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Anne Rainey

Una carezza, un brivido


Titolo originale dell'edizione in lingua inglese: Naked Games © 2012 Anne Rainey Aphrodisia Books-Kensington Publishing Corp. Italian language rights handled by Agenzia Letteraria Internazionale, Milano, Italy Traduzione di Alessandra De Angelis Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. Harmony è un marchio registrato di proprietà Harlequin Mondadori S.p.A. All Rights Reserved. © 2013 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione Harmony Passion luglio 2013 Questa edizione Harmony Passion gennaio 2014 HARMONY PASSION ISSN 1970 - 9951 Periodico mensile n. 81 del 30/01/2014 Direttore responsabile: Stefano Blaco Registrazione Tribunale di Milano n. 71 del 6/02/2007 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - Via Trentacoste, 7 - 20134 Milano Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


Prologo

Dean entrò nell'appartamento in cui viveva con Linda, la sua ragazza. Stavano insieme da un anno e mezzo, e quel giorno era emozionatissimo. Gli tremavano le mani al pensiero di quello che stava per fare. Tastò l'astuccio da gioielliere che aveva nella tasca della giacca e sorrise contento. Era un momento cruciale. Stava per chiedere alla donna che amava di sposarlo. Convivevano ormai da abbastanza tempo, ed era ora di sancire la loro unione. Con quell'anello voleva far capire a tutto il mondo che Linda era sua, che sarebbe stata sua per tutta la vita. Voleva sentirle dire agli altri che lui era suo marito. Desiderava addirittura avere dei figli da lei. Era una follia? Dei rumori provenienti dalla camera da letto attirarono la sua attenzione. Gli parve di sentire delle voci, e Dean si accigliò. Guardò l'orologio appeso alla parete vicino alla libreria. Erano le tre, e a quell'ora Linda doveva essere ancora al lavoro. Il suo lavoro di cameriera era faticoso e impegnativo, e lui avrebbe voluto che si licenziasse, ma Linda si era rifiutata dicendo che avevano bisogno anche del suo stipendio. Tuttavia la sua ditta di costruzioni era abbastanza redditizia, e ben presto lei avrebbe potuto smettere di lavorare e fare la casalinga, perché aveva sempre detto che le sarebbe piaciuto fare la moglie e la madre. Un altro rumore lo fece irrigidire. Dean si avviò lungo il corridoio. Linda stava a casa e probabilmente era a letto a 5


riposare; non era lo scenario che aveva immaginato per la sua proposta di matrimonio, ma avrebbe potuto adattarsi. Più si avvicinava alla porta chiusa della camera e più avvertiva un formicolio alla nuca e sentiva i capelli che gli si rizzavano in testa. Dalla fessura tra la porta e lo stipite filtrava una risata femminile... Poi Dean si rese conto che era mescolata a una voce maschile. L'ansia gli serrò lo stomaco. Strinse la maniglia e l'abbassò, quindi spinse il battente e si trovò davanti a una scena che lo lasciò impietrito. Linda, la donna a cui di lì a pochi secondi avrebbe chiesto di sposarlo, era china su un uomo nudo. Ora non rideva più, perché era intenta a prendergli in bocca il pene. Dean aprì la bocca ma non ne uscì alcun suono. Non aveva la forza di parlare, e neanche di respirare. Spostò il peso da un piede all'altro e quel movimento fu sufficiente per attirare l'attenzione dei due amanti. Ci fu un grande scompiglio con gambe e braccia che volavano mentre Linda e il fedifrago si staccavano in fretta e cercavano di coprirsi. Intanto che Linda afferrava il plaid ai piedi del letto e tentava invano di avvolgerlo intorno al corpo nudo, annaspando, Dean lanciò un'occhiata al biondo seduto sul bordo del letto, lo stesso letto in cui lui aveva dormito fino a poche ore prima. Aveva pudicamente drappeggiato il lenzuolo sull'inguine e Dean aggrottò le sopracciglia quando lo riconobbe; era Jimmy, il cuoco che lavorava nel ristorante in cui Linda faceva la cameriera. Ah, ecco perché Linda era restia a lasciare l'impiego!, pensò Dean. Accidenti, che sciocco era stato... Uno sciocco ingenuo e innamorato. «A quanto pare in quel ristorante non servi solo hamburger e caffè, eh, tesoro?» osservò, pronunciando l'ultima parola con pungente sarcasmo. Jimmy si alzò e cercò affannosamente i boxer che infilò al volo, poi guardò Dean, pallidissimo. «Uhm, io...» 6


