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A.B. Ratti

Le mie cose preferite


Le Mie Cose Preferite © 2016 Alba Sunshine Bettoschi Ratti I diritti di questo romanzo sono stati acquistati presso Cicorivolta Edizioni "Published by arrangement with Loredana Rotundo Literary Agency" Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. Harmony è un marchio registrato di proprietà HarperCollins Italia S.p.A. All Rights Reserved. © 2017 HarperCollins Italia S.p.A., Milano Prima edizione Harmony Passion luglio 2017 HARMONY PASSION ISSN 1970 - 9951 Periodico mensile n. 129 del 13/07/2017 Direttore responsabile: Chiara Scaglioni Registrazione Tribunale di Milano n. 71 dello 06/02/2007 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - Via Mondadori, 1 - 20090 Segrate (MI) Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 045.8884400 HarperCollins Italia S.p.A. Viale Monte Nero 84 - 20135 Milano


A Edoardo e Viola, stelle fisse del mio firmamento.


PARTE PRIMA


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... Dal tuo cuore sale il tuo aroma come dalla terra la luce fino alla cima del ciliegio: nella tua pelle io trattengo il tuo battito e aspiro l'onda di luce che sale, la frutta immersa nella tua fragranza, la notte che respiri, il sangue che percorre la tua bellezza fino ad arrivare al bacio che mi aspetta sulla tua bocca. Ode al suo aroma – Pablo Neruda 11 Marzo Mi scapicollo su per le scale. Ho il fiato corto, arrivo all'ingresso della clinica pediatrica e apro la porta lentamente, sperando che faccia meno rumore possibile, poi sguscio dentro pregando che Bonafede, il mio Prof. di Chirurgia Pediatrica, non si accorga che sono qui. Mi inserisco nella penultima fila di banchi e, quando accarezzo finalmente l'idea di essermela cavata, lui mi sorride con un ghigno a mezza bocca esclamando, non senza una punta di sadismo: «Ben alzata dottoressa, dormito bene?». Avvampo. Riesco solo a sussurrare fra i denti qualche parola di scuse, mentre dalle prime file si leva una risatina sommessa e mi scivola lungo la schiena. Ecco: la mia giornata è cominciata. Alla grande, come sempre. 7


Ho mezz'ora di ritardo. Mi sento uno straccio, ho i capelli sporchi, imbrogliati alla meno peggio in una coda improvvisata, le palpebre mi bruciano e percepisco il solco delle occhiaie con le dita. Stanotte non ho chiuso occhio. Ho passato in rassegna tutte le scadenze che non ho ancora rispettato, gli esami che devo ancora dare, le tesine da scrivere, le tasse da pagare... E ora eccomi qua. Curva sul quaderno a scrivere appunti che spero abbiano un senso, con la testa che mi scoppia e la triste consapevolezza che non tornerò a casa prima di sera. Mi costringo a concentrarmi sulle parole di Bonafede, che sta illustrando la semeiotica del dolore addominale acuto nel bambino, ma l'aroma di cocco che si espande dai capelli della mia vicina mi rende l'impresa decisamente ardua. Profumo d'esotico. Acqua. Estate. Luce che acceca i sensi. Arriccio il naso, per scacciare via la fragranza seduttiva, ma la mia compagna muove la testa di scatto, scagliando frammenti fruttati in giro per l'aula. Allora strizzo gli occhi, tentando di fissarli sullo schema che appare sull'ennesima slide. Ma non c'è nulla da fare. Annuso l'aria. E cedo. Fallisco su tutta la linea e, incurante dei miei doveri professionali, approfitto della litania monocorde del Prof. per perdermi nelle fantasticherie che la mia mente intreccia senza sosta. E prendo il largo. La Lacoste rossa che si intravede sotto il camice del Prof. Il neon fulminato dell'ultima fila. Il brontolio sommesso di una falciatrice in attività da qualche parte. E le tette siliconate della tipa in terza fila. Quando si volta, la camicetta bianco latte, che deve aver scelto con cura stamattina, le si tende così pericolosamente che un solo colpo di tosse basterebbe a far esplodere una raffica di bottoni. Di tanto in tanto osservo i capelli profumati della mia collega, che oscillano vicinissimi al mio naso. Capelli perfetti. Impietosamente accostati ai miei, a mala pena pettinabili. Mi porto automaticamente una mano alla coda sgraziata che mi pende dalla nuca. E sospiro. L'acconciatura malmessa che svetta sul mio cranio sembra una perfetta rappresentazione del mio stato mentale. Sono mesi che vivo in una sorta di coma emozionale da cui nulla riesce a tirarmi fuori. La sciatteria del sentimento, l'ho ribattezzata così. Una condizione di completa assenza di passione, in cui il brivido più esaltante è rappresentato dal telefilm del sabato sera. 8


