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KATIE MCGARRY

OVUNQUE CON TE traduzione di Marco Zonetti


ISBN 978-88-6905-084-8 Titolo originale dell'edizione in lingua inglese: Nowhere But Here Harlequin Teen © 2015 Katie McGarry Traduzione di Marco Zonetti Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa edizione è pubblicata per accordo con Harlequin Books S.A. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. © 2016 HarperCollins Italia S.p.A., Milano Prima edizione HC aprile 2016


Ovunque con te


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Emily I tre momenti peggiori della mia vita: conoscere il mio papà biologico a dieci anni; rompermi il braccio in tre punti quando ne avevo nove; cadere in un fosso e restarci intrappolata per tutta la notte assieme a un cadavere a otto. A parte questo, amo la mia vita. Mentre certi miei amici non fanno che dire "Povero me, nessuno capisce quanto soffro", io sono piuttosto felice. La felicità mi piace. E mi piace la semplicità. Mi piace tutto ciò che è prevedibile e odio le sorprese. Appunto per questo, non sono particolarmente entusiasta quando mio padre cerca di porgermi un pezzo di carta che fa andare il boccone di traverso a mia madre e la spinge a uscire in fretta e furia dalla cucina. Papà e io continuiamo a guardarci ascoltando la mamma fare le scale di corsa per poi chiudere la porta della loro camera da letto. C'è qualcosa che non va, non è difficile da capire. I piatti sporchi sono accatastati nel lavello. Sull'isola della cucina c'è un fascio di lettere non aperte. Sul tavolo di legno ovale, una montagnetta di fazzolettini accartocciati. La cucina giallo sole che stamattina sembrava tanto allegra è oscurata da cupe nubi di tempesta. Il silenzio imbarazzato fra me e papà si è protratto 7


sino a diventare straziante. «Dovresti andare da lei» dico per interrompere la stasi e per ignorare il fatto di non aver accettato il pezzo di carta che papà tenta di porgermi. In più, lui sa sempre come consolare la mamma quando le prendono le sue crisi melodrammatiche. È una delle mille cose che amo di lui. «D'accordo.» Arriccia leggermente le labbra, indizio lampante che ha in mente di farmi arrabbiare. «Come preferisci affrontare la cosa? Di petto, per gradi o mettendo la testa nella sabbia?» Io m'illumino d'immenso. «Mettere la testa nella sabbia mi va benissimo.» «Ci hai provato, ma adesso scegli un'altra soluzione.» Fantastico. «Per gradi.» «Come ci si sente a essere arrivata all'ultimo anno delle superiori?» Malgrado l'incombente consapevolezza che la mia vita sta per andare a rotoli, sorrido. Sono entrata in cucina dopo il mio ultimo giorno di scuola aspettandomi di spettegolare con la mamma sul fatto che stasera Trisha e io siamo state invitate alla festa di Blake Harris. Cosa non mi aspettavo? Papà a casa anziché al lavoro, la mamma in lacrime e un biglietto che, con ogni probabilità, è foriero di notizie infernali. «Ci si sente magnificamente. E sarà ancor più magnifico se getterai quel pezzo di carta nel secchio della spazzatura.» «Ti prego invece di leggerlo» insiste papà. «Non è stato facile per tua madre prendere la decisione di fartelo vedere e dobbiamo rispettare i suoi desideri.» Mi fa male lo stomaco come se mi avessero dato una gomitata. Questa debilitante reazione di mia madre significa una cosa sola: qualcuno l'ha contattata dalla sua casa natale nel Kentucky. Il Kentucky è un argomento doloroso per lei e farei di tutto per lenire la sua 8


sofferenza perché, fino a che papà non è entrato in scena e mi ha adottata quando avevo cinque anni, la mamma mi ha cresciuta da sola. Il che merita un certo rispetto. Con la coda dell'occhio intravedo il collage di fotografie incorniciate alla parete. Quella al centro è la mia preferita. È la foto del giorno delle nozze di mamma e papà. La mamma è in abito da sposa bianco. Snella. Graziosa. I bei capelli biondi le ricadono sulle spalle mentre mi guarda. Papà è accovacciato accanto a me. I suoi capelli baciati dal sole sono d'un dorato abbagliante al confronto del suo smoking nero. M'infila una rosa nei capelli castano scuro. Ho cinque anni e lo fisso neanche fosse Superman. Questo perché lo è. Il mio supereroe personale. Mi ha adottata pochissimi giorni prima di sposare la mamma. Papà si schiarisce la gola e io gli strappo il pezzo di carta dalle mani con la giusta dose d'incazzatura. Per qualche minuto mi lascio attirare in questo vortice di follia... lo faccio per lui e per mia madre. È una mail, è breve e va dritta al punto ed è del mio padre biologico. Jeff, per favore dillo a Emily. Eli Sotto il messaggio ci sono un necrologio e la foto di una donna che non ho mai conosciuto. Si chiama Olivia McKinley ed è la madre di Eli. Mi sfugge un sospiro stanco dalle labbra e mi accascio su una sedia accanto al tavolo. Per favore dillo a Emily. Eli s'impegna parecchio per fare effetto. Magari come effetto non è un granché, ma è comunque qualcosa. Leggo attentamente il necrologio di Olivia, storcendo 9