Dean sollevò una mano per zittirlo. «Risparmiami. Prendi la tua roba e vattene.» Si voltò verso Linda. «Anche tu» dichiarò con fermezza, «vestiti e togliti dai piedi.» Linda accolse la sua richiesta con un'esclamazione di sorpresa. «È stato un errore» disse in tono lamentoso, con le lacrime agli occhi. «È successo un'unica volta, solo oggi... Non ti avevo mai tradito prima d'ora, mai!» Lo sguardo scettico che Jimmy le lanciò istintivamente la disse lunga. Una volta sola?, pensò. Che bugiarda! Dean si rendeva conto di essere stato cieco e di essersi lasciato ingannare da lei, ma ora aveva gli occhi ben aperti. Attraversò la camera a passo deciso e le prese il mento fra due dita per costringerla ad alzare lo sguardo che lei teneva basso, con aria colpevole. «Non dire niente, farai più bella figura, credimi. Non voglio vederti mai più» le disse staccando le dita dal suo viso e tornando verso la porta. Sulla soglia si girò e le lanciò un'occhiata minacciosa. «Hai due ore di tempo per prendere tutte le tue cose e lasciare questa casa. Ora me ne vado, ma non voglio più trovarti al mio ritorno. È meglio per te se non ti vedo, credimi. E non dimenticare neanche una spilla o farà una brutta fine. Non dire che non ti avevo avvertito se poi non ritroverai più ciò che hai lasciato, perché butterò tutto quello che trovo. Devi scomparire dalla mia vita» le intimò. Pensò anche che forse avrebbe fatto meglio a cercare una nuova casa. Non poteva più dormire in quel letto! Mentre si allontanava sentì Linda che gridava il suo nome. Continuò a sentire la sua voce isterica e implorante finché non arrivò all'ingresso. Si congratulò con se stesso per essere riuscito a non sbattere neanche la porta. Quando giunse all'ascensore e premette il pulsante per chiamarlo al piano si accorse che aveva la mano ferma, cosa che lo stupì. Aveva l'impressione che tutte le sue emozioni si fossero prosciugate lasciandolo arido come il letto roccio7


so di un fiume in secca. Era completamente inebetito come se avesse perso la sensibilità. Fino a pochi minuti prima aveva veramente amato Linda, si disse, incredulo. Lei era affettuosa, tenera, e tutti dicevano che formavano una bella coppia. Ora i ricordi del loro amore erano svaniti, e l'unica immagine che Dean riusciva ad avere davanti agli occhi era quella delle labbra di Linda che si chiudevano intorno al pene di un altro uomo. Quell'immagine sarebbe rimasta impressa nella sua mente per sempre, ne era certo. Quando le porte dell'ascensore si aprirono, Dean vi entrò. Visto che era solo, infilò la mano in tasca e tirò fuori la scatolina di velluto blu che racchiudeva il bell'anello con diamante. Aprì l'astuccio e guardò la gemma scintillante. «Mai più» disse ad alta voce, con fermezza, mentre fissava l'anello. Sì, era stato ingenuo e credulone, ma era un tipo che imparava in fretta la lezione. Purtroppo non poteva neanche dire che era la prima volta che soffriva per amore. Gli era già successo altre due volte di essere stato ingannato e tradito, con la differenza che ora lui era pronto a sposare Linda prima di coglierla in flagrante con l'amante. Al diavolo le donne! Non si sarebbe più innamorato, questo era certo. Quando l'ascensore si fermò al pianterreno e le porte si aprirono, Dean vide una signora anziana che stava aspettando. S'incrociarono con un cenno di saluto ma, prima che le porte potessero richiudersi automaticamente, lui le porse la scatolina. Lei lo guardò confusa e Dean le spiegò: «Credevo che mi servisse, invece ora non so più che farmene». Lei aprì l'astuccio e trasalì. «Ma è un anello con un diamante!» esclamò. «Eh, già... Lo tenga, lo venda, ne faccia ciò che vuole, per me non ha alcuna importanza.» 8


