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Immagine di copertina: Laura Ronchi Titoli originali delle edizioni in lingua inglese: Her Mother's Keeper Sullivan's Woman Silhouette Books © 1983 Nora Roberts © 1984 Nora Roberts Traduzioni di Daniela Mento Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa edizione è pubblicata per accordo con Harlequin Enterprises II B.V. / S.à.r.l Luxembourg. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. Harmony è un marchio registrato di proprietà Harlequin Mondadori S.p.A. All Rights Reserved. © 2006 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione Harmony Special aprile 2006 Seconda edizione Il Meglio di Harmony marzo 2010 Questo volume è stato impresso nel febbraio 2010 da Grafica Veneta S.p.A. - Trebaseleghe (Pd) IL MEGLIO DI HARMONY ISSN 1126 - 263X Periodico mensile n. 127 del 27/3/2010 Direttore responsabile: Alessandra Bazardi Registrazione Tribunale di Milano n. 777 del 6/12/1997 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - 20090 Segrate (MI) Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


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Il taxi si muoveva agilmente nel traffico intorno all'aeroporto internazionale di New Orleans, lungo la strada fra il lago Pontchartrain e un'ansa del fiume Mississippi. Gwen, seduta sul sedile posteriore del taxi, si lasciò sfuggire un profondo sospiro. Il sole cocente della Louisiana non era affatto cambiato nei due anni in cui era vissuta a New York. In pieno luglio faceva un caldo terribile e afoso, era sudata e la camicetta di seta color avorio si appiccicava alla sua schiena. Il taxi intanto si stava già dirigendo verso Lafitte, allontanandosi velocemente da New Orleans. Ben poco era cambiato in quei due anni, a parte lei, si disse guardando fuori del finestrino. Dalla strada si intravedeva il bayou, la palude creata dai mille meandri del delta del Mississippi, con i suoi alberi ricoperti di muschio rampicante e gli acquitrini brulicanti di rettili e di uccelli, cosÏ tipica della Louisiana. Il profu9


mo dei fiori che crescevano lungo le sue rive era intenso e dolciastro, se n'era quasi dimenticata vivendo nell'inquinamento di Manhattan. Sì, pensò, sentendosi già invadere dall'indolenza del Sud, l'unica a essere cambiata sono proprio io. Sono cresciuta. Quando era partita per la metropoli, in cerca di fortuna, aveva ventun anni, era ingenua e innocente. Adesso, a ventitré, si sentiva adulta e matura. Come assistente del redattore di moda della rivista Style, Gwen aveva imparato moltissime cose. A rispettare le scadenze, per esempio, o ad ammansire una modella nervosa, e come riuscire a conciliare il lavoro con la propria vita privata. Ma, prima di ogni altra cosa, aveva imparato ad affrontare le difficoltà da sola, lontano da luoghi e persone familiari. Non ricordava più quanto si era sentita triste e depressa a New York nei primi tempi, aveva dimenticato l'insicurezza e il timore che aveva provato nel ritrovarsi fra quei grigi grattacieli di cemento, lei che era nata e cresciuta fra le magnolie in fiore. Era una fragile e timida ragazza del Sud, ma avrebbe saputo bastare a se stessa anche a New York, si era detta con aria di sfida. E ci era riuscita. Adesso tornava nella Louisiana, e non solo 10


per fare visita a sua madre Anabelle. Veniva per una missione di capitale importanza, si disse, incrociando le braccia sul petto con un'espressione severa. Le sue visite precedenti erano sempre state brevissime, al massimo di un paio di giorni, e l'ultima risaliva a parecchi mesi prima. Ma ora sarebbe stato diverso, intendeva trascorrere in compagnia di sua madre tutte le sue vacanze. Il tassista frattanto la spiava nello specchietto retrovisore. Il bel volto ovale della sua passeggera era circondato da un'aureola di capelli del colore dello zucchero caramellato, lunghi fino alle spalle. Sembrava un angelo, ma non sorrideva affatto. La sua espressione era decisa, i grandi occhi castani fissavano un punto distante, impreciso. Pareva meditare su qualcosa di importante. Gwen stava infatti pensando a sua madre Anabelle. Era incredibile che una donna di quarantasette anni potesse essere cosÏ ingenua. A dire la verità , Anabelle era sempre stata una sognatrice, amante dell'arte e della poesia, con un grande senso estetico ma completamente priva di senso pratico. Gwen, però, non avrebbe mai creduto che sarebbe arrivata a tanto. La colpa di quello che era successo, naturalmente, era di quell'uomo. Luke Powers, si chiamava. Scrittore e sceneggiatore di successo a 11


