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Eden Bradley

Gli Amanti


Titolo originale dell'edizione in lingua inglese: The Lovers Spice Books © 2010 Eden Bradley Traduzione di Alessandra De Angelis Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa edizione è pubblicata per accordo con Harlequin Enterprises II B.V. / S.à.r.l Luxembourg. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. Harmony è un marchio registrato di proprietà Harlequin Mondadori S.p.A. All Rights Reserved. © 2011 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione Harmony Passion marzo 2011 HARMONY PASSION ISSN 1970 - 9951 Periodico mensile n. 40 del 17/03/2011 Direttore responsabile: Alessandra Bazardi Registrazione Tribunale di Milano n. 71 del 6/02/2007 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - 20090 Segrate (MI) Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


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È buio. Sento delle mani sul mio corpo. Sono nuda. Nell'aria aleggiano un profumo di incenso e l'odore del sesso. Sento le carezze di dita e di lingue sul mio ventre e sul seno. Protendo il busto per offrire i miei capezzoli turgidi alle bocche fameliche, calde... Oh, sì! Mi succhiano, sento del calore tra le mie gambe, un fremito, la tensione che si accumula. Dei capelli di seta vibrano come ali sensuali sulle mie cosce aperte. Sì, baciami lì, leccami... Delle dita delicate allargano le pieghe del mio sesso, poi si insinuano dentro di me. Il piacere mi scorre nelle vene; è come un ronzio sordo alle orecchie, come una scossa elettrica che mi fa rabbrividire. Sto per venire. Apro gli occhi. Ora l'ambiente è in penombra; c'è un chiarore argenteo, lunare, che illumina la scena. Finalmente li vedo: corpi maschili e femminili che si contorcono tutt'intorno a me. Carne nuda che si strofina contro di me. Sono belli, sono vogliosi, ansiosi di darmi piacere. E c'è una bocca incollata al mio seno, mi succhia senza darmi tregua. Delle dita mi penetrano, spingo i fianchi in su per assecondare il ritmo dei loro affondi. Sono tutta un calore. E poi quella bocca tra le mie cosce... Oh, sì! Mi 5


stimola il clitoride, la lingua calda e umida mi lecca. Sì, vengo! Ho un sussulto violento, mi tendo. Mi sveglio. Frastornata, batto più volte le palpebre. Sono sul treno. Ancora fremente per l'orgasmo che avevo quasi raggiunto, faccio un respiro profondo, poi un altro. Spero di non aver sospirato mentre dormivo. Spero che nessuno abbia udito i miei gemiti di piacere. Avverto un calore pulsante all'inguine e serro forte le cosce. Non serve a niente. Calmati. Prendo la bottiglietta d'acqua dalla borsa e bevo una lunga sorsata mentre guardo fuori del finestrino. Il treno si sta fermando in una vecchia stazioncina della campagna californiana. Goleta. Perché ho deciso di venire proprio qui? Di colpo desidero essere altrove. Alcuni passeggeri si alzano in piedi e raccolgono le loro cose, ma io non riesco a impormi di fare altrettanto. Stupida, mi dico. Non avresti dovuto accettare. Però questo viaggio era importante, lo so. Ha lo scopo preciso di costringermi ad allontanarmi dal mio eremitaggio. Nella mia esistenza solitaria sto bene, ma sento che se non esco dal guscio prima o poi impazzirò. Quando ho accettato di venire qui, sulla costa della zona di Santa Barbara, mi sembrava che fosse un'occasione perfetta per emergere dal mio isolamento almeno per una volta, imparare a interagire con altri esseri umani come da mesi mi incoraggia a fare la mia psicologa, Terry. Trascorrere un breve periodo con altri scrittori è un'opportunità ideale. A questo ritiro, un appuntamento annuale, parteciperà un gruppo ristretto di colleghi. Li conosco, almeno virtualmente, perché chattiamo online da qualche tempo. Sono al sicuro; la vacanza è esente da sorprese. 6


Forse... Eppure, nonostante tutti i tentativi per rassicurarmi, ho le pulsazioni accelerate, sono tesa, agitata. Mi scosto nervosamente i capelli dal viso e dal collo. Ho una bella chioma bionda, folta e morbida, ma sono spesso tentata di optare per un taglio drastico, pur sapendo che non lo farò mai. Avrei dovuto restarmene a casa, mi dico. Lì è tutto più semplice. Scrivo libri, li promuovo online, al riparo dietro lo schermo del mio computer, senza la necessità di avere contatti con altri esponenti del genere umano o, Dio ce ne scampi, folle di lettori. Non sono costretta a interagire con nessuno tranne la cassiera dello Starbucks sotto casa mia, a Seattle, e i pochi amici che conosco da sempre. Mi hanno detto tutti che questo viaggio era un'ottima idea, ma io non ne sono poi così sicura. È ora di cambiare aria, Bettina, mi hanno detto. È proprio per questo che sono venuta. Fallo, svegliati, non essere pigra e vigliacca. Presa la borsa di tela profilata in pelle in cui tengo il mio portatile, alcuni libri e il portafogli, vi infilo il maglione e percorro lo stretto corridoio tra i sedili, trascinandomi dietro la valigia. Nel vagone c'è aria calda, nonostante il condizionatore. Mentre cammino, sbircio dai finestrini incrostati di polvere e sporco, cercando di individuare Viviane. Quando scendo dal treno, mi fermo e respiro a fondo. Ho la schiena indolenzita e le gambe rigide per il viaggio che è durato più di trenta ore. L'aria è fresca e sa di mare. Mi piace. La stazione è circondata dagli eucalipti. Faccio un altro bel respiro, per riempirmi i polmoni della loro fragranza fresca e intensa. Sposto lo sguardo e vedo in lontananza il profilo delle colline, nitido contro il cielo di un azzurro abbacinante. L'erba è punteggiata di fiorellini gialli e lil7