La donna cominciò a dire qualcosa ma le porte si chiusero. Dean prese il cellulare e chiamò suo fratello. Wade rispose al primo squillo. «Ehi, Dean, cosa c'è?» «Io e Linda... ci siamo lasciati» lo informò. Non aveva ancora la forza di spiegargli com'era andata. Gli era già bastato avere davanti agli occhi la prova evidente del tradimento di lei, e non aveva voglia di parlarne. «Accidenti, mi dispiace. Credevo che vi sareste sposati presto.» «Sì, lo credevo anch'io» replicò Dean con voce strozzata. «Hai della birra in casa?» «Meglio, ho una bella bottiglia di whisky.» «Sei il mio eroe! Ci vediamo fra poco.» «Come ti senti?» gli chiese Wade, circospetto. «Non ho intenzione di schiantarmi contro un albero, se è ciò che temi.» «Non intendevo questo. Mi dispiace che tu soffra, più che altro.» «Lo so.» Non lo stupiva che Wade fosse preoccupato per il suo stato d'animo. Come fratello maggiore, era protettivo nei suoi confronti. «Mi passerà» lo rassicurò. «Non è niente di così grave che una bella sbornia non possa curare.» «OK, ma guida con prudenza» lo ammonì Wade. «Sì, allaccerò la cintura di sicurezza e rispetterò i limiti di velocità, paparino» ribatté Dean. Chiusa la comunicazione, Dean si ritrovò di nuovo solo con i suoi pensieri mentre usciva dal palazzo e si dirigeva verso l'auto. L'immagine di Linda, nuda tra le braccia di un altro, gli tornò immediatamente davanti agli occhi. Si chiese quanti anni sarebbero dovuti passare prima che smettesse di vederla.

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Tre anni dopo Catherine rimase in silenzio per un minuto buono mentre il suo cervello cercava di digerire quello che le aveva rivelato il medico curante di sua madre. L'aveva chiamata quella mattina per chiederle se poteva passare a trovarla poiché c'era una questione privata di cui avrebbe voluto parlarle. Le aveva spiegato che si trattava di una cosa che riguardava i suoi genitori. Siccome erano morti in un terribile incidente automobilistico due mesi prima, Catherine non riusciva a immaginare di cosa il medico volesse parlarle. Alla fine la curiosità aveva prevalso e lei l'aveva invitato a prendere un caffè a casa sua. Il dottor Cabel non era solo il medico di famiglia, era anche un caro amico dei suoi genitori da tempo immemorabile. Catherine ricordava sin da quando era piccola il viso di quell'uomo gentile e cordiale; le aveva fatto le prime vaccinazioni e aveva seguito tutte le tappe della sua crescita. Eppure, mentre ascoltava le sue rivelazioni, Catherine aveva l'impressione di essersi tramutata in Alice e di essere precipitata nella tana del Bianconiglio. Non poteva che essere un bizzarro sogno, non era la realtà! Ma in tal caso lei desiderava svegliarsi al più presto e tornare alle sue certezze di sempre. «Dice sul serio?» gli chiese con voce rotta dall'emozione. «Non è possibile, dev'esserci un malinteso.» 10