le labbra. È la prima volta che vedo una sua foto. Eli ne ha parlato nelle nostre rare visite sporadiche, ma non ne ha mai dipinto un quadro così chiaro da farmene visualizzare l'aspetto fisico. Eli è questo motociclista con cui mia madre usciva in passato e che ci ha abbandonate nel preciso momento in cui la mamma gli ha detto: «Ho saltato il ciclo». Oltre a dare il benservito a mia madre, mi ha anche dato i capelli castano scuro, le sopracciglia castano scuro intonate e la spruzzata di lentiggini sul naso. Ma a parte questo non mi ha dato molto. «Dunque...» Esitazione totale mentre cerco le parole giuste. «È morta la madre di Eli.» «Esatto, e tua madre vuole andare al funerale.» Ehm... Io non vado ai funerali o alle sepolture. Mamma e papà lo sanno benissimo. Tamburello con le dita sul tavolo. Esiste senz'altro un espediente diplomatico per uscire da questa situazione. Devo trovarlo, e alla svelta. «Perché vuole andarci? Non per essere maleducata, ma questa signora noi non la conosciamo. Conosciamo appena appena Eli e poi... insomma... pensavo che la mamma odiasse il Kentucky.» Papà si gratta la nuca. «Il motivo per cui tua madre vuole andarci non lo so. Le ho inoltrato la mail stamattina e qualche minuto dopo mi ha telefonato al lavoro in lacrime. Sono venuto a casa e lei aveva già comprato i biglietti aerei. Ne so quanto te al riguardo, ma una cosa è certa – non mi piace vedere piangere tua madre.» Neanche a me. «Tu cosa ne pensi, Em?» Io mi stringo nelle spalle. Non ci sono parole al riguardo. Nessuna. Nisba. Zero. Nada. «Non capisco.» «Lo so.» Tutto qui? Lo sa? «Speravo in qualcosa in più, tipo: 10


"Parlerò con tua madre e la convincerò ad abbandonare questo progetto dissennato". Insomma, stiamo sottovalutando quanto potrebbe essere provvidenziale inviare un biglietto ben scritto assieme a un bel mazzo di fiori.» Papà tace, meditando sulla risposta da darmi. È la milleunesima ragione per cui lo amo. Difficilmente papà perde le staffe o grida. Ragiona sempre su tutto. «Non pretendo di capire del tutto questa storia» dice. «Ma è importante per tua madre, e tu e lei siete le cose più importanti per me. Se lei si sente in dovere di andare a quel funerale allora ci andremo.» «E se io non voglio andarci?» Papà mi scruta con i suoi pazienti occhi azzurri e io accarezzo l'idea di nascondermi sotto il tavolo prima che si accorga di quanto la prospettiva di andare al funerale mi irriti. Gente morta. Mi sta deliberatamente chiedendo di andare in un posto dove c'è della gente morta. Dentro di me, sto strillando. Molto forte. Come un'ossessa. «Tua madre e io saremo lì con te e niente e nessuno ti farà alcun male. E poi tu e io ne abbiamo già parlato. Il miglior modo per superare le paure è affrontarle.» Certo, le sue sono belle parole, ma c'è quest'atmosfera grave che mi soffoca come un sudario. Mi viene una specie di orticaria sul polso e mi gratto l'irritazione sotto il tavolo mentre faccio un sorriso forzato. «Mi stai dicendo che un cadavere non tornerà in vita cercando di divorarmi?» «Mi sbilancerò a dire che non finirai in un episodio di The Walking Dead.» Mi esce fuori un grugnito non proprio da signora e papà ride. Ma poi la risata svanisce e detesto il silenzio che segue. «Non alludo soltanto alla tua paura delle cose morte» 11


continua papà. «Sto parlando anche dei documenti che ho trovato nella spazzatura. Mi pare accennassero a una visita a una serie di università fuori città con la tua scuola, quest'estate.» Uffa, avrei dovuto usare il tritadocumenti. «Nella vita non c'è solo la Florida» insiste. «Io amo la Florida.» L'amo così tanto da progettare di restarmene qui in città dopo il diploma. Per la precisione, lo progettiamo Trisha e io. Negli ultimi due anni non abbiamo fatto altro che sognare di andare al college locale una volta diplomate e di stare in camera assieme. Abbiamo perfino scelto i piumoni dello stesso colore, perché è così che fa Trisha. Papà accenna con un gesto della mano alla stanza. «In serbo per te c'è qualcosa in più di queste quattro mura.» «Io amo queste quattro mura.» Ed è così. La cucina è il punto focale della nostra vita a tre. La mamma l'ha abbellita e resa accogliente sistemando diversi vasi di fiori freschi su tavolo, isola e bancone. Ha tinteggiato le pareti di giallo perché ha letto in un articolo che è un colore allegro e accogliente. «Emily...» «Amo la mia vita.» Sbatto le ciglia con fare civettuolo. «Sono felice, quindi piantala di cercare di rovinarmi tutto.» Papà si appoggia allo schienale della sedia e posa sul tavolo una penna con cui stava trafficando. «Non sei neanche un po' curiosa di cosa c'è in giro?» «No. Tuttavia sono curiosa di sapere cosa frulla in testa alla mamma riguardo a questo funerale.» Cambio argomento perché detesto discutere con mio padre. Non provo l'ardente desiderio di andarmene via di casa per esplorare ogni angolo dell'universo come ha fatto lui quando aveva la mia età. Lui non lo capisce e io non so 12