Bonafede tace. L'interruzione del suo lamento monotonale riesce a distogliermi per un attimo dai miei pensieri. Il Prof. sta direzionando il suo puntatore laser sulla cicatrice postoperatoria di un addome pediatrico. Non mi piace la chirurgia, non mi ci vedo proprio con un bisturi in mano. Ho sempre pensato di non essere dotata di sufficiente sangue freddo per incidere un corpo umano: la mia ansia prenderebbe il sopravvento. La clinica è un'altra storia, mi concede l'illusione di sentirmi più al sicuro. Ma al sicuro da cosa? Un risolino sarcastico mi allunga la bocca. La lista è ben nutrita. Dalla mia indecisione, dalla mia insicurezza, dalla mia confusione, dalla mia indolenza, ma soprattutto, dalla paura di essere sopraffatta dalle mie paure. Bonafede passa a esaminare una lista di dati statistici più lunga della barba di un rabbino. Ormai ho perso il filo. La concentrazione sfiora i minimi storici della mia carriera. Non mi resta che mordicchiarmi le unghie della mano sinistra, illudendomi ancora, con la destra, di poter scarabocchiare qualcosa di significativo. A ventisette anni bisognerebbe avere un certo grado di entusiasmo. Non dico un sogno, ma almeno uno straccio di ideale. Il mio slancio vitale, invece, è quello di un pesce rosso in una boccia tre centimetri per tre. Eppure dovrei ritenermi soddisfatta. Medico in formazione specialistica – quasi pediatra – in effetti, con una media di voti piuttosto alta. Una chioma castana di difficile gestione, lo ammetto, ma per il resto niente male, a detta di amici e parenti. Certo, i miei centosessantacinque centimetri scarsamente formosi – fatta eccezione per la generosa curvatura dei miei fianchi – non mi rendono esattamente una top model, ma sembra che agli occhi del mondo la cosa appaia irrilevante, tanto da finire addirittura per piacere! Il perché mi risulta più oscuro dei Misteri di Fatima. Soffoco uno sbadiglio impertinente, mentre l'algoritmo delle mie riflessioni continua indisturbato, contribuendo ad alimentare la mia desolazione, che raggiunge il suo culmine quando passo ad analizzare gli altri ambiti della mia esistenza. Situazione sentimentale: minestra riscaldata. Per non parlare della mia forma fisica. Nonostante il pilates, con cui metto a tacere la mia coscienza, ho i muscoli di un'ameba. Per fortuna non tendo a ingrassare.L'unico faro nel mare oscuro del mio ciclo vitale, a quanto pare, è rappre9


sentato dai miei amici. Quelli di sempre. Quelli con cui ho iniziato gli studi e con i quali continuo a condividere gioie e dolori della professione. Almeno questa è una certezza. E su di loro posso sempre contare. Le mie considerazioni vengono bruscamente interrotte dal rumore sordo dei colleghi che si muovono in massa verso l'uscita, facendo scattare i sedili delle panche. Guardo il Prof. sfilarsi il camice e realizzo che anche la lezione di oggi è giunta al termine. Anche questa è andata! Mi dico. Alle undici arrivo in reparto. Mi appresto a sistemare le cartelle cliniche, passando da un letto all'altro per controllare che tutto sia in ordine. Mi guardo intorno con aria studiatamente acuta, cercando di associare a ogni paziente diagnosi, prognosi e terapia e alle dodici mi ritiro in medicheria per prenotare la Tac del letto sei. Mi attacco al telefono, pregando che il collega di turno in radiologia sia così gentile da ascoltare le mie parole fino alla fine. «Radiologia.» La voce maschile all'altro capo del filo mi sembra più disponibile del solito. «Buongiorno, sono la dottoressa Dell'Omo, chiamo dalla pediatria, dovrei prenotare una Tac in urgenza...» «Irene Dell'Omo?» chiede il tale, con fare interessato. «Sì...» rispondo perplessa. «Ciao! Sono Enrico, l'amico di Claudia, ci siamo conosciuti a una cena qualche settimana fa, ricordi? Sono quello che ti ha quasi rovesciato addosso il vassoio degli antipasti... sono stato imperdonabile!» «Ah... certo» rispondo, titubante. Come dimenticare questa specie di rapace che mi ha seguita persino in bagno per ripulirmi il vestito. Solo il ricordo mi provoca un fiotto di nausea. «Che cosa ti serve... una Tac?» continua lui. Il problema è che non posso permettermi il lusso di sembrare acida. Devo avere quella Tac, al più presto. A ogni costo. Allora sciolgo le spalle con un gesto da atleta, ricaccio indietro i capelli con una scrollata e mi lancio nella mia migliore interpretazione da femme fatale. Stile Jessica Rabbit, per intenderci. E do inizio al mio show. «Ehi, ma che combinazione!» esclamo suadente, «mi chiedevo proprio dove fossi finito. Non ti ho più visto... Sì, in effetti avrei bisogno di una Tac. Sai, è urgentissima, se non riesco a inserirla per 10