«Mi dispiace, Catherine» sostenne il dottor Cabel guardandola con i suoi comprensivi occhi castani, seduto di fronte a lei, dall'altra parte del tavolino basso in ciliegio lucido. «È la verità, sei stata adottata.» «Come? Perché?» Catherine scosse la testa nel vano tentativo di schiarirsi le idee annebbiate dallo sconcerto. A ogni parola pronunciata dal medico la sua confusione aumentava sempre di più. «Com'è possibile che mia madre non mi abbia mai detto niente?» Pensò ai suoi genitori e all'affetto da cui era sempre stata circondata, e avvertì una stretta alla bocca dello stomaco. «Perché non me ne hanno mai parlato?» insistette. Il medico appoggiò le spalle allo schienale della poltrona e si aggiustò gli occhiali sul naso, poi aggrottò le sopracciglia come se fosse stato altrettanto confuso. «Non so che dirti, Catherine. Vorrei tanto avere una risposta da darti, ma purtroppo non è così. Tutto ciò che posso dirti è che tua madre e tuo padre non erano i tuoi genitori biologici.» Due mesi prima Catherine aveva perso i suoi amatissimi genitori per un crudele scherzo del destino e aveva accolto con disperazione la notizia della loro morte. Al momento dell'incidente avevano entrambi cinquantacinque anni; troppo giovani per essere strappati al suo affetto. La polizia le aveva solo detto che la tragica fatalità era successa per colpa di un conducente ubriaco. Lei si era massacrata di lavoro, per non farsi consumare dal dolore che provava per averli persi entrambi così inaspettatamente. E ora arrivava quest'altro colpo tra capo e collo. «Dottore, mi sta dicendo che mia madre ha detto a lei, ma non a me, di avermi adottato?» Il dispiacere di quell'inganno le fece venire le lacrime agli occhi. «Perché?» Il medico scosse la testa. «No, no.» Affranto, si passò una mano sulla fronte e Catherine provò un moto di compassione nei suoi confronti. Dopotutto lui era solo il messaggero che le aveva portato una notizia, per quanto inaspettata. «Scusami, 11


sto sbagliando tutto. Il fatto è che Jean non è mai venuta da me per farmi quella rivelazione di sua spontanea volontà. Però ero il suo medico e l'ho visitata varie volte. Ciò che posso dirti con certezza assoluta è che non ha mai avuto una gravidanza e partorito.» Catherine aveva voglia di sfogare il proprio turbamento contro qualcuno, e in quel momento il capro espiatorio era l'uomo che involontariamente aveva aiutato sua madre a mantenere il segreto. Forse non toccava a lui rivelarlo, però per tutti quegli anni aveva conosciuto la verità e non aveva mai detto una parola. «Va bene, non si è confidata esplicitamente con lei, però lei sapeva la verità, dottor Cabel. Perché non ha mai chiesto ai miei genitori per quale motivo io non ne fossi a conoscenza?» Catherine agitò le mani in aria. «Non ha pensato che io avessi il diritto di conoscere la verità?» Le sue parole aspre fecero arrossire il medico. «Non conoscevo chiaramente la situazione. All'inizio non avevo neppure capito che lei ti stesse tenendo all'oscuro della tua adozione. Anzi, tua madre ha rischiato che inavvertitamente ti rivelassi la cosa una delle tante volte in cui sei venuta nel mio ambulatorio. Sarebbe bastata una parola di troppo per farti sapere ciò che i tuoi genitori non volevano dirti. Sono stati fortunati se non l'hai scoperto per puro caso» replicò scuotendo la testa, accigliato. Catherine ebbe un'esplosione di rabbia. «Fortunati? Mi hanno nascosto una questione tanto importante per tutta la vita e lei li chiama fortunati?» sbottò. Il medico sollevò una mano come per bloccare il treno in corsa della sua furia che era in procinto di travolgerlo. «Non intendevo questo» precisò. «Ascolta, Catherine, mi dispiace tanto di essere stato io a doverti dare questa notizia. Tutto ciò che posso dirti è che probabilmente tua madre non aveva ancora trovato il modo giusto per informarti della tua adozione.» 12