la. Mi sento proiettata in questo immenso spazio aperto, parte integrante dell'ambiente circostante. Probabilmente è proprio per questo che sono venuta, per tuffarmi nella natura e stabilire un contatto con il mondo, con le altre persone che lo abitano. Comincio a pensare di aver fatto bene ad accettare l'invito. Sorrido soddisfatta. «Bettina, sei tu?» Viviane Shaw mi chiama agitando un braccio dall'altro lato del binario. È impossibile non notarla, con la sua voce forte e calda, la sua altezza e soprattutto i capelli tinti di nero e viola. È l'amica con cui sono più in confidenza all'interno della chat di scrittori in cui ci siamo conosciute e i cui membri parteciperanno a questo ritiro. Nei primi anni Ottanta, Viviane cantava in un noto gruppo punk e ancora adesso che ha quarantasei anni conserva il look di quei tempi, con jeans neri aderenti, magliette con teschi e spille da balia, le orecchie piene di cerchietti d'argento e bracciali di pelle nera borchiata. Però, addosso a lei, questo abbigliamento dark sta bene. Ha un sorriso luminoso, cordiale. Quando la raggiungo, mi stringe in un caldo abbraccio spontaneo, avvolgendomi con il suo profumo di lillà. «Mi dispiace che tu abbia aspettato tanto. Il treno aveva un ritardo mostruoso» le dico facendo un passo indietro per sciogliermi dal suo abbraccio un po' soffocante, anche se mi è piaciuto perché mi ha trasmesso affetto sincero. «Non preoccuparti, piccola, non è colpa tua. Comunque mi è servito per fermarmi un po' in paese a fare qualche compera.» Anche Viviane fa un passo indietro per scrutarmi. «Sei ancora più carina che in foto, Tina. Se ci penso, mi sembra incredibile che abbiamo chattato per due anni ed è la prima volta che ci vediamo di persona. Ho l'impressione di conoscerti bene, eppure non ti avevo 8


mai incontrato! Che strano, no? Nonostante siano ormai diversi anni che organizzo questi ritiri per il gruppo di scrittori, non riesco ancora ad abituarmi. A te non fa questo effetto?» «Non lo so, è la prima volta che vedo di persona qualcuno del nostro gruppo, o comunque qualcuno che conosco solo online.» «Be', era ora che ci incontrassimo, no?» Viviane mi sorride e io mi sento un po' meno insicura. È bella, con zigomi alti e grandi occhi castano chiaro leggermente all'insù. Ha un'aria esotica e interessante, mi sembra molto più vivace, energica e giovane di me, nonostante io abbia diciotto anni meno di lei. «Devi essere stanca» mi dice, premurosa. «Hai fame? Se vuoi, possiamo fermarci a mangiare un boccone prima di andare a casa.» «No, grazie, sto bene così. Ho mangiato in treno.» «Com'è stato il viaggio?» «Lungo» rispondo d'istinto. «Però bello» aggiungo in fretta. «Il paesaggio era molto interessante di giorno, e poi il movimento del treno mi cullava. Era ipnotico, rilassante. Nel complesso è stata un'avventura passare trenta ore in treno.» Rido. Viviane annuisce e mi sorride con aria complice. «Secondo me, avevi bisogno di qualche piccola avventura.» «Hai ragione. Chissà, forse ne avrò qualcuna qui!» Replico rincuorata da quel semplice scambio di battute che mi rende Viviane più familiare. «Allora, vogliamo andare? Le tue avventure ti aspettano!» Viviane mi guida al parcheggio. Lo attraversiamo e ci dirigiamo verso un grande SUV grigio metallizzato tutto impolverato. Dal lunotto posteriore, si vede un bulldog che mi osserva incuriosito, con il muso premuto contro il vetro. 9