oggi, credo che il Prof. me ne conterà quattro. Sono disperata!» Concludo con un lungo sospiro alla Marilyn. Sono completamente calata nella parte. Mi afferro vezzosamente una ciocca di capelli e me la porto alle labbra. «Ma... certo» risponde lui, poco convinto. «Oddio... oggi in realtà sarebbe un po' difficile.» «Sei sicuro?» domando tutta miele e velluto, «neanche un posticino, che so, a cavallo dell'ora di pranzo, o magari in serata, in coda a tutti gli altri? Ci sarà pure un minimo di flessibilità. Enrico, ti prego... Controlla meglio, per favore.» Pausa. «Mmh, vediamo...» continua più disponibile, «certo che se me lo chiedi così!» aggiunge poi con un risolino allusivo. Sta crollando. Manca poco. Lo sento. Io sono immobile. Il corpo teso, il respiro quasi impercettibile. Mi tormento distrattamente il labbro superiore con la punta della lingua. E aspetto. «Ma sì, dai in un modo o nell'altro... un buco te lo trovo!» Cede. E il mio braccio sinistro parte verso il soffitto, l'indice e il medio divaricati in una V. «Grazie! Enrico sei un tesoro!» Mi sdilinquisco. «Vieni tra mezz'ora, che te la prenoto. Sono ancora di turno io.» Il suo tono sfacciatamente mellifluo mi dà sui nervi. Non esageriamo!, penso, memore delle attenzioni morbose dell'ultima volta. Qui ci vuole un colpo di genio. Allora trattengo il respiro e metto in moto gli ingranaggi del mio cervello alla ricerca di una soluzione che salvi capra e cavoli. E poi ci sono. «Scusa un secondo... Enrico, mi chiamano» dico in un soffio, con tutta la sdolcinatezza di cui sono capace. Schermo il ricevitore con una mano. Lascio che attenda qualche secondo. Poi... «Accidenti!» esclamo, con tono improvvisamente concitato. «Vorrei venire personalmente... Sarebbe anche un'occasione per salutarti, ma sono sola al momento e non posso muovermi. Mi hanno appena chiamata per un'urgenza! Ti devo mandare un'infermiera, non ho altra scelta!» miagolo senza ritegno. «E va bene...» si rassegna, «magari ci vediamo per un caffè uno di questi giorni. Se vuoi passo da te in Pediatria...» dice poi con fare strisciante. «Sì, certo... quando vuoi.» 11


«Okay, allora, aspetto la tua infermiera. Ciao.» «Ciao» concludo a denti stretti e mi precipito a riagganciare. Okay, ho ufficialmente incoraggiato il mio viscido corteggiatore, ma almeno avrò la Tac per tempo! Missione compiuta. Al resto penseremo poi. Proseguo la mia giornata ascoltando, senza troppo interesse, i pettegolezzi delle infermiere, che spaziano dalla supposta relazione clandestina del primario alle scarpe troppo sexy della caposala di Chirurgia Generale. Mentre sbrigo pigramente le ultime pratiche burocratiche e organizzo le dimissioni della mattinata, all'improvviso, il mio camice vibra. Un sms di Claudia, la mia coinquilina. Nonché la voce della mia coscienza. L'unica che sia in grado di capire esattamente, in ogni circostanza, tutto quello che mi passa per la mente. E di solito meglio di me. A volte penso che Dio me l'abbia mandata con la precisa missione di compensare le mie carenze. È un po' la mia controparte emozionale: un'onda impetuosa – lo tsunami, al confronto ha la potenza di uno sciacquone – che quando parla non ha alcun filtro. Siamo amiche dal primo anno di medicina, ma viviamo insieme da quando, tre anni fa, ci siamo laureate e abbiamo deciso di condividere un appartamento nei pressi del Colosseo. Da allora è indiscutibilmente la mia migliore amica. Pranzo al sacco stravaccate sul prato? Guardo il sole primaverile che rende splendide anche le facciate malmesse degli edifici del Policlinico. Sì, ne vale davvero la pena. Okay. Vengo io da te. Alle 13 davanti a Ortopedia. All'una e un quarto siamo stese sull'erba di un'aiuola asfittica. Il sole è caldo e io gioco con i fili d'erba che mi circondano, mentre i piccioni banchettano con le briciole che ci lasciamo intorno. «Lo sai chi mi ha risposto al telefono, oggi, in radiologia?» «Stupiscimi!» esclama, lei con fare interessato. «Il tuo amico Enrico...» «Chi?» fa lei, scoppiando in una fragorosa risata, «il maniaco che ti ha volontariamente ricoperta di tartine al salmone qualche tempo fa?» 12