Catherine scattò in piedi e si diresse verso il caminetto. Fissò il ritratto di famiglia appeso sopra la mensola, sentendo una stilettata che le trapassava il cuore per l'inganno di cui era stata vittima. L'immagine sorridente di sua madre, graziosa con la carnagione chiara che le faceva risaltare ancora di più i begli occhi verdi, sembrava quasi farsi beffe di lei. Alle spalle della moglie e della figlia era ritratto suo padre, così forte e affidabile, con l'aria del capofamiglia orgoglioso. Catherine esalò un lungo sospiro; non si era neanche accorta che fino a quel momento aveva trattenuto il fiato. «Di modi ce ne sarebbero stati a centinaia» osservò lei con amarezza e sarcasmo, serrando le palpebre come se in quel modo avesse potuto sbarrare il passo al dolore che voleva invaderla ancora di più. «Non credo proprio che ai miei sia mancata l'occasione di affrontare il discorso in tutti questi anni. Non credo che ci sarebbe stato bisogno di dirmi: "Mi passi il sale? Ah, a proposito, sai che ti abbiamo adottata?"» aggiunse con aspro sarcasmo. Catherine si voltò e vide il dispiacere riflesso sul volto del medico di famiglia. Era veramente mortificata per lui, che si trovava in quella scomodissima posizione. Non era colpa sua se la madre le aveva mentito per tanto tempo, si disse. Mentre lo fissava, tuttavia, fu colpita da un altro pensiero improvviso. «Me lo sta dicendo proprio ora perché la condizione di riservatezza, a cui è tenuto nei confronti dei suoi pazienti, è venuta meno con la morte dei miei?» Il dottor Cabel si alzò e attraversò la stanza. Quando le fu vicino le mise una mano sulla spalla e Catherine si sentì un po' meglio perché lui era riuscito a trasmetterle il suo sostegno emotivo. «In parte sì» le disse con dolcezza. «Però anche perché ho ritenuto che dovessi sapere la verità. Non sono solo il tuo medico, Catherine» aggiunse dandole dei goffi colpetti sulla spalla nel tentativo di rassicurarla. «Avrei voluto dirti qualco13


sa prima d'ora, te lo giuro, ma non potevo proprio. Per favore, comprendimi, cara, se fosse stato in mio potere risparmiarti questo dolore l'avrei fatto volentieri.» Catherine si sforzò di abbozzare un sorriso ma la sofferenza era così intensa che vi rinunciò. «Ormai le persone responsabili per quest'inganno non ci sono più.» Agitò di nuovo la mano. «Sono sepolte, insieme alle risposte, alle mille domande che mi ronzano nella testa e che avrei voluto porre ai miei genitori.» Il medico lasciò ricadere il braccio e infilò la mano in tasca. «Forse puoi guardare tra gli effetti personali di tua madre, chissà che tu non possa trovare qualche indizio utile» le suggerì. «Hai già esaminato tutte le loro cose?» Catherine pensò alla camera da letto dei genitori e il seme della speranza cominciò a germogliare in lei quando si rese conto di quanti oggetti e documenti non aveva ancora passato in rassegna. «Veramente no. Devo ancora sistemare tantissime cose. A dir la verità oggi mi ero ripromessa di passare la giornata a riordinare il magazzino per vedere cosa buttare e cosa tenere, ma ho cambiato idea. Forse sarà meglio cominciare dalla camera dei miei» rispose al dottor Cabel. Aveva sempre considerato la camera da letto dei genitori come un ambiente assolutamente privato e riservato, e anche per questo aveva rinviato l'incombenza di dover sistemare le loro cose. Purtroppo ora non poteva più rimandare se voleva delle risposte. Era chiaro che c'erano tante cose che non sapeva di se stessa; tanto per cominciare, voleva chiarire chi fosse in realtà e chi fossero i suoi veri genitori. Il medico annuì e le sorrise incoraggiante. «Brava, fai bene» approvò. «Forse troverai qualcosa che ti aiuterà a capire perché tua madre abbia deciso di aspettare a informarti delle tue vere origini per tutto questo tempo.» Catherine si strinse nelle spalle. «Aspettare? A sentire lei, mia madre aveva intenzione d'informarmi un giorno. Tuttavia 14