Hollywood, trentacinquenne, scapolo, giramondo e canaglia, aggiunse mentalmente Gwen, stringendo i manici della borsa come se fossero il collo di Powers e potesse così strozzarlo. Caro signor Powers, pensò con disprezzo, la sua presunta storia d'amore con mia madre ha i giorni contati. Ci penserò io a farle fare le valigie e a rispedirla al suo posto, in California. Era venuto in Louisiana per una ricerca che gli sarebbe servita per scrivere il suo prossimo libro. Così le aveva spiegato la madre che, negli ultimi tre mesi, aveva menzionato Luke Powers in ognuna delle lettere che le scriveva sulla sua carta profumata alla violetta. E aveva condotto le sue ricerche letterarie portando Anabelle a teatro, poi aiutandola a curare il giardino, piantando chiodi per i suoi quadri e verniciando lo steccato. Insomma, cercando di rendersi indispensabile in ogni modo, così da catturare il cuore ingenuo di una donna fragile e sola da tanto tempo. All'inizio, Gwen non aveva dato troppo peso ai continui riferimenti che la madre faceva a Powers nelle sue lettere. Sapeva come si entusiasmasse facilmente per le nuove conoscenze e poi, aggiunse dentro di sé sentendosi in colpa, lei negli ultimi mesi era stata troppo presa dai propri problemi sentimentali per badare ad altro. Michael Palmer, il brillante, affascinante, 12


egocentrico Michael Palmer di cui aveva creduto di essere innamorata, aveva concentrato su di sÊ tutta la sua attenzione per troppo tempo. La loro relazione era stata un fallimento, e Gwen sapeva di non poterne attribuire a lui tutta la colpa, anche se lo avrebbe fatto volentieri. Si era lasciata incantare dai suoi modi da uomo di successo, senza capire che erano una facciata per coprire un immenso egoismo. Solo il successo della propria carriera nella redazione di un'importante rivista l'aveva consolata, anche se non del tutto. Certo, il suo lavoro era interessante, ma la gente si faceva un'idea sbagliata del mondo della moda. Non era affatto spensierato e allegro come appariva, non si trascorreva il tempo passando da una festa a un'altra, bevendo champagne e chiacchierando di colori e di accessori. Gli stilisti erano nevrastenici anche piÚ delle loro modelle, ma lavoravano duramente per mantenere i risultati raggiunti e per loro ogni sfilata era una sfida e un esame che non potevano fallire. Ma lei non si era certo lasciata spaventare da quell'ambiente spietato, pensò, drizzando con fierezza le spalle, per quanto al suo arrivo a New York fosse ancora molto giovane e inesperta. Lasciò perdere i ricordi e ricominciò rapida13


mente a focalizzare la propria attenzione su Luke Powers. Spettava a lei difendere la madre da un personaggio la cui fama di impenitente dongiovanni faceva concorrenza a quella di scrittore. La lista delle sue amanti ricche e famose riempiva le cronache mondane, attrici ed ereditiere facevano la fila per uscire con lui. Forse si stava annoiando, in Louisiana, per questo aveva messo gli occhi su una vedova piacente, ma ormai non più giovanissima. Gwen non sapeva che cosa aveva in mente Luke Powers, ma sua madre non doveva soffrire. Quell'uomo avrebbe avuto il fatto suo. Quando il taxi entrò nel viale che conduceva alla casa della sua infanzia, ombreggiato da eleganti magnolie, Gwen provò una profonda emozione. Sentì il profumo del glicine in fiore prima ancora di vedere la costruzione bianca in cui era nata, a tre piani, con le grandi finestre e i balconi con le ringhiere di ferro battuto, e la lunga veranda su cui si arrampicava il glicine fiorito. Era bella come una casa di bambola, raffinata e delicata come sua madre. Insomma, una dimora da favola che apparteneva alla famiglia Lacrosse da molte generazioni. A dire la verità, al momento attuale, solo i primi due piani costituivano la residenza di sua madre. 14