«Ho portato con me anche Sid, il mio cane. Spero che non ti dia fastidio» mi dice Viviane gentilmente. «No, mi piacciono i cani. Ho sempre desiderato prenderne uno, ma un appartamento in centro non è l'ambiente ideale per tenerlo.» Sid ha una grossa testa tozza e i denti sporgenti, come se sorridesse sempre. Ha un'aria allegra e simpatica. Quando Viviane solleva il portellone posteriore, Sid ringhia. Ora sono preoccupata. «Morde?» «No, no, è affettuosissimo con tutti. Non farebbe male a una mosca, nonostante il nome.» «Sid?» ripeto, perplessa. «Sid Vicious!» esclama Viviane strizzando l'occhio. Ah, ora capisco. Lo ha chiamato così in onore del cantante dei Sex Pistols, un famosissimo gruppo punk inglese. Ovvio. Annuisco mentre Sid cerca di uscire e Viviane lo blocca. «No, stai buono lì, ora andiamo via. Non c'è tempo per fare una passeggiatina.» Viviane trattiene Sid afferrandogli il collare borchiato mentre io metto la valigia nel portabagagli e accarezzo la testa del cane che mi ringrazia scodinzolando festoso. Chiudo il portellone e salgo a bordo dell'auto di Viviane. Lei mette in moto e accende lo stereo. Dalle casse si diffonde nell'abitacolo un brano heavy metal che le mie orecchie trovano particolarmente cacofonico. Forse ho avuto un sussulto senza rendermene conto, perché Viviane abbassa il volume mentre si immette in strada. «Non ci vorrà molto per arrivare a casa mia. È a un quarto d'ora di macchina da qui» mi informa. «Mi fa veramente piacere averti con noi, Tina.» «Grazie a te per avermi invitato» rispondo compita. «Non c'è bisogno di essere formali, piccola, sono sem10


pre io, la stessa con cui chatti online» puntualizza Viviane, mettendomi una mano sul ginocchio e dandomi dei buffetti rassicuranti. «Non essere preoccupata. Il nostro è un gruppo ben poco convenzionale e tra noi c'è molta confidenza. Ben presto ti sentirai come se fossi in famiglia, vedrai. E poi chattiamo con te da tanto tempo, ormai ci conosci. Non siamo molto diversi di persona... Però tu mi sembri ancora più timida che online» osserva Viviane. «Purtroppo sì, sono molto insicura nei rapporti interpersonali. È sempre stato così, è un mio difetto e mi ha creato problemi nella vita sociale» ammetto. Però mi sento a mio agio con Viviane, è facile confidarsi con lei. «Sì, me lo hai detto quando abbiamo parlato al telefono» annuisce lei. «Sono convinta che stare con noi questa estate ti farà bene.» «Lo spero proprio. Da qualche tempo mi sento in un vicolo cieco, bloccata, e non solo con la scrittura.» Mentre mi confesso, guardo fuori del finestrino. File irregolari di graziose casette di diversi stili e grandezze passano davanti ai miei occhi, intervallate da prati, eucalipti e qualche grossa quercia qua e là. Ai piedi delle colline, nei pascoli, ogni tanto vedo delle mucche placide che alzano il muso al nostro passaggio, per guardarci mentre percorriamo la strada. Forse finora ho fatto come loro: ho osservato il mondo che mi passava davanti. «Sinceramente non so come tu riesca a scrivere i tuoi romanzi femminili psicologici» commenta Viviane. «Riesci sempre a trasmettere i tormenti interiori delle protagoniste. Io non sono mai stata brava ad aggiungere spessore drammatico alle mie storie, specialmente se non si arriva al lieto fine.» «Per me, invece, sarebbe impossibile scrivere storie d'amore come fai tu, anche quelle con risvolti d'amore o thriller. Non credo nell'amore, di conseguenza non riusci11


rei mai a inventare storie plausibili» replico. L'espressione di Viviane si addolcisce. Si vede anche di profilo, contro lo sfondo del paesaggio che fila veloce fuori del finestrino, dietro la sua testa, in due strisce indistinte, quella azzurra del cielo e quella verde della campagna. «Oh, io credo nell'amore, invece. Vi ho sempre creduto e vi crederò sempre» dichiara in tono appassionato. «Ti manca ancora, vero?» commento sottovoce. Un attimo dopo mi pento di aver aperto bocca. «Malcolm, dici? Sì, mi manca. Sono passati tredici anni da quando è venuto a mancare, ma, quando si ama veramente qualcuno, il suo ricordo resta sempre nel cuore.» «Sì, penso di sì» annuisco, vaga. Viviane si volta verso di me per un istante e mi lancia un'occhiata perplessa. «Davvero non sei mai stata innamorata, Bettina?» «No, mai. Ho avuto qualche ragazzo, ma nessuno mi ha mai ispirato una vera passione. Sono state tutte storie tranquille, niente di più e niente di meno.» «Be', quando succede, sei costretto a crederci. Non puoi farne a meno, perché l'amore è una forza potente, dirompente.» Le sorrido. «Lo dici in tutti i tuoi romanzi.» Viviane mi lancia una rapida occhiata stupita. «Hai letto tutti i miei libri?» «Ho cercato di leggerne almeno un paio di ogni scrittore del nostro gruppo. Ho apprezzato i gialli storici di Patrice, mi sono piaciute abbastanza le storie di guerra di Kenneth, e adoro i fantasy di Audrey. Ho letto persino un fumetto horror di Leo! Ma ti confesso che la tua produzione letteraria è l'unica che ho letto per intero.» «E i gialli di Jack?» «Ah, sì! Ne ho letto qualcuno. Secondo me, è uno scrittore di grande talento, ma i suoi romanzi sono troppo 12