«Già... proprio lui!» «Ah no! Non è affatto mio amico, tesoro, a mala pena lo conosco!» puntualizza, lei, roteando per aria l'indice della mano destra. «Lo so! Lo so!» ribatto, alzando gli occhi al cielo, «... però mi è tornato utile, sai? Ho sfoderato tutte le mie arti femminili e l'ho convinto a prenotarmi una Tac d'urgenza. Sono bastate due parole ben pronunciate...» «Ah... non ho dubbi che ti sia tornato utile!» sghignazza lei, mentre mi stiracchio per godermi il tepore dell'ora di pranzo. «Ma se fossi in te» continua, «mi nasconderei per qualche mese, non si sa mai. Mi sa tanto di stalker...» «In effetti...» ribatto e per un attimo ripenso ai modi striscianti del tipo. Claudia si scrolla di dosso le briciole residue, poi incrocia le gambe stile posizione del loto. «E Giulio che ne pensa?» chiede improvvisamente più seria. L'ultimo boccone del mio panino finisce dritto nella laringe, accompagnato da una scarica di colpi di tosse che mi riduce all'apnea. Mi riprendo a fatica, buttando giù il mio mezzo litro d'acqua tutto d'un fiato. «Mah! Cosa vuoi che ne pensi? Sono giorni che non lo vedo... lo sai, il fatto è che dovrei lasciarlo e basta. Ma non ne ho il fegato! Per ora lo evito, poi si vedrà. Magari lo farà lui, prima o poi...» Lei mi lancia un'occhiata di disapprovazione. «È uno stronzo, Iri, non si merita una come te. Lascialo e basta! Non farti troppi problemi, lui non se ne farebbe!» esclama secca. «La fai facile tu!» ribatto, con un lungo sospiro sconsolato. Poi silenzio. Ognuna immersa in qualche idea ripescata chissà dove. Combatto contro il desiderio di chiudere gli occhi e abbandonarmi al sonno. Il profumo della primavera illanguidisce l'aria. Gli alberi sono già tutti fioriti e ai bordi delle aiuole cominciano ad accumularsi mucchietti di petali. Le palpebre mi crollano. E io le assecondo, ascoltando il vento, che si diverte a spettinare i pioppi bianchi, finché una pioggia di ammassi lanuginosi non invade tutti i viali. Mi sono sempre piaciute quelle nuvolette bianche. Quando ero piccola ci camminavo dentro per sentirne la morbidezza sotto le suole. Poi fingevo che fossero nuvole vere e saltavo da un cumulo all'altro.Mentre viaggio con la testa vedo Claudia scattare in piedi come una forsennata. «Cazzo!» esclama livida in volto. «La dimissione del 12! Me ne 13


sono completamente dimenticata! Il prof. mi lincia...» Mi rivolge uno sguardo di supplica. «Iri, accompagnami! Ti prego... ci metto un attimo, dopo ti offro un bel caffè!» Vorrei morire. Le mie gambe emettono un ultimo lamento silenzioso, prima di chiamare a raccolta il grosso delle fibre muscolari. Ma non basta. Immobilità totale. E aderenza perfetta al suolo. Ci riprovo. Agito i piedi, allargo le braccia, sfiorando i fiorellini gialli del trifoglio. Ma non c'è verso. Zero assoluto. Traccheggio ancora, indecisa. Ma il terrore dipinto sul volto di Claudia decreta, senza mezzi termini, la conclusione del mio stato catatonico. Allora trattengo il respiro, mi esibisco in un maldestro colpo di reni e ci siamo: lo spirito di solidarietà prende il sopravvento e mi alzo. «Andiamo, dai...» dico, sbuffando, e le faccio segno di avviarsi. In pochi secondi siamo già in clinica, saltando i gradini due alla volta. Quando arriviamo al terzo piano il fiatone mi squassa il petto e mi ci vogliono cinque minuti buoni per riprendermi. Sto invecchiando! Claudia mi precede con passo spedito, poi svolta l'angolo con la stessa leggerezza con cui Roberto Bolle eseguirebbe una piroetta e s'infila nella stanza quattro. Io la seguo con l'aria più professionale che riesco a stamparmi addosso, annaspando penosamente sul linoleum per recuperare il paio di metri che ci distanzia. Lei si avvicina al letto dodici e comincia a illustrare al paziente le pratiche di routine. Quando finalmente la raggiungo – e la dispnea decide di graziarmi – il mio stomaco, per tutta risposta, si mette a fare i capricci, pugnalandomi l'addome con un colpo secco. E mi viene la nausea. Le narici mi pizzicano. Il posto è assediato da mazzi di fiori freschi da cui pendono decine di bigliettini colorati. Neanche fosse il camerino di una primattrice. Claudia parla animatamente con un biondino dai boccoli scompigliati. Il tale mi offre le spalle, impegnato nella mezza torsione del busto che lo proietta in direzione della mia amica. La gamba sinistra immobilizzata in un tutore. Il resto del corpo sepolto sotto il marrone della coperta di lana firmata Umberto I. D'un tratto Claudia si sporge in avanti. 14