Il terzo piano era stato diviso in quattro piccoli alloggi in cui risiedevano quelli che Anabelle chiamava eufemisticamente ospiti, ma che in realtà erano pensionanti. Solo affittando quelle stanze era stato possibile far fronte alle spese per il mantenimento della casa ed evitare di venderla dopo la morte prematura di suo padre, avvenuta molti anni addietro, quando lei era ancora una bambina. Gwen era cresciuta accettando gli ospiti a pagamento sotto il suo stesso tetto come un fastidio inevitabile, ma questa era la prima volta che arrivava a considerare uno di loro come un pericolo. Il taxi si fermò davanti alla grande veranda. Gwen scese, aspettò che il tassista scaricasse le sue valigie e poi pagò la corsa. Un rumore insistente attirò la sua attenzione mentre il taxi ripartiva. Nel prato di fianco alla casa, qualcuno stava abbattendo con l'ascia un albero rinsecchito, accanto a una florida camelia. Era un uomo a torso nudo, che indossava solo un paio di jeans aderenti e scoloriti. I muscoli delle sue spalle e del petto erano lucidi per il sudore, i suoi riccioli castani, quasi biondi dove il sole li aveva sbiaditi, scendevano fino a sfiorargli il collo. Si muoveva con forza ed eleganza, le gambe ben piantate a terra. Colpiva il tronco dell'albe15


ro con metodica efficienza, senza tradire il più piccolo sforzo. Era uno spettacolo vederlo in azione per lei che, nei due anni trascorsi a New York, si era dovuta accontentare dei pallidi impiegati in pantaloncini corti e maglietta di cotone che facevano jogging al mattino in Central Park. Gwen aveva dimenticato quanto potesse essere bello un vero uomo. Quell'albero rinsecchito ormai aveva i minuti contati. Ancora qualche colpo e, dopo una breve oscillazione, si piegò su se stesso e cadde al suolo. Gwen sentì dentro di sé il ridicolo impulso di applaudire. «Bravo!» le sfuggì. L'uomo si stava asciugando il sudore della fronte con il braccio. Si accorse di lei solo in quel momento e si voltò a guardarla. Aveva il sole alle spalle e Gwen non poté vederlo chiaramente in viso. Non distingueva i suoi lineamenti, ma i raggi lo circondavano di un'aura dorata, come se fosse un giovane dio apparso improvvisamente su un verde prato della Louisiana. Il dio primitivo della virilità, pensò Gwen. Lui posò l'ascia contro il tronco dell'albero abbattuto e le andò incontro. Gwen provò una strana emozione, una specie di brivido che non aveva mai provato prima. 16


«Bel lavoro» gli disse, approvando con un sorriso, mentre con la mano cercava di schermare gli occhi dal sole per vederlo meglio. «Spero che non le dispiaccia se le faccio un complimento.» «Niente affatto. Non sono molti quelli che sanno apprezzare l'abilità di un taglialegna» le rispose senza falsa modestia. Non aveva l'accento della Louisiana, non doveva essere di quelle parti. A mano a mano che gli si avvicinava, Gwen riusciva a distinguere i particolari del suo viso. Non si era rasato, quel giorno, una corta barba ispida gli ombreggiava le guance rendendo il suo aspetto, se possibile, ancora più virile. Aveva una fossetta sul mento, gli occhi erano grigio-azzurri. Il suo era lo sguardo calmo e tranquillo di chi è molto sicuro di sé. La fissava senza imbarazzo, come se potesse leggerle nella mente. «Non le pare che faccia troppo caldo per un lavoro così faticoso?» gli domandò. «Le sembra che faccia troppo caldo solo perché è troppo vestita» replicò lui con semplicità, squadrandola dalla testa ai piedi e soffermandosi soprattutto sulle lunghe gambe e sulle calze. A Gwen non sarebbe mai passato per la mente di andare in giro senza calze, neppure con quell'afa. Si augurò di non essere arrossita co17