inquietanti per i miei gusti. Tutti noi scriviamo libri con un taglio cupo, dopotutto il gusto del mistero e del lato oscuro dell'animo umano è il nostro comune denominatore, no? Però temo di essere troppo facilmente impressionabile per i gialli di Jack.» «Ti capisco, anche per me sono un po' forti. I suoi personaggi sono così psicologicamente contorti e le storie sono così lugubri che mi turbano sempre. Quando leggo un suo libro, ho gli incubi, più che leggendo i fumetti horror di Leo! Ah, siamo arrivati. Questa è la mia via.» Quella che lei chiama via in realtà è una lunga strada sterrata bordata da eucalipti. I campi verdi lasciano il posto a un terreno più roccioso man mano che ci avviciniamo alla costa e abbasso il finestrino per respirare a fondo l'aria salmastra. «Che bello! Questo paesaggio trasmette un gran senso di pace» commento sospirando. «Vero? Mi sono innamorata di questo posto appena l'ho visto. Non credo che potrei scrivere altrove. Sono sicura che ti piacerà stare qui.» «Sì, lo credo anch'io.» Percorriamo la strada dissestata tra buche e scossoni. Mi sento un po' sballottata nell'auto, ma finalmente Viviane parcheggia davanti a una bella villa in stile spagnolo, con il tetto di tegole rosse e grandi finestre ad arco al primo piano. I muri bianchi sono coperti da rampicanti fioriti e la casa è ombreggiata da eucalipti e cipressi. Scendiamo dal SUV e Viviane apre il portellone per liberare Sid che balza a terra con un'agilità insospettabile in un cane così massiccio. Sento in lontananza il rombo delle onde impetuose dell'oceano. L'aria qui è più pura e pungente che alla stazione. «Vieni a conoscere gli altri, o meglio quelli che sono già arrivati» mi esorta Viviane gesticolando. «Prenderemo i bagagli più tardi.» 13


Mi guida verso il retro della casa. Facciamo il giro della villa ed entriamo direttamente in cucina, un ambiente spazioso con il pavimento in cotto, le travi al soffitto e i piani rivestiti di mattonelle di ceramica blu. Un grosso caminetto troneggia a un'estremità della stanza; davanti è sistemato un tavolino basso di legno scuro circondato a tre lati da comode sedie in stile moderno con la seduta e lo schienale di pelle marrone intrecciata. L'arredamento è elegante e accogliente al tempo stesso. Al centro della cucina c'è un'isola con il piano cottura; una donna snella e minuta, sulla cinquantina e con i capelli castani corti, sta tagliando delle verdure su un grande tagliere di legno. «Bettina, ti presento Patrice Michaels, la nostra scrittrice di gialli storici» dice Viviane in tono solenne. Patrice alza lo sguardo e mi rivolge un sorriso sghembo, quasi stentato, stirando le labbra sottili. Ha il viso affilato, occhi scuri intensi e penetranti; vederla di persona mi intimidisce ancora di più di quando chatto con lei. Patrice è nota nel gruppo per essere schietta e diretta in maniera quasi brutale. Quando deve esprimere la sua opinione non va tanto per il sottile, ma è una scrittrice di grande talento ed è del mestiere da molto più tempo di tutti noi. È generosa quando qualcuno le chiede consigli riguardo alle fonti o per destreggiarsi nel mondo editoriale. Nonostante metta sempre a nostra disposizioni le sue immense conoscenze, non mi sento a mio agio davanti a lei, che mi sta squadrando con il suo sguardo penetrante, privo di indulgenza. «Ciao, Bettina. È andato bene il viaggio?» «Sì, grazie.» «La cena sarà pronta tra un'ora.» «Patrice è una cuoca eccezionale» mi spiega Viviane. A quel commento, sul volto arcigno di Patrice sboccia un vero sorriso. 14