come spiegarglielo. Per questo motivo litighiamo ed è l'unica cosa, a parte Eli, su cui siamo in disaccordo. «Ti ho già detto che non lo so» risponde, «ma è nostro dovere sostenerla. Sai bene quanto me che tua madre è tormentata dal suo passato.» Questo è vero. La mamma evita di parlare di com'era la sua vita prima che nascessi io. Forse, ipotizzo io, perché soffre per il fatto di avere una famiglia che l'ha sbattuta fuori di casa quando ha scelto di avere me. «Credi che per lei andare a questo funerale sia un modo per tornare a casa senza tornarci effettivamente?» Per quanto possa sembrare priva di senso, questa frase ha un suo perché. Papà mi fissa con gli occhi sgranati e io so di aver colto nel segno. Sento arrivare la nausea. Questo è uno di quei momenti in cui fare quel che è giusto mi dà i conati di vomito, ma qui si tratta di mia madre. Mia madre. È matta ed è melodrammatica, ma mi ha voluto bene fin da quando ha visto quelle due linee sul test di gravidanza. Mi rifiuto di dire di no a una donna che per i miei primi quattro anni di vita mi ha tirata su completamente da sola. «E va bene» dico. «Ci sto.» «Grazie. E, Emily...» Una lunga pausa dolorosa. «Devi vederla come un'occasione. Magari aiuterà te e tua madre a riprendere in considerazione l'offerta di Eli. Sul fatto che tu vada a trovarlo quest'estate.» Oh, per carità, no. Tre settimane fa Eli ha contattato papà con quest'idea brutta come la notte. Vedere Eli quando viene in città una volta l'anno è una cosa, ma andare a trovarlo ‒ per due settimane di fila ‒ a casa sua? «La mamma ha detto di no.» «Pensavo che sarebbe salutare per te vedere dove una volta viveva tua madre, per capire la storia di tuo 13


padre. Senza volerlo, l'altro giorno, ti ho sentita fare delle domande alla mamma.» E va bene, citami in tribunale. L'offerta di Eli mi ha incuriosita. In effetti, non è vero. A incuriosirmi è stato il secco "no" di mia madre quando papà ha sollevato l'argomento della visita. E non sono preoccupata per Eli e la sua famiglia, ma più per mia madre. I genitori della mamma erano delle persone ultrabacchettone come lei li ha descritti? E come ha conosciuto Eli? A scuola, o si sono incontrati la notte in cui mi hanno concepita? La mamma era un'adolescente scapestrata o una brava ragazza, finché non ha deciso di uscire una sera con un motociclista? Ho chiesto alla mamma, ma lei cambia sempre argomento. E non ho trovato ancora il coraggio d'insistere per avere delle risposte quando mi liquida. «Ti leggo la curiosità negli occhi ogni volta che si parla di Eli» mi dice papà. Io mi scosto dal tavolo e mentre faccio per passargli accanto, lui mi prende delicatamente la mano. «Va benissimo fare domande. Loro sono la tua famiglia biologica. In effetti è una cosa del tutto normale. Mi è già capitato con i miei pazienti.» Mi viene uno scatto di rabbia. Io non sono una delle sue centinaia di marmocchi viziati che ha per pazienti in qualità di rinomato pediatra. «Non sono curiosa di Eli.» Deglutisco, tentando di fare mente locale. Quando guardo mio padre, vedo l'uomo che non soltanto si è inginocchiato per chiedere a mia madre di sposarlo, ma che si è inginocchiato davanti a me per chiedermi il permesso di sposare mia madre. Vedo il suo sorriso stampato in faccia e ricordo la gioia che avevo dentro il giorno in cui la mia adozione è stata ufficialmente ratificata. Vedo l'uomo che non mi ha mai abbandonata 14


una sola volta da quando è entrato nella mia vita. Essere curiosa di Eli, il mio padre biologico, non significa che io non apprezzi tutto ciò che il mio papà, lui, Jeff, ha fatto per me, e lo apprezzo eccome. Gli voglio più bene di quanto lui possa immaginare. «No» ripeto. «Non sono per niente curiosa.»

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