«Su, forza! Diamo un ultimo sguardo a questa gamba!» Strepitosa. Come sempre. Addosso il piglio di un chirurgo di fama mondiale. «Certo dottoressa» fa il tale obbediente, mentre lascia cadere il lenzuolo di lato, per darle modo di visitarlo. Poi, la visione. Però! Sopra il tutore un paio di boxer neri gli lasciano scoperto un quadricipite da statua greca che varrebbe davvero la pena di analizzare a fondo. Penso a Claudia e a tutte le volte che deve averlo manipolato. E mi mordo la lingua. La pediatria, ahimè, queste soddisfazioni non le riserva. Avanzo di qualche passo, lentamente. E a ogni movimento la visuale migliora, offrendomi un'inquadratura più dettagliata dell'emilato inferiore. Niente male davvero!, mi dico, sempre più incuriosita, assottigliando gli occhi. La mano, intanto, indugia sulla pancia, timorosa di un nuovo attacco. «Bene, mi faccia un po' vedere come va sotto carico, adesso» lo incita Claudia, invitandolo ad alzarsi in piedi. Perfetto. Non potrei chiedere di meglio. Esattamente quello che ci vuole per migliorare la mia prospettiva. Lui si solleva e mi si piazza davanti, sempre di schiena. Non un cenno di sofferenza. Non un lamento. Altero ed elegante come l'Apollo del Belvedere. Una mano poggiata sul fianco e i boccoli scarmigliati inondati dal raggio di sole che filtra dalla finestra semiaperta. La sua altezza che mi sovrasta. Il colpo di tosse del letto 10. Io che deglutisco a fatica. Va bene. Va bene. Va bene. Il lato B è decisamente inappuntabile. Ma resta il fatto che non posso vedere il suo viso, intento a seguire le raccomandazioni rigorose di Claudia. Magari è uno di quelli che da dietro ti ricorda Brad Pitt, poi si volta e al posto della faccia ha i lineamenti di un tapiro. La curiosità mi rende audace. Vinco il mio senso del pudore e mi sistemo proprio accanto a lui, con una disinvoltura che mi stupisce. Il tipo, dal canto suo, deve aver studiato tutta la scena, perché d'un tratto si volta e mi guarda, in silenzio, sfoderando un sorrisetto malizioso che è tutto un programma. Altro che tapiro! 15


Strabuzzo gli occhi come se avessi il Morbo di Basedow, mentre la mascella mi resta sospesa a mezz'aria, conferendomi una facies da ritardata che vanifica ogni tentativo di esibire un aspetto sostenuto. Percepisco la timidezza che mi assale, imporporandomi le guance, ma tento di dissimulare l'imbarazzo sorridendo a mia volta, come una scema. «Accidenti!» mi sorprendo a sussurrare, ricollocando al suo posto la mascella disarticolata. Claudia, ovviamente, si accorge di tutto – una cosa del genere non le sfuggirebbe neanche se fosse bendata – e viene in mio soccorso, pronta a fare le presentazioni. «Signor Arduini, lei è la dottoressa Irene Dell'Omo, della clinica pediatrica, oggi è qui di passaggio...» «Dottoressa...» fa lui accennando un inchino, «è un vero piacere!» Mi inchioda con due occhi petrolio che sembrano usciti da una pubblicità di Calvin Klein. L'effetto di una foglia che galleggia nell'azzurro di una caletta siciliana. Il viso un po' stanco per la degenza in ospedale, ma, inutile dirlo, il complesso è terribilmente sexy. Troppo sexy... Claudia ci osserva divertita, poi rientra nel suo ruolo, scrolla le spalle e continua a srotolare la sfilza di raccomandazioni d'ufficio che accompagna la dimissione. «Allora, signor Arduini, oggi verrà dimesso. Sul foglio di dimissione troverà tutte le note relative alla terapia farmacologica e alla fisioterapia che dovrà continuare per almeno una ventina di giorni. Tra una settimana le verrà fissata una visita di controllo in ambulatorio, giù al piano terra, per monitorare le condizioni della sua gamba. È tutto chiaro?» Lui solleva la testa. Affonda sensualmente una mano tra i capelli, e poi risponde, sfoderando un sorriso che mi mette i brividi. «Chiarissimo, dottoressa, è stata davvero preziosa.» E poi si volta di nuovo verso di me, improvvisamente serio. Gli occhi enormi, di un verde-azzurro cangiante che non la smettono di fissarmi. Tace. E attende. Non so cosa. Una tortora ossessiva, intanto, continua a tubare indisturbata, ri16


petendo il suo rituale con assordante puntualità esattamente ogni trenta secondi. La cosa non sembra destargli alcuna preoccupazione. Claudia è intenta a scribacchiare sulla sua cartella. E il mio disagio si fa palpabile. D'un tratto lui sembra animarsi. Mi pare anche che sia sul punto di muovere le labbra, che invece restano crudelmente serrate. Il pomeriggio che avanza, Claudia che scrive, la tortora che impazza e il suo sguardo che mi attraversa. E poi succede. La testa comincia a girare. Un calore inarrestabile mi esplode dentro, montando come un fuoco, che divampa verso l'alto, avanzando come un'ondata di piacere che, al culmine del suo percorso, trionfa nella bocca. E le mie papille gustative cominciano a vibrare. L'olezzo dei fiori freschi è a mala pena un ricordo. Energiche allucinazioni olfattive mi sconvolgono il palato e un profumo nuovo addolcisce tutta l'aria, diffondendo intorno un profumo così netto che mi sembra di averlo sotto il naso, sulla lingua, tra le labbra. Sono avvolta da un aroma vellutato di cioccolato fondente che mi ricorda le tazze fumanti delle baite di montagna dopo una nevicata. «Cioccolato...» dico, ad alta voce senza rendermene conto, incredula, assaporando la mia bocca. Claudia e il paziente del letto 12 mi guardano interrogativi. «Cioccolato?» domanda lui alzando le sopracciglia. Claudia è visibilmente in difficoltà. Io annaspo, improvvisamente consapevole dell'idiozia di cui ho appena dato penosa dimostrazione. Deglutisco a vuoto, poi cerco di recuperare, inciampando nelle parole. «Sì, cioccolato... voglio dire... per la convalescenza, è ottimo...» Sto balbettando senza ritegno. Il volto in fiamme, le gambe di burro, lo sguardo disorientato e la mia coda ingarbugliata sull'orlo del collasso. «È nutriente...» pigolo, stremata, confidando in quel lampo di genio che tarda ad arrivare. «Ah...» fa lui e sono convinta che si stia trattenendo per non erompere in una grassa risata. Finalmente, Claudia si lancia in un estremo tentativo di recuperare la situazione. 17