Viviane riesce a far sorridere tutti. Sono contenta che ci sia lei al mio fianco per aiutarmi a inserirmi nel gruppo. Non credo che ce la farei se dovessi affrontare gli altri da sola. Viviane, tra tutti, è quella con cui sono più in confidenza, e mi fido di lei. Se non fossi stata sicura di poter contare sul suo appoggio, non avrei mai intrapreso questo viaggio. «Bettina!» Mi giro sentendomi chiamare e vedo sulla soglia un uomo robusto con una criniera di capelli bianchi e acquosi occhi azzurri. Mi viene incontro sorridendomi. Lo riconosco subito. È Kenneth Bergen. «Kenneth, che piacere conoscerti di persona!» esclamo. Lui mi si avvicina e mi prende la mano fra le sue. «Come sei carina! Non è graziosissima, Audrey?» Gira leggermente il viso mentre fa questo commento, rivolgersi ad Audrey che è alle sue spalle, completamente coperta dalla sua mole. So che Audrey LeClaire è sulla trentina, ma a vederla così sembra una ragazzina o un elfo. Piccola, sottile e abbronzata, ha lunghi capelli scuri e occhioni di un grigiazzurro fumoso, bordati da lunghe ciglia nerissime che sembrano finte. La parte più notevole e prominente del suo fisico agile e snello è il seno procace, a malapena coperto dalla parte superiore del bikini e quasi sproporzionato rispetto al resto del corpo. «Sì, è molto bella» conferma Audrey sorridendo. «Dai, vieni a salutarmi, Bettina. Non preoccuparti, non mordo.» Ha un sorriso contagioso e una simpatica fossetta in una guancia. Mi abbraccia e mi avvolge con il suo profumo di agrumi, molto sensuale. Audrey odora di sesso, penso improvvisamente. Mi sento invadere da un calore inusitato. Ma che diavolo mi prende? Devo essere ancora sotto 15


l'effetto dello strano sogno fatto in treno. Mi ritraggo in fretta, ma lei continua a sorridermi. «Sì, sei davvero uno schianto, Bettina» annuisce. Mi dà un leggero pizzicotto scherzoso su una guancia, e io arrossisco mentre Audrey fa un passo indietro e prende sottobraccio Kenneth. «Tieni a freno l'istinto, Kenneth. Comportati bene, non fare il birbantello» lo redarguisce scherzosamente. «Cosa direbbe tua moglie se sapesse che sei circondato da così tante belle donne?» Kenneth avvampa imbarazzato, ma sembra compiaciuto. «Mia moglie sa che amo solo lei» replica. «Ma sono un artista, dopotutto, e come tale ho un occhio per il bello e non posso non apprezzare il vostro splendore» aggiunge, galante. «Sei uno spudorato dongiovanni!» lo punzecchia Viviane. «Vieni, Bettina, ti faccio vedere dove dormirai. Ti ho sistemato in uno dei bungalow.» Sono ancora turbata dalla mia reazione istintiva all'abbraccio di Audrey e seguo Viviane come un automa. Attraversiamo la villa, che è molto luminosa e ariosa. Il pianterreno è un unico grande ambiente aperto; il soggiorno e la sala da pranzo sono divisi solo da un arco. L'arredamento, di classe ma vivibile e comodo, trasmette una sensazione di calore; i mobili antichi sono resi meno severi dai grandi divani morbidi e moderni, stracolmi di cuscini etnici. Le grandi vetrate incorniciate da due alti cipressi danno sulle dune di sabbia che portano alla spiaggia. Il pesante portone a due battenti è aperto. La villa è accogliente in ogni dettaglio, e mi ripeto di nuovo che starò bene qui, che ho fatto bene a venire. Usciamo dal portone e attraversiamo un porticato pavimentato in cotto, con le colonne coperte da buganvillee dai delicati fiori color corallo. La veranda è bordata da e16


normi vasi di terracotta con rosmarino e lavanda, che aggiungono una nota balsamica all'aria salmastra. Sotto il portico c'è un lungo tavolo di legno con sedie in ferro battuto e contro una parete c'è un angolo cottura da esterni. Sid è accovacciato in una cuccia imbottita, ma si alza per venirci incontro a salutarci. Viviane si china a grattargli la testa. Io lo accarezzo e mi fermo a guardare il mare, con le possenti onde blu e verdi che si infrangono a riva. «È un posto incredibile, Viviane» commento senza fiato. «Eh, già! È la casa dei miei sogni. Sono venuta a rifugiarmi qui in cerca di quiete e solitudine dopo la morte di Malcolm e ci sono rimasta. È un ambiente che trovo rasserenante anche adesso.» «Come si può voler andare via da un luogo così? È stupendo!» esclamo. «Mi fa piacere che lo apprezzi. Speravo proprio che ti sentissi a tuo agio qui. Tutto bene finora?» «Sì, grazie.» «Anche dopo aver conosciuto Patrice?» Rido. «Sì, anche se devo ammettere che mi intimidisce un po'.» «Oh, non preoccuparti. Abbaia, ma non morde. È molto buona e sensibile sotto l'apparenza di una donna gelida e di ferro. Vedrai, si scioglierà anche lei dopo qualche giorno in nostra compagnia... e con un paio di bottiglie di vino in corpo! Ho comprato del Pinot nero appositamente per lei. Ha un debole per il buon vino.» «Meno male che anche lei ha un tallone d'Achille!» osservo rincuorata. Viviane mi rivolge un sorriso complice. «Vieni, i bungalow sono da questa parte.» Seguiamo Sid che ci precede lungo un sentierino di ghiaia tra due cipressi. Al limitare del giardino, proprio dove inizia la spiaggia, ci sono due minuscoli bungalow 17