come fa a esserne sicuro? Magari aveva deciso invece di continuare a tenermi all'oscuro.» «Sappiamo perfettamente entrambi che tua madre non era di certo una donna cattiva» la rimproverò con delicatezza il medico. «Ti voleva molto bene e so che intendeva parlartene. Ne sono sicuro.» «Può darsi, ma ciò non cambia il fatto che mi abbia mentito per tutti questi anni, e a questo non si può rimediare in alcun modo, dottore.» «È vero, però cerca di non dimenticare che non voleva farti soffrire intenzionalmente.» Catherine non sapeva più cosa dire. Era confusa, addolorata e stordita. Nella sua mente regnava il caos. «Grazie di essere venuto» gli disse abbracciando il medico con affetto, rincuorata mentre lui ricambiava la sua stretta con calore paterno. Quando si staccarono, lei gli fece un sorriso stentato. «Immagino che per lei sia stato difficile affrontare quest'argomento. Mi dispiace che i miei genitori l'abbiano messa in una posizione scomoda.» «Volevo bene a Jean e a Russ. Erano brave persone, nonché miei cari amici. Spero solo che tu possa trovare tra i loro effetti personali qualche elemento che ti aiuti a fare chiarezza su una faccenda tanto delicata.» Il dottor Cabel si accomiatò da lei e si diresse verso la porta ma, quando fu all'ingresso, si voltò verso Catherine e aggiunse: «Ricorda, mia cara, che sono anche tuo amico. Chiamami se avrai bisogno di qualunque cosa o semplicemente se vorrai parlare con me. Sono a tua disposizione in qualsiasi momento». «Grazie, dottore. Lo farò senz'altro.» Appena il medico fu uscito Catherine non riuscì più a trattenere le lacrime. Tornata in soggiorno, si accasciò sulla poltrona più vicina e diede libero sfogo al pianto. Era ormai quasi l'ora di cena quando trovò la forza di riprendersi abbastanza da fare una telefonata. Il suo primo pensiero andò a Mary. Lei avrebbe saputo cosa fare, come sempre, d'altronde. 15


Quando ascoltò la voce allegra dell'amica, Catherine per poco non ebbe un altro tracollo. «Pronto?» «Ciao, Mary, sono Cat» esordì, usando il diminutivo che l'amica le aveva dato quando si erano conosciute, ai tempi delle superiori. «Hai da fare stasera?» Mary fece una risata. «Assolutamente no! In questo momento sto stirando mentre guardo una replica di Friends. Non dirmi che hai cambiato idea riguardo alla mia proposta di mangiare una pizza in compagnia! Come mai?» La sera precedente Mary l'aveva chiamata per offrirsi di andare a trovarla portando pizza e birra da mangiare insieme. Era andata spesso da lei dopo aver ricevuto la notizia della morte dei suoi genitori. Sicuramente Catherine si sarebbe sentita persa senza Mary in quei due mesi, ma l'amica le era stata molto vicina e le aveva dato tutto il sostegno di cui aveva avuto bisogno. Poteva davvero contare su di lei, ed era per questo che Mary era stata la prima persona a cui si era rivolta in quelle circostanze, perché si sentiva proprio smarrita. «Io... ehm, non so da dove cominciare» mormorò, farfugliando confusamente. «È successo qualcosa?» insistette Mary, d'improvviso allarmata. Catherine non aveva voglia di parlare al telefono di una questione tanto delicata, perciò rispose semplicemente: «Vada per pizza e birra, ma ce ne servirà in quantità». «Ci penso io» disse Mary. «Arrivo in un lampo. Tieni duro.» «Grazie» replicò Catherine con voce scossa dall'emozione. Ormai non le importava più di mostrarsi forte e di non lasciar trasparire la propria ansia. Dopo aver chiuso la comunicazione, Catherine si sedette ad aspettare. Mary sarebbe accorsa in suo aiuto e avrebbero affrontato il problema insieme, come avevano fatto tante volte nell'arco degli anni durante la loro lunga e solida amicizia. 16