me una stupida, mentre lui la esaminava attentamente. «Sono vestita per viaggiare in aereo, non per fare il taglialegna» replicò con tono infastidito, anche se non avrebbe voluto. Lui la rendeva insolitamente nervosa e purtroppo se n'era accorto. Gwen vide aleggiare sulle sue labbra un sorriso che le sembrò ironico, e che la mise ancora di più a disagio. «Grazie, faccio da sola» gli disse con troppa precipitazione quando lui cercò di prendere le valigie che il tassista aveva scaricato. Gwen si corresse subito, cercando di ritrovare un certo contegno. «Non voglio distoglierla dal suo lavoro» aggiunse con più calma. «Non ho fretta di terminarlo» ribatté lui e prese le due valigie. Le sollevò senza la minima fatica e la precedette verso la veranda, camminando sulle lastre di pietra che tracciavano un sentiero in mezzo all'erba. Era davvero alto, lei gli arrivava appena alla spalla anche con i tacchi, si rese conto Gwen. «È qui da molto?» gli domandò mentre salivano i gradini della veranda. «Da qualche mese» fu la risposta. Posò le valigie davanti alla porta e, prima di aprirla, si fermò stringendo la maniglia e si voltò a guardarla. «Lei è più bella che in fotografia, Gwenive18


re» le disse inaspettatamente. «Più sensibile, più vulnerabile.» Aprì la porta e poi riprese in mano le valigie. «Come fa a sapere il mio nome?» gli domandò stupita Gwen. «Sua madre parla continuamente di lei» le spiegò, posando le valigie nel vestibolo bianco e fresco. «È molto fiera di sua figlia» aggiunse, alzandole il mento con due dita per guardarla bene in viso. Il gesto fu così naturale che Gwen non osò protestare. «La sua bellezza è molto diversa da quella di sua madre» proseguì lui, «che ispira pace e tenerezza. Non credo proprio che lei ispiri tranquillità in un uomo, Gwen. O mi sbaglio?» Era un insulto o un complimento? Gwen non riusciva a reagire, come affascinata dalle sue parole. «Anabelle è molto preoccupata che lei viva da sola a New York» aggiunse poi lui. Gwen cercò di recuperare un po' di disinvoltura. «Purtroppo è davvero impossibile stare soli in una città affollata come New York» obiettò scherzosamente. «Ma la mamma non mi aveva mai detto di essere preoccupata per me.» «Certo, non glielo direbbe mai perché lei poi si preoccuperebbe del fatto che sua madre è 19


preoccupata» dedusse lui con un sorriso sornione. «Sembra che lei conosca mia madre piuttosto bene» commentò Gwen, cercando di ignorare il brivido di piacere che le aveva dato il suo sorriso. Quell'uomo aveva fascino da vendere, pensò. All'improvviso, la verità si rivelò ai suoi occhi. Com'era stata sciocca a non capirlo subito! «Lei è Luke Powers! Lo scrittore!» gli disse in tono di accusa, come se avesse voluto nasconderglielo. «Sì» ammise lui. «Perché lo dice in quel modo? Non le è piaciuto il mio ultimo libro?» «È la storia che sta scrivendo adesso che non mi piace» replicò con durezza Gwen. «Davvero?» Luke sembrava divertito e incuriosito. «E soprattutto il fatto che la stia scrivendo qui, in questa casa» aggiunse lei. «Per quali ragioni, Gwenivere?» «Non mi chiami così. Lo fa solo mia madre» gli ordinò, infastidita. «Un vero peccato, è un nome così romantico. A lei non piace un po' di romanticismo?» «Non mi piace il romanticismo fra mia madre e un donnaiolo di Hollywood che ha almeno dodici anni meno di lei. Non lo definirei affatto romanticismo.» 20