vicini, costruiti in legno, con il tetto di lamiera ondulata e un piccolo portico adorno di vasi di fiori e felci, e bordato da ciuffi d'erba. Le casette hanno un'aria un po' spartana e primitiva, ma intima, di grande fascino, come se fossero uscite da un libro di favole. Forse è solo deformazione professionale se le vedo circondate da quest'aura romantica. Viviane mi guida verso il capanno a destra e apre la porta dipinta di azzurro squillante. All'interno c'è un letto a una piazza e mezza con due comodini e una coperta bianca e blu che sembra fatta a mano. Sotto la grande finestra c'è un divanetto a due posti rivestito di tela bianca e pieno di cuscini, accanto a un tavolino tondo di legno, ideale per metterci il mio portatile e qualche libro. «È perfetto per me!» esclamo con aria di approvazione. Guardo fuori della finestra. L'aria è satura dell'odore del mare e di legna bruciata. «Chi c'è nell'altra casetta?» «Per il momento, nessuno. Vedremo dove vogliono stare gli altri. Ho pensato di assegnarti uno dei due bungalow per permetterti di avere uno spazio intimo, tutto per te. Ho avuto la sensazione che avessi bisogno di stare un po' per conto tuo, di tanto in tanto. Ho visto giusto? Se preferisci stare in villa con gli altri, posso spostare qualcuno senza alcun problema.» «No, no, mi piace molto qui» mi affretto a rassicurarla. «È veramente un amore, l'ambiente ideale per me. Grazie, Viviane.» Lei mi sorride e mi stringe una mano. Nonostante le sia veramente grata, mi è difficile farle capire quanto sia stato importante per me essere invitata, poter contare sulla sua presenza mentre muovo i miei primi passi incerti nel vasto mondo. «Prego. Hai l'aria stanca. Perché non riposi un po'? Ti mando qualcuno a portarti i bagagli prima di cena» mi comunica. 18


«In effetti, mi sento stordita e non mi dispiacerebbe fare un pisolino, anche se ho sonnecchiato in treno.» E ho fatto un sogno erotico... Mi impedisco di pensarci e sorrido a Viviane. «Allora buon riposo. Ci vediamo a cena. Vieni, Sid.» Salutata Viviane, chiudo la porta. Rimasta sola, faccio un respiro profondo e cerco di calmarmi dall'emozione di aver conosciuto alcuni dei membri del gruppo. Poso la borsa ai piedi del letto, poi mi siedo sul bordo. Mi giro per guardare fuori il panorama attraverso le tende trasparenti. Il cielo è velato dalla foschia del tardo pomeriggio, ma tra i cipressi si vede chiaramente la spiaggia oltre le dune. Mi soffermo a osservare le tinte delle onde che si infrangono sulla battigia, le sfumature cangianti che vanno dall'azzurro al verde e al grigio, con lunghi filamenti di alghe che rotolano in mezzo alla schiuma candida come nastri. Il sole filtra in mezzo alla foschia, i raggi sono come polvere dorata che si deposita sulla cresta delle onde. La spiaggia è deserta, il paesaggio quieto e silenzioso, rasserenante. Faccio un respiro profondo e rilasso le spalle. Ho la schiena indolenzita; sento tutta la stanchezza della lunga notte in treno. Forse non mi farebbe male stendermi e chiudere gli occhi per qualche minuto. Appoggio la borsa per terra e mi sdraio, cercando di allentare tutta la tensione che mi irrigidisce gli arti. Per la prima volta da quando sono partita da Seattle, mi concedo di abbandonarmi veramente al riposo, senza pensare a niente. Il letto è morbido, il ritmo ipnotico dello sciabordio delle onde mi culla come una ninna nanna. Chiudo gli occhi e ricordo il sogno fatto in treno, che mi si ripresenta a intermittenza da qualche mese. L'ambientazione è sempre la stessa, una specie di orgia in cui non riesco a distinguere le persone. Sento solo bocche e mani sulla pelle, che mi suscitano una voglia ardente, in19


candescente. Mi sveglio sempre all'ultimo momento, un attimo prima di venire, stordita ed eccitata, fremente di desiderio. Quando sono a casa e mi capita di fare questo sogno, finisco invariabilmente per aprire il cassetto del comodino e prendere il mio fedele vibratore per arrivare all'orgasmo da sola nel mio letto. Da sola... Ha ragione Terry, quando mi dice che sono diventata una specie di eremita e questo danneggia il mio equilibrio psicologico. Ma la fila di relazioni vuote che ho avuto mi hanno spossato e non mi sento pronta per ributtarmi nella mischia. In ogni caso, adesso sento la carne pulsare per l'eccitazione. Mi basta pensare al sogno erotico che ho fatto per avvertire una maggiore tensione al seno e i capezzoli turgidi che premono contro il pizzo del reggiseno. È passato troppo tempo dall'ultima volta in cui qualcuno mi ha toccata. Mesi dall'ultima carezza sensuale che ho ricevuto... Non ne sento tanto la mancanza nella vita di tutti i giorni, ma di notte è un'altra storia. Me ne accorgo perché questo sogno ricorrente mi sta capitando sempre più spesso e con varianti sempre più realistiche. Anche quando finisco per sfogare il desiderio represso con l'aiuto del vibratore, come faccio ormai tutte le notti, resto sempre insoddisfatta anche dopo aver raggiunto l'orgasmo. Mi sono già pentita di averlo lasciato in valigia e di non averlo messo in borsa per portarlo sempre con me, pronto in caso di bisogno, come un'aspirina per il mal di testa. Calmati. Però, sapere che non riuscirò a dare sfogo all'eccitazione mi rende ancora più irrequieta. Quando mi masturbo, non mi soddisfa usare solo le mani, mi serve il vibratore. Ricordo ancora il momento di stupita esaltazione, quasi di rivelazione, che ha segnato 20