Non sono sola, si disse con forza. Tuttavia quando alzò lo sguardo verso il ritratto di famiglia appeso sopra il caminetto, si sentì più sola che mai. Oppure non era così? Quel pensiero improvviso la colpì con la forza di un fulmine. Se era stata adottata, chi erano i suoi veri genitori? Aveva dei fratelli? La rivelazione che le aveva fatto il dottor Cabel le aveva spalancato davanti una dimensione nuova e ignota, che le suscitava un turbinio di domande. Gli interrogativi le si affollarono nel cervello, uno sopra l'altro, finché la testa non prese a girarle così tanto da farle venire la nausea. Ricordò che una volta sua madre le aveva detto che le menzogne prima o poi venivano alla luce. Le bugie hanno le gambe corte, aveva sentenziato. Catherine scosse la testa ripensando a quando le aveva impartito quell'insegnamento. Tornò nuovamente ad alzare lo sguardo verso il ritratto dei suoi genitori sorridenti. Peccato che tu abbia predicato bene e razzolato male, mamma, pensò con amarezza. Quel detto popolare le sembrava molto più adatto alla situazione.

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Piume blu di Logan Belle Mallory Dale ha una brillante carriera nell'avvocatura davanti a sé e un fidanzato giornalista, Alec. La sua vita serena è sconvolta quando lui le fa una sorpresa per festeggiare il suo compleanno: la porta al Blue Angel ad assistere a uno spettacolo di Burlesque. Così le si spalancano le porte di un mondo in cui regnano seduzione e trasgressione, popolato da ammiccanti e stupende ballerine, prima fra tutte la fascinosa Bette Noir. Alec le propone dei giochi erotici per approfondire insieme la conoscenza di Bette, ma la situazione gli sfugge di mano e a poco a poco la vita di Mallory va a rotoli. Perde il lavoro, il fidanzato, le sue sicurezze. Allora lei si reinventa come donna e scopre anche un insospettato lato malizioso ed esibizionista di sé, che la porterà a calcare le scene del Blue Angel.

Una carezza, un brivido di Anne Rainey Dopo una delusione d'amore, il bel tenebroso Dean Harrison è diventato un seduttore senza scrupoli. Gli unici legami a cui tiene sono quelli famigliari. È affezionatissimo alla gemella Deanna e al fratello maggiore Wade, felice sposo di Gracie. Ma quella famiglia molto unita sta per fare posto a una nuova arrivata: l'affascinante Catherine Michaels, che si presenta come la sorella di cui Gracie non sospettava l'esistenza. Dean è attratto da lei, anche se tutto ciò che può darle è la chiave per entrare nel suo mondo di torrida passione e incontri erotici trasgressivi. Catherine vorrebbe qualcosa di più, ma si trova davanti un muro invalicabile di diffidenza. Mentre è costretta ad affrontare un torbido segreto del passato, dovrà tentare di convincere Dean che la felicità non si trova solo tra le lenzuola.


ritorna a MARZO con 2 romanzi intensi e passionali delle autrici pi첫 amate e apprezzate. PREPARATI A UNA LETTURA... INCANDESCENTE! IN USCITA DAL 27 MARZO


Pas81 una carezza un brivido  
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