Luke non sorrideva più, dopo quella replica. Si era infilato le mani in tasca e la guardava, ostile. «Vorrebbe dirmi come lo definirebbe, se non le dispiace?» «Non lo ritengo nemmeno degno di una definizione. E vorrei che sapesse subito che non sono disposta a tollerarlo.» Gwen si voltò, come per andarsene. «No? E non si prende nemmeno il disturbo di chiedere a sua madre che cosa ne pensa?» le domandò Luke con un tono freddo e minaccioso. «Mia madre è troppo fiduciosa e ingenua» replicò Gwen, girandosi di nuovo e tenendo a freno con difficoltà la propria furia. «Non permetterò che lei se ne approfitti facendole fare la figura della sciocca.» «Mia cara Gwenivere» le rispose con falsa dolcezza Luke, «lei la figura da sciocca la sa fare da sola.» Gwen stava per replicare, inviperita, quando sentì il ticchettio dei tacchi di sua madre. «Mamma!» esclamò, andandole incontro. L'abbracciò con affetto, profumava come sempre di lillà. Anabelle Lacrosse era più piccola della figlia e molto carina, con grandi occhi azzurri e i capelli biondi, due graziose fossette sulle guance, il nasino all'insù e una bocca morbida e invitante. 21


«Che bella sorpresa, tesoro! Non ti aspettavo così presto» le disse. «Non hai ricevuto la mia lettera?» «Sì, certo, ma diceva che saresti arrivata venerdì.» Come al solito, viveva con la testa per aria. «Oggi è venerdì, mamma» le fece notare. «Oggi è venerdì, ma io ero convinta che saresti arrivata venerdì prossimo... Meglio così, morivo dalla voglia di rivederti! Lasciati guardare» le disse, facendo un passo indietro per poterla osservare meglio. Sua figlia era alta, bella, elegante, le ricordava tanto il suo defunto marito. A dire la verità, Anabelle, vedova ormai da più di due decadi, si ricordava del consorte quasi unicamente quando vedeva Gwen. «Sei dimagrita. Non mangi abbastanza a New York?» Glielo faceva notare ogni volta. «Tu, invece, sei bellissima come sempre» si complimentò lei sinceramente, sperando che sua madre non incominciasse con una delle solite prediche a proposito della dieta delle donne di successo, che si rovinavano la salute saltando i pasti o mangiando panini per non perdere tempo a cucinare. Era incredibile che sua madre avesse quasi cinquant'anni, pensò Gwen con affetto, a quel 22


punto. Dimostrava almeno dieci anni di meno. Anabelle rispose al complimento con la sua risata così giovanile. «Qui da noi si resta giovani» le rispose. «Non c'è smog in Louisiana, né la neve che c'è lassù da voi.» Per sua madre, New York era stata da sempre sinonimo di profondo Nord, un mondo freddo, ostile e lontano come un altro pianeta. «Oh, Luke!» esclamò, rendendosi conto della presenza del suo ospite. «Tu e Gwenivere avete già fatto conoscenza?» «Sì» rispose lui, ironico. «Gwenivere e io siamo già come vecchi amici.» «Ci siamo capiti al volo» confermò Gwen con lo stesso tono. «Magnifico!» approvò Anabelle senza sospettare che le loro parole avessero un significato diverso da quello letterale. «Speravo proprio che andaste d'accordo. Preferisci andare a riposare nella tua stanza o venire in cucina a bere un buon caffè e fare due chiacchiere?» chiese alla figlia. «Preferisco il caffè. Grazie.» «Ci penso io a portare su le valigie» propose Luke. «Grazie, caro» accettò Anabelle prima che Gwen potesse rifiutare. «Ma cerca di non farti vedere dalla signorina Wilkins senza camicia. I 23


tuoi muscoli la farebbero svenire» aggiunse. Luke sorrise, prese le valigie e incominciò a salire le scale per andare al piano di sopra, dove c'erano le camere da letto di Anabelle e di sua figlia. «La signorina Wilkins è una delle mie ospiti» spiegò Anabelle con una risatina mentre accompagnava la figlia in cucina. «Un'anima dolce e gentile che passa il proprio tempo a dipingere acquerelli.» La cucina era esattamente come Gwen se la ricordava, grande, piena di sole e scrupolosamente pulita. Tillie, la vecchia cuoca, che era con loro da sempre, era davanti ai fornelli, intenta a cucinare. Non si voltò nemmeno quando Gwen entrò. «Bentornata, Gwen» le disse, mescolando nella pentola. «Il caffè è sul fuoco.» Non sembrava affatto stupita di vederla con una settimana di anticipo. Ma lei non si stupiva mai di nulla. «Come stai, Tillie?» Gwen andò a dare un'occhiata a quello che c'era sul fuoco. «Che buon profumino!» «Jambalaya» le spiegò la cuoca. «Il mio piatto preferito!» esclamò Gwen. Riso, verdure e frutti di mare, una pietanza molto piccante tipica della cucina cajun della Loui24