l'acquisto del primo, ordinato furtivamente su Internet quando avevo vent'anni. Ho passato un intero fine settimana in compagnia di quel fallo di lattice viola che vibrava tra le mie gambe. Quello dopo era rosa e sembrava vero al tatto, quello successivo cromato e lucente, a dire il vero un po' freddo e rigido, quello dopo ancora a due velocità... Ebbene sì, sono diventata presto una vera esperta in fatto di gadget erotici. Tutto ciò che vibra, si muove e ha una forma evocativa non ha più segreti per me. È molto più semplice fare ricorso a uno strumento di piacere meccanico che avere a che fare con un uomo che non mi interessava veramente pur di fare sesso con lui. Basta appuntamenti noiosi in cui devo fingere di essere affascinata dai discorsi del mio cavaliere e sforzarmi per riuscire a trovare argomenti di conversazione. Ora, per raggiungere l'orgasmo, ho un modo più rapido ed efficiente: il mio amico di plastica, un po' di lubrificante e magari un romanzo erotico per stimolare la fantasia. Ma evidentemente la mia ricetta perfetta per arrivare al piacere ha delle pecche, altrimenti non avrei cominciato a essere ossessionata da quei sogni ricorrenti e bollenti, in cui mi sveglio sempre quando sono sul punto di venire. Solo a ripensarci sono percorsa da un fremito e invasa dal calore dell'eccitazione. Vorrei chiudere gli occhi e rilassarmi, ma non riesco a pensare ad altro che al mio vibratore che riposa in valigia, fuori della mia portata, e a quel dannato sogno. Corpi che aderiscono l'uno all'altro, pelle contro pelle, un velo di sudore, un fremito. Anche in sogno riesco a percepire l'odore del sesso mentre delle mani lisce e morbide mi toccano, mi sfiorano il ventre e si insinuano tra le mie cosce per provocarmi. Sento dita esperte che sanno come eccitarmi pizzicandomi i capezzoli e stimolandomi 21


il clitoride, e poi labbra, lingue che accarezzano ripetutamente la pelle, seguono il contorno della mia fessura umida... Oh, sì! La porta che si spalanca di colpo mi fa trasalire. Mi alzo di scatto a sedere sul letto e vedo Audrey sulla soglia, accaldata e ansante, proprio come me. Mi martella il cuore in petto. «Che diavolo hai messo in questa valigia?» esclama, senza fiato. «È piccola e compatta, ma sembra che dentro ci sia il ferro!» Apro la bocca, ma esito e annaspo. Mi piacerebbe darle una risposta arguta, dirle che è piena di giocattoli erotici, però non sono un tipo spavaldo. «Scusa, so che è pesante. Ho portato diversi libri...» mi giustifico timidamente. La voce mi si spegne, non riesco quasi a parlare. Audrey poggia la valigia in mezzo alla stanza e la lascia lì, poi si accascia su letto accanto a me, con il respiro un po' affannoso per lo sforzo. Mi è così vicina che sento il calore che irradia dalla sua pelle. E di pelle scoperta ce n'è tanta... Audrey indossa la parte superiore del bikini e un paio di calzoncini bianchi. Ha gambe snelle e lunghe, nonostante la sua scarsa altezza e il fatto che non porti i tacchi ma un semplice paio di infradito di gomma. Ha le unghie dei piedi dipinte di un rosso lucido e scarlatto, vibrante, che mi sembra incredibilmente sexy, per chissà quale motivo. Stacco lo sguardo dai suoi piedi e alzo la testa. Scopro che mi sta osservando. Non mi sta guardando, mi sta proprio scrutando, come se fosse affascinata dal fatto che le sto fissando le unghie. «Grazie per avermi portato la valigia, Audrey» dico un po' impacciata. 22