E ci riesce alla grande. Sia lodata! «Signor Arduini, ecco dovrebbe firmare qui per la dimissione...» Il sangue ricomincia a fluire regolarmente nelle mie arterie, permettendo al mio organismo di recuperare il suo precario equilibrio. Ecco, perfetto!, mi dico. La seconda figura di merda della giornata! Fantastico, Iri, sono solo le due! Le due? «Cazzo!» mi urlo tra i denti, realizzando improvvisamente che è tardissimo. Lo sguardo arcigno del Prof. mi lampeggia nella testa come l'insegna al neon di un motel americano. Gli altri mi avranno data per dispersa, penso, mentre avanzo verso Claudia e Misterletto12, alias sorriso sexy che sa di cioccolato fondente. Una scrollata di coda e via. Mi avvicino alla mia coinquilina, con l'aria di chi è appena riemersa da una sbronza e la bacio sulle guance. «Claudia, è tardi, io devo proprio andare!» Lei fa il broncio. «Okay, tesoro, il caffè magari te lo offro domani...» Le sorrido e faccio per andare, fingendo indifferenza, ma Misterletto12 mi spiazza allungando una mano in segno di saluto. Gliela stringo delicatamente, sperando di non perdere i sensi, ma lui mi tiene bloccata per alcuni secondi, prima di aggiungere: «Spero di rivederla dottoressa...». Okay, tra poco morirò!, penso, mentre una cascata di brividi infuocati si abbatte sulla mano. E dilaga. Come un jazz, quando ti scoppia addosso, in un unico blocco di energia che inonda le orecchie e fa brillare il sangue. «Arrivederci...» riesco a dire con un filo di voce. Poi mi volto e scappo via. Il resto della giornata trascorre noiosamente. Vago per il reparto senza riuscire a finalizzare i miei spostamenti, ma per fortuna il grosso del lavoro ormai è fatto. Alle cinque mi sforzo, non senza fatica, di trasferire con chiarezza le consegne di reparto al collega che è appena arrivato. E alle sei sono finalmente fuori. Ho bisogno di riposare. I postumi della notte insonne cominciano a farsi sentire, e ho in testa un casco di emozioni che non smette di tormentarmi. M'incammino lungo il viale del Policlinico con l'espressione di chi ha bisogno di un caffè ristretto. 18


Procedo lentamente, evitando a stento di essere travolta dal turbinio frenetico dei passanti. Il marciapiede gremito esplode di entusiasmo. Con le borse finto Prada, allineate sui lenzuolini bianchi come gli atleti di una gara olimpica, le cinture colorate, i braccialetti di corda e la chincaglieria cinese, che rallegra l'atmosfera con le musichette elettroniche che escono dai giocattoli di plastica. Scendo le scale della metro con aria svagata, con l'auricolare infilato distrattamente nelle orecchie, canticchiando una versione magica di Summertime. Adoro questa canzone. Adoro il jazz in effetti. E la tromba sopra ogni strumento. E Chet Bacher. Che in questi momenti sa essere un vero toccasana. Il treno arriva subito ed è stranamente vuoto. Mi lascio finalmente cadere a peso morto sul sedile, massaggiandomi le gambe indolenzite e tento di rilassarmi. Di fronte a me un adolescente legge un manga dal nome incomprensibile, mentre un tipo attempato in giacca e cravatta, seduto accanto a lui, fissa senza ritegno le carni candide di una biondina dai lineamenti nordeuropei. Sono stanca. Senza quasi rendermene conto poggio la testa contro la parete e chiudo gli occhi, lasciandomi cullare dal trotto ritmico del vagone. La musica gorgheggia indisturbata nel mio cranio, qualcuno starnutisce, il solito mendicante farfuglia una frase biascicata e nella mente riaffiora quello sguardo. Non posso smettere di rivivere istante per istante ogni fotogramma di quel brevissimo momento che ho trascorso davanti al letto 12. E a ogni nuova immagine l'aroma di cioccolato si fa piÚ forte. Insieme alla consapevolezza della mia spaventosa inettitudine. Ho fatto la figura della cretina! Mi maledico per la goffaggine infernale che governa tutte le mie azioni. Una volta scesa alla mia fermata, insieme alla biondina braccata dalle occhiate fameliche dell'uomo stretto nel suo completo, entro nell'unico supermercato della zona e comincio a caricare il mio carrello. Farina, lievito, vaniglia, uova, zucchero a velo, amido di mais, cacao amaro e, infine, una meravigliosa stecca di cioccolato extra fondente. Mentre aspetto nell'androne del mio palazzo, con le buste in mano e l'ascensore che non si decide ad arrivare, ricevo un sms di Giulio. Proprio lui. Quello che non ho la tempra di lasciare. 19


