, sprezzante. «Adesso che ne dici di infilare quella porta e sparire?» Liam non rispose. «Vattene! Non voglio più vederti, né parlarti.» Accorgendosi che le lacrime le stavano salendo agli occhi, Zoe le trattenne con uno sforzo di volontà. «Vado. Ma non finisce qui.» Digrignando i denti, lei gli disse quello che pensava di lui e dove doveva andare. 27


Dopo averle lanciato un ultimo sguardo, lui girò sui tacchi e uscì. Le gambe le tremavano così forte che per restare in piedi, Zoe dovette aggrapparsi al banco. Appena ritrovò l'equilibrio, si precipitò nel bagno e vomitò la colazione. Dio, quanto l'odiava! E quanto odiava se stessa per i sentimenti che nutriva per lui dopo tutti quegli anni, pensò, chinando la testa dentro il lavandino e sciacquandosi la bocca. Quando si guardò allo specchio vide un viso stravolto, l'espressione spaventata. Per la prima volta da molto tempo aveva avvertito una fitta di dolore come nel lungo periodo seguito all'operazione. «Sei lì Zoe?» gridò Jake, bussando alla porta. «È arrivato il cliente delle dieci e mezzo.» «Sarò da lui tra un minuto» rispose. Poi si risciacquò di nuovo la bocca e si premette le mani umide sulle guance. Accidenti a Liam Masters. Non le importava niente di lui e di quello che pensava. Uscendo dal bagno, si stampò sulle labbra il suo sorriso più luminoso per ricevere lo spaventato ragazzino fermo sulla soglia della stanza. «Rodney. Mi fa piacere vederti. Adesso ti trasformeremo in un oggetto artistico deambulante.» Liam pensò a Zoe tutto il giorno, all'espressione del suo viso quando l'aveva visto e riconosciuto, al suo atteggiamento difensivo e ostile. Pensò alla lunghezza delle sue gambe, alla pienezza dei suoi seni, a ogni curva del suo corpo messa in evidenza dagli abiti che le s'incollavano alla pelle. Pensò al tatuaggio sul suo collo, una rosa fiorita dai petali grigi e neri. Zoe. La sua Zoe cresciuta, ma completamente diversa da come l'aveva immaginata. Di certo non sposata e madre di alcuni bambini. 28


Non riusciva a collegare la donna che aveva visto con la ragazzina di dodici anni prima. Gli sembrava impossibile che una persona generosa, aperta, schietta e innocente fosse diventata una donna così dura. Tuttavia non era il momento di distrarsi. La sua officina lavorava a pieno ritmo e come sempre c'erano vari problemi da risolvere: ritardi nella consegna del materiale, macchinari inceppati, ordinazioni urgenti e via dicendo. Aveva valutato le varie soluzioni insieme al suo capo progettista, Vinnie. Era lui che litigava con i fornitori, che sorvegliava gli addetti alla catena di montaggio per assicurarsi che mantenessero il ritmo dovuto. Alle sette meno un quarto, s'infilò il giubbotto di pelle e si diresse verso la porta. «Dove vai?» domandò Vinnie, stupito. Era raro che Liam lasciasse la fabbrica prima degli altri. «Devo fare una cosa.» «Dobbiamo parlare di quella gara di moto. Vuoi partecipare?» Liam scrollò le spalle. «So che sarà una spina nel fianco, ma dobbiamo pensare alle pubbliche relazioni.» Vinnie parve disgustato. «Perché non continuiamo a fabbricare delle ottime moto come abbiamo sempre fatto? È così che siamo arrivati dove siamo.» «Non hai ascoltato gli uomini del marketing? Dobbiamo proporre un nuovo modello, amico mio» replicò Liam fermandosi sulla porta. «Domattina deciderò come presentarci. Fai in modo di riservare uno spazio nell'agenda di produzione in modo da fare un ingresso spettacolare.» Mentre attraversava il parcheggio, preparò le chiavi della macchina. Negli ultimi tre anni la Masters Mechanics aveva assunto delle proporzioni davvero gigantesche. I turni di lavoro erano continui. Aveva alle sue dipendenze più di trenta gruppi 29


di lavoratori, incluso esperti nel settore del marketing. I giorni in cui si chiudeva dentro l'officina e dava la forma a un pezzo di metallo finché non era soddisfatto, erano finiti. Adesso aveva molte responsabilità, molti impegni e, pur non dimenticando le sue origini, molte ambizioni. Non di dominare il mondo, ma voleva che le moto della Masters Mechanics invadessero il mercato dell'Australia e quello della Nuova Zelanda. Il motore a otto cilindri della Mustang ruggì appena girò la chiavetta. Per risparmiare tempo, passò attraverso il centro e si fermò davanti al Blue Rose che erano le otto meno un quarto. Le luci erano accese e lui vide Zoe che parlava con due clienti. Bene. Non era andata a casa. Quando l'aveva buttato fuori, aveva annotato l'orario del suo laboratorio e aveva visto che chiudeva verso le otto. Se non l'avesse trovata, sarebbe dovuto tornare un'altra volta. Mentre la guardava, la vide appoggiare il fianco contro il banco e scuotere la testa per liberarsi il viso dai capelli. Avrebbe aspettato l'uscita dei clienti, poi sarebbe entrato e le avrebbe parlato, cercando di non farla innervosire. Aveva sbagliato a domandarle che cosa fosse andato storto. Zoe era sempre stata orgogliosa. Non si meravigliava che si fosse arrabbiata. Doveva solo farle capire che se aveva bisogno di qualcosa, poteva ricorrere a lui. Era il minimo che potesse fare per ripagare il bene che aveva ricevuto da lei e dalla sua famiglia. Un sorriso ironico gli aleggiò sulle labbra. Già. Si stava comportando come un Buon Samaritano. Peccato che anche in quel momento, mentre lei mostrava degli schizzi ai suoi clienti, lui continuasse a pensare al ritratto, alle ombre tra le sue gambe, al tessuto velato che le scivolava tra le cosce. Notando che i due uomini allungavano lo sguardo sulla canottiera di lei, Liam digrignò i denti e strinse il volante. 30


Erano quasi le otto quando i due guardoni uscirono dal negozio, ridendo e dandosi delle manate sulle spalle. Uno dei due si voltò a guardare Zoe, e Liam comprese che stavano parlando di lei e di quello che le avrebbero fatto se avessero avuto la fortuna di trovarsela davanti nuda. Senza pensarci un secondo, spalancò lo sportello dell'auto e saltò fuori, stringendo i pugni. Avvicinandosi ai due, notò che erano due ragazzini quasi imberbi. Bloccandosi, allargò le dita e li guardò andare via sempre ridendo. Era stato sul punto di perdere la testa. Che cosa diavolo gli stava succedendo? Erano anni che non faceva a botte con qualcuno travolto da un collera violenta. Gli era capitato di vibrare un pugno, ma mai impulsivamente. I principi a cui si era sempre attenuto erano due: mai perdere il controllo e mai sposarsi. Riportando l'attenzione sul laboratorio, si diresse verso la porta, ma quando tentò di aprirla, scoprì che Zoe l'aveva chiusa a chiave e che mentre lui perdeva tempo dietro ai due ragazzi, anche le luci erano state spente. Bene. Sarebbe tornato l'indomani. Ritornò alla macchina e stava per partire, quando una Subaru WRX con Zoe al volante lo superò. Liam le si mise dietro senza nemmeno pensarci. Sapeva che il suo nome non risultava sull'elenco telefonico. Se l'avesse seguita fino a casa, avrebbe saputo dove abitava.

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T267 ANCORA NEL SUO LETTO