siana. «Ma credevo che mi aspettaste solo la prossima settimana.» «Infatti, è così» confermò Tillie. «Non la sto facendo per te. Era già in programma per la cena di stasera. I nostri ospiti ne vanno pazzi» aggiunse con orgoglio, sapendo di essere un'ottima cuoca. Gwen si alzò in punta di piedi per darle un bacio sulla guancia. Tillie era molto alta e magra, non si poteva certo dire bella, e aveva un caratteraccio, ma per Gwen era stata come una seconda madre. «Come vanno le cose qui da voi?» le chiese. «Comme ci, comme ça» fu la risposta. «Sei diventata ancora più magra.» Tillie era una cajun, discendeva dai coloni francesi che erano arrivati nella Louisiana nel Settecento. Parlava il francese come l'inglese. «Hai un mese di tempo per farmi ingrassare.» «Non è splendido, Tillie?» commentò Anabelle, prendendo dalla credenza una lattiera e una zuccheriera di porcellana blu di Delft. «Gwen rimarrà con noi per un mese intero. Forse dovremmo dare un ricevimento in suo onore. In questo momento, abbiamo tre ospiti in casa: Luke, la signorina Wilkins e il signor Stapleton. Anche lui dipinge, ma preferisce i colori a olio. Un giovanotto di grande talento.» «Come Luke Powers» commentò Gwen, se25


dendosi a tavola di fronte alla madre. «Luke ha un talento davvero incredibile» confermò Anabelle con un sospiro di ammirazione. «Avrai letto di sicuro uno dei suoi romanzi, o avrai visto uno dei film per cui ha scritto la sceneggiatura. I suoi personaggi sono così realistici, così vivi! E le scene romantiche sono di un'intensità che lascia senza parole. Inimitabili.» «In uno dei suoi film c'era una donna nuda» dichiarò Tillie con sincera indignazione. «Completamente nuda.» Anabelle si limitò a ridere e a lanciare a sua figlia un'occhiata eloquente mentre beveva il caffè. «Tillie ritiene che Luke sia responsabile del declino morale del mondo dello spettacolo.» «Non lui da solo, ma insieme a quelli come lui» fu il parere della cuoca a cui non importava affatto di essere considerata all'antica. Gwen era completamente d'accordo con Tillie, un uomo come Luke Powers non poteva avere la minima idea di che cosa fosse la morale. Ma non voleva discuterne, in quel momento. «Certo che ha avuto molto successo, per un uomo della sua età. Ha già pubblicato una serie di libri che sono saliti in vetta alle classifiche di vendita, ha scritto la sceneggiatura per i film di 26


registi molto famosi... e ha solo trentacinque anni.» «L'età non ha importanza quando c'è il vero talento» disse Anabelle. «E il successo non gli ha dato per niente alla testa. È l'uomo più gentile e premuroso che abbia mai conosciuto. Dà tutto se stesso agli altri, anima e corpo. Con lui mi sento rinata, sono diventata un'altra donna.» A Gwen andò il caffè di traverso. «Tutto bene, tesoro?» le chiese la madre. «Sì, grazie» rispose Gwen, cercando disperatamente di smettere di tossire. «Ora è meglio che vada di sopra a disfare le valigie.» «Vengo ad aiutarti.» «No, mamma, non disturbarti. Non ci metterò molto, poi farò una doccia e mi cambierò. Ci rivediamo fra un'ora.» In un'ora sarebbe riuscita a rimettere in ordine le idee, si disse, andandosene dalla cucina. Non sarebbe stato facile convincere sua madre che Luke Powers era ben diverso da quello che credeva. Il famoso scrittore, il genio della letteratura! Per quanto frugasse nella propria mente non riusciva a trovare un aggettivo abbastanza ignobile per definirlo come meritava.

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