Anche lui è medico, è poco più grande di me e tra poco si specializzerà in chirurgia vascolare. Stiamo insieme da non so più quanti anni, ma negli ultimi tempi le cose si sono decisamente raffreddate. Giulio è figlio di un blasonato professore universitario che al Policlinico è un'autorità. Ovviamente ha già stabilito che il suo pargolo non può essere da meno. Così da alcuni mesi lo spedisce sempre più di frequente in Francia per lavorare a fianco di un noto chirurgo di Marsiglia. Non ci vediamo quasi più. Quando è a Roma gira come una trottola tra convegni e cene di lavoro e quando siamo soli è sempre troppo stanco per dedicarsi a me completamente. Non facciamo sesso da almeno un mese. Al massimo andiamo al cinema. Non che ci sia mai stata una passione travolgente, ben inteso, niente aromi piccanti, niente mancamenti da libidine gustativa, niente cannella, zenzero, cacao, fragola o chissà cos'altro. Uff! E poi, come una folgore, arriva il sorriso sexy di Misterletto12 e ho un orgasmo al cioccolato fondente che quasi mi tramortisce. La vita è ingiusta. Ormai credo di non provare più nulla per Giulio. La sua assenza non fa che rendermi le cose più semplici. Sono stata sul punto di lasciarlo più di una volta, ma alla fine me ne è mancato sempre il coraggio. E così ci trasciniamo, giorno dopo giorno, intrappolati in questa rete, che lascia boccheggiare i sentimenti e non mi concede vie di scampo. L'sms è lapidario, come al solito. Ci vediamo stasera? Alle nove da te. G. Non ho voglia di vederlo. Mi sento sfiancata e non credo che avrei la forza di sopportarlo. Tamburello nervosamente sulla tastiera del telefono, senza decidermi. Poi scuoto la testa e mi convinco a rispondere. Stasera sono distrutta, non sono ancora rientrata a casa. Sentiamoci domani. Notte. Iri. Entro in casa e quasi mi scontro con Claudia che esce dalla sua stanza ballando al ritmo de La Paranza. 20


Impazzisce per Daniele Silvestri. Ne sanno qualcosa le mie gambe. Mi ha trascinata in lungo e in largo per tutta Italia pur di assistere ai suoi concerti. E io l'ho sempre accompagnata, dato che Luca, il suo ragazzo, non vuole saperne di starle appresso. Morale della favola: le so tutte! Non c'è canzone che non abbia ancora imparato a memoria. «Ciao Claudia, come va? Sei allegra, beata te, io mi sento uno straccio!» Lei mi guarda con aria canzonatoria e poi mi punta l'indice contro. «Dì un po'...» mi apostrofa, tutta pimpante. «Ti ho vista come lo guardavi Misterletto12, stamattina... nulla da dichiarare?» Ecco! Lo sapevo. Non le si può nascondere niente. «Sei la solita scema!» dico, abbassando lo sguardo, «è un tipo carino, l'ho notato certo...» «Carino?» fa lei sgranando gli occhi. «Iri, è un fico da paura! Ha stravolto l'intero reparto, le infermiere facevano a gara per assisterlo!» Poi mi scivola languida di fianco, sfiorandomi il mento. «E mi vieni a dire che è solo un tipo carino... a momenti svenivi, confessa!» Scoppiamo a ridere entrambe, mentre desisto. E confesso. «Va bene lo ammetto, è un fico, ho quasi avuto un infarto quando mi ha stretto la mano!» «E me ne sono accorta!» fa lei civettuola, «comunque, per la cronaca, non ti ha tolto gli occhi di dosso. Non ha ascoltato una sola parola di quello che gli ho detto e ha pure firmato la cartella nel posto sbagliato. Secondo me, lo hai fulminato!» sentenzia, allargando le braccia con gli occhi rivolti al soffitto. Come per intendere che sarebbe il caso di ringraziare il Signore, per l'intervento provvidenziale con il quale ha deciso di manifestare la sua volontà. Io sono stordita. Sento ancora una volta quel calore che parte dal basso e mi risale lungo i fianchi. E nella bocca mi esplode l'aroma del cioccolato. «Ma... che dici...» riesco a mala pena a sillabare. «Vabbè!» fa lei disinvolta, «se non ti interessa, farò a meno di dirti quello che so di lui, così a titolo puramente informativo.» Dopodiché si guarda distrattamente le unghie lucide, su cui ha appena passato una generosa dose di crema idratante. E canta. Un'espressione divertita sulla faccia e la schiena contro il muro dell'ingresso. 21


Io, le buste ancora in mano, ascolto senza sentire. Poi lascio cadere la spesa, sfinita, continuando a osservarla con una gravità che non mi appartiene. «Sì, perché pare che il tipo...» prosegue, «oltre che fico, sia pure uno in gamba!» Tossisce teatralmente, poi mi scruta da sotto le ciglia, mentre sulle labbra le spunta un sorrisetto beffardo. «Trentun anni» comincia, inanellandosi distrattamente all'indice una ciocca di capelli, «ricercatore alla facoltà di storia – ha un dottorato in storia rinascimentale, mi pare –, sano come un pesce, ma soprattutto... single!» Pronuncia l'ultima parola trascinando le lettere fino all'inverosimile. «E poi» aggiunge allusiva, «ha la visita di controllo mercoledì prossimo e, guarda caso, la sottoscritta è di turno in ambulatorio...» Okay, sto per svenire davvero! «Hai vinto, vengo a trovarti in ambulatorio!» le urlo in preda all'eccitazione, prima di darle una pacca sul sedere. Lei mi guarda con aria vittoriosa, mi strizza l'occhio e scompare in camera sua canticchiando: «Uomini uomini c'è ancora una speranza...» Io resto ancora a fissare, per un attimo, la mia faccia instupidita nello specchio dell'ingresso. Dentro gli occhi un guizzo inaspettato. Nella testa mi risuona un ciak cinematografico. Come se la pellicola della mia vita avesse improvvisamente ricominciato a scorrere dopo una pausa-caffè durata più di tre anni. A questo punto non posso che assecondare il mio istinto, pregustandomi il dolce sfrigolio del cioccolato quando fonde lentamente a bagnomaria e la sua fragranza conquista l'intero condominio. Perché una torta al cioccolato fondente è proprio quello che ci vuole.

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Ringraziamenti Grazie di cuore a tutti coloro che hanno creduto nel mio lavoro. Un ringraziamento speciale va a mio marito, Gregorio, per la pazienza, la fiducia, l’amore e la solidità con cui illumina il mio cammino ogni giorno, nonostante tutto. Grazie ai miei genitori, per quei semi di speranza e caparbietà che hanno saputo far germogliare così bene dentro di me. Grazie ai miei figli, per quel lampo di magia che ha riempito di arcobaleni la tempesta della mia vita. Grazie a Monica, Michela, Ilaria, Samanta e le mie colleghe tutte, per l’entusiasmo e l’affetto con cui hanno sostenuto il mio lavoro. Grazie a Serena Caramiello, inesauribile fonte di ispirazione. Grazie a Raffaela Santoro, mia prima lettrice, critica e consigliera. Grazie a Serena Porri, per la carica contagiosa d’ottimismo e solidarietà con cui mi ha coccolato in questi mesi. Grazie infine a John Coltrane, Chet Baker, Miles Davis, Clifford Brown, Etta James, Billie Holiday, Stefano Bollani, Enrico Rava, Roberto Gatto e tutti gli uomini e le donne che hanno nutrito le mie fantasie e alimentato il bocciolo azzurro del mio fiore preferito: il jazz.


Valorous di M.S Force La vita di Natalie e del bellissimo attore Flynn viene sconvolta per l'ennesima volta dai segreti del passato. Nonostante tutto, però, la vorticosa relazione che li unisce cresce di giorno in giorno diventando sempre più intensa, carica di romanticismo e passione. Flynn si mette totalmente in gioco per la donna che ama, ma...

Le mie cose preferite di A.B. Ratti Irene ha due sole certezze: l’amore per il jazz e la buona cucina. Per il resto la sua vita è un disastro, finché l'incontro con l'elegante Lorenzo la travolge in un turbine di sensazioni fisiche e mentali. Inaspettatamente, però, ricompare anche Andrea, l'amico di sempre, bello come il sole, disordinato... e lei ripiomba nel caos!

Non amarmi di Lori Foster Logan Riske è un detective che sta indagando su una faccenda di malavita in cui è rimasto coinvolto un suo amico d'infanzia, ed è disposto a tutto pur di trovare i colpevoli. Anche a tessere delle relazioni intense e passionali con due donne all'apparenza profondamente diverse tra loro, la timida Sue e la sfrontata Pepper.

30 giorni di Christine d'Abo Alyssa si è sposata a diciannove anni, convinta del lieto fine. Rob però si ammala e il suo unico desiderio è convincere la giovane moglie a non rinunciare alla felicità e al piacere dopo di lui. Le fa anche un dono speciale e sexy: trenta carte con le istruzioni per vivere trenta giorni di passione. Due anni dopo Alyssa incontra...


ritorna a SETTEMBRE con 2 romanzi intensi e passionali delle autrici più amate e apprezzate. PREPARATI A UNA LETTURA... INCANDESCENTE! IN USCITA DAL 28 SETTEMBRE


Questo volume è stato stampato nel giugno 2017 da CPI, Moravia

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