«Prego, non c'è problema. In ogni caso, volevo stare un po' da sola con te prima che arrivassero gli altri. Ti volevo tutta per me!» Ride. Si comporta come se fosse la mia migliore amica, o mia sorella. Abbiamo chattato diverse volte, ma non siamo mai state molto in confidenza. Tra noi non c'è quell'intimità che ho con Viviane. Però, di persona, Audrey è diversa, più espansiva e cordiale. Davvero molto affascinante. Mi prende la mano e me la stringe leggermente. «Sarà come al campo estivo» mi sussurra con fare complice. «Possiamo fare i popcorn e restarcene accoccolate sul tuo letto a parlare di tutto fino all'alba... i nostri attori preferiti, i nostri sogni, le cotte... per poi addormentarci abbracciate.» Le sorrido. È impossibile resisterle. «Mi sembra divertente.» «Ti piacerà un sacco qui, vedrai. È il terzo anno di fila che ci vengo. Torniamo sempre tutti e tornerai anche tu, perché baderò personalmente a farti divertire» dichiara, con l'entusiasmo contagioso di una collegiale. Mi sorride e noto di nuovo la fossetta sulla guancia sinistra. «Quindi conosci tutti?» «Oh, sì, tutti» conferma, annuendo energicamente. Si tende verso di me e mi prende una ciocca di capelli che si arrotola intorno a un dito ed esamina con curiosità, con lo stesso sguardo intenso e interessato con cui guarda tutto ciò che la circonda. Come passa il braccio sul busto per arrivare ai miei capelli, i suoi seni prosperosi si uniscono e si sollevano, creando un solco profondo sulla sua pelle di una bella tinta calda, dorata. «Che bei capelli!» sussurra. Ma io non riesco a ringraziarla. Non penso ad altro che 23


alla mezzaluna scura dell'areola che fa capolino dal bikini a fiori. Sono ancora eccitata perché pensavo al sogno erotico, ma ora mi sento ancora più accaldata e bagnata. Dio, è proprio il caso che cerchi di controllarmi!, mi rimprovero. Non sono mai stata veramente attratta da una ragazza finora. Sì, ci ho pensato, ho fantasticato su come sarebbe avere un'esperienza omosessuale, e poi ci sono sempre anche donne nell'orgia del mio sogno erotico. Però non ho mai conosciuto nessuna che mi piacesse in particolare... Finora. Audrey mi tira leggermente la ciocca, con aria giocosa. «Ehi, a che stai pensando, Bettina?» Oh, cavoli, e ora che le dico? «A... a niente» balbetto, imbarazzata. «Sono ancora alquanto stordita per il viaggio. Però, se mi metto a dormire, mi sveglierò sicuramente dopo l'ora di cena.» «Allora vai a letto presto» mi suggerisce lei. «Vengo a rimboccarti le coperte» aggiunge con un sorriso che mi sembra allusivo. O l'ho solo immaginato? Mi tira ancora un po' i capelli, poi si piega verso di me e mi sfiora la guancia con un bacio lieve. Ho tutto il corpo che scotta come se avessi la febbre. Sono sicura che è stato un bacetto assolutamente innocente, da amica. Ma Audrey trasuda erotismo da tutti i pori. Ha un'aura naturalmente sensuale, e sicuramente le sue parole mi sono sembrate così suggestive a causa del turbamento provocato dal sogno. Però non ho mai desiderato veramente fare sesso con una donna, no?, mi dico come se tentassi in ogni modo di convincermi. Non ho mai anelato al tocco di una mano femminile, non ho mai fantasticato sulle posizioni, i gesti, non ho 24


mai desiderato sfiorare la pelle di una donna, accarezzarle il seno, baciarlo, farmi toccare dalle sue dita delicate. Faccio un respiro profondo per calmarmi. Mi dico che in realtĂ  non desidero Audrey, non sul serio. Allora, perchĂŠ mi sembra la bugia piĂš grossa che abbia mai detto a me stessa?

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Gli Amanti di Eden Bradley Bettina, scrittrice di talento, accetta l'invito a trascorrere un'estate al mare con un gruppo di colleghi, per scrivere insieme e confrontarsi. Le dinamiche del gruppo sono molto complesse, perché ognuno è affascinante a modo suo e si porta dentro il proprio bagaglio di dolori, delusioni, insicurezze. Sorprendentemente, Bettina viene sedotta dal fascino esotico e sensuale della bella Audrey, che le fa provare sensazioni e piaceri sconosciuti. Il loro equilibrio, però, si spezza con l'arrivo dell'aitante Jack, che tutti desiderano, e che innescherà in Bettina una miscela esplosiva di passione, emozioni contrastanti e sentimenti forti.

Lussuria di Charlotte Featherstone Un'antica contesa oppone la regina degli Spiriti ai Principi Oscuri. Una maledizione generata dalla collera e dall'inganno condannerà il Regno delle Tenebre alla disperazione se i suoi principi non riusciranno a conquistare una mortale e a farsi amare senza coercizione, amandola a loro volta. Così il principe Thane, che incarna la Lussuria, s'infiltra nell'Inghilterra dell'epoca Georgiana per sedurre la nobile Chastity Lennox, che rappresenta la purezza. Ma la conquista di Thane si dimostra più ardua del previsto e piena d'insidie. Nessuna donna ha mai resistito al suo fascino erotico, ma c'è sempre una prima volta! Chastity, con la sua forza d'animo, lo intriga e lo avvince in un gioco sensuale di provocazioni.


PS40_GLI_